LAVORAZIONE DELLA LANA E DELLA SETA

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QUANDO NON C’ERANO I GRANDI MAGAZZINI

PICCOLO VIAGGIO NELLA PRODUZIONE TESSILE ARTIGIANALE

Quando i nostri nonni erano bambini ogni aspetto della vita quotidiana derivava dal lavoro dell’uomo senza l’ausilio di macchine ne tanto meno dispositivi elettronici. Non essendoci nemmeno tutti i negozi di cui si può disporre ora ne consegue che anche i vestiti indossati erano prodotti di manifattura totalmente artigianali in ogni fase del processo produttivo dal reperimento della materia prima a tutte le fasi di lavorazione che portano al prodotto finito.

Coltivazione delle piante da tessuto

Tra le famiglie di contadini era usanza che ciascuna coltivasse anche piante adibite alla produzione di fibre di tessuto da lavorare artigianalmente per ricavare indumenti, prevalentemente lino e canapa. Tali piante venivano strappate immediatamente dopo la maturazione e messe a bagno per 40 giorni in un pozzo d’acqua o in un prato umido di rugiada. Dopodiché si procedeva alla battitura tramite un arnese costituito da un tronco di legno con un intaglio nel quale veniva messa la pianta e poi sbattuta contro un altro tronco. Questo procedimento serviva per estrarre dalla pianta la fibra tessile vera e propria che veniva passata in uno strumento chiamato frantoio (simile solo per il nome allo strumento usato per le olive) per ricavare il filo di tessuto da lavorare unendolo ad altri fili tramite uno strumento chiamato carel (una sorta di treppiede azionato con un pedale con una ruota dove venivano posizionati i fili da tessere) col quale si ricavava un gomitolo da portare alle testore (le tessitrici) che ricavano per tutta la comunità indumenti asciugamani lenzuola e biancheria da ridistribuire equamente tra le varie famiglie.

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Lavorazione della lana

La materia prima di questo tessuto era ovviamente il vello delle pecore allevate però anche per il latte e la carne.

Con la lana si facevano coperte, calze, golf e indumenti invernali in genere.

Il compito di lavorare artigianalmente la lana spettava alle donne di casa oppure alle magliaie che svolgevano questo servizio, dietro giusto compenso, per tutta la comunità.

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Le pecore venivano tosate di norma in primavera poi dopo la tosatura si provvedeva alla cardatura senza però lavare prima la lana che veniva lavata soltanto dopo essere stata filata. La lana appena tosata presenta infatti una pellicola unta, preservando la quale il processo di lavorazione risulta molto più facile e da come risultato dei fili sottili coi quali è possibile creare del tessuto pregiato. Lo strumento di cardatura della lana era costituito da due tavolette di legno nelle quali venivano piantati dei chiodi.

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Vari attrezzi per la lavorazione della lana

Facendoli scorrere uno contro l’altro con la lana in mezzo essa diventava liscia, soffice e priva di nodi. Dopo la cardatura si formavano i rotoli di lana che venivano filati col carel dopo averli stipati in ceste. Durante il processo di filatura si formavano collegando il carel ad un altro strumento denominato bicocca (composto da un cilindro formato da sei bacchette e due coperchietti) tramite un filo di lana. La bicocca era munita di una sorta di pedale azionando il quale la lana si svolgeva a poco a poco dal carel e andava a formare le matasse. È solo a questo punto che la lana poteva essere lavata dopo aver formato dei veri e propri gomitoli tramite uno strumento apposito chiamato aspo munito di una manovella azionando la quale si formava il gomitolo partendo dalla matassa. In alternativa si poteva semplicemente tirare il filo di lana e farlo passare intorno ad un braccio per ottenere il medesimo risultato.

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I fusi e le rocche  

                                                                                     

Allevamento dei bachi da seta

Nelle famiglie si usava allevare bachi da seta cioè bruchi molto piccoli che venivano venduti a scopo di allevamento in botteghe specializzate.

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Il Baco da Seta (“El cavaliér”)
Il baco da seta è la larva dell’insetto Bombyx Mori (bombice del gelso) che, prima di raggiungere nello stadio adulto la forma di una farfalla, subisce numerose trasformazioni (metamorfosi) attraverso un complesso ciclo vitale.

Anche questa mansione era tipica delle donne che portavano a casa i bruchi in ceste grandi come scatole da scarpe per poi trasferirli in scatole di legno che gli uomini costruivano appositamente variando le dimensioni a seconda della grandezza dei bachi.

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L’operazione della trattura (detta comunemente filatura) consiste nel trarre, appunto, dai bozzoli un filo di seta continuo e dallo spessore costante unendo più bave non sufficientemente resistenti per essere utilizzate singolarmente. Tale operazione è rimasta un’attività di carattere domestico e artigianale fino alla fine del XVIII secolo, quando hanno iniziato a essere costruiti i primi stabilimenti meccanici di filatura.

Nei loro contenitori i bachi crescevano nutriti con foglie di gelso che inizialmente, quando i bachi erano ancora tendenzialmente piccoli e immaturi, venivano tagliate finemente a pezzi piccoli che venivano aumentati di dimensione in relazione alla crescita dei bachi.

Prima della maturazione i bruchi avevano per la maggior parte una colorazione tendente al bianco sporco. Ce n’erano però di più rari che avevano una colorazione grigia ferrosa e che venivano denominati in gergo cavaleér feree che significa appunto bruchi ferrosi.

Una volta maturi i bruchi avevano aumentato le loro dimensioni e assunto una colorazione giallo pallido ed erano pronti per tessere il loro bozzolo. Gli allevatori mettevano nei contenitori dei bastoncini di legno dove i bruchi si arrampicavano e si avvolgevano nei bozzoli (in dialetto galet)  aventi la forma di noccioline americane (di dimensioni però leggermente maggiori rispetto a questi ultimi) di colore bianco sporco o giallo pallido che dopo un po’ di tempo le famiglie vendevano ai tessitori.

Le famiglie allevavano moltissimi bruchi stipati in tanti contenitori gli uni sugli altri sopra degli scaffali che si raggiungevano, per nutrire i bruchi o raccogliere i bozzoli, adoperando delle scalette.

Le donne di famiglie diverse molto spesso si aiutavano a vicenda in questa attività e molto spesso contribuivano anche i bambini ai quali tutto veniva presentato sotto forma di gioco. Gli adulti donavano loro dei bruchi che essi allevavano da soli per poi vendersi i loro bozzoli insieme agli adulti.

Chi comprava i bozzoli provvedeva poi a recapitarli a chi li lavorava o li lavorava direttamente scaldandoli in modo da dipanare i fili ed intrecciarli per ottenere il favoloso tessuto.

Antonella Alemanni

GIOVANNA D’ARCO

Giovanna d’Arco è un dramma lirico rappresentato per la prima volta il 15 febbraio 1845 alla Scala di Milano. Dopo il discreto successo de I due Foscari al teatro Argentina di Roma, Verdi andrà in scena con la fiammante Giovanna d’Arco, che Temistocle Solera aveva parzialmente tratto da un dramma di Schiller, La Pulzella d’Orleans. Forse per la malriuscita dell’opera, forse per il soggetto non particolarmente prediletto da Verdi o forse per la stampa che fu ingenerosa con la critica dell’opera, fatto sta che il “cigno di Busseto” disse basta alla Scala. Questo almeno fino al 1869 quando Verdi vi tornò con la versione definitiva de La forza del destino. 

Ecco la Giovanna d’Arco ripresa dal dramma di Schiller dove lo strazio romantico germanico diventa epos italiano! Una Giovanna che supera le tentazioni dei demoni del bosco, invoca la Madonna e parte al riscatto del suo popolo, della sua Francia che stava per arrendersi. Ancora e sempre, le passioni personali sono ricondotte alla sottomissione ad un destino più alto.

La città politica assimilerà i contenuti romantici e li esalterà nelle 5 Giornate del 1848.

                                                                                                                                                             Lucica

” SENSAZIONI ” – UN LIBRO DI ORNELLA GAVAZZI

In anteprima assoluta, il libro “Sensazioni” di Ornella Gavazzi, pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

 

 

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Ho cercato le parole per descrivere le mie sensazioni. Chissà se le ho trovate !”

Ornella Gavazzi

UN PICCOLO MONDO

La luna illumina quel piccolo mondo

di una luce fredda,

di una luce azzurra

che l’avvolge.

Un ruscello gli scorre accanto

di un’acqua fredda,

di un’acqua azzurra

ch’el circonda.

L’aria dei monti accarezza quel piccolo mondo

di un’aria fresca,

di un’aria azzurra

che lo culla.

Il silenzio riscalda quel piccolo mondo

un silenzio caldo, 

un silenzio di sentimenti

un silenzio d’amore.

SERA                                                                                 

La luce di un abatjour                                                                          

mi bagna il viso.

A stento gli occhi azzurri

la guardano

luminosa

in questa penombra.

Sulla parete una macchia

più scura.

Il rosa è diventato bruno.

Non sono che una macchia

in mezzo al rosa.

La luce di un abatjour

mi bagna il viso.

