LA FACOLTA’ CREATRICE

Ci si chiede spesso, da dove nasce quello stimolo interno, quell’imperativo profondo, quella necessità intima che porta un’artista a dare vita ad un’opera d’arte?

Immagine

La mia casa – opera d’un bimbo; la commozione o l’interesse dei bambini per il mondo che li circonda viene espresso spontaneamente e non è influenzato dalle tecniche convenzionali.

Un grande artista del Rinascimento, Michelangelo Buonarroti (1475-1564), lavorò ben quattro anni per portare a termine il ciclo di affreschi per la Cappella Sistina, e per la maggior parte del tempo dovette dipingere stando supino, con grande disagio e con inguaribile danno alla sua salute. Una tenacia come quella di Michelangelo dimostra quanto sia potente nell’artista l’impulso alla creazione, e quanto quasi sempre tale impulso sia necessario all’artista per esplicitare l’abilità che possiede.

Immagine

Michelangelo Buonarroti- Autoritratto

Immagine

 Michelangelo Buonarroti,  Roma ,Cappella Sistina, dettaglio con il Giudizio Universale

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), il famoso compositore austriaco del XVIII secolo, iniziò a comporre all’età di cinque anni e diede concerti in tutta Europa a sette. Evidentemente, un talento così eccezionale era dovuto principalmente alla sua abilità innata, ma perfino questa precoce abilità ebbe bisogno di esercizio e di preparazione tecnica.

Immagine

Wolfgang Amadeus Mozart 

Un lato importante dell’educazione di un artista consiste nello scoprire i limiti e le possibilità delle capacità artistiche: molto prima che le sue particolari abilità si mettano in evidenza, il bambino che diventerà artista può sviluppare le proprie capacità giocando: i giochi sono infatti per tutti, artisti in potenza o no, una parte vitale del processo di crescita. Giochi come ” a papà e mamma”, per esempio, insegnano ai bambini qualcosa del mondo degli adulti, e nello stesso tempo una gran parte del divertimento che i bambini traggono da tali finzioni giocose deriva inconsciamente proprio dalla scoperta dei limiti e delle capacità delle loro abilità.

Tra i fattori che, in particolari epoche, possono porre dei limiti all’arte troviamo regole intese a disciplinare idee e metodi. In passato molti artisti preferivano lavorare secondo serie fisse di regole: nel XVII secolo, il pittore francese Nicolas Poussin (1594-1665), creò tutte le sue opere attenendosi alle norme attentamente meditate che aveva ricavato dai suoi studi sui grandi pittori del Rinascimento.

Immagine

Nicolas Poussin – Autoritratto

Numerosissime accademie artistiche furono fondate in quel tempo in basse alla convinzione che la pittura potesse essere appresa semplicemente seguendo le regole. In realtà ciò non basta all’impulso creativo: l’artista autentico ha bisogno della libertà di scelta, giacché qualunque esperienza e qualunque idea possono riuscirgli utili.

Dato che in arte non esistono norme sicure, l’artista si assume un rischio ogni volta che si avventura su un terreno vergine: il lavoro suo non è perciò segnato solo dai successi che ci hanno indotto a riconoscere la sua grandezza, ma anche dagli insuccessi. Ludwig van Beethoven (1770-1827), per esempio, scrisse la Vittoria di Wellington (un insieme di motivi patriottici espressi in forma sinfonica) che è generalmente ritenuta molto inferiore a tutte le altre sue opere.

Immagine

Ludwig van Beethoven

Un lavoro creativo brillante richiede normalmente una grande abilità tecnica, abilità che può essere acquisita da pochi senza anni di prove e di tentativi. Come la storia insegna, infatti, la maggior parte degli artisti dà le opere migliori fra i 30 e i 40 anni. A questa regola ci sono tuttavia molte eccezioni: il pittore francese Eugene Henri Paul Gaugain (1848-1903) cominciò a dedicarsi seriamente alla pittura solo a 35 anni, e alcuni artisti raggiungono l’apice della loro attività creativa a tarda età.

Immagine

Eugene Henri Paul Gaugain

L’arte è un’attività tanto varia che non ci è possibile definire in poche parole il come e il perché del lavoro artistico. Ci pare tuttavia di poter trarre almeno queste conclusioni generali: ogni arte è retta sia dalle esperienze personali che dall’immaginazione dell’artista. Nelle opere degli artisti si combinano progettazione e improvvisazione.

                                                                                                         Lucica

LEONARDO DA VINCI – ANNUNCIAZIONE

ANNUNCIAZIONE 

Immagine

Leonardo da Vinci, Annunciazione, olio e tempera su tavola; 98 x 217 cm: Galleria degli Uffizi, Firenze

Restituita a compiuta leggibilità dal restauro nel marzo 2000, la tavola d’esordio di Leonardo si è guadagnata un posto nella Cronica rimata di Giovanni Santi, padre di Raffaello, che scrive: Due giovin par d’etade e par d’amori/ Leonardo da Vinci e il Perusino– mostra già tutta la carica innovativa della sua pittura, espressa affrontando un soggetto dalla tradizione ben assestata nell’ambito toscano.

Nuove ipotesi di lettura vengono da questo dipinto, che oltre a una maggiore luminosità e nitidezza di dettagli, eccella per un marcato senso prospettico grazie allo scorcio architettonico sulla destra (la porta, ora visibile con ambedue gli stipiti, lascia meglio intravedere il baldacchino dentro la stanza).

E’ tuttora in discussione la datazione dell’opera, realizzata per la chiesa di San Bartolomeo a Oliveto. Le ipotesi variano dagli inizi degli anni Settanta, quando l’artista era poco più che ventenne, fin quasi all’inizio del decennio successivo.

In alcuni particolari si riconosce ancora l’influsso o forse l’omaggio al maestro Verrocchio (nel basamento del leggio).

Immediatamente impressionano la scelta cromatica, il sottile equilibrio tra i colori e il taglio spiccatamente orizzontale della tavola, quasi una predella di ampie dimensioni piuttosto che una pala d’altare. La parte sinistra del dipinto raffigura l’angelo annunciante, appena posatosi, con le ali ancora spiegate. Davanti a sé, la Vergine, che tiene con la mano destra il segno sul libro, mentre la mano sinistra si alza in un misurato e lieve gesto di stupore. Il braccio della Vergine pare poi allungato in modo sproporzionato per arrivare al libro sul leggio, mentre l’ombra dell’angelo sembra eccessiva per l’atmosfera dell’alba, l’ora scelta da Leonardo per ambientare la scena.

Immagine

Leonardo da Vinci, Annunciazione, particolare con la Vergine.

Immagine

Leonardo da Vinci, Annunciazione, particolare con l’angelo annunciante

Nel prato molti fiori sono studiati dal vero, e nel bellissimo paesaggio che dai tipici cipressi toscani in secondo piano degrada verso il fondo, i dettagli minuti di una città lacustre che sfuma nelle lontane montagne rocciose azzurrine.

Il fatto sta che nulla si sa della committenza dell’opera, taciuta anche da Vasari, pervenuta agli Uffizi nel 1867 dalla chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto, poco fuori la porta San Frediano di Firenze. Precedentemente molti critici erano propensi ad ascriverla a Domenico Ghirlandaio (1449-1494) o al Verrocchio (1436-1488), di cui è ancora presente la tecnica. La tavola d’altronde, fu forse realizzata da Leonardo ancora attivo nella bottega del maestro fiorentino, e concreti sono i rimandi di cui l’opera è intessuta. Su tutti il leggio ammantato dall’etereo velo squisitamente ricamato e la cui base in pietra è adornata di un festone con motivi vegetali.

Immagine

Leonardo da Vinci, Annunciazione, particolare con il leggio

Superando l’iconografia tradizionale che colloca la figura della Vergine all’interno di una stanza o di un edificio e l’angelo o nel vano o all’ingresso dello stesso, Leonardo pone i due protagonisti all’aperto. In questo modo il rapporto con la camera è idealmente suggerito dal panneggio della Vergine, inducendo lo sguardo del fedele a scivolare dal blu del manto al rosso del giaciglio all’interno della casa.

Il manto della Vergine, ampiamente studiato a livello grafico,come testimoniano i disegni preparatori, viene magistralmente descritto da Giorgio Vasari nel 1568: ” (…) studiò assai in ritrar di naturale, e qualche volta in far modegli di figure di terra; e adosso a quelle metteva cenci molli interrati, e poi con pazienza si metteva a ritrargli sopra a certe tele sottilissime di rensa o di panni lini adoperati, e gli lavorava di nero e bianco con la punta del pennello, che era cosa miracolosa; come ancora ne fa fede alcuni che ne ho di sua mano (…)”. 

Immagine

Leonardo da Vinci, Studio di panneggio; punta metallica e biacca su carta preparata con il rosso cinabro; Palazzo Fontana di Trevi, Roma. 

panneggio1.jpg parigi louvre

Leonardo da Vinci, Studio di panneggio per una figura femminile seduta; Museo del Louvre, Parigi. Pittura monocromatica eseguita a tempera a punta di pennello su tela di lino.

