TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA. SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA

TALAMONA 18 settembre 2015 la prima delle due serate dell’iniziativa TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA

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SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI E IL CANTO CORALE

UN SAGGIO DELLA DOTTORESSA FAUSTA MESSA E UN PICCOLO CONCERTO DEL CORO VALTELLINA PER UNA CELEBRAZIONE DELLA NOSTRA IDENTITA’ DI POPOLO

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Con la nuova amministrazione, vecchie iniziative di successo riaprono i battenti. E così eccoci qui stasera alla Casa Uboldi alle ore 20.45 a furor di popolo per la prima di due nuove serate nell’ambito dell’iniziativa delle giornate europee per il patrimonio, un’occasione unica per chi vi aderisce di riscoprire e valorizzare tutti quegli elementi che vanno a costruire e mantenere salda l’identità di un territorio e del popolo o dei popoli che lo abitano. Ed ecco che Talamona quest’anno in occasione di questa iniziativa si trasforma in uno scrigno di cultura “che si apre mostrando i suoi tesori” ha commentato l’assessore alla cultura Lucica Bianchi in chiusura di questa serata. Ma cominciamo da principio. Il tesoro che questa sera Talamona e tutta la sua comunità hanno voluto ricordare a se stesse non è un patrimonio immateriale o un capolavoro artistico (tutte cose peraltro molto importanti) bensì una persona, una persona che purtroppo non c’è più, ma che per più di una generazione di talamonesi ha significato molto, determinandone l’istruzione e la formazione. Stiamo parlando di Ines Busnarda Luzzi, colei alla quale è intitolata la nostra biblioteca e alla quale erano già state dedicate serate in un periodo in cui l’intera struttura della Casa Uboldi era ancora, per così dire, in rodaggio. Ed eccoci ancora qui tutti a ricordare di nuovo la figura di questa maestra che è stata anche una notevole scrittrice nonché un’istituzione socio culturale per Talamona che divenne sua patria d’adozione dopo il matrimonio.

Questa sera di fronte ad una platea di tutte le età  la dottoressa Fausta Messa (docente di materie letterarie in un liceo sondriese nonché direttrice dell’Istituto Sondriese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea) ha esposto i contenuti del suo saggio su questa importante figura pubblicato in un quaderno di studi intitolato SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA edito proprio dallo stesso istituto diretto dalla dottoressa Messa. Un saggio attraverso il quale è stato possibile scoprire (o riscoprire a seconda se si conosceva già la maestra Ines come tutti la chiamavano) la vita di questa donna, le sue opere tratte sempre dal suo vissuto personale e dalle memorie della sua terra. “libri dei quali non bisogna guardare la quantità quanto piuttosto il messaggio che sta dietro la sua produzione” ha esordito l’assessore alla cultura Lucica Bianchi introducendo l’intervento della dottoressa Fausta Messa “questa sera faremo appunto un viaggio alla scoperta di questo messaggio. Parlando proprio l’altro giorno con la dottoressa Messa, le riflessioni fatte in merito ci hanno portato sul territorio dell’Umanesimo. L’abbiamo chiamato così per esprimere quello che di più umano, di più profondo ognuno di noi può trovare negli scritti di Ines Busnarda Luzzi” a questo punto la parola è passata ufficialmente alla dottoressa Fausta Messa per il suo intervento suddiviso in più parti.

Ines Busnarda Luzzi una scrittrice di montagna

Buonasera a tutti sono molto contenta di essere qui stasera ad omaggiare questa scrittrice che mi ha molto colpito quando ho letto le sue opere proprio nella biblioteca a lei intitolata. UNA SCRITTRICE DI MONTAGNA è il sottotitolo del mio saggio intitolato ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI. Qualcuno si chiederà come mai ho scritto questo saggio e poi l’ho pubblicato in un quaderno dedicato agli studi sulla Resistenza. Ho pensato che fosse giusto perché, leggendo i libri di Ines Busnarda Luzzi e avendola anche conosciuta avendo conosciuto la figlia Giulia qui presente stasera tra il pubblico, ho pensato fosse doveroso renderle questo omaggio in virtù del suo impegno civile, sociale e culturale nei confronti della sua comunità. Lei credeva profondamente nei valori della Resistenza, quei valori che sono stati declinati nei principi fondamentali della nostra Costituzione, credeva molto nella giustizia, nel cammino che la Storia deve fare verso la giustizia, perché purtroppo questo cammino è sempre aperto e la fine di questo cammino ancora non si vede. Mi sembrava quindi giusto fare questo studio e pubblicarlo su questo quaderno, un quaderno speciale perché è uscito nel trentennale dell’Istituto ed è dedicato a una donna sindacalista e al suo interno contiene vari saggi dedicati a donne: donne semplici, donne colte, comunque tutte unite dall’ideale dell’istruzione e dell’educazione perché tutte sono state maestre, chi di sartoria, chi maestra elementare, comunque tutte innamorate della cultura e soprattutto animate dal desiderio di comunicarla. È molto bello a proposito che in queste serate si celebri la cultura perché mi sembra che Ines sia stata una signora della cultura, un’animatrice culturale, una dispensatrice di cultura, sia della cultura alta, che lei ha sempre amato fin da quando era bambina e sui banchi di scuola ha cominciato a leggere e a scrivere dimostrando fin da subito la sua vocazione per la scrittura, sia la cultura contadina, agropastorale che lei ha riscoperto in età adulta.

Dalla costiera dei Cech al Mondo attraverso uno sguardo femminile

Io anni fa avevo letto CASE DI SASSI nell’edizione del 1982. Adesso mi è capitato di rileggere l’edizione successiva che credo sia del 1984 e ho trovato una pagina che non avevo visto precedentemente che mi ha dato la conferma di alcune cose che avevo già intuito. Scorrendo la bibliografia messami a disposizione dalla figlia di Ines insieme a queste splendide fotografie di famiglia, avevo visto che Ines aveva scritto in maniera molto viva soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Aveva scritto anche precedentemente, ma il corpus più significativo della sua opera lo si ritrova proprio a partire dagli anni Ottanta e così avevo pensato: Ines era ormai in pensione dal 1978, i suoi figli erano grandi e poteva dedicarsi maggiormente alle sue passioni e avrà voluto scrivere, ma scrivere, ma scrivere che cosa? Evidentemente all’improvviso Ines si era resa conto che quel mondo da cui lei proveniva, quel mondo che l’aveva fatta crescere e maturare, diventare donna e maestra, quel mondo non c’era più, era sparito, perché ormai anche i piccoli paesi di montagna si spopolavano, non c’era più un’economia basata sull’agricoltura e sull’allevamento, soprattutto in montagna. Allora, ho pensato, le sarà sorta dentro l’onda dei ricordi e di tutte le narrazioni che la sua prima maestra ed educatrice, sua madre, nel corso della vita le aveva fatto e probabilmente Ines ha sentito il bisogno e il dovere morale di far rivivere quel mondo, un mondo durissimo, nei confronti del quale Ines non aveva nessuna nostalgia, un mondo che non aveva nessuna voglia di riproporre ai giovani quel modello di vita che lei aveva vissuto e da cui in un certo senso aveva anche cercato di scappare studiando, diventando maestra e quindi spezzando quella catena che sembrava appunto costringere tutti gli abitanti del suo paese di Naguaredo, ma anche tutti gli altri paesi di montagna, a restare legati al lavoro durissimo di quei pochi appezzamenti di terreno che si riusciva a strappare e a dedicarsi all’allevamento riuscendo semplicemente a sopravvivere. Si lavorava moltissime ore senza riuscire ad accumulare molto di più dello stretto necessario. Dunque a distanza di tanti anni Ines sente il dovere morale di trasmettere ai giovani un mondo che non c’è più, un mondo difficile nei confronti del quale però bisogna essere riconoscenti. Se noi tutti ora stiamo meglio e siamo riusciti a raggiungere determinati traguardi di cultura e civiltà lo dobbiamo infatti anche a tutti quei nostri antenati che si sono sacrificati così tanto proprio per mantenere la terra e per trasmetterla poi in eredità ai loro figli tant’è vero che Ines scrive (tratto da CASE DI SASSI ndr) nella dolce e tribolata terra di Naguaredo passava in quel tempo la mia fanciullezza e quella dei miei coetanei. Ma l’adolescenza ci separava, portava i maschi a Roma a fare i commessi di bottega e lasciava noi ragazze a coltivare insieme ai genitori campi, prati e selve belli all’apparenza sino alla poesia, ma succhiatori di energie e di sudori, tanto che senza quel contributo proveniente dalla forza delle braccia di giovani ed anziani rimanevano aridi e selvaggi come ora sono diventati. Tutto è diventato arido, ci dice Ines, selvatico perché nonostante la scienza ecologica venga insegnata a scuola e sia diventata di moda non ci sono più i pastori, le donne pastore e gli agricoltori di montagna che tengono pulita la terra, che raccolgono la legna caduta per terra e liberano i sentieri da erbacce e sterpi. Tutto è inselvatichito, il bosco avanza e si riappropria dei vecchi pascoli. Scrive ancora Ines in quel tempo nessuno di noi, giovani ed anziani, avrebbe potuto supporre che si potesse abbandonare quella terra a se stessa, che potesse venire il tempo in cui non si vangasse, non si seminasse, che si potesse fare a meno di coltivare e raccogliere i cereali che ci davano pane e polenta, che sarebbe venuto il tempo in cui molte specie di uccelli sarebbero emigrate per sempre dalla nostra terra, che i prati non si sarebbero più falciati ne che non ci sarebbe più stata una mucca in tutto il paese che con il suo bronzino dal suono d’argento vi avrebbe pascolato d’autunno. Quindi rendendosi conto di questo  Ines decide di ripercorrere a ritroso quel mondo, di ritrovare se stessa bambina. Lei ormai è una donna adulta, un’insegnante a riposo, non è più quella persona che viene da quel mondo però fa lo sforzo di ritrovare se stessa bambina e lo sguardo con cui lei bambina si rivolgeva a quel mondo.

Raccontare per vivere: le parole come atto d’amore e di educazione tra madre e figlia

Sicuramente, e io questo l’ho percepito moltissimo, la voce narrante che è scaturita dentro al suo cuore nel suo ricordo era la voce della sua mamma, un personaggio che è la voce narrante e protagonista del capolavoro di Ines intitolato NASCERE SOTTO UNA STELLA. In questo libro Ines chiama sua madre Erminia. I personaggi del libro sono tutti reali, ma Ines, per una sorta di pudore personale e di rispetto verso i compaesani, attribuisce a ciascuno uno pseudonimo. Il libro da anni non è più ristampato ed è diventato introvabile, ma per molte persone è stato ed è ancora significativo per ritrovarci dentro ognuno la storia dei propri “vecchi”. Leggendo questo libro ho dunque capito che il flusso del racconto, il narratore primario è proprio la madre. Io immagino che, nella durezza della vita che la madre di Ines aveva condotto, forse l’unica consolazione e svago era raccontare e confidarsi con sua figlia e in questo modo insegnarle e prepararla alla vita con un’educazione molto severa e intransigente perché la vita è dura e i giovani devono essere attrezzati per affrontarla. Questo è ancora, io ritengo, un grande insegnamento di Ines Busnarda Luzzi: l’educazione deve essere severa, non si può essere blandi perché altrimenti, anche se non viviamo più sui monti, la vita ovunque ci mette di fronte a delle prove nonostante la tecnologia e le comodità cui ci siamo abituati.

La memoria materna: essere donna, essere uomo, l’amore

Dunque tutta la memoria materna nutre il racconto di Ines. La madre che l’aveva sempre sostenuta nel suo desiderio di studiare e che aveva poi felicemente salutato la sua unione con un professore di matematica anch’egli proveniente dal mondo contadino. La memoria materna per Ines prende corpo soprattutto nel già citato romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA di cui ora leggerò l’incipit, secondo me un inizio di romanzo veramente riuscitissimo e molto raffinato. Ines dopo aver raccolto i materiali preparatori e i suoi ricordi in CASE DI SASSI pubblicato nel 1982 si cimenta poi con questo romanzo in una prova molto più difficile che è la stesura appunto di uno scritto letterario e anche di un certo spessore una saga familiare il cui inizio è molto denso: come al solito si svegliò al primo nghenghe della bambina. Doveva essere ancora presto e doveva aver dormito ben poco data la fatica e la sofferenza che le procurava quel risveglio. Il cuore le mancava e la mente le oscillava paurosamente fra realtà e sogno tuttavia, prima che la piccola riprendesse i vagiti Erminia riuscì a muoversi e spostarsi a destra sull’orlo del letto cercando di non pesare troppo sul saccone di grano turco per non farlo scricchiolare. Scivolò verso i piedi del letto e strisciò fuori tastando il pavimento coi piedi nudi evitando di toccare la culla. Quando fu in piedi la toccò con le mani, la guardò lungo gli orli ondulati fino ai pomelli degli angoli e si orientò verso la vocetta che stava diventando acuta, avvolse l’esserino nelle coperte, la strappò dal pagliericcio e se la strinse al petto. La bimba sentendosi muovere ed avvertendo la presenza della madre per un attimo tacque. Erminia cercò con i piedi i suoi zoccoli. Il pavimento di calcestruzzo era gelido come tutto l’ambiente intorno. Li trovò ma nell’infilarseli i chiodi dell’uno batterono contro quelli dell’altro. Erminia s’irrigidì tutta, trattenendo il respiro. La voce insonnolita, ma già un po’ stizzita di suo marito la sciolse e le bruciò il cuore. – eri già fuori? Non si può più dormire qui! Chi lavora avrebbe il diritto di dormire! Non sei capace di regolarla in modo da farla dormire una notte? Cos’ha in corpo quella lì?- Erminia sentiva bollirsi dentro rabbia e dolore, ma siccome era più il dolore le si formò un nodo alla gola e la voce le uscì strozzata – è che ha fame, non ho potuto darle latte a sufficienza, ora provo ancora tu dormi, vedrai che poi dormirà anche lei-. A questo punto Erminia cerca di allattare la bambina. In casa non avevano una mucca da latte, non avevano niente e lei era devastata dalla mastite che le faceva uscire dal seno più sangue che latte e rendeva l’allattamento molto doloroso. Dunque Erminia è disperata. La porta della stanza si aprì con un lieve cigolio. Batté contro la parete –allora? Non vuole mangiare o non ne hai?- scattò aspro il marito. Erminia sobbalzò al rumore e alla voce improvvisa –ohimè lei succhia poverina ha fame- rispose – ma io sono tutta una piaga e ne esce più sangue che latte- -ho capito- disse ironico lui –nemmeno a latte sei buona-. Ecco come questo inizio fa capire quale modello di uomo e di donna Ines interiorizza. L’ambiente era aspro e duro per tutti e il matrimonio non era certamente basato sugli affetti, sullo scambio di sentimenti, sul prendersi cura l’uno dell’altra, sulla tenerezza. Tutti questi sentimenti emergono un poco tra gli anziani e coi bambini, ma non più di tanto. Tra marito e moglie c’era una sorta di contratto economico e un aiutarsi l’un l’altro per lavorare e per venirsi incontro nelle fatiche domestiche e della campagna per poter tirare avanti e sopravvivere alla miseria perché la miseria era dura e il destino dei maschi già a dieci-dodici anni era quello di andare via di casa presto per andare nelle città a lavorare ed essere impiegati come garzoni per sedici ore al giorno e pagati pochissimo, perché pur essendo la montagna già spopolata (il paesello di Naguaredo aveva all’incirca cento abitanti nel 1920) la terra non era sufficiente a sfamare tutti e dunque i maschi dovevano andare a lavorare a bottega in qualche grande città, Roma soprattutto, per riuscire ad accumulare una miseria e mentre erano via alleggerivano l’economia famigliare. Per quanto riguarda le bambine facevano la scuola dell’obbligo. Le più fortunate riuscivano ad arrivare in quarta elementare, qualcuna in quinta, ma poi anche il loro destino era quello di lavorare. Persino i giochi dei bambini avevano in fin dei conti una finalità pratica. Ines descrive questi giochi in CASE DI SASSI giochi che in qualche modo dovevano abituare i bambini alla durezza della vita, abituarli ad andare poi col bestiame al pascolo, andare a raccogliere i funghi, i mirtilli, la legna. Momenti di vero e proprio svago non ce n’erano mai, ma tutto era finalizzato all’utile, anche il rapporto con la natura che era un rapporto lavorativo, un rapporto che ne permetteva il mantenimento. In cambio della fatica dell’uomo la natura restituiva i suoi tesori e tutto si manteneva grazie a questo ciclo armonico fatto di povertà e di durezza che inquadrava anche i rapporti tra le persone, tra uomo e donna, le dinamiche famigliari. Il padre di Ines ad un certo punto emigra nel Connecticut per cercare un lavoro migliore rispetto a quello che il territorio poteva offrire, lasciando la madre sola ad occuparsi di tutto. Questa madre diventa un modello di donna tenace di montagna che lavora senza risparmiarsi anche più di uomo in campagna in casa in giro facendo quel che serve e grazie a questo suo impegno riesce a comprare una mucca che apporta latte e un maggior benessere in casa. Nonostante l’economia in casa cresca il sistema educativo è sempre rigido perché le difficoltà della vita sono sempre in agguato il padre al suo ritorno sarà severissimo e non perdonerà momenti di svago. Ines però vuole studiare appoggiata dalla madre. Quando anche il padre tornerà dall’America riuscirà a frequentare la quarta poi la quinta poi ad intraprendere il percorso che la porterà a diventare maestra e ad uscire dall’atavico cerchio di fatica che aveva sempre caratterizzato la vita dei suoi avi.