 JOSEPH                                                                                                                                                                                        

Grappoli di luci colorate

per illuminare la città,

vetrine brulicanti di regali

per catturar gli sguardi,

passi decisi e ansiosi

nel voler sfidare il tempo,

un groviglio di voci ed emozioni

per riscaldare i cuori.

Joseph, il barbone, è là,

all’angolo della via…

e osserva il tuo Natale.

CENERE 

Cenere tu sai cos’è una vita

Tu sei tutto eppure non sei niente

Tu sei corpo e pure sei la mente

Cenere che danzi nell’aria infinita.

Il tuo colore non sembra esser colorato

Le tue tinte raccolgono il passato

Il tuo profumo non sembra profumato

I tuoi aromi racchiudon ciò che è stato.

Tu sei ciò che resta del fuoco di un camino

tu sei ciò che resta del falò nel verde prato

che consumando ciò che prima è stato

tu sei ciò che rimane del destino.

Tu sei leggera, fredda e calda insieme

come una musica ricca di armonia

le tue note una dolce melodia

tante emozioni tutte ancor trattieni.

Gioie e dolori, amicizie e delusioni

con pesante leggerezza tu sostieni

una sola mano tutte le contieni

in una sola mano tante sensazioni.

Nel tuo fardello un poco d’allegria

nel cielo azzurro ti perdi e te ne vai

basta un soffio, ma dimmi dove vai?

A confondermi nel tempo, vado via.

Cenere un nome che significa una fine

cenere un nome che pur vuol dire aurora

cenere perché qualcosa resta ancora

cenere un nome che non ha confine.

IL SASSO E LA NUVOLA

Il sasso e la nuvola si tengono per mano

lungo la strada, lontano l’orizzonte.

Dolce è il cammino

greve è il cammino.

Inciampa il sasso

inciampa la nuvola,

si rialza il sasso

si rialza la nuvola.

Luci ed ombre in loro compagnia

Gli occhi al cielo

lo sguardo alle stelle…

Due più luminose.

Il sasso e la nuvola si tengono per mano.

PER UNA MOSTRA

Da un po’ di tempo la mia mente è alle prese

con un progetto un po’ particolare,

il mio pensar così nel lieto andare

di esporre i miei colori al mio paese.

L’idea, come tante volte accade,

nasce così da un’emozione in un momento,

col cuore in quel dì un po’ scontento

si accende in me ed apre nuove strade.

Comincio a ripassare questo e quello

osservare i quadri che lì stanno a guardare,

per vedere quali sono da portare

se questo o quello può essere più bello.

Vaga lo sguardo su cornici antiche

ripescando nuove e vecchie sensazioni,

cariche ancora di tante emozioni

cariche ancora di giovani fatiche.

Vedute, visi, case e cose ancora

il pennello a suo tempo ha disegnato,

quel pennello che momenti ha poi fermato

dove le luci a volte san d’aurora.

Severo e dolce insieme è il suo bel viso

scuri e chiari insieme i suoi colori,

essi racchiudon ahimè tanti dolori

però sicuramente anche un sorriso.

Un pennello ferma sulla tela

un’esile figura, un caro amico,

solo un ricordo ormai per chi è partito

come una piccola fiamma di candela.

E poi c’è il vaso marrone con le rose

un vaso antico, di un antico affetto,

che il colore fissato sì di getto

or trattiene ricordi e tante cose.

Tutto questo e ancor per una mostra

a scuola, in vacanza, per Natale,

idea nata in modo occasionale

un’idea così, per una mostra.

PER TINA

Un duetto di qualche pomeriggio di domenica

con le voci che esprimon sintonia.

Un paesaggio di sole di lago

che corre dietro allo sguardo…

Le verdi piante che sembrano ascoltare,

annoiarsi e ritirarsi, 

partecipare alle serene conversazioni

rallegrate da una calda tazza di tè.

Quel duetto di qualche pomeriggio di domenica

con le voci, il sole, il paesaggio, le piante, il tè.

IL BOSCO

Mi incammino verso la “Madonnetta”

imbocco il solito sentiero

dove i passi, come in una danza,

saltano qua e là sopra i sassi

coccolati dall’ultimo muschio dell’inverno.

Profumi, suoni e colori

mi piovono addosso.

Voglio essere foglia

voglio essere fiore

voglio essere il vento d’autunno

e volo di farfalla…

Ritorno sul solito sentiero

dove i passi, come in una danza,

posano qua e là sopra i sassi

coccolati dal primo muschio dell’inverno.

A PROPOSITO DI …SAN GIORGIO – LA RUOTA DEL MULINO

 DAI RICORDI DELLA FAMIGLIA ZUCCALLI

Chiesa di San Giorgio-Talamona

Chiesa di San Giorgio-Talamona

Si sa che nei tempi andati San Giorgio di Premiana era un centro abitato, si sa che lassù era la chiesa filiale di Santa Maria. Si sa ancora che, oltre alle famiglie patriarcali e alla chiesa, esistevano lassù un castello e anche un molino.

Tutto però è stato distrutto dal tempo, dalle alluvioni e dalle frane.

Come sia andato completamente perduto quel castello, che doveva essere una specie di fortezza e del quale non rimane che un prato dov’era ubicato, non è dato sapere con esattezza.

Il molino, invece, sembra stato travolto da una frana che ne disperse ogni traccia nel torrente Roncaiola: ciò può essere grossomodo rilevato anche da un fascicolo di notizie storiche compilato dal Sacerdote Don Giacinto Turazza in occasione della costruzione della nuova chiesa di Talamona.

Secondo quelle notizie sembra che il fatto sia avvenuto poco dopo la peste che imperversò anche in quel di San Giorgio nel 1630.

Da quel fatto sono dunque passati oltre 300 anni e col succedersi delle generazioni si ne sono perduti anche i ricordi.

Ma mentre al posto del rudimentale molino sono cresciuti i castani e si è infittito il bosco, mentre le quasi periodiche alluvioni portavano a valle e disperdevano ogni frammento della casa del mugnaio, qualche cosa è rimasta là, incollata nel letto del torrente, per richiamare, dopo tanto tempo, e tanta dimenticanza, la memoria dei Talamonesi al fine di ricordare che anche lassù in quel di San Giorgio ferveva un giorno un’attività, una piccola e assai modesta industria.

Una nuova alluvione ha per l’ennesima volta rivangato il letto di quel torrente e mentre in determinati punti ha accumulato montagne di materiale laggiù, ai piedi di “Dos Mulin”, ha scoperto e offerto alla luce dell’alba del giorno 13 luglio 1961, la pietra molare di quel vecchio molino.

Quella rudimentale pietra, della quale di tanto in tanto i Talamonesi parlavano come di una leggenda, fu scoperta casualmente da Luigi Zuccalli che pascolava le mucche con la famiglia su un piccolo prato bagnato dalla Roncaiola.

Il figlio Martino racconta che Luigi si girò verso la moglie e le disse:” Hai i piedi sulla ruota del molino”. Ma quella pietra era laggiù, incastrata nei detriti del torrente e, dato il suo non trascurabile peso (circa 3 q.li) e il ripido sentiero attraverso il bosco, non era cosa facile riportarla a monte, onde fosse al sicuro e non rischiasse di essere nuovamente travolta da una eventuale nuova alluvione.

Ma la tenacia di un gruppo di uomini affezionati a San Giorgio superò ogni difficoltà e, affratellati dal comune desiderio di lasciare ai posteri quel cimelio che potesse parlare di quella storia, il giorno 15 agosto 1961, dopo aver assistito alla Santa Messa, associarono le loro fatiche e coronarono il loro desiderio.

E ora la pietra molare del vecchio molino, che non è più una leggenda ma una realtà, fa bella mostra di sé nel sagrato della chiesa e resta a rappresentare un po’ la fierezza di coloro che quel giorno hanno duramente faticato per salvarla da ulteriori smarrimenti e per donarla alla luce dei secoli che si succederanno.

                                                              Mariarosa Rizzi

GALLERIA FOTO CODICI DI LEONARDO

I 3 MISTERI DI LEONARDO

Se qualcuno pensasse di spiegare il carattere, la vita e l’opera di Leonardo, dovrebbe immaginarlo come la figura di uno dei Re Magi, che guidati da una stella, secondo il racconto evangelico, vennero ad offrire i loro doni al Cristo neonato e, presentato il loro omaggio al divino infante, fecero ritorno in Oriente. Questo racconto potrebbe almeno servire di profezia alla carriera del grande artista, divinatore dell’anima moderna e ne sarebbe come lo schema e l’immagine simbolica.

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca reale

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca Reale

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Il pensiero e l’opera di Leonardo da Vinci furono segretamente dominati dall’ansia di tre profondi misteri: Il mistero del Male nella Natura e nell’Umanità, Il mistero della Donna, Il mistero del Cristo e del Verbo divino nell’uomo.

A prima vista, divisa com’è tra il tormento della scienza ed il sogno dell’arte, l’opera di Leonardo appare come un caos di frammenti ineguali ed incompleti. Ma considerata alla luce di queste tre idee che ne sono il motore, essa si rischiara, si coordina e si armonizza in un disegno completo.

