VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni

CRISTO REDENTORE

La seconda meraviglia del mondo moderno di cui vogliamo parlarvi è il Cristo Redentore, (in portoghese Cristo Redentor). Questa statua rappresenta Gesù Cristo , Redentore dell’umanità.

CRISTO REDENTORE

CRISTO REDENTORE

La statua è situata in cima alla montagna del Corcovado, che si erge 700 metri s.l.m., sulla baia di Rio de Janeiro in Brasile. E’ alta 38 metri, di cui 8 metri fanno parte del basamento. 

LA STORIA. Nel 1850, un prete cattolico di nome Pedro Maria Boss propone alla principessa Isabella l’idea di un grande monumento religioso. Isabella non accoglie la proposta, che venne poi definitivamente abbandonata nel 1889. In quell’anno, il Brasile divenne una Repubblica, in seguito, lo Stato e la Chiesa si separarono.

Il prete Pedro Maria Boss

Il prete Pedro Maria Boss

Nel 1921 l’arcidiocesi della città di Rio de Janeiro ripropone la costruzione del monumento e per questo, si organizzò un evento chiamato “Settimana del Monumento”, per la raccolta dei fondi necessari per la costruzione. Inizialmente il progetto prevedeva la rappresentazione di Cristo con un globo in mano, poggiato su un basamento rappresentante il mondo.

Il Cristo Redentore, il progetto iniziale del 1924

Il Cristo Redentore, il progetto iniziale del 1924

Tuttavia, fu scelto un progetto con il Cristo con le braccia aperte. Lo scultore francese Paul Landowski fu incaricato della progettazione, e per la parte della costruzione fu nominato l’ingegnere locale Heitor da Silva Costa.

L'ingegnere Heitor Silva Costa

L’ingegnere Heitor Silva Costa

Lo scultore Paul Landowski, foto del 1913

Lo scultore Paul Landowski, foto del 1913

Il materiale usato per la costruzione del monumento è il calcestruzzo, essendo questo il materiale adatto a questo tipo di struttura. All’esterno è ricoperto di un materiale impermeabile e resistente alle condizioni climatiche estreme.

Il 12 ottobre 1931 il presidente brasiliano Getulio Vargas inaugurò l’opera in una grande e sontuosa cerimonia.

Nell’ ottobre del 2009, in occasione del 73° anniversario della statua, l’arcivescovo Eusebio Oscar Scheid consacrò una cappella sotto la statua.

Fino al 2002, il monumento poteva essere raggiunto percorrendo 222 gradini che la dividevano dal terminal della linea ferroviaria.  Una barriera architettonica insuperabile per i visitatori disabili. Da quell’anno invece, c’è stato un grande processo di rinnovamento della zona per risolvere questo problema: sono stati montati 3 elevatori panoramici e 8 scale mobili.

CURIOSITA’. Il 12 ottobre del 1831, da Roma, lo scienziato italiano Guglielmo Marconi (inventore del telefono), mandò  un’impulso radio che fece accendere le lampade della statua. Nel 1974, in occasione del centenario della nascita di Guglielmo Marconi, la comunità italiana della città di Rio de Janeiro pose una targa ai piedi del monumento per commemorare l’impresa dello scienziato italiano.

La targa posta ai piedi della statua di Cristo Redentore dalla comunità italiana della città di Rio de Janeiro

La targa posta ai piedi della statua di Cristo Redentore dalla comunità italiana della città di Rio de Janeiro

È stata la statua di Gesù più alta al mondo fino novembre  2010, quando è stata superata di 6,5 metri dalla statua di Cristo Re innalzata a Swiebodzin, nell’ovest della Polonia. 

Il base jumper austriaco Felix Baumgartner si è buttato con il paracadute dalla mano destra della statua.

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi, studenti classe 3°, secondaria, primo grado

I BUCHI NERI. LE PRIME TEORIE

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Una ricostruzione artistica del centro di un buco nero. Esso è dotato di un campo gravitazionale così intenso da impedire a qualsiasi oggetto e perfino alla luce di allontanarsi da esso: per questo non può essere osservato direttamente e viene detto, appunto, nero.

Pensiamo ai buchi neri come a una scoperta del 20 ° secolo, più precisamente nel 1916, quando Albert Einstein pubblicò la sua teoria della relatività generale e il fisico Karl Schwarzschild usò quelle equazioni per immaginare una sezione sferica dello spazio-tempo così deformata intorno ad una massa estremamente densa da essere invisibile al mondo esterno.

Il primo a suggerire l’esistenza di “stelle oscure” dalla forza di gravità tanto grande da poter impedire la fuga perfino alla luce, fu John Michell, nel lontano 1783.

Nato nel 1724, Michell frequentò l’Università di Cambridge e insegnò lì per un tempo, prima di diventare rettore di Thornhill, vicino alla città di Leeds. Egli è descritto dai suoi contemporanei come “un uomo molto ingegnoso, e un filosofo eccellente.” Gli interessi di ricerca di Michell si espandevano in diverse aree della scienza. Iniziò esaminando il magnetismo, dimostrando che la forza magnetica esercitata da ogni polo di un magnete diminuisce con il quadrato della distanza. Dopo il terremoto di Lisbona del 1755, ipotizzò che i terremoti si propagassero come onde attraverso il terreno, contribuendo in tal modo allo sviluppo della sismologia. Questa intuizione gli valse l’elezione alla Royal Society.

Nel campo della fisica, ha ideato e progettato l’apparato sperimentale in seguito usato da Cavendish per misurare la forza di gravità tra le masse in laboratorio, in modo da ottenere il primo valore preciso per la costante gravitazionale (“G”). E fu il primo ad applicare metodi scientifici per l’astronomia. Ha studiato come le stelle sono distribuite nel cielo notturno. La sua analisi ha fornito la prima prova di stelle binarie e ammassi stellari.

Ma è in un documento che Michell ha scritto nel mese di novembre 1783 al Cavendish, poi pubblicato nel Royal Society Journal che lo stesso si è rivelato “preveggente”.

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Il suo intento non era quello di “inventare” oggetti esotici, ma di scoprire un metodo utile per determinare la massa di una stella. Michell aderiva alla teoria corpuscolare della luce di Isaac Newton, e dal momento che la luce era fatta di particelle, pensò che la forza gravitazionale della stella emettente avrebbe ridotto la velocità della luce in maniera dipendente dalla massa dell’astro. Misurando la velocità della luce delle stelle poteva pertanto calcolare le loro rispettive masse.

Un’idea errata come sappiamo oggi, ma abbastanza ragionevole in base a ciò che era noto al momento: Ole Roemer aveva misurato la velocità della luce nel secolo precedente, quindi Michell aveva una cifra approssimativa con cui lavorare. Comprendeva anche il concetto di “velocità di fuga”, e che questa velocità critica era determinata dalla massa e dalle dimensioni della stella. In particolare, Michell si domandava che cosa sarebbe successo se una stella fosse stata così massiccia, e la sua gravità così forte, che la velocità di fuga fosse stata equivalente alla velocità della luce.

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Effetto lente gravitazionale causato dal passaggio di una galassia dietro a un buco nero in primo piano

Michell suppose che le particelle della luce fossero soggette alla forza di gravità come qualsiasi altro oggetto. Egli partì dalla constatazione che la velocità di fuga della superficie del Sole è solo lo 0,2% rispetto alla velocità della luce, ma che per oggetti di dimensioni progressivamente maggiori, aventi sempre la densità del Sole, la velocità di fuga aumenta notevolmente. Michell arrivò così a poter ipotizzare che, un oggetto di diametro 500 volte superiore a quello del Sole (grande pressappoco come tutto il Sistema Solare) avrebbe una velocità di fuga maggiore della velocità della luce, e che se un tale oggetto esistesse, la luce non potrebbe uscire da esso, risultando così buio e invisibile. Michell scriveva: “Pur essendo tali oggetti invisibili, se qualche corpo luminifero dovesse orbitare intorno ad essi noi potremmo forse dal moto di questi corpi orbitanti, notare l’esistenza dei corpi centrali.” In altri termini egli suggerì che i buchi neri potevano essere facilmente individuati qualora facessero parte di sistemi binari. In tal caso potremmo osservare una stella che sta ruotando intorno ad un “nulla”.

