CORONA FERREA, DUOMO DI MONZA

 

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La Corona Ferrea, Museo e Tesoro del Duomo,Monza,Milano

Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente.Conservatasi miracolosamente fino ai nostri giorni, la Corona è composta da sei piastre d’oro – ornate da rosette a rilievo, castoni di gemme e smalti – recanti all’interno un cerchio di metallo, dal quale prende il nome di “ferrea”, che un’antica tradizione, riportata già da sant’Ambrogio alla fine del IV secolo, identifica con uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo: una reliquia, quindi, che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino.La tradizione, che lega la Corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia (o dagli aspiranti tali, come i Visconti), che l’avrebbero usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani. Recenti indagini scientifiche fanno prospettare che la Corona, che così come si presenta deriva da interventi realizzati tra il IV-V e il IX secolo, possa essere un’insegna reale tardo-antica, forse ostrogota, passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare e donata al Duomo di Monza.A partire da allora la storia del diadema fu indissolubilmente legata a quella del Duomo e della città. Nel 1354, ad esempio, papa Innocenzo VI sancì come diritto indiscusso – anche se poi disatteso – del Duomo di Monza di poter ospitare le incoronazioni dei re d’Italia, mentre nel 1576 san Carlo Borromeo vi istituì il culto del Sacro Chiodo, in modo sia da rendere ufficiale il riconoscimento del diadema come reliquia, sia di legarlo a un altro Sacro Chiodo, conservato nel Duomo di Milano, che secondo la stessa antica tradizione sant’Elena avrebbe fatto forgiare a forma di morso per il cavallo di Costantino, come ulteriore metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’Impero.
In virtù del suo valore sacro la Corona Ferrea viene conservata in un altare consacrato e ad essa dedicato, eretto da Luca Beltrami nel 1895-96.

Descrizione.

Il prezioso cimelio è in lega di argento e oro all’80% circa, ed è composto di sei placche legate fra loro da cerniere verticali; ha il diametro di cm 15 e l’altezza di cm 5,5; il peso è di 535 grammi. È adornata di ventisei rose d’oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné. Le gemme rosse sono granati, viola sono ametiste, il corindone è blu scuro. Altre decorazioni sono in pasta vitrea. La lamina circolare che tradizionalmente si identifica con il Sacro Chiodo corre lungo la faccia interna delle sei placche. La corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo: si ritiene perciò che in origine fosse composta di otto placche invece che sei. La corona è custodita nella cassaforte protetta da due porte. È nella teca dal 1885 per volontà di Umberto I.

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La Corona Ferrea nella teca dove si trova oggi

Secondo la ricostruzione, in origine le placche d’oro avevano soltanto la gemma centrale, come si vede in alcune monete che ritraggono Costantino con il suo elmo in testa. Due corone ritrovate nel XVIII secolo a Kazan, in Russia, sono del tutto simili; probabilmente anche la Corona Ferrea fu opera di orefici orientali.

Le lastrine colorate con le altre pietre furono aggiunte presumibilmente da Teodorico, il quale fece rimontare il diadema su un altro elmo, in sostituzione di quello trattenuto dai bizantini. Carlo Magno fece poi sostituire alcune delle lastrine che si erano rovinate. L’esame al Carbonio 14 condotto su due pezzetti di stucco ha infatti datato uno di essi intorno al ‘500,e l’altro intorno all’800. L’aspetto della corona successivo al restauro di Carlo Magno è testimoniato dai documenti dell’incoronazione di Federico Barbarossa: essa non era più montata su un elmo, ma portava solo un archetto di ferro sulla sommità e aveva ancora la dimensione adatta ad essere portata sulla testa.

Le due placche mancanti furono probabilmente rubate mentre la corona era in pegno agli Umiliati, che la conservavano nel loro convento di Sant’Agata (nell’attuale piazza Carrobiolo a Monza). I documenti successivi al 1300 infatti la descrivono come “piccola”. Nel1345 essa fu affidata per un secondo restauro all’orafo Antellotto Bracciforte, il quale le diede l’aspetto attuale.

 

Lucica Bianchi

LA PACE DI CHIAVENNA

 

Chiavenna

La Pace di Chiavenna è un manufatto di oreficeria medievale. Si trova nel Museo del Tesoro di Chiavenna, Sondrio.Questo manufatto costituisce la copertina di un Vangelo, di cui le pagine non sono mai state trovate, ed è chiamato Pace perché era usato come simbolo liturgico nella Messa nel momento del ringraziamento. Una campagna di ricerche di avanguardia, che ha coniugato intervento di restauro, indagini diagnostiche e ricerche storiche e artistiche, si è proposta di formulare all’opera nuove domande e di svelarne almeno in parte i segreti che ancora gelosamente custodisce.

 

La Pace di Chiavenna rappresenta un oggetto complesso ed affascinante. Esemplare di qualità eccezionale dell’arte orafa dei secoli passati, trae la sua denominazione corrente di “Pace di Chiavenna” dall’uso liturgico cui è stato convertito in età moderna, venendo offerto al bacio dei fedeli al momento dello scambio della pace. La tipologia dell’oggetto, però, e più ancora il raffinatissimo programma iconografico, non lasciano adito a dubbi circa la sua destinazione originaria di piatto anteriore della legatura di un evangeliario o eventualmente coperchio della teca destinata a racchiuderlo.Non si è certi dell’identità del suo autore, forse un artista francese o tedesco del seguito del Barbarossa. In base agli apporti bizantini (sfondi verdi), renani e lombardi si è giunti a supporre che sia stata creata nell’area lombarda forse Pavia, intorno al XI secolo. Secondo la tradizione sarebbe stata donata a Chiavenna da un vescovo tedesco o francese, forse da Cristiano di Magonza che nel 1176 accompagnò il Barbarossa a Chiavenna per il drammatico incontro con Enrico il Leone.

 

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E’ composta di 25 lamine d’oro su tavola di noce, eleganti rabeschi, 16 smalti Cloisonneé, 17 rosoncini in filigrana con 94 perle e 97 gemme (tra cui alcuni cammei) e 4 bassorilievi a sbalzo con i simboli degli Evangelisti. Sulle placche ovali di smalto, al centro dei quattro lati, sono raffigurati in alto il Cristo Pantocratore, in basso la Visitazione, a sinistra l’Angelo e a destra la Madonna (l’Annunciazione). Al centro si trova uno scudo ovale con una croce greca gemmata in filigrana.

