VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni

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L’ANELLO DEL VESCOVO

        G.  A B R A M – C O R N E R

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Tutti sanno che gli artisti appartengono alla scheletrica e famigerata categoria dei creativi. I creativi sono quelli che producono pensiero autonomo, idee innovative, inventano cose strane e compiono gesti dissacranti, altri invece riciclano con abilità e destrezza cose vecchie e stantie realizzando opere grottesche di sapore schizofrenico fino ad ottenere un grande successo di pubblico e di critica. Quasi tutti gli artisti hanno di sé un concetto sterminato nel senso che nutrono un’ autostima esagerata, a volte fino al delirio. De Chirico aveva di sé una considerazione così imponente da firmare le sue opere con l’appellativo stentoreo di “Pictor Maximus”, il maggiore fra tutti i pittori e quindi si ritraeva abbellendosi in maniera inquietante…in verità De Chirico era un buon pittore, senza essere il massimo, ma allo stesso tempo era tirchio come uno scozzese e vanaglorioso oltre ogni limite.

Molti artisti hanno ricevuto da Dio o dalla Natura oltre al dono della creatività un tarlo velenoso che li scaglia nella paranoia più inquietante consistente in quel malanno pernicioso che è l’ansia da riconoscimento, il desiderio sfrenato di essere riconosciuti come tali, che avvelena la vita a gran parte della folta tribù degli artisti. Ma non è finita perché la Natura regala a molti, soprattutto ai migliori, il dono velenoso dell’autocritica più spietata, crudele ed autodistruttiva e una nodosa frusta per auto-flagellarsi.

Dopo questo preambolo, passiamo alla narrazione miracolosa. Quasi tutti gli artisti hanno avuto dei cambiamenti nella loro produzione artistica, delle evoluzioni spettacolari o delle involuzioni terrificanti, dei mutamenti stilistici, tecnici, concettuali… Picasso ha attraversato il periodo blu per entrare in quello rosa o viceversa, altri sono passati dal naturalismo al surrealismo per entrare nell’espressionismo e sfociare infine nell’astrattismo più bieco e inquietante. Anch’io come scultore ho attraversato uno strano periodo, il periodo “vescovile”, durante il quale ebbi occasione di produrre con continuità sculture di soggetto “prelatizio” in bronzo, in bassorilievo e a tutto tondo. Fu un periodo teologicamente sterile ma produttivamente fecondo. vado ora a narrarvi l’evento prodigioso accadutomi anni fa quando produssi un piccolo bassorilievo in bronzo raffigurante un vescovo in atteggiamento docente. Tutti sanno che i vescovi in “pompa magna” tengono il pastorale nella mano sinistra mentre all’anulare destro portano un corposo anello in quanto sposi alla Chiesa di Cristo, che tutti i fedeli baciano con reverenza. Orbene preparando la cera per la fusione, dimenticai colpevolmente l’anello che “miracolosamente” apparve nella versione bronzea al suo posto, sull’anulare destro del prelato…! Qualcuno gridò al miracolo, mentre i più scettici ipotizzarono l’inganno. In realtà era successo che durante la copertura in refrattario della cera si era casualmente formata una bolla d’aria che successivamente era stata occupata dal bronzo fuso. La ” querelle” ebbe seguito poiché i più accaniti dell’evento miracoloso affermavano che il prodigio non consisteva nella formazione casuale di una fantomatica bolla insignificante, bensì nel fatto che la bolla si fosse formata proprio all’altezza dell’anulare destro del prelato. Sta di fatto che dopo più di un quarto di secolo la questione è ancora teologicamente irrisolta…