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Probabile aspetto di un buco nero, se posto davanti ad uno sfondo ricco di stelle. Da notare la luce distorta dalla gravità e l’orizzonte degli eventi. Il buco è pensato con una massa pari a dieci volte quella del Sole, e visto da 600 km di distanza.

Su posizioni sostanzialmente identiche era giunto per vie del tutto indipendenti anche il francese Pierre Simon  Laplace, che pubblicò le sue teorie nella prima edizione del l‘Esposition du systéme du monde nel 1796.

Pierre Simon Laplace

Pierre Simon Laplace

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Rappresentazione artistica dell'ipotesi della nebulosa di Laplace (detta anche "Teoria di Kant-Laplace")

Rappresentazione artistica dell’ipotesi della nebulosa di Laplace (detta anche “Teoria di Kant-Laplace”)

La teoria corpuscolare della luce di Newton perse il favore della comunità scientifica dopo che Thomas Young nel suo  esperimento del 1799 dimostrò che la luce si comporta come un’onda, e poiché la “stella oscura” di Michell si basava sul presupposto della luce fatta di particelle, anch’essa fu abbandonata. Tuttavia, l’intuizione inattesa di Michell a proposito di particelle di luce “intrappolate” ha resistito alla prova del tempo. Il termine “buco nero” fu coniato dal fisico John Wheeler nel 1968 in una conferenza alla American Astronomical Society.

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Un buco nero in una rappresentazione artistica della NASA

Si potrebbe dire che John Michell, nacque sotto una stella oscura. Le sue idee non hanno mai raggiunto la velocità di fuga sufficiente per uscire da Thornhill. È morto nell’oscurità tranquilla, e la sua idea di una “stella oscura” è stata dimenticata fino a quando i suoi scritti sono ri-emersi nel 1970. Infine, le sue idee hanno trovato la loro strada verso la luce.

Tuttavia, la nozione di stelle oscure  fu  ripresa solo nel contesto della teoria della relatività di Einstein, quando gli astronomi accettarono l’idea che poteva essere davvero un modo per dare vita alla creazione di singolarità, con caratteristiche simili a quelle dei buchi neri.    (segue...)

Lucica

Bibliografia

John Michell, On the means of discovering the distance, magnitude etc. of the fixed stars, Philosophical Transactions of the Royal Society (1784)

Introduzione nella Teoria dei Buchi Neri, Institute for Theoretical Physics / Spinoza Institute.

Wald Robert M. ,  Relatività Generale, Università di Chicago, 1984

LA RELIGIONE MESOPOTAMICA

La religione della Mesopotamia (letteralmente, il paese “tra i fiumi” Tigri ed Eufrate) ebbe origine fra i Sumeri. Per lingua e ascendenza essi erano estranei ai due gruppi principali antichi dell’Asia occidentale, i Semiti e gli Indoeuropei.

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Stele recante le principali divinità mesopotamiche con i loro simboli

Furono tre gli dèi che dominarono il pantheon sumerico: Anu, il dio del cielo, Enlil, il dio del vento, e Enki o Ea, il dio delle acque. Essi governavano dunque le tre divisioni del cosmo: Anu, benché in teoria il sommo, aveva un’influenza minima nelle cose umane ed era Enlil, il suo braccio destro, che governava la Terra. I Sumeri riconoscevano centinaia di altri dèi, i cui nomi e le cui qualità variavano da una città stato all’altra. Con i mutamenti di potere politico questi dèi minori assunsero sempre maggiore importanza e furono aggiunti ai tre dèi principali, giungendo talvolta persino a prenderne il posto. Fu così che nel corso del II millennio a.C. il dio babilonese del Sole e della vegetazione, Marduk, usurpò il posto di Enlil. Marduk era l’eroe del poema “Enuma elish” – Epopea della Creazione- (che risale a un originale sumerico del II millennio, ma ci è giunto solo in una versione del VII secolo a.C.), nel quale è narrato come egli sopraffacesse la dea Tiamat e divenisse re degli dèi. Marduk organizzò poi l’universo e creò l’uomo dalla creta e dal sangue della dea Tiamat.

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Foto della stele contenente l’ Epopea della Creazione”

Ogni anno, durante le feste di primavera, sacerdoti e popolo tornavano a recitare questo mito della creazione, che simboleggiava il rinnovarsi della natura, assieme al mito che narrava la morte e la resurrezione di Marduk. In esso Marduk riceve gli attributi del dio della vegetazione, Tammuz, marito e figlio della dea-madre Ishtar. La dea Ishtar compare anche nella mitologia ebraica, e fusa con la dea Iside, nel tardo mondo ellenistico.

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La dea Ishtar

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Il dio della saggezza Enki  (accadico Ea), tradizionalmente raffigurato con la barba lunga e flutti di acqua e di pesci che sgorgano dalle sue spalle mentre risale una montagna. Alla sua sinistra la dea alata  Inanna (sumero, babilonese Ishtar) in forma antropomorfa e con le ali.Parte di una impronta di sigillo cilindrico risalente al XXIII secolo a.C. conservato presso il  British Museum, Londra.

Più tardi, sotto gli Assiri, il dio Ashshur eclissò Marduk, ma successivamente il potere si spostò nuovamente e Marduk fu riabilitato. Questa volta tuttavia c’era una differenza importante, perché Marduk aveva ottenuto come nome proprio il titolo di Bel,Signore“. Sotto questo riguardo la religione mesopotamica dava segno di avvicinarsi a una fede in un unico sommo Dio. Gli scritti assiri e babilonesi dimostrano chiaramente che il popolo considerava quei cambiamenti politici il risultato di movimenti nel regno degli dèi. Si riteneva infatti che la posizione dei grandi dèi influisse sul potere delle città e degli Stati ai quali quegli dèi erano più legati.

Benché le feste di primavera e i miti connessi fossero simili al mito egizio di Osiride, l’atteggiamento della religione mesopotamica verso la morte era alquanto diverso. I Mesopotamici si identificavano col morente e risorgente Tammuz (Marduk) al fine di recuperare la salute piuttosto che per assicurarsi l’immortalità. Il poema epico babilonese “Gilgamesh” dimostra infatti che essi alla fine si adattavano alla morte del corpo.

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Gilgamesh che domina un leone, fregio dal palazzo di Sargon II, Museo del Louvre

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 Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI in argilla, con la storia del Diluvio Universale, scritta in caratteri cuneiformi in lingua accadica, British Museum, Londra

L’eroe Gilgamesh parte alla ricerca di Utnapishtim (il corrispondente babilonese di Noè), al quale è stato svelato da Enlil il segreto dell’immortalità, dono che gli dèi della Mesopotamia tenevano di solito con gran cura celato agli uomini. Utnapishtim era perciò l’unico che possedesse la vita eterna. Egli parla a Gilgamesh di una pianta che dà l’eterna giovinezza, e Gilgamesh trova la pianta ma solo per venirne derubato da un serpente. E’ costretto quindi a prendere la via di ritorno e ad affrontare l’ineluttabilità della morte. La stessa concezione appare nel mito di Adapa, il quale rappresenta il genere umano: Adapa offende Anu, dio del cielo, e si reca da lui per spiegargli il suo atto, dopo aver ricevuto da Ea, dea delle acque,  l’avvertimento di non mangiare o bere nulla. Anu rimane colpito da Adapa a tal punto che gli offre il cibo e l’acqua della vita, ma Adapa li rifiuta senza rendersi conto di perdere così l’immortalità.

Ciò nonostante i popoli mesopotamici credevano in un certo genere di vita dopo la morte, ma i loro documenti descrivono l’aldilà come un triste, oscuro paese da cui non si ritorna, abitato da esseri “adorni d’ali”, che si cibano di terra e di creta. Questa non è tanto fede nell’immortalità, quanto in un’esistenza che prosegue, dopo la morte, sottoterra. La religione mesopotamica si accentrava insomma sulla vita in questo modo, dove i destini umani erano decisi dagli dèi.