Lucica Bianchi

FESTE POPOLARI E TRADIZIONI RELIGIOSE – LE LUMINARIE DI DISO

 

La Festa patronale dedicata ai Santi Filippo e Giacomo è uno spettacolare esempio di devozione dei fedeli nei confronti dei propri Santi Patroni.Ogni anno, il 1° maggio Diso, un piccolo paesino dell’entroterra sud salentino, situato nei pressi di Castro, offre uno spettacolo di riti sacri e profani in grado di stupire e carpire l’interesse degli adulti così come quello dei più piccoli.Storicamente la cittadina è legata ai Santi Patroni e ad essi devota. Sebbene già a partire dal 1889 a livello internazionale è stato stabilito che il 1° maggio è la giornata dedicata alla festa del lavoro e pertanto questo rappresenta un giorno di festa nazionale e internazionale, la devozione degli abitanti di Diso non ha vacillato nemmeno per un istante e mentre tutta la comunità festeggia il lavoro e i lavoratori, a Diso si festeggiano i Santi Patroni.
Probabilmente anche per evitare l’accavallarsi di festività importanti e di origine diversa, con il passare del tempo, le celebrazioni liturgiche in onore dei due Santi Patroni hanno subito delle variazioni, essendo state spostate dapprima all’11 maggio e poi definitivamente al 3 maggio. Ciò nonostante gli abitanti più devoti e fedeli considerano ancora il 1° maggio festa patronale, così come comanda la tradizione.Le tradizioni popolari locali testimoniano un forte attaccamento della popolazione ai Santi e ai personaggi sacri, soprattutto ai Santi Patroni.I Santi Patroni hanno sempre rappresentato un valido interlocutore diretto per il popolo sofferente e per il contadino che a volte chiedeva la grazia per un ricco raccolto, altre volte chiedeva semplicemente che la salute accompagnasse lui e la sua famiglia nel corso degli anni. E così le mogli chiedevano un matrimonio ricco di prole, i mariti la capacità di sostentamento della numerosa famiglia e se veniva qualche carestia in ogni caso ci si votava ai Santi per ottenere la grazia.In un’epoca in cui anche la routine era assai difficoltosa e tutt’altro che goliardica, i cittadini offrivano ai Santi quanto più possibile, garantendo, quanto meno, dei ricchi festeggiamenti durante la ricorrenza. Ciò non deve stupire perché, in fondo, questi fastosi festeggiamenti altro non rappresentano che la ovvia evoluzione dei sacrifici offerti agli dei in epoca arcaica.Ma se tutto ciò non stupisce, certamente lascia attoniti la caparbietà dei Disini e la loro voglia di continuare la tradizione, offrendo ai Santi Patroni Filippo e Giacomo dei festeggiamenti che probabilmente sono tra i più ricchi nel territorio regionale.Luminarie, spettacoli pirotecnici e concerti bandistici animano le serate della primavera disina, in onore di festeggiamenti che, tra cerimonie sacre e riti profani, partono addirittura dalla seconda metà di aprile. A partire dal 21 aprile, infatti, le statue dei Santi vengono esposte per l’adorazione ma solo il 3 maggio, a conclusione del periodo loro dedicato, le statue verranno portate in processione e i festeggiamenti culmineranno in uno spettacolo inenarrabile.L’intero paese si trasforma in un palcoscenico, allestito grazie ai fedeli che si riuniscono in comitato e si occupano dell’organizzazione dei festeggiamenti durante tutto il corso dell’anno.

Lucica Bianchi

 

IL POEMA DI GILGAMESH

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la statua di Gilgamesh, Museo del Louvre, Parigi

Uno dei pochi racconti sumerici che è potuto giungere fino a noi è il celeberrimo poema di Gilgamesh, composto a Uruk intorno a 4500 anni fa. Chi è Gilgamesh? non si sa di preciso. Forse è un personaggio reale, un re di Uruk, vissuto circa 4600-4700 anni fa e diventato famoso per essersi posto, analogamente al suo collega faraone, l’ obiettivo dell’ immortalità. Già subito dopo la sua morte, su di lui circolano un certo numero di aneddoti, che vengono prima raccontati in forma orale
e in modo frammentario e successivamente raccolti, ordinati e messi in forma scritta in lingua sumerica. L’opera ha successo e si diffonde in tutto il Vicino Oriente. Intorno a 3000 anni fa, essa viene tradotta in lingua assira e viene conservata nella biblioteca del palazzo di Ninive, voluta da Assurbanipal, dove è stata ritrovata a seguito degli scavi archeologici compiuti nel XIX secolo. Ecco una sintesi del racconto.
Gilgamesh è il potente e arrogante re di Uruk. Stanchi del suo strapotere, i sudditi si rivolgono agli dèi perché gli oppongano qualcuno di pari valore. Gli dèi creano allora Enkidu, un uomo di mentalità primitiva e selvaggia, che cresce in compagnia degli animali selvatici. Saputo delle prepotenze del re, Enkidu si reca in città e lo affronta, ma Gilgamesh si mostra valoroso tanto che, alla fine, Enkidu riconosce la legittimità del suo potere e i due diventano amici. Insoddisfatti della loro vita tranquilla, i nostri eroi decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca di gloria. Strada facendo, la dea Istar si innamora di Gilgamesh, ma questo la respinge perché sa che la dea ha trasformato molti suoi amanti in animali. Irritata, Istar si rivolge ad Anu, il dio della volta celeste, chiedendogli di vendicarla. Anu manda contro i nostri eroi il gigantesco Toro del Cielo, ma essi lo uccidono. Invidiosi della loro fortuna, gli dèi decidono la morte di Enkidu, il quale, lamentando la sua fine ingloriosa, lontano dai campi di battaglia, esala l’ultimo respiro fra le braccia dell’amico, che ne piange la perdita. Sentendo incombere anche su di sé la minaccia della morte, Gilgamesh vuole scoprire il segreto dell’immortalità e si mette in viaggio alla volta di Utnapistim, l’unico uomo che sembra l’abbia ricevuta dagli dèi e che vive in un’isola agli estremi confini della terra.Lungo il cammino deve superare una serie di difficoltà, che si frappongono fra lui e Utnapistim: affronta due mostri spaventosi, che fanno la guardia al “Giardino delle Delizie”, resiste ad una locandiera, che cerca di dissuaderlo prospettandogli l’irrealizzabilità dell’impresa, e attraversa l’Oceano. Gilgamesh non si ferma davanti a nessun ostacolo, finché giunge al cospetto di Utnapistim, il quale, dichiaratosi disponibile a svelargli il segreto dell’immortalità, gli racconta come gli dèi abbiano mandato sulla terra il diluvio universale, come egli, aiutato dal dio Ea, abbia costruito un’arca e vi abbia caricato la propria famiglia e tutti gli animali salvandosi, e, infine, come, per grazia degli dèi, gli sia stato concesso di vivere per l’eternità in quella remota isola. Avendo compreso che non c’è alcun segreto da svelare e che l’immortalità è una prerogativa divina, deluso, Gilgamesh si prepara al ritorno, quando Utnapistim, tratto in compassione, vuole dargli un’estrema possibilità: se avesse raccolto una certa pianta, che si trova in fondo al mare, e l’avesse mangiata, avrebbe guadagnato l’immortalità. Ancora una volta, l’eroe affronta con successo l’impresa e, mentre fa ritorno alla sua città con l’intento di far mangiare la pianta a tutti gli uomini, essendosi fermato a bere da una sorgente e avendo deposto a terra la pianta, un serpente gliela rapisce. Così Gilgamesh ritorna a Uruk a mani vuote.Il mito di Gilgamesh ci permette di cogliere il livello di civiltà raggiunto dai sumeri, che appaiono in grado di riflettere sulla natura degli uomini. Dal momento che l’intelligenza, la forza, la volontà e il coraggio non bastano a fare di lui un essere immortale, all’uomo altro non resta che accettare i propri limiti e rassegnarsi al proprio destino. Tale è il senso tragico dell’opera, che presenta tratti di grande interesse, alcuni dei quali saranno poi ripresi dalla letteratura successiva, in particolare dalla Bibbia (Giardino delle Delizie, Diluvio) e dai poemi omerici (uomini-eroi, dèi antropomorfizzati, viaggio avventuroso, pianto per la morte dell’amico).