In Italia gli artisti che hanno ricevuto il dono della creatività rappresentano forse l’uno per mille della popolazione, la maggior parte dei quali sono misconosciuti, emarginati, depressi, infelici ed affamati. L’Italia ha il record europeo negativo della perdita della memoria storica, dell’ignoranza delle cose dell’arte, accompagnato da un analfabetismo scientifico di massa, pur possedendo un patrimonio artistico sconfinato.Secoli fa quando si inaugurava l’opera di un’artista, sia di carattere religioso che civile, il popolo accorreva in massa per ammirare, giudicare, criticare, discutere, confrontare…Anche noi una volta abbiamo inaugurato un’opera religiosa al cospetto di una folta schiera del popolo di Dio…eravamo il prete, il sagrestano, suor Clementina, due chierichetti, quattro fedeli ed io…bisogna tener conto però che quella sera c’era la partita di coppa…

                                                                                                                  G.Abram

LO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE. EVENTI POLITICI NEL 1914

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Foto: Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale

La guerra che scoppiò nel 1914 fu un avvenimento nuovo nella storia dell’umanità, perché fu la prima guerra “mondiale”, una guerra che  vide lo scontro di tutti i grandi Stati, che impegnarono le capacità produttive dell’industria moderna e le risorse della tecnica per preparare strumenti di offesa e difesa. Fu una guerra di massa, combattuta per terra, per mare e nell’aria, con impiego di armi mai usate prima(carri armati, aerei, sommergibili), e con il ricorso a nuovi mezzi di lotta: economica e psicologica. Venne combattuta dai belligeranti fino all’esaurimento delle forze, le vittime e i danni andarono ben oltre qualsiasi calcolo previsto, e finì con l’apportare radicali sconvolgimenti  all’economia internazionale, aprendo così la via a ripercussioni e conseguenze che durarono a lungo anche nel dopoguerra.

Causa occasionale della guerra fu l’assassinio dell’arciduca ereditario dell’Impero Austro-Ungarico Francesco Ferdinando e della consorte, avvenuto a Sarajevo il 28 Giugno 1914. L’Austria d’accordo con la Germania, attribuì al governo serbo la responsabilità dell’eccidio, e indirizzò a Belgrado il 23 Luglio un ultimatum con richieste inaccettabili.

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Foto: Corriere della Sera, Annuncio dell’eccidio di Francesco Ferdinando e della moglie Sofia.

Le dichiarazioni di guerra. La risposta serba all’ultimatum (25 Luglio), pur non essendo provocatoria, ma comunque accompagnata da una  mobilitazione generale dell’intero esercito, non accontentò l’Austria che dichiarò guerra alla Serbia(28 Luglio), prima che venisse formulata una qualsiasi proposta di mediazione voluta dall’Inghilterra. Nei giorni seguenti, il meccanismo degli accordi internazionali portò ad una rapida generalizzazione del conflitto.

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Foto: Corriere della Sera, Dichiarazione di guerra da parte d’Austria alla Serbia

La tesi tedesca, secondo la quale la guerra fosse un questione esclusivamente austro-serba, non poteva essere accettata dalle altre potenze, e i vari tentativi di mediazione per scongiurare il conflitto rimasero infruttuosi. Dopo che anche i Russi mobilitano il loro esercito (ostile all’Austro-Ungheria), la Germania dichiarò guerra alla Russia (1 Agosto alle ore 19.10) e alla Francia (3 Agosto alle ore 18.45). A sua volta la violazione della neutralità del Belgio e del Lussemburgo, avvenuta da parte delle truppe tedesche invadendo questi territori, vinse le ultime esitazioni inglesi, che dichiararono guerra alla Germania (4 Agosto).

