Alcuni scatti del MUSEO DEI BOSCAIOLI DI TALAMONA (Sondrio)…..foto e montaggio di RUFFONI GIANCARLO testo e musica di PIERO CUCCHI ..si ringrazia Piero Cucchi per la gentile concessione…buona visione
Alcuni scatti del MUSEO DEI BOSCAIOLI DI TALAMONA (Sondrio)…..foto e montaggio di RUFFONI GIANCARLO testo e musica di PIERO CUCCHI ..si ringrazia Piero Cucchi per la gentile concessione…buona visione
Rilevanza Storica
Successivamente alla fine della guerra franco-prussiana e della grande depressione del 1873-1895 e prima della tragedia della prima guerra mondiale, la Belle Époque si colloca come un periodo di pace e relativa prosperità. Le continue scoperte e le innovazioni tecnologiche lasciavano sperare che in poco tempo si sarebbe trovata una soluzione a tutti i problemi dell’umanità. Debellata la maggior parte delle epidemie e ridotta notevolmente la mortalità infantile gli abitanti del pianeta toccavano ormai il miliardo e mezzo. Alla crescita demografica fece riscontro anche un impressionante aumento della produzione industriale e del commercio mondiale, che tra il 1896 e il 1913 raddoppiarono. La sterlina era il solidissimo riferimento economico.
Nel 1913 l’estensione della rete ferroviaria mondiale aveva raggiunto il milione di chilometri e le automobili cominciavano ad affollare le strade delle città americane ed europee. Il trasporto marittimo fu caratterizzato dalla corsa alla costruzione di transatlantici sempre più grossi e sfarzosi (non a caso, l’affondamento del Titanic, avvenuto nel 1912, fu poi considerato come il sogno infranto della Belle Époque).
Durante questo periodo nacquero il cabaret il can-can e il cinema che allietavano le serate di molte persone. Nuove invenzioni resero la vita più facile a tutti i ceti e livelli sociali, la scena culturale prosperava e l’arte prendeva nuove forme con l’impressionismo e l’Art-Nouveau.
La borghesia celebrava i risultati raggiunti in pochi decenni di egemonia con esposizioni universali, in cui si esibivano le ultime strabilianti meraviglie della tecnica, con conferenze di esploratori, missionari e ufficiali, che raccontavano le grandezze e le miserie di mondi lontani, il cui contrasto con l’Occidente inorgogliva gli ascoltatori e confermava la loro certezza di appartenere a un mondo superiore, che nulla mai avrebbe potuto incrinare. I politici confermavano. Le guerre, se c’erano, erano lontane: in Cina in Africa, sulle pendici dell’Himalaya. Tra le potenze europee ogni accordo sembrava possibile, pur di conservare un benessere tanto evidente.
Affrontare la vita con questo spirito significava caratterizzarlo in modo spensierato e positivo. Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire, anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè e ad assistere a spettacoli teatrali. Le vie e le strade cittadine erano piene di colori: manifesti pubblicitari, vetrine con merci di ogni tipo, eleganti magazzini. Questa mentalità e questo modo di affrontare la vita aveva condizionato anche i settori produttivi. In tutta Europa si erano sviluppate una serie di correnti artistiche giunte a teorizzare che ogni produzione umana poteva divenire un’espressione artistica. Ogni oggetto e ogni luogo diveniva un’elegante decorazione, un motivo floreale, una linea curva e arabesca.
Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un’incredibile mostra nella quale venivano esposte tutte le innovazioni più recenti: l’esposizione universale (o Esposition Universelle). Nel 1900, persone da tutto il mondo sbarcarono in Francia per assistere a questa gigantesca fiera. La gente ne visitava ogni parte e ne ammirava tutti gli aspetti, dalle scale mobili (dette “tapis roulant”) ai tram elettrici, assaggiando le cento varietà di tè importato dall’India.
L’Europa era in pace da trent’anni (circa dal 1870), cioè da quando la Germania aveva inaugurato un’industrializzazione e sviluppo che venivano garantite da una nuova politica di equilibrio. Nessuno pensava più, quindi, che la guerra potesse devastare ancora il mondo; nel 1896 ebbe perciò luogo anche il primo congresso sui giochi olimpici, che stabilì che le Olimpiadi si sarebbero svolte ogni 4 anni.
Fu così che il periodo che va dal 1890 al 1914 fu caratterizzato da un periodo di euforia e frivolezza, denominato “Belle Époque”.
Una società di consumatori
Il progresso aveva un prezzo: il benessere di alcuni si basava sulle fatiche e sul disagio di molti altri, segnatamente del proletariato operaio e contadino. Tuttavia il proletariato, soprattutto quello operaio, durante la Belle Époque cominciò a godere di qualche vantaggio, non solo grazie alle proprie durissime lotte, ma grazie anche alla logica stessa dell’economia di mercato in base alla quale se si vuole guadagnare di più bisogna produrre e vendere di più. Per aumentare le vendite era necessario che masse sempre più estese avessero il denaro sufficiente a comprare. Gli imprenditori, quindi, man mano che la produzione scendeva, accettarono di concedere aumenti salariali, facendo salire il reddito pro capite nei paesi sviluppati.
Dopo aver creato nuovi mercati nelle colonie, costringendole ad acquistare dall’Occidente i prodotti lavorati, i paesi sviluppati misero in moto una crescita esponenziale dei loro mercati interni, ponendo le basi per una vera e propria società di consumatori.Per realizzare compiutamente questo allargamento del mercato si provvide rapidamente alla crescita della distribuzione; beni di consumo come abiti, calzature, mobili, utensili domestici, che prima erano prodotti artigianalmente e venduti da piccoli commercianti al dettaglio, cominciarono a essere offerti da una rete commerciale sempre più ampia. Si moltiplicarono i grandi magazzini, furono incrementate la vendita al domicilio e la vendita per corrispondenza, furono trovate nuove forme per il pagamento rateale, che indebitava le famiglie, ma nel contempo rendeva accessibili ai meno abbienti una quantità prima impensabile di prodotti costosi. In appoggio a questa massiccia strategia di vendita nasceva la pubblicità, che cominciava ormai a riempire i muri delle città e le pagine dei giornali.
Descrizione
Con questo termine venne contrassegnato lo stile di vita, il mondo di alcune classi sociali alla fine del XIX e inizio XX secolo. L’entrata in scena, in Europa, di grandi stati nazionali come la Germania e l’Italia, la fine dei bellicosi Bonaparte, aveva concorso a creare in Europa un clima ideale in cui le nuove scoperte scientifiche potevano essere applicate alla vita quotidiana (con innegabili benefici) nelle più svariate forme ed utilizzi. Il lungo regno della Regina Vittoria (Inghilterra) accompagnato da una incessante politica coloniale, aveva portato la borghesia produttiva, commerciale, bancaria anglosassone ai massimi livelli sociali. Lo scontro coi tedeschi non era ancora giunto ai livelli pericolosi di una guerra e gli Americani si erano estraniati al di là dell’Oceano e in Asia e Oceania, dove gli interessi europei e quelli giapponesi erano minori di fatto cacciando le vecchie potenze coloniali. All’alta borghesia europea faceva da contorno una piccola borghesia di provincia e la nuova classe dei colletti bianchi che si identificava negli impiegati, artigiani e professionisti necessari per mandare avanti l’apparato industriale. Le città crescevano a dismisura con l’inurbamento degli operai e di pari passo andava la frequenza scolastica che riduceva, partendo dalle classi giovani, le altissime percentuali di analfabetismo. Le uniche che non mantenevano il passo erano le classi contadine e operaie (generiche), sia all’interno dei singoli stati che come categoria generale (proletariato). Il progresso in agricoltura passava anche dalle macchine che riducevano la presenza umana o facevano un lavoro più grande (vedi scavo canali o tunnel). In Russia, il problema dei contadini servi (o della gleba)era innescato e pronto ad esplodere. In un paese come l’Italia, carente di capitali e di materie prime, il surplus demografico e la necessità di terre si sfogarono con una gigantesca emigrazione che vide partire circa 5.000.000 di persone nei primi 50 anni dell’Unità del paese. In Europa si calcola che, con le migliorate condizioni di vita, la popolazione giovanile in alcuni casi triplicò. Ciò fu anche alla base della costituzione di grandi eserciti di leva (impossibili nell’800) e preludio allo scatenamento di conflitti generalizzati. Gli unici stati rimasti ancora multinazionali (o multilinguistici) erano l’Austria, dove l’aristocrazia contava ancora, e il marginale asfittico Impero ottomano dove a contare non era più nessuno nonostante l’unione religiosa e la Russia dove il problema più urgente era altro. L’Austria per stare al passo coi tempi, non aveva flotta, fagocitava tutto l’est europeo come un’ancora di salvezza per compensare la mancanza di colonie, di materie prime e di mercati. I nuovi stili di vita, i problemi sociali delle industrie e dell’inurbamento vedranno affermarsi anche nuovi partiti politici che si ispireranno alle teorie marxiste di metà 800. In Russia saranno l’effetto scatenante di disordini e del crollo sociale quando la guerra volgerà al peggio. La fine di questa epoca avrebbe favorito un solo soggetto, gli Stati Uniti che, usciti da una guerra civile economica, si apprestavano a dare una grossa lezione di “democrazia” al resto del mondo.Nel frattempo, dalla fine degli anni settanta all’affondamento del Titanic (1912) ci fu posto per la più grande rivoluzione consumistica, intellettuale, sociale che fosse mai avvenuta. Per avere un paragone molto parziale potremmo identificarla con quella informatica iniziata alla fine del secolo scorso. Questa bella epoca venne chiamata “belle epoque” dalla lingua della città in cui tutti i sogni sembravano realizzarsi, Parigi. I caffè letterari erano sempre pieni di giovani autori dalla vita sociale molto brillante (D’Annunzio), i teatri colmi per le grandi dive (Duse e Bernhardt). Le rotative dei giornali ora sfornavano decine di riviste a colori e quotidiani, sui quali a puntate comparivano gli ultimi romanzi dei francesi (Feuilleton), di Conan Doyle (Sherlock Holmes)
Lucica Bianchi
Questo è il titolo del volume che ho curato e in parte scritto e che la Fondazione Luigi Bombardieri di Sondrio ha presentato all’ auditorium Torelli il 3 ottobre 2014.