Se proviamo a seguire queste tre meteore che tendono ad un medesimo fine e finiscono per fondersi in una sola stella, riusciremo così ad abbracciare in un sol colpo  il fondo tragico sul quale agiscono i personaggi evocati dal grande artista e le radianti verità che dominano la sua opera.

Questo è il prologo di un viaggio che intrapprenderemo sui 3 misteri nei prossimi articoli dei “I tesori alla fine dell’arcobaleno”

                                                          Lucica

I PRESOCRATICI

I primi scienziati-filosofi furono di Mileto, il fiorente centro ionico sulla costa dell’Egeo.

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Il teatro di Mileto

Essi cercarono di dare una spiegazione generale del mondo, di come è fatto e del modo in cui si trasforma. Talete, il fondatore della scuola di Milete, è ricordato soprattutto per aver affermato che tutte le cose sono fatte di acqua (si può osservare come dalla superficie del mare il calore solare faccia evaporare l’acqua che poi ricade in forma di pioggia). Che questa concezione si sia in seguito rivelata erronea non è rilevante nel nostro caso. Anzi, si può quasi dire che costituisca un vantaggio, in quanto non avendo più queste teorie un interesse scientifico, è più facile studiare il meccanismo logico con cui sono state costruite.

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Talete di Mileto

Quello che a noi preme è infatti il metodo seguito per formulare il principio generale, il procedimento adottato per elaborare l’ipotesi, procedimento che è sempre rimasto lo stesso.

Eraclito di Efeso, vissuto intorno al 500 a.C., non era un filosofo particolarmente interessato alla ricerca scientifica, ma partendo dalla teoria della lotta dei contrari avanzata dal successore di Talete, Anassimandro, e dalla nozione di armonia elaborata da Pitagora, escogitò una nuova teoria per dimostrare che cosa fa andare avanti il mondo; la ragione cioè, per cui il mondo non soccombe di fronte alla lotta, ai contrasti e al caos.

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Eraclito, olio su tavola di Hendrick Brugghen, 1628, Rajksmuseum, Amsterdam

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Anassimandro

                                                                                                                                                                                                                    Pitagora

 La risposta a tutto questo è che i numerosi e continui cambiamenti che si verificano nel mondo accadono in base a determinati rapporti o proporzioni. Ciò che a prima vista ci sembra lotta e contrasto, nasconde invece una profonda armonia, un ordine. Mantenendosi entro tali rapporti, il mondo continua ad andare avanti. Esso è cioè un processo, per il quale, la lotta o il cambiamento sono essenziali. Questo voleva dire Eraclito quando affermò:” la lotta è la genitrice di tutto.” Tutto cambia continuamente, così come quando uno scende nello stesso fiume per la seconda volta, ma l’acqua è diversa, e il fiume non è più esattamente lo stesso. Per Eraclito la sostanza base è il fuoco; nel guizzar della fiamma e nei cambiamenti che accompagnano il processo della combustione egli vede impersonato il suo principio di eterno divenire.

Una concezione del tutto opposta fu affermata da Parmenide di Elea, città della Magna Grecia. Secondo lui, nulla si muove. Scrivendo intorno al 470 a.C., Parmenide afferma: “l’essere è, il non essere non è”. In altre parole, se tutte le cose sono fatte di una qualche sostanza base,  non può esistere una cosa che si chiami spazio vuoto, o non ente.

Parmenide di Elea

Parmenide di Elea

Il filosofo di Elea conclude perciò che il mondo è un solido uniforme- egli lo chiama l’Uno- e di forma sferica, dato che esso deve essere in un qualsiasi luogo come in un’altro, uguale. Questa è la conclusione logica della teoria della sostanza base. Una teoria, che cerca di spiegare tutto in termini di una sola sostanza, viene detta monista.

La critica di Parmenide suggerisce per la prima volta che abbiamo bisogno di una qualche nozione di spazio vuoto in cui possa avvenire il moto. Diversi furono i tentativi fatti per controbattere la critica eleatica. In Sicilia, Empedocle (490 circa-430 a.C.) affermò che l’acqua, l’aria il fuoco e la terra erano tutte sostanze base. Queste quattro radici delle cose si combinano e si separano in base ai principi dell’amore e dell’odio. Ma anche una semplice moltiplicazione di sostanze non aiuta in realtà a risolvere il problema. Anassagora, uno ionico stabilitosi ad Atene (500 circa-428 a.C.), si avvicinò di più al nocciolo del problema, parlando di una divisibilità all’infinito, che però è solo una proprietà della spazio.

Anaxagoras

Anaxagoras

L’ultimo passo lo fecero gli atomisti, i quali, adottata la sostanza base di Parmenide, spezzarono il suo solido mondo sferico in tante piccole particelle, o atomi di varie forme e tali da non poter essere ulteriormente divisi. Atomo significa infatti qualcosa che non può essere cambiato. Prendendo poi a prestito da Eraclito la teoria del perpetuo divenire, gli atomisti spiegarono il cambiamento come dovuto al moto, nello spazio, di atomi immutabili. In essenza, il mondo cambia col mutare della disposizione dei atomi.

Il primo ad avanzare la teoria atomista fu Leucippo di Mileto, vissuto, sembra, verso la metà del V secolo. Ma il vero rappresentante dell’atomismo fu Democrito. Tale dottrina doveva diventare, circa un secolo più tardi, il fulcro della filosofia di Epicuro e trovare nel I secolo a.C., la più completa elaborazione col filosofo romano Lucrezio.

Leucippe

Leucippe

Democrito, olio su tela, Peter Paul Rubens, Museo del Prado, Madrid, Spagna

Democrito, olio su tela, Peter Paul Rubens, Museo del Prado, Madrid, Spagna

Tito Lucrezio Caro

Tito Lucrezio Caro

UNA STORIA DI EMIGRAZIONE

Leggendo il pregevole volume “Talamonesi nel mondo” di Daniela Larraburu, edito dal Comune di Talamona nel 2008, mi sono ricordato che da parecchi anni, sono in  possesso di alcuni documenti originali molto interessanti che provengono dalla famiglia Manzoni. Adesso che la famiglia è estinta, con la morte dell’ultima delle tre sorelle avvenuta nel 1972, nessuna delle quali ha avuto figli, ritengo sia possibile pubblicare, per ora, una parte della documentazione.

Essa  è costituita da lettere, fatture, autorizzazioni, rendiconti e documenti vari inerenti la vita della famiglia, proveniente dalla zona di Lecco, come attestano i primi documenti che risalgono all’inizio del 1700, legati all’attività del mulino di proprietà.

A quei tempi,  l’attività del mugnaio rappresentava una realtà economica di grande importanza nella società contadina.

Il mulino ha svolto le sue funzioni fino a metà degli anni cinquanta del secolo scorso e si trova all’inizio della via S. Giorgio, appena sotto la latteria sociale Coseggio. Sopra la porta di accesso al mulino, ancora adesso, si può vedere un affresco, parecchio deteriorato dal tempo, di S. Vinnoco con la scritta: “ O San Vinnoco di Voromolt, protettor de’ molinari, fate che a prò dei poveri tapini non manchi mai farina alli forni”. Purtroppo non esistono più nè le macine, nè le impalcature, nè le ruote che facevano funzionare il mulino, mosse dall’acqua del “fiüm” opportunamente incanalate.

Tutte le lettere, che ho passato alla Casa della Cultura, dovranno essere tradotte e penso potranno essere oggetto di una interessante pubblicazione.

Per ora mi limito a proporre all’attenzione dei lettori talamonesi due lettere, provenienti dal’Argentina, scritte da parenti della famiglia Manzoni, come si capirà, datate  “lui, 19 del 1881” e “li 6 abril 1897”.

Sono state scritte rispettivamente: la prima da “Luzzi Lurenzu” e, nella parte finale dalla “mulglie” Simonetta Rosa; la seconda,a distanza di 16 anni, dalla stessa Simonetta Rosa.

Ritengo opportuno che le due lettere vengano pubblicate integralmente, così come sono state scritte, alla fine del 1800, perchè rappresentano uno spaccato di vita dei nostri emigranti con i loro affetti, i loro stretti legami familiari con i parenti in patria, le loro aspettative e soprattutto i loro sacrifici e le loro difficoltà, quando con le prime ondate di emigrazione verso l’America Latina, cui ne sono seguite altre fino alla fine degli anni 50 del ‘900, affrontavano l’ignoto verso la ricerca di una vita migliore per i loro figli, dopo aver abbandonato praticamente tutto: la loro terra natia, i parenti, gli amici e le proprietà.

Leggendo queste lettere, riusciremo forse a capire meglio, coloro che oggi fuggono dalla guerra e da condizioni di vita che non presentano speranze per l’avvenire, affrontando pericoli e disagi enormi e, troppo spesso, anche la morte.

Nella prima lettera, scritta su carta listata a lutto, (il lettore capirà il perchè) viene riportato un fatto curioso e doloroso assieme successo al Luzzi e alla sua “familglio” nei primi due anni di permanenza in Argentina, che spero sia chiaro nel significato dei termini pusteru, gaioffa ecc. essendo il contesto sufficientemente esplicativo.