                                                                                                                 Lucica Bianchi (NL VBA)

PRIMA GUERRA MONDIALE. EVENTI MILITARI NEL 1914

 Immagine

Europa nella Prima Guerra mondiale 1914. Le frecce indicano le strategie d’attacco della Germania e l’Austro-Ungheria

I piani. L’iniziativa strategica  che segnò nel 1914 l’inizio della guerra fu presa dal comando militare tedesco, che in pratica controllava quello di Vienna, mentre nell’altro schieramento non esistevano né direzione di guerra comune, né, tanto meno, un comando unico. Il piano che il generale von Moltke (capo di SM tedesco e nipote del vincitore delle guerre del 1866 e del 1870) aveva ereditato dal suo predecessore von Schlieffen affidava alle deboli forze del comando di von Prittwitz nella Prussia Orientale e agli Austro-Ungarici l’incarico di contenere i Russi, mentre lo sforzo principale sarebbe stato operato immediatamente verso la Francia.

Immagine

Generale Alfred Graf von Sclieffen

Immagine

Generale  Helmuth Johannes Ludwig von Moltke

Il generale Joffre, autore del piano di difesa francese, aveva il comando dell’esercito francese. Nei riguardi dei Russi alleati, vi era soltanto un accordo di massima per il quale essi avrebbero attaccato non appena possibile nella Prussia orientale con il massimo dei mezzi per alleggerire la pressione tedesca sul fronte francese: il piano russo (affidato al granduca Nicola) era quindi subordinato a quello francese. Il piano austro-ungarico invece, prevedeva l’eliminazione rapida della Serbia e un attacco alla Russia dalla Galizia.

Immagine

Generale Joseph Joffre

Immagine

Granduca Nicola di Russia

Appena dichiarata la guerra ed iniziata la mobilitazione, il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La mobilitazione delle forze russe avveniva invece molto lentamente per la scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie. Così la Germania poté riversare tutte le sue forze contro la Francia, per cercare di sconfiggerla rapidamente e poi dirigere contro la Russia sul fronte orientale. Per poter effettuare questo piano della guerra lampo, la Germania doveva evitare le potenti fortificazioni francesi costruite sul suo confine: perciò l’esercito tedesco invase il Belgio, che era neutrale, per assalire le truppe francesi alle spalle.

Immagine

L’entrata delle truppe tedesche in Bruxelles

I tedeschi dopo un mese di aspri combattimenti, giunsero a quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna furono bloccati e respinti alla fine di una battaglia durissima.

Immagine

Mappa della prima battaglia della Grande Guerra – Fiume Marna, 5 settembre-12 settembre 1914

La non prevista resistenza ostinata dei Francesi fa fallire ben presto l’illusione della guerra lampo.

Questo succede perché scavando delle trincee e attendendo l’assalto del nemico il difensore è fortemente avvantaggiato sull’attaccante. Gli assalti ,infatti, sono ancora effettuate dal fante armato di fucile, che attacca  le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea e protette da un riparo ben munito.

Dopo la battaglia della Marna le truppe tedesche e franco-britanniche si fronteggiarono lungo una linea che andava dalla Manica alla Svizzera. La guerra di movimento si trasformò in guerra di posizione. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, sotto le intemperie, su un fronte praticamente fermo.

Immagine

Immagine

Immagine

Immagine

La Germania attacca sul fronte orientale. Nel frattempo a oriente, l’esercito tedesco riuscì ad occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei combattenti. L’offensiva austriaca in Galizia venne arrestata dai Russi, i quali iniziarono qui una vigorosa controffensiva, obbligando il nemico tedesco ad abbandonare la zona, ripiegando sulla catena montuosa dei Carpazi. Nonostante il contrattacco del generale tedesco Mackensen (novembre-dicembre), il fronte si stabilizò sulla linea Memel-Gorlice, a occidente di Varsavia.

Sul fronte navale il primo scontro fra navi tedesche e inglesi si ebbe presso Helgoland il 28 agosto, e la battaglia si risolse a favore dell’ammiraglio inglese Beatty. Nel Pacifico occidentale la squadra tedesca di crociera di von Spee inflisse una dura sconfitta al largo di Coronel (1 novembre) alla squadra inglese di Cradock, ma fu poi annientata nelle battaglie nelle isole Falkland (8 dicembre)

Immagine

Vice-ammiraglio Maximilian Reichsgraf von Spee

Immagine

Contrammiraglio Cristopher George Cradock

Immagine

Mappa della battaglia di Coronel. In rosso sono indicate le navi inglese, in blu quelle tedesche.

Risultati. Alla fine del 1914, anche se il piano  di Moltke non era andato a buon fine, il territorio tedesco era stato tuttavia preservato dalla temuta invasione russa, anzi le truppe germaniche occupavano a occidente parte del Nord della Francia. Quanto all’Austria, il suo esercito non riusci a venire a capo della resistenza della Serbia, che anzi, dopo le vittorie del Cer in  Bosnia, e di Rudnik, liberò il suo territorio e riprese Belgrado (13 dicembre). I tedeschi persero a opera dei Giapponesi i possedimenti del Pacifico (caduta di Chiao-chou), il 17 novembre. La Francia era riuscita a fermare l’invasione tedesca, ma la perdita di una parte essenziale del suo territorio aveva diminuito il suo potenziale umano ed economico all’inizio di una guerra di cui non si intravedeva la fine, e che avrebbe richiesto sforzi senza precedenti.

                                                                                                                                                                 Lucica

ROSMUNDA

G. A B R A M – C O R N E R 

Immagine

I Longobardi, così chiamati non si sa se per le lunghe barbe o per le spropositate alabarde, e che dettero il nome alla Longobardia, l’attuale Lombardia, provenivano dalle desolate e gelide lande della Svezia.

Forti, gagliardi, biondi, pelosi e sicuramente provvisti di anticorpi sovradimensionati, erano sbarcati sul continente, calzando stivali di cuoio e vesti di lino crudo, con al seguito le donne, bambini ed armenti in cerca di nuove terre, essendo nomadi ignari di ogni forma di coltivazione e vivendo di allevamento, caccia, pesca e soprattutto di rapina.

Erano completamente all’oscuro anche di codici, di morale, di diritto e di leggi scritte, avevano le loro credenze, usi e costumi, ma riguardo ai rapporti coi terzi, l’unica regola insindacabile era la forza.

Adoravano il sole e la terra e allorché in una regione avevano consumato ogni risorsa si trasferivano altrove, senza molto riguardo per quelli che già vi risiedevano.

Si erano infine stabili in Pannonia, l’attuale Ungheria, che il secolo precedente aveva visto l’epopea di Attila e dei suoi Unni, e che alla sua morte si erano liquefatti, inglobati da altre genti.

Nella primavera dell’anno del Signore 568 partirono dalla Pannonia e valicate le Alpi Giulie al passo del Predil, scesero in Italia, cosa facilissima in ogni stagione, essendo ormai la penisola completamente indifesa.

Vennero in numero di trecentomila, con armenti, donne e bambini con la precisa intenzione di fermarsi. Il loro re Alboino occupò mezza Italia. ed elesse a sua capitale Verona, e fu in quell’occasione che il Patriarca di Aquileia per sfuggire all’orda funesta si rifugiò con la sua gente sulle isole della laguna, dando il via all’avventura di Venezia.

Ma veniamo a Rosmunda. Il giovane Alboino aveva in battaglia ucciso Cunimondo, re dei Gepidi, un popolo sfortunato incontrato sulla sua strada, e ne aveva preso come schiava la figlia Rosmunda, la quale essendo bella, procace e forse anche scaltra, alla morte di Clotsuinda, la moglie legittima del re longobardo, ne aveva preso il posto.

Non si sa se fu un matrimonio d’amore e di passione, sicuramente nell’animo di Rosmunda un certo rancore ancora serpeggiava a causa dell’ucissione del padre, di cui Alboino conservava il cranio ripulito e levigato trasformato in coppa, da cui il re attingeva abbondantemente specie nelle feste comandate.

Era il 572 e si stava appunto festeggiando Longino, Esarca di Ravenna, venuto in visita a Verona alla corte di Alboino, quando questi chiese a Rosmunda la tazza “buona”, la coppa-cranio di Cunimondo per festeggiare degnamente l’ospite. Il re non si limitò a bere, sicuramente accennò da buon intenditore al fatto che il vino in quella superba coppa sviluppava aromi e profumi straordinari, e non contento impose alla povera Rosmunda coi suoi metodi spicci di bere pure lei. Molti personaggi si sono rovinati col bere, Alboino invece si rovinò col far bere, infatti Rosmunda da quel momento tramò per ucciderlo. Rosmunda in accordo col suo amante Elmichi, fratellastro del re, progettò l’assassinio.

Sapendo che Alboino si concedeva la siesta dopo le sue poderose libagioni lo uccisero nel sonno.

Si narra di come Alboino essendosi svegliato dal torpore meridiano, tentasse di sfoderare la spada che teneva sempre accanto e di come questa fosse stata da Rosmunda sigillata nel fodero, tale per cui Alboino impotente annegò nel proprio sangue.

Consumato il delitto, Rosmunda e Elmichi fuggirono a Ravenna, presso l’Esarca Longino, l’ospite della sera fatale, non senza prima aver razziato il tesoro reale.