La Fondazione ha voluto così ricordare il suo presidente prematuramente scomparso nel 2011.
Stefano Tirinzoni, nato a Sondrio nel 1949 e ivi deceduto nel 2011, aveva 62 anni e discendeva da una famiglia talamonese, di cui esistono ancora numerosi parenti.
Il nonno Eugenio fu direttore della Banca Piccolo Credito Valtellinese dal 1925 al 1963 e il prozio, fratello del nonno, Mons. Giovanni, fu arciprete di Sondrio dal 1929 al 1961.
Stefano, appena laureato in Architettura al Politecnico di Milano, nel 1972, si trovò sulle spalle il peso dello studio tecnico del papà Enrico, ingegnere, anche lui prematuramente mancato.
Lo studio proseguì la sua attività, per merito di Stefano, con la presenza importante del geometra Bruno De Dosso, che divenne suo stretto collaboratore come lo era stato del padre, e anche suo grande amico.
Da allora la sua vita è trascorsa tra lo svolgimento dell’attività professionale di architetto e l’impegno in varie associazioni con un ritmo intenso. Ovunque si è distinto per intelligenza, capacità organizzativa e per le proposte innovative che ha portato e condotto a termine. Per avere un quadro completo della sua vita abbiamo richiesto le testimonianze dei familiari, della moglie e della figlia, e di amici e collaboratori che lo hanno accompagnato e che con lui hanno lavorato nelle sue molteplici e varie esperienze a livello locale, nazionale e internazionale.
Perchè il lettore possa avere un quadro più preciso della sua personalità, che potrà essere più completo con la lettura del volume a lui dedicato, che si può richiedere gratuitamente alla Fondazione Bombardieri, qui mi limiterò ad alcuni accenni ai campi nei quali è stato presente con la sua intelligenza, la sua capacità propositiva, nei quali ha lasciato una impronta indelebile della sua personalità eclettica e poliedrica.
La mia può essere considerata una testimonianza diretta in quanto, per circa trent’anni, ho lavorato a stretto contatto con lui, prima nel Club Alpino Italiano, Sezione Valtellinese di Sondrio, e poi nella Fondazione Luigi Bombardieri.
Scorrendo l’indice del volume si individuano subito le associazioni cui ha dedicato la sua passione e i temi importanti che ha affrontato e sviluppato con intensa opera di divulgazione.
Una caratteristica che voglio subito mettere in evidenza, e che traspare dal titolo della pubblicazione, è il suo grande amore per la montagna, la sua e la nostra montagna valtellinese, per il suo ambiente, la sua gente, e in particolare per il paesaggio alla cui protezione ha dedicato tante fatiche e che, in qualità di presidente della Fondazione Luigi Bombardieri, ha cercato di far conoscere con convegni e corsi di formazione rivolti in particolare agli insegnanti e agli studenti. Era convinto infatti che la conoscenza del paesaggio e l’amore per il nostro ambiente montano dovesse partire necessariamente dalla scuola, dovendo il messaggio essere rivolto alle generazione future che ora si stanno formando. Questo deriva dalla concezione che l’ambiente è un bene affidato a noi temporaneamente con l’obbligo di trasmetterlo, nel miglior stato possibile, a chi dopo di noi lo riceverà in custodia, così come hanno fatto i nostri padri con noi.
Stefano, alla fine della sua vita, ha espresso il suo grande amore per la montagna affidando, con le sue ultime volontà, gli alpi Madrera, Baita Eterna e Pedroria, di sua proprietà, al FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) di cui era stato fondatore in Valtellina.
La sua personalità eclettica lo ha portato a esprimere i suoi talenti anche in ambienti diversi da quello professionale come: la Fondazione Luigi Bombardieri, il Club Alpino Italiano, il FAI, il Lions Club, il Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi, il Parco Nazionale dello Stelvio.
Il volume, introdotto da due epigrafi, dopo le prefazioni, inizia, si può dire, in termini poetici, con il ricordo in versi di cari amici ed entra nel vivo con quelli della figlia Susanna e della moglie Tiziana Bonomi, che tratteggiano la sua personalità da un punto affettivo unico e ci fanno conoscere aspetti che Stefano, molto riservato per natura, non svelava facilmente.
E’ poi la volta della sua attività nella Fondazione Bombardieri di cui era presidente, presentata dal suo successore l’avv. Angelo Schena, che era anche cugino e grande amico, avendo condiviso con lui molti interessi: dalla montagna al volo, ai viaggi e che è stato suo successore in varie cariche nelle associazioni che Stefano ha presieduto.
C’è quindi il mio ricordo. Con lui, l’ultimo lavoro portato a termine, intensamente condiviso da tutti e due, è stato il volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere” che abbiamo concluso poco prima della sua dipartita e che ho presentato al pubblico pochi giorni dopo. Poco tempo prima che il male si aggravasse, era riuscito a scrivere la prefazione del libro, che rappresenta il suo ultimo messaggio in tema di ambiente montano e di paesaggio.
E’ stato consigliere della Fondazione dal 1993, e presidente dal 1998. In qualità di presidente, ha saputo reinterpretare in modo originale e innovativo le finalità codificate dallo statuto del 1957, voluto dal fondatore Luigi Bombardieri, attuando una serie di incontri, convegni, corsi di formazione per le scuole e pubblicazioni sui temi della montagna e del suo ambiente.
Nel CAI Valtellinese è stato presidente dal 1984 al 1991 e anche qui ha operato in modo innovativo, continuando l’azione di rinnovamento iniziata dal suo grande amico Bruno De Dosso che l’aveva preceduto nella carica. E’ stato in questo periodo che è iniziata la nostra collaborazione, essendo stato io eletto vice presidente, e che è poi continuata fino alla sua morte, per quasi trent’anni. Quando nel 1991, ha lasciato la presidenza per assumere incarichi a livello nazionale, mi ha indicato come suo successore. E così è avvenuto.
Nell’ ambito del Club Alpino Italiano, ha poi ricoperto incarichi importanti a livello nazionale come quello di Vice Segretario Generale e di membro del Comitato Direttivo Centrale.
E’ poi passato a rappresentare il CAI nazionale nell’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche), prima nella Commissione Accesso e Conservazione e poi nel
Comitato Direttivo, portando contributi di pensiero e operativi importanti e molto apprezzati, come è testimoniato dai ricordi dei colleghi di varie nazioni che hanno lavorato con lui.
Del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) è stato fondatore a Sondrio nel 1985 e capo della delegazione fino al 2002. In particolare, ha curato il restauro architettonico del Castello Grumello nel comune di Montagna.
Anche nel Lions Club Host Sondrio è stato presidente nel 2005-2006 e ha portato importanti contributi di pensiero.
Il volume tratta poi della sua attività professionale che lo ha visto impegnato in opere di recupero e di restauro di importanti edifici civili e religiosi a Sondrio e a Milano.
Nel campo della pianificazione territoriale ha steso il Piano Territoriale del Parco delle Orobie, nonchè i Piani Regolatori Generali di vari comuni valtellinesi, compreso quello di Talamona.