Nel modo di scrivere, si può notare l’influenza della lingua spagnola in certe parole e, in altre, il ricordo del dialetto talamonese, che normalmente veniva parlato in famiglia  dagli emigrati.

Nella seconda, si intuisce il lavoro fatto dalla famiglia nei 18 anni dalla partenza da Talamona e le difficoltà incontrate.  E’ messa in evidenza con dispiacere, la volontà dei figli  “baruni” di dedicarsi ad altri lavori e quindi di non voler proseguire quello paterno nella “panaderia” , che costringe “Lorenzu e Rosa” ad affittare la piccola azienda messa in piedi da loro stessi, tanti anni prima.

Può darsi che qualche “regiur” riconosca nelle persone che vengono nominate qualche lontano parente e penso possa, in questo caso, essere fiero di quello che hanno fatto i nostri emigranti più di un secolo fa.

Ritengo che nessuno possa offendersi se vengono pubblicati “interess” che ormai, a distanza di tanti anni, non sono più notizia “secreta”.

Lascio al lettore le considerazioni sui vari aspetti, rapporti, sentimenti, a volte appena accennati, espressi nelle due lettere e soprattutto sulla capacità di affrontare le mille difficoltà dell’ignoto e di superarle con una tenacia tipica della nostra gente.

Un’ultima considerazione riguarda la capacità di esprimersi  per iscritto e di farsi capire in modo corretto in tempi in cui l’analfabetismo in Italia toccava percentuali altissime.

Anche se, a prima vista, può sembrare un po’ difficoltoso capire il modo di esprimersi dei protagonisti, una volta “fatto l’orecchio”, il lettore vedrà che riesce con una certa facilità a “entrare nei panni”  di Lorenzu e di Rosa, che esprimono, tra l’altro, una grande nostalgia di Talamona e dei parenti lontani.

Ecco allora il testo integrale delle due lettere, così come sono state scritte più di un secolo fa e che testimoniano, anche se indirettamente, come tanti, tantissimi italiani, con il loro lavoro, abbiano anche contribuito in modo  rilevante alla crescita della nazione argentina, come risalta anche nel volume citato.

Queste mie righe vogliono essere un omaggio e un ricordo dei tanti “Talamun” che hanno dovuto lasciare la patria.

Guido Combi (GISM)

Prima lettera:

lui 19, del 1881

Cara Cugniata Mariangela e cugniatu batista Manzoni contutta la vostra preziosa familglio

Dopu di mandarvi ipiu sincieri e cordiali saluti io vengo a darvi notizia di nostra regular salute come spero ilsimile  anche di voi tutti. Io ontesu che non avete ricevutu le mie lettere mandate da me la prima lomandata il 12 diciembre del 1879 dieci giorni dopu il miu arivu in la merico e non o potutu sapere selavete ricievuta che era la lettere del miu lungu e tristu viagiu duncuve temu che sara persa per la gran guvera che aveva alura e laltra mandata dellamiamuglie il 16 giugnu del 1880 che era il riscuntru della vostra che mi avete scrittu il 8 Marsu e di piu nel cientru della lettera omessu un bigliettu di 5 franchi moneda italiana che mi e avanzatu del miu viagiu era una riconoscienza della fiosie nostre e mia scrittu il miu procurador che non avete ricievutu nesuna risposta duncuve per me e un destinu disgraziatu sobratutte le mie cose perche in febreru delanu corente no mandatu unaltra de inportanza:  a una persona che aveva dinteresu e nolanricievuta che era sulu la distanza di 6 ure di dove vivu iu e io ocercato di sapere cone era cuvestu  e ofatu scuprire la cosa era il pusteru che ricievia le carte e li dinari delle carte fronchiate selometeva in gaiofa e le carte le meteva nel fuoco duncuve duncuve lannu messu nelle calciere seriamente e aora sono cambiatu e deve caminarbene con la posta e insedeno le andrà male di più delaltru ancora duncuve senoavete ricievutu le miecarte siguru sono andate nel focu della medesima manu che sono poi 3 che mesea persu duncuve mi presentaro in giustizia a far raportu che elmerita. Caru cugniatu e cogniata non credete che io sia statu capaci di far cuvestu di non scrivervi sino aora saria ilpiu indegniu el piu crudele del mundu avaria fatu pecatu murtale dopu tantu bene ricievutu da voi caru cugniatu e de la mia cara cugniata e de tutti i vostri figli nostri fiosi e nipoti cari allora avaresti occasione di portarmi unagran rabia sobra cuvestu che credu asolutamente di non aver culpa e vidicu laverita come fusse inconfesione generale abenche il miu faratellu ha dettu che lui mi comprava e mi vendeva e me e nonevera non ano dinari sificiente per cuvestu se fuse busie ne avaria multi il miu fratellu.

Caru cugniatu Batista e cogniata Mariangela io vengu a darvi notizia della mia numerosa famiglia abiamo 7 figli e la piupiupicula anno gia prestu 10 mesi.Bene el procurador miu le mandi unaletera anche a lui e vi pregu e  vi repitto di star uniti con lui che credi che el fara ilgiudtu anche per noi sevoi volete comprare la parte della mia muglie vi do la preferenzo a voi prima e se no disponi di vendere a cuvalunque che si puo presenta e che paga di piu e se non puo vendere e sulu fitamu voi siete il primu intra tantu che seincuntra cumpradori di piu vi pregu solamente di farghi comprendere al miu procurador della parte della stalla che ne partiene del pover pietru di piu  i farete il piaicere a oservare bene cuvanti giornate che ocupa in cuvesti interes per mia regula pero vi pregu che la cosa sia secreta che non abia di sapere niente nesuni e se per casu elvende cuvalche cosa mifarete ilpiacere a tener unapuntu voi per vedere se la cosa vanno bene un qualche giornu alafenitiva perche la mia mulglie volvedere il tuttu e se fanno cuvalche cose malfati alura la mia mulglie taglia inmediatamente la catena perche intra le vendite e cuvel che annu fattu a parte al michelangil alora lialtri non pigliamo cuvasi niente el pover padri lanu fatu fare delle cose malfati infine in unaltra lettera vi spiegaro piu bene e in cuvesta nono potutu scrivervi tantu chiaru perche hola mulglie disperata aver persu il suvu padre altru non mi resta che rilasiarvi con i piu sincieri e cordiali saluti tutti in familglia e vi saluta tutti i miei filgli adiu e mi dichiaru Luzzi Lurenzu”.

La lettera continua con un’altra calligrafia, quella della moglie Rosa Simonetta.

Carissima Sorella Mariangela che mala notizia che o ricevuto da parte del mio procuratore che seamorto  il nostro Caro Padre a che desgrazia per io di non poterlo vedere anti di morire ora o piu speranza di vederlo. Caro sorella vengo a ripetere il riscontro de tuo unico carta che oricevuto io non poso fenire di ringraziarti tu e tuo caro famiglio il bene che ciavete voluto al mio Lorenzo io no podero rivare a pagare lobligazione pero da Dio non perdarete niente. Cara sorella e cogniato Batista le mie due care fiose e li altri nipoti tutti vi saluto caldamente adio cari e me salutarete il Michelangelo e tutta la sua familglia ellantonietta e la familglia adio te mando milla bacci mi dichiaro tuo sorella Simonetta Rosa.”

 

Seconda lettera.

“lì 6 abril de 1897

Caru nipute michele e batista conle vostre sagradi familie e fiosini  ursula e rosa con le vostre sagradi familie e antoni mio fratellu antoni con la suva famili e tutti i nostri parenti conla bella occasione che viene a casa duca andrea vimandi quvesti duve righe a farvi sapere la nostra regular salute tutti in gieneral tutti in casa e quvelli fora di casa e così desideriamo e speriamo di tutti voi.