A questo punto Longino, ch’era un bizantino perfido e intrallazzatore, nonché avido di denaro e di potere, propose alla signora di far fuori Elmichi, che in fondo non era altro che una figura succube e insignificante, un modesto gregario, e di sposarlo per diventare la prima signora di Ravenna.

Rosmunda valutò l’offerta e avendola trovata conveniente, decise di liquidare il povero Elmichi offrendogli una coppa di vino avvelenato. L’infelice dopo averne bevuto alcuni sorsi fu colto da dolori lancinanti al ventre, comprese ogni cosa, e dopo aver sfoderato la spada impose all’amante di tracannare il vino rimasto, che le fu fatale.

Così morì Rosmunda, l’orgogliosa figlia di Cunimondo, travolta dalla storia, dal destino e dall’oscena trivialità di Alboino, uomo rozzo e insensibile, ignaro dagli oscuri meandri della psicologia femminile.

AFORISMA: Preferisco un uomo senza denaro, che il denaro senza l’uomo. (Plutarco)

G.Abram,  Il Trionfo di Kaino,  Ediz. El Tiburon, 2004

Pubblicato online dal giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

I SUMERI

G. A B R A M – C O R N E R

Immagine

Già nell’antichità più remota la terra fra il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia, fu abitata da tribù provenienti dal nord, dai monti della Persia, dall’Armenia, dal Caucaso e dall’Anatolia.

I Sumeri presero dimora alcuni millenni prima di Cristo nel sud dell’attuale Iraq, allo sbocco dei fiumi nel Golfo Persico, terra ricca di vegetazione, pesci ed animali e favorevole all’agricoltura.

La loro origine è misteriosa, ma si presume che provenissero dai monti della Persia, e le città sumere furono molto probabilmente le più antiche città del mondo e fra queste Ur, capitale dei Sumeri, centro economico, sociale e culturale.

Da Ur proveniva anche il patriarca Abramo con al seguito la sua tribù semita, le robe e gli armamenti.

Indipendentemente dall’origine, gli aspetti più interessanti sono quelli che riguardano la loro vita pubblica e privata. Per quanto possa sembrare strano, presso questo popolo non esistevano distinzioni di classe, in quanto non c’erano né ricchi né poveri, ma ognuno lavorava, il re e i sacerdoti compresi, il proprio pezzo di terra che gli era stato affidato dallo stato. Non esisteva proprietà privata in quanto era comune credenza che le terre appartenessero agli Dei, ed ai templi veniva consegnato il raccolto, salvo quella parte che serviva per il sostentamento degli agricoltori. Il raccolto veniva ammassato nel tempio che sorgeva al centro della città, e serviva come scorta per i periodi di carestia.

(…)Il tempio non era importante solo in quanto fungeva da pubblico magazzino, ma perché era luogo di culto, sede del governo e luogo di commerci. Qui si custodivano le greggi, si vendevano carni e pelli, si lavoravano i metalli, oro argento e bronzo, si realizzavano i manufatti in legno e qui gli architetti progettavano strade, edifici e canali d’irrigazione. Ed infine il tempio fungeva anche da banca. Qui venivano depositati oro, argento, grano e manufatti vari e si procedeva alla concessione dei prestiti ai privati.

Dal punto di vista religioso i Sumeri vedevano l’origine di tutte le cose nello scontro fra i due principi fondamentali: Apsu il  principio maschile, il bene, e Tiamat il principio femminile, il male. Da questa infelice e malsana credenza discendevano conseguenze ferali per la donna, che veniva considerata come un oggetto qualsiasi, la cui unica utilità consisteva nel fatto che era capace di generare.

Da quelle parti però in 6000 anni non pare che le cose siano di molto cambiate.

E’ strano come un popolo così tecnicamente, economicamente e civilmente avanzato, trattasse le donne in maniera così barbara.

(…) I Sumeri avevano una visione pessimistica di ciò che li attendeva dopo la morte, in quanto si credeva che l’anima dell’uomo continuasse a vivere da spirito maligno fra spiriti maligni, nutrendosi di fango e di polvere e che nell’oltretomba ogni felicità fosse preclusa. La felicità poteva essere raggiunta solo su questa terra, per questo si praticava il culto degli Dei, nella speranza di acquistare beni terreni, salute e ricchezza, e si rifuggiva da comportamenti peccaminosi ed offensivi verso la divinità per evitare malattie, tempeste e alluvioni.

Questi Sumeri di 6000 anni fa, così moderni, così civili, così social-democratici mi hanno un po’ deluso per via del trattamento riservato alle donne. Bisogna però rammentare come non tutte le civiltà fossero così misogine. Nell’antico Egitto le donne godevano di diritti e dignità, presso gli Etruschi c’era quasi una sostanziale parità fra uomo e donna. Solo presso gli Ebrei, i Greci e i Romani, almeno in epoca repubblicana, le donne dovettero soffrire emarginazione e repressione.

(…) A questo punto si può concludere che un popolo può essere civile, progredito, socialista e cristiano anche senza amare le donne, che in fondo sono anche numericamente una parte irrisoria dell’umanità, attualmente non raggiungono che il 52% dell’intero genere umano!

AFORISMA. La Torre di Babele è la rappresentazione classica della follia umana.

G. ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburon, 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” per gentile concessione dell’autore.

VLAD TEPES E’ IL CONTE DRACULA?

foto inizio

Questo articolo metterà davanti agli occhi dei lettori due mostri sacri – uno della letteratura e l’altro della storia – Il conte Dracula. Per quanto riguarda Dracula letterario tutti noi abbiamo qualche notizia, informazione, abbiamo magari letto il libro o visto una delle numerose produzioni cinematografiche.Per quanto riguarda invece il principe Vlad Dracula, le cose sono diverse. Vi presentiamo quindi, la figura di questo personaggio storico, realmente esistito, un personaggio rappresentativo per la storia della Romania e del popolo rumeno.

Nel 1488 a Norimberga in Germania, venne pubblicato un manoscritto, intitolato “Storie tedesche del voievoda Dracula”, che si apre cosi:
Ecco la storia crudele e terribile di un uomo selvaggio e assetato di sangue, Dracula il voievoda. Da come impalò e arrosti gli uomini e li fece a pezzi come cavoli. Arrosti anche bambini e costrinse le madri a mangiarli. Molte altre cose sono scritte in questo libello, anche sulla terra su cui regnò.

Die_geschicht_dracole_waide_-_05

Nel 1897 lo scrittore irlandese Abraham Stoker crea il suo più famoso personaggio – il conte Dracula, antagonista dell’omonimo romanzo. L’ispirazione per il celebre personaggio con cui diventa poi famoso in tutto il mondo gli venne grazie ad un incontro avvenuto nel 1892 con il professore di nazionalità ungherese Arminius Vambery, che gli narrò la leggenda del principe rumeno Vlad Tepes, trasfigurato poi da Stoker nel Conte Dracula.

BramStoker

Lo scrittore Abraham (Bram) Stoker

Tuttavia, il personaggio Dracula letterario ha ben poco in comune con il Dracula storico, considerato un eroe patriotico dal popolo rumeno, ed inoltre nel romanzo non viene specificato se i due siano effettivamente la stessa persona (anche se ci sono numerosi indizi che danno conferma a questa ipotesi).

Dracula1st

La prima edizione del libro “Dracula” di Bram Stoker

Bram Stoker non è il primo scrittore che ha collocato il suo personaggio in Transilvania. Alexandre Dumas-padre, nel libro “Les mille et un fantomes” del 1860, racconta la storia di un vampiro che si aggira per le montagne di Carpati, la principale catena montuosa che attraversa la Romania dal nord, circondando la Transilvania per finire in Valacchia. Jules Verne nel suo romanzo “Il Castello di Carpati”, del 1892, parla delle credenze in una serie di creature soprannaturali provenienti da queste montagne.

A ogni modo, molte autorità storiche ritengono che il personaggio Dracula nel romanzo di Stoker si basi sulla figura storica di Vlad Tepes, che ha governato in modo intermittente una zona dei Balcani, chiamata Valacchia, nell’ odierna Romania, alla metà del XV secolo.

220px-Vlad_Tepes_001

Vlad Tepes (1431-1476)

Castelli minacciosi e montagne rocciose fanno dalla Romania lo scenario perfetto e ideale per le leggende sui vampiri. Nel libro “Dracula”, Jonathan Harker, uno dei protagonisti, dice: “ho letto che ogni superstizione del mondo si raccoglie nel ferro di cavallo dei Carpazi, come se fosse il centro di una sorte di vortice di fantasia.”
65

4148335-fortezza-rupea-rovine-in-romania

Liteni_castle,_Cluj_county,_Romania (400 x 248)

1415980865_bdca263de0

Ma se guardiamo sotto i sentieri e fortezze in rovine, troviamo la vera storia di Vlad Dracula.