Vivere per raccontare: dalla memoria alla storia alla civiltà

Mentre la madre di Ines aveva raccontato per sopravvivere, per avere un appoggio affettivo, Ines, secondo me, a partire da un certo periodo della sua vita, vive per raccontare quindi il suo racconto si costruisce sul filo della memoria però non si limita a questo perché per lei la memoria non è nostalgia non si ferma al desiderio di rievocare i bei tempi andati dimenticandosi delle sofferenze come spesso succede. Quella di Ines è una memoria che si potrebbe definire militante, educatrice, la memoria di una donna di cultura, insegnante che è sempre insegnante in ogni momento della vita e che dunque dalla memoria passa alla riflessione sulla Storia per cercare di capire se davvero la storia porta verso il progresso. La Storia è allontanamento dalla barbarie e avvicinamento alla civiltà oppure è regresso? Ines riflette molto su questo tema e lo fa attraverso un altro romanzo, in verità piuttosto breve, intitolato E NOI PAGHIAMO, ambientato durante la seconda guerra mondiale e in particolar modo durante la Resistenza a Naguaredo e poi una parte anche nel primo dopoguerra. Un libro scritto con grande equilibrio probabilmente con l’aiuto di Giulio Spini. Negli archivi dell’Istituto della Resistenza a Sondrio è emersa una lettera che Giulio aveva mandato a Ines e dalla quale si comprende che lei aveva mandato una bozza del libro chiedendo consigli. Giulio Spini ha per questo romanzo gli stessi giudizi che ho avuto io. Ne parla di un romanzo ben scritto, equilibrato, ma che necessita di un maggiore sviluppo dei dialoghi e manca del pathos del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA forse perché meno partecipato, forse perché Ines punta maggiormente sull’indagine storica (col risultato di creare anziché un romanzo quella che oggi si chiamerebbe una docufiction ndr) sulla riflessione appunto. Ines presenta la Resistenza in questo romanzo con tutto il dramma di una vera e propria guerra civile che comporta morte, famiglie distrutte, paesi che perdono quasi del tutto i loro abitanti in special modo i piccoli paesi. La guerra civile è ancora peggio perché va ad intaccare il senso di comunità molto forte e importante in questi mondi rurali. La vita dura richiedeva spessissimo a queste genti di lavorare insieme di aiutarsi di essere comunità ad esempio durante la fienagione, la potatura, i raccolti, le semine, quando qualcuno si ammalava fare anche la sua parte. La Resistenza fa si che bisogna per forza schierarsi o coi partigiani o coi nazifascisti e questo crea un clima di tutti contro tutti che cozza letteralmente contro il fatto di sentirsi fortemente appartenenti ad una comunità sebbene con tutti gli screzi del caso. Una figura emblematica da questo punto di vista che compare nel libro è la figura storica di don Giuseppe Cantone parroco di Roncaglia che si schiera con la Resistenza ma è pieno di dubbi, soprattutto quando entra a diretto contatto con la violenza presente da entrambe le parti. Una violenza che però nell’ambito dell’antifascismo è determinata da un progetto superiore e umano, da ideali di libertà eccetera cosa che il nazifascismo non è anzi è l’esatto opposto. Dunque schierato con dolore dalla parte dei partigiani si ritroverà partecipe di episodi drammatici, tra cui uno che non è raccontato nel libro di Ines, l’episodio di due partigiani giustiziati perché sorpresi a rubare per i quali don Cantone ha offerto invano la sua vita. Per quanto riguarda Ines invece le è capitato di assistere all’esecuzione di una ragazza accusata di essere una spia. Nel suo libro racconterà questi fatti facendone una lettura da storica e da insegnante per consegnare una lettura della Resistenza come portatrice di pacificazione nazionale soprattutto attraverso la stesura della Costituzione. In particolare Ines pone l’accento su una vicenda che ha toccato praticamente tutte le famiglie della Valtellina che è quella dei deportati militari. Quattro o cinquemila giovani più o meno nel nostro territorio fatti prigionieri soprattutto dopo l’8 settembre una vicenda di cui anche altri scrittori locali più recentemente hanno parlato. Di questi giovani per molto tempo le famiglie non hanno saputo più nulla. Ines ad esempio racconta la storia di Giacomo la cui mamma Amalia, anziana del paese che narra la vicenda poi alla stessa Ines molti anni più tardi. Giacomo rientra in paese e fa l’esperienza di molti reduci in quegli anni che ritornano e sono sconvolti per come sono accolti, come dei traditori, sconvolti dal fatto che la guerra ha devastato persino i loro piccoli paesi di montagna. Era arrivato in Italia dopo innumerevoli sfibranti tappe che in quel momento non voleva ricordare. In ogni luogo dove si era fermato aveva visto miseria e distruzione ed ogni volta aveva pensato a quando, varcato il confine, avrebbe potuto lasciare indietro quelle visioni squallide e deprimenti. Ma anche in Italia aveva trovato distruzioni e gente che cercava di cavarsela alla men peggio e a Narosa (cioè Naguaredo nota della professoressa durante la lettura riportata ora da chi scrive) non poteva immaginare che anche lassù avrebbe trovato un disastro simile. Guerra si, ma apocalisse no. Intanto camminava, era stanco, ma camminava per la strada che entrava nella notte per arrivare alla sua Narosa. Un paio di persone lo oltrepassarono, gli dettero uno sguardo ed affrettarono il passo. Giacomo prese tutte le accorciatoie che conosceva. Era contento che fosse notte, preferiva non essere visto da gente che lo conosceva. Un paio di giorni prima non avrebbe pensato così, ma giunto in Italia, dal modo in cui veniva guardato, aveva preso coscienza della precarietà del suo aspetto. Domani, dopo che si fosse lavato bene, vestito da cristiano, mangiato a sufficienza sarebbe stato un altro. Forse la mamma aveva avanzato un po’ di minestra oppure gli avrebbe preparato un’insalata di verze crude che avrebbe mangiato col pane, tanto pane e non gli importava che fosse raffermo o ammuffito gli bastava che fosse pane, bianco o nero faceva lo stesso. Il pane e la polenta erano nei sogni di questi soldati che avevano patito moltissimo la fame e tornano dai campi di concentramento dimagriti di trenta-quaranta chili. Il primo impatto con il paese fu un profumo caro e stuzzicante che si era disperso nel labirinto della sua fame fatta di sapori e profumi di cui non ce n’era uno che non fosse falso e illusorio. Quello che ora sentiva era un profumo sicuro di cibi che d’ora in poi sarebbero esistiti anche nella realtà, odore fragrante di bruciato  

Il mondo perduto della società agropastorale: la Storia tra progresso e barbarie, guerra, emigrazione, paura, lotte sociali e diritti.

La Storia ha visto lo spopolamento delle montagne e la scomparsa di un mondo che oggi non esiste più se non forse in luoghi sperduti di altri continenti. Un mondo scomparso dapprima per via delle emigrazioni e delle guerre poi con le dittature, le persecuzioni, gli scontri sociali. Una storia che, pur attraverso tante fatiche, ha portato alla conquista dei diritti, quelli ben declinati nella Costituzione che però non possono considerarsi una conquista definitiva. Ines infatti è sempre stata dalla parte dei più deboli, delle donne, sempre e comunque proiettata verso il futuro pur comprendendo l’importanza di non dimenticare il passato. Ha scritto ad esempio una raccolta di racconti CLAUDINA DELLE ERBE in cui presenta molti tipi di donne di montagna di città ma sempre ascrivibili ad una comune tipologia di donna interiorizzata e ingabbiata nel ruolo di mater dolorosa. Ines vuole sottolineare questa condizione della donna incapace di avere dall’altro sesso il meritato riconoscimento. Un mondo raccontato con partecipazione, ma ripetiamolo, senza nostalgia di quando si scriveva con penna e calamaio. Ines aveva imparato ad usare il computer e usava la tecnologia.

E noi paghiamo: il racconto della Seconda Guerra Mondiale della Resistenza e del Dopoguerra dalla visuale di un piccolo villaggio sulla costiera dei Cek

Ho già anticipato prima alcuni brani di questo libro che ci permette di passare dalla riflessione sulla Storia alla civiltà al fatto che l’epopea dolorosa della guerra di liberazione, i partigiani e i reduci non ricevono il giusto spazio nelle coscienze e nel ricordo di cio che è stato. Ines in questo senso va controcorrente nelle sue opere e si dimostra progressista.

La poetica: la scrittura come insegnamento di moralità e di stile

Essendo un’insegnante di lettere mi interessava analizzare la scrittura di Ines non solo il Mondo e la cultura che lei fa affiorare nei suoi libri, ma anche lo stile, la poetica appunto. Poetica significa la visione personale di ciascuno scrittore circa la letteratura e la scrittura e lo stile personale utilizzato per trasmettere questa sua visione del mondo. Secondo me la scrittura per Ines è sempre stato insegnamento. Ines è sempre insegnante anche quando scrive e proprio per questo fa delle scelte particolari di lessico e di sintassi. Lei, come tutti gli insegnanti e genitori che si sono formati negli anni Cinquanta ritiene che il dialetto sia uno svantaggio e che ai bambini vada insegnato l’italiano corretto perché, come poi dirà anche don Milani successivamente negli anni Sessanta, essere fuori dalla vita nazionale significa essere fuori socialmente e svantaggiati. Dunque Ines fa una scelta di italiano standard pur ambientando le sue storie in tempi e luoghi dove si parlava prevalentemente dialetto, una scelta che va a scapito del realismo di cio che poi viene raccontato e della creazione autentica dei personaggi, ma una scelta dettata dalla consapevolezza che usando il dialetto con l’andar del tempo i suoi libri non sarebbero più stati capiti, una scelta dettata dal voler essere maestra di italiano anche quando fa la scrittrice.

Case di sassi: di strumenti, di tecniche, un modello educativo

Questo libro di cui ho già parlato non è un romanzo, ma una raccolta di memorie su persone, luoghi e fatti della sua infanzia che secondo me fungono da materiale preparatorio per la stesura del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA cui si aggiunge una seconda parte forse dettata da richieste avute a Talamona di raccontare la vita di un tempo, gli antichi mestieri e la scuola. Accogliendo queste richieste Ines trasmette un mondo di saperi, strumenti e tecniche che appartengono ad un mondo che ormai non c’è più e dunque queste tecniche ormai sono andate perdute. Ma non solo questo mondo di saperi, di competenze, che permettono a chi ne fa parte di riuscire a sopravvivere praticamente con nulla, o comunque con quel poco che la natura offre, cosa che non riesce più a nessuno oggi nel cosiddetto mondo moderno, un mondo in cui tutti sanno fare tutto o comunque tutto il necessario per la sopravvivenza, un mondo che si pone anche come un modello educativo, un mondo su cui Ines, pur senza rimpiangerlo, riflette. Riflettendo sul modello educativo ricevuto e sui nuovi modelli educativi della moderna pedagogia dovuti anche e soprattutto ad un più generale cambiamento dei sistemi di vita entrati in vigore a partire dagli anni Settanta e Ottanta e operando una sorta di comparazione, Ines si è resa conto che, se nel passato c’era troppa durezza, troppo autoritarismo ora si va invece verso un eccesso di lassismo, un eccesso contrario e dunque forse valeva la pena ripercorrere queste vie per avere un modello di moralità. Dunque credo che la sua scrittura avesse questo scopo, quello di essere una scrittura educativa e di denuncia dettata dal bisogno di giustizia, una scrittura a tesi che non si trova nei romanzi autobiografici, ma nei testi di riflessione. Una scrittura che risponde alla necessità di analizzare un argomento, un problema per trovare razionalmente delle soluzioni o comunque di denunciare come quando prende a cuore la condizione femminile, ma anche, in un altro libro intitolato CHIUSURA ANTICIPATA la condizione degli anziani in casa di riposo sfiorando anche il tema del suicidio raccontando di un uomo che fa questa scelta nel momento in cui si sente sradicato dal suo mondo e dai suoi affetti. Una denuncia contro una società sempre più individualista e spietata nei confronti della fragilità, ricca, ma foriera di solitudine e disagio. Una denuncia che risponde ad un bisogno di giustizia.

L’impegno civile: una serena e operosa vecchiaia al servizio della propria comunità

Gli ultimi anni della sua vita vedono Ines particolarmente impegnata nella scrittura e nella divulgazione di temi storiografici. Gli interessi maggiori Ines li riversa sulla Storia e sulla Scienza e lei mette la sua operosità a disposizione della comunità.

Conclusioni

A questo punto, come conclusione del suo intervento la dottoressa Fausta Messa ha presentato più ampliamente il volume che contiene la storia di Ines Busnarda Luzzi così ampliamente rievocata questa sera. In questo quaderno Ines si trova in buona compagnia. Nel quaderno 11-12 dell’Istituto Sondriese di studi sulla Resistenza sono infatti contenuti altre storie interessanti: quella di Angela Samaden, una giovane che, attraverso lo studio, diventa maestra e ispettrice scolastica e dunque si emancipa socialmente; la storia di Rosa Da Sogno, maestra proveniente da una famiglia borghese madre di un grande economista; la storia di Rosa Genoni; quella dell’ospedale psichiatrico di Sondrio; quella di una maestra di 74 anni che ritrovandosi senza pensione è costretta a fare l’accattona e rischia di essere arrestata finchè il ministro credaro si interessa al suo caso e riesce a farle avere la pensione. Insomma un contenuto pienamente aderente al titolo SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA  raccontati da questo istituto da trent’anni con passione e contando su esigue risorse (come chiunque fa cultura in Italia ndr) per trasmettere a tutti il nostro patrimonio civile e culturale attraverso le testimonianza e la divulgazione dei valori della Costituzione.

Non è senza una certa partecipazione emotiva che ho ascoltato questa piccola conferenza, con la consapevolezza che la mia vita di oggi, la possibilità di acquistare libri, di informarmi, di scegliere se sposarmi e avere figli oppure no, deve molto a queste figure che per prime nel nostro territorio hanno lottato per affermarsi, figure che dovrebbero entrare nella grande Storia. È curioso ad esempio il fatto che Ines Busnarda Luzzi e Grazia Deledda siano partite più o meno dagli stessi presupposti, ma la prima è rimasta confinata nel suo territorio mentre la seconda è riuscita a diventare sinora l’unica donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura, così come è curioso che le opere di Ines non vengano più ristampate e non conoscano più diffusione.

Concerto del coro Valtellina

È venuto ora il momento di ascoltare una scelta di brani del coro Valtellina che, un po’ come i racconti di Ines Busnarda Luzzi ci riportano ad un mondo scomparso che rivive nel canto in sei canti scelti appositamente dal coro per allinearsi con lo spirito di questa serata come LA VALTELLINA che è un vero e proprio inno alla terra UL PRA DE FIUR che racconta le storie d’amore di una volta così come LE MASCHERE che narra di quando si approfittava dei travestimenti del carnevale per incontrarsi clandestinamente, DANZA MACABRA ispirata alla leggenda dei cavalieri che ballarono con le fanciulle di San Giorgio e al mattino si trasformarono in ossa e infine LA VALLE e LA CANZONE DEL BOSCAIOLO finestre su di un mondo ormai scomparso. Una conclusione degna di questa serata offerta dal coro che, partendo da Talamona è diventato col tempo rappresentativo di tutta la Valtellina. Una conclusione durante la quale non sono mancati ulteriori tributi e onori alla protagonista indiscussa di questa serata.

Antonella Alemanni

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Luglio-tra-le-stelle

 

UN’INTRODUZIONE ALL’ASTRONOMIA A CURA DI CESARE VOLA, PROFESSORE DI FISICA

L’astronomia è una tematica che ancora mancava nel vasto e variegato catalogo di tutte quelle affrontate nel corso di questi circa tre anni di attività della Casa della Cultura. Una tematica che si presta molto bene alle sere d’estate quando (temporali e nuvole permettendo) il cielo è limpido e l’aria è piacevolmente fresca e si può star fuori sino a tardi a meditare sull’infinito. Il cielo è legato all’umanità si può dire in maniera trasversale, attirando sia persone che lo scrutano per cercare di comprenderne i misteri e le dinamiche (astronomi, astrofisici e studiosi affini) sia persone che si limitano a contemplarlo per cantarne la bellezza e le emozioni che suscita (poeti e artisti, ma anche innamorati). Nel corso di queste sere di luglio, alla Casa Uboldi, ci si è concentrati soprattutto sull’indagine scientifica del cielo, resa in modo semplice e chiaro da Cesare Vola, che questi argomenti è abituato per mestiere ad insegnarli a platee di studenti e dunque sa come attirare e tenere ben desta l’attenzione anche in chi trova ostici tali argomenti. Sfidando dunque la possibilità di una diffidenza verso la tematica, il periodo che di solito la gente utilizza per le vacanze estive, Cesare Vola ha ottenuto la possibilità per quest’anno di prolungare l’apertura della Casa Uboldi (che di solito chiude con le serate nel mese di giugno) e parlare, nel corso dei cinque venerdì di luglio a partire dalle 20. 45 circa, dei misteri del cielo, degli argomenti essenziali per formare un’introduzione all’astronomia accessibile a tutti, salutata da un discreto successo di pubblico.