                                                                                                                                                                       Lucica

SCINTILLE – UN LIBRO DI FABIO SALVATORE PASCALE

Listener

PREFAZIONE

a cura di Teresa Radesca

          “Scintille” è il titolo della raccolta di poesie con cui Pascale Fabio Salvatore esordisce nel panorama della letteratura italiana contemporanea. La sua poesia nasce, infatti, come una scintilla, una fulminazione, improvvisa ed ineludibile; il titolo, dunque, allude alla folgorazione ed al suo effetto, il bagliore rischiarante di cui i versi sono portatori una volta fuoriusciti dall’animo del poeta.

Le sue faville sono distribuite in due sezioni dell’opera, “Scintille” si compone, infatti, di due parti, la prima dal titolo “La mia anima è come il vento”, la seconda dal titolo “Riflessioni”. Come testimoniano i titoli, si passa da una poesia più fluttuante ed istantanea ad una più meditata ed assorta, pur senza rinunciare alle sue peculiarità; gli interrogativi che nascono dalla riflessione si placheranno in un animo più consapevole. Pur amando i grandi autori classici ed ispirandosi ad essi a livello semantico, il Dott. Pascale crea una lirica che non segue le forme metriche tradizionali, liberi sono i versi, così come libere sono le rime che, seppur molto frequenti, non seguono uno schema fisso. I componimenti spesso presentano pochi versi molto incisivi, la penna è uno scalpello che incide le parole come un marchio nell’anima. A volte le poesie risultano essere più lunghe e disegnare con il loro fluire il corso di un fiume in piena che sa dove andare, conosce il punto d’arrivo in cui il tutto si chiarirà e nuove consapevolezze prenderanno forma. Alla domanda “cosa rappresenta la poesia per lei?” il Dott. Pascale risponde “un battito d’ali che innalza dal grigiore” e continua spiegando “ho delegato ai miei versi il compito di trasporre su carta ciò che si agita nel cuore umano, ciò che non trova chiarimento se non in poesia, la bellezza delle piccole cose che regalano “la rara felicità”, in esse è già poesia, se si osserva con occhi non distratti la si troverà ovunque intorno a noi; mi piace considerarmi come un mezzo di cui la poesia si serve – e non il contrario – per esprimere a parole ciò che crea nel mondo”. Il “battito d’ali” è un’espressione molto cara al poeta e con essa esprime la forte volontà di librarsi in volo, il cuore alato che batte valicando confini ed esplorando nuovi orizzonti, il senso di leggerezza con cui si accarezza l’aria, il vento.

La mia anima è come il vento,

nascosta nel gambo

d’un girasole

che volge il suo cuore

nell’infinito spazio.

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La mia anima è come il vento, / nascosta nel gambo / d’un girasole / che volge il suo cuore / nell’infinito spazio”: questa è la poesia con cui si apre tutta l’opera e che fa ben comprendere il titolo della prima sezione; l’anima dell’autore è il cuore del girasole che racchiude nel suo movimento delizia e tormento. Il volgersi dell’anima nell’infinito spazio ben rappresenta la leggerezza dell’essere, la mutevolezza, la gioia del ricercare, il coraggio di osare, di spingersi oltre, ma d’altro canto, la leggerezza è anche indice del dissidio interiore, della ricerca estenuante di un orizzonte incerto, della precarietà dell’uomo che lo rende un filo d’erba al vento. Sembra quasi di scorgere in lontananza nei versi citati il vorticoso movimento di Paolo e Francesca che “paion sì al vento esser leggeri”, in questo caso trattasi di una leggerezza dettata da un destino ineluttabile che rende l’essere inconsistente di fronte al suo volere. Altro riferimento alla sventurata coppia, questa volta suggeritoci dal poeta stesso, lo si evince in “Amore clandestino”, nella seconda parte dell’opera.

           La sezione che prende il nome dall’omonima poesia, “La mia anima è come il vento”, si compone di 39 componimenti, i temi più ricorrenti sono l’amore e i conflitti dell’animo umano, il tempo con il suo celere passo o con le sue infinite attese, la notte illuminata dalla luna riflessa nelle acque del mare, i colori del tramonto, la natura silenziosa e il mistero che racchiude, il sibilo del vento fino al suo ultimo soffio; la vita stessa viene definita “un soffio di vento / in un respiro lento”. Non manca il filone patriottico, ad esso s’ispira un numero importante di poesie costituito da: “Un sogno per la pace”, “Ultimo soffio”, “Dimenticati”, “Tricolore”, “Italia, “Soldato”, “Vessillo”, “Patria”, “Idi di marzo”, “Al tempo dei padri”. Profondamente sentito dal poeta, il tema della patria tocca la sensibilità di tutti coloro che portano nel cuore il peso di ciò che è stato ed è. Il tricolore sventola il dolore per quanti “caduti nella gelida terra / rimangono insepolti”; i figli caduti vivono negli occhi delle mamme che piovono lacrime nere; il vessillo è intriso del “prezzo bagnato / da fresche creature”. Al grido “Italia o morte” irrompe l’audacia del cuor che combatte, alla sua giovinezza rubata vanno l’encomio ed il pianto. Ed ecco che l’amore per la patria si ricollega sempre al sangue di chi l’ha resa libera e grande, il Dott. Pascale celebra nei suoi inni al tricolore l’amore per il “suolo natìo”, ma in essi sale l’impeto di un dolore che cerca di affrancarsi dagli spettri di sangue che turbano il nostro sonno.  L’Italia stessa piange i suoi figli, ha il cuore colmo di una sofferenza che non le dà tregua, ha il volto di una mamma ferita, consunta e malinconica, ormai libera, ma schiava di un passato indelebile. Ricordare il passato per capirlo e imparare da esso dovrebbe essere un dovere civico per ogni bravo cittadino, fare in modo che i vetusti sacrifici non siano resi vani dalle vanità del nostro tempo dovrebbe essere una prerogativa della collettività; anche se mancano espliciti riferimenti al presente, al lettore viene spontaneo porsi alcuni interrogativi e se fossimo scrupolosi come “il pastore errante dell’Asia” ci chiederemmo se ciò che è stato trova fondamento in ciò che oggi siamo, “a che tante facelle?”

Ed è proprio il motivo patriottico che chiude l’intera raccolta, “Patria Favillarum” e “Fenice Italia” sono gli ultimi dei 32 componimenti della seconda sezione “Riflessioni”, quest’ultima sviluppa varie tematiche, mentre quella dell’amata patria si cela per svelarsi poi solo in fondo. Poniamo l’attenzione sulla lirica, “Fenice Italia”, che fa da sigillo a tutta l’opera e che risponde ai quesiti che ci si poneva poc’anzi. La riflessione critica del nostro autore si snoda su temi portanti della storia patria: l’unità della stessa nonché la nascita della Repubblica. Il componimento in versi liberi si apre con una scena di chiara bellezza poetica e intrisa di velata memoria leopardiana. Di ascendenza leopardiana è, indubbiamente, il chiarore dell’immagine lunare, nonché il vocabolo “inargentato”; il verbo “biancheggia” ci riporta alla mente il vate Carducci; ma è sull’incipit, dunque sul verbo “sorge” che, a parer mio, va focalizzata l’attenzione. E’ l’astro lunare che sorge, ma senza dubbio nelle intenzioni del poeta vi è l’auspicio che la propria patria possa (ri)sorgere, sollevarsi dalla propria decadenza per tornare agli antichi splendori. Senza voler mettere a confronto le fasi storiche che il nostro Paese ha conosciuto – per giungere, forse, ad infruttuosi paragoni – quello del Dott. Pascale è un accorato appello alla sensibilità ed alla coscienza italiana da rintracciare nella stessa immagine della luna. Alla calma delle acque fanno da contrasto i tumulti di un cuore oppresso e quello che all’inizio appariva come un quadro di quiete esteriore ed interiore si trasforma in tutt’altro scenario. Non è la purezza della “candida” luna a biancheggiare, ma il pallore generato dai lamenti per i “figli caduti”, dalla speranza estinta, dal tremolio di luci che ha illuso la patria. La poesia attraversa 3 fasi: ad un’apertura di segno positivo e di apparente calma, segue la seconda fase in cui si stagliano sullo sfondo l’ “entusiasmo vinto” ed i “fanciulli inermi” con cui quasi si perde “la speranza de l’altezza”, fino a giungere al culmine del tormento interiore: la luna è “ingrata al cuor di Roma”. La lirica si avvia alla sua conclusione, ma cambia di nuovo segno. Questa terza parte è dominata da una figura del tutto positiva e ben auspicante: il sole! Il cuore è ancora “silente”, ma nell’attesa il sole “ristora l’animo gentil” preparandolo ed incitandolo all’approdo ad una “Italia Nuova”. La poesia ha un andamento circolare, è l’ultimo verso ad esplicare il titolo: come l’uccello mitologico, l’Italia risorgerà dalle sue ceneri, dai crateri che oggi le affliggono il cuore, proprio com’è accaduto nel passato, tra i cui esempi è da annoverare, per l’appunto, la proclamazione della Repubblica. Il vocabolo “fenice” crea, inoltre, una significativa assonanza con l’aggettivo “felice” ed in questo gioco di termini si cela l’interrogativo di fondo: “conoscerà l’Italia un domani nuovo e felice?” La poesia del Dott. Pascale, pur incentrandosi su un tema tutt’altro che vergine, è in grado di suscitare vivo interesse e di generare nuovi ed originali spunti di riflessione.