I belligeranti del 1914 compresero dunque: da una parte, la Germania e l’Austro-Ungheria; dall’altra, la Serbia, il Montenegro, la Russia, la Francia, il Belgio e l’Inghilterra, a cui si aggiunse il Giappone (23 Agosto), alleato dell’Inghilterra, e che sperava di impadronirsi delle posizioni tedesche in Estremo Oriente. Dichiararono invece la loro neutralità, deludendo gli Imperi centrali, l’Italia (3 Agosto) e la Romania. In particolare l’Italia, legata alla Germania e all’Austro-Ungheria dalla Triplice Alleanza, giustificò il suo atteggiamento con la sua mancata consultazione da parte della Triplice e con il carattere aggressivo della guerra. La Germania riuscì però a ottenere l’alleanza della Turchia: già il 10 Agosto due incrociatori tedeschi, il Goeben e il Breslau , che si trovavano nel Mediterraneo, furono accolti nelle acque territoriali ottomane, anche se  la guerra alla Turchia venne dichiarata dagli Alleati soltanto il 5 Novembre.

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Foto: La nave da guerra “Breslau”

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Foto: La nave da guerra “Goeben”

La situazione internazionale

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Foto: L’assetto delle alleanze in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale 

Negli ultimi mesi del 1914, i belligeranti si preoccuparono soprattutto dello sviluppo della macchina bellica tralasciando qualsiasi azione di tipo diplomatico o teso alla ricerca di nuove alleanze . Alcuni paesi, d’altra parte, si trovavano alle prese con difficili problemi interni, resi ancora più complicati dalla guerra: l’Inghilterra con l’applicazione dell’Home Rule (1) in Irlanda, e l’Impero turco con l’agitazione delle sue province arabe. Così pure l’inizio della guerra non permise all’opinione pubblica di misurare l’importanza di fatti rilevanti come l’apertura del Canale di Panama(2) in agosto e l’elezione di papa Benedetto XV, successore di Pio X a settembre.

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Foto: La mappa con il canale di Panama

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(1) Nel Regno Unito, l’Home Rule fa riferimento all’autogoverno, alla devoluzione o indipendenza dei suoi Stati costituenti, inizialmente l’Irlanda, poi Scozia e Galles.

(2) Canale artificiale lungo 81,1 km che unisce l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico.

                                                                          Lucica Bianchi

PITTURA DEL PRIMO RINASCIMENTO A FIRENZE

IL GOTICO INTERNAZIONALE A FIRENZE INTORNO AL 1400

L’arte fiorentina dell’inizio del XV secolo è dominata da una particolare forma del tardogotico, che gli storici dell’arte hanno battezzato “gotico internazionale”. Questo nome fu coniato nel XIX secolo dallo storico francese Louis Courajod, nel tentativo di ricondurre a un denominatore comune i tratti caratteristici dell’arte degli inizi del XV secolo, riscontrabili con una certa uniformità in gran parte dell’Europa. Tendenze verso un’arte sontuosa e ricca come decorazione, sono individuabili anche nell’area franco-fiamminga, in Germania (nel Nord e nel Sud, così come in Westfalia), nonché in Boemia, in Spagna e nell’Italia settentrionale. Questo stile è caratterizzato da una particolare cura per la resa realistica dei dettagli e, nei suoi migliori risultati, dimostrò una straordinaria eleganza dei tratti e una notevole finezza nell’uso dei materiali. Il punto di partenza di questa evoluzione è da collocare nell’area franco-fiamminga e, soprattutto, nelle corti di Borgogna, di Parigi e di Digione. Gli ideali artistici tardogotici si diffusero in tutta Europa, favoriti dalla domanda di opere di piccole dimensioni, facili da trasportare. Artisti girovaghi come lo Starnina, il Pisanello e Gentile da Fabriano diffusero con dovizia queste eleganti forme cortesi in tutta l’Italia centrale. Così facendo essi contribuirono a un rapido e grande successo dello stile tardogotico persino in una città come Firenze, che in un primo tempo l’aveva ignorato.