 

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Venerdì 3 luglio 2015: il cielo a occhio nudo, pianeti e costellazioni

In un percorso di introduzione all’astronomia non si può cominciare che parlando del cielo a occhio nudo, sebbene la serata, funestata da un temporale, non si prestasse a tale argomento. “mi è sempre piaciuto osservare il cielo, studiarlo” ha dichiarato Cesare Vola introducendo la sua lezione “ed ecco che stasera vorrei cominciare proprio da questo. La cosa fondamentale da sapere, quando si osserva il cielo cercando di capire cio che succede, è che per fare cio il cielo va osservato per anni, tutte le sere un poco per volta e fare come facevano gli antichi”. Gli antichi infatti, fin dalla preistoria hanno osservato il cielo, costruendo persino dei rudimentali osservatori con le pietre dette megalitiche, perché molto grandi (come ad esempio Stonehenge). Con questi osservatori (rudimentali si, ma molto precisi tanto che alcuni studiosi hanno definito Stonehenge un computer di pietra) gli antichi osservavano le stelle “perché sin da allora si era capito che le stelle nel cielo si muovono” ha proseguito Cesare Vola “gli antichi avevano la percezione di essere fermi mentre tutto intorno a loro nel cielo si muoveva. È normale pensare di essere fermo, avere questa sensazione e dunque stando fermi gli antichi contemplavano il cosiddetto firmamento. Ma mentre gli antichi potevano contare soltanto sui loro occhi per vedere le stelle, noi al giorno d’oggi disponiamo di programmi facilmente scaricabili sul computer. Questa sera useremo un programma chiamato STELLARIUM che permette di rimuovere l’atmosfera (che filtra la luce del sole e dunque ostacola la visione del cielo) e la terra e permette di impostare un luogo da cui osservare il cielo e una data, senza dover aspettare ogni notte per anni o le condizioni atmosferiche favorevoli come dovevano fare gli antichi e come si è dovuto continuare a fare fino a tempi più vicini a noi” mentre spiegava Cesare Vola ha impostato lo stellarium sul cielo visto in quel preciso momento da Parigi e ha portato l’attenzione sulla costellazione del Gran Carro “la costellazione più facile da osservare” ha detto prima di passare alla spiegazione vera e propria “la prima cosa che possiamo osservare, è che le stelle nel cielo stanno sempre, una rispetto all’altra nella stessa posizione ed è per questo che gli antichi ad un certo punto si sono inventati le costellazioni” poi tornando a concentrarsi sull’Orsa Maggiore (altro nome del Gran Carro) ha aggiunto che “bisognerebbe osservarla per tutta la notte dalle nove della sera fino alle nove della mattina per vedere che succede. Qui e ora possiamo effettuare la stessa osservazione con questo programma mandando avanti i minuti” a questo punto si è osservata la volta celeste che ha cominciato a ruotare pian piano. Spostandosi pian piano nella volta celeste attraverso il programma con mouse e cursori è stato possibile ad un certo punto visualizzare accanto al Gran Carro o Orsa Minore il Piccolo Carro o Orsa Minore, importante perché tra le stelle di cui questa costellazione è formata troviamo la famosa Stella Polare, l’unica che mantiene in cielo una posizione fissa mentre tutte le altre stelle le ruotano intorno “in montagna prendendo come riferimento un albero o una roccia e stando a guardare il cielo per almeno un paio d’ore questo fenomeno di rotazione si nota bene anche se dopo un po’ stordisce. Gli antichi si ammattivano osservando questo fenomeno cercando di capire come e perché succedeva. Cercando di trovare una spiegazione al fenomeno, gli antichi elaborarono il concetto di volta celeste, una sfera che sta tutt’intorno alla Terra. In questa volta celeste la Stella Polare occupa una posizione esattamente sopra la Terra mentre sotto intuivano la presenza di altre stelle che non potevano vedere. Ma come se la immaginavano la Terra gli antichi? Rotonda o piatta? Ancora oggi c’è una società anglosassone (con tanto di sito Internet) che sostiene che la Terra è piatta. Gli antichi invece, soprattutto i Greci, nell’elaborare il loro modello, hanno considerato la Terra come una sfera circondata dalla sfera del firmamento. Ma chi muove le stelle contenute in questo sistema di sfere che hanno ideato? Il motore immobile, cioè una sorta di divinità (che per i cristiani più avanti sarebbe stato semplicemente Dio) che fa girare le stelle una volta al giorno”. Queste stelle sono chiamate fisse perché pur ruotando, lo fanno, come è già stato detto, mantenendosi sempre nella stessa posizione, e dunque in qualche modo ferme, una rispetto all’altra. “ma oltre alle stelle fisse esistono anche le stelle mobili, i pianeti (che gli antichi chiamavano comunque stelle perché non avevano un’idea precisa di quello che vedevano), che percorrono il cielo passando da una casa dello Zodiaco all’altra. Lo Zodiaco è un insieme di costellazioni che percorrono un cerchio in cielo, intorno alla Terra e per la maggior parte non sono facili da osservare, perché composte di stelle per la maggior parte poco luminose. Da qui dove ci troviamo alcune si possono osservare puntando lo sguardo verso sud” a questo punto Cesare Vola ha mostrato tramite lo stellarium la posizione delle costellazioni dello Zodiaco e dei pianeti sulla volta celeste “Venere e Giove li vediamo vicini” ha detto e ha parlato di un fenomeno avvenuto nei giorni immediatamente precedenti, una particolare congiunzione tra questi due pianeti che qualcuno ha definito, molto romanticamente, bacio “questo succede perché i pianeti seguono traiettorie mobili, diverse da quelle delle stelle, costanti e regolari. Ma mobili rispetto a che cosa? Rispetto alla posizione che occupano in riferimento alle costellazioni dello Zodiaco. Si spostano da una costellazione dello Zodiaco all’altra”. Per spiegare meglio il concetto Cesare Vola ha utilizzato un’altra funzione dello stellarium che permette di selezionare uno specifico corpo celeste e di seguirne il percorso in cielo rispetto a tutti gli altri. Ha selezionato Marte. “in questo momento Marte si trova nei Gemelli, una costellazione che si vede abbastanza bene perché ha due stelle luminose, Castore e Polluce, e perché si trova sopra l’Orsa Maggiore” facendo passare velocemente i giorni impostando di volta in volta varie date col programma si è potuto osservare come e dove Marte si spostava. Gli antichi per osservare questa stessa cosa dovevano pazientare notte dopo notte talvolta lottando contro condizioni atmosferiche avverse, prendendo dei riferimenti da Terra. “ecco come gli antichi sono arrivati ad elaborare il sistema composto da un gran numero di  stelle fisse e sette stelle mobili: il Sole, la Luna, Mercurio, Giove, Venere e Saturno. Ecco come, sul nostro stellarium, man mano, Marte si sposta, arriva in Cancro (non visibile a occhio nudo se non in alta montagna col cielo limpidissimo), viene superato da Mercurio… si può osservare che ogni pianeta si sposta da una costellazione dello Zodiaco all’altra, ma ognuno lo fa in modo diverso, ognuno seguendo una propria traiettoria, una propria velocità. Si può notare una stella mobile che si sposta molto più veloce delle altre, ed è la Luna che compie un giro completo nell’arco di un mese, circa 28-30 giorni”. Osservando il cielo con lo stellarium si è potuto notare come, tra i dodici segni dello Zodiaco molto noti, perché sono anche quelli usati per gli oroscopi (dei quali in chiusura si è parlato) c’è una tredicesima costellazione che compie un cerchio nel cielo Ophiucos “cui qualcuno si riferisce sui giornali come ad un tredicesimo segno Zodiacale” intanto Marte sullo stellarium ha continuato a mostrare il suo percorso e a un certo punto è tornato indietro “perché? Gli antichi impazzivano cercando di rispondere a tali quesiti, cercando di spiegare in particolar modo questo strano comportamento delle stelle mobili, chiamato moto retrogrado, in base al quale, ad un certo punto si fermano e tornano indietro (ad eccezione del Sole e della Luna che non compiono questo tipo di moto). Dopo Marte l’attenzione è stata puntata sulla Luna e poi su Mercurio (che dalla Terra non si potrà mai vedere, perché è troppo vicino al Sole e dunque lo si può intravedere o al tramonto o all’alba. Un altro pianeta che non si allontana troppo dal Sole (nel senso che non è mai al suo opposto, ma a differenza di Mercurio lo si vede perfettamente, anzi è l’oggetto più visibile e luminoso del cielo notturno dopo la Luna) è Venere, che gli antichi chiamavano astro del mattino e della sera perché è l’ultima a scomparire al mattino e la prima a comparire alla sera (per qualche popolo si trattava di una stessa stella, per altri invece due stelle diverse). Per un po’ Cesare Vola è andato avanti a mostrare lo stellarium riportandoci in qualche modo indietro nel tempo, alle lunghe notti contemplative degli antichi che cercavano di spiegarsi quello che osservavano. Gli antichi però partivano dal presupposto di essere fermi al centro della volta del firmamento ed è su questo principio che basavano tutte le loro osservazioni e le conseguenti deduzioni. “ma la Terra è ferma o si muove?” ha domandato a questo punto Cesare Vola provocatoriamente “il primo che ha affermato che anche la Terra si muove è stato Pitagora di Crotone in Calabria (famoso soprattutto per il teorema geometrico che porta il suo nome ndr) il primo a formulare un primo embrione di teoria eliocentrica (Sole fisso al centro e Terra che gli gira intorno). In realtà credevo che il primo nella storia a sostenere l’eliocentrismo fosse stato  Aristarco da Samo, ma secondo Cesare Vola più di uno studioso giunse a questa conclusione in maniera indipendente il più famoso dei quali resta Pitagora. Questi studiosi restarono comunque in minoranza rispetto a chi sosteneva l’idea della Terra ferma. Qualunque sia l’idea di partenza, il problema resta comunque il doversi spiegare questi moti dei pianeti, il fatto che Mercurio e Venere non si allontanano mai troppo dal Sole e che gli altri pianeti ogni tanto tornano indietro. Una prima teoria sul moto dei pianeti venne elaborata da Tolomeo che la scrisse in un libro oggi conosciuto coma l’Almagesto, ma che in origine si intitolava MATEMATIKE SINTAXIS (cioè sintassi matematica; la parola almagesto deriva invece da una commistione di arabo e greco: magesto deriva dalla parola greca magno cioè grande, mentre al è l’articolo arabo, questo perché questa opera che era andata perduta in Occidente nel Medioevo venne recuperata dagli Arabi), una visione che ispirò anche Dante, che influenzò la cultura occidentale per moltissimo tempo. Tolomeo introdusse il concetto di epiciclo, disse cioè che i pianeti descrivono un’orbita intorno alla Terra chiamata deferente e una più piccola chiamata epiciclo stando attorno ad un asse immaginario che congiunge la Terra e il Sole. I pianeti compiono contemporaneamente questi due tipi di moti. Con questa spiegazione i conti sembrano tornare. “Quello che conta in astronomia è far si che i conti tornano” ha puntualizzato ad un certo punto Cesare Vola “finchè si ha una teoria che fa quadrare tutto la si considera efficace e valida. Nel momento in cui qualcosa comincia a non tornare bisogna elaborare un’altra teoria. Questa teoria di Tolomeo ha funzionato bene finchè gli antichi davano per scontato che la Terra fosse ferma ed erano sicuri che la Terra fosse ferma, spiegando questa loro sicurezza con esempi che a noi oggi potrebbero sembrare stupidi, ma che allora non venivano percepiti come potremmo percepirli oggi. Si diceva ad esempio che la Terra doveva essere ferma perché se non lo fosse stata gli oggetti cadendo si sarebbero spostati all’indietro perché la Terra si muoveva sotto di essi. Questo problema per molto tempo è stato il più importante e spinoso della scienza. I sostenitori della teoria eliocentrica non sono mai stati presi seriamente in considerazione e dunque questa idea è stata praticamente dimenticata finchè nel Cinquecento arrivò Copernico, uno scienziato polacco, che come gli antichi provò a mettere in matematica il cielo, perché infondo l’astronomia non è altro che questo, mettere il cielo in matematica e vedere se i conti tornano, se i calcoli matematici e i modelli trovano una perfetta corrispondenza con cio che si osserva effettivamente. Copernico dunque elaborò questo modello eliocentrico presentandolo come semplice ipotesi matematica, soprattutto per non incorrere nelle ire della Chiesa. In realtà in ogni epoca chi ha provato a presentare idee diverse da quelle che la maggioranza credeva non solo non è stato ascoltato o creduto, ma ha rischiato di essere ucciso. Un tale Anassagora ad esempio una volta ebbe a dire che il Sole non poteva essere trasportato in un carro (come vuole invece la mitologia greca ndr) perché le sue dimensioni reali (e non quelle che apparivano guardandolo da lontano ndr) erano pari se non maggiori a quelle del Peloponneso. Nessuno sa bene che fine fece Anassagora, ma le poche fonti a disposizione su questa storia non tramandano buone notizie”. Ecco perché lo stesso Copernico non si volle esporre troppo. Tuttavia anche nella sua teoria alcune cose non tornavano. Il problema risiedeva nelle orbite dei pianeti che Copernico riteneva fossero circolari, anche se questo creava inesattezze nei suoi calcoli, tenendo anche conto dei moti della Terra di rotazione e rivoluzione che rendevano difficile determinare con esattezza la posizione degli astri nel cielo. “in compenso però Copernico ha spiegato bene i moti retrogradi che non sono altro che il risultato del moto della Terra in relazione agli altri pianeti. La Terra segue anch’essa il suo itinerario nel cielo tra le case dello Zodiaco ha anch’essa una sua velocità e una sua traiettoria che la porta ad un certo punto a superare gli altri pianeti che perciò visti dalla Terra, sembrano tornare indietro. Ma se la Terra si muove perché non ce ne accorgiamo? Ancora oggi c’è chi mette in discussione il fatto che la Terra gira intorno al Sole. Galileo trovò però una soluzione al problema ideando quello che è il primo embrione della teoria della relatività. Galileo prese come esempio le navi: esse si muovono indubbiamente, ma stando su una nave, in condizioni normali non si ha la sensazione di muoversi (il che spiega anche il mal di mare e in epoca più moderna il mal d’auto che viene proprio perché ci si muove mentre si ha la sensazione di stare fermi e a qualcuno questo fa un brutto effetto ndr) e così con la Terra. Questo sembrava dare una risposta definitiva a chi pensava che la Terra doveva essere per forza ferma. Il bello della scienza è che tutto quasi sempre nasce e si sviluppa attraverso il dibattito, purtroppo quasi mai amichevole. Galileo si trovò perseguitato dall’Inquisizione e dovette abiurare cioè rinnegare le sue idee e fare penitenza per averle sostenute. Indipendentemente da tutto questo restava comunque da risolvere il problema delle orbite circolari che non davano una posizione esatta dei pianeti in cielo, ma solo approssimata. A risolvere questo ulteriore problema ci pensò Keplero con le sue tre leggi, la prima delle quali afferma che le orbite dei pianeti non sono affatto circolari, ma ellittiche. Ma l’occupazione principale di Keplero era fare oroscopi ed ecco perché era particolarmente preoccupato di determinare con esattezza le posizioni degli astri ed ecco perché osservando il cielo minuziosamente è riuscito ad arrivare all’enunciazione delle sue tre leggi. Gli astrologi moderni, si basano ancora sui calcoli di Keplero, non guardano più il cielo e sbagliano tutto. I conti dunque sembrerebbero tornare apparentemente. In seguito Newton mettendo insieme le idee di tutti questi studiosi che lo hanno preceduto creerà la fisica newtoniana raccolta in un compendio intitolato PRINCIPIA MATHEMATICA basato sull’Almagesto di Tolomeo, la geometria di Euclide, le idee di Copernico, Galileo e Keplero (Newton ebbe a dire che reputava se stesso come un nano sulle spalle di giganti ndr) una fisica fondamentale che costituirà una pietra miliare della scienza valida per i successivi due secoli finchè non è sorto un altro problema. Il problema di dimostrare che la Terra ruota effettivamente. Il fatto di dire che la Terra ruota oppure no non è mai uscito dal campo delle ipotesi, dei calcoli, delle astrazioni finchè nel 1850 non ci fu l’esperimento del pendolo di Foucault. Prima di questo esperimento solo Galileo era convinto di avere la prova certa della rotazione terrestre ritenendo che le maree ne fossero un effetto (non voleva credere alla teoria dell’influenza della Luna che già qualche suo contemporaneo ipotizzava). Su internet si possono trovare video che dimostrano questo esperimento che però per funzionare non deve essere compiuto all’equatore o nelle sue vicinanze, dove il movimento del pendolo è talmente rallentato da sembrare praticamente fermo (ai poli invece è velocissimo, il tutto si svolge nell’arco delle ventiquattro ore) un esperimento che comunque si basa sui ragionamenti e i dibattiti dei secoli precedenti che facevano quadrare i conti sia con la Terra ferma che con la Terra in movimento. Il fatto è che anche se torna tutto quello che è vero si può dimostrare e con l’esperimento di Foucault la rotazione terrestre si poté dimostrare, calcolandone persino la velocità in base alla latitudine. E con questo la prima lezione di astronomia con l’ausilio dello stellarium e di presentazioni interattive, si è conclusa lasciando spazio alle domande e alle osservazioni del pubblico. In questo frangente si è potuto scoprire fra l’altro quanto la scienza e i suoi protagonisti spesso siano ammantati di leggenda (ad esempio l’esperimento di Galileo sulla Torre di Pisa e gli specchi ustori di Archimede) e si è potuto capire che gli oroscopi moderni non vanno presi in considerazione perché gli astrologi moderni non guardando più il cielo non sono più in grado di attribuire il giusto segno a ciascuno. Il segno infatti è la posizione del Sole nel cerchio dello Zodiaco al momento della nascita. Per calcolarla bisogna prima di tutto osservare il cielo e tenere conto di un fenomeno chiamato precessione degli equinozi. Il non averne tenuto conto fa si che nessuno è del segno che pensa di essere e questo si è potuto verificare facilmente con lo stellarium inserendo la posizione del Sole nel giorno di nascita dei presenti che volevano togliersi questa curiosità. Il fatto è che una volta astronomia e astrologia erano un’unica scienza che si proponeva sia di spiegare gli altri che di capire eventuali influenze di questi sulla Terra e sulla vita. Ad un certo punto questi due rami si sono divisi fino ad arrivare ad oggi. L’astrologia non è più una scienza perché gli astrologi non si sono aggiornati rispetto a Keplero e non sanno più guardare il cielo.