“Riflessioni”  è un canzoniere incentrato sull’uomo, sulla conoscenza di sé e dell’altro, è un ampio respiro sulle sensazioni, sulle emozioni, sugli stati d’animo che l’uomo vive in quanto tale. L’uomo guarda dentro di sé e per farlo ha lo sguardo proiettato in alto, è un gabbiano che erra sulla sabbia mirando il cielo plumbeo, è una foglia nel fruscio, è il contadino che mira il cielo stellato per scrutare i segni del destino, è colui che cammina seguendo la luce della luna, è colui che ama vincendo la distanza, il suo tempo si placa nei ricordi o nell’orizzonte su cui si staglia l’oceano.

Con quest’ultima immagine e con commossa partecipazione mi congedo dai lettori, ormai impazienti di entrare del vivo della raccolta che proietta in maniera lampante il florido cammino compositivo che già s’intravede a chiare lettere per il Nostro giovane Poeta – già vincitore della seconda edizione del Premio “Giovanni Paolo II” con la poesia “Pace a questa notte” e del Premio  “E-vviva la mamma” con la poesia “Lode a te Mamma”, di queste ultime leggerete molto presto, lo promette il poeta!

 

Prof.ssa Teresa Radesca

Il anteprima assoluta, il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” pubblica alcune poesie del libro “SCINTILLE”, scritto dal poeta Fabio Salvatore Pascale, per gentile concessione dell’autore.

Lasciami Amare

Lasciami amare,

nell’imbrunire della notte,

al canto d’estate

d’ una folata di vento.

Le spighe di grano,

di fresca rugiada,

sono rivolte alla sorte

d’umani pensieri;

ed io

contemplo il loro cuore,

mentre cade il mio amore

in una folata di vento

Tempo

Se lo sguardo

è

il vostro silenzio;

il vento di mare

mi conduca a Voi.

Notte Insonne

Calme acque

scintillano nel suono

del mare.

Il pallore della candida Luna,

mira un pescatore assorto.

               Egli, d’incanto posto,

Circe riposa

nei suoi pensieri.

E  ora inizio a sorridere

Ora inizio a sorridere,

perché la mia terra

ha smesso di lacrimare;

ha smesso di pensare

alle sue figlie vestite di nero.

Oggi

il ricordo è chiuso

In un fiore

germogliato tra i cannoni

 e la rondine ritorna

a far il nido.

Tronco

Nelle strette piaghe

d’un tronco,

mi guardo intorno

tra papaveri rossi.

Un sogno per la pace

Non so se la bandiera,

che sventola sul mio viso,

nasconde la vergogna

d’un pensiero.

Le nostre madri,

i nostri cari,

vittime di polvere nell’aria,

passano nel silenzio della nostra coscienza.

Quello che penso,

non risparmia il mio dolore;

ma ascolta il fruscio del mare

in questo deserto.

 

Riflessioni

Fabio Salvatore Pascale

Immagine di copertina di

Marinella Albora

 

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Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?

E quando conosci te stesso, tu sei l’altro

 Nisargadatta Maharaj

Nota dell’autore  

Un grazie a coloro che

credono costantemente nei miei lavori,

nelle mie passioni,

nel mio modo d’essere

così come sono.

 

La poesia, figlia dei sentimenti,

possa essere sempre presente nell’animo

di chi ha letto questi versi.

Fabio Salvatore Pascale

 

 

 

         

 

LA RELIGIONE EGIZIA

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Illustrazione tratta da un Libro dei morti (1550-1090 a.C.), raccolta di incantesimi atti ad assicurare l’immortalità. Il defunto (a sinistra) segue Anubi verso la bilancia ove il suo cuore sarà pesato contro una piuma- simbolo di Maat, dea della giustizia e della verità- sotto il controllo del dio Thot: se colpevole, il suo cuore verrà divorato da un mostro (sotto la bilancia).

Intorno al 3200 a.C., l’Alto e il Basso Egitto furono unificati sotto il faraone Mene. Questa unione determinerà la struttura di fondo della società egizia per i successivi 3000 anni.

Contemporaneamente, gli Egizi svilupparono tre importanti aspetti della loro religione: in primo luogo, evolsero un culto elaborato e spettacolare dei defunti, culto che li portò a inventare notevoli tecniche d’imbalsamazione. Secondariamente, i loro miti e i loro rituali conferirono ai faraoni la condizione unica di figli o incarnazione degli dèi. In terzo luogo, fra le divinità egizie emerse una divinità solare, fatto comprensibile se si pensa che è il Sole a dominare la vita nella valle e sul delta del Nilo.

Dietro il culto del dio solare stava un precedente culto di un onnipresente dio del cielo che dispensava la vita e il fuoco e generava la pioggia e le tempeste. Questa credenza era venuta in qualche modo a somigliare al culto del dio falco Oro, che successivamente assunse gli attributi di una deità solare e più tardi fu descritto come figlio di Ra, altra versione del dio solare. A sua volta Ra si identificò con Atum, creatore e padre degli dèi. Per sommare, molte diverse ramificazioni mitologiche (e i rituali relativi) si fusero in una religione imperniata sul Sole. Benché chiaramente avviata verso la concezione di un dio universale con diversi attributi, questa religione rimase sempre politeistica, con l’unica eccezione di un tentativo, d’altronde fallito, di Amenofi IV (che prese il nome di Akhenaton) di introdurre un vero monoteismo.

akhenaton

Il faraone Akhenaton

Nel XIV secolo a.C., infatti, Akhenaton tentò di sostituire alla religione ortodossa il culto di un unico dio, Aton, simboleggiato dal disco solare. Ma la nuova religione sovvertiva la tradizione, la quale voleva che l’ordine cosmico dipendesse dal faraone e dalla casta sacerdotale di Ammone-Ra (“re degli dèi) che circondava il faraone. L’opposizione dei sacerdoti fu così potente che il tentativo di Akhenaton di mettere risolutamente da parte la religione del passato non approdò a nulla. Alla sua morte, il nuovo faraone, Tutankhamon, ripristinò ben presto il culto ortodosso di Ra.

maschera mortuaria in oro massiccio di Tutankhamon

maschera mortuaria in oro massiccio di Tutankhamon

Le piramidi, costruite per ospitare i corpi mummificati dei faraoni, costituiscono una testimonianza eloquente delle ricchezze e delle energie che si profondevano per il culto della vita dopo la morte. Il processo stesso di mummificazione era dispendioso, tanto che tale pratica non cominciò a diffondersi al di fuori della famiglia reale prima del II millennio a.C. Poiché il faraone era l’intermediario fra gli dèi e gli uomini in una società dove la sopravvivenza dipendeva dall’organizzazione dell’agricoltura, il culto era la chiave non solo dell’ordine sociale ma anche della fertilità. Così gli Egizi, collegando l’immortalità del faraone col culto della deità della vegetazione, Osiride, vollero simboleggiare la morte e la resurrezione che si verificano durante il ciclo annuale della vita vegetale.