Vi fo sapere che pochissimi giorni prima della partenza de duca pumpeo e saputu de pasina batista che ritorna allamerico che e morta mia sorella mariangela quvanti elme rincrese a non poter vederla  mai piu cara mia sorella cari miei niputi fatevi di coragiu e rasegniatevi al voler dedio che non perite mai

Caru nipute michele vengu a predirti un favore a farmi sapere come sono la sunto de la selva che resta da vendedere dentro sura la gierra se  voialtri avete intensione di comprala  siono  se avete intensione coprala ve la vendo por el prezi di duve marenghini e mezu in oru dico 2 1/2 marenghini oru e se voialtri noavete interes di comprare mi farete il piaciere a cercare  de vendela al miu fratellu antoni o a quvalunque duni altri se potete guvadagnare  quvalche cosa di più ve lo lasi aviotri per la vostra comisione che gia sapete che sono stata stimata 60 £ dunquve duncuve de cuvel tempu a sta ura credemu che li arbuli sono cresuti dunquve sono sempre a benefizi del compradore caru nupute michele tirego di farmi il piaciere a fare tuttu lo posibile a ajiutarmi sopra quvesta granda vendita

Caru nipute michele per elustrumentu se pudara rangiarsa con el esatur per poco dineru perche a mandare una procura e poi mandarla a roma viene a custar il valore che la vendi dunque non mi resta niente per me caru nupute abiamo metutu panaderia in nostra casa j abiamo travallatu 5 anni e siamo trasati e adessu abiamo afitatu per 10 anni per potere pagare la nostra perdita per no lienare i beni. Dunquve quvesta selva in talamona sono puse disposta da vendere che altra cosa sempriper aiutarne un pocu caru nipute i nostri figli baruni non ano piaciere nesuni a lavorare in la panaderia e per quvestu lo afitata quvesta estata la mia desfortuna el ghi piacie di piu quvalunquve altri lavori

 Altra non mi resta che racomandarvi  di unpruntu riscuntru e rilasiarvi con ipiù cordiali saluti tutti con la vostra apresiada familia e il vostru fratellu batista e le mie fiosie ursula e rosa e meneghina e mariangela e antoni mio fratello con la suva familia e tutti quvei de la famili di riva lorenzu dettu benedet e mi salutarete tutti quveli della mia casa paterna e materna adiu adiu adiu

Mi dichiaro la vostra zia Simonetta Rosa maritata Luzzi adiu cari miei niputi

E vostru ziu Lorenzu Luzzi

   Adiu Adiu Adiu

QUANDO IL LEGNO DIVENTA ARTE

TALAMONA 29 settembre 2013 inaugurazione di una mostra di scultura lignea alla casa Uboldi

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DELLO SCULTORE DOTTO G ABRAM UN POMERIGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA ARTIGIANALE

In occasione della seconda giornata del patrimonio, quest’oggi a partire dalle 17. 30 alla Casa Uboldi è stata di scena l’arte. L’arte a tutto tondo. L’arte del fare. L’arte artigianale. La scultura. L’affresco. La musica. Una giornata variegata e ricca di contenuti animata da numerosi interventi.

I mille volti del legno: l’introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca

Protagonista della giornata il legno, un materiale molto caro ai talamonesi così come a tutte le popolazioni montane per le quali il legno rappresenta la matrice della cultura materiale.

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Il legno un po’ come l’uomo si può trovare ovunque, sotto diversi aspetti e in diverse situazioni. In primo luogo come struttura portante degli alberi che ci danno l’ossigeno col quale respiriamo. In questo senso il legno è vita anche perché accompagna la vita dell’uomo dalla sua nascita (di legno sono le culle che ci accolgono quando veniamo al Mondo) fino alla morte (di legno sono le bare che accompagnano l’ultimo viaggio) passando per la quotidianità. Con il legno si possono costruire le case, gli arredi, gli utensili usati nei lavori tipici montani praticando i quali si è sempre in contatto con questo materiale.

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Il legame tra l’uomo e il legno può essere dunque sintetizzato dal verbo FARE o anche CREARE. L’uomo con il legno crea forme nuove e sviluppa la manualità. Un legame misterioso come il legno stesso che in qualche modo fa da maestro all’uomo, il quale, prima di lavorare il legno, deve imparare a conoscerlo, capire come crescono gli alberi come tagliarli, distinguere le varie tipologie di legno, ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, ragionare e così impostare il proprio lavoro, a modellare il legno restando inizialmente fedele alle forme originarie e poi imparando col tempo a creare forme sempre più elaborate e complesse.

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Il legno è arte, ma anche scienza e tecnica. Con il legno l’uomo crea forme artistiche, ma anche, come abbiamo visto, strumenti di utilità quotidiana. Nascono l’intaglio, l’intreccio e le tecniche base per costruire strumenti anche con altri materiali, strumenti coi quali il lavoro diventa sempre più preciso e aperto a varie possibilità, strumenti coi quali l’uomo può progredire ulteriormente. Di legno sono fatti i telai per la tessitura, una delle prime manifatture della Storia, l’embrione delle successive società industriali.

Il legno è fantasia. Se la fantasia è molta basta veramente poco per darle forma attraverso il legno, per trasformarlo da maestro a compagno di viaggio, un viaggio di crescita personale, un viaggio durante il quale l’uomo ha continuamente arricchito il suo sapere e le sue capacità.

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A questo punto del viaggio alla scoperta del legno è stato interessante osservare alcuni esempi. Osservare ad esempio come l’inventiva dell’uomo trasforma un tronco cavo in una fontana, come il legno una volta fosse presente ovunque non solo, come abbiamo già visto, negli strumenti del lavoro e della vita quotidiana, ma anche nelle serrature, come il legno è utile attraverso i collari (in dialetto gambis) attraverso i quali ciascuno sapeva identificare le proprie bestie e come il legno rappresenti il contatto con la natura, la possibilità per l’uomo di esprimere la propria personalità (attraverso le decorazioni sugli oggetti, in particolar modo gli stampini del burro, decorazioni a motivi floreali o con la forma del cuore che simboleggiano la purezza della vita) e di stabilire un perenne contatto con la natura e con la terra, per molto tempo lavorata solo con l’ausilio di strumenti di legno che entra anche nel linguaggio gergale dei contadini, nella loro sapienza ancestrale (significativo è stato scoprire, da questo punto di vista, l’abitudine di appendere nelle baite rametti di abete o di sambuco contornati da delle tacche, rametti che si spostavano a seconda dell’umidità segnalando così il brutto o il bel tempo, igrometri artigianali), nonché di stabilire, attraverso il legno una sorta di collegamento tra il mondo materiale e quello spirituale come se il legno fosse uno strumento col quale creare una sorta di magia che solleva l’uomo ad un livello più vicino a Dio permettendo all’uomo di replicare su piccola scala il processo di creazione, ma anche accompagnando le liturgie e le feste (di legno ad esempio erano fatte le raganelle suonate nel periodo del carnevale e il giorno del venerdì santo quando non suonavano le campane).

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4cUn viaggio, quello attraverso il legno, che è anche un viaggio attraverso un mondo di conoscenze anche immateriali, che, col progresso della tecnologia e l’avvento dei nuovi materiali, rischia ogni giorno di più di diventare un mondo perduto.

Un viaggio che dal legno ha portato a seguire a tutto tondo molteplici itinerari attraverso le arti.

L’arte lignea in Valtellina e in Valchiavenna. L’intervento di Lucica Bianchi

La Valtellina ha sempre rivestito un ruolo strategico fondamentale per la conformazione geografica del territorio e per la posizione cruciale che ne faceva la principale via di comunicazione europea. Si tratta dunque di una regione prevalentemente montuosa e in qualche modo separata dai grandi centri culturali sia nel Medioevo che nell’età moderna. Ad ogni modo nel cuore di un Rinascimento in fiore nell’Europa del XV secolo (il periodo cui facciamo riferimento) le manifestazioni artistiche valtellinesi appaiono tutt’altro che sporadiche e periferiche. Per ovvie ragioni la Valtellina e la Valchiavenna sono il territorio ideale per studiare la scultura in legno e questo non solo per la facile reperibilità del legno in questa zona. Teniamo presente, come ha sottolineato anche la professoressa Duca poco fa, che un tempo il legno si trovava un po’ dappertutto ed era parte integrante della vita e della cultura di queste popolazioni. Superate le prestazioni tipicamente costruttive e pratiche dal legno può nascere anche un’enorme capacità di dar vita ad espressioni di alto livello artistico. In termini assoluti, in base ad una ricerca fatta dagli specialisti del settore, la Valtellina possiede il maggior patrimonio di opere lignee di tutta la Lombardia. A marcare la differenza tra questo patrimonio e il resto dell’arte in Italia nel Rinascimento è in primis l’importante ruolo sociale economico e politico nonché religioso raggiunto dalle famiglie nobili valtellinesi che prediligono e commissionano materialmente la realizzazione di tali opere in legno. D’altro canto si ha l’applicazione dei decreti in materia di arte sacra promulgati dal Concilio di Trento del 1545. Questo concilio affermava delle linee guida che sconsigliavano l’utilizzo di un materiale umile e deperibile, come il legno era, sia per la costruzione che per la decorazione delle chiese, un’esigenza peraltro sostenuta dagli ambienti classicisti del Cinquecento che prediligevano i materiali nobili, duraturi e di discendenza classica come il marmo e il bronzo. Mentre Milano perse così gran parte delle sue opere in legno, le diocesi limitrofe sono state meno propense ad applicare i decreti tridentini. Ecco perché più ci si allontana da Milano sia in direzione nord che in direzione sud, più si trovano chiese che conservano ancora opere sacre in legno. Nella maggior parte dei casi non si tratta davvero di opere valtellinesi. Gli artefici delle importanti ancone e statue lignee che tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento sono state realizzate a Morbegno, Ponte, Tirano, Grosio e in tutti i maggiori centri urbani della Valtellina, sono artisti milanesi e pavesi, appartenenti alle botteghe di Del Maino, De Donati, Pietro Bussolo e Andrea da Saronno oppure artisti germanici come Strigel e Echart. Alcune delle loro opere richieste dalle comunità valligiane oltre ad altre più numerose esiliate dai loro luoghi d’origine dopo l’affermazione del credo protestante sono giunte così fino alle popolazioni cattoliche. A cominciare dalla metà del Cinquecento vengono chiamati i migliori esperti e specialisti del momento e a loro vengono affidate la doratura e la policromia delle opere in legno. Valtellina e Valchiavenna sono regioni geografiche periferiche, ma anche snodi commerciali, politici e militari costituendo anche l’avamposto della fede cattolica contro l’avanzare del protestantesimo. Quanto questo abbia influito sulla commissione di opere, come il santuario della Madonna di Tirano, è noto a tutti e probabilmente tante delle opere commissionate in quei tempi e nei tempi a seguire hanno avuto alla base proprio questa esigenza strategica di fede.