Venerdì 10 luglio: la meccanica celeste, il sistema solare

Prima di cominciare questa nuova lezione un piccolo riassunto della puntata precedente ricordando cio che si può osservare nel cielo e le idee e le conoscenze che gli uomini nel corso dei secoli e dei millenni hanno ricavato da queste osservazioni dapprima avendo come punto di riferimento esclusivamente la visione dalla Terra, in seguito basandosi sui calcoli e altre prospettive. Un altro giro tra le stelle e i pianeti sullo STELLARIUM per osservarne il moto. Partendo da qui Cesare Vola ha introdotto la nuova lezione spiegando che lo studio del cielo dal punto di vista della Terra consiste essenzialmente nella misurazione di angoli dopo aver preso dei punti di riferimento precisi che possono essere alberi o rocce solitamente. L’angolo si deve formare tra la nostra posizione sul piano orizzontale e quella dell’oggetto, una linea verticale chiamata azimut che congiunge il piano orizzontale all’oggetto in cielo tramite questa linea verticale ideale che si costruisce aiutandosi coi riferimenti cui si accennava prima. Da questo punto Cesare Vola è partito per ricollegarsi al punto in cui la lezione dell’altra volta è terminata: le leggi di Keplero. Sono in tutto tre e partono dal presupposto che il Sole è fermo al centro, mentre i pianeti gli girano attorno descrivendo delle orbite che già la scorsa volta si è detto essere ellittiche. Un presupposto che funziona immaginando non di essere sulla Terra bensì al di fuori e guardare da fuori, dall’alto, quello che succede. Keplero però le formulò misurando gli angoli e dopo complessi calcoli ed osservazioni notte dopo notte. Così non solo giunse alla conclusione che le orbite dei pianeti sono ellittiche, ma a questo principio ne fece seguire altri due. Il secondo principio afferma che un pianeta spazia aree uguali in tempi uguali cioè il pianeta impiega lo stesso tempo a coprire vari tratti del suo percorso, un principio che richiede, per essere capito, complesse misurazioni e osservazioni. Il terzo principio afferma infine che i quadrati dei tempi di rivoluzione (cioè del giro completo che il pianeta effettua intorno al Sole) è proporzionale al cubo della distanza media dal Sole del pianeta stesso “il che vuol dire” ha chiarito Cesare Vola “che più un pianeta è lontano dal Sole, più gira lentamente, come abbiamo avuto occasione di osservare anche grazie allo STELLARIUM”. Ma l’aver scoperto questi tre principi non è sufficiente a Keplero per comprendere pienamente il mistero della meccanica celeste. Sarà in seguito Newton a compiere maggiori progressi in tal senso. Newton scopre infatti le forze, una grandezza fisica che in realtà non ha una vera e propria definizione e non si può nemmeno vedere. Cio che si riesce a vedere è il moto, è l’angolo, tutto cio che è possibile determinare sono posizioni e tempi. “però Newton si inventa questa forza” ha spiegato ancora Cesare Vola “si inventa questa idea secondo cui gli oggetti celesti sono attratti l’un l’altro da queste forze misteriose. Questa idea ha a che fare con la leggenda della mela che gli cadde in testa. Fatto sta che supportando questa sua idea con una moltitudine di calcoli complicatissimi Newton è giunto ad importanti scoperte, ha potuto tra l’altro spiegare meglio le leggi di Keplero che secondo Newton sono in qualche modo giustificate dalla forza di attrazione da lui scoperta. Quel che restava da capire era perché un oggetto che cade dritto verso il basso, come la fantomatica mela, e un pianeta che percorre la sua orbita, possono essere soggetti alla stessa legge, influenzati dalle medesime forze. i due tipi di moto appaiono completamente diversi e dunque non ha senso che la forza che attrae sia la medesima. Newton ha ragionato per molti anni di seguito per arrivare ad elaborare teorie che oggi a scuola si spiegano in pochi minuti, al massimo poche ore di lezione, basandosi anche sugli studi di chi lo ha preceduto. La conclusione è che gli oggetti cadono dritti verso il basso perché sono fermi invece il pianeta tende a cadere verso il Sole ma il suo moto rotatorio gli fa descrivere un orbita ed è come se continuasse a cadere all’infinito” si potrebbe fare un semplice esempio per chiarire meglio il concetto ci provo ora io in virtù del mio passato di quasi astrofila. Dunque pensiamo ad un elicottero. Perché vola e non cade? Cosa lo tiene sospeso per aria? Il moto rotatorio dell’elica. Proviamo a spegnere il motore e a far fermare le eliche quando l’elicottero è ancora in aria e cadrà esattamente come una mela dall’albero. Ecco come la medesima forza, la forza di gravità (supportata probabilmente anche dal principio di inerzia secondo cui un oggetto tende naturalmente all’immobilità o al moto rettilineo uniforme finchè non sopraggiungono altre forze a modificarne lo stato iniziale, ma questo non è stato detto e dunque non ne sono proprio del tutto) agisce in modi che sembrano completamente diversi ed ecco come i pianeti si trovano a compiere movimenti ellittici di rotazione intorno al Sole. A questo punto è meglio tornare a concentrarsi sulle spiegazioni di Cesare Vola che per illustrare meglio come le orbite dei pianeti si compiono, si influenzano tra loro anche in base alla velocità del moto ha fatto delle simulazioni con un programma del computer, simulazioni che tra l’altro mostrano come un razzo fatto arrivare ad una certa distanza dalla Luna possa essere sparato come un proiettile a grandi distanze nel Cosmo (con una manovra chiamata fionda gravitazionale). In questo modo sono state mandate le sonde a perlustrare il Sistema Solare e oltre (e sarà così che invieranno le future missioni su Marte? Chissà! Ndr), in questo modo la Nasa fa tutti i calcoli delle sue missioni. Ci si basa sulla posizione dell’oggetto, sulla sua velocità e si è in grado di capire, con una discreta approssimazione, tutto quello che succede. Allo stesso modo gli astronomi calcolano la probabilità di possibili impatti con comete e asteroidi (come Aphopis che nel 2029 passerà molto vicino alla Terra; qualcuno all’inizio aveva calcolato che avrebbe impattato con essa con un’ energia pari a ottanta bombe atomiche, finchè nuovi calcoli hanno un pochino ridimensionato la cosa) i quali però, a causa delle ridottissime dimensioni rispetto ad altri corpi celesti, descrivono orbite dalle traiettorie stranissime, addirittura iperboliche a volte, che le portano addirittura in alcuni casi a sciogliersi dentro il Sole o a disintegrarsi a contatto con le atmosfere dei pianeti vicino cui transitano. Tramite questo programma si è potuto osservare anche come le orbite ellittiche dei pianeti siano in realtà molto ampie, tanto da essere praticamente indistinguibili da vere e proprie orbite circolari. Ma tutto questo oggi non sarebbe stato possibile se non fosse esistito Galileo ormai più di quattro secoli fa e non avesse inventato il suo famosissimo cannone occhiale, detto anche cannocchiale, tramite il quale egli poté osservare i corpi celesti (che da quel momento smisero di apparire come puntini nel cielo per rivelarsi come delle sfere) più da vicino scoprendone le imperfezioni, una cosa impensabile fino a quel momento. La sfera celeste e tutto quanto in essa contenuto al di fuori della  Terra veniva ritenuto perfetto, un principio teologico prima ancora che filosofico. Ora esistono i programmi del computer che permettono di scrutare il cielo di vedere tutto da vicino, ma Galileo dovette fare tutto solo con l’ausilio del suo strumento e finì col diventare cieco. Tra l’altro di primo impatto nemmeno capiva cio che vedeva: gli anelli di Saturno con qualche puntino intorno (i suoi satelliti più grandi), un po’ più chiaramente i satelliti maggiori di Giove che egli chiamò lune Medicee in omaggio dei suoi protettori fiorentini, le macchie solari (che solo oggi sappiamo essere zone più fredde di appena 2000° rispetto alla superficie del Sole, ma continuiamo ad ignorare perché si formano e anche perché continuano ad apparire e scomparire in cicli di circa undici anni; qualcuno pensa sia dovuto ai campi magnetici, ma è solo un’ipotesi). Galileo osserva tutto questo col suo strumento fatto di lenti di vetro che fanno si che la luce vi passi attraverso e questo deforma l’immagine e più lo strumento è grande più il difetto si nota. Un difetto che sarà Newton ad ovviare, introducendo, al posto delle lenti di vetro, degli specchi, un principio su cui ci si basa ancora oggi per costruire telescopi di proporzioni gigantesche sulle cime dei monti, molto costosi e in grado di scrutare lo spazio profondo. Ma tutto questo senza Galileo non sarebbe mai accaduto. Non avremmo mai avuto siti specifici per osservare i movimenti delle macchie solari se Galileo non si fosse bruciato gli occhi per osservarle per primo illudendosi di schermare la vista con un  semplice vetro affumicato. Galileo inoltre scoprì che osservando il Sole non solo poteva seguire i movimenti delle macchie, ma anche i transiti dei pianeti. Galileo si concentrò soprattutto sui transiti di Venere e scoprì che anche questo pianeta aveva le sue fasi, come la Luna. Concentrandosi invece più attentamente sui satelliti di Giove scoprì che quelli più interni, quelli più vicini al pianeta con le loro orbite, stanno ad una distanza che è ciascuna doppia rispetto a quella del satellite precedente  “nella fisica quando si riscontrano simili coincidenze, c’è anche per forza un motivo, un principio alla base che la spiega” ha puntualizzato Cesare Vola “ma lo vedremo dopo” ed è così passato ad introdurre un altro affascinante problema che però non ha a che fare direttamente con le osservazioni di Galileo “vicino alla fascia degli asteroidi tra Marte e Giove” ha spiegato “ve ne sono una parte che seguono Giove e un’altra che lo precede. Perché? La meccanica celeste consiste proprio nella risoluzione di problemi di questo genere. Tra l’altro nella fascia degli asteroidi” ha proseguito Cesare Vola con una piccola digressione “si trova Cerere scoperto da un nostro conterraneo, Giuseppe Piazzi di Ponte nel 1803” un asteroide che in anni recenti è stato promosso a pianeta nano o pianetino. Dopo questa curiosità Cesare Vola ha posto un’altra questione riguardante gli anelli di Saturno “Saturno non è l’unico pianeta ad avere anelli” ha detto “Tutti i pianeti esterni (i cosiddetti giganti gassosi ndr) dunque anche Giove, Urano e Nettuno, hanno intorno sistemi di anelli. Però Saturno è l’unico che li ha così belli. Sono composti principalmente da polveri e quello che dobbiamo chiederci è perché questi anelli si sviluppano in questo modo” prima di rispondere a queste domande è però venuto il  momento di conoscere un po’ i pianeti del Sistema Solare. Mercurio, il più vicino al Sole; Venere,inizialmente ritenuto un oggetto celeste interessante, considerato quasi un gemello della Terra, ma con una temperatura di 400°, un’atmosfera densa per la maggior parte composta di anidride carbonica e composti solfurei (che generano piogge acide), densa al punto da esercitare una pressione intollerabile (pari a 100 atmosfere in questo caso intese come unità di misura della pressione) sui corpi che la attraversano, comprese le sonde che vi vengono inviate e che bisogna studiare in modo che siano resistentissime; Giove il pianeta più grande del Sistema Solare, che è stato sul punto di diventare un secondo Sole, un gigante gassoso che ha ben in evidenza una enorme macchia rossa che altro non è che una zone di tempeste ininterrotte da circa trecento anni secondo le stime degli astronomi, una macchia che col tempo può variare leggermente nelle dimensioni e qualcuno ipotizza potrebbe un giorno sparire del tutto; Urano che si può vedere dalla Terra seppur con difficoltà; Nettuno tutto blu con una macchia scura che, come nel caso di quella rossa di Giove è zona di tempeste. Dopo i pianeti è venuto il momento di scoprire le comete, quelle che compiono transiti ricorrenti. La più famosa è quella di Halley che passa nei nostri cieli ad intervalli abbastanza regolari di 75 anni. Più che sulle comete l’attenzione si è concentrata sulle orbite particolari che condividono anche con Plutone recentemente declassato da pianeta a pianetino, orbite definite eccentriche, in questo caso non intendendo questa parola come sinonimo di strano o stravagante, ma a significare il centro spostato. Tra le comete quella un po’ meno eccentrica è la Churyumov- Gerasimenko, recentemente visitata dalla sonda Rosetta e con un’orbita più interna ed è questo a renderla meno eccentrica. Tra l’altro per mandare la sonda Rosetta sulla cometa tramite un percorso complicatissimo ci si è dovuti basare sui calcoli e le simulazioni cui si accennava osservando quel programmino di simulazioni e del calcolo delle orbite, che tra l’altro se calcolate in modo preciso non si rivelano affatto perfettamente ellittiche e questo succede proprio in virtù delle forze di attrazione reciproca cui si è precedentemente che fanno si che quando due oggetti celesti (o anche un oggetto celeste e una sonda che una volta in cielo è soggetta alle medesime leggi) si trovino a passare a distanze relativamente brevi questo in quell’istante influenza la traiettoria delle loro orbite che modificano più o meno leggermente il loro percorso (un principio di iterazione chiamato precessione del perielio). Quando i corpi non sono due ma tre il problema delle reciproche influenze si complica ulteriormente e diventa un problema detto appunto a tre corpi che ci riporta alla questione degli asteroidi vicino a Giove che un po’ lo seguono e un po’ lo precedono. Abbiamo Giove e il Sole che si influenzano reciprocamente e questo fa si che i corpi che vi ruotano attorno si posizionano in specifici punti detti lagrangiani. Gli asteroidi occupano esattamente quelle posizioni perché sono i loro punti lagrangiani. Si sono posizionati li subendo le influenze dell’orbita di Giove nell’arco di milioni di anni. Abbiamo già detto come anche i pianeti si influenzino tra loro ed è in virtù di queste influenze che, sapendo fare i calcoli giusti, qualcuno ha scoperto pianeti fino a quel momento sconosciuti sulla base delle interferenze  alle orbite dei pianeti conosciuti. Nettuno è stato scoperto così come ipotesi teorica prima di essere effettivamente visto, osservando strani spostamenti dell’orbita di Urano. A calcolare l’ipotesi dell’esistenza di Nettuno fu uno scienziato di nome Le Verrier. Allo stesso modo qualcuno, osservando strani spostamenti e irregolarità nell’orbita di Mercurio ha ipotizzato l’esistenza di un pianeta più interno, tra Mercurio e il Sole, che qualcuno ha chiamato Vulcano  e che alcuni sostengono di avere visto osservando i famosi transiti sul Sole, ma della cui esistenza in realtà non vi è alcuna prova. È un fatto però che l’orbita di Mercurio presenti delle stranezze e che questo sia un bel problema da risolvere, perché è una questione che non rispetta la meccanica di Newton, meccanica che invece spiega, basandosi sul problema a più corpi, le reciproche influenze, determinate con calcoli complessi, perché i satelliti di Giove cui si accennava prima occupano esattamente quelle posizioni intorno al pianeta e perché gli anelli di Saturno assumono quella morfologia. Conoscendo queste leggi ed essendo in grado di trarne le giuste conclusioni e dunque i giusti calcoli si possono fare previsioni molto accurate sui moti degli oggetti celesti, anche quelli irregolari, a distanza di molto tempo. Ecco come gli astronomi possono prevedere anche eventuali impatti o impatti sfiorati come quello dell’asteroide Aphopis tra 15 anni che anche se pare, secondo i più recenti calcoli eseguiti non colpirà la Terra, non ha un nome molto rassicurante. Aphopis era infatti il serpente contro cui Ra il dio del Sole egizio, doveva lottare transitando con la sua barca (in compagnia tra l’altro del dio Thot e della dea Bastet) nelle terre della notte. Secondo gli Egizi, se Aphophis avesse ucciso Ra il Sole non sarebbe mai più sorto. Dunque chiamare così un asteroide sa un po’ di Apocalisse, anche se non dovesse succedere nulla come gli scienziati più recentemente hanno concluso con un esiguo margine di errore tenendo conto del tracciato delle orbite delle influenze e dunque delle variazioni delle stesse. Per rinfrancarsi un po’ da previsioni apocalittiche e teorie complesse c’è stato spazio per fare un bel gioco, il gioco dei pianeti. Le persone dovevano imitare il moto dei pianeti intorno al Sole e non è stato un gioco fine a se stesso perché giocando si è avuto modo di affrontare in modo divertente altri concetti concernenti il tema della serata. Innanzitutto poter verificare in modo pratico la meccanica celeste ha permesso di comprenderla meglio (scoprendo tra l’altro che, per quanto riguarda Venere, i curiosi effetti dei suoi movimenti rotatori, fanno si che un giorno sia più lungo di un anno) e inoltre si è potuto capire alcune dinamiche del rapporto Terra- Luna di come si influenzino a vicenda generando sulla Terra il fenomeno delle maree, in parte  condizionato dall’inclinazione della Terra che ruota anche intorno al baricentro tra la Terra e la Luna. Poi s’è capito che la Luna fa un giro in un mese e ci impiega lo stesso tempo sia a girare su se stessa che girando intorno alla Terra dunque mentre la Luna gira il Sole fa in tempo a ruotare su se stesso trenta volte. La Luna gira mostrando sulla Terra sempre la medesima faccia. Perché? In parte perché anche la Terra compie i suoi moti di rotazione e di rivoluzione e lo fa in tempi diversi rispetto alla Luna, ma non si tratta semplicemente di questo. Il movimento delle maree fa si che il movimento rotatorio della Terra sia progressivamente più rallentato finchè un giorno anche la Terra mostrerà la stessa faccia alla Luna. Al tempo dei dinosauri i giorni duravano 16 ore ed è stato questo progressivo rallentamento della Terra a far si che si sia poi arrivati a 24 anche perché pian piano la Luna nel tempo aumenta la sua distanza dalla Terra. L’ultima parte della serata è stata dedicata alle domande e allo scambio di impressioni e osservazioni e ad approfondire le ultime scoperte riguardanti Europa, una delle lune medicee di Giove scoperte da Galileo, una palla di ghiaccio al di sotto del quale le sonde hanno recentemente rilevato acqua liquida soggetta a maree molto potenti per via della forte influenza di Giove. Questi movimenti creano camini di acqua calda che sulla Terra si trovano in prossimità di vulcani sottomarini e sono l’habitat ideale di batteri termofili, che cioè prosperano ad alte temperature e dipendono per vivere dalle sorgenti calde e non dal Sole. Ebbene si crede che su Europa la vita si sia sviluppata in questo modo, forme di vita che basano le reazioni chimiche del loro metabolismo sulle fonti di calore. Europa è l’unico luogo del sistema solare al di fuori della Terra dove è realmente più probabile trovare la vita (va detto che cercare la vita nell’universo non implica per forza aspettarsi di trovare animali superiori o forme di civiltà progredite, perché anche i microrganismi sono vita ndr). Il problema è che questa vita si troverebbe sotto uno strato di ghiaccio spesso centinaia di chilometri che rende molto difficile capire cosa c’è realmente sotto. E con queste ipotesi affascinanti di vita extraterrestre e dubbi circa la natura finita o infinita dell’Universo (che forse si avrà modo di approfondire prossimamente ndr) si è conclusa questa seconda lezione di astronomia.