Nel corso del II millennio il culto di Osiride si rafforzò e l’opinione del popolo sulla vita dopo la morte cominciò a cambiare. Mentre la mummificazione implicava l’immortalità del corpo in questo modo, si attribuì a Osiride il governo dei defunti in un altro regno.

Il dio Osiride

Il dio Osiride

L’anima veniva così a distinguersi sempre più dal corpo. A questo riguardo le credenze degli Egizi erano complesse: c’era innanzi tutto il ka o spirito custode, che era anche l’essenza dell’individualità. C’era poi il ba o soffio, che dava vita al corpo. Nel rito noto come “Apertura della bocca”, che simboleggiava l’immortalità, l’anima veniva risoffiata nella mummia a commemorazione del mito di Osiride che, ucciso e smembrato dal dio Seth, fu riportato in vita a quel modo proprio dal figlio Oro. Questa cerimonia di conferimento dell’immortalità trovava rispondenza nel mondo dell’aldilà, dove ba e ka si univano.

Nel antico rito dell'Apertura della bocca, Anubi, il dio dei morti dalla testa di sciacallo tiene la mummia che riceverà il ba,  il soffio dell'immortalità

Nel antico rito dell‘Apertura della bocca, Anubi, il dio dei morti dalla testa di sciacallo tiene la mummia che riceverà il ba, il soffio dell’immortalità

Più tardi, al tempo dei Romani, si sviluppò un potente culto misterico di Iside, sorella e moglie di Osiride allo stesso tempo.

Iside inginocchiata ai piedi del sarcofago protegge il morto con le sue ali distese. Bassorilievo del sarcofago di Ramsete III, XX Dinastia (Parigi, Louvre).

Iside inginocchiata ai piedi del sarcofago protegge il morto con le sue ali distese. Bassorilievo del sarcofago di Ramsete III, XX Dinastia (Parigi, Louvre).

La mitologia egizia rimase sempre straordinariamente complessa, in parte anche perché i sacerdoti dei vari centri, come Tebe, Menfi e Eliopoli, tracciavano schemi diversi di gerarchie divine. Alla fine, tuttavia, le successive occupazioni dell’Egitto, prima da parte dei Persiani con Cambise (VI secolo a.C.), poi con Alessandro Magno (332 a.C.) e infine dei Romani nel I secolo a.C., distrussero l’ordine sociale e politico che sosteneva la religione egizia. Il III secolo d.C. vide l’ampia diffusione del Cristianesimo nel paese.

Lucica

I PITAGORICI – I NUMERI

Pitagora, dettaglio della Scuola d'Atene, (1511) di Raffaello Sanzio

Pitagora, dettaglio della Scuola d’Atene, (1511) di Raffaello Sanzio

Verso la fine del VI secolo a.C.,una corrente di pensiero filosofico ci viene dalle teorie matematiche dei pitagorici. Partendo dalla scoperta delle leggi matematiche determinanti i fenomeni musicali, cioè dalla scoperta che l’armonia si fonda su semplici rapporti numerici di lunghezza delle corde (ottava, terza, quarta), i pitagorici pervennero a considerare il mondo come un’immensa struttura matematica. Se si vuole conoscere a fondo il mondo, si devono ricercare i numeri nelle cose.

Euclide e Pitagora, ovvero la Geometria e l'Aritmetica, formella del Campanile di Giotto, Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze.

Euclide e Pitagora, ovvero la Geometria e l’Aritmetica, formella del Campanile di Giotto, Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze.

Una tale concezione influenzò fortemente Platone e la sua Accademia. Nella nostra era, la grande rinascita della scienza, verificatasi nei secoli XVI e XVII, si rifece deliberatamente alla dottrina pitagorica per la quale il cosmo è intelligibile solo se viene considerato come una struttura retta da leggi matematiche.

Platone discorre con i suoi discepoli nell'Accademia

Platone discorre con i suoi discepoli nell’Accademia

Mappa dell'Antica Atene. L'Accademia è a nord della città.

Mappa dell’Antica Atene. L’Accademia è a nord della città.

  Non solo, ma anche la fisica matematica odierna segue in un certo senso lo stesso cammino dei pitagorici. La scuola pitagorica fu la prima a fare della ricerca scientifica disinteressata- “pura“, come diremmo oggi- un sistema di vita, sistema che dai suoi aderenti fu considerato superiore a qualsiasi altro. Noi dobbiamo ad essi il concetto di “teoria“, termine che in greco significa “osservazione”. Il viaggiare e l’osservare fu sempre tenuto in grande considerazione dai Greci (come del resto dimostrano anche gli antichi miti), ma con i pitagorici l’osservazione” diventa ricerca pura e disinteressata della conoscenza.

Attraverso l’indagine matematica i pitagorici si resero conto che le entità matematiche erano qualcosa di più perfetto che non le corrispondenti realtà del mondo sensibile. Un cerchio tracciato sulla sabbia non è perfettamente circolare, presentando gibbosità, rientranze e difformità di vario genere. Ma il cerchio matematico sul quale si dimostrano determinanti principi geometrici non è tanto il cerchio sensibile, tracciato materialmente, quanto un’immagine nella nostra mente. E’ da qui che nasce la “teoria delle forme o idee” (idea in greco significa immagine) elaborata da Socrate.

testa di Socrate, scultura di epoca romana, conservata al Museo del Louvre, Francia. Socrate fu il primo filosofo ad essere ritratto. Tutte le altre immagini dei filosofi presocratici sono frutto dell'immaginazione dei artisti che le hanno eseguite, senza un vero riscontro.

Testa di Socrate, scultura di epoca romana, conservata al Museo del Louvre, Francia. Socrate fu il primo filosofo ad essere ritratto. Tutte le altre immagini dei filosofi presocratici sono frutto dell’immaginazione degli artisti che le hanno eseguite, senza un vero riscontro.

I pitagorici consideravano i numeri come unità di misura aventi determinate dimensioni spaziali. Non solo, ma essi ritenevano tali unità indivisibili ed eterne, il che portava a conseguenze imbarazzanti. Se infatti applichiamo il famoso teorema di Pitagora al triangolo formato da due lati e dalla diagonale di un quadrato, troviamo che il rapporto tra i lati e l’ipotenusa non può essere espresso con nessuna unità di misura. Pitagora chiamò per questo tali numeri “incommensurabili”- termine che fu poi reso con “irrazionali”.

La sezione aurea fu studiata dai Pitagorici i quali scoprirono che il lato del decagono regolare inscritto in una circonferenza di raggio r è la sezione aurea del raggio e costruirono anche il pentagono regolare intrecciato o stellato, o stella a 5 punte che i Pitagorici chiamarono pentagramma e considerarono simbolo dell’armonia ed assunsero come loro segno di riconoscimento , ottenuto dal decagono regolare congiungendo un vertice si e uno no . A questa figura è stata attribuita per millenni à un’importanza misteriosa probabilmente per la sua proprietà di generare la sezione aurea , da cui è nata .

La sezione aurea fu studiata dai Pitagorici i quali scoprirono che il lato del decagono regolare inscritto in una circonferenza di raggio r è la sezione aurea del raggio e costruirono anche il pentagono regolare intrecciato o stellato, o stella a 5 punte che i Pitagorici chiamarono pentagramma e considerarono simbolo dell’armonia ed assunsero come loro segno di riconoscimento , ottenuto dal decagono regolare congiungendo un vertice si e uno no . A questa figura è stata attribuita per millenni un’importanza misteriosa probabilmente per la sua proprietà di generare la sezione aurea , da cui è nata .