“L’ADORAZIONE DEI MAGI” di GENTILE DA FABRIANO

Uno dei più significativi rappresentanti del tardogotico a Firenze fu Gentile da Fabriano (1370 ca.-1427); i suoi dipinti, saldamente ancorati alla realtà, consentono di annoverarlo tra i precursori dell’arte rinascimentale. Nato a Fabriano, nelle Marche, prima di trasferirsi a Firenze nel 1420, aveva già ottenuto diversi riconoscimenti come pittore, sia a Venezia sia a Brescia. L’esperienza artistica da lui maturata nell’Italia settentrionale, roccaforte del gotico internazionale, si riflette nella straordinaria pala d’altare raffigurante l‘Adorazione dei Magi, realizzata nell’arco di tre anni per conto del mercante fiorentino Palla Strozzi e terminata, stando alla data riportata sulla base del dipinto, nel 1423.

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Foto: Gentile da Fabriano. Adorazione dei Magi, tempera su tavola, 303 x 282 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi

L’eccezionale sfoggio di ricchezze, la varietà  delle tecniche impiegate e la resa dei fenomeni naturali concorrono a creare un’opera estremamente innovativa che esercitò una notevole influenza sugli artisti fiorentini.

La centina del dipinto serve a descrivere l’episodio dell’Adorazione dei tre Magi come una narrazione coerente. I tre archi non toccano terra, cosicché l’impressione di trovarsi in presenza di un trittico è solo momentanea e vaga. Essi servono a introdurre una separazione tra la Sacra Famiglia, i tre Magi e il loro seguito, senza spezzare la scena. Gentile utilizzò, inoltre, lo spazio sottostante i tre archi per narrare gli eventi verificatisi prima dell’adorazione.

In alto a sinistra, i Magi sono raffigurati in abiti sfarzosi sulla cima di una collina affacciata su uno specchio d’acqua, mentre osservano la stella che annuncia la nascita di un nuovo Re.

Sotto il fornice centrale, i tre Re orientali, con il loro seguito, viaggiano alla volta di Gerusalemme, dove intendono informarsi presso Erode della nascita di questo nuovo Re.

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 Foto: Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, dettaglio

Infine, sotto l’arco di destra, i Magi giungono a Betlemme, destinazione finale del loro viaggio, ove ha luogo la scena dell’adorazione, tema fondamentale del dipinto. Sulla sinistra c’è la stalla, davanti alla quale è seduta la Vergine. I Magi sono prostrati ai suoi piedi, mentre il loro seguito, tra cui anche un cane, cavalli e animali esotici, si avvicina da destra. Due ancelle, in piedi accanto a Maria e a Giuseppe, osservano con aria interrogativa la coppa dorata donata dal più vecchio dei Magi ansiose di scoprire quali regali egli abbia portato a Gesù.

Gli effetti di luce studiati da Gentile e applicati in quest’opera, possono essere considerati i primi mai realizzati con tale rigore a Firenze. Sebbene le ombre avessero già fatto la loro comparsa in opere precedenti, si era sempre trattato di sperimentazioni. Qui, invece, si coglie l’intenzionalità dell’artista mirante alla cattura dei giochi di luci e ombre così come essi si manifestano.

L’esecuzione di questa magnifica  Adorazione fu commissionata a Gentile dal banchiere Palla Strozzi, che intendeva decorare la cappella di famiglia nella sacrestia di Santa Trinità a Firenze. La figura del committente, accanto a quella del figlio Lorenzo, è visibile al centro del dipinto, immediatamente alle spalle del più giovane dei Magi. E’ la prima volta che, nell’arte fiorentina, un committente viene raffigurato insieme agli personaggi del dipinto. Tale idea verrà ripresa in seguito, sebbene in forma diversa, dai Medici, grandi rivali della famiglia Strozzi. In ogni caso, questo intimo accostamento della figura del committente alla scena ritratta testimonia di una nuova fiducia e sicurezza in se stessi, che contrasta con l’umile subordinazione cui si attenevano in precedenza i clienti. Inoltre, lo splendore che caratterizza il dipinto, riflette l’orgoglio e la ricchezza di questo abilissimo banchiere che, secondo un documento del 1427, era l’uomo più ricco di Firenze.

                                                                                                         Lucica Bianchi