A Sondrio, tra le varie opere che sono accuratamente elencate nel volume, ha progettato e curato l’attuale sistemazione della Piazza Garibaldi, della Piazza Cavour, della Piazza Campello di Piazzetta Don Viganò; il restauro architettonico di Palazzo Sertoli, della Chiesa Parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio, della Cappella dell’Annunziata, in via Bassi.
Nel campo dei rifugi alpini, ricordo la capanna dedicata a Bruno De Dosso al Painale, il rifugio Donati al Reguzzo e soprattutto la ricostruzione della Capanna Marco e Rosa De Marchi – Agostino Rocca alla Forcola di Cresta Güzza a 3600 metri, appena sotto il Pizzo Bernina, l’unico 4000 delle Alpi Centrali, inaugurata nel 2003. Di quest’opera, vale la pena di leggere la relazione di Stefano e di compararla con quella della prima costruzione nel 1913, di Alfredo Corti. Tutt’e due sono riportate nella pubblicazione.
Dopo due ricordi particolari, ho poi riportato, sotto il titolo “Il pensiero”, una serie di scritti di Stefano e di discorsi pronunciati in particolare in occasione dell’inaugurazione di rifugi alpini, che mettono in luce, per quanto parzialmente, le sue concezioni relative all’ambiente montano e al paesaggio valtellinese in particolare.
Per avere un quadro generale più completo della sua personalità e delle sue opere nei vari campi, è necessaria, però, la lettura della pubblicazione che è distribuita gratuitamente dalla Fondazione L. Bombardieri di Sondrio, alla quale può essere richiesta direttamente o anche tramite la Biblioteca Comunale di Talamona.
(www.fondazionebombardieri.it).
Email: info@fondazionebombardieri.it
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Guido Combi: “ STEFANO TIRINZONI – una vita per la montagna e per l’ambiente”. 2014. Edizione: Fondazione Luigi Bombardieri- Sondrio. Stampa Bettini Sondrio
TALAMONA fine dicembre 2014 – 6 gennaio 2015 festività
DOVE SI SCOPRE COME UNA COMUNITA’ GIA’ DI PER SE’ MOLTO VIVACE CON LE FESTE NATALIZIE SI ANIMA ULTERIORMENTE
Da circa poco più di una ventina d’anni Natale, per i Talamonesi, significa elevamento a potenza del già molto spiccato senso della comunità. Le associazioni presenti sul territorio e sempre attive in tutti i periodi dell’anno, nel periodo delle feste fanno a gara nel proporre le iniziative più disparate: dai tornei sportivi a scopo benefico (come il torneo rosazzurro organizzato dal Gruppo della Gioia che però quest’anno è stato annullato quasi all’ultimo momento e l’HAPPYFANIA, confermata invece anche per questa edizione, svoltasi sempre un po’ a Talamona e un po’ a Morbegno) alle lotterie a premi organizzate dai vari esercizi commerciali… capofila dell’animazione natalizia è sempre stata la Pro Loco, seppur con una presenza sul territorio un po’ altalenante nel corso di questi anni, ma sempre comunque foriera di iniziative di grande successo che hanno letteralmente vestito a festa Talamona. Come non ricordare il grande impegno profuso nell’allestimento dei presepi delle contrade, che proprio lo scorso anno hanno festeggiato il venticinquesimo anniversario e, almeno fino a qualche anno fa, l’impegno nell’incentivare le vetrine più belle istituendo una gara tra i vari negozi, gara che ha fatto si che le vie di Talamona si vestissero letteralmente a festa, o ancora l’organizzazione dello ZUCCHINO D’ORO non più confermato quest’anno. Non si può non citare anche il grande impegno della filarmonica, coi suoi bellissimi concerti annuali d’inverno, ma anche quelli estemporanei seguendo il percorso dei presepi o quello dei gruppi coristici (di volta in volta il coro Valtellina o la corale Passamonti).
La cosa più bella del Natale talamonese è proprio questa, il fatto che ogni edizione non è mai esattamente uguale ad un’altra. Ogni anno non sono sempre le stesse contrade ad aderire per l’allestimento dei presepi (a parte la presenza fissa di Ca’ Giovanni e via Erbosta che lo scorso anno è valsa loro una menzione speciale) e ogni anno l’allestimento varia, i volontari sanno, di edizione in edizione, riempire di stupore i visitatori per la loro grande fantasia nell’interpretazione dell’evento della natività del Salvatore. Ogni anno non ci sono sempre le stesse iniziative. L’anno scorso ci sono stati i mercatini lungo il centro storico quest’anno invece no, l’evento della gara delle vetrine, come già detto, non viene più proposto da alcuni anni, la lotteria non ha sempre lo stesso regolamento, di edizione in edizione si verificano alcune variazioni.
Quest’anno ci sono state, nel calendario delle iniziative, quattro novità assolute.
La casa di Babbo Natale
Le letterine a Babbo Natale che i bambini potevano consegnare in piazza è sempre stato uno degli eventi cardine delle festività, così come le befane in piazza all’Epifania. In questa edizione però la Pro Loco, con la collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, ha voluto superare se stessa allestendo, nel piccolo piazzale di fronte alla biblioteca, una vera e propria casetta di Babbo Natale, molto ben curata nei dettagli. Lettere e disegnini dei bambini sono state consegnate li, ma, grazie a questo nuovo allestimento e sempre grazie alla collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, l’evento delle letterine non è stato l’unico rivolto ai bambini in questa edizione, ma hanno fatto seguito anche altri tre pomeriggi di giochi e animazioni per i bambini, ma anche per le loro famiglie.
La casa di Babbo Natale in notturna
La casa di Babbo Natale in diurna
Gonfiabilandia
Lo spirito del Natale è soprattutto spirito di generosità e solidarietà e chi meglio dei talamonesi può saperlo, avendo fatto, nel corso del tempo, di questo spirito un arte con tantissime tra associazioni e gruppi di volontariato e assistenza attivi sul territorio. Tra questi gruppi uno dei più recenti è il GFB ONLUS nato con l’intento di sconfiggere una rarissima malattia genetica prima di tutto accendendo i riflettori su di essa per incentivare la ricerca. A questo scopo è andato tutto l’impegno profuso per l’organizzazione di iniziative (mercatini, spettacoli teatrali, concerti, punti spesa dell’IPERAL). Non poteva dunque mancare la presenza di questa associazione anche nel corso del Natale talamonese, con l’organizzazione dell’evento GONFIABILANDIA previsto per domenica 4 gennaio dalle 10 alle 22.30 alla Palestra Comunale. Un evento che ha riscontrato un grandissimo successo, che ha coniugato il divertimento offerto ai bambini con l’impegno per una sempre più massiccia campagna di sensibilizzazione nella lotta contro questa rarissima forma di distrofia muscolare.
Alcuni momenti dell’evento GONFIABILANDIA
Mostra fotografica al museo dei sotterranei della chiesa parrocchiale
Solidarietà, gioia, divertimento. Il Natale è tutto questo, ma c’è spazio anche per la cultura e per l’arte. Arte sacra naturalmente, arte che va a riscoprire i nostri antichi patrimoni. Ed è a questo scopo che la sottoscritta ha fatto un’indagine a tutto campo per le vie di Talamona per andare a scovare e fotografare gli affreschi e le cappellette a tema sacro presenti su tutto il territorio con l’intento di realizzare una mostra permanente da donare al museo etnografico di Talamona gestito dall’Associazione Amici degli Anziani, una mostra che è stata inaugurata nel corso di queste feste, in concomitanza con l’evento dei presepi, ma che rimarrà per alcuni anni finchè non verrà proposto qualcosa di nuovo, così come per molti anni in quegli stessi spazi, prima di questa mostra si è potuta ammirare una mostra fotografica che aveva per tema i vecchi cortili.
Tombolata
L’unica novità, per quanto riguarda questo evento che va avanti da qualche anno, è il cambio di location, dall’oratorio alla palestra dalle ore 20.30. I fondi raccolti durante la serata sono comunque destinati al mantenimento dell’oratorio “un luogo di ritrovo per i giovani talamonesi, un luogo di comunità” ha detto il parroco prima di cominciare l’estrazione “un punto di riferimento per loro e le loro famiglie”. Serata di divertimento, condivisione e ricchi premi.
Due parole sui presepi
Il mezzo secolo sembra non farsi sentire per i presepi delle contrade che anche quest’anno ripropongono il tema della natività con rinnovata fantasia. Vorrei ora proporre una piccola carrellata personale di cio che più mi ha colpito nel corso del giro dei presepi.
Il presepe di Ca’ Saracch’ colpisce per la ricchezza di dettagli
Un presepe di pasta e riso all’agriturismo Sciaresola. Che sia un richiamo all’Expo dedicato all’alimentazione?