Vlad III Dracula, soprannominato Tepes , nacque a Sighisoara, il 2 novembre del 1431 nella zona sassone della Transilvania, una regione che allora era vassalla, sotto il dominio dell’ Impero Ungherese. Tutt’oggi, la città ricorda i natali del principe con una lapide commemorativa apposta alle mura esterne dell’edificio dove è venuto al mondo.

dracula-tour-Sighisoara-Vlad-Tepes-born-house

La casa natale del principe Vlad Tepes

imagesCA3QUC5G

Lapide commemorativa con i periodi del regno di Vlad Tepes

E’ stato voievoda (titolo reale attribuito al principe regnante in Romania del XV secolo) della Valacchia in tre periodi diversi, nel 1448, dal 1456 al 1462, e infine nel 1476 l’anno della sua morte, diventando uno dei sovrani più temuti della storia.

Valacchia

Mappa geografica della Romania con le regioni

Da imponenti castelli e fortezze medievali, alle prigioni nelle quali le vittime aspettavano la loro morte, fino alle caverne piene di pipistrelli da dove sono nate le leggende sui vampiri, il territorio della Romania trabocca di segreti e misteri. Nel libro, Stoker descrive la Transilvania come una regione arretrata, abitata dai animali selvaggi e dai contadini superstiziosi, una residenza adeguata per un mostro che esce dalla sua tana per minacciare la popolazione. Il romanzo si apre e si chiude in Transilvania, e quindi questa regione ha lasciato un impronta indelebile sul lettore. Un mondo di cose oscure e terribili che assume le dimensioni di un mito e metafora, una terra al di là della comprensione umana.

Il padre di Vlad Dracula, Vlad II, si unì all’ Ordine del Drago – ORDO DRAGONIS – un ordine cavalleresco creato all’inizio del XV secolo dal Re d’Ungheria, Sigismondo.

Dragon_order_insignia

Lo stemma dell’ordine del Drago

220px-KHM_Wien_A_49_-_Ceremonial_sword_of_the_Order_of_the_Dragon,_c__1433

La spada dei cavalieri appartenenti all’ordine del Drago

L’onore di ricevere dall’ imperatore le insegne del Drago era elevatissimo, se si considera la fama internazionale acquistata in quei anni dall’ordine, al quale chiesero di poter aderire sovrani lontani tra loro per civiltà e cultura, come Ladislau II Jagellone, Re di Polonia, e Alfonso II d’Aragona e Sicilia, il conquistatore di Napoli.

Lo scopo dell’ordine era di proteggere la Cristianità e lottare contro i turchi ottomani. Vlad II venne chiamato “Diavolo” – Dracul in lingua rumena, e tale divenne il suo stemma e il suo simbolo. Il figlio, Vlad III prende il nome di” Vlad Draculea“, cioè il “Figlio del Diavolo”. Il suo epiteto più famoso fu però” Tepes”,” l’Impalatore”, causa la sua predilazione per questo tipo di supplizio nell’eliminazione dei suoi nemici e dei criminali, che venivano puniti dal principe dolorosamente, cioè impalati. A partire dal 1550 tutti i documenti circolanti nel Impero Ottomano chiamavano il principe Vlad – “Kaziglu Bey”, principe impalatore in lingua turca.

Per apprezzare e soprattutto per capire la storia di Vlad Tepes è essenziale comprendere le forze sociali e politiche della regione nel XV secolo. In termini generali si tratta di una storia di lotte per ottenere il controllo della Valacchia, una zona direttamente interessata alle due forze potenti all’epoca: Ungheria e L’Impero Ottomano.

europe1560cq1

L’assetto politico nella regione dei Balcani nel XV secolo. Si nota la posizione geografica della Valacchia tra l’Ungheria e l’Impero Ottomano

Per quasi mille anni, Costantinopoli era rimasto come l’avanposto di protezione dell’Impero Romano Orientale, bloccando l’accesso dell’Islam in Europa. Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 e l’arrivo sulla scena politica del sultano Maometto, il Conquistatore, tutta la Cristianità fu improvvisamente minacciata dalla forza armata dei turchi ottomani. Il regno ungherese a nord e ovest della Valacchia, un regno che raggiunse il suo apice nel corso di questo stesso tempo, assunse il mantello di difensore della Cristianità. I governanti della Valacchia, quindi, sono stati costretti a placare i due imperi per mantenere la loro sopravvivenza, spesso alleandosi con l’uno o con l’altro, a seconda di ciò che era utile ai loro interessi.

Un altro fattore che influenzava la vita politica era la modalità di successione al trono della Valacchia. I ricchi proprietari terrieri ed i nobili rumeni (chiamati boieri) avevano il diritto di eleggere il principe sovrano tra i vari membri della famiglia reale. Questo ha permesso la successione al trono di principi che usavano la corruzione, la violenza o addirittura il crimine (eliminando i rivali) come mezzi per essere eletti. Infatti sia Vlad padre che suo figlio, Vlad III hanno assassinato i loro concorrenti per impossessarsi del trono della Valacchia.

E’ questa la scena sulla quale cresce il futuro principe valacco, Vlad Tepes! La violenza e il crimine, ma anche forti giochi di potere hanno sempre accompagnato la sua esistenza.

Nel 1442 i turchi aiutano Vlad II, a conquistare il trono della Valacchia, ma come compenso lui deve mandare due dei suoi tre figli in ostaggio preso gli ottomani, quindi se il padre dovesse tradirli, i turchi si vendicherebbero sui ragazzi. I due figli minori Radu e Vlad rispettivamente di 11 e 12 anni, restano ostaggi del sultano per 6 anni, mentre il padre ritorna in patria. In quelle terre orientale, i due principi adolescenti conobbero grandi piaceri ma anche tremende crudeltà: quasi sicuramente Vlad ebbe modo di assistere agli impalamenti, praticati con grande frequenza e che ne condizionarono profondamente il suo carattere. Mentre Radu, detto “Il Bello”, ebbe una sorte diversa , entrando a far parte dell’ harem maschile del sultano Murad.

Intanto in patria, Vlad II e il figlio maggiore Mircea, si distinsero nella lotta contro l’avanzata ottomana. La fedeltà all’Ordine del Drago del voievoda Vlad e la sua relazione con i sovrani d’Occidente, uniti contro l’espansione ottomana, naturalmente non hanno contribuito ad alleviare la sorte dei due giovani prigionieri.

Nel 1447, gli ungheresi circondano la Valacchia e si preparano ad attaccare. A peggiorare le cose è il fatto che l’anziano Vlad è odiato dal popolo su cui regna. I suoi sudditi si uniscono agli ungheresi e rovesciano la situazione. Il figlio maggiore, Mircea venne sepolto vivo, mentre il padre venne ucciso per decapitazione dai suoi stessi uomini. Dopo la morte del genitore, i turchi liberano il giovane Vlad, ma solo per metterlo a capo di una delle loro armate con lo scopo di vendicare la morte del padre e riconquistare il trono della Valacchia. Nell’ ottobre del 1448, all’età di soli 17 anni, Vlad Tepes grazie ad una congiura e aiutato dall’armata ottomana, sale al trono per alcune settimane, ma un altro pretendente, Vladislau II, appoggiato dall’Impero Ungherese, ha la meglio su di lui. Vlad è costretto a fuggire in esilio in Transilvania e attendere il 1456. Quest’anno segna l’inizio del suo principato più lungo – 6 anni. Dall’esilio rientra in patria con un cospicuo numero di soldati e fedeli, uccide Vladislau II e s’impossessa del trono della Valacchia. A soli 25 anni, Vlad sta per fare qualcosa di molto più terrificante di quanto raccontano le leggende sui vampiri.

Nel principato di Valacchia con la capitale a Targoviste, il principe Vlad Tepes ha preso il potere, suo padre è morto così come il fratello maggiore. E’ circondato dai nemici, ottomani al sud, ungheresi a ovest, e innumerevoli assassini tra la sua gente. Per difendere i suoi titoli e il trono, Vlad fortifica la capitale Targoviste contro gli attacchi, e pianifica una vendette così brutale, così sanguinosa contro coloro che hanno partecipato all’assassinio del padre e del fratello,che questa gli darà un nuovo soprannome: L’Impalatore! Lo storico rumeno Constantin Cantacusino (1650-1716) nelle sue “Cronache”, lasciò una ricostruzione drammatica del massacro compiuto da Vlad ed entrato nella storia con il nome “Pasqua di sangue a Targoviste”.

40

Una litografia dell’epoca che mostra il principe Vlad che mangia sul campo d’impalamento nel giorno di “Pasqua di sangue a Targoviste”

Intanto, anziani, donne e bambini erano deportati nella Valle di Arges, a 60 km dalla capitale Targoviste, dove avrebbero costruito il castello di Poenari, un castello che si trova in cima ad una montagna rocciosa a 860 m. Anche se la letteratura colloca il castello di Dracula in Transilvania (Castello Bran), ciò è dovuto alla propaganda dei mercanti di origine sassone. La vera fortezza di Vlad è quella di Poenari, che è anche il teatro del suicidio della moglie del voievoda- Elisabeta- che si gettò da una torre per non essere catturata dall’armata ottomana durante uno dei loro innumerevoli attacchi.

Il video a disposizione mostra le rovine della fortezza di Poenari.

La tortura e l’impalamento sono metodi che Vlad Tepes usa di continuo per mantenere l’ordine nel suo regno!