Venerdì 17 luglio 2015: stelle, galassie e nebulose

La lezione questa sera è cominciata ricordando l’arrivo della sonda Horizon su Plutone “un pianeta ancora tutto da scoprire” ha spiegato Cesare Vola “una palla di ghiaccio, roccia e metano. La sonda ha percorso 9 miliardi di chilometri e ha impiegato nove anni per arrivare su Plutone attraverso le varie manovre di salti e orbite influenzate che abbiamo visto l’altra volta col programmino di simulazione al computer. Plutone è un pianeta più piccolo anche della Luna e possiede un pianeta gemello, Caronte”. Parlando delle dimensioni e della distanza di  Plutone dalla Terra si è introdotto l’argomento di questa serata, le stelle “che sono molto più grandi e molto più lontane dalla Terra” ha sottolineato Cesare Vola che ha introdotto il discorso delle dimensioni attraverso un filmato di YOU TUBE che mette a confronto vari oggetti celesti, partendo dalla Luna sino ad arrivare alla più grande stella conosciuta, il Cane Maggiore “osservando il Sole col telescopio, lo si vede di forma sferica e dunque arbitrariamente si crede che tutte le stelle abbiano questa forma” spiegava Cesare Vola mentre sul video sfilavano oggetti celesti sempre più grandi “in realtà osservando le stelle più lontane anche coi più potenti telescopi, si possono osservare solo puntini luminosi e dunque non si è sicuri se quei puntini siano effettivamente sferici. La forma sferica per queste stelle molto grandi e molto lontane è una rappresentazione convenzionale sulla base di calcoli e ipotesi che, sulla base della luce che proviene dalla stella osservata, cerca di ricostruirne le dimensioni e la distanza prima di tutto”. Le distanze, in proporzione, più facili da determinare, sono quelle all’interno del Sistema Solare. Per misurare la distanza del Sole dalla Terra ad esempio si osservano i transiti di Venere, “si misura il tempo impiegato da Venere per i suoi transiti e si usa questo dato come punto di partenza per tutta una serie di calcoli” ha detto Cesare Vola “e va da se che il Sole è la stella che si conosce meglio. Ma misurando i transiti di Venere o comunque di un pianeta sul Sole bisogna prima conoscere la distanza su quel pianeta. Bisogna utilizzare gli angoli. Il pianeta diventa il vertice di un angolo i cui lati si dipanano da due punti precisi della Terra dei quali si conoscono esattamente posizione e distanza tra loro in modo da calcolare l’ampiezza dell’angolo sulla base del quale si determina la distanza del pianeta utilizzata a sua volta per calcolare la distanza dal Sole”. Ma quando ci si spinge oltre il Sistema Solare e si comincia a calcolare la distanza delle stelle? “anche su grandi distanze, l’unità di misura restano gli angoli” ha seguitato a raccontare Cesare Vola “bisogna osservare la stessa stella in due periodi diversi dell’anno, tenendo conto del fatto che la Terra e il Sole hanno una loro orbita e che questo fa si che quando osserviamo una stella non la vediamo sempre nello stesso punto del cielo e dunque bisogna tenere conto del risultato di più osservazioni. L’enorme distanza delle stelle è un qualcosa che già i Greci antichi intuivano. Qualcuno intuiva già che la Terra non fosse ferma al centro, ma altri provavano sgomento nel pensare quanto fosse difficile determinare le esatte dimensioni della cosiddetta sfera del firmamento che a quei tempi si pensava circondasse la Terra”. A questo punto si è passati a fare una sorta di campionario delle stelle un po’ più note a cominciare naturalmente dal Sole con le sue famose macchie. Stavolta Cesare Vola è riuscito a mostrare quel famoso video della NASA che illustra i movimenti delle macchie solari che non solo si spostano, ma appaiono e scompaiono, quel video che, nel corso della scorsa lezione non si è riusciti a vedere “le macchie ricordiamo hanno un ciclo di 11 anni articolato in più fasi” ha puntualizzato Cesare Vola mostrando la superficie del Sole sul video “si parte dalla prima fase senza macchie finchè se ne formano sempre di più. Dopo aver raggiunto il picco massimo al quinto anno, pian piano iniziano a scemare”. Gli astronomi hanno documentato questi cicli a partire dal 1760 e oggi esistono dei grafici precisi che illustrano questi dati e che Cesare Vola ha mostrato  subito dopo il video “studiando questi grafici si cerca di capire meglio il fenomeno” ha detto “ma l’unica ipotesi che è stata avanzata a riguardo è che hanno a che fare coi campi magnetici. Il Sole ha tanti poli al suo interno e dunque il suo magnetismo è instabile. Le macchie solari potrebbero essere un fenomeno legato a questa instabilità. Le macchie così come il vento e le tempeste solari (che occasionalmente arrivano sino ad investire la Terra interferendo con il suo campo magnetico ndr). C’è chi si specializza nello studio delle macchie solari, contandole, catalogandole”. Questo per quanto riguarda la superficie del Sole. Andando più in profondità, sino ad arrivare nel cuore del Sole, nel suo nucleo, si scopre il fenomeno della fusione nucleare. Un fenomeno che ha a che fare con degli elementi chimici che conosciamo anche sulla Terra “tanto per cominciare l’idrogeno” ha detto Cesare Vola “la parola deriva da hydro cioè acqua e genesi perché combinandosi con l’ossigeno, bruciando con l’ossigeno genera l’acqua. L’idrogeno è l’elemento più semplice e leggero di tutto l’universo. Gli atomi degli elementi più semplici nei nuclei delle stelle si combinano per formare atomi di elementi sempre più complessi ed è dalle stelle dunque che si sono formati tutti gli elementi naturali classificati nella tavola periodica fino ad arrivare al  più pesante che è l’uranio. Dall’idrogeno in primo luogo si origina l’elio un gas nobile (i gas nobili non si combinano con altri elementi e hanno molecole composte da un solo atomo già stabile di per sé ndr) e questo è il primo passaggio fondamentale della fusione, quello che avviene all’interno del Sole. Ma in alcune stelle la fusione va avanti anche nei passaggio successivi ed ecco perché si può dire che la materia si sia formata dentro le stelle, quella di cui anche noi siamo fatti” si può proprio dire che siamo figli delle stelle senza che questo sia inteso come metafora. Al di fuori del Sistema Solare, le stelle più vicine sono quelle del sistema di Alfa Centauri tra cui Proxima Centauri, definita proxima perché in assoluto è quella più vicina alla Terra subito dopo il Sole “dalla Terra questo sistema di stelle è visibile solo nell’emisfero sud (sta in prossimità della Croce del Sud che indica tale punto cardinale con esattezza nel cielo così come, nel nostro emisfero boreale, la Stella Polare indica esattamente il Nord ndr) oltre ad essere il sistema più vicino questo sistema è anche uno dei più semplici al di fuori del nostro” ha continuato a raccontare Cesare Vola “è infatti composto di tre stelle, quando ci sono sistemi che ne possono contare anche sei o più. La luce (che viaggia a circa 300 mila kilometri al secondo ndr) ci impiega quattro anni per raggiungere queste stelle che girano ciascuna attorno al suo baricentro e sono molto simili al Sole, non molto più grandi, con piccole variazioni di peso tra loro, osservabili anche con un cannocchiale che permette di vedere i loro movimenti verso il basso e verso l’alto rispetto al baricentro e come i loro movimenti nel tempo variano, una variazione che si palesa solo dopo molte osservazioni costanti. Il sistema di Alfa centauri è dunque composto da queste due stelle simili al Sole che ruotano ognuna intorno al proprio baricentro una verso l’alto e una verso il basso variando i loro movimenti nel tempo, ma anche da una terza stella, Proxima Centauri, poco luminosa e con un’orbita molto lontana rispetto alle due stelle che formano il sistema binario. La cosa interessante recentemente scoperta è che queste stelle hanno dei pianeti che girano loro intorno, osservabili sempre attraverso i transiti sulle stelle stesse, pianeti che potrebbero essere abitabili”. È una delle questioni più affascinanti dell’astronomia moderna quella dei pianeti extrasolari, tra i quali si cerca in modo particolare quelli più simili alla Terra, quelli abitabili o che potrebbero essere addirittura già abitati, magari da civiltà evolute. Durante la serata c’è stato modo di fermarsi a riflettere su tali questioni. È un fatto che nel corso dell’ultima decina di anni sono stati scoperti e catalogati, in vari sistemi stellari anche molto lontani, migliaia di pianeti (di cui puntualmente si è sempre data notizia nelle riviste specialistiche: ricordo ad esempio di aver letto, credo sia stato l’anno scorso o due anni fa, della scoperta di un pianeta fatto tutto di diamante, per non parlare poi dei vari Kepler numerati in serie che pare avrebbero condizioni ottimali per la vita ndr) “i transiti dei pianeti sulle rispettive stelle” seguitava intanto a spiegare Cesare Vola “fanno si che in quel frangente la stella sia un po’ meno luminosa e che riprenda la sua luminosità consueta al termine del transito. Tenendo conto di cio si effettuano tutte le misure del caso che sono sempre estremamente precise. In questo modo all’inizio si trovavano solo pianeti grandi e poi si sono cominciati a trovare anche pianeti piccoli. A tutt’oggi tra stelle e pianeti si è scoperta un’infinità di oggetti celesti. Quel che preme agli scienziati è trovarvi l’acqua e, se non la vita, almeno condizioni  con essa compatibili anche se comunque, essendo pianeti lontanissimi, sarebbe impossibile per noi andarci”. Ma studiare le stelle implica solo calcolarne la distanza dalla Terra e scoprire se capita, pianeti che vi orbitano intorno? “molti studi dipendono dall’osservazione di questi puntini luminosi come a noi appaiono le stelle” ed è con queste parole che Cesare Vola ha introdotto un nuovo punto della lezione di questa sera che ha a che fare con la luce “la luce bianca che passa attraverso un prisma si scompone nei colori dell’arcobaleno. Ma cosa succede quando è la luce di una stella, quando ad illuminarsi è ad esempio l’idrogeno a seimila gradi centigradi? Succede che l’idrogeno rivela delle barre di luce, la quale non contiene tutti i colori. Queste barre si dispongono una di fianco all’altra a formare quello che viene definito spettro. Per ogni elemento però, queste barre si dispongono in modo diverso. Si può dire dunque che lo spettro sia la firma dell’elemento, la sua impronta digitale, che permette di identificarlo e distinguerlo dagli altri in modo inequivocabile. Studiando gli spettri presenti su una stella attraverso la sua luminosità si può dunque capire di che cosa è fatta. L’elemento presente in maggiore quantità è sempre l’idrogeno, ma cio non esclude la presenza di altri elementi. Studiando gli spettri però si può anche osservare che le stelle si evolvono nell’arco di miliardi di anni perché un po’ alla volta l’idrogeno va diminuendo l’elio va aumentando e poi compaiono gli elementi più pesanti, quello cui si accennava prima finchè alcune stelle al loro interno possono avere anche del carbonio e tutti gli elementi, per cui studiando gli spettri si vedono come le stelle sono fatte e come cambiano nel tempo. Se l’idrogeno è la benzina contenuta nelle stelle, man mano che si consuma la stella cambia e può anche morire, spegnersi. Il nostro Sole brucia idrogeno da cinque miliardi di anni, ora è stabile e potrebbe bruciare idrogeno ancora per altri cinque miliardi dopo i quali si trasformerà in una gigante rossa espandendosi e inglobando vari pianeti interni tra cui si pensa anche la Terra, ma gli studiosi non ne sono del tutto certi (certo è che anche se non verrà distrutta, non potrà non subire notevoli variazioni climatiche ndr). Il cielo contiene stelle di varie età molto vecchie e molto giovani. Le più vecchie sono le nane bianche arrivate praticamente alla fine della loro vita, la cui luminosità è dovuta al loro calore residuo, che si consumerà del tutto nell’arco di decine di migliaia di anni e le cui dimensioni sono praticamente quelle di un piccolo pianeta per via della materia che si è compattata al suo interno. Quando una stella si spegne del tutto diventa nana nera, ma ancora non ce ne dovrebbero essere in cielo (e anche se ci fossero non emettendo luce sarebbe difficilissimo vederle ndr)”. Gli scienziati dunque sanno determinare il ciclo delle stelle in base alla loro luminosità agli elementi, che le compongono, le dimensioni, il colore della superficie (a proposito le stelle rosse sono più fredde di quelle azzurre; anche se percepiamo l’azzurro come colore freddo e il rosso come colore caldo in realtà è vero il contrario e lo si potrebbe verificare surriscaldando un pezzo di metallo: quando comincia a surriscaldare è rosso, se continuiamo a somministrare calore diventa azzurro; con le stelle è lo stesso ndr). Ci sono stelle che hanno cicli molto brevi. Si accendono improvvisamente in cielo e altrettanto improvvisamente si spengono. A queste stelle gli scienziati danno il nome di nove cioè stelle nuove. “La NASA ha fotografato ad esempio i resti di una nova (diventata ora una coloratissima nebulosa ndr) risalente al 1054 e documentata storicamente ad esempio dai cinesi”. Ha raccontato Cesare Vola. “Attraverso gli antichi documenti gli scienziati hanno capito il punto da cui è stata osservata e li hanno puntato i loro strumenti osservando appunto la nebulosa formatasi dopo la morte della stella. Le stelle bruciano idrogeno finchè si spengono e cominciano a collassare mentre continuano a girare su se stesse aumentando la velocità man mano che collassano ed espellendo materia la materia di cui è fatto tutto cio che conosciamo. Si tratta di argomenti molto vasti e questo fa si che sia impossibile che oggi esista lo studioso eclettico che si interessa di un po’ di tutto, perché se ogni argomento è vastissimo il tutto diventa molto complicato”. Immensi raggruppamenti di milioni e milioni di stelle formano le galassie. La nostra è la Via Lattea, quella più vicina a noi è Andromeda che si osserva nel cielo nei pressi della costellazione omonima. Cesare Vola l’ha individuata sullo STELLARIUM. Andromeda dista a due milioni di anni luce da qui. Così come le macchie solari, le stelle e i pianeti extrasolari, anche le galassie vengono catalogate. Di ogni oggetto celeste bisogna capire la distanza e la posizione anche rispetto ad altri oggetti. “c’è  stato un astronomo che ha cercato di capire se le galassie ruotano su se stesse” ha raccontato Cesare Vola mentre mostrava Andromeda sullo STELLARIUM “e per farlo ha confrontato le fotografie delle galassie scattate in momenti diversi. In tempi più recenti altri scienziati hanno scoperto che questa galassia contiene una moltitudine di stelle e su questa scoperta hanno realizzato un video” Cesare Vola lo ha mostrato “Andromeda è una galassia simile alla nostra, più o meno delle stesse dimensioni” ha poi continuato a raccontare “e poiché la luce ci mette due milioni di anni per raggiungerla noi la vediamo com’era due milioni di anni fa (se su Andromeda ci fosse una civiltà intelligente in grado di scrutare la Terra con un potente telescopio, la vedrebbe ancora abitata dagli uomini primitivi ndr). Questo ci fa capire l’enorme difficoltà di poter ipotizzare lunghi viaggi nello spazio per equipaggi umani. Pensiamo all’esempio di prima di Plutone. La luce da Plutone a qui impiega un’ora per fare il percorso, la sonda ci ha impiegato nove anni. Ed è dunque fuori dalla nostra portata pensare di raggiungere un oggetto celeste, che la stessa luce, che è la cosa più veloce che c’è, impiega due milioni di anni per raggiungere. La via Lattea e Andromeda hanno un diametro di circa centomila anni luce (Andromeda ha una forma più allungata ndr). Anche la via Lattea si può vedere dal cielo, in alta montagna, un braccio della via Lattea come una striscia bianca (che è il motivo per cui la nostra galassia ha questo nome: i Greci antichi credevano che i coppieri degli dei avessero rovesciato latte in cielo; del resto anche la stessa parola galassia deriva dal termine greco per latte ndr). Un’altra galassia più piccola che si può osservare in cielo è la nube di Magellano così chiamata perché fu Magellano ad avvistarla la prima volta sottoforma di macchia bianca quando giunse nei mari del sud. Ma di galassie su internet se ne trovano moltissime di tante forme anche bizzarre” Cesare Vola ne ha mostrata anche una a forma di sombrero. Tornando però alla nostra galassia bisogna dire che noi, lungi dall’essere al centro dell’universo, non siamo nemmeno al centro della nostra galassia, bensì in posizione periferica, in uno dei suoi bracci più esterni (essendo la nostra galassia a forma di spirale ndr) e la nostra galassia è solo una delle tante galassie (milioni!) che fa parte di un ammasso, che fa parte di un superammasso eccetera. Cesare Vola ha mostrato la foto di un insieme di galassie, uno spunto per molteplici riflessioni. Questa immagine da innanzitutto l’idea del gran numero di galassie presenti nell’universo e della loro distanza.  Bisogna considerare che mostra una piccola parte di cielo e dunque se una piccola parte di cielo contiene tutte queste galassie figuriamoci il totale quanto può essere, un numero incalcolabile che si aggira intorno ai 100 mila miliardi “tutte queste galassie sono distribuite come all’interno di una spugna” ha spiegato ancora Cesare Vola “gli spazi pieni della spugna sono gli ammassi di galassie che si diffondono come a formare delle righe che lasciano spazi vuoti, i buchi della spugna. Ma come si fa a dire quanto è distante una galassia? Qui entra in gioco l’effetto doppler, un effetto osservabile anche dalla Terra col suono dell’ambulanza che diventa più forte man mano l’ambulanza si avvicina e diminuisce man mano l’ambulanza si allontana. Le onde si allargano. La stessa cosa che avviene col suono avviene con la luce. Gli spettri degli elementi, la luce delle stelle tende a spostarsi verso il rosso verso la lunghezza d’onda dello spettro della luce visibile compreso nella gamma del rosso (lo spettro della luce visibile è l’arcobaleno che parte col rosso, lunghezza d’onda più lunga e finisce col blu, più corta ndr) e questo significa che se gli oggetti celesti si comportano così si allontanano. L’effetto doppler permette di capire se le galassie si allontanano o si avvicinano e tutte quelle osservate si allontanano perché la loro luminosità diminuisce nel tempo. Questa è la prova principale a supporto di chi sostiene la teoria dell’universo in espansione, la quale però è solo una deduzione teorica sulla base dei dati, degli spettri ma anche dei movimenti delle stelle, deduzioni che si cerca di supportare coi calcoli, che danno vita a teorie e discussioni. Se le galassie si allontanano sembra logico dedurre che ci sia stato un punto di partenza (il famoso puntino che ha subito la primordiale esplosione conosciuta come big bang? Ndr), un’idea che però risulta molto problematica, è stata discussa e continua ad esserlo. Questo argomento però è stato oggetto della lezione successiva. Ma gli alieni esistono?” questa domanda di Cesare Vola ha dato il via, nell’ultima parte della serata, a tutta una serie di divagazioni e scambi di idee sfociate nel filosofico e nel fantascientifico “considerando l’immensità di stelle e pianeti esistenti (sicuramente molto di più di quelli effettivamente trovati ndr) ci dovrà pur essere una civiltà intelligente?” io a questo punto ho osservato che si potrebbero teoricamente esserci, ma se ce ne stiamo ognuno a casa propria non sarà facile sperare in qualche contatto “ma si può viaggiare da una stella all’altra?” ha chiesto ancora Cesare Vola e a me è venuto in mente di far notare l’ipotesi dell’esistenza di tunnel spazio-temporali su cui hanno fatto anche dei film “per come noi oggi conosciamo le leggi della fisica, viaggiare da una stella all’altra è impossibile” ha chiarito Cesare Vola “proprio per quel che abbiamo visto prima circa il lasso di tempo enorme che richiederebbero che va ben oltre il tempo dell’intera esistenza umana. ma forse in futuro… e questo ci riporta alla questione alieni. Potrebbe essere che da qualche parte lassù esista una civiltà che rispetto a noi per quanto riguarda le conoscenze, la tecnologia, sia avanti rispetto a noi di migliaia o anche di milioni di anni e dunque potrebbe essere effettivamente in grado di compiere viaggi interstellari e arrivare fin qui? C’è un progetto della NASA che ha lo specifico scopo di cercare tracce di civiltà intelligenti nello spazio, il progetto SETI che si avvale di apparecchi particolari i radiotelescopi. Se esistesse una tv aliena o qualunque apparecchio artificiale inventato dagli alieni, questi strumenti potrebbero captarne i segnali, trasmetterli alla Terra e permettere di calcolarne la posizione esatta. Per far questo bisogna che i dati dei vari radiotelescopi sparsi per il mondo siano messi a confronto e analizzati accuratamente. Del progetto SETI c’è anche un programma su internet che permette anzi invita tutti a partecipare a questa ricerca” questi spunti di riflessione lanciati da Cesare Vola hanno stimolato oltremodo il pubblico. C’è chi ha manifestato idee complottiste dichiarando che la NASA non divulga tutto, c’è chi ha manifestato granitiche certezze circa la natura infinita dell’universo, perché si è chiesto “l’universo è contenuto dove?”e qui già s’è anticipato l’argomento della prossima volta, la cosmologia, la relatività generale che cambia il concetto di geometria ammettendo che un oggetto che va sempre avanti può tornare al punto di partenza (questo concetto sta alla base della particolare curvatura della luce che si osservava in quella foto degli ammassi di galassie), un argomento che dovrebbe spiegare anche la particolare forma dell’universo, rotonda in quattro dimensioni, un argomento che si può capire aprendosi a nuove forme del pensiero e abbandonando gli schemi comuni. C’è chi poi la questione degli alieni l’ha esaminata sotto la lente della riflessione filosofica, dicendo che anche nel caso degli alieni, quando ci si pone la domanda esistono o no bisogna aprirsi a nuove vie del pensiero, a nuove forme di consapevolezza, una consapevolezza che infondo è cambiata già molte volte nel corso della Storia, una consapevolezza che tiene conto del mistero della vita, che non si è ancora riusciti a definire e che non è detto che in tutto l’universo segua le stesse regole che segue qui “prendiamo ad esempio il DNA” ha spiegato Cesare Vola “la doppia elica gira verso destra, ma potrebbero esistere forme di vita su altri pianeti, ma anche qui sulla Terra dove la doppia elica gira verso sinistra e quelle forme di vita sarebbero completamente diverse da noi tanto che non potremmo nemmeno mangiarle” a questo punto non ho potuto proprio evitare di riferire la teoria del multi verso o degli universi paralleli, che per ora esiste come ipotesi, ma qualcuno sta dimostrando o cercando di dimostrare con una mole immensa di calcoli complicatissimi. Secondo questa teoria esistono universi paralleli che potrebbero persino basarsi su una fisica totalmente diversa che noi non possiamo assolutamente immaginarci, universi dove la vita si basa anziché sul carbonio sul silicio (che qui invece è la base della chimica inorganica) universi senza vita oppure universi con Terre parallele su cui si avverano le alternative che qui non si verificano, dove per esempio i dinosauri non si sono estinti o dove Hitler ha vinto la seconda guerra mondiale, universi dove esiste per ciascuno un alter ego che compie le scelte alternative rispetto a quelle compiute qui. La famosa storia con i se. Se ci fosse un numero infinito di universi paralleli tutti i se sarebbero egualmente possibili. “qui però limitiamoci alla scienza a cio che si può misurare, verificare, a quello che potrebbe essere possibile” ha osservato Cesare Vola che però, incalzato da altre osservazioni come quella di qualcuno che ha chiesto “può il filosofo arrivare dove non arriva lo scienziato?” ha considerato che certo col pensiero si può arrivare molto lontano. L’ultima riflessione prima di terminare ha riguardato il rapporto tra filosofia e scienza. Oggi sembrano due discipline incomunicabili, ma infondo la scienza è nata da una costola della filosofia. Quella che noi chiamiamo scienza per molto tempo è stata conosciuta come filosofia naturale. I filosofi Greci dissertavano anche di natura e cosmo, come abbiamo già avuto modo di vedere e Galileo anche si definiva un filosofo naturale. Non c’era un confine tra le discipline del sapere e la scienza è stata per molto tempo speculativa. È con Galileo che nasce il principio secondo cui si può definire scientifico quello che può essere verificato con un preciso metodo ed esperimenti ripetibili perché altrimenti col pensiero tutto è teoricamente possibile e non si scoprirebbe più niente. Osservando e misurando si nota ad esempio che una delle regole universali di natura e cosmo segue la sezione aurea identificata con la bellezza e la perfezione del creato soggetto alle stesse leggi universali sia sulla Terra che al di fuori di essa.