 

Lucica Bianchi

ME, IL MATU E POI ALTRO ANCORA

Racconti e pensieri di un Talamonese– Giuanin Fant de Pic

Il Matu era uno affettato col coltello grosso. Gli importava mica di scureggiare davanti alle femmine, tanto, diceva, doveva piacergli così com’era o niente. Al bar metteva sempre i diti dentro al naso e poi lanciava le taccole addosso a quelli vicini. Gli piaceva vedere se si accorgevano o no, poi dopo se si giravano per mollargli una sberla alzava il bicchiere e gli faceva “Prosit”. Beveva tutto quello che c’aveva giù nel calice in un fiato, si puliva la bocca giù nel braccio e correva via prima di prenderle. Il Matu era un mio socio poi anche per quello. Una volta gli ho detto che se mangiava un maggiolino io gli pagavo una pizza e lui il giorno dietro è venuto a casa mia con un sacchetto pieno di maggiolini, saranno stati una ventina. Ha aperto un panino e ce li ha infilati dentro tutti. Quando l’ha messo in bocca c’erano le antenne che cercavano di scappare dalle fette di pane. Io son stato lì a guardarlo perché se no ci credevo mica che lo faceva. Alla fine l’ha mangiato tutto, si è ciucciato i diti, si è pulito la bocca col braccio e ha pestato un rutto da stending ovescion. Poi, mi ha detto: “Adesso mi paghi venti pizze”.

Dopo, mi ricordo di quella volta d’estate che io, il Matu e l’Erminio Stagnola siamo andati al cimitero a fumare l’erba tutto il dopo mezzogiorno anche se faceva un caldo della madonna. Ora della fine si era talmente stonati che era difficile tornare a casa, ma lo Stagnola mi ha dato uno strappo col motorino lo stesso, così ce l’abbiamo fatta. Il Matu sapeva mica come fare e c’aveva sonno, così si è imbucato in un loculo per dormire perché diceva che era più fresco e ha messo una scala a pioli davanti al buco per nascondersi. Passa un po’ di tempo e arriva una vecchia che ha da bagnare i fiori del suo uomo sciopato e fa per prendere la scala davanti al loculo del Matu. La tira, la tira ma viene mica e allora guarda cos’è che succede e così vede una mano magra spuntare fuori dalla tomba che la blocca e sente una voce che le dice: “lascia stare la scala, vecchia!”. Il Matu dice che è volata per terra come un sacco di cemento e si è sentito stom! così forte che c’aveva paura che i morti si svegliavano e uscivano per mangiargli il cervello. Sta signora non si è più ripresa, neanche dopo che i dottori l’hanno guardata dietro per bene: tutti pensano che è l’Alzehimer ma io lo so che è stato il mio socio a farla andare fuori di matto.

Se lo scopriva il mio papà me le dava anche a me solo perché vado in giro con uno così. Quando ero piccolo mi diceva che essere amico di uno che pensa solo a fare asinate m’avrebbe mica aiutato a imparare a far su i muri. Il mio papà è un valtellinese doc e ha la sensibilità di un sasso. Quando sono nato mi ha visto prima della mia mamma e lei gli ha chiesto com’è che ero perché lei era ancora dentro nel letto, e lui le fa “è così un robo”. La mia mamma si è messa a piangere. Il mio papà si chiama Franco ma tutti lo conoscono come il “Francu che fa su le case”. Mi ricordo che da piccolo mi portava con lui al cantiere per farmi fare la molta, che doveva essere bella fresca altrimenti poi dopo era un casino tirar su i muri dritti. Si faceva una fatica della madonna e quando ero stanco mi fermavo a guardare i suoi dipendenti che erano uno più brutto dell’altro. Avevano delle facce cattive e sporche di lavoro. Secondo me se c’era gente che doveva finire in galera erano proprio quelli lì. Quando il mio papà mi vedeva lì imbambolato a studiare i suoi muratori veniva tutto rosso e gridava “cosa fai lì coi denti in bocca? Muoviti!” e io sapevo che dovevo ricominciare subito a lavorare, se no a casa mi prendeva per l’orecchio e mi trascinava su per le scale fino al terzo piano. Era un tipo così, era un po’ come il suo, di papà. E’ colpa sua se io e il Matu non siamo più soci adesso.

 

 

IL MONDO SLAVO. DIES ACADEMICUS, AMBROSIANA

Gli Slavi come una razza nuova e sconosciuta, si affacciarono ai confini del vecchio mondo europeo già nei primi secoli dopo Cristo. L’impero d’Oriente entrò in contatto immediato appena nel Quinto secolo, quando varie tribù slave apparvero minacciosamente ai suoi confini settentrionali, lungo il Danubio. Gli imperatori di Roma, come adesso i loro successori al trono di Costantinopoli, avevano ormai conosciuto, col passaggio del tempo, numerosi invasori, alcuni dei quali erano riusciti perfino a spingersi profondamente nel interno del territorio, ma poi si erano ritirati, erano stati sconfitti oppure scomparvero in qualche altro modo. Sembra che anche questa volta il Costantinopoli non si sia turbato eccessivamente dinanzi alle ondate slave, tanto meno si è pensato che queste tribù si potessero stabilire  in modo definitivo e duraturo dentro i confini dell’Impero. Ma nel corso di un periodo relativamente breve, la maggior parte della Penisola Balcanica venne occupata dagli Slavi, che si spinsero fino all’interno del Peloponneso, arrivando perfino in alcune isole dell’Egeo. Nei secoli che seguirono, intorno al territorio dell’Impero, al nord, al nord-ovest e al nord-est, si formarono i primi stati dei popoli slavi. Così, già nei secoli VI-VII nacque per l’Impero Bisantino quel grande interrogativo: come regolare cioè i suoi rapporti con la numerosa popolazione slava che si era stabilita dentro i confini ma anche con i giovani stati slavi appena formati. Numerosi fatti nella vita politica, culturale e militare dell’Impero sono strettamente connessi con i rapporti bisantino-slavi e possono essere chiariti soltanto in questa luce.Dopo aver intrecciato molteplici rapporti con Bisanzio e dopo aver subito un’importante influenza dalla civiltà bisantina, questi popoli slavi ne assunsero-dopo la caduta dell’Impero sotto il dominio turco nel 1453-la gran parte dell’eredità culturale.