Nel 1459, durante il giorno di San Bartolomeo, in una città della Transilvania – Brasov – Dracula fece invitare a palazzo alcuni mercanti che avevano mostrato odio e disprezzo nei confronti della sua persona. Decise di farli saziare di cibo, e quindi fece sventrare il primo, e obbligò il secondo a mangiare ciò che il collega, ormai senza vita, aveva nello stomaco. L’ultimo mercante venne fatto bollire e la sua carne fu data in pasto ai cani.

Nella città di Sibiu, sempre in Transilvania, nel 1460, Vlad Tepes fece impalare 10.000 persone colpevoli di aver appoggiato Vladislau II, e cosparse i corpi con miele per attirare ogni tipo di insetto. Le donne macchiatesi di tradimento nei confronti del marito venivano impalate davanti alla loro casa e ai loro famigliari. I ricchi venivano impalati stendendoli più in alto degli altri o facendo ricoprire l’asta d’argento.

Nel 1461 due ambasciatori del sultano turco Mehmed arrivarono al palazzo, poiché quella era l’occasione per Vlad di fare la pace con il sultano, che era il suo nemico più potente e poteva distruggere la Valacchia senza il minimo sforzo. Quando si prostrarono ai piedi di Vlad, chinarono la testa ma non si vollero togliere il turbante, perché rappresentava il simbolo della loro religione. Ma quel gesto fu fatale, perché era un segno di disprezzo per Dracula, che irritato, ordinò di inchiodare il turbante alla testa dei ambasciatori.

vlad_dracul

Gli ambasciatori ottomani davanti al principe Vlad Tepes

A dimostrazione di come Vlad Tepes abbia combattuto a lungo e senza pietà i turchi ottomani si può citare una lettera da lui scritta al re d’Ungheria, Mattia Corvino l’11 febbraio 1462, in cui lo informa “di aver giustiziato ben 23.883 turchi solo negli ultimi tre mesi”.

02-buc-1[1]

Lettera di Vlad Tepes a Mattia Corvino

Ora Vlad è nemico dei turchi ottomani e nell’aprile del 1462 questi attaccano, invadendo la provincia di Valacchia con un’armata tre volte superiore a quella del principe rumeno. Lui si ritira nella fortezza di Targoviste, una fortezza che a quei tempi era sulla misura del nome del principe che l’aveva scelta come capitale! Parti di questa fortezza sono tutt’ora in piedi, anche se rappresentano solo un terrificante ricordo! Quello che succederà qui segnerà la sinistra reputazione di Vlad!

corte-principesca-targoviste

La fortezza di Targoviste

Ritirandosi, fa terra bruciata alle sue spalle, mettendo a fuoco i villaggi, avvelenando i pozzi d’acqua in modo da non lasciare niente da mangiare e da bere ai suoi nemici. Quando l’esercito ottomano arriva alle mura della fortezza si trova davanti una scena d’incubo! Vlad ha impalato 20.000 prigionieri tra cui molte donne e bambini! Ha utilizzato addirittura i tronchi d’alberi! Si gode la scena dal punto più alto della fortezza, una torre che tutt’oggi è ancora in piedi. I turchi si fermano inorriditi urlando: “Setyan Aramizda Uldugunu” ! “Il Diavolo è qui tra noi“! La tattica di Vlad funziona, i turchi si ritirano perché a Targoviste hanno incontrato il Diavolo in persona.

Comunque la città è distrutta, le forze di Vlad ridotte ai minimi termini, e un nuovo voievoda venne messo sul trono di Valacchia : Radu il Bello, il fratello minore di Vlad, che era rimasto presso la corte del sultano, abbracciando la religione musulmana.

L’odio profondo che lui mostrava nei confronti di Vlad, costrinse quest’ultimo a rifugiarsi nella provincia di Transilvania, e a confidare in una possibile alleanza con il re d’Ungheria. Ma la situazione era mutata a suo svantaggio. Il re ungherese Mattia Corvino si trovava ad aver molto bisogno dell’appoggio dei ricchi mercanti tedeschi che erano stati in passato duramente perseguitati dal voievoda. Mentre Vlad cerca di raggiungere il castello di Poenari dove sarebbe stato al sicuro, fu fermato da alcune truppe ungheresi, che lo arrestarono e lo condussero prigioniero nel castello di Bran.

tour007-bran-castello

Castello Bran nella regione della Transilvania. Costruito nel 1431 sullo spuntone di una roccia, doveva difendere e controllare la strada commerciale che univa la provincia di Valacchia alla Transilvania. Era anche un posto di dogana. Fu il re Ludovico d’Anjou che accordò il diritto agli abitanti della città di Brasov di costruire questa fortezza in pietra, per permettere la sorveglianza della strada commerciale tra le due più importante province rumene.

Due anni dopo Vlad fu portato nella fortezza di Visegrad, in Ungheria dove rimasse per ben 12 anni come prigioniero.

download.jpg visegrad

La fortezza di Visegrad, Ungheria

Nel 1476 i turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldova, un’altra della regioni della Romania. Il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guerresche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia dove riusci a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco aveva sostituito Radu il Bello. Ancora una volta, la sua vendetta si compì e per tredici mesi, innumerevoli nemici furono impalati su un bosco di pertiche erette ovunque.

220px-VladOriginal

Ritratto d’epoca di Vlad Tepes

Niccolo Modrussa, un delegato del papa Paulus II ,vedendo Vlad Tepes, lo descrive come un nobile pieno di mistero,”non troppo alto di statura, ma forte e robusto, freddo e terribile di aspetto, con un gran naso aquilino, narici larghe, un volto magro e rossiccio, con grandi occhi verdi spalancati e incorniciati da nere ciglia, molto folte e lunghe, che davano agli occhi un aspetto terrificante. Il viso e il mento erano rasati ma portava i baffi. Le tempie larghe aumentavano l’ampiezza della fronte. Un collo taurino univa la testa alle sue larghe spalle coperte da ciocche dei suoi lunghi capelli neri”.

Non sappiamo con certezza come avvenne la morte di questo inquietante personaggio. Sono tante le leggende che raccontano la sua fine. Una di esse ci dice che fu ucciso dagli ottomani durante una battaglia, la sua testa tagliata ed inviata insieme alla sua spada a Costantinopoli, dove il sultano Mehmet II le nasconde in una prigione segreta… per impedirgli di tornare in vita!

Lucica

COSMOLOGIA – CENNI STORICI – prima parte

In ogni secolo gli esseri umani hanno pensato di aver capito definitivamente l’Universo e, in ogni secolo, si è capito che avevano sbagliato. Da ciò segue che l’unica cosa certa che possiamo dire oggi sulle nostre attuali conoscenze è che sono sbagliate.

                                                              Isaac Asimov, Grande come l’universo, Saggi sulla scienza

La cosmologia nasce quando l’uomo incomincia a porsi le grandi domande che riguardano la propria collocazione nell’universo e l’origine, ed eventualmente la fine, dell’universo stesso.

All’alba della civiltà, queste domande hanno una risposta di tipo religioso: gli astri sono visti come dei e a essi si attribuisce il potere di influire sui destini umani. L’interpretazione religiosa lascia tracce anche in quella successiva, di tipo filosofico, che si consolida in Grecia con Aristotele: dagli dei gli oggetti celesti ereditano caratteristiche come la perfezione, l’immutabilità, l’eternità. La cosmologia diventa scientifica quando , con Galileo Galilei (1564-1642), la riflessione sull’universo incomincia a basarsi sull’osservazione.

Immagine

Un’incisione con l’orbita dei pianeti e delle costellazioni intorno alla Terra, pubblicata da Andreas Cellarius nell’opera Harmonia Macrocosmica (1660) 

L’attuale concezione evolutiva dell’universo è però molto recente: si afferma soltanto nella seconda metà del Novecento, con l’accumularsi di indizi osservativi a favore del Big Bang, il grande scoppio primordiale dalla cui energia si sarebbe formata, 15 miliardi di anni fa, la materia. Questa materia, con successive trasformazioni, ha generato tutto ciò che oggi osserviamo.

La cosmologia è per definizione “Scienza del Tutto“. Questa definizione soffre tuttavia di una limitazione fondamentale: non tutte le cose che appaiono nell’universo sono percepibili o osservabili con gli strumenti attualmente in nostro possesso e dobbiamo per forza di cose limitarci a considerare solamente quelle che sono sia pure indirettamente accessibili o ipotizzabili. Ne segue che ogni concezione dell’universo risente del contesto storico in cui è stata formulata e che quello che nel passato era considerato come l’intero universo appare oggi come una parte inpercettibile del tutto. Non possiamo quindi escludere che lo stesso destino attenda la pur grandiosa macchina cosmica del modello attuale.

L’universo geocentrico di Aristotele era eterno e supponeva che tutti i corpi celesti si muovessero intorno alla Terra lungo orbite circolari. Nel II secolo d.C. lo schema aristotelico fu ripreso da Tolomeo (100 circa-175 circa) che lo strutturò in una serie di sfere concentriche, fatte di “quintessenza” (il Quinto Elemento, oltre il mondo fenomenico, costituente i corpi celesti), e di epicicli, ossia di cerchi minori in movimento lungo le sfere principali.