Il Gruppo Alpini ha puntato sul recupero dei valori scrivendoli a chiare lettere sulle magliette dei personaggi. Chissà se simili gesti potranno davvero salvare il Mondo.
http://www.teleunica.tv/frontend.…/content/…/ContentId/15504
Ecco come quest’anno ha ancora avuto modo di manifestarsi il senso dei talamonesi per il Natale.
Antonella Alemanni
The Pietroasele Treasure (or the Petrossa Treasure) found in Pietroasele, Buzău, Romania, in 1837, is a late fourth-century Gothic treasure that included some twenty-two objects of gold, among the most famous examples of the polychrome style of Migration Period art. Of the twenty-two pieces, only twelve have survived, conserved at the National Museum of Romanian History, in Bucharest: a large eagle-headed fibula and three smaller ones encrusted with semi-precious stones; a patera, or round sacrificial dish, modelled with Orphic figures surrounding a seated three-dimensional goddess in the center; a twelve-sided cup, a ring with a Gothic runic inscription, a large tray, two other necklaces and a pitcher. Their multiple styles, in which Han Chinese styles have been noted in the belt buckles, Hellenistic styles in the golden bowls, Sasanian motifs in the baskets, and Germanic fashions in the fibulae, are characteristic of the cosmopolitan outlook of the Cernjachov culture in a region without defined topographic confines.
More about the treasure and the bowl at http://www.videoguide.ro/tezaurul-ist… und http://romanianhistoryandculture.webs.
Il Tesoro di Pietroasele (o Tesoro di Petrossa), ritrovato nel 1837 a Pietroasele,Romania, risale al IV secolo ed è composto di ventidue oggetti gotici comprendenti alcuni manufatti in oro. È considerato uno dei migliori esempi di stile policromo di arte barbarica.
Il tesoro originale, scoperto all’interno di un tumulo noto come Istriţa, nei pressi di Pietroasele, Romania, consisteva di 22 pezzi, compreso un grande assortimento di oggetti in oro, piatti e coppe oltre alla gioielleria, e due anelli completi di iscrizioni runiche. Quando fu scoperto, gli oggetti erano tenuti insieme da una non identificata massa scura, il che porta a credere che il tesoro sia stato ricoperto da qualche genere di materiale organico (ad esempio tessuti o pelle) prima di essere interrato. Il peso totale del tesoro era di circa 20 kg.
Dieci oggetti, tra cui uno dei due anelli, furono rubati poco dopo il ritrovamento. Quando i restanti oggetti furono ritrovati, si scoprì che l’altro anello era stato tagliato in almeno quattro parti da un orafo di Bucarest, ed uno dei caratteri runici era irrimediabilmente rovinato. Fortunatamente sono sopravvissuti dei disegni dettagliati, un calco in gesso ed una fotografia fatta dall’Arundel Society di Londra, il che ha permesso di stabilire l’identità del carattere perduto con relativa sicurezza.
Gli oggetti rimasti nella collezione mostrano un’altra qualità dell’artigianato, tanto che gli studiosi dubitano che gli oggetti abbiano origini locali. Isaac Taylor (1879), in uno dei suoi primi lavori parla della scoperta, ipotizzando che gli oggetti potrebbero rappresentare parte di un bottino recuperato dai Goti durante le scorribande in Mesia e Tracia (238-251). Un’altra delle prime teorie, probabilmente la prima proposta da Odobescu (1889) e ripresa da Giurascu (1976), identifica Atanarico, re pagano dei Tervingi, come probabile originario proprietario del tesoro, presumibilmente acquisito grazie al conflitto con l’imperatore romano Valente nel 369. Il catalogo Goldhelm (1994) suggerisce l’ipotesi che gli oggetti possano essere visti come un regalo fatto dai capi romani ai principi germanici alleati.
Recenti studi mineralogici svolti sugli oggetti indicano almeno tre differenti origini geografiche per l’oro utilizzato: Urali meridionali, Nubia(Sudan) e Persia. L’ipotesi dell’origine Dacia per l’oro è stata esclusa. Nonostante Cojocaru (1999) rifiuti la possibilità che monete romane siano state fuse e forgiate per dare vita a questi oggetti, Constantinescu (2003) giunge alla conclusione opposta.
Una comparazione della composizione mineralogica, delle tecniche di fusione e forgia, ed analisi tipologiche indicano che l’oro venne usato per creare le iscrizioni runiche all’interno dell’anello, classificate come celto-germaniche, non è puro come quello usato solitamente dai greco-romani, né quello in lega usato per gli oggetti germanici. Questi risultati sembrano indicare che almeno parte del tesoro (tra cui l’anello) venne creato con oro estratto nel nord della Dacia, e potrebbe quindi rappresentare oggetti in possesso dei Goti prima della migrazione verso sud (appartenenti alla Cultura di Cernjachov). Dato che queste ipotesi possono sembrare dubbie per la tradizionale teoria dell’origine romano-mediterranea dell’anello, ulteriori ricerche sono necessarie prima di dichiarare con certezza da dove proviene il materiale usato per la costruzione.
Come per molti altri ritrovamenti dello stesso tipo, resta incerto il motivo per cui gli oggetti siano stati posti nel tumulo nonostante siano state avanzate ipotesi plausibili. Taylor afferma che il tumulo in cui sono stati ritrovati gli oggetti era probabilmente la sede di un tempio pagano, e che secondo l’analisi delle iscrizioni rimaste faceva parte di un’offerta votiva che farebbe pensare ad un paganesimo ancora attivo. Nonostante questa teoria sia stata ignorata per molto tempo, le recenti ricerche, hanno dimostrato che tutti gli oggetti rimasti hanno un “carattere decisamente cerimoniale”. Particolarmente importante è la patera decorata con disegni di divinità probabilmente germaniche.
L’ipotesi secondo cui gli oggetti sarebbero di proprietà di Atanarico suggerisce l’idea che l’oro fosse stato sepolto nel tentativo di nasconderlo agli Unni, che avevano sconfitto i Grutungi a nord del Mar Nero, iniziando a spostarsi nel 375 verso la Dacia abitata dai Tervingi. Resta comunque incerto il motivo per cui l’oro sia rimasto sepolto, dato che il trattato di Atanarico con Teodosio I (380), gli permise di assicurare al suo popolo la protezione dei Romani prima della sua morte, avvenuta nel 381. Altri ricercatori hanno suggerito che il tesoro fosse appartenuto ad un re ostrogoto che Rusu (1984) identifica con Gainas, generale gotico dell’esercito romano ucciso dagli Unni attorno al 400. Nonostante questo possa spiegare il motivo per cui il tesoro non sarebbe stato dissotterrato, non spiega perché un vistoso tumulo sia stato scelto per contenere un così ricco tesoro.
Sono state ipotizzate numerose datazioni per la sepoltura del tesoro, spesso derivate da considerazioni riguardo l’origine degli oggetti stessi ed il tipo di sepoltura, nonostante l’iscrizione sia stato uno dei fattori più importanti. Taylor considera un intervallo tra il 210 ed il 250. Studi più recenti hanno portato gli studiosi a spostare leggermente in avanti la datazione. Coloro che sostengono l’ipotesi di Atanarico parlano della fine del IV secolo, data proposta anche da Constantinescu, mentre Tomescu data il tesoro all’inizio del V secolo.
Dei ventidue pezzi, solo dodici sono sopravvissuti, conservati oggi presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest: Una grande fibula con testa d’aquila e tre più piccole, tutte tempestate di pietre semi-preziose; una patera o piatto sacrificale, modellato con figure orfiche, che circondano una dea tridimensionale seduta; una coppa a dodici lati, un anello con un’iscrizione runica gotica, un grande vassoio, due collane ed una brocca.
I loro molteplici stili comprendono caratteristiche tipiche della dinastia Han cinese (fibbie per cinture), dell’Ellenismo (bocce in oro), motivi Sasanidi (cesti) e aspetti germanici(fibule). Questa varietà è tipica dell’aspetto cosmopolita della cultura di Cernjachov, in una regione senza confini topografici definiti.(approssimativamente odierna Ucraina e Bielorussia).
Quando Alexandro Odobescu pubblicò il suo libro sul tesoro, affermò che questo magnifico lavoro sarebbe potuto appartenere solo ad Atanarico (morto nel 381), capo dei Tervingi, uno dei popoli Goti. I moderni archeologi non sono in grado di collegare il tesoro a questo nome altisonante.
Il tesoro venne mandato in Russia nel dicembre 1916, quando l’esercito tedesco avanzò attraverso la Romania durante la prima guerra mondiale, e venne restituito solo nel 1956.