Gli avvenimenti politici nei tempi posteriori diminuirono sensibilmente il potere bisantino e offuscarono il prestigio dell’Impero nel mondo europeo. Quello che il Bisanzio perdeva continuamente sul piano politico, veniva almeno parzialmente recuperato nel campo dell’influsso religioso, ecclesiastico e quindo culturale. Già i primi successi dell’attività missionaria dei Bisantini per la conversione degli Slavi erano accompagnati immancabilmente dall’istituzione di una gerarchia ecclesiastica-costituiti dai metropoliti, arcivescovi, vescovi ecc-nei rispettivi paesi slavi subordinati almeno teoricamente al patriarcato di Costantinopoli, ritenuto il vero interprete e detentore dell’ortodossia.

Attraverso tutte queste vicende intrinseche tra la Chiesa di Costantinopoli e delle Chiese nei vari paesi slavo-ortodossi, la religiosità bisantina esercitò un’influenza considerevole nella vita dei popoli slavi del Sud e dell’Est europeo. Senza toccare l’aspetto dogmatico  e liturgico di quest’influsso, soffermiamoci su ciò che contribui alla cultura slava medievale. Considerando la lingua nazionale dei popoli slavi adatta per l’uso liturgico, i bisantini favoriscono la formazione di un alfabeto slavo, e la traduzione, per mezzo di esso dei testi liturgici necessari per l’opera di cristianizzazione degli Slavi. L’alfabeto” glagolitico”,(il più antico alfabeto slavo conosciuto) inventato da Costantino Filosofo Cirillo all’inizio della seconda meta del IX secolo, venne sostituito verso la fine dello stesso secolo dall’alfabeto “cirillico” .Questi due alfabeti slavi, adattati ad esprimere alla perfezione le caratteristiche delle slave parlate, furono presto adoperate per un uso ampio, diventando la base di una ricchissima attività letteraria e religiosa. L’invenzione di un alfabeto slavo ed il suo uso per a scopi letterari e religiosi significava in realtà, innalzare la lingua parlata dei popoli slavi a lingua letteraria, e ciò rappresentava nel vecchio mondo europeo un’innovazione culturale straordinaria. Nasce così la letteratura detta paleoslava, che-sviluppatasi verso la fine del IX secolo e nella prima meta del X fra i Bulgari-presto si propagò anche fra i altri popoli della” Slavia ortodossa”. Le traduzioni della letteratura patristica contribuirono non solo ad arricchire una cultura in formazione, ma servirono come base per lo sviluppo delle lingue slavi nazionali come lingue letterarie. Le traduzioni prepararono, dall’altro canto un atmosfera favorevole all’apparire di opere originali in lingua slava. Le traduzioni slave hanno anche un’importanza maggiore nello studio della letteratura patristica e quella bisantina in lingua greca. Si possono menzionare varie opere di patristica e bisantina, che sono giunte fino a noi non nella loro lingua originale, ma unicamente in traduzione slava medioevale. In altri casi la versione slava risale indubbiamente ad un originale molto più antico oppure ad un testo migliore e più completo di quello conosciuto oggi nei manoscritti greci. In tal modo la traduzione slava acquista un’importanza particolare anche per la ricostruzione dell’originale. Alcune delle versioni slave sono poi conservate nei manoscritti che per la loro antichità e qualità artistica e letteraria possono essere messi accanto agli migliori manoscritti col testo greco. Non per ultimo, va rilevato che alcune opere della letteratura bisantina, sia letteraria che religiosa, furono scritte utilizzando fonti d’origine slava, oggi scomparse. Per tutte queste considerazioni,i manoscritti slavi, hanno il valore di preziosissime testimonianze, non tanto per la ricostruzione dei manoscritti originali, quanto per la storia dell’eredità spirituale di questi popoli. Possiamo ricordare le figure storiche di alcuni dei maggiori promotori della civiltà slava- come ad esempio i fratelli Costantino Filosofo Cirillo e Metodio, gli inventori dell’alfabeto slavo e fondatori della letteratura paleoslava-che hanno saputo promuovere una cultura e un’identità slava assieme ad una propria coscienza etnica.

Lucica Bianchi

fonti: Ivan Dujcev,  “Medioevo Bisantino-Slavo”, volume 1, Roma 1965, Edizioni di Storia e Letteratura.

DIES ACADEMICUS della Classe di Slavistica, Biblioteca Ambrosiana

Mentre in Europa l’Italia celebra nella pace la festa della sua costituzione in repubblica e mentre sempre più acute e sorde le lacerazioni rischiano di devastare i confini, le case e le vite dei popoli slavi, La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, con la sua Accademia, offre un concreto auspicio di dialogo e comprensione con la testimonianza dello studio di una pietra miliare su cui è stata edificata la civiltà europea: il libro. Il libro, con la sua portata di conoscenze, la sua reticolare diffusione e la salutare costituzione dei luoghi della sua custodia. Sul libro è incentrato il Dies Academicus della Classe di Slavistica

In giugno 2014 la Classe di Slavistica organizza l’annuale Dies Academicus dedicato al tema “Libro manoscritto e libro a stampa nel mondo slavo (XV-XX sec.)”.

Durante l’apertura del Dies Academicus, si terrà il solenne Atto Accademico presieduto da mons. Franco Buzzi, Prefetto della Biblioteca e Presidente dell’Accademia Ambrosiana, che consegnerà ai neo Accademici della Classe di Slavistica i diplomi di appartenenza all’Accademia.

Seguiranno la presentazione del facsimile dell’Evangeliario di Strahov, donato alla Biblioteca Ambrosiana, la presentazione del facsimile del paleotipo ambrosiano “Libro per varie occorrenze” di Jakov Krajkov e la prolusione tenuta dal professor Sergejus Temčinas.

A questo momento di incontro sono invitati i Consoli di tutti i Paesi dell’area slava e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane (sia Cattoliche che Ortodosse) dei Paesi Slavi, presenti nella città di Milano.