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Se si vuole studiare l’arte del legno in Valtellina , un punto di partenza valido è la grande ancona di Giacomo del Maino per la cappella dell’Immacolata della chiesa di san Maurizio a Ponte. Va detto che la monumentale ancona di Ponte è la prima testimonianza di arte lignea pienamente rinascimentale giunta pressoché integra sino a noi. All’epoca della sua esecuzione, nel 1520 circa, Giacomo del Maino era un artista affermato, artefice di importanti commissioni, dal coro di S. Ambrogio a Milano fino alla celebre, ma purtroppo distrutta ancona dell’Immacolata di S. Francesco sempre a Milano che ospitò tra i suoi pali dorati la tavola della Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci. Alla bottega di Giacomo del Maino verranno commissionate le ancone del santuario di Morbegno (1516-19) quello di Tirano (1521-24) e infine quella di Ardenno (1536). Tutte queste sono opere di grande impegno e qualità artistica, veri capolavori d’arte lombarda. La bottega concorrente, quella dei fratelli milanesi de Donati, molto prolifica e organizzata a ritmi quasi industriali predilige località minori, lontane dai grandi santuari, ma i loro risultati sono comunque sorprendenti per espressione e complessità come testimoniano i tre altari che la bottega realizzò per la chiesa di san Bartolomeo a Caspano dove si celebra la resurrezione di san Lazzaro e dove è presente un’ancona dedicata a san Bartolomeo. L’altro protagonista dell’intaglio ligneo rinascimentale è Piero Bussolo che era solito firmarsi MEDIOLANENSIS e che realizzò a Grosio la magnifica ancona della Natività. Per quanto riguarda le rappresentazioni figurative di questi artisti esse sono pienamente rinascimentali. È un Rinascimento dai canoni stabiliti da Leon Battista Alberti e Vitruvio che troviamo nelle proporzioni naturalistiche delle figure, nell’abbondanza di elementi dell’architettura classica romana (candelabri, grottesche, medaglioni, profili all’antica e una ricchissima di grifi, vasi e corni ornati di foglie e frecce). Lo studio della scultura in legno in Valtellina non risponde semplicemente ad una qualche ricerca didattica che pure è necessaria per la conservazione, ma è piuttosto il frutto di una profonda ricerca teologica. La struttura delle grandi ancone ad esempio si presenta come un vero programma coi dogmi della fede, i santi protettori, riferimenti ecclesiali, biblici ed allegorici. Le statue lignee valtellinesi nella loro perfezione formale e nella straordinaria carica emotiva non vogliono semplicemente svelare un sentimento effimero, ma piuttosto un’autentica partecipazione agli eventi narrati. Tornando per un’ultima volta al legno, questo materiale povero, semplicemente scelto per via della sua facile reperibilità, diventa un supporto versatile e prestigioso perché attraverso sofisticate tecniche di lavorazione della foglia d’oro con l’utilizzo di lacche traslucide e smalti permette straordinari effetti luminosi e cromatici divenendo così non solo prezioso, ma anche sacro. Basti un accenno al simulacro più venerato della Valtellina, quello della Madonna di Tirano, la figura celeste che si china in avanti quasi a riproporre l’intimo colloquio avvenuto la mattina del 29 settembre 1504 col beato Mario Omodei.

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L’immagine della Madonna grazie al artista Del Maino non solo sembra viva, ma sembra splendere di una luce celeste, scolpita in un legno realmente sacro.

Lezioni di arte e creatività. L’intervento di G. Abram

Giuseppe Abramini in arte G. Abram vive a Delebio e fa lo scultore da quarant’anni affiancando a questa attività quella di pittore (nei momenti di depressione) e quella di narratore (nei momenti di totale sconforto) rievocando piccole storie e personaggi della grande Storia in modo casuale, ma con brio e rigore storico in una serie di libri intitolata IL TRIONFO DI KAINO una serie in vendita nella sala conferenze e che Abram ha presentato con entusiastico fervore ad un pubblico numeroso e partecipe. Quest’oggi è intervenuto per mostrare il suo lavoro (oltre ai libri alcune sculture di vari colori e materiali) e parlare di arte, del suo mondo creativo e di tutto cio che ha ritenuto opportuno per arricchire questa già ricca giornata, un intervento istrionico e appassionante, una lezione su cosa significhi essere un artista. Una lezione di vita.

Un artista, un po’ come accade oggi ai nostri politici, rimane tale fino all’ultimo giorno della sua vita senza mai andare in pensione. Michelangelo morì alla veneranda età di 89 anni e negli ultimi giorni della sua vita ancora lo si sentiva dare colpi di scalpello a quella che divenne la Pietà Rondanini oggi esposta al castello sforzesco.

L’artista è colui che è toccato dal dono della creatività, un dono che, a seconda delle credenze, si può considerare dato da Dio oppure direttamente dalla natura. Solo una persona su un centinaio si può considerare un artista creativo e sono rari i casi in cui è possibile trovare più artisti riuniti in un solo luogo. Talamona da questo punto di vista rappresenta un’isola felice. A Talamona si contano 4632 abitanti. Su questi 46 sono artisti creativi di poesia, di letteratura, di musica, di scultura, pittura eccetera.

Un artista è colui che concepisce idee nuove e realizza cose nuove oppure con novità. Per diventare artisti occorrono tre passaggi fondamentali.

In primo luogo bisogna possedere un vasto immaginario nella mente e nel cuore, un immaginario che si coltiva con le letture e in generale le esperienze della vita, quello che si osserva, quello che si ascolta. Più l’immaginario è vasto più è possibile sviluppare una vasta creatività e operatività artistica.

Avere un vasto immaginario non serve se non c’è il desiderio di esprimerlo, di raccontarlo, di esporsi, di mettersi in gioco. Un artista deve essere forte, un po’ narcisista, si deve assumere dei rischi.

Tutto questo è importante, ma bisogna possedere anche la padronanza tecnica della propria arte. C’è chi dice che l’atto creativo in se consiste nel limitarsi a concepire nella propria mente l’opera, ma il signor Abram ritiene invece che l’artista deve essere anche un artigiano, che l’arte si compone anche di saper fare, in particolar modo la scultura, la sua arte, un’arte faticosa, dove ci si sporca.

La vita di Caravaggio prima parte

A questo punto è venuto il momento di Sonia Sassella che ha letto un brano tratto dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO dedicato alla vita di Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi). Nella prima parte di questa lettura abbiamo seguito gli esordi artistici di Caravaggio le sue peregrinazioni dalle quali già emergono i chiaroscuri che caratterizzeranno per intero la personalità e il cammino terreno di quello che fu uno dei più grandi e al tempo stesso dei più tormentati artisti di ogni tempo.

Primo intermezzo musicale

Dopo tutta questa cultura ci vuole un momento di pausa per meditare su quanto sinora ascoltato. Niente di meglio di un po’ di buona musica offerta da Damiano Bertolini. Un’esecuzione del minuetto in sol minore di Bach.

La tecnica dell’affresco. Secondo intervento di Lucica Bianchi

Col termine a fresco o buon fresco si intende la pittura murale nella quale i colori sono stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora fresco. È una tecnica che non permette ripensamenti perché i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco per via della reazione chimica che si instaura tra l’anidride carbonica dei colori e la calce dell’intonaco, un processo che prende il nome di carbonatazione e che fa si che i colori acquisiscano una forte vivacità e solidità.

L’origine della tecnica dell’affresco può essere fatta risalire a 30 mila anni fa ai dipinti murali presenti nelle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux e Chaveux in Francia. I più antichi esempi di affresco su intonaco umido conosciuti, furono ritrovati sull’isola di Creta intorno al 1500 a. C. In Italia questa tecnica risale al IV secolo a.C. come testimoniano gli affreschi di Paestum nella parte orientale del golfo di Salerno, nella cosiddetta tomba del tuffatore.

The_Tomb_of_the_Diver_-_Paestum_-_Italy

Un affresco si compone di quattro elementi: il supporto, il disegno preparatorio o sinopia, l’intonaco, i colori.

La prima fase della creazione di un affresco prevede la stesura su un muro bagnato di uno strato spesso circa 1 cm di ariccio cioè una mescolanza di sabbia dura di fiume, calce spenta e acqua. Una volta che l’ariccio si è asciugato su di esso viene tracciato il disegno preparatorio, chiamato sinopia, nome che deriva dalla città turca di Sinope da dove proviene un pigmento colorato chiamato appunto terra di Sinope. Su questa base viene steso un o strato di intonaco composto da sabbia fine di fiume, calce e acqua. Sull’intonaco vengono stesi colori macinati e mescolati all’acqua in quantità ben precise.