Lucica Bianchi
Note, fonti e bibliografia
La fotografia della Arundel Society, rimasta sconosciuta agli studiosi per circa un secolo, venne ripulita da Bernard Mees nel 2004.Cfr. Mees (2004:55-79). Per altre informazioni sulle prime vicende del ritrovamento, vedere Steiner-Welz (2005:170-175)
Taylor (1879,80) scrisse: “Il grande valore intrinseco dell’oro sembra indicare una provenienza di bottino di una grande vittoria e potrebbe trattarsi del saccheggio del campo dell’imperatore Decio, o del riscatto della ricca città di Marcianopoli”. Per altri studi sull’iscrizione vedere Massmann (1857)
Op.cit. Odobescu (1889), Giurascu (1976), Constantinescu (2003), Tomescu (1994)
Constantinescu (2003) descrive l’oggetto come “una patera con rappresentazioni di dei pagani (germanici)”. Analizzando l’immagine della patera Todd (1992) scrive: “al centro si trova una figura femminile su un trono circolare, con un calice nelle mani a coppa. Il fregio circolare rappresenta un gruppo di divinità, alcune in vesti classiche, altre con attributi più tipici dei pantheon germanici. Un potente dio maschio brandisce mazza e cornucopia, e siede su un trono dalla forma di testa di cavallo, ed è probabilmente più accostabile a Donar che ad Ercole. Un guerriero eroico in armatura completa, e con tre nodi nei capelli, è chiaramente un importante dio barbaro, mentre un trio di divinità femminili rappresenta probabilmente le Disir. Anche la dea seduta che presiede l’intero insieme non è facilmente classificabile come classica. Piuttosto sarebbe da vedere come una madre barbara degli dei”. (Fotografie della patera sono osservabili qui e qui.)
Michael Schmauder, Richard Corradini, The Construction of Communities in the Early Middle Ages: Texts, Resources and Artifacts, dicembre 2002
Alexandru Odobescu, Le trésor de Petrossa: Étude sur l’orfèvrerie antique, Parigi-Lipsia, J. Rotschild, 1889
Joseph Campbell, The Masks of God: Creative Mythology, 1968
M. Rusu, Cercetãri Arheologice, 1984
Herbert Kühn, Asiatic Influences on the Art of the Migrations, Parnassus
Avram Alexandru, Goldhelm, Schwert und Silberschätze: Reichtümer aus 6000 Jahren rumänischer Vergangenheit, Francoforte sul Meno, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 1994
Malcolm Todd, The Early Germans, Blackwell Publishing, 1992
Dorina Tomescu, Der Schatzfund von Pietroasa, 1994, Goldhelm, Schwert und Silberschätze, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 230–235, Francoforte
John Atkinson Grimshaw, Elaine,1877,collezione privata
“The lady of Shalott” è un poema romantico scritto dal poeta inglese Alfred Tennyson. Come altri poemi iniziali dell’autore – Sir Lancelot and Queen Guinevere e Galahad – questo rielabora il soggetto arturiano basato su fonti medievali e introduce alcuni temi che si realizzeranno con maggiore compiutezza in Idilli del re dove viene raccontata la leggenda di Elaine.Il poema, del quale Tennyson scrisse due versioni, una nel 1833, composta di venti strofe, e una nel 1842 di diciannove strofe, è basato probabilmente su una storia di Thomas Malory: La Morte d’Arthur, riguardante Elaine di Astolat, una donna che si innamora di Lancillotto, ma muore di dolore non potendo essere corrisposta. In ogni caso lo stesso Tennyson affermò che il poema era basato su una novella italiana del tredicesimo secolo intitolata Donna di Scalotta, incentrata sulla morte della ragazza e sulla sua accettazione a Camelot piuttosto che sul suo isolamento nella torre e sulla sua decisione di partecipare al mondo esterno, due elementi non menzionati nella Donna di Scalotta.
La donna del poema di Tennyson vive in una torre sull’isola di Shalott, in un fiume vicino a Camelot. È vittima di una maledizione: è destinata a morire non appena avrà guardato verso Camelot. Così guarda all’esterno attraverso uno specchio, e tesse ciò che vede in una tela magica. Sebbene sia tentata dall’osservare la vita reale che c’è fuori dalla sua finestra, sa che se lo facesse andrebbe incontro alla fine della propria vita. Un giorno, tuttavia, vedendo Lancillotto attraverso il suo specchio, capisce come non era mai successo prima quanto è stanca della sua esistenza, destinata com’è a guardare il mondo solamente attraverso ombre e riflessi.La Dama di Shalott soccombe così alla tentazione e guarda direttamente fuori mentre Lancillotto cavalca sotto la torre cantando, e i suoi occhi si appoggiano su Camelot.A questo punto lascia la torre, trova una barca sopra la quale scrive il suo nome, e si lascia trasportare verso Camelot, lungo il fiume, cantando una canzone triste e spegnendosi cantando.
Lucica Bianchi

Qual è il primo cartello stradale dove mettereste per rabbia il vostro nome pasticciando il cartello se in un paese non vi volessero ? Forse un divieto di accesso ?

Keith Haring , grande writer e pittore poi, morto giovanissimo

Jean Michel Basquiat , grande writer e pittore, morto giovanissimo
Abito in provincia di Milano in uno di quei paesotti della cintura suburbana che hanno visto negli anni 60 esplodere industria ed edilizia selvaggia e aumentare con l’immigrazione prima veneta e bergamasca e poi meridionale la popolazione di più dieci volte in una cinquantina d’anni.
I segni del degrado e della speculazione edilizia sono evidentissimi, molto più che in comuni relativamente più lontani dalla città .
Adesso si è aggiunta anche l’immigrazione straniera , ancora più disperata di quella interna e la crisi economica picchia duro su tutti i ceti meno abbienti , soprattutto sui giovani.
Nei primi anni 70 ebbi…
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TALAMONA 3 ottobre 2014 il punto sul volontariato
IN PROSSIMITA’ DELLA TERZA ANNUALITA’ ALLA CASA UBOLDI UN MEETING DI TUTTI I VOLONTARI DELLA BASSA VALLE PER FARE UN BILANCIO DI QUESTO IMPORTANTE PROGETTO
Pochi ma buoni, dice un adagio popolare che questa sera, alle ore 17 nella sala conferenze della Casa Uboldi ha trovato una ulteriore applicazione. Sono sicuramente molti di più i volontari della bassa valle coinvolti nel progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA (del quale a breve partirà la terza annualità) ma non molti quelli che hanno risposto all’invito di questo incontro per discutere di come effettivamente questo progetto si è svolto, dei progetti che grazie all’apporto dei volontari sono stati effettivamente messi in campo, dei benefici per tutta la comunità.
A presiedere questa tavola rotonda Gloria Busi, referente del servizio cultura per la provincia di Sondrio e Francesca Menaglio che si occupa del monitoraggio dell’attività attraverso colloqui personali con i volontari e la distribuzione di questionari on line che in forma anonima (chi li compila non è obbligato a scrivere il proprio nome) raccolgono, tra i vari partecipanti al progetto, umori, opinioni, idee, eventuali proposte di nuove attività di miglioramento ed eventuali segnalazioni di cio che non funziona in modo da valutare, tra le altre cose, anche l’effettivo contributo dei volontari ai progetti messi in campo.
Ad aprire il discorso Gloria Busi la quale ha spiegato che “molta importanza ha nell’ambito di questo progetto il fatto di coniugare la cultura e le politiche sociali poiché la socialità è un aspetto fondamentale del volontariato, anche nella percezione stessa dei volontari e anche nell’ambito del volontariato della cultura perché la cultura può diventare essa stessa veicolo di socialità. Il progetto lavora di pari passo con la LAVOPS che si occupa dei servizi per il volontariato nonché della formazione dei volontari. La formula del progetto si è costruita nel tempo attraverso la collaborazione tra la provincia, che promuove l’attività e garantisce tra le altre cose a tutti i partecipanti un’assicurazione in caso di infortunio, e i vari referenti delle biblioteche e dei musei del territorio per i quali mette in campo corsi di formazione che consentono l’acquisizione di competenze che non sono direttamente connesse col ruolo ricoperto (come la gestione dei volontari).
Nel corso della seconda annualità il progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha visto l’adesione di quindici biblioteche e sei musei. L’adesione è naturalmente volontaria a partire da quella del comune. Una volta che il comune attiva il progetto aderiscono le strutture e poi si procede col reclutamento dei volontari ognuno dei quali presta la sua opera in relazione alle proprie capacità e al proprio tempo libero. Chi promuove il progetto, ai volontari non chiede altro che impegno, interesse, consapevolezza di cio che si andrà a svolgere, senza imporre altri vincoli di sorta come può accadere ad esempio nelle associazioni più codificate. I volontari contattati per la seconda annualità sono stati 250, quelli che hanno effettivamente aderito sono stati 150, di cui 76 presenti sin dalla prima edizione del progetto.