Immagine

Claudio Tolomeo

Il modello di Tolomeo fu infine incorporato da San Tommaso d’Aquino nella visione cristiana del mondo.

Immagine

Claudio Tolomeo, Almagesto

E’ il nome arabo (“al-Magesti”) di un trattato astronomico del II° secolo (intorno al 150) che spiega i moti delle stelle, dei pianeti e della Luna secondo un modello geocentrico che pone la Terra al centro dell’universo. Per più di mille anni fu accettato nei paesi occidentali e arabi come il corretto modello cosmologico. Fu scritto originariamente in greco col titolo “He’ Megale’ Syntaxis” (“Il grande trattato”) da Claudio Tolomeo di Alessandria d’Egitto. Il modello descritto è quindi detto modello tolemaico.

Nella cosmologia di San Tommaso l’universo perde la sua immutabilità perché creato da Dio e lo stesso Dio continua a essere presente nel cosmo come motore immobile della sfera delle stelle fisse che trascina con sé le altre. Questo modello, che è in effetti una sintesi di quello biblico e di quello aristotelico, regnò incontrastato fino a quando  Giovanni Buridano (1300 circa- 1361) mosse nel Trecento una prima critica sostenendo che il moto delle stelle non era mantenuto dall’intelligenza divina, il dantesco “amor che muove il sole e le altre stelle”, bensì dalle stesse leggi che governano il moto dei corpi materiali sulla Terra.

Un’altra crisi fu aperta da Giordano Bruno (1548-1600) con la transizione dall’universo finito all’universo infinito e privo di centro; lo stesso Bruno pagò con il rogo questa idea.

Immagine

Giordano Bruno

Il sistema eliocentrico, cioè il sistema che pone il Sole al centro del mondo, fu proposto in forma anonima dal canonico Nicolò Copernico nel 1514 e successivamente venne sostenuto sia da Galileo Galilei che da Keplero, nonostante alcuni difetti.

Immagine

Una rappresentazione dell’universo in chiave eliocentrica, con il Sole al centro dell’orbita della Terra e di quella dei altri pianeti. Il primo a suggerire questa visione fu Copernico nel 1514.

Nel 1609 Galileo, usando il cannocchiale, scoprì i satelliti di Giove e inflisse un ultimo colpo al sistema tolemaico.

Immagine

Ritratto di Niccolò Copernico esposto presso il municipio di Torun (Polonia) dal 1580

Immagine

Galileo Galilei

Immagine

Giovanni Keplero

Nella nascita della cosmologia moderna va sottolineata l’importanza che ebbe la visione di Galilei e di Keplero, ambedue convinti che il “gran libro della natura” fosse scritto in linguaggio matematico. La scoperta del cannocchiale espanse i limiti dell’universo al di là di quanto era immaginabile per Tolomeo. Galileo fu il primo a rendersi conto che la Via Lattea era un immenso aggregato di stelle.

La pubblicazione nel 1687 dei “Philosophiae naturalis principia mathematica” (Principi matematici della filosofia naturale) di Newton(1642-1727) rimane uno dei avvenimenti più significativi nella storia della scienza e in particolare della cosmologia.

Immagine

Sir Isaac Newton

Immagine

Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, copertina, prima edizione 1686/1687

In quest’opera Newton propose una teoria del moto dei corpi ed elaborò il calcolo infinitesimale che ne era la controparte matematica. Inoltre Newton postulò quella legge della gravitazione universale che ancora oggi rende conto con grande precisione del moto dei corpi celesti.

Immagine

Una pagina del trattato di Newton con la legge del moto dei corpi celesti

Secondo Newton, l’universo infinito non aveva centro ed evitava così il collasso. In realtà l’universo infinito non sarebbe stato comunque stabile, poiché un piccolo addensamento locale avrebbe creato le condizioni per la propria crescita destabilizzando l’intera struttura. Nessun discorso cosmologico può prescindere da una stima delle dimensioni dell’universo.  La conquista di questo parametro è stata molto difficile ed è avvenuta soltanto nell’Ottocento. Fino a meno di due secoli fa si conoscevano esclusivamente le dimensioni del Sistema Solare, e anche questo con larga approssimazione. Non si aveva invece un’idea realistica della distanza delle stelle. Nel 1838 Friedrich Wilhelm Bessel (1784-1846) misurò per la prima volta la distanza tra una stella e l’altra, mediante il metodo della triangolazione diretta ottenendo 10 anni luce.

Immagine

Friedrich Wilhelm Bessel

La stella più vicina risultò ad essere Alfa Centauri, che dista 4,3 anni luce dalla Terra.

Immagine

La posizione della stella Alfa Centauri nella costellazione Centauro

(segue…) 

                                                                       Lucica

L’OPERA DI LEONARDO DA VINCI – I CODICI

Scegliendo come proprio esecutore testamentario Francesco Melzi, Leonardo da Vinci decide il 23 aprile 1519, che a lui andranno tutti i manoscritti e i lavori del maestro. E’ un lascito favoloso per un artista che è “premier peintre et ingenieur et architecte du roi” Francesco I: poiché dona il lavoro di una vita, molte migliaia di pagine di disegni, appunti, ritratti, un patrimonio già prestigioso, al proprio pupillo, allievo e compagno non ancora trentenne.

Immagine

Leonardo da Vinci, Autoritratto, sanguigna su carta, 33,5×21,6cm circa, Biblioteca Reale, Torino

francesco melzi rivista_pittura_i0007bci

Giovanni Antonio Boltraffio (attribuito)  Ritratto di Francesco Melzi 

Un’eredità inestimabile  quella che Francesco Melzi terrà gelosamente presso di sé nella villa familiare di Vaprio d’Adda, per il mezzo secolo in cui ancora visse, non mostrandola mai a nessuno.   Immagine

Villa Melzi a Vaprio d’Adda, Milano

Quasi che nelle ultime volontà di Leonardo ci fosse un cupio dissolvi, un desiderio di non comunicare, di nascondere e occultare, affidando i suoi più preziosi beni, ovvero le ricerche, gli studi, i progetti e le idee a un destino senza memoria.

Quasi che volesse lasciare dietro di sé un’attesa senza speranza,mostrando così il tormento e l’inquietudine che l’avevano segnato tutta la vita. In ogni caso, tutto l’enorme patrimonio di Leonardo da Vinci, su cui oggi si reggono in gran parte il mito e la notorietà dell’artista, non era destinato a essere conservato e vincolato in archivi sicuri, collezioni o depositi reali, né destinato a stampa o rapida diffusione. Francesco Melzi  quei manoscritti trattenne e nascose e soltanto sfogliò in privato, estrapolando alcuni fogli per dare consistenza al cosiddetto Trattato della Pittura, apparso in una prima versione a stampa a Parigi nel 1651.

La copertina del Trattato della Pittura

Immagine

Trattato della Pittvra di Lionardo Da Vinci, “novamente dato in luce, con la vita dell’istesso autore, scritta da Rafaelle du Fresnne”.

Immagine

 Leonardo da Vinci, un foglio del Trattato della Pittura

Immagine

Leonardo da Vinci ,un foglio del Trattato della Pittura

Il Trattato, a sua volta, era soltanto una silloge abbreviata del Codice Urbinate lat. 1270 della Biblioteca Apostolica Vaticana, poi riscoperto ai primi dell’Ottocento, come si può apprendere leggendo la corrispondenza fra il bibliotecario Gaetano Luigi Marini e il pittore milanese Giuseppe Bossi, figura essenziale per la ripresa della ricerca leonardesca in età romantica.

Immagine

Leonardo da Vinci, Trattato di Pittura, 219v, Codice Vaticano Urbinate Lat. 1270, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Ma ancora, il Melzi fu così improvvido, o forse così schiacciato da un’eredità vasta, da lasciare che gli eredi causassero la dispersione dei manoscritti, ammucchiati nel sottotetto, quasi a disposizione di ospiti e antiquari di passaggio. La riscoperta dei  Codici di Leonardo costituirà quindi un’avventura bibliografica e intellettuale che muove da più di due secoli energie e passioni.

Il giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” vi propone un viaggio attraverso il tempo alla scoperta delle storie e faccende che si celano dietro ad ogni uno di questi meravigliosi Codici di Leonardo da Vinci.

Codice Titolo Data No. disegni Luogo di conservazione
Codex arundel.jpg Codice Arundel (1478-1518) 273 British Library (Londra)
Aile mobile Luc Viatour.jpg Codice Atlantico (1478-1518) 1.119 Biblioteca Ambrosiana (Milano)
Codex trivulzianus.jpg Codice Trivulziano (1478-1490) 52 Castello Sforzesco (Milano)
Detail Da Vinci codex du vol des oiseaux Luc Viatour.jpg Codice sul volo degli uccelli (1505) 17 Biblioteca Reale (Torino)
Codex ashburnham.jpg Codice Ashburnham (1489-1492) 44 Istituto di Francia (Parigi)
Paris Manuscript E 1.jpg Codici dell’Istituto di Francia (1492-1516) 964 Istituto di Francia (Parigi)
Codex Forster Book I Fol 7.jpg Codici Forster (1493-1505) 300 Victoria and Albert Museum (Londra)
Vinci - Hammer 2A m.jpg Codice Leicester (1504-1506) 36 Collezione privata di Bill Gates
Studia szkieletu.jpg Fogli di Windsor (1478-1518) 600 Castello di Windsor (Berkshire)
Kodeks madrycki I Leonardo.jpg Codici di Madrid (1503-1505) 349 Biblioteca nazionale (Madrid)

fonte: Wikipedia

A seguire si segnala un breve percorso bibliografico, necessariamente parziale, per chi desideri approfondire i differenti aspetti dell’attività di Leonardo da Vinci.