 

 

Venerdì 24 luglio 2015: curvatura dello spazio buchi neri e big bang

Come ogni venerdì, anche questa sera sono arrivata un po’ prima alla lezione e non ho potuto fare a meno di commentare l’argomento di cui si sarebbe parlato, ricollegandomi alla teoria del multi verso che mi è capitato già l’altra volta di esporre. “pare che i buchi neri siano il portale di accesso tra un universo e l’altro” ho detto “e pare che già Giordano Bruno avesse postulato per primo questa teoria e che per questo sia stato mandato al rogo” “non è esatto” ha risposto Cesare Vola “Giordano Bruno è stato il primo ad ipotizzare che le stelle non erano soltanto puntini nel cielo, ma oggetti celesti simili al nostro Sole, molto lontani, ciascuno dei quali avrebbe potuto potenzialmente avere nella propria orbita altri pianeti, anche simili alla Terra, anche abitati” e tramite quest’ultima considerazione ha cominciato ad anticipare la scoperta di un nuovo pianeta di cui avrebbe parlato durante la lezione, il pianeta Kepler 452b. i pianeti più recentemente scoperti si chiamano tutti Kepler perché Kepler è il nome del satellite che li ha scoperti osservandone i transiti sulle loro stelle. “è un lavoro che dalla Terra ormai non si fa più” ha spiegato Cesare Vola “perché l’atmosfera scherma”. Intanto la gente arrivava così la serata è potuta ufficialmente cominciare.