Le dinamiche che si creano in un contesto di volontariato non sono le stesse che si creano in un ambito professionale, si creano relazioni più distese che diventano amicizie che durano nel tempo anche tra generazioni diverse che creano connessioni speciali all’interno delle comunità. La presenza dei volontari apporta creatività e qualità oltreché nuove iniziative. Si può dire che senza i volontari non sarebbe la stessa cosa. A tal proposito Gloria Busi nel corso della sua presentazione (coadiuvata da diapositive di power point) ha mostrato la fotografia di una vendita di libri di una biblioteca, libri che per vari motivi non potevano rientrare in catalogo e che sono stati venduti in una maniera molto interessante, allestendo una bancarella con una bilancia d’epoca per valutarne il peso. Giocando sul detto “la cultura ha un suo peso”, i libri sono stati venduti proprio così, a peso.
A questo punto sono stati i volontari presenti ad illustrare in modo specifico come hanno messo in pratica il progetto nelle biblioteche e nei musei dei loro comuni.
Patrizia Pasina, responsabile della biblioteca di Ardenno (e nonostante il cognome talamonese, originaria di Paniga) ha parlato di un progetto chiamato SOS COMPITI creato con la collaborazione di tre volontari (quelli che ad Ardenno hanno aderito al progetto) e due maestre delle elementari. “il progetto vorrebbe essere esteso anche alle medie, ma occorrono più volontari” e anche di un progetto chiamato SOS COMPUTER che si occupa della parte digitale e telematica della biblioteca di Ardenno offrendo servizi di consulenza agli utenti grazie all’opera di volontari esperti che spiegano a tutti come usare i computer.
Il progetto SOS COMPITI è un progetto attivato da molte biblioteche del territorio perché necessario in tutte le comunità. In particolar modo Delebio con una vasta percentuale di stranieri non cristiani che dunque non frequentano l’oratorio, ha particolarmente bisogno di un progetto del genere che viene sperimentato già da diversi anni con risultati positivi anche per quanto riguarda i rapporti tra le volontarie e i bambini i quali realizzano lavoretti di Natale in omaggio all’aiuto ricevuto. Anche Dubino ha attuato un progetto simile e Talamona anche in collaborazione con associazioni di volontariato estranee a questo progetto di IO VOLONTARIO PER LA CULTURA.
Per quanto riguarda le attività di Talamona, l’onere e l’onore di illustrarle è andato a Simona Duca, ex assessore alla cultura e dunque figura fondamentale nella coordinazione del progetto e nei rapporti tra volontari e amministrazione che ora, dopo il commissariamento del comune, continua a far parte del progetto come volontaria vera e propria.
“nel corso degli anni molti progetti sono stati realizzati a Talamona” ha raccontato Simona Duca “ma nessuno ha preso piede come questo, non soltanto grazie all’appoggio congiunto della provincia e di tutti coloro che hanno partecipato e continuano a partecipare ma anche per il clima familiare e amichevole che si creato che fa si che quando ci si ritrova periodicamente per mettere le idee sul tavolo esse nascono molto spesso in un’atmosfera molto allegra, un po’ buttate li dicendo si potrebbe fare questo e quello e solo una volta che ci si trova per le serate ci si rende conto di come tutto sia maledettamente serio. Da non sottovalutare l’importanza dei volontari che permettono di tenere aperta la biblioteca cinque giorni a settimana in modo da consentire tra le altre cose aperte collaborazioni con l’istituzione scolastica”
Per quanto riguarda Morbegno non era presente nessun referente diretto e dunque è stata Gloria Busi a spiegare i progetti messi in campo come l’organizzazione di gruppi di lettura in biblioteca con molte adesioni soprattutto tra i giovani e il trasferimento dell’archivio del tribunale in biblioteca (con sentenze dell’Ottocento che costituiscono un importante documento storico che offre spaccati di vita quotidiana dell’epoca) ad opera di un’archivista che già vi lavora. È questa una cosa molto significativa il fatto che in ambito di volontariato si portino avanti le stesse attività svolte in ambito lavorativo, denota una grande passione per quello che si fa. Molto spesso invece i volontari vorrebbero essere reclutati per fare qualcosa di diverso rispetto a cio che fanno abitualmente.
Molto utile a Morbegno l’apporto di volontari anche per quanto riguarda la gestione del museo civico di Storia Naturale nonché di quasi tutti i musei ed ecomusei della Valtellina che tramite questo progetto, ma anche il servizio civile e la dote comune possono contare sempre su un personale vario e dinamico, anche attraverso soluzioni innovative come quella adottata dal museo vallivo Valfurva che da quando si è convenzionato col comune e ha preso parte al progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha risolto il problema, che andava avanti da diverso tempo, di non riuscire a trovare nuove leve.
A questo punto la parola è passata a Francesca Menaglio che ha tracciato il bilancio della seconda annualità del progetto illustrando i risultati dei questionari di monitoraggio.
Gli elementi di maggior successo di questo progetto secondo i volontari, i referenti e gli utenti sono la possibilità di potersi esprimere e mettere in campo le proprie conoscenze e attitudini, ma anche la possibilità di sperimentarsi con tutta una serie di attività stimolanti che permettono l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze (ad esempio nel caso dei gruppi di lettura la possibilità di scoprire nuovi titoli e autori), dunque di crescere personalmente, ma anche di rinnovare l’immagine della biblioteca e del museo in cui si presta la propria opera, di creare un contesto dinamico e accattivante che risponde ai bisogni di tutti, che crea gruppo, integrazione con le famiglie e le scuole e che con poche flessibili regole permette a chi vi rientra di potersi investire in un qualcosa di utile per la comunità senza sentirsi troppo condizionato, cosa che consente in un certo qual modo una personalizzazione dei servizi che diventano meno schematici e burocratici e più umani. È esemplare il fatto che siano soprattutto le donne a diventare volontarie in maggior numero rispetto agli uomini, tra cui molte madri di famiglia che dichiarano di sentire il bisogno di esprimersi in un contesto diverso al di fuori della quotidianità dell’ambito familiare delle dinamiche di cura dei figli e dell’ambiente domestico.
Dai sondaggi sono emersi anche aspetti su cui bisogna ancora lavorare come ad esempio aspetti logistici dovuti a locali troppo piccoli o comunque inadeguati (un problema che la biblioteca di Grosio ha recentemente risolto avendo ristrutturato la sua sede storica, il palazzo Visconti-Venosta, rendendolo adeguato a tutte le necessità) o il problema di un coinvolgimento dell’utenza che spesso non va oltre le attività specificatamente programmate.
Di tutto questo se ne terrà conto nel corso della terza annualità il cui successo dipenderà molto dalla campagna promozionale (on line e tramite passaparola e grande impegno dei comuni per massicce campagne informative) per quanto riguarda il reclutamento di nuovi volontari e dall’impegno di questi ultimi per far si che il tutto proceda col successo delle annualità precedenti. Un successo che di certo sarà maggiormente garantito da volontari energici e ben nutriti. Ed ecco come a questo punto si è concluso il meeting per dare inizio al rinfresco.
Antonella Alemanni
Per tutte le informazioni, manifestazioni,archivio della Biblioteca” Ines Busnardi Luzzi” nonchè altri articoli di Antonella Alemanni, clicca qui:
http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577
MORBEGNO 2 ottobre 2014 serata alla memoria
IN OCCASIONE DELLA PROIEZIONE DEL DOCUFILM DI ROSSANA PODESTA’ E PAOLA NESSI PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE AMICI DI WALTER BONATTI E COMMEMORAZIONE DELLA SUA FIGURA
Nella splendida cornice dell’auditorium della chiesa sconsacrata di S. Antonio nella piazza omonima di Morbegno, dove ai banchi e all’altare si sono sostituiti poltrone e palco, ma sono rimasti, discretamente conservati, gli affreschi e le cripte originali, questa sera, a partire dalle ore 20.30, un nutrito pubblico ha potuto assistere alla celebrazione di una figura di grande rilievo nazionale e internazionale, ma anche molto importante a livello del nostro territorio: Walter Bonatti, grande alpinista, esploratore, giornalista, scrittore, una leggenda, ma soprattutto un uomo di grandi principi e dalle grandi qualità che nel corso della serata sono state raccontate con molta passione da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo personalmente.