Ettore Verga, Bibliografia Vinciana, Bologna, 1931

Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori nelle redazioni del 1550 e 1568, a cura di Rosanna Bettarini e Paola Barocchi, 4 voll., Firenze 1976

Trattato della Pittura di Lionardo da Vinci, a cura di Raphael Trichet Du Fresne, Parigi, 1651

Carlo Amoretti, Memorie storiche su la vita, gli studi e le opere di Lionardo da Vinci, in Trattato della Pittura, Milano, 1804.

                                                                                                                      Lucica

NEANDERTHAL

G. A B R A M- C O R N E R

Immagine

Noi umani, che in sempre maggior numero calpestiamo ogni angolo del pianeta, abbiamo avuto qualche tempo fa un fratello bello, forte, gagliardo e intelligente, che poi abbiamo perso per sempre o forse sopravvive segretamente e silenziosamente dentro di noi. Il suo nome è Homo e di cognome fa Sapiens Neanderthalensis, mentre noi facciamo Homo Sapiens Sapiens (due volte). 

Era il 1856 quando durante degli scavi in una cava di ghiaia nella valle del Neander, in Germania vicino a Dusseldorf, un operaio s’imbatté in uno straordinario frammento di cranio ed alcune ossa che finirono casualmente nella raccolta di teschi e reperti fossili umani ed animali di un professore di ginnasio, che sottoposte lo stranissimo cranio agli esperti dell’Università di Bonn. Fu allora che si scatenò la rissa furibonda fra scienziati, col coinvolgimento dell’opinione pubblica e perfino della Chiesa, sull’identità del titolare di quelle ossa che attestavano autentiche caratteristiche umane, anche se un po’ diverse dalle nostre. Nel frattempo era uscito il famoso, rivoluzionario e contestato volume di Darwin sull’origine della specie, che chiarì molte cose e fu alla luce di queste nuove idee che qualcuno ipotizzò che, con molta probabilità, in passato avevamo avuto un fratello umano molto simile a noi, col quale avevamo perfino convissuto e non per qualche week-end ma per alcuni millenni.

Ma chi era quest’uomo e da dove veniva? L’uomo di Neanderthal, che chiamerò Neander per brevità, proveniva dalla notte dei tempi, e rappresentava un ramo laterale del nostro stesso albero evolutivo, una specie di ramo cadetto(come i Savoia e gli Aosta). La loro esplosione demografica si ebbe alla fine della glaciazione di Riss, un oceano di ghiaccio che occupò un terzo delle terre emerse per oltre 100.000 anni, da circa 250.000 a 125.000 anni fa, e prosperò durante la glaciazione di Wurm durata da circa 80.000 fino a 11.000 anni fa.

Il Neander popolò tutta l’Europa continentale e il Medio-Oriente per oltre 50.000 anni, fino a circa 30.000 anni fa, quando ebbe la sfortuna di incontrarci.

Questo nostro fratello visse quindi in contemporanea con l’ultima glaciazione, la quale fu però intervallata da periodi temperati e perfino caldi, anche se nella maggior parte dei millenni il freddo dominò incontrastato. Basti pensare che sopra l’Inghilterra e la Scandinavia gravava il peso di una coltre gelata di oltre 2.000 metri e anche sulle Alpi con lingue e propaggini fino alla pianura padana. L’ambiente era terribilmente ostile e per sopravvivere occorreva una capacità di adattamento eccezionale ed un fisico nerboruto ed il Neander possedeva in maniera eccellente entrambe le qualità. Egli non era molto alto, circa 155-165 cm di statura, come del resto l’Italiano medio ottocentesco, anche se in Medio-Oriente sono stati ritrovati scheletri di questi uomini alti più di 170 cm, ma aveva una corporatura robusta con una muscolatura potentissima.

Le ossa erano forti e pesanti con attacchi che fanno presupporre muscoli pettorali e dorsali possenti e così per la muscolatura del collo decisamente taurina. Se Neander avesse stretto la mano a uno di noi ci avrebbe causato fratture multiple scomposte, e Tyson sul ring sarebbe finito al tappeto nel giro di dieci secondi!

Straordinaria era anche la testa, provvista di un cervello enorme fini a 1.600 centimetri cubi, quando nell’uomo attuale è di circa 1.400/1.500, anche se non è la quantità del cervello che ne garantisce la qualità, quanto la sua organizzazione.

Aveva inoltre un viso caratterizzato da arcate sopracciliari pronunciate, un naso imponente, un mento sfuggente e la fronte bassa, a differenza di noi umani contemporanei che siamo in possesso di fronti altissime a volte inutilmente spaziose.

Il Neander viveva in piccole comunità esercitando la caccia, la pesca e la raccolta di frutti spontanei, non essendo ancora stata inventata l’agricoltura e scarsamente praticato il commercio, ed aveva una dieta che molti studiosi definiscono varia, e nessuno di loro soffriva di carie dentaria. Questo ci fa presumere che commercialisti e dentisti fossero fortunatamente categorie professionali sconosciute presso di loro.

In conclusione tutto ci porta a pensare che fossero tozzi e tarchiatelli ma anche forti e scattanti, veloci e nerboruti e forse, dato l’ambiente in cui vivevano, anche provvisti di una bionda capigliatura e profondi occhi celesti!

Il fratello Neander cacciava anche animali di grossa taglia come il cavallo, l’uro, possente capostipite del bue europeo (Bos Primigenius), cervi, daini, stambecchi, cinghiali e perfino il mammuth ed il rinoceronte lanoso, evitava però di stuzzicare l’orso delle caverne(Ursus Speleus), una bestiolina alta tre metri e di una tonnellata di peso, non si sa se per tabù religioso o per il terrore che il bestione suscitava. Infatti nelle discariche neanderthaliane le ossa ursine sono rarissime e casuale.

Il Neander era anche un abilissimo sarto che si cuciva le pelli al fine di proteggersi dal freddo, dopo averle ammorbidite anche con la masticazione, infatti molti crani ritrovati portano denti usurati in conseguenza di questa attività. Probabilmente non conoscevano l’uso dell’ago ma ugualmente tagliavano e ritagliavano i loro villosi indumenti su misura e li univano con lacci e lacciuoli come dei Versace o dei Valentino, anche se pare escluso che sfilassero regolarmente, o che le collezioni estate e inverno fossero esageratamente differenziate.

L’intimo, sia come necessità pratica che come categoria dello spirito, in quei tempi duri sembra non fosse stato neppure ipotizzato!

L’epoca gloriosa dei Neander si estese fra gli 85.000 e i 30.000 anni fa dopo di che le tracce e i reperti neanderthaliani rapidamente svaniscono sostituiti da resti di Homo Sapiens Sapiens (detto anche Cro-Magnon, dal nome della località francese dove furono trovati i primi reperti ossei), i nostri trisnonni in tutto simili a noi al punto che gli studiosi sostengono che un bimbo di allora allevato in una normale famiglia di Vigevano o di Tubingen in Germania o di Vetlanda in Svezia, potrebbe diventare senza difficoltà un ottimo sindacalista, uno stupendo meccanico dentista o in illuminato e casto pastore luterano. Ma come finì questa incredibile avventura?

L’enigma della scomparsa di Neander è ancora avvolta nel mistero, si contano però numerose ipotesi.

Qualcuno sostiene che l’incontro fra i Neander e i nostri antenati fu infausto per i primi, come accadde per i pellerossa a contatto con la civiltà europea più evoluta, altri pensano che l’unione sessuale fra le due specie abbia diluito i caratteri di Neander fino a farli scomparire.

C’è anche chi sostiene che nuove malattie portate dall’Homo Sapiens Sapiens per le quali il sistema immunitario di Neander non era attrezzato li abbia portati all’estinzione come è successo ai popoli dell’Amazzonia o agli Esquimesi a contatto coi bianchi invasori.

Altri ancora ipotizzano che i vecchi abitatori dell’Europa, sotto la pressione dei nuovi arrivati, siano costretti in zone sempre più ristrette e marginali, sull’esempio della riserva indiana, fino alla scomparsa per carenza di risorse.

Una delle ultime ipotesi, difficilmente dimostrabile ma non impossibile, consiste nell’idea che gli accoppiamenti incrociati fra Neander ed Homo Sapiens Sapiens avessero generato una prole ibrida e sterile, incapace di riprodursi, come accade in natura al mulo ed al bardotto, figli sterili dell’asino e del cavallo. La soluzione più logica del mistero sta nella probabilità che tutte queste situazioni negative si siano contemporaneamente verificate e sommate con esiti letali per il povero Neander.