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Questi i neoaccademici, cui verrà consegnato il diploma del Gran Cancelliere, l’Arcivescovo di Milano:
Pavel Ambros (Olomouc),
Slavia Barlieva (Sofia),
Michail Bibikov (Mosca),
Aleksander Filonenko (Charkiv – Char’kov),
Jitka Křesálková (Milano),
Ol’ga Sedakova (Mosca),
Konstantin Sigov (Kyïv – Kiev),
Sergejus Temčinas (Vilnius)

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Si ricorda inoltre che anche con il Patrocinio della Biblioteca Ambrosiana è stato pubblicato in aprile 2014 il volume curato dal Direttore della Classe di Slavistica, mons. Francesco Braschi: Liturgia ed ecumenismo con gli scritti di mons. Enrico Rodolfo Galbiati, dottore e prefetto dell’Ambrosiana (1953-1989), che tanta luce gettano sulla comprensione, anche storica, della divaricazione dei popoli in Europa e sulla possibilità, anche immediata, di una reale reciproca comprensione, stima e aspettative comuni.

Curatore della Newsletter
della Veneranda Biblioteca Ambrosiana
dr. prof. Fabio Trazza

 

Chi frequenta l’Ambrosiana sa che nell’Accademia , la Classe di Slavistica è un fiore all’occhiello. Ora sotto il Prefetto Buzzi abbiamo visto un mons. Braschi attivissimo  in questo ruolo. Due figure di grandi viaggiatori e tessitori del mondo della slavistica , che sul filo di eventi fondamentali intessono relazioni che ogni giorno portano un grande arricchimento. 

 Si è iniziato con l’emozione dell’atto accademico e consegna dei diplomi ai neoaccademici. E li vedevi in ordine , come studenti alla laurea, rispondere alla chiamata e gli leggevi l’emozione che provavano a essere chiamati in una “classe” unica, rara. Pavel Ambros di Olomuc, Slavia Barlieva di Sofia, Michail Bibikov di Mosca, Alexander Filonenko di Charkiv Char’kov,Jitka Kresalkova di Milano e Praga, Ol’ga Sedakova di Mosca,Konstantin Sigov di Kiev,Sergeius Temcinas di Vilnius.Il lettore e gli interessati ci scuseranno se stiamo saltando accenti che storpiano i loro nomi.E’ bene precisare che seppur grandi accademici di saggia età non mancavano fra loro giovani professori.

Poi Evermod Geiza Sidlovsky ha presentato e donato alla Ambrosiana il prezioso evangelario della  biblioteca Strahov luogo magico dove gli amanti dei libri sono autorizzati a sognare. Axinija Dzurova di Sofia ha descritto e raccontato il prezioso “libro per varie occorrenze” del paleolitico ambrosiano di cui se ne conoscono solo tre copie.

Bellissima esposizione a opera del prof.Sergejus Temcinas di Vilnius “La tradizione libraria in rus’ka mova nel Granducato Lituano e nel regno di Polonia come modello di integrazione culturale” colmando e chiarendo una lacuna che la sua esposizione ha esposto in modo dettagliatissimo ed esaustivo. Aiutati da una precisa traduzione italiana abbiamo potuto seguire la relazione in russo altrimenti per noi intelligibile. 

Tratto dal “Il Guglielmo”, periodico di informazione, cultura e turismo.

 

CURIOSANDO – LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI

Chi fu il primo ad enunciare la teoria eliocentrica, a sostenere cioè che la Terra ruota intorno al Sole?

Fu Aristarco di Samo un brillante astronomo che visse e studiò ad Alessandria  d’Egitto tra il IV e il III secolo a.C. (dunque ben diciannove secoli circa prima di Niccolò Copernico e Galileo Galilei) del quale ci è pervenuta integralmente una sola opera, che riguarda le misurazioni con cui stimò, con un piccolo margine di errore, la distanza tra la Terra il Sole e la Luna. Per quanto riguarda l’opera che riporta la teoria eliocentrica essa è pervenuta solo attraverso citazioni di altri studiosi coevi e successivi.

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Aristarco di Samo ritratto in un dipinto seicentesco

 

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Terra, Luna e Sole durante una quadratura

 

Chi fu l’inventore della prima macchina a vapore della Storia?

Fu Erone di Alessandria brillante scienziato ed inventore (che, al pari di Archimede di Siracusa si può definire una sorta di Leonardo da Vinci dell’antichità) vissuto nel I secolo d. C. (dunque diciotto secoli prima di James Watt e della Rivoluzione industriale). La sua invenzione si chiamava Eliopilia (sfera di Eolo) conosciuta anche come motore di Erone. Si trattava di una sfera cava di rame alla quale erano collegati due tubi cui uno saldato alla sfera e l’altro staccabile per poter riempire la sfera di acqua. Una volta riempita la sfera l’acqua si riscaldava con una fiamma e produceva un moto opposto a quello dei getti di vapore prodotti dal riscaldamento stesso.

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Erone di Alessandria

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Ricostruzione dell’eliopilia di Erone

È vero che ai tempi di Colombo la gente credeva che la Terra fosse piatta?

Assolutamente no. Sin dall’antichità era ben chiaro che la terra avesse forma sferica sebbene a questa conoscenza mancassero alcune lacune (oggi ad esempio sappiamo che chi si trova nella parte sottostante della sfera terrestre non cade per effetto della forza di gravità, lo stesso effetto che ci fa percepire l’orizzonte rettilineo). Ci fu chi, addirittura, con metodi empirici, seppe calcolare, con un trascurabile margine di errore, la circonferenza della Terra. Si tratta di Eratostene di Cirene vissuto ad Alessandria nel III secolo a.C. il quale osservò che il giorno del solstizio d’estate la luce del sole riusciva a penetrare fino in fondo in un pozzo di Siene (l’attuale Assuan) e che nello stesso giorno l’ombra di un obelisco di Alessandria formava un angolo di 7° e 10’ tra la posizione dell’osservatore e quella del sole nel cielo. Partendo da questi dati e sapendo che le due città sorgono all’incirca sullo stesso meridiano, Eratostene stimò la distanza tra le due città e attraverso una serie di misurazioni più complesse (basate su una campagna di misurazioni del territorio egizio voluta dai funzionari regi per fini fiscali) riuscì a stimare con straordinaria precisione la circonferenza della Terra.

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Eratostene di Cirene

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La dimostrazione di Eratostene

Antonella Alemanni

Fonti:

Wikipedia

Atlante di storia dell’astronomia a cura di Luigi Viazzo Demetra editore   

LE UOVA FABERGE’

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Le Uova Fabergé furono una realizzazione di gioielleria ideata presso la corte dello zar di tutte le Russie ad opera di Peter Carl Fabergé, della omonima compagnia.

Le uova Fabergè sono manufatti splendidi, praticamente perfetti nella loro mancanza di utilità pratica, con l’unico scopo di deliziare e sorprendere chi li riceve in dono. Il guscio esterno, in apparenza compatto, si apre e rivela al centro un oggetto prezioso.

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L’espressione più pura dell’arte per l’arte! La bellezza che allude soltanto a se stessa!

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Il primo uovo della collezione imperiale fu realizzato dalle officine di Carl Fabergè nel 1885 per lo zar di Russia, che ne fece dono all’imperatrice Maria Fedorovna, che aveva visto creazioni simili da bambina, alla corte danese.