Introduzione di Giuseppe Ronconi
L’importanza di Walter Bonatti nell’ambito del nostro territorio è ulteriormente dimostrata dal fatto che proprio qui in Valtellina si è costituita un’associazione chiamata proprio GLI AMICI DI WALTER che si propone di portarne avanti il ricordo e il pensiero per dare lustro al nostro territorio e per formare, nello spirito dell’eredità lasciata da Walter, le nuove generazioni, collaborando dunque anche con l’istituzione scolastica. Un’associazione che Giuseppe Ronconi, principale cicerone della serata, ha avuto l’onore di presentare in apertura introducendo a cospetto del pubblico i membri principali.
Il Presidente Onorario Franco Moro
Franco Moro è stato amico personale di Walter Bonatti (hanno fatto tra le altre cose un viaggio insieme nelle remote isole Vanuatu) e questa sera ha voluto introdurre il suo discorso con una citazione del grande alpinista: chi più in alto sale più lontano vede, chi più lontano vede più a lungo sogna. “Walter è stato un atleta e una persona eccezionale che teneva in grande considerazione il valore dell’amicizia” ha raccontato Moro “il suo più grande sogno era che emergesse una volta per tutte la verità sul K2. Con la grande determinazione di cui era dotato, ha lottato per cinquant’anni a tal scopo e poco tempo prima della sua morte è riuscito a vincere questa battaglia passando però attraverso molte traversie cui ha sempre opposto il suo coraggio e i suoi saldi principi. Esemplare da questo punto di vista un episodio. Walter venne convocato a Roma per ricevere una medaglia dall’allora presidente Ciampi. Al momento del ritiro si trovò con Compagnoni e Lacedelli che ricevettero anch’essi delle onorificenze. Al momento Walter ritirò la medaglia, ma poi, una volta a casa, fece un pacco accompagnato da una lettera di rifiuto e lo spedì al presidente. Potrei raccontare anche un altro episodio che testimonia la grande levatura di Walter. Durante il nostro viaggio alle Vanuatu, nel corso di un’immersione, Walter venne senza ossigeno a soccorrere me e un altro membro della spedizione dopo che eravamo rimasti indietro. La personalità di Walter emerge anche nel corso del suo legame con Rossana Podestà, soprattutto i primi tempi”. Rossana Podestà è stata una grande attrice italiana già sposata con un importante regista (Marco Vicario ndr) dal quale ha avuto due figli (Francesco e Stefano a loro volta registi di rilievo una volta cresciuti ndr). “Una volta,” ha raccontato ancora Moro “ospite in tv di Catherine Spaak, dichiarò che se avesse dovuto trascorrere qualche tempo su un isola deserta con qualcuno quel qualcuno sarebbe stato Walter Bonatti. Gli amici di Walter glielo comunicarono così egli volle incontrarla, ma i primi incontri furono molto difficili e burrascosi” “Venivamo da due mondi diversi” ha dichiarato la stessa Rossana Podestà (nella parte finale del film che è stato poi proiettato ndr) “ma ci accomunavano infondo gli stessi obiettivi e questo ci ha poco a poco avvicinato”, un canovaccio molto comune nell’ambito dei grandi amori, quelli destinati ad entrare nella leggenda e a far sognare le generazioni a venire per molto e molto tempo. Un amore in virtù del quale Rossana Podestà ha vissuto momenti difficili come, secondo la testimonianza di Franco Moro “una notte da sola in Patagonia, mentre Walter scalava una parete, dentro una tenda con un puma che si aggirava nei paraggi. Quella di Walter insomma è stata una vita che val la pena far conoscere, soprattutto ai giovani, in quanto lo stesso Walter aveva molto a cuore l’educazione ambientale e culturale”.
L’intervento di Maria Cristina Bertarelli Presidente dell’Associazione Amici di Walter
A questo punto la parola è passata a Maria Cristina Bertarelli la quale, dopo i ringraziamenti di rito al pubblico in sala, al comune di Morbegno, in particolare al vicesindaco Gabriele Magoni e all’assessore Claudio D’Agata “per il riconoscimento dell’importanza della valorizzazione del territorio” e all’ingegnere Milani “per aver messo a disposizione la sede delle antiche cantine Martinelli” ha raccontato la sua personale esperienza all’interno dell’associazione che in pochi giorni a partire dalla fondazione sta riscontrando parecchie adesioni “un’associazione che raccoglie l’eredità di Walter e ne omaggia la figura di uomo dalla personalità forte, determinata sincera, sicura, leale e molto fedele ai valori in cui credeva. Un uomo che poteva scegliere di vivere in qualunque punto dell’arco alpino, ma scelse la Valtellina (per la precisione Monastero di Dubino ndr) perché ne apprezzava la bellezza. Ed eccoci dunque qui oggi, con grande impegno, a raccogliere la sua eredità e a divulgare i suoi valori: conoscenza e rispetto del patrimonio storico, ambientale, sociale e più in generale culturale di un territorio, in particolare del nostro territorio che Walter amava tanto e che anche noi che ci viviamo dovremmo imparare ad apprezzare. Per questo un ruolo molto importante gioca la formazione dei giovani, un altro valore cui Walter teneva moltissimo”
L’intervento di Plinio Marini dell’Associazione Cancro Primo Aiuto
È stato un tumore a portarsi via Walter Bonatti tre anni fa e questo spiega perché, nel corso della serata a lui dedicata, è intervenuta un’associazione che si occupa della cura di questa malattia ed è stata anche promossa una piccola raccolta fondi ad offerta libera. “il cancro è un male bastardo” ha dichiarato Plinio Marini “un male che lascia dietro di se tanta rabbia e innumerevoli domande insolute, ma anche la voglia di impegnarsi a fare qualcosa. L’associazione è partita in sordina, ma nel corso del tempo ha creato tre nuovi centri Ospis ha finanziato studi e ricerche e ogni anno risponde ad un sempre maggior numero di richieste d’aiuto. Richieste cui tutti possono rispondere donando col cuore”
Presentazione del sentiero Bonatti che sarà inaugurato sabato 4 ottobre alle ore 17
A questo punto Giuseppe Ronconi ha introdotto il discorso del sentiero Bonatti, uno dei tanti progetti che l’Associazione ha messo in campo per valorizzare il nostro territorio nello spirito dell’eredità e della memoria di Walter. “questo sentiero nasce in particolar modo dall’iniziativa di quattro volontari che hanno percorso i dintorni della casa di Walter, le montagne circostanti fino ad aprire questa via che porterà il suo nome. Queste persone sono Giuseppe Lisciotti, Denis Pellegatta, Andrea della Bitta e Michele Ortelli. Nella realizzazione di questo sentiero l’Associazione Amici di Walter ha trovato un valido sostegno nella Pro Loco di Dubino” ed è stata proprio una rappresentante della Pro Loco di Dubino, Rosa Barri, introdotta da Giuseppe Ronconi e coadiuvata da una presentazione fotografica interattiva, ad illustrare il percorso del sentiero “che partendo da Monastero arriva a più di 2000 metri di altezza passando da San Giuliano, La Piazza, Monte Prusata, Val Bassa, La Forcelletta, Cino, Novate, Verceia per poi ridiscendere, una volta toccato il punto più alto (che corrisponde ai 2750 m del Rifugio Omio) verso i bagni di Masino dove si conclude. In questi giorni è stata posizionata la segnaletica verticale e un sistema di rilevamento GPS a cura della Pro Loco di Chiavenna”.