La principale difficoltà di questa tecnica consiste nel fatto che, come già abbiamo detto, non permette ripensamenti perché una volta stesi i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco. Per ovviare a questo inconveniente gli artisti realizzano piccole porzioni di affresco che una volta venivano chiamate giornate. Una volta che l’affresco è asciutto vi si possono apportare eventuali correzioni utilizzando comunissimi colori a tempera che però sono più facilmente degradabili.

Con il Rinascimento la tecnica dell’affresco conosce il momento di maggiore diffusione. In Italia viene abbandonato l’uso della sinopia e introdotto l’uso del cartone preparatorio. L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone e le linee che componevano le figure venivano puntellate, dopodiché il cartone veniva appoggiato sull’intonaco e spolverato con polvere di carbone di modo che essa, passando attraverso i fori lasciasse la traccia del disegno da seguire poi coi colori.

La pittura a fresco, che costituisce la gloria dell’arte italiana è considerata la più impegnativa tra le tecniche pittoriche benché i materiali utilizzati, come abbiamo visto, sono semplicissimi. L’esecuzione comunque esige una prontezza e un’abilità che devono tradursi in quel modo puro e risoluto di cui parlava Michelangelo che definì l’affresco la pittura degli uomini volendo significare con cio che essa impiega al massimo le capacità e l’esperienza dell’artista.

Parlando dell’affresco non si può che concludere con la presentazione di quello che è il capolavoro assoluto di quest’arte nonché uno dei maggiori capolavori, una delle opere più monumentali dell’arte universale: la cappella Sistina, la volta e il giudizio universale dietro l’altare principale, due opere facenti parte dello stesso sistema, di uno stesso cicli, ma eseguite da Michelangelo in due momenti diversi della sua vita. Egli rappresentò in gioventù le storie della Genesi sulla volta e venne in seguito richiamato per dipingere la parete dietro l’altare col tema del giudizio universale realizzato tra il 1536 e il 1541. Quest’opera subì le durissime critiche del concilio di Trento, per via della folta presenza di nudi che un anno dopo la morte di Michelangelo, nel 1565, si decise di ricoprire. Ad eseguire questo compito venne chiamato Daniele da Volterra passato alla Storia con l’appellativo di braghettone. In seguito queste censure sono state quasi totalmente tolte.

Sulla cappella Sistina è stato proiettato un video poi commentato da G. Abram che ha posto l’accento su alcuni dettagli del monumentale affresco.

La Madonna di via Don Cusini. Intervento di Simona Duca

Questo affresco rappresenta l’emblema della sacralità talamonese, della sintesi tra materia e spiritualità. Il soggetto rappresentato, la Madonna, è comune al 90% delle rappresentazioni sacre talamonesi siano esse dipinti murali, affreschi, edicole, gisoi eccetera.

La figura della Madonna molto spesso viene associata al legno di quercia. Entrambi rappresentano la forza e un saldo senso di protezione dall’alto di cui i talamonesi sembrano avere un particolare e disperato bisogno. Originariamente incastonata in una baita in quel di Ransciga, ha subito in seguito vari spostamenti e ora necessita del nostro aiuto per continuare a mantenersi nel tempo a trasmettere questo connubio tra semplicità dell’esecuzione e maestà del dipinto, del soggetto, reso dalla brillantezza dei colori. L’azzurro del vestito e degli occhi della Madonna, un tipo di blu così brillante e inalterato nel tempo che, come ha osservato G. Abram, potrebbe benissimo essere stato realizzato con lapislazzuli dell’Afghanistan macinati, gli stessi usati da Michelangelo per lo sfondo azzurro del giudizio universale anche se ovviamente qui non siamo a questi livelli ne per quanto riguarda il pittore ne per quanto riguarda la committenza (entrambi sconosciuti).

Un dipinto che spinge ad una riflessione. La grandezza dell’arte può arrivare ai massimi eccessi e far sentire gli artisti vicini agli dei, ma in ogni opera si annida sempre quel tocco delicato in grado di riportare tutti con piedi per terra.

Lezioni di scultura. Intervento di G. Abram

Per fare lo scultore ognuno deve trovare il materiale che gli è più congeniale. Il signor Abram ha scelto il bronzo perché ne apprezza la versatilità che permette di ampliare la creatività artistica spaziando tra molteplici soggetti. Non conta il fatto che il materiale scelto sia nobile o grezzo. Un artista con un grande immaginario e buona tecnica saprà tirar fuori in ogni caso da ogni materiale opere di pregio. A questo proposito il signor Abram ha citato la famiglia quattrocentesca dei Della Robbia in grado di realizzare opere meravigliose con la terracotta.

Una volta che il materiale è stato scelto bisogna imparare a conoscerlo e a lavorarlo in base alle caratteristiche peculiari. Nel caso specifico degli scultori del bronzo, molti si appoggiano ad una fonderia mentre il signor Abram ne ha una propria. Quando ha cominciato ne ha affittata una a Milano e ora invece ne ha una a Delebio dove vive. Attraverso tentativi ed errori ha imparato le tecniche di fusione in modo tale da creare le proprie opere in ogni fase del processo produttivo.

Per lavorare il bronzo bisogna sapere che esso fonde a circa 900° e che una scultura in bronzo nasce dall’arte dell’aggiungere a differenza di quanto accade nel caso del legno e del più classico marmo che si lavorano con l’arte del togliere. In ogni caso sia che l’artista rimuova il materiale in eccesso sia che lo coli fuso dentro uno stampo è ovviamente necessario avere bene in mente l’opera da creare. I veri artisti a tal scopo utilizzano modellini in creta (si possono anche usare altri materiali per i modellini come il gesso o la plastilina). Persino Michelangelo, il più grande scultore di tutti i tempi, per cui la sua arte era tutta giocata sulla perenne ossessione di liberare opere che sentiva essere gia presenti nel marmo, lavorava con modellini preliminari. Così ha affrontato il David prima di scolpirlo da un gigantesco blocco acquistato a poco prezzo perché precedentemente rovinato da un altro scultore. L’opera d’arte insomma va costruita.

La scultura in generale offre più possibilità. La scultura a tutto tondo che è quella classica con la figura ben definita su tutti i lati (il David, il Mosè e le Pietà di Michelangelo, le opere di scultori della Grecia classica come la Venere di Milo la Nike di Samotracia, il Discobolo, il Pensatore sono tutti esempi di sculture a tutto tondo una lista che potrebbe continuare). La scultura a mezzo tondo, quasi definita, ma con una piccola porzione non staccata da una parete (le decorazioni all’ingresso di alcune cattedrali gotiche) l’altorilievo e il basso rilievo, una commistione tra scultura e figura disegnata (i fregi del Partenone oggi al British Museum di Londra sono esempi di rilievi).

Per fare una scultura in bronzo sono necessari diversi passaggi. Il primo passaggio è ovviamente l’idea estrapolata dal proprio immaginario personale, idea che può essere prima disegnata e poi modellata oppure modellata direttamente a seconda della metodologia specifica che ognuno intende adottare. Dal modello non si può prescindere. Il modello in creta su cui si posa uno strato di negativo in gesso. Lo strato in gesso si rimuove si divide in due parti per staccare dalla creta. I negativi in gesso vanno poi riuniti in un unico pezzo dopo averli lavati. La forma va capovolta e si esegue poi una seconda colata di gesso. Sul modellino di gesso si realizza una controforma in gomma da tagliare anch’essa in due metà nelle quali va pennellata la cera liquida che a contatto con la gomma fredda si solidifica e forma uno strato dentro cui colare del refrattario per poi rimuovere la gomma. Sul positivo in cera ottenuto da quest’ultimo passaggio si realizzano le colate e gli attacchi di fusione con un secondo strato di refrattario. È a questo punto che la statua è pronta per la fornace ove la cera brucia e rimangono i due strati di refrattario che bisogna interrare  per far si che quando giunge il momento di colare il bronzo fuso poi non esploda. Nel frattempo bisogna fondere il bronzo. A 150° assume una colorazione azzurrina (che può essere accentuata con piccole parti di fosforo). A questo punto è giunto il momento di colare il bronzo all’interno della forma refrattaria. Il bronzo seguirà le linee guida della forma refrattaria espandendosi dal basso verso l’alto. La scultura a questo punto è pronta, ma è necessario che si raffreddi poiché il bronzo caldo è fragilissimo. Una volta che il bronzo è freddo la scultura può essere ripulita dagli strati interrati e di refrattario e cesellata. Da ricordare che le forme preparatorie devono essere realizzate con un’ apertura in alto a mo’ di sfiatatoio.

Una scultura in bronzo appare naturalmente di colore verde. Il bronzo è composto in media da un 85% di rame, che è il responsabile della colorazione, e da un 15% di stagno, che fluidifica il tutto. Per fare una scultura in bronzo è importante che il materiale di partenza non scarseggi in stagno poiché molto rame e poco stagno rende il bronzo fuso di consistenza troppo pastosa per poter essere utilizzata. L’unica scultura che si conosce realizzata con appena l’1% di stagno sono i famosi cavalli di Venezia realizzati ciascuno in un blocco unico tranne la testa e il collo unita al resto del corpo con dei finimenti. Per lavorare il bronzo con poca percentuale di stagno nella composizione bisogna aggiungerci del piombo e comunque su questi cavalli, inizialmente pensati per una successiva doratura, si possono notare delle imprecisioni.