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Peter Carl Fabergè nel suo studio nel 1900

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Le officine Fabergè in una foto del 1903

Da quel momento in poi, a Fabergè fu commissionato un uovo all’anno. L’orafo aveva carta bianca nel progettarli, quindi, potendo dare libero sfogo alla propria immaginazione li produceva sempre più elaborati.

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L’unica condizione era che ognuno fosse un esemplare unico e contenesse una sorpresa.

Dopo la morte di Alessandro III, nel 1894, suo figlio Nicola II ha continuato la tradizione di questi gioielli, ma commissionandone due all’anno, uno per la madre e l’altro per la moglie, l’imperatrice Alessandra. In tutto ne sono stati prodotti cinquantaquattro per la famiglia Romanov.

Dopo la rivoluzione del 1917, molti di questi oggetti sono stati confiscati o contrabbandati fuori dalla Russia e venduti a collezionisti.

 Nessun uovo venne fabbricato nel 1904 e nel 1905 per via delle restrizioni imposte dalla guerra russo-giapponese.

La preparazione delle uova occupava un intero anno: una volta che un progetto veniva scelto, una squadra di artigiani lavorava per montare l’uovo.

I temi e l’aspetto delle uova variavano ampiamente. Per esempio, sulla parte esterna, l’uovo del 1900 (dedicato alla costruzione della Transiberiana era decorato da una fascia grigia metallica con inciso il programma dell’itinerario della ferrovia, ma all’interno aveva un intero treno molto piccolo in oro.

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A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione al museo dell’arsenale del Cremlino. Nel mese di febbraio del 2004 l’imprenditore russo Viktor Vekselberg acquistò nove uova precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, facendole ritornare così in Russia. Altre collezioni più piccole sono nel museo delle belle arti della Virginia, nel museo di New Orleans dell’arte e in altri musei nel mondo. Quattro uova sono nelle collezioni private mentre otto mancano ancora.

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L’uovo di cristallo, Museo delle belli arte della Virginia,SUA

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L’uovo di Pietro il Grande, Museo delle belli arte, New Orleans, SUA

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L’uovo del Cremlino, Palazzo del Cremlino, Mosca, Russia

                                                                                 Lucica

SCINTILLE – UN LIBRO DI FABIO SALVATORE PASCALE

Listener

PREFAZIONE

a cura di Teresa Radesca

          “Scintille” è il titolo della raccolta di poesie con cui Pascale Fabio Salvatore esordisce nel panorama della letteratura italiana contemporanea. La sua poesia nasce, infatti, come una scintilla, una fulminazione, improvvisa ed ineludibile; il titolo, dunque, allude alla folgorazione ed al suo effetto, il bagliore rischiarante di cui i versi sono portatori una volta fuoriusciti dall’animo del poeta.

Le sue faville sono distribuite in due sezioni dell’opera, “Scintille” si compone, infatti, di due parti, la prima dal titolo “La mia anima è come il vento”, la seconda dal titolo “Riflessioni”. Come testimoniano i titoli, si passa da una poesia più fluttuante ed istantanea ad una più meditata ed assorta, pur senza rinunciare alle sue peculiarità; gli interrogativi che nascono dalla riflessione si placheranno in un animo più consapevole. Pur amando i grandi autori classici ed ispirandosi ad essi a livello semantico, il Dott. Pascale crea una lirica che non segue le forme metriche tradizionali, liberi sono i versi, così come libere sono le rime che, seppur molto frequenti, non seguono uno schema fisso. I componimenti spesso presentano pochi versi molto incisivi, la penna è uno scalpello che incide le parole come un marchio nell’anima. A volte le poesie risultano essere più lunghe e disegnare con il loro fluire il corso di un fiume in piena che sa dove andare, conosce il punto d’arrivo in cui il tutto si chiarirà e nuove consapevolezze prenderanno forma. Alla domanda “cosa rappresenta la poesia per lei?” il Dott. Pascale risponde “un battito d’ali che innalza dal grigiore” e continua spiegando “ho delegato ai miei versi il compito di trasporre su carta ciò che si agita nel cuore umano, ciò che non trova chiarimento se non in poesia, la bellezza delle piccole cose che regalano “la rara felicità”, in esse è già poesia, se si osserva con occhi non distratti la si troverà ovunque intorno a noi; mi piace considerarmi come un mezzo di cui la poesia si serve – e non il contrario – per esprimere a parole ciò che crea nel mondo”. Il “battito d’ali” è un’espressione molto cara al poeta e con essa esprime la forte volontà di librarsi in volo, il cuore alato che batte valicando confini ed esplorando nuovi orizzonti, il senso di leggerezza con cui si accarezza l’aria, il vento.

La mia anima è come il vento,

nascosta nel gambo

d’un girasole

che volge il suo cuore

nell’infinito spazio.

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La mia anima è come il vento, / nascosta nel gambo / d’un girasole / che volge il suo cuore / nell’infinito spazio”: questa è la poesia con cui si apre tutta l’opera e che fa ben comprendere il titolo della prima sezione; l’anima dell’autore è il cuore del girasole che racchiude nel suo movimento delizia e tormento. Il volgersi dell’anima nell’infinito spazio ben rappresenta la leggerezza dell’essere, la mutevolezza, la gioia del ricercare, il coraggio di osare, di spingersi oltre, ma d’altro canto, la leggerezza è anche indice del dissidio interiore, della ricerca estenuante di un orizzonte incerto, della precarietà dell’uomo che lo rende un filo d’erba al vento. Sembra quasi di scorgere in lontananza nei versi citati il vorticoso movimento di Paolo e Francesca che “paion sì al vento esser leggeri”, in questo caso trattasi di una leggerezza dettata da un destino ineluttabile che rende l’essere inconsistente di fronte al suo volere. Altro riferimento alla sventurata coppia, questa volta suggeritoci dal poeta stesso, lo si evince in “Amore clandestino”, nella seconda parte dell’opera.