“stasera lo scopo sarà cercare di comprendere in primo luogo il concetto di curvatura dello spazio” ha esordito Cesare Vola “ma prima occupiamoci per un momento della notizia del giorno, la scoperta del pianeta Kepler 452b qui mostrato con un’immagine artistica e non necessariamente reale, perché un pianeta distante migliaia di anni luce lo si può individuare, ma non vedere esattamente com’è fatto. Per riuscire ad osservare i transiti di un pianeta lontano bisogna che anche la Terra si trovi allineata sullo stesso piano dell’eclittica della stella che si sta osservando e bisogna che il pianeta da osservare transiti tra la Terra e la sua stella mentre si trovano sullo stesso asse. Ci sono poche probabilità che questo avvenga eppure, nell’arco di circa una quindicina d’anni, sono stati già scoperti migliaia di pianeti extrasolari e questo significa che in cielo, complessivamente ce ne sono una quantità infinita. In particolare quest’ultimo pianeta ha fatto notizia per via delle sue molte somiglianze con la Terra: le dimensioni di Kepler 452b sono solo di poco più grandi rispetto a quelle della Terra, la distanza dalla sua stella è quasi identica alla distanza Terra-Sole e così la sua orbita intorno alla stella. Questo pianeta potrebbe avere acqua liquida, la vita, una civiltà che potrebbe essere più avanzata della nostra. Di certo c’è che è il pianeta più simile alla Terra finora scoperto nello spazio a 1000 anni luce di distanza”. Esaurita la notizia del giorno, Cesare Vola ha riportato l’attenzione sul concetto di curvatura. In ogni punto di una curva, la curvatura è il valore del raggio della circonferenza che approssima la curva “dunque più la curva è dritta, più la circonferenza è ampia, un concetto valido ragionando in una dimensione dove si può andare solo avanti o solo indietro, ma sempre dritti. In due dimensioni non si avranno cerchi, ma sfere, che però vanno sempre concepite come superfici che non contengono nulla al loro interno”. Per riflettere meglio su come cambia la percezione della realtà e soprattutto i principi matematici su cui si basa in base alle dimensioni di cui si tiene conto, Cesare Vola ha mostrato un vecchio cartone animato che ha per protagonista un bambino che viaggia nello spazio. In questo episodio in particolare, il bambino giunge su un mondo piatto abitato da esseri a due dimensioni che si muovono come figure animate su un foglio di carta, come figure piane in altre parole e di cui il bambino, che invece come tutti noi vive in una realtà a tre dimensioni che comprende anche la profondità, riesce a vedere il corpo al loro interno. Per questi omini la loro realtà che a noi sembra molto strana è la normalità. Allo stesso modo noi potremmo apparire strani a degli esseri che vivono in realtà comprendenti quattro o anche più dimensioni. Tutto questo per dire che la realtà che percepiamo non è necessariamente, la realtà vera e che non si riesce a comprendere pienamente tutto l’esistente. Se non si può percepire con i sensi tutto cio che realmente esiste nel Cosmo, si può però provare a ragionarci in modo astratto. “I primi a provarci sono stati i matematici” ha raccontato Cesare Vola mentre sullo schermo si muovevano gli omini piatti “costruendo dei modelli basati su ragionamenti complessi basati su una geometria di quattro dimensioni, ipersfere e quant’altro. Ma prima di arrivare a questo bisogna aver chiaro il concetto di retta e come si può determinare che una cosa è dritta. Le nozioni scolastiche di geometria ci dicono che la linea retta è il percorso più breve per unire due punti. Misurando due elementi bisogna misurare il tempo impiegato a coprire la distanza tra loro. Sarà dritto il percorso che consente di impiegare meno tempo. Sulla Terra si può fare questo esperimento con le corde. Nello spazio bisogna usare come riferimento, la luce che ha una velocità costante di 300 mila kilometri al secondo e non per nulla l’anno luce, cioè la distanza percorsa dalla luce in un anno, è l’unità di misura delle distanze nello spazio, che implica allo stesso tempo anche la misura del tempo degli ipotetici tempi di percorrenza da un oggetto celeste all’altro, considerando che tali oggetti non sono mai fermi. Dunque nello spazio una linea è dritta, è retta, quando corrisponde al percorso più breve compiuto dalla luce. Una linea dritta per noi è sempre dritta sia su un foglio che nello spazio reale, perché sebbene percepiamo le tre dimensioni e dunque la profondità, non percepiamo la curvatura e dunque ci muoviamo sulla Terra come se fosse una superficie piana (motivo per cui c’è gente che ha pensato e che continua a pensare tutt’ora che la Terra è piatta ndr). Solo guardando dall’esterno si può dire se una superficie è curva o piana. Dall’interno bisogna basarsi sulle leggi geometriche. Sul piano vale la geometria euclidea secondo cui la somma degli angoli interni di un triangolo è 180° mentre la somma degli angoli interni di un quadrilatero è 360° e secondo cui vale il teorema di Pitagora (la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa ndr). Sulla sfera curva la geometria euclidea non funziona. Sulla sfera curva si ottengono quadrati storti e triangoli con angoli interni di 90° e cerchi con raggi maggiori rispetto a come sono sul piano. Le superfici curve inoltre non sono per forza sfere, possono avere le forme più svariate e bizzarre. Per duemila anni si è creduto di poter applicare nell’osservazione del cielo le leggi della geometria euclidea basata sui quattro postulati di Euclide cioè enunciati dati per veri che però sono il frutto di un’astrazione verificabile sul piano. Einstein sarà colui che elaborerà equazioni molto complicate per confutare queste teorie, basate su geometrie non euclidee e su uno spazio curvo in tre dimensioni che per essere ben compreso andrebbe guardato dal punto di vista della quarta dimensione tenendo presente che le regole variano punto per punto nello spazio, che lo spazio forma un sistema unico con il tempo e che questo sistema è curvato dalla gravità ed è determinato dalla posizione e dal movimento delle masse. Misurando il raggio e la superficie di una sfera si può cominciare a capire la curvatura terrestre. La sfera del modello geometrico è però un’approssimazione perché la si considera vuota al suo interno, cosa che la Terra non è. Dunque la geometria euclidea è un approssimazione valida solo in condizioni di gravità zero che diventa sempre meno vera man mano la gravità aumenta. La conferma di tali principi richiede però delle misurazioni di una precisione difficile da ottenere. Nello spazio si può osservare che le rette si incurvano e che i corpi celesti deviano la luce in base alla loro massa, proprio come ha teorizzato Einstein e come verificò nel 1919 Arthur Eddigton (uno dei maggiori astrofisici inglesi del ventesimo secolo; fu proprio lui non solo a verificare, ma anche a diffondere le idee di Einstein e a proporre il limite che porta il suo nome che corrisponde alla luminosità massima che può avere una stella con una data massa, senza che essa inizi a perdere gli strati più alti della propria atmosfera ndr) osservando le stelle vicino al Sole durante un’eclisse solare e trovandole spostate. Sulla base di questa curvatura Einstein determina anche il fenomeno della lente gravitazionale secondo cui se dalla Terra si osservano due galassie poste una dietro l’altra per effetto della curvatura della luce la galassia dietro appare come una grossa lente con quella davanti al centro. In realtà Einstein pensava che la curvatura della luce avrebbe reso invisibile la galassia dietro, ma su questo dettaglio si sbagliava. Non si sbagliava però nel definire lo spazio curvo e nel dire che gli oggetti celesti che lo occupano ne influenzano la curvatura. Tutto questo è compreso nella sua cosiddetta teoria della relatività che ha una spiegazione anche per le strane orbite di Mercurio che non necessita di chiamare in causa un pianeta misterioso. Se le orbite di Mercurio non rispondono alle teorie di Newton, corrispondono alla relatività di Einstein che non solo teorizza la curvatura dello spazio, ma anche quella del tempo. È Einstein ad affermare per primo che il tempo è relativo e non è lo stesso per tutti e lo fa prendendo ad esempio due razzi che viaggiano a velocità diverse. Ognuno contiene un orologio che manda un impulso ad un intervallo prestabilito di tempo. L’impulso dai due razzi non giunge nel medesimo istante sebbene gli orologi siano stati tarati allo stesso modo e sebbene l’intervallo di tempo sia lo stesso sui due razzi. Più il raggio viaggia veloce e più gli impulsi che manderà saranno vicini uno all’altro nel tempo. Il tempo di ciascuno si modifica se confrontato con altri e se si considera l’accelerazione di gravità. Galileo aveva già cominciato a capirlo osservando le navi, ma ci è voluto Einstein per dare la spiegazione definitiva (tenendo conto che nella scienza nulla è definitivo ndr) arrivando ad elaborare il concetto di spazio-tempo che più è curvato più fa si che il tempo scorra lentamente, un concetto che nella relatività speciale è spiegato col paradosso dei gemelli (uno dei due gemelli parte per un viaggio nello spazio alla velocità della luce o molto prossima ad essa un viaggio andata e ritorno sempre a questa velocità. Rientrando sulla Terra al termine del viaggio lui non sarà cambiato, ma troverà il suo gemello invecchiato ndr) e che fa si che in movimento, anche tenendo conto dell’effetto doppler cambi il colore della luce, perché varia la sua frequenza”. Parlando di deformazione dello spazio tempo non si può non parlare di buchi neri (Einstein li postulò in teoria, ma è stato Stephen Hawking a scoprire che esistono davvero anche se praticamente non si riesce ad osservarli ndr). “in realtà furono diversi scienziati a teorizzare il concetto di buchi neri e a proporre modelli matematici atti a dimostrarli, Poincaret, Lorentz, Oppenehimer, per citarne alcuni” ha puntualizzato Cesare Vola “i buchi neri sono oggetti celesti misteriosi perché assorbono anche la luce. Tutte le masse attraggono la luce, ma la massa di un buco nero è talmente forte che più che attrarre fagocita e in un buco nero tutto può entrare ma nulla può uscire” Cesare Vola ha proiettato l’immagine artistica di un buco nero che si troverebbe nella nube di Magellano “all’interno di un buco nero il tempo è fermo è c’è sempre quella linea di confine oltre la quale il buco nero risucchia tutto. Al di sopra di quella linea ci si può ancora sottrarre dall’orbita di un buco nero al di sotto no. Se ci si trova al di sotto della linea si vede l’universo scorrere velocissimo, se ci si trova al di fuori si vede un oggetto cadere in continuazione senza superare mai quella linea perché man mano si avvicina il tempo rallenta finche ad un certo punto si ferma. Questo concetto è stato teorizzato dai calcoli complicati di uno scienziato di nome Sharzscild che ha coniato, per il fenomeno stesso il nome di orizzonte degli eventi. Ma come si osserva tutto questo? Attraverso la luce che il buco nero cattura e che gli orbita intorno emettendo raggi X  prima di essere fagocitata oppure attraverso l’influenza che esercita sugli oggetti celesti che si trovano vicini. Si osservano stelle che ruotano intorno ad oggetti scuri e molto massivi e quelli potrebbero essere dei potenziali buchi neri che si originano per effetto della curvatura. Per essere sicuri bisognerebbe però poter mandare una sonda e studiarli da vicino. Oltre a quello della nube di Magellano altri buchi neri in qualche modo famosi si trovano all’interno delle costellazioni del Cigno e del Sagittario, ma in realtà ogni galassia avrebbe il suo buco nero supermassiccio al centro che ne determinerebbe la rotazione. Quello che conta però è quello che si può misurare e non è ancora possibile effettuare delle misurazioni che permettono di capire se i buchi neri sono realmente come li si immagina. Anche il raggio di  Sharzscild e l’orizzonte degli eventi sono più dei postulati che delle teorie reali e infondo la fisica tende a voler credere troppo nelle sue teorie”. Ecco come parlando di teorie, siamo giunti, nell’ultima parte della serata ad esaminare le teorie più affascinanti, quelle che dovrebbero spiegare come tutto cio di cui si sta parlando da quattro venerdì sera a questa parte e che ha tolto il sonno a molti scienziati nel corso dei secoli, ha effettivamente avuto inizio. Non si poteva proprio non parlare del Big Bang il grande scoppio, anch’esso però rappresentato sempre più artisticamente che realmente “attraverso immagini che presuppongono l’esistenza di un centro che invece nel Big Bang non c’è” come ha puntualizzato Cesare Vola “così come non c’è un centro dell’Universo dove tutto è sparso omogeneo e isotropo su scala opportunamente grande dove per omogeneo si intende tutto uguale più o meno e per isotropo che cio che si osserva non cambia se cambia la direzione da cui viene osservato. Nello spazio le galassie sono distribuite in modo uniforme come su una spugna, come se l’universo fosse un insieme di tanti granelli immobili tra loro immersi in uno spazio che si espande (come se fosse un palloncino che si gonfia ndr) un’idea che però non piaceva ad Einstein che propendeva per un universo stazionario. Per dimostrare questa teoria ha persino calcolato una costante cosmologica, ma questo poi col tempo si è rivelato essere un errore perché i calcoli dimostrano che lo spazio (e non gli oggetti celesti in esso contenuti) si muove, si espande o si contrae ed è un fenomeno che si può osservare tramite i già nominati spettri stellari e l’effetto Doppler che sarà tanto maggiore, quanto più la galassia o  comunque l’oggetto celeste si allontana velocemente. A scoprire questo per la prima volta fu Hubble lo scienziato (da cui il famoso telescopio spaziale ha preso nome ndr). Figlio di un avvocato avrebbe dovuto, secondo i voleri paterni diventare avvocato a sua volta, ma egli volle diventare astronomo e divenne un grande astronomo che scoprì appunto come tramite l’effetto Doppler si potesse determinare l’allontanamento (fuga verso il rosso) o l’avvicinamento (fuga verso il blu) in base alla distanza fra le galassie stesse”. Alla fine la teoria dell’universo in espansione venne accettata anche da Einstein che riconobbe i suoi errori in tal senso. Ma prima di arrivare a questo Cesare Vola ha presentato un altro scienziato “Lamaitre un gesuita belga il primo a concepire l’idea di un Big Bang, una teoria scientifica che in qualche modo cerca di avvalorare la creazione in cui credono i cattolici. Lemaitre afferma che l’Universo in espansione si è originato a partire da un atomo primordiale all’inizio del tempo e dello spazio, un’idea che fa inorridire gli atei e i materialisti. Se l’universo fosse bidimensionale questa teoria si può facilmente rappresentare col palloncino che si gonfia. L’universo è tridimensionale però e le galassie si allontanano a velocità che possono raggiungere quelle della luce e c’è addirittura chi pensa che alcune galassie si allontanano ad una velocità tale che la luce non le può raggiungere e non si potranno dunque mai osservare ed ecco come in questo senso si può trovare un nuovo significato per il termine di orizzonte degli eventi, intendendo in questo caso una parte di universo che resterà sempre fuori dalla nostra portata”. A questo punto la cosa si è fatta complicata. È venuto il momento di capire quale potrebbe essere la geometria dell’Universo. L’equazione di Einstein fornisce tre possibilità di risposte. L’Universo può essere sferico e finito oppure infinito nei due modelli iperbolico e piano oppure simile ad un ipercilindro. Tre modelli che si basano sulla densità della materia e sulla curvatura che fa si che la somme degli angoli interni di un triangolo cosmico sia sempre maggiore di 180° tanto più maggiore quanto maggiore è la curvatura. L’equazione però prevede anche che il sistema spazio tempo abbia avuto un inizio dunque Lemaitre affermava sulla base di questo che prima di quell’inizio non esisteva nulla. Un altro scienziato Fred Hoyle (matematico, fisico e astronomo britannico, noto al grande pubblico soprattutto per le sue argomentazioni non convenzionali e per svariate teorie non ortodosse entro la comunità scientifica ndr da Wikipedia) ha proposto invece il modello di un Universo fondamentalmente uguale a se stesso all’interno del quale le galassie si espandono perché nel vuoto si creano degli atomi. Per far funzionare questa teoria sono sufficienti pochissimi atomi e questo esclude il problema dell’inizio dell’Universo che Hoyle escludeva categoricamente. Fu proprio lui durante una trasmissione radiofonica a coniare il termine Big Bang in senso dispregiativo come per dire che si trattava di un’idiozia. Tutte queste teorie funzionano e per dire qual è quella vera ci si potrebbe affidare alle conferme sperimentali. A questo punto non ho potuto evitare di  fare una piccola riflessione su quanto è stato detto, sull’Universo visibile che è solo una piccola parte del tutto, sui buchi neri che si originerebbero dal collasso di stelle di neutroni, stelle talmente dense di materia che un cucchiaino di tale stella peserebbe tonnellate e dunque in qualche modo i buchi neri sarebbero lo stadio finale dell’evoluzione di stelle che evolvendosi hanno acquisito sempre più massa e densità. Nella parte finale della serata ognuno ha avuto modo di poter dire la sua. Qualcuno ha letto il libro SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA e ha voluto condividere qualche riflessione in merito, qualcuno ha tirato in ballo la teoria delle stringhe. C’è stato anche il modo di tornare sulla teoria del multi verso e di assimilare i buchi neri a passaggi spaziotemporali tra un universo e l’altro e di riflettere su come la teoria del multi verso sta alla base della possibilità di viaggiare nel tempo tenendo conto che tornando nel passato c’è sempre la possibilità di alterarlo (il famoso paradosso del nonno secondo cui se torni indietro nel tempo e uccidi tuo nonno giovane oppure tua madre incinta di te tu praticamente non esisti più da nessuna parte ne nel passato dove non sei ancora nato ne nel tuo presente ndr) e dunque se si pone per vera la teoria del multi verso e ancor più quella del multi verso infinito secondo cui si formano universi in continuazione come bolle di sapone i paradossi relativi ai viaggi nel tempo si possono spiegare col principio secondo cui non si torna allo stesso presente da cui si è partiti, ma in un universo parallelo creatosi sulla base delle alterazioni messe in atto durante la permanenza nel passato, anche involontariamente. Ma prima di parlare di ciò, un’ultima considerazione sulle varie teorie e sulle loro possibili conferme sperimentali. “l’Universo è grande, secondo le ultime ipotesi 130 miliardi di anni luce e l’Universo visibile copre uno spazio di circa 15 miliardi” ha precisato Cesare Vola rispondendo alle mie riflessioni “beh se è infinito  e si espande di continuo è inutile misurarlo” ho ancora osservato io. Detto cio è venuto il momento di parlare della scoperta della radiazione cosmica di fondo teorizzata e scoperta da due scienziati di nome Penzias e Wilson. Questa radiazione cosmica identica da qualunque punto dell’Universo la si ascolta è molto importante perché rappresenta la conferma sperimentale del Big Bang, una sorta di eco di questo grande botto primordiale che continua a giungere sino a noi dovuto al nucleo originario di plasma di atomi di idrogeno che emettevano energia elettromagnetica. Questo però non implica che ci sia stato un centro, il centro non c’è e questo rende difficoltoso il problema dell’inizio per il quale Cesare Vola stasera ha proposto alcune soluzioni divertenti giusto per smorzare un tantino la difficoltà degli argomenti, ma in realtà una soluzione a questo problema ancora non è stata trovata. “che cosa ha generato il tutto?” ha chiesto “a meno che abbia senso porsi la domanda”. I cattolici spiegano il tutto con la creazione e fanno coincidere con essa il Big Bang. Ma i problemi non sono finiti e l’ultimo problema esaminato introduce a quello di cui si è parlato nell’ultima lezione. La materia oscura. Questa sera Cesare Vola ha fatto notare che per ogni particella di materia in teoria ne esiste una corrispondente di antimateria (quando si incontrano formano i raggi gamma), ma nel nostro Universo si registra un’abbondanza di materia e scarsità di antimateria sicché i conti non tornano e questo porta a pensare che la materia primordiale fosse soggetta a leggi della fisica che non conosciamo quelle che cercano di studiare al CERN ricreando condizioni che sono le più simili possibili a quelle del Big Bang tenendo conto che più ci si avvicina all’inizio più si è incerti “in conclusione dell’Universo si può dire con certezza che è grande che si espande e che ha un’età” ha spiegato Cesare Vola “età determinata da oggetti celesti chiamati quasar oggetti celesti molto luminosi e molto concentrati che si trovano a grandi distanze a miliardi di anni luce (qualcuno vede in essi l’universo primordiale ndr) e che sono ammassi di materia che fagocitano materia in continuazione emettendo grandi quantità di energia. In realtà l’Universo presenta continuamente questioni su cui indagare su cui discutere confrontando le varie opinioni. Tutta la scienza prosegue in questo modo”. Senza essere scienziati anche i presenti, come ho già avuto modo di dire, hanno voluto mettere le loro opinioni a confronto. Sono serate come queste che fanno apprezzare l’importanza della Casa Uboldi in grado a volte di rievocare la vivacità dei simposi greci delle corti rinascimentali e  dei salotti del Sette-Ottocento.

Venerdì 31 luglio 2015: materia ed energia oscura, cosmologie tra scienza e fantascienza