I Greci furono grandi scultori di bronzo oltreché di marmo. Era molto difficile trovare del bronzo già pronto però. I Greci si procuravano separatamente i due metalli che lo formavano. Trovavano il rame a Cipro (il cui nome significava proprio isola del rame cuprum in greco) e acquistavano lo stagno carissimo dai Fenici i quali lo trovavano in un gruppo di isole nei pressi dell’Inghilterra. I Fenici a quel tempo viaggiavano più degli altri. Si spingevano persino nei Paesi Baltici per trovare l’ambra lungo le coste occidentali dell’Africa per trovare l’oro. Potrebbero essere stati loro a diffondere la leggenda delle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) come limite del Mondo oltre il quale le acque precipitano e questo per impedire che altri potessero venire a conoscenza delle loro rotte commerciali.

Anche i Romani realizzarono sculture in bronzo. L’esempio più famoso è la statua equestre di Marco Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma salvata dalla furia distruttrice dei Cristiani verso i retaggi del paganesimo perché scambiata per una statua di Costantino colui che legalizzò il Cristianesimo.

Michelangelo fece solo una statua in bronzo (e pare un crocifisso in legno di dubbia attribuzione) una statua di san Petronio che si trova a Roma nella chiesa dedicata al santo commissionatagli da papa Giulio II della Rovere, un papa terribile, guerrafondaio, irascibile e sempre in ritardo coi pagamenti, ma che dal canto suo esigeva la pigione da Michelangelo, il quale comunque è morto ricco perché sapeva comunque farsi pagare e bene.

Il più grande bronzista della Storia dell’arte dopo i Greci fu senz’altro Donatello.

La vita di Caravaggio. Seconda parte.

È venuto poi il momento di conoscere gli ultimi atti, più tormentati che mai, della vita di Caravaggio, letti sempre da Sonia Sassella e tratti dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO.

Secondo intermezzo musicale

Questa volta il pianoforte di Damiano Bertolini ci ha regalato un brano orientale.

I ringraziamenti del sindaco

In chiusura della giornata non poteva non intervenire il sindaco Italo Riva con i ringraziamenti al gruppo dei volontari.

Ultimo intermezzo musicale

Per salutare l’apertura della mostra la sonata di Beethoven al chiaro di Luna

Quando il legno diventa arte. La mostra.

È giunto finalmente il momento di inaugurare la mostra che proseguirà fino al 13 ottobre da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 17.30 il sabato dalle 15 alle 18 e dalle 20.30 alle 22 e la domenica dalle 15 alle 18, una mostra collettiva di vari intagliatori valtellinesi (Sergio Bertolini, Franco Bianchini, Dante Bonelli, Quirino Ciaponi, Battista Duca, Egidio Ruffoni, Remo Ruffoni, Cirillo Zuccalli). Una mostra caratterizzata da un allestimento intelligente dove ogni autore trova il suo spazio e può esprimere il suo potenziale e dove l’arte del legno si esprime attraverso varie tipologie di linguaggio (dal classico, al rustico, all’avanguardistico) di soggetti e di interpretazioni. Un percorso che va meditato con molta calma ed osservato più e più volte per ascoltare il legno che parla al cuore raccontando le sue storie attraverso l’immaginario di coloro che, modellandolo, prima e meglio di tutti hanno saputo interpretarlo a volte dando un titolo alle loro opere, ma molto più spesso no.

Un percorso che parte da Quirino Ciaponi cui il legno ha suggerito forme prese dalla natura nonché forme umane stilizzate modellate a formare sculture vere e proprie, ma anche tazze.

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Un percorso proseguito poi con Battista Duca che ripercorre la lunga tradizione della cultura materiale (con legno che fa da materia prima nella creazione di oggetti quotidiani) virando però anche verso forme astratte.

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Si continua poi con Cirillo Zuccalli e la sua personale interpretazione dell’arte del legno come arte sacra, ma anche come amarcord e come personale celebrazione del rapporto tra le popolazioni valligiane e la natura attraverso fiori e grappoli d’uva dorati. Un percorso arricchito da vecchie lettere e fotografie nonché da un libricino con tavole illustrative di tutte le stanze di una casa (cucine, soggiorni, camere da letto, bagni) arredate con mobili e stili antichi (di fattura settecentesca pare).

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Di scena poi Fausto Bertinelli e le sue opere su tavola che sembrano ispirate alla pop art e che più che mai evidenziano come l’arte di creare col legno sia soprattutto l’arte del togliere.

In queste sottili tavole di legno l’immagine prende forma proprio dal legno rimosso

 

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A seguire Sergio Bertolini offre allo spettatore una finestra su un tempo passato in cui il legno serviva anche a divertire i bambini che con piacere ricevevano giocattoli intagliati da padri, zii o nonni. Giocattoli che Sergio Bertolini qui propone ricchissimi di dettagli. Due Pinocchio interpretati in maniera originale, modellini di auto motorini, elicotteri aerei, un quod, accanto a strumenti atti alla lavorazione artigianale della lana anch’essi riprodotti fedelmente e probabilmente funzionanti.

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È il turno ora di due scultori Franco Bianchini e Dante Bonelli accomunati da grande fantasia e versatilità nel rendere il legno materia viva con cui plasmare il proprio immaginario creando opere che spaziano da comuni oggetti d’uso quotidiano talvolta decorati (suppellettili e posate) ad opere che ricordano le avanguardie contemporanee. Opere che mescolano il sacro e il profano nel caso di Dante Bonelli che espone tavole di legno incise con rappresentazioni sacre (la Sacra Famiglia), ma anche istantanee di vita quotidiana e opere che, com’è il caso di Franco Bianchini, non dimenticano la natura. È il caso di una scultura elaborata come un’installazione che rappresenta alcuni animali del bosco innestati su un tronco lungo e sinuoso che lo fa somigliare ad un serpente.

Istantanea di vita quotidiana incisa su legno da Dante Bonelli

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A seguire sacra famiglia incisa su legno da Dante Bonelli

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La vita nel bosco secondo Franco Bianchini

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A seguire alcune immagini che illustrano l’esposizione generale delle opere dei due artisti

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La quotidianità, la fatica del lavoro è il tema dominante di Egidio Ruffoni. Il suo proporre gerle, cestini come quelli per la frutta, zangole, carrozzine, trasfigurandoli da oggetti di uso quotidiano a opere d’arte ha un che di dadaista.

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È interessante notare come l’ultimo (ma non per importanza) degli scultori presentati, Remo Ruffoni, partendo praticamente dallo stesso spunto, abbia però elaborato soluzioni diverse (se si eccettua la scelta di creare un bassorilievo sul ripiano di un tavolo, un bassorilievo che rappresenta la lotta in volo tra due galli forcelli). Nelle sue opere (sculture a tutto tondo e bassorilievi) il legno si fa quasi carnale ed è come se le figure rappresentate prendano davvero vita. Figure che rappresentando la dura vita di montagna si trasfigurano in parte in una dimensione di sogno mostrando la vita ad un livello più generale e trasversale. In particolar modo i bassorilievi di questo artista ricordano delle vere e proprie istantanee che paiono animarsi come dei tableau vivant. Due tra questi bassorilievi mi hanno colpito in modo particolare, scolpiti su entrambi i lati come a voler raccontare la stessa storia in due momenti e da punti di vista differenti. Un discorso che mi ha ricordato molto il concetto di simultaneità della scena preso in esame nell’ambito della giornata sull’Orlando Furioso. Il primo dei due bassorilievi intitolato SOPRAVVIVENZA racconta da un lato il tentativo dell’uomo di sopravvivere in una scena di guerra che vede coinvolti gli alpini e dall’altro la spietata e caotica lotta per la sopravvivenza della fauna selvatica, in assoluto l’opera che ho più amato tra quelle esposte. C’è poi l’altro bassorilievo dublefax che rappresenta i due atti dell’importante momento che perpetua l’atto primordiale della creazione attraverso la generazione di una nuova vita prima e dopo la nascita di un nuovo bambino.

Da notare l’opera lunga e stretta al centro dell’immagine chiamata Evoluzione.

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Ignoranza e Estasi e  altre due opere senza titolo

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Il sogno del pastore

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Sopravvivenza (lato a)

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Sopravvivenza (lato b)

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                                                                                            Senza titolo (lato a)

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Senza titolo (lato b)

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                                                      Tavolo con il duello tra le maestose aquile

Ad arricchire la mostra una presentazione fotografica dedicata all’arte sacra lignea valtellinese che richiama il discorso di Lucica Bianchi durante la presentazione.

Un percorso, quello di questa ricca mostra che è il degno coronamento di un’iniziativa che segna un altro importante capitolo della vita culturale talamonese

Antonella Alemanni