           La sezione che prende il nome dall’omonima poesia, “La mia anima è come il vento”, si compone di 39 componimenti, i temi più ricorrenti sono l’amore e i conflitti dell’animo umano, il tempo con il suo celere passo o con le sue infinite attese, la notte illuminata dalla luna riflessa nelle acque del mare, i colori del tramonto, la natura silenziosa e il mistero che racchiude, il sibilo del vento fino al suo ultimo soffio; la vita stessa viene definita “un soffio di vento / in un respiro lento”. Non manca il filone patriottico, ad esso s’ispira un numero importante di poesie costituito da: “Un sogno per la pace”, “Ultimo soffio”, “Dimenticati”, “Tricolore”, “Italia, “Soldato”, “Vessillo”, “Patria”, “Idi di marzo”, “Al tempo dei padri”. Profondamente sentito dal poeta, il tema della patria tocca la sensibilità di tutti coloro che portano nel cuore il peso di ciò che è stato ed è. Il tricolore sventola il dolore per quanti “caduti nella gelida terra / rimangono insepolti”; i figli caduti vivono negli occhi delle mamme che piovono lacrime nere; il vessillo è intriso del “prezzo bagnato / da fresche creature”. Al grido “Italia o morte” irrompe l’audacia del cuor che combatte, alla sua giovinezza rubata vanno l’encomio ed il pianto. Ed ecco che l’amore per la patria si ricollega sempre al sangue di chi l’ha resa libera e grande, il Dott. Pascale celebra nei suoi inni al tricolore l’amore per il “suolo natìo”, ma in essi sale l’impeto di un dolore che cerca di affrancarsi dagli spettri di sangue che turbano il nostro sonno.  L’Italia stessa piange i suoi figli, ha il cuore colmo di una sofferenza che non le dà tregua, ha il volto di una mamma ferita, consunta e malinconica, ormai libera, ma schiava di un passato indelebile. Ricordare il passato per capirlo e imparare da esso dovrebbe essere un dovere civico per ogni bravo cittadino, fare in modo che i vetusti sacrifici non siano resi vani dalle vanità del nostro tempo dovrebbe essere una prerogativa della collettività; anche se mancano espliciti riferimenti al presente, al lettore viene spontaneo porsi alcuni interrogativi e se fossimo scrupolosi come “il pastore errante dell’Asia” ci chiederemmo se ciò che è stato trova fondamento in ciò che oggi siamo, “a che tante facelle?”

Ed è proprio il motivo patriottico che chiude l’intera raccolta, “Patria Favillarum” e “Fenice Italia” sono gli ultimi dei 32 componimenti della seconda sezione “Riflessioni”, quest’ultima sviluppa varie tematiche, mentre quella dell’amata patria si cela per svelarsi poi solo in fondo. Poniamo l’attenzione sulla lirica, “Fenice Italia”, che fa da sigillo a tutta l’opera e che risponde ai quesiti che ci si poneva poc’anzi. La riflessione critica del nostro autore si snoda su temi portanti della storia patria: l’unità della stessa nonché la nascita della Repubblica. Il componimento in versi liberi si apre con una scena di chiara bellezza poetica e intrisa di velata memoria leopardiana. Di ascendenza leopardiana è, indubbiamente, il chiarore dell’immagine lunare, nonché il vocabolo “inargentato”; il verbo “biancheggia” ci riporta alla mente il vate Carducci; ma è sull’incipit, dunque sul verbo “sorge” che, a parer mio, va focalizzata l’attenzione. E’ l’astro lunare che sorge, ma senza dubbio nelle intenzioni del poeta vi è l’auspicio che la propria patria possa (ri)sorgere, sollevarsi dalla propria decadenza per tornare agli antichi splendori. Senza voler mettere a confronto le fasi storiche che il nostro Paese ha conosciuto – per giungere, forse, ad infruttuosi paragoni – quello del Dott. Pascale è un accorato appello alla sensibilità ed alla coscienza italiana da rintracciare nella stessa immagine della luna. Alla calma delle acque fanno da contrasto i tumulti di un cuore oppresso e quello che all’inizio appariva come un quadro di quiete esteriore ed interiore si trasforma in tutt’altro scenario. Non è la purezza della “candida” luna a biancheggiare, ma il pallore generato dai lamenti per i “figli caduti”, dalla speranza estinta, dal tremolio di luci che ha illuso la patria. La poesia attraversa 3 fasi: ad un’apertura di segno positivo e di apparente calma, segue la seconda fase in cui si stagliano sullo sfondo l’ “entusiasmo vinto” ed i “fanciulli inermi” con cui quasi si perde “la speranza de l’altezza”, fino a giungere al culmine del tormento interiore: la luna è “ingrata al cuor di Roma”. La lirica si avvia alla sua conclusione, ma cambia di nuovo segno. Questa terza parte è dominata da una figura del tutto positiva e ben auspicante: il sole! Il cuore è ancora “silente”, ma nell’attesa il sole “ristora l’animo gentil” preparandolo ed incitandolo all’approdo ad una “Italia Nuova”. La poesia ha un andamento circolare, è l’ultimo verso ad esplicare il titolo: come l’uccello mitologico, l’Italia risorgerà dalle sue ceneri, dai crateri che oggi le affliggono il cuore, proprio com’è accaduto nel passato, tra i cui esempi è da annoverare, per l’appunto, la proclamazione della Repubblica. Il vocabolo “fenice” crea, inoltre, una significativa assonanza con l’aggettivo “felice” ed in questo gioco di termini si cela l’interrogativo di fondo: “conoscerà l’Italia un domani nuovo e felice?” La poesia del Dott. Pascale, pur incentrandosi su un tema tutt’altro che vergine, è in grado di suscitare vivo interesse e di generare nuovi ed originali spunti di riflessione.

“Riflessioni”  è un canzoniere incentrato sull’uomo, sulla conoscenza di sé e dell’altro, è un ampio respiro sulle sensazioni, sulle emozioni, sugli stati d’animo che l’uomo vive in quanto tale. L’uomo guarda dentro di sé e per farlo ha lo sguardo proiettato in alto, è un gabbiano che erra sulla sabbia mirando il cielo plumbeo, è una foglia nel fruscio, è il contadino che mira il cielo stellato per scrutare i segni del destino, è colui che cammina seguendo la luce della luna, è colui che ama vincendo la distanza, il suo tempo si placa nei ricordi o nell’orizzonte su cui si staglia l’oceano.

Con quest’ultima immagine e con commossa partecipazione mi congedo dai lettori, ormai impazienti di entrare del vivo della raccolta che proietta in maniera lampante il florido cammino compositivo che già s’intravede a chiare lettere per il Nostro giovane Poeta – già vincitore della seconda edizione del Premio “Giovanni Paolo II” con la poesia “Pace a questa notte” e del Premio  “E-vviva la mamma” con la poesia “Lode a te Mamma”, di queste ultime leggerete molto presto, lo promette il poeta!

 

Prof.ssa Teresa Radesca

Il anteprima assoluta, il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” pubblica alcune poesie del libro “SCINTILLE”, scritto dal poeta Fabio Salvatore Pascale, per gentile concessione dell’autore.

Lasciami Amare

Lasciami amare,

nell’imbrunire della notte,

al canto d’estate

d’ una folata di vento.

Le spighe di grano,

di fresca rugiada,

sono rivolte alla sorte

d’umani pensieri;

ed io

contemplo il loro cuore,

mentre cade il mio amore

in una folata di vento

Tempo

Se lo sguardo

è

il vostro silenzio;

il vento di mare

mi conduca a Voi.

Notte Insonne

Calme acque

scintillano nel suono

del mare.

Il pallore della candida Luna,

mira un pescatore assorto.

               Egli, d’incanto posto,

Circe riposa

nei suoi pensieri.