Materia ed energia oscura sono due concetti diversi, ma egualmente sfuggenti che riguardano gli ultimi vent’anni della ricerca cosmologica. Così ha esordito questa sera Cesare Vola per dare l’avvio a quella che si è rivelata essere la serata più interessante di tutto il ciclo, se non altro perché si è trattato di tematiche per così dire ancora aperte, caratterizzate più da interrogativi che da certezze, su cui dunque l’uomo è stimolato a riflettere. “una tematica di cui appunto per ora si percepisce solo il fascino senza comprenderla realmente, tanto da utilizzarla arbitrariamente come titolo per un film” ha spiegato ancora Cesare Vola “ma è dunque possibile capire realmente di che cosa si tratta? Cominciamo dalla materia oscura. Che cosa si intende con questa denominazione?” per introdurre il concetto Cesare Vola ha parlato nuovamente delle galassie e del fatto che ruotano su se stesse, compiendo una rotazione completa in intervalli di tempo fissi e misurabili. La nostra galassia, la Via Lattea, ad esempio compie una rotazione completa su se stessa nell’arco di 250 milioni di anni. “in realtà non si potrà mai osservare una galassia ruotare” ha puntualizzato Cesare Vola “perché si tratta di movimenti rotatori lentissimi. È interessante notare come la galassia ruota, come si comporta la materia di cui è costituita durante la rotazione. Al centro la galassia ruoterà più in fretta e man mano ci si allontana dal centro sempre più lentamente. Questo almeno è cio che ci si aspetterebbe. Per rilevare la rotazione di una galassia ci si basa ancora una volta sull’effetto doppler e le righe spettrali che dovrebbero mostrare una parte della galassia che si avvicina all’osservatore e un’altra parte che si allontana. Ci si può basare soltanto sulla luce dunque e sui suoi effetti per misurare la rotazione di una galassia e per rilevare i comportamenti della materia al suo interno dovuti alla rotazione stessa. Ed ecco come in questo modo si nota come in realtà non avviene cio che ci si aspetterebbe. In realtà si osserva che la materia esterna di una galassia gira molto più velocemente rispetto a quanto ci si aspetterebbe in teoria, addirittura gira più velocemente nella parte esterna piuttosto che in quella interna e, se si considera la teoria che conosciamo, questo è assurdo. Noi sappiamo che la velocità di rotazione dipende dalla vicinanza da un centro, perché maggiore è la vicinanza del centro, maggiore è l’attrazione che esso esercita e dunque maggiore è la rotazione. Lo si osserva ad esempio con i pianeti del Sistema Solare: Mercurio, che è il più vicino al Sole, è quello che ruota molto più velocemente, mentre Plutone, il più esterno, è quello che ci impiega più tempo a girare intorno al Sole. Ma con le galassie non avviene tutto questo, non lo si osserva eppure il principio dovrebbe essere il medesimo. Ecco come i fisici, per provare a spiegare questo assurdo, hanno introdotto il concetto di materia oscura, un alone oscuro che circonda la galassia e in qualche modo ne perturba il moto, giustificando così le discrepanze che si osservano e che contraddicono la legge della gravitazione. La materia oscura infatti rende uniforme la materia dentro la galassia che dunque non ruota più intorno al suo centro, ma ruota dentro questo alone oscuro e risente dell’attrazione gravitazionale di quest’ultimo che farebbe girare più velocemente l’esterno. Ovviamente l’alone è definito oscuro perché non è possibile osservarlo. Gli scienziati lo ipotizzano perché la sua presenza fa tornare i conti che non tornano, ma nessuno può ancora portare conferme sperimentali della sua esistenza effettiva. Questa strana materia oscura non riflette la luce e passa attraverso la materia ordinaria senza produrre effetti significativi (se si esclude ovviamente cio che è stato appena detto sulla strana rotazione delle galassie) potrebbe essercene persino sulla Terra, ma non si può percepirla, accorgersi che c’è  perché non interagisce con noi, ma neanche con la luce (in realtà però se fa ruotare in modo strano le galassie un qualche tipo di iterazione la dovrà pur avere no? Ndr). Dunque secondo gli scienziati dovrebbe esistere questo tipo di materia che, a differenza della materia ordinaria non si aggrega, non è polvere, non va a formare corpi celesti è diffusa per lo spazio e le particelle di cui sarebbe fatta (o qualunque cosa sia che la compone) non interagiscono nemmeno tra loro. Ecco perché al momento può essere solo un’ipotesi, un qualcosa che gli scienziati immaginano senza sapere se esiste davvero. Al CERN stanno provando a mettere a punto esperimenti specifici per individuarla osservando eventuali comportamenti anomali delle particelle di materia ordinaria. Se esistesse davvero, secondo gli scienziati, sarebbe addirittura in percentuale di molto maggiore rispetto alla materia ordinaria. La materia oscura precisamente costituirebbe il 22% dell’esistente contro circa il 4% della materia ordinaria compresa di corpi celesti e gas intergalattici. Analoghi studi si effettuano nel campo dell’energia e si arrivati in tal modo a scoprire l’esistenza dei neutrini e a ipotizzare l’energia oscura che costituirebbe addirittura il 74% dell’esistente” Per introdurre il concetto di energia oscura Cesare Vola ha parlato delle supernovae, stelle che si accendono improvvisamente nel cielo e muoiono in seguito ad enormi esplosioni “le supernovae si formano a partire da una nana bianca (che dovrebbe essere una stella giunta ormai alla fine della sua vita come già detto nel corso delle serate precedenti ndr) che accumulano sempre più materia, sempre più concentrata, sino ad innescare la fusione del carbonio ed emettendo una gran quantità di luce sempre la stessa in qualunque punto si trova. Misurando quanta luce arriva effettivamente sulla Terra si può stimare la distanza di questi oggetti celesti nonché la distanza della galassia che le ospita. Quello che si scopre è che le galassie si allontanano ad una velocità sempre maggiore le une dalle altre e questo è un altro assurdo che contraddice la legge della gravitazione universale. La forza di gravità dovrebbe infatti tenere insieme le galassie che dunque si dovrebbero allontanare a velocità molto lenta. Ancora una volta quello che si osserva contraddice la teoria e ancora una volta i fisici devono ipotizzare un qualcosa che giustifichi questa espansione, che faccia tornare i conti e questo qualcosa è l’energia oscura ed è in virtù dell’esistenza di questa energia che l’universo si espanderebbe sempre più velocemente. Ipotizzare la materia e l’energia oscura influenza le teorie del big bang. Si parte da un punto che è l’inizio dello spazio ma anche del tempo e si ipotizza una grande esplosione che ha innescato una rapidissima espansione che continuerebbe tutt’ora. In realtà però quel che si osserva non è così lineare. Si tratta comunque di teorie nuove in discussione da circa una decina d’anni. il bello della scienza è che non si arriva mai si pensa di aver raggiunto un traguardo, ma poi si scopre qualcosa di più preciso che rimette tutto in discussione” a questo punto non ho potuto fare a meno di intervenire osservando che “nella scienza ogni risposta genera almeno dieci domande” “fino a dieci anni fa i fisici erano convinti che l’espansione dell’universo dovesse rallentare” ha ripreso a spiegare Cesare Vola “ma le misurazioni più precise che hanno portato ad ipotizzare la materia oscura e l’energia oscura hanno mostrato un’altra realtà. Nuove osservazioni potranno forse in futuro portare a nuove teorie. Fino a vent’anni fa la questione cruciale della cosmologia era capire se l’universo si espande all’infinito oppure si espande fino a un certo punto e poi torna indietro (addirittura collassando su se stesso fino a tornare al puntino iniziale ndr). Si cercava di rispondere a tali domande compiendo studi sulle masse dei neutrini. Ora invece si vagliano nuove realtà oscure e non è possibile prevedere cosa succederà. Queste nuove frontiere hanno dimostrato l’infondatezza di vecchi problemi e l’inutilità degli esperimenti compiuti per cercare di risolverli. Quel che si può dire di sapere è che il big bang è avvenuto circa tredici miliardi di anni fa e che per ora l’universo si espande ed è finemente regolato perché il contrario renderebbe impossibile la nostra esistenza. Le leggi della fisica che regolano l’universo si basano su alcune costanti fondamentali che se cambiate anche di poco darebbero origine a realtà completamente diverse che non potremmo neppure immaginare, realtà dove la vita non esisterebbe, perlomeno non come la conosciamo. Per esempio abbiamo la costante gravitazionale, la velocità della luce, la costante di Plank. Non c’è un motivo per cui esistono queste costanti esistono e sono esattamente così, ma è cio che determina la nostra stessa esistenza. Esiste ad esempio la costante di epsilon che se leggermente più piccola farebbe si che potrebbe esistere solo l’idrogeno, mentre se fosse più grande farebbe collassare anche l’idrogeno, fuso tutto immediatamente dopo il big bang. Ecco come variando le costanti potrebbero esistere universi, senza vita o comunque meno interessanti o addirittura niente del tutto” Qualcuno ha chiesto se potrebbe esistere un universo senza materia. Se manca la materia ci si immagina il nulla assoluto e dunque un universo senza materia sarebbe ben difficile da concepire. “tutto cio rende la vita solo il frutto di una probabilità remotissima, una anomalia quasi che qualcuno spiega e ha spiegato per molto tempo con l’esistenza di Dio che ha voluto espressamente la vita oppure con l’ipotesi che esista un’infinità di universi nei quali tutto è possibile e in cui la vita è solo una delle infinite possibilità che potrebbero verificarsi e si verificano”. Qualcuno dice anche che queste teorie non necessariamente si escludono a vicenda che un’intelligenza cosmica anziché concepire un solo universo possibile ne possa concepire un numero infinito. Già Einstein infondo si domandava se Dio giocasse o meno a dadi con l’Universo e dunque se fosse tutto davvero totalmente casuale o se alla base di questa apparente casualità fosse già tutto predisposto in qualche modo. Ci vuole comunque un qualcosa alla base per giustificare tutto questo indipendentemente dalle credenze personali “la gente ha bisogno di certezze” ha osservato Cesare Vola “non vuole avere a che fare con ciò che pone dubbi, che costringe a pensare a chiedersi se le cose stanno in un modo o in un altro. Si preferisce la sicurezza di cio che è affidabile, solido, che regge ad ogni dubbio, ad ogni precisazione, qualcosa che al contempo non metta in evidenza la grande ignoranza di fondo nei confronti dell’esistente di come è davvero la realtà”. Questo discorso è stato il punto di partenza per l’ultimo argomento di questa serata: i nuovi modelli di cosmologia, tra cui quelli che prevedono più dimensioni rispetto a quelle che si pensano, come ad esempio la già accennata quarta dimensione punto di partenza per provare ad immaginare un modello a più universi anche infiniti, universi magari basati su ipercubi, ipersfere, cioè proiezioni di figure in tre dimensioni nella quarta dimensione, come si è già avuto modo di spiegare la volta scorsa “in una dimensione c’è solo una linea e ogni coordinata corrisponde ad un punto” ha rispiegato brevemente Cesare Vola rifacendosi al discorso della curvatura “la sfera è individuata da due punti che delimitano tutto e separano il dentro e il fuori. In due dimensioni avremmo esseri piatti di cui noi potremmo vedere l’interno e che non avrebbero concezione dell’esistenza di una terza dimensione. In due dimensioni il volume corrisponde alla superficie e la superficie a un punto. In tre dimensioni il volume corrisponde a qualcosa con un interno e un esterno e la superficie ad una figura piana. Nella quarta dimensione, che noi possiamo concepire solo come astrazione, ogni punto sarebbe individuato da quattro coordinate e la superficie corrisponderebbe ad un volume. In un universo in quattro dimensioni potrebbero esistere esseri che ci osservano che vedono l’interno del nostro corpo senza che per noi sia possibile percepirli. In un universo a più dimensioni si avrebbero ipersfere, ipercubi e l’iperspazio. L’universo che noi conosciamo, secondo alcuni, potrebbe essere un’ipersfera in 3D immersa in un iperspazio in 4D dove coesisterebbero altri universi in quantità infinita universi che sono come delle bolle di sapone che si formano continuamente. Ma tutto questo, così come la materia e l’energia oscura fa parte del campo delle ipotesi, sono problemi aperti, questioni su cui c’è solo un dibattimento privo di teorie che possono essere dimostrate o avvalorate da prove scientifiche. La scienza si evolve perché qualcuno propone delle idee che sembrano rivoluzionarie su cui poi si dovrebbe indagare” e a questo punto Cesare Vola ha portato l’esempio di Giordano Bruno che già tra il Cinque e Seicento affermava che l’universo è infinito che i puntini luminosi in cielo sono lontanissimi soli ognuno dei quali ha attorno il suo sistema di pianeti, idee che lo hanno portato al rogo “ed ecco come oggi si arriva ad ipotizzare l’esistenza di più universi e più dimensioni. È necessario però distinguere tra cio che è certo, che è provato e dunque reale e inconfutabile e cio che è solo un’idea, un’ipotesi che è stata pensata, ma non confermata e che dunque potrebbe anche non essere vera. Tra queste ipotesi la possibilità che esistono più diversi che potrebbero essere tra loro interconnessi oppure no, di cui alcuni potrebbero essere chiusi, alcuni potrebbero espandersi all’infinito, altri contrarsi, altri espandersi e contrarsi alternativamente. Ma sono solo idee”. Del resto anche il nostro universo non lo conosciamo tutto per intero, ma cio che si conosce che si osserva che si studia è solo una parte. “in ognuno di questi universi le costanti di cui si diceva prima sono diverse e questo farebbe si che ogni universo si basi su principi fisici diversi da quelli che regolano gli altri universi. Si creano tanti universi ognuno coi suoi principi e le sue costanti e nell’infinità casualmente troviamo anche quello in cui noi viviamo” e qui ritorna il dilemma se Dio gioca o meno a dadi con l’universo “in realtà questi universi infiniti e casuali hanno comunque ognuno delle regole” ha precisato Cesare Vola “se non gioca a dadi gioca a scacchi” ho allora osservato io. Un gioco apparentemente casuale e complesso, ma con delle regole ben precise che bisognerebbe solo capire che valgono per cio che noi conosciamo, ma non per tutto “in fisica contano molto le teorie che predicono cio che noi ancora non sappiamo” ha ripreso a spiegare Cesare Vola “una teoria che si presta ad essere indagata per trovarne le prove effettive e che dimostra che si sono capite davvero le cose. Ecco che qualcuno propone l’esistenza di tunnel che collegano i vari universi o varie parti dello stesso universo (i buchi neri? I wormole? Peraltro entrambi ipotizzati da Einstein ndr) o di buchi neri dove la materia entra e in qualche modo torna nel passato, così l’universo si rigenera in continuazione e non può mai invecchiare in un ciclo continuo che lo rende in qualche modo stabile. Questa teoria prevederebbe l’esistenza dei buchi bianchi che sarebbero i quasar, tutto cio che resta dell’universo primordiale, la parte dei wormole che rigetta indietro la materia nel passato e l’energia, tutto cio che proviene dai buchi neri che fagocitano tutto, tanto che si riesce ancora ad osservarli questi oggetti così lontani che risalgono addirittura a poco dopo il big bang. Qualcuno invece ha proposto l’esistenza di tunnel spaziotemporali che vanno avanti e indietro non solo nello spazio, ma anche nel tempo (perché la teoria del multi verso secondo alcuni ha molto a che fare con la possibilità reale di poter un giorno viaggiare nel tempo che altro non sarebbe che una dimensione, la quarta dimensione secondo alcuni, cio che ci permette realmente di percepire l’esistente secondo altri ndr)” Se tutto questo fosse vero potrebbe un giorno risolvere il problema delle distanze che attualmente rendono impossibili eventuali viaggi interstellari anche solo verso i pianeti più vicini “su queste teorie ci hanno fatto il film INTERSTELLAR” ha osservato Cesare Vola “e continuando a parlare di teorie bizzarre, ce n’è una che è stata pubblicata su LE SCIENZE di dicembre 2014 che afferma che il big bang non sarebbe altro che l’implosione di una stella in 4D della quale il nostro universo sarebbe semplicemente una proiezione. Si stanno accumulando troppe teorie. Di giusta però ce n’è una e forse dovrebbero concentrarsi di più per capire qual è. La speculazione, il pensare a delle ipotesi a nuove idee è sempre un gioco divertente. Il problema è che nella scienza ci vogliono le prove non basta semplicemente pensare, perché nel corso della storia la gente ha pensato a molte cose. Nel corso del tempo molte leggi e teorie sono state effettivamente dimostrate e dunque molte altre in futuro se ne potrebbero ancora dimostrare” . Per concludere la serata Cesare Vola ha proposto una carrellata di teorie molto bislacche, come ad esempio la società della Terra piatta, questa associazione che tramite pubblicazioni e siti internet diffonde l’idea che in realtà la Terra sarebbe un disco piatto e riuscirebbe a giustificare ogni argomentazione in favore di quest’idea antica nonostante queste persone vivano in questo secolo di tecnologie prendono l’aereo e, appunto, usano internet. C’è inoltre l’idea che tutto cio che noi siamo, che vediamo intorno a noi, non sarebbe altro che una simulazione al computer. Questa idea si origina dal fatto che attualmente si è in grado di creare effettivamente dei mondi al computer, dei mondi che al loro interno hanno un senso e questo ha fatto si che qualcuno si sia chiesto se anche la nostra di realtà infondo non sia altro che una realtà virtuale, come quelle che si creano. Io conoscevo una variante di questa teoria che non chiama in causa i computer, ma la mente. Secondo questa teoria niente esiste davvero. Noi tutti il nostro mondo, il cosmo siamo pensieri dentro la mente di qualcuno, dei sogni addirittura. Noi esistiamo perché qualcuno pensa a noi e la nostra vita è un pensiero, l’astrazione di una mente che nel suo mondo, nella sua realtà potrebbe essere esattamente come noi, non è detto che sia una divinità che crea o un essere superiore, potrebbe essere come uno scrittore quando inventa una storia con dei personaggi eccetera. Su cose del genere si potrebbe andare avanti a discutere all’infinito, ma nel corso della serata c’è stato ancora il tempo giusto per dei chiarimenti di concetti espressi nelle serate precedenti e che qualcuno si è perso perché non è venuto oppure di concetti di questa sera. Qualcuno si è chiesto se la forza tanto nominata in STAR WORS fosse in qualche modo assimilabile ai concetti di materia ed energia oscura e se tali concetti si dovessero considerare fisici o non fisici. Secondo Cesare Vola la forza di STAR WARS è un qualcosa di intelligente più assimilabile al divino, mentre la materia e l’energia oscura (per altro teorizzate vent’anni dopo STAR WARS) sono più inerti. Queste tematiche possono facilmente sfociare nella fantascienza così come nella filosofia, nella speculativa.

E con questa serata si è concluso questo ciclo di aperture estive straordinarie della Casa Uboldi con un tema perfetto per le sere d’estate che già di per sé, almeno secondo me, maggiormente si prestano a maggiori meditazioni. Serate che, si può dire, hanno in tutti i sensi ampliato gli orizzonti di chi ha avuto la pazienza e la curiosità di stare ad ascoltare.

Antonella Alemanni

 

 

(galleria immagini da Google)

 

LA MUSICA AL CINEMA

 

 

TALAMONA dal 6 al 27 marzo 2015 un’iniziativa inedita della biblioteca

 

 

Cineforum

 

PICCOLO CINEFORUM TEMATICO CURATO DAI VOLONTARI DELLA BIBLIOTECA

Più e più volte durante le introduzioni o gli interventi conclusivi delle serate in biblioteca è stata sottolineata l’importanza versatile che la Casa Uboldi ha assunto nel corso del tempo per la comunità talamonese (o almeno per una parte di essa, quella che partecipa). Qualcuno ha osservato come più volte vi si può ricreare la stessa atmosfera delle società contadine quando gli unici svaghi consistevano nel ritrovarsi tutti insieme nelle stalle a raccontarsi storie o nelle locande per sentire anche le testimonianze dei viandanti. Il racconto è sempre stato sin dagli albori dell’umanità un modo per veicolare informazioni, scambiare idee e conoscenze. In qualche modo alla Casa Uboldi ci si è presi il tacito impegno di portare avanti queste tradizioni s si può dire che è in questo spirito che hanno avuto luogo tutte le serate che sono state proposte (o comunque molte di esse). Tradizione si, ma senza rinunciare alla tecnologia moderna (anche se non sempre necessaria) come presentazioni interattive di foto e video, slide, spezzoni di film. Ed è così che tra modernità e tradizione la vita culturale va avanti da ormai tre anni molto spesso grazie a proposte che nascono per caso e che toccano vari argomenti con varie modalità. Ed è così che per caso, durante una riunione del gruppo volontari, durante le quali si mettono a confronto le idee e si discutono anche proposte di esterni che vorrebbero intervenire, qualcuno ha proposto di realizzare un piccolo cineforum: si è parlato di tutto in biblioteca perché non dedicare un piccolo spazio anche al cinema? Certo non si sarebbe trattato di un cineforum come quello realizzato a Morbegno (questo anche solo per non “pestarsi i piedi” come si suol dire), ma un qualcosa più casereccio più nel nostro stile, cicli più brevi e tematici. In realtà ci è voluto un po’ prima che questa proposta venisse vagliata. In realtà ci sono state già in passato delle serate che hanno preso avvio dalla proiezione di film, documentari soprattutto (come un paio di serate organizzate dal gruppo RIFIU-TAL-0)  o film per bambini (per i quali non è pensabile però proporre un cineforum continuativo, più logiche sarebbero delle serate dislocate), ma non un cineforum vero e proprio, mirato, organizzato con questo specifico scopo.Poi Stefano Ciaponi, membro onorevole non solo del gruppo volontari della biblioteca, ma anche della filarmonica, ha cominciato a lavorare ad un breve ciclo della durata di un mese sul suo argomento preferito, la musica, mettendo insieme film che sanno dare una fotografia efficace non solo dei compositori di cui parlano, ma anche dell’epoca in cui sono vissuti. Ah quei secoli! Personalità eccelse che si incontravano, stringevano profonde amicizie o intense rivalità, ma comunque interagivano tra loro, discutevano, esprimendo ognuno la propria idea sulla musica (come ben si è visto nei film proposti) ma in generale su tutte le arti, le scienze. Secoli di invenzioni, scoperte, nuove teorie, di viaggi esplorativi alla continua ricerca di nuove terre, popoli, culture. Secoli di grandi fermenti dei quali oggi nella nostra epoca, rimane a malapena lo scheletro. Ed ecco come questo cineforum l’ho vissuto personalmente soprattutto all’insegna della nostalgia. Ed ora ecco qui la rassegna dei film proposti subito dopo il ciclo di viaggi di quest’anno come stabilito durante le riunioni dei volontari.

Venerdì 6 marzo 2015 AMADEUS di Milos Forman

Un film di cui tutti hanno perlomeno sentito parlare se non lo hanno visto. Un film che non punta tanto sull’aderenza storica quanto sulla sfarzosa rappresentazione della vivacità culturale di quell’epoca tra Illuminismo e Post barocco nonché delle personalità dei personaggi coinvolti (l’esuberanza di Mozart e l’invidia lacerante di Salieri). AMADEUS è tutto questo. Il racconto della vita e del genio di quello che è considerato il più grande musicista di tutti i tempi, ma dal punto di vista di colui che fu il suo più acerrimo rivale (sebbene con una certa dose di ammirazione), Salieri, la cui invidia lo porterà gradualmente alla pazzia. Un film che è soprattutto una non indifferente esperienza di visione e grazie al quale si può entrare nel vivo di grandi opere che hanno positivamente e indelebilmente segnato la cultura universale.

Venerdì 13 marzo 2015 IO E BEETHOVEN di Agniezska Holland

Ludwig Van Beethoven nasce a Bonn nel 1770 (il mio stesso giorno il 15 dicembre che coincidenza!) ed è considerato il più grande musicista e compositore di tutti i tempi secondo solo a Mozart il quale però è considerato talmente grande da essere unico e dunque inarrivabile persino per le classifiche. Pare che i due potrebbero essersi incontrati una volta nel 1787, quando Mozart aveva 31 anni e Beethoven 17, ma quest’ultimo a quell’epoca ancora non lasciava intendere chiaramente cio che sarebbe diventato. Se Beethoven non è passato alla Storia come un bambino prodigio lo è però passato per essere stato un grande innovatore della musica l’ultimo grande della musica classica e allo stesso tempo il precursore della musica romantica con innovazioni che hanno permesso alle sue opere di travalicare i tempi molte delle quali composte dopo il sopraggiungere della sordità ed è stato forse questo, il fatto di aver composto opere da sordo, a consacrarlo davvero come un grande genio. Nove sinfonie, fughe, sonate per piano e per quartetti d’archi e una sola opera lirica il FIDELIO che