I primi pitagorici concepivano i numeri come gnomoni (parola greca il cui tema è legato al verbo gignosko- “conosco”.

I numeri venivano costruiti con punti (detti alfa) e riconosciuti dalle loro forme geometriche, e cioè: triangolare T, quadrata S e rettangolare. Pertanto, 9 è un numero "quadrato", 3 è un numero "triangolare" ecc.

I numeri venivano costruiti con punti (detti alfa) e riconosciuti dalle loro forme geometriche, e cioè: triangolare T, quadrata S e rettangolare. Pertanto, 9 è un numero “quadrato“, 3 è un numero “triangolare” ecc.

La tradizione matematica dei pitagorici venne portata avanti dall’Accademia di Platone, e il suo grande erede  fu Euclide di Alessandria, vissuto intorno al 300 a.C., il quale nel suo capolavoro, gli “Elementi”, raccolse in forma deduttiva, oltre ai suoi stessi contributi, anche tutte le scoperte che fino allora erano state fatte dai matematici greci.

Euclide di Alessandria

Euclide di Alessandria

Un famoso teorema di Euclide dimostra che esiste una serie indefinita di numeri primi, cioè numeri che non hanno fattori. Euclide adopera un tipo di argomentazione detto reductio ad absurdum (riduzione all’assurdo, o dimostrazione per assurdo), in cui una proposizione viene dimostrata provando come il suo contrario porti a una conclusione che è del tutto assurda.

Un frammento di papiro contenente alcuni elementi della geometria di Euclide

Un frammento di papiro contenente alcuni elementi della geometria di Euclide

Euclide, Elementi, edizione del 1570

Euclide, Elementi, edizione del 1570

                                                                                                                                           Lucica

L’ARTE POPOLARE

Gli artisti che praticano l’arte cosiddetta “popolare” non hanno un’istruzione artistica vera e propria, ma seguono le tradizioni della loro comunità. In questo campo un pittore, ad esempio, decorerà gli oggetti d’uso quotidiano invece di dipingere quadri e se anche ne dipingesse (icone o immagini di culto per esempio) eseguirebbe cose destinate a un uso specifico e che non esprimono certo la sua personalità.

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Il vaso di Dueno, VII sec.a.C., Museo di Stato di Berlino

Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti “oggetti parlanti” ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un’iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l’altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.

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Vaso peruviano in terracotta, Museo etnografico di Neuchâtel, Svizzera

I canti e i ritmi popolari hanno spesso una parte importante nel lavoro quotidiano: i tessitori del Nord Africa e del Medio Oriente intessono i tappeti seguendo istruzioni ritmiche cantate ad alta voce (e i maestri tessitori si spostano di località in località recando nella memoria i motivi di decorazione sotto forma di canti).

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 Tappeto africano con motivi etnici e schemi stilizzati seguiti dagli artisti popolari

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Tessitori di tappeti in Iran

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Tappeto “Shiraz”, collezione privata

Gran parte della musica popolare è fortemente ritmica, e spinge a cantare, a muoversi o a ballare. Quando i canti popolari sono basati sul racconto delle gesta dei eroi tradizionali o di avvenimenti e di emozioni quotidiani, raramente recano notazioni personali o individuali.

L’arte popolare non è però tutta “ingenua”. Alcune sue forme particolari sono, anzi, molto sofisticate. Inoltre, ovunque si pratichi ancora l’arte popolare troviamo che tutti riconoscono il senso di potenza insito nell’atto stesso della creazione artistica. In molti casi tale riconoscimento si accompagna con la credenza che questo tipo di artista debba lasciare deliberatamente una “pecca” nel suo lavoro, poiché solo Dio può compiere un’opera perfetta. Se non lo fa, si potrebbe pensare che stia cercando di “imitare” Dio. Per evitare un simile “sacrilegio”, l’ebanista di un villaggio, per esempio, inserirà un “errore” nel proprio lavoro o ne lascerà incompiuta una parte. Un decoratore lascerà un’estremità del suo motivo aperta oppure vi inserirà una nota di colore o una stonatura, in modo da turbarne leggermente la simmetria. Ed è proprio per ragioni del genere che i tessitori orientali e finnici lasciano una “coda” o difetto nel loro lavoro. Loro ritengono infatti che se non lo facessero, le loro anime verrebbero tessute dentro il lavoro stesso e in questo modo intrappolate.

Sebbene non abbia normalmente un’istruzione artistica vera e propria, l’artista popolare apprende quanto gli necessita dal lavoro tradizionale del passato. Dai precedenti artisti egli copia forme altamente stilizzate e così facendo spesso porta un grado più avanti la semplificazione o la stilizzazione. In questo modo il pittore popolare non impara a disegnare un fiore, ma a mischiare i colori, a caricare di colore il pennello in giusta misura e infine a vibrare la pennellata esatta per fare un petalo. In breve, impara un’azione, ed è la somma di queste azioni che determinerà la forma e l’aspetto del fiore.

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Esempi di carretti siciliani. Splendide opere d’arte popolare siciliana, decorati con disegni geometrici a vivaci colori, sono un’eredità degli invasori arabi dell’XI secolo. Sui pannelli vi sono scene della storia medioevale sicula.

 Concludendo, a caratterizzare l’arte popolare è un forte apporto creativo individuale, nato da una matrice artigianale tradizionale, e la storia dell’arte popolare dovrà essere una storia di opere indagate prescindendo da ogni teoria generalizzante, in rapporto con il particolare contesto storico e sociale che le ha prodotte.

                                                     Lucica

LE LINEE DI NAZCA

FRA IL PACIFICO E LE ANDE, IN UN’AREA DI CIRCA 500 CHILOMETRI QUADRATI, SONO STATE TRACCIATE CENTINAIA DI LINEE RETTE, ENORMI DISEGNI GEOMETRICI E GIGANTESCHI MOTIVI ZOOMORFI. SI’ È DIBATTUTO A LUNGO SUGLI AUTORI E SUL SIGNIFICATO DI QUESTO AFFASCINANTE SITO ARCHEOLOGICO, MA FINO A OGGI NESSUNO È RIUSCITO A SVELARE IL MISTERO DI QUESTA OPERA TITANICA.

Su Nazca sono state fatte moltissime ipotesi, ma l’unica certezza è che questo sito archeologico continua a essere il più grande enigma sulla cultura dei popoli precolombiani.
Il complesso, situato nelle pampas di Jumana e Colorada, nei pressi dell’odierna città di Nazca, si estende su una superficie di circa 500 chilometri quadrati.
Anche se la zona è caratterizzata dalla quasi totale assenza di piogge, i fiumi che scendono dalle Ande rendono fertili le vallate, che sono state abitate fin dai tempi più remoti.
Tuttavia, basta risalire i brevi declivi di queste valli per affacciarsi su un mondo di aridità estrema, nel quale ogni tipo di vegetazione scompare per cedere il posto alle rocce e ai minerali: proprio lì si trovano le linee e le figure che formano l’enigmatico universo di Nazca.

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LE LINEE DI NAZCA IN DIVERSE RISOLUZIONI

RETTE E CURVE Continua a stupire il fatto che i geoglifi di Nazca, enormi e chiaramente visibili (e non solo dall’alto come spesso si crede, ma anche dalle collinette circostanti), siano rimasti totalmente sconosciuti fino a tempi molto recenti.
Esiste un primo riferimento ad essi nella Cronaca del Perù di Cieza de Leon, pubblicata intorno alla metà del XVI secolo, e in un rapporto del governatore spagnolo Luis Monzón datato 1856, nel quale queste linee vengono considerate come tracciati di strade.