La parola a Paola Nessi regista del docufilm W di Walter
Paola Nessi insieme a Mirella Polverini (stimata giornalista e scrittrice di montagna) è un membro dell’associazione Amici di Walter. Introducendola Giuseppe Ronconi ha sottolineato il grande impegno, la passione e l’amore profusi in questo progetto fortemente voluto da Rossana Podestà “per raccontare il suo Walter” come ha detto la stessa Paola Nessi nel suo discorso durante il quale ha spiegato brevemente la genesi di questo film frutto di un lavoro di tre mesi interamente girato e montato, anche con materiale di repertorio, nella casa di Rossana e Walter a Monastero di Dubino una casa che oltre ad essere la scenografia principale del film rientra nel racconto perché ad un certo punto Rossana Podestà racconterà di come lei e Walter l’hanno avuta e ristrutturata con pazienza, una casa originale del Seicento che praticamente cadeva a pezzi cui loro hanno ridato nuova vita ristrutturandola in primis, ma anche abitandola e riempiendola dei cimeli di Walter e ora trasformandola in una scenografia. “ho ricevuto un giorno una telefonata di Rossana” ha raccontato Paola Nessi “mi diceva che voleva raccontare la vita di Walter in un film che fosse anche una sorta di documentario e voleva che mi occupassi della regia. Ci siamo trovate un giorno nella casa di Dubino in cui avremmo trascorso molto tempo per scegliere le immagini di repertorio da inserire nel film” “il film è stato presentato per la prima volta a Trento il 13 settembre dello scorso anno in occasione del secondo anniversario della morte di Walter” ha proseguito Giuseppe Ronconi “è un film che racconta la storia della vita di Walter ma anche la storia d’amore tra Rossana e Walter”
W di Walter diario di una visione
A questo punto le luci in sala si sono abbassate lo schermo ha cominciato ad animarsi ed è risuonata la voce di Rossana Podestà inquadrata in apertura mentre tiene in mano una foto di Walter bambino. È questa la prima immagine di un racconto che è insieme un delicato diario intimo, un’appassionante e appassionata testimonianza privata e un documento storico di valore, la biografia di una vita unica e irripetibile all’insegna dell’avventura e della conoscenza partendo dagli anni giovanili di Walter, le sue prime scalate, passando per l’avventura del K2, che nel bene e nel male ha segnato tutta la sua vita, fino ad arrivare ai reportage in giro per il Mondo realizzati per il mensile EPOCA e alla profonda amicizia col suo datore di lavoro, Arnoldo Mondadori, la cui scomparsa lo addolorò profondamente. Un docufilm emotivamente potente in cui la figura di Walter rivive in tutta la sua forza e in cui la sua leggenda viene percorsa passo dopo passo da tutti quelli che ne furono testimoni (le tv e le testate giornalistiche che lo intervistarono, anche straniere) ma in primis dalla sua compagna in tutto e per tutto che ha vissuto nel suo ricordo nella loro casa valtellinese finchè anche lei è purtroppo scomparsa molto recentemente. Un film che è stato vissuto intensamente dal pubblico in sala (il quale, durante una scena che mostrava Walter sulla cima del Cervino dopo una scalata difficile, si è lasciato andare ad un breve ma intenso applauso) e testimonia un grande esempio di coraggio, passione e virtù. Personalmente guardando il film ho avuto modo di conoscere vari aspetti della vita e della figura di Walter Bonatti che non conoscevo come la sua fantasia nel tracciare nuove vie e percorsi di tutti i livelli (nei discorsi di chiusura sono state citate alcune vie della Val Masino e Punta Fiorelli quali vie aperte proprio da Bonatti) che ne fa una specie di visionario, perché visionario dopotutto è colui che sa vedere nuovi mondi e nuove cose laddove i più non vedono. In particolare mi ha colpito la vicenda di una via aperta su un monte molto scosceso che è franata durante i funerali di Walter. In realtà questo è solo uno dei tanti aneddoti straordinari nell’ambito di una vita che ancora si ispirava ai grandi Esploratori Ottocenteschi e ha saputo coglierne l’eredità, una vita che, quello che i più considerano impensabile, lo trasforma in ordinaria amministrazione.
Premio speciale a Paola Nessi e discorsi conclusivi
Dopo la visione del film l’Associazione Amici di Walter ha voluto conferire un premio speciale a Paola Nessi. Durante la premiazione è intervenuto Giampietro Scherini presidente del comitato scientifico che ha voluto dare un suo personale omaggio alla figura di Walter “un autodidatta che si è fatto da se e ha saputo compiere grandi imprese, scrivere grandi libri e grandi reportage con una proprietà di linguaggio degna dei migliori intellettuali e accademici, è riuscito a sognare e a far sognare. È nello spirito del suo esempio e dei suoi insegnamenti che l’associazione nata in sua memoria vuole realizzare a breve, nella cornice di Castel Masegra a Sondrio (già famoso per i cicli di affreschi ariosteschi ndr) un museo della montagna che dedicherà un intero nucleo a Walter esponendo una collezione dei suoi cimeli e di tutto cio che lo riguarda. Sarà un piccolo passo di un grande percorso” “perché Walter rappresenta l’esempio di come la montagna va vissuta” ha dichiarato il vicesindaco Magoni “un uomo libero in tutti i sensi dalle grandi qualità morali che Rossana Podestà definiva senza sovrastrutture per dire che era sempre fedele a se stesso. È fondamentale tenere viva la memoria di un uomo eccezionale, di una autentica leggenda dell’alpinismo”
Conclusioni dell’ing Abbiati presidente SEV
“già da alcuni anni conduco studi ricerche ed incontri per comunicare la montagna e trasmettere la consapevolezza della cultura e dell’ambiente. Ecco perché ho voluto dare il mio sostegno a questo film”
A questo punto la serata si è definitivamente conclusa. Restava solo il buffet a base di bresaola e chat, piatti tipici nostri locali. Io mi sono trattenuta un po’ di più solo per guardare alcune foto disposte tutt’intorno al perimetro della platea. Istantanee dei viaggi avventurosi di Walter Bonatti soprattutto i deserti con le lunghe distese di sabbia dalle curve morbide che disegnano drappeggi come di seta. In alcune compare anche Walter. In una in particolare è ritratto come un puntino in mezzo al vasto nulla del deserto. Si può dire che sia l’immagine simbolo dell’esistenza umana in generale.
Antonella Alemanni
ALLA SCOPERTA DEL MOVIMENTO INTELLETTUALE CHE SECONDO MOLTI STORICI HA ISPIRATO LA RIVOLUZIONE FRANCESE
di Antonella Alemanni
L’Illuminismo è un movimento letterario culturale e filosofico nato nel Settecento (per questo definito il secolo dei lumi) un movimento che si fonda sull’uso della ragione come strumento di conoscenza, come luce per liberare l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione. Secondo i filosofi esponenti di questo movimento i secoli medievali precedenti hanno rappresentato un’era dominata dall’oscurantismo e dalla religione, una scappatoia dell’uomo per spiegare fenomeni che in altro modo non riesce a capire e per lenire l’ancestrale timore verso la morte.
A tutt’oggi la conoscenza presenta dei limiti e possedere più o meno conoscenza può fare la differenza tra il condurre un’esistenza il più possibile libera e consapevole e l’essere strumentalizzati, plagiati e sfruttati, calpestati nei propri diritti.
Fin dall’inizio il desiderio di conoscere e capire il mondo che ci circonda ha rappresentato uno dei tratti distintivi della nostra specie umana, un desiderio che, in mancanza di strumenti idonei, ricorre, per essere appagato, a spiegazioni fantastiche. È il caso ad esempio della mitologia: fin dai tempi più remoti ogni civiltà ha avuto il suo corpus di racconti mitologici e il suo pantheon di divinità, l’ira delle quali era posta sempre alla base dei fenomeni naturali più catastrofici come temporali, terremoti, frane, inondazioni, un’ira che andava placata seguendo specifici rituali e codici di comportamento condivisi, più o meno volontariamente, da tutti gli appartenenti ad una singola civiltà. La religione cristiana che ha dominato i secoli medievali altro non è che un’evoluzione delle mitologie antiche. Ogni cristiano crede che tutto dipenda dalla volontà di Dio che impone rituali e codici di comportamento soprattutto attraverso i concetti di virtù e peccato.
Il movimento illuminista nasce con lo scopo di rinnegare tutto questo, di porsi in netta rottura col passato, di stimolare gli individui a pensare ognuno con la propria testa liberandosi così dallo stato di minorità. Fu Immanuel Kant col suo capolavoro CRITICA DELLA RAGION PURA a porre per la prima volta le basi teoriche del movimento illuminista e ad introdurre fra l’altro il concetto di minorità inteso come l’incapacità di avvalersi pienamente e autonomamente del proprio intelletto.
Immanuel Kant
Immanuel Kant- Critica della ragion pura
Non a caso il termine minore è usato ancora oggi per indicare coloro i quali non hanno raggiunto una piena maturità intellettuale e dunque sociale, giuridica e politica, un traguardo fissato al compimento dei 18 anni e spesso convalidato dal sostenimento dei cosiddetti esami di maturità. In realtà il concetto di minorità e quello di maturità non possono essere inquadrati nello stesso modo per ogni individuo. Esse dipendono dall’intelligenza, da come essa viene espressa, dal carattere e dalla capacità decisionale.
Quasi tutti gli storici sono concordi nell’affermare che alla base dei fermenti che portarono allo scoppio della Rivoluzione Francese ci siano proprio le idee esposte dal movimento illuminista in particolare l’opera di Rousseau.
Dietro alle sommosse popolari infatti si nascondeva una massiccia campagna di indottrinamento da parte dei borghesi colti (quella che poi sarebbe diventata la classe media, quella che allora in Francia faceva ancora parte del terzo stato, ma i cui componenti potevano svolgere professioni di prestigio come quella di avvocato; avvocato era ad esempio Robespierre), attraverso cui tutto il popolo prese gradualmente coscienza di sé e dei propri diritti.