C’è anche un’ultima congettura, a cui però non voglio dar credito, la quale sottintende che il nuovo arrivato si sia cucinato il povero Neander, trovandolo non difficile da catturare, facile da pulire e pure gradevole al palato, una sorte di cannibalismo fraterno e neppure tanto rituale.

Ma il Neander fu un vero uomo con tutte le caratteristiche di intelligenza e umanità? Tutti sanno che l’uomo è tale in quanto in possesso dell’autocoscienza, ovvero del senso di sé, del proprio esistere e della propria collocazione nella storia. In poche parole l’uomo è l’unico animale che sa chi è, che si ricorda di suo nonno e che sa di dover morire.

Nel Neander probabilmente tutte queste categorie erano presenti, egli sapeva e forse sapeva anche di sapere, ne fa fede il senso artistico ed il culto dei morti, che sta a dimostrare chiaramente come il Neander concepisse l’idea straordinariamente umana della possibilità di una nuova vita oltre la morte.

Ammettiamo pure che esistano animali dotati di una vaga autocoscienza, ma nessun animale ricorda di suo nonno, nessuna fiera sa di dover morire e nessun animale seppellisce i propri morti.

Non si sa se Neander possedesse una coscienza morale, se distinguesse cioè fra il bene e il male, questione del resto ancora irrisolta anche per la nostra specie cosi sapiente ed evoluta, anche se Qualcuno ad un certo punto della nostra storia ci ha regalato i Dieci Comandamenti, dono brutalmente snobbato dagli uomini sia del passato che del presente per via del libero arbitrio.

A volte penso al nostro primo incontro con loro. i Neander, così diversi e così uguali a noi, immagino lo stupore, la meraviglia, lo spavento o il terrore degli uni e degli altri, la repulsione ed il timoroso desiderio di contatto e di conoscenza. Un incontro straordinario e inconsueto di 30.000 anni fa, non registrato da alcuno, né dalla storia, né dalla leggenda, un fatto così lontano da essere precedente perfino al diluvio universale, ma vero e reale. Qui non parla né pietra, né carta, né papiro, né pergamena, qui sono le ossa che cantano antiche e misteriose melopee.

AFORISMA. Tutte le nostre conoscenze, capacità,abilità e qualità un giorno andranno disperse e perdute, come lacrime nella pioggia.

G.ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburòn, 2004.

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

ARISTOTELE

Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l’origine della filosofia.”

Aristotele, Protrettico, fr.424, in Opere, a c. di G. Giannantoni, Roma-Bari , Laterza, 1973

Immagine

Aristotele (384 a.C.-322 a.C.), filosofo greco antico

Aristotele fu il più famoso fra gli allievi dell’Accademia Platonica. Nato a Stagira, in Tracia, nel 384 a.C., nel 366 andò ad Atene, ove rimase fino alla morte di Platone. Divenne poi precettore del giovane Alessandro di Macedonia e, quando questi salì al trono, fondo in Atene il Liceo e vi insegnò. Morto Alessandro Magno nel 323, Aristotele si ritirò a Calcide di Eubea (Grecia Centrale), ove si spense l’anno successivo.

Anche se, quale membro dell’Accademia, Aristotele fu a conoscenza della matematica dell’epoca, il suo interesse scientifico era rivolto alla biologia, una materia che richiede che si affrontino in modo diverso molte questioni di metodo (lo schema aristotelico di classificazione degli animali, la “scala di natura” faceva ancora testo nel Medioevo). D’altra parte Aristotele andò totalmente fuori strada nel campo delle scienze fisiche-ove gli Ionici( una delle stirpi dell’antica Grecia) e Platone si erano avvicinati di lui più alla verità- perché egli applicò anche alla fisica e all’astronomia il cosiddetto principio teleologico.

In base a tale principio noi dovremmo cercare non l’origine delle cose ma i fini cui esse tendono (télos in greco significa “scopo”). Ora, se questo modo di pensare va benissimo nelle cose umane, dove possiamo effettivamente spiegarci il comportamento di una persona dal fine che essa si prefigge di raggiungere, nel campo delle scienze questo porta a false conclusioni, anche se fornite da una certa apparenza di plausibilità. Infatti Aristotele lo usò per spiegare lo sviluppo degli animali e delle piante-concependo tale sviluppo come il perseguimento di un fine-, e per spiegare le leggi fisiche: ma sostenere che una pietra cade perché essa cerca il centro delle cose, non spiega assolutamente nulla. Le dottrine di Aristotele esercitarono una tale influenza nel corso dei secoli tanto che ancor oggi se ne trovano tracce nel nostro linguaggio quotidiano, anche se il comportamento o i fatti che ne derivano sono ben lontani dal pensiero originale aristotelico.

Immagine

August Rodin, La Mano di Dio, 1896, Parigi, Museo Rodin

La teoria aristotelica di forma e materia ha influenzato il mondo occidentale per secoli. La materia era la “sostanza” (letteralmente “ciò che sta sotto”), cioè il materiale base di cui ogni cosa è fatta; la “forma” dava invece identità alla materia in quanto cosa particolare. August Rodin (1840-1917) usò questa concezione quando rappresentò “La Mano di Dio” che forgia l’uomo: la forma- l’uomo- è potenziale nella creta, e nell’atto della creazione Dio la rende attuale.

Uno dei concetti filosofici fondamentali di Aristotele è che le cose sono quello che sono in virtù della loro potenzialità, cioè per il fatto di poter passare dalla semplice potenzialità alla realtà. Così, una ghianda è potenzialmente una quercia, poiché nelle condizioni adatte può svilupparsi in una quercia: ciò che la ghianda porta dentro di sé è la forma della quercia.

Infatti per lui ogni cosa consiste di materia, che è la “sostanza” informe e indifferenziata, alla quale la “forma” dà un’identità che fa sì che la cosa sia quello che è. La “forma” aristotelica deriva dall’Idea platonica, ma mentre in Platone le idee sono trascendenti, cioè al di sopra e al di là degli oggetti dei sensi, la forma di Aristotele è immanente, cioè insita negli oggetti stessi.

Aristotele è il primo filosofo a darci un compiuto sistema di logica. Accenni e tentativi in questo senso li troviamo anche prima di lui, ma non come una trattazione sistematica. Ed egli stesso non dà a questa parte della sua opera il nome di logica, un termine che verrà impiegato molto più tardi. Già Socrate aveva fatto rilevare che quello che noi dobbiamo fare è, nel parlare delle cose-cioè nelle nostre affermazioni-, cercare la Verità. La logica riguarda appunto il modo con cui noi parliamo, il linguaggio. Aristotele però, nello sforzo continuo di analizzare il linguaggio, fa spesso della pura e semplice linguistica.Cominciamo con l’enumerazione aristotelica delle categorie, questi vari possibili predicati della sostanza, che Aristotele definisce come termini che hanno un significato di per sé e che contrappone a quelle parole che hanno invece un significato solo nel contesto di una proposizione. Aristotele elenca dieci categorie: sostanza, qualità, quantità, relazione, spazio, tempo, azione, passione, e accanto a queste, il giacere e l‘avere, cioè la posizione e lo stato. Questi sono i predicati più generali possibili delle cose. La sostanza (ciò che è alla base, la forma immanente) è ciò di cui si parla, mentre le altre categorie esprimono in genere come di essa si parla. La logica aristotelica influenzò talmente i grammatici posteriori che noi parliamo anche oggi di sostantivi, le parole che funzionano in genere da soggetto in una proposizione. Per spiegare meglio la teoria delle categorie, prendiamo come esempio un libro (sostanza). Esso ha un peso (quantità), è interessante (qualità), appartiene a qualcuno (relazione), giace (posizione), è aperto (stato), sul tavolo (spazio), in questo momento (tempo), e, letto (passione), fornisce informazioni (azione). E’ un esempio che lascia vedere come Aristotele analizzava il linguaggio, il quale non è un fenomeno casuale, ma serve agli uomini per affrontare la realtà. E Aristotele conclude che il linguaggio riflette il mondo reale.

L’aristotelismo fu ripreso e sviluppato nelle diverse epoche da diversi movimenti dottrinali. I successori continuarono l’opera del filosofo greco soprattutto nel campo delle ricerche scientifiche e storiche. Tra questi ricordiamo Teofrasto di Eresso che coltivò la Botanica, Eudemio di Rodi, per la Storia delle Scienze, Stratone di Lamprasco in campo della Fisica..

Intorno al III secolo d.C. l’aristotelismo incomincia a perdere la sua autonomia speculativa, trovando i continuatori nelle scuole del Neoplatonismo, rifondendo in esse il pensiero e il messaggio di Aristotele. Altri illustri esponenti nel campo filosofico e scientifico, quali Galilei e Copernico rivisitarono il Cosmo aristotelico, inducendo l’uomo a cercare in sè stesso il proprio centro, e nella storia umana il suo effettivo mondo.

Il grande merito di Aristotele è comunque quello di aver divulgato una concezione che crede nei limiti dell’umano, riponendo la saggezza nella fedeltà all’Essere.

Immagine

Aristotele. Dettaglio della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, 1509, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. E’ evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa”.

Aristotele, Metafisica (I,2,982b)

                                                                                    Lucica Bianchi