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La prima pagina della Cronaca del Perù scritta da Pedros Cieza de Leon, 1553

Dopo un ostinato silenzio, che si è protratto fino al 1939, un gruppo di esperti dell’Università di Long Island, che si occupava dei sistemi di irrigazione dei villaggi precolombiani, eseguì una serie di fotografie aeree della zona e, per la prima volta, queste insolite figure attirarono l’attenzione di studiosi e profani, divenendo oggetto di numerosi e approfonditi studi.
Nel complesso si distinguono tre tipi di strutture: in primo luogo vi è un’immensa rete di linee rette, alcune lunghe vari chilometri, che si incrociano in tutte le direzioni nella pianura desertica; in secondo luogo, vi sono delle “piste“, spazi sgombri di forma rettangolare o trapezoidale; da ultimo, una serie di figure stilizzate di animali o di esseri umani di enormi dimensioni.
Il suolo del Deserto di Nazca è formato, fondamentalmente, da un substrato gessoso di colore chiaro mescolato a materiali ferruginosi più scuri; la tecnica di realizzazione dei geoglifi consisteva, in pratica, nel togliere pazientemente i materiali più scuri, scoprendo il terreno gessoso, il cui colore biancastro risaltava bene sul paesaggio circostante.
I contorni delle figure sono definiti da muretti di pietra molto bassi, però solo le peculiari condizioni climatiche della zona (la mancanza di piogge e il fatto che i venti vengono fermati da una formazione di dune situata a un centinaio di chilometri) possono giustificare la sopravvivenza, per più di 2000 anni, di strutture tanto fragili.

UN LAVORO DURATO MILLE ANNI Gli studiosi hanno stabilito che tre fasi culturali si sono succedute nella realizzazione dei geoglifi di Nazca.
Questi ultimi furono iniziati tra il 500 e il 300 a.C. durante il periodo Chavin, caratterizzato dalla potente influenza di questo centro urbano, che si estese fino alle zone di cui ci stiamo occupando.
Una seconda fase corrisponde alla cultura di Paracas (400-200 a.C), durante la quale il sud peruviano iniziò ad affrancarsi dall’influenza del nord; dopo questo periodo si affermò la cultura locale conosciuta come Nazca propriamente detta (200 a.CI-500 d.C) alla quale si fa risalire la maggior parte dei geoglifi.
Ad attrarre l’attenzione, in primo luogo, è la pulizia dell’esecuzione, con tracciati geometrici di precisione estrema, caratterizzati da una serie di curve perfette e di linee rette che si prolungano per chilometri con un minimo margine di errore.
Le rappresentazioni figurative, nonostante lo schematismo, permettono di distinguere con chiarezza varie specie di animali (diversi uccelli, una scimmia, un ragno, un ramarro) e piante, un certo numero di figure antropomorfe, oggetti legati alla vita quotidiana e alcuni esseri fantastici.
Molto meno chiara è l’interpretazione di questi geoglifì.
Sono state fatte varie ipotesi sul loro significato, senza che nessuna sia per ora riuscita a imporsi chiaramente sulle altre.
Alcuni studiosi ritengono si tratti di rappresentazioni astronomiche relative alle costellazioni; altri, invece, interpretano le piste e le linee come suddivisioni agricole e attribuiscono alle figure un carattere totemico e magico; per altri, infine, sarebbero servite da guida per danze e celebrazioni di gruppo di tipo rituale e cerimoniale.
Oggi Nazca si trova a dover affrontare problemi più urgenti rispetto a quelli dell’interpretazione dei geoglifi.
Le fotografie aeree più recenti mostrano molte figure coperte da orme di veicoli fuoristrada, che sempre più frequentemente percorrono la zona, minacciando di distruggere tutto il complesso prima ancora di aver capito la ragione per cui è stato creato.

INTERPRETAZIONI E SIGNIFICATI

Le linee sono state avvistate con chiarezza solo dall’avvento dei voli di linea sull’area, casualmente, nel 1927 da Toribio Meija Xespe che le identificò con dei sentieri cerimoniali.

Nel 1939 furono studiate da Paul Kosok, un archeologo statunitense, che ipotizzò che l’intera piana fosse un centro di culto.

Hans Horkheimer nel 1947 suppose invece che questi tracciati fossero una forma di culto degli antenati: sentieri tracciati che erano utilizzati come tracce dove camminare durante le cerimonie religiose.

Chi diede un contributo decisivo allo studio delle linee di Nazca fu l’archeologa tedesca Maria Reiche.

Maria Reiche (statua di cera)

Ella si dedicò con passione allo studio e al restauro dei geoglifi e a lei si deve la scoperta di alcuni che non erano stati documentati in precedenza, né da Mejia, né da Kosok. La Reiche suppose che le linee avessero un significato astronomico, identificando la figura della Scimmia con l’Orsa Maggiore, il Delfino e il Ragno con la Costellazione di Orione, ecc. La Reiche affermava anche che le figure erano state create da veri e propri tecnici e ingegneri dell’epoca.

Sulla stessa linea Phyllis Pitluga, una ricercatrice dell’Alder Planetarium di Chicago, studiando il rapporto tra le linee e le stelle nel cielo, giunse alla conclusione che il ragno gigante rappresentava la costellazione di Orione, mentre tre linee rette che passano sopra al ragno erano dirette verso le tre stelle della cintura di Orione, se osservate da un certo punto della pampa.

Nel 1967 Gerald Hawkins, astronomo inglese noto per i suoi studi nel campo dell’archeoastronomia, non trovò alcuna correlazione tra i disegni di Nazca e i movimenti dei corpi celesti.

Lo zoologo Tony Morrison studiò le linee con Gerald Hawkins; nel suo libro del 1978, Pathways to the Gods, Morrison citava un brano scritto dal magistrato spagnolo Luis de Monzon nel 1586, riguardo alla pietre e alle antiche strade vicino Nazca:

« I vecchi indiani dicono […] di possedere la conoscenza dei loro antenati e che, molto anticamente, cioè prima del regno degli Incas, giunse un altro popolo chiamato Viracocha; non erano numerosi, furono seguiti dagli indios che vennero su loro consiglio e adesso gli Indios dicono che essi dovevano essere dei santi. Essi costruirono per loro i sentieri che vediamo oggi»

Morrison riteneva di aver individuato la chiave per spiegare il mistero delle linee di Nazca: il leggendario eroe-maestro Viracocha, noto anche come Quetzalcoatl e Kontiki, il cui ritorno era ancora atteso al momento dello sbarco di Cortés. Gli “antichi indios” disegnarono figure poiché pensavano che Viracocha sarebbe tornato, questa volta scendendo dal cielo, ed i disegni rappresentavano dunque dei segnali.

Anche la storica peruviana  Maria Rostworowski de Diez Canseco studiò le linee interpretandole come luogo di segnalazione al dio Viracocha. Secondo la Rostworowski ad ogni figura corrisponderebbe un clan (ayllu) degli adoratori di Viracocha, che avrebbero disegnato le linee per segnalare al proprio dio il luogo dove essi si trovavano quando egli sarebbe ritornato.

Il primo studio serio su questi disegni è dovuto all’equipe di archeologi Markus Reindel (della “Commissione per le culture non-europee” dell’Istituto Archeologico Tedesco) e Johnny Isla (dell’Istituto Andino di Ricerche Archeologiche).

Essi hanno documentato e scavato più di 650 giacimenti e sono riusciti a scrivere la storia della cultura che tracciò questi disegni, oltre a dargli un senso, e giunsero alla conclusione che le linee hanno a che vedere molto più probabilmente con rituali collegati all’acqua, piuttosto che con concetti astronomici. L’approvvigionamento idrico, infatti, giocò un ruolo importante in tutta la regione.

Gli scavi hanno inoltre portato alla luce piccole cavità presso i geoglifi nelle quali furono trovate offerte religiose di prodotti agricoli e animali, soprattutto marini. I disegni formavano un paesaggio rituale il cui fine era quello di procurare l’acqua. Inoltre furono trovati paletti, corde e studi di figure. Di questi elementi tanto semplici si servirono gli antichi Nazca per tracciare i loro disegni.

                                                                            Lucica

                                  

IL TERRITORIO NEGLI ANTICHI STATUTI DI TALAMONA

PREMESSA GENERALE

Una piccola premessa generale mi pare doverosa, prima di affrontare l’argomento del titolo.