E  ora inizio a sorridere

Ora inizio a sorridere,

perché la mia terra

ha smesso di lacrimare;

ha smesso di pensare

alle sue figlie vestite di nero.

Oggi

il ricordo è chiuso

In un fiore

germogliato tra i cannoni

 e la rondine ritorna

a far il nido.

Tronco

Nelle strette piaghe

d’un tronco,

mi guardo intorno

tra papaveri rossi.

Un sogno per la pace

Non so se la bandiera,

che sventola sul mio viso,

nasconde la vergogna

d’un pensiero.

Le nostre madri,

i nostri cari,

vittime di polvere nell’aria,

passano nel silenzio della nostra coscienza.

Quello che penso,

non risparmia il mio dolore;

ma ascolta il fruscio del mare

in questo deserto.

 

Riflessioni

Fabio Salvatore Pascale

Immagine di copertina di

Marinella Albora

 

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Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?

E quando conosci te stesso, tu sei l’altro

 Nisargadatta Maharaj

Nota dell’autore  

Un grazie a coloro che

credono costantemente nei miei lavori,

nelle mie passioni,

nel mio modo d’essere

così come sono.

 

La poesia, figlia dei sentimenti,

possa essere sempre presente nell’animo

di chi ha letto questi versi.

Fabio Salvatore Pascale

 

 

 

         

 

” SENSAZIONI ” – UN LIBRO DI ORNELLA GAVAZZI

In anteprima assoluta, il libro “Sensazioni” di Ornella Gavazzi, pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

 

 

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Ho cercato le parole per descrivere le mie sensazioni. Chissà se le ho trovate !”

Ornella Gavazzi

UN PICCOLO MONDO

La luna illumina quel piccolo mondo

di una luce fredda,

di una luce azzurra

che l’avvolge.

Un ruscello gli scorre accanto

di un’acqua fredda,

di un’acqua azzurra

ch’el circonda.

L’aria dei monti accarezza quel piccolo mondo

di un’aria fresca,

di un’aria azzurra

che lo culla.

Il silenzio riscalda quel piccolo mondo

un silenzio caldo, 

un silenzio di sentimenti

un silenzio d’amore.

SERA                                                                                 

La luce di un abatjour                                                                          

mi bagna il viso.

A stento gli occhi azzurri

la guardano

luminosa

in questa penombra.

Sulla parete una macchia

più scura.

Il rosa è diventato bruno.

Non sono che una macchia

in mezzo al rosa.

La luce di un abatjour

mi bagna il viso.

 JOSEPH                                                                                                                                                                                        

Grappoli di luci colorate

per illuminare la città,

vetrine brulicanti di regali

per catturar gli sguardi,

passi decisi e ansiosi

nel voler sfidare il tempo,

un groviglio di voci ed emozioni

per riscaldare i cuori.

Joseph, il barbone, è là,

all’angolo della via…

e osserva il tuo Natale.

CENERE 

Cenere tu sai cos’è una vita

Tu sei tutto eppure non sei niente

Tu sei corpo e pure sei la mente

Cenere che danzi nell’aria infinita.

Il tuo colore non sembra esser colorato

Le tue tinte raccolgono il passato

Il tuo profumo non sembra profumato

I tuoi aromi racchiudon ciò che è stato.

Tu sei ciò che resta del fuoco di un camino

tu sei ciò che resta del falò nel verde prato

che consumando ciò che prima è stato

tu sei ciò che rimane del destino.

Tu sei leggera, fredda e calda insieme

come una musica ricca di armonia

le tue note una dolce melodia

tante emozioni tutte ancor trattieni.

Gioie e dolori, amicizie e delusioni

con pesante leggerezza tu sostieni

una sola mano tutte le contieni

in una sola mano tante sensazioni.

Nel tuo fardello un poco d’allegria

nel cielo azzurro ti perdi e te ne vai

basta un soffio, ma dimmi dove vai?

A confondermi nel tempo, vado via.

Cenere un nome che significa una fine

cenere un nome che pur vuol dire aurora

cenere perché qualcosa resta ancora

cenere un nome che non ha confine.

IL SASSO E LA NUVOLA

Il sasso e la nuvola si tengono per mano

lungo la strada, lontano l’orizzonte.

Dolce è il cammino

greve è il cammino.

Inciampa il sasso

inciampa la nuvola,

si rialza il sasso

si rialza la nuvola.

Luci ed ombre in loro compagnia

Gli occhi al cielo

lo sguardo alle stelle…

Due più luminose.

Il sasso e la nuvola si tengono per mano.

PER UNA MOSTRA

Da un po’ di tempo la mia mente è alle prese

con un progetto un po’ particolare,

il mio pensar così nel lieto andare

di esporre i miei colori al mio paese.

L’idea, come tante volte accade,

nasce così da un’emozione in un momento,

col cuore in quel dì un po’ scontento

si accende in me ed apre nuove strade.

Comincio a ripassare questo e quello

osservare i quadri che lì stanno a guardare,

per vedere quali sono da portare

se questo o quello può essere più bello.

Vaga lo sguardo su cornici antiche

ripescando nuove e vecchie sensazioni,

cariche ancora di tante emozioni

cariche ancora di giovani fatiche.

Vedute, visi, case e cose ancora

il pennello a suo tempo ha disegnato,

quel pennello che momenti ha poi fermato

dove le luci a volte san d’aurora.

Severo e dolce insieme è il suo bel viso

scuri e chiari insieme i suoi colori,

essi racchiudon ahimè tanti dolori

però sicuramente anche un sorriso.

Un pennello ferma sulla tela

un’esile figura, un caro amico,

solo un ricordo ormai per chi è partito

come una piccola fiamma di candela.

E poi c’è il vaso marrone con le rose

un vaso antico, di un antico affetto,

che il colore fissato sì di getto

or trattiene ricordi e tante cose.

Tutto questo e ancor per una mostra

a scuola, in vacanza, per Natale,

idea nata in modo occasionale

un’idea così, per una mostra.

PER TINA

Un duetto di qualche pomeriggio di domenica

con le voci che esprimon sintonia.

Un paesaggio di sole di lago

che corre dietro allo sguardo…

Le verdi piante che sembrano ascoltare,

annoiarsi e ritirarsi, 

partecipare alle serene conversazioni

rallegrate da una calda tazza di tè.

Quel duetto di qualche pomeriggio di domenica

con le voci, il sole, il paesaggio, le piante, il tè.

IL BOSCO

Mi incammino verso la “Madonnetta”

imbocco il solito sentiero

dove i passi, come in una danza,

saltano qua e là sopra i sassi

coccolati dall’ultimo muschio dell’inverno.

Profumi, suoni e colori

mi piovono addosso.

Voglio essere foglia

voglio essere fiore

voglio essere il vento d’autunno

e volo di farfalla…

Ritorno sul solito sentiero

dove i passi, come in una danza,

posano qua e là sopra i sassi

coccolati dal primo muschio dell’inverno.