Su invito della biblioteca comunale, ho accettato di collaborare con “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, con una serie, che non sarà infinita, di note, vuoi di ricordi, vuoi di accenni storici, di leggende talamonesi, di annotazioni sulle attività lavorative che ora non si praticano più e di altro, che in parte ho annotato nel tempo. Il tutto non intende essere un ritorno nostalgico al passato, magari pensando che era tutto migliore di adesso, che si stava meglio, che non c’erano tanti bisogni, che ci si accontentava di poco, che si era più contenti, che la famiglia era più unita ecc. ecc.  e si potrebbe continuare. Se così fosse, perderei il mio tempo e lo farei perdere al lettore, anche perchè non è proprio tutto vero e poi non esiste solo il  mio punto di vista.

Cercherò di parlare di fatti, quindi di usi, costumi, di piccole notizie storiche, di lavori, di vita sociale e religiosa e anche di divertimenti  e di altri avvenimenti che rappresentano il nostro passato  da cui veniamo. Sono le nostre radici talamonesi che in parte Gustavo Petrelli, come un antico menestrello, richiama nelle sue simpatiche canzoni.  Rappresentano la vita di chi ci ha preceduto  e sono stati una delle tappe che ci hanno portato al nostro oggi. E’ il patrimonio, non solo materiale, che i nostri genitori ci hanno lasciato e come tale è importante, soprattutto perchè è fatto di regole morali e di insegnamenti religiosi fondamentali per la nostra  vita civile.

Scrivo queste cose, perchè sono convinto che i giovani (sempre se qualcuno avrà la bontà di leggere queste note) debbano conoscere tutto quello che  è avvenuto prima, cioè la nostra storia dalla quale ciascuno, volenti o nolenti, veniamo e da cui, chi  vuole, può trarre qualche insegnamento. Dico questo senza voler fare da maestro a nessuno, senza salire sul pulpito, come si suol dire.

Mi si permetta un’ultima considerazione più o meno personale. Quando una persona invecchia, vive anche di ricordi e forse i miei scritti potranno servire, a quelli della mia età, a richiamare alla memoria momenti importanti, spero piacevoli, della loro vita passata, forse in parte dimenticati.

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RISPETTO E SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO (prima parte)

 

Come sono venuti alla luce gli statuti raccolti nel “Liber Statutorum Magnifice Comunitatis Talamone”.

Verso la metà degli anni 80 del secolo scorso, venni a conoscenza, per puro caso, dell’esistenza del “ Liber Statutorum Magifice Comunitatis Talamone”.

Un amico, imparentato con una talamonese, sapendomi nato a Talamona e appassionato di storia della comunità, mi confidò di possedere, in fotocopia, il testo degli Statuti, senza specificare nè come ne era venuto in possesso, nè chi possedesse  il testo originale.

La notizia fu per me una piacevole novità, perchè non avevo mai sospettato fino ad allora dell’esistenza di un simile importantissimo documento.

Solo in seguito scoprii che già l’ing. G.Battista Valenti, un grande talamonese, molto attivo nella vita sociale di fine ottocento-inizio novecento, a cui è intestata una via a Talamona per i suoi molteplici meriti, era a conoscenza che un privato cittadino lo possedeva (vedi G. B. Valenti in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1937), dicendo che il documento era stato “ salvato dalla veggenza di un privato custode”.

Giustamente, padre Abramo Bulanti, traduttore degli statuti, di cui parlerò in seguito, nelle premesse, fa rilevare come “ la veggenza di questi privati custodi si è dimostrata tanto solerte che ora tanti documenti storici “pesano” in altri archivi personali, privando i talamonesi delle loro radici storiche”.

Sono passati  circa trentanni dal momento in cui ho saputo degli Statuti e spero che, nel frattempo, gli archivi comunali siano venuti in possesso degli originali, in caso contrario, invito il, o i possessori a compiere un passo importante per la nostra comunità e doveroso per lui o per loro, e di consegnare il documento a chi di dovere, cioè colui che deve essere il legittimo depositario: il Comune di Talamona.

Personalmente ritengo di aver fatto solo il mio dovere nell’averlo allora, quando mi è stato prestato in fotocopia , riprodotto in tre copie  e averne consegnata una all’allora sindaco Sergio Pasina.

Io ne ho tenuta una, perchè volevo provare a tradurla, essendo gli Statuti, come si rileva dal titolo stesso, scritti in latino, ma non in un latino classico.

Visti poi  i tentativi infruttuosi di traduzione da parte mia, soprattutto per mancanza di tempo, ma anche di preparazione specifica, concordammo col Sindaco di consegnare la terza copia a un giovane laureato in lettere classiche per la traduzione e la successiva pubblicazione da parte dell’Amministrazione Comunale.

La cosa non andò in porto per una serie di circostanze e così, negli anni seguenti il testo venne consegnato alla “Accademio de la Crüsco”.

Fortuna volle che del gruppo (benemerito finchè ha operato e che purtroppo ha cessato la sua importante attività) facesse parte Padre Abramo Bulanti di Prinsep, talamonese, Betarramita, allora parroco a Dascio, un paesino posto all’inizio del Lago di Como, che con un grande lavoro e con passione, fece la traduzione, premettendo una serie di importanti e chiare considerazioni a chiarimento dei testi.

Il testo completo degli Statuti, venne poi pubblicato nel dicembre 1994 e recapitato, dall’ Amministrazione Comunale a tutte le famiglie residenti e e quelle emigrate, quando è stato possibile.

La università dei Talamonesi deve essere eternamente riconoscente  a questo benemerito cittadino, che, non sono ha permesso che tutti conoscessero l’antico testo, ma l’ha dotato di un commento preciso e puntuale.

Non nascondo la soddisfazione per aver dato il mio contributo a che l’opera potesse giungere  alla conoscenza di tutti i miei paesani, come è avvenuto, anche per la sensibilità degli Amministratori.

A dimostrare la saggezza e la lungimiranza degli antichi reggitori della Magnifica Comunità  che hanno stilato gli Statuti, voglio portare all’attenzione dei lettori le disposizioni in merito alla “Tutela e alla conservazione dell’ambiente”,  quasi totalmente montano.

Talamona, infatti, è un paese che ora si estende su un ampio conoide, il più ampio della Valtellina, ai piedi delle pendici settentrionali delle Alpi Orobie, nella Bassa Valtellina  chiamata anche  Terziere Inferiore.

Nel periodo che va dal 1525, anno della prima stesura degli Statuti, fino al 1562, anno del testo definitivo, salvo alcuni divieti aggiunti negli anni successivi dal 1563 al 1968, poco meno della metà dell’intera “università”  dei cittadini talamonesi risiedeva stabilmente sulla montagna, in diverse località o frazioni, chiamate vicinie o vicinanze, al di sopra degli 800 m di altitudine (di cui parleremo in seguito): un quinto circa risiedeva a Tartano e in Val Lunga, nel cuore delle Alpi Orobie. Come si può capire anche Tartano e Campo a quei tempi facevano parte della Comunità di Talamona.

Dal momento quindi che la popolazione viveva sulla montagna e della montagna, dalla quale dipendeva, per molti motivi, anche quella che risiedeva nella parte bassa del conoide, si pensi alle frane e agli straripamenti dei torrenti, ne derivava l’impellente necessità della conservazione dei boschi, della tenuta sotto controllo delle acque e del loro deflusso, della salvaguardia dei terreni coltivi e del loro miglioramento.

Ora, grazie all’opera di Padre Abramo, dopo tanti secoli, possiamo conosce tutti ciò che i saggi reggitori della comunità avevano allora deliberato e, come ci dice chiaramente il traduttore, i talamonesi, come comunità, hanno recuperato le proprie radici, nella parte più importante, perchè codificata.

Dal momento che si possono considerare gli Statuti uno dei “Tesori alla fine dell’arcobaleno”, forse il più prezioso, nei prossimi scritti cercò di approfondire il tema della salvaguardia del territorio  nelle loro disposizioni, sempre con l’aiuto di quanto ha scritto Padre Abramo Bulanti. (continua).

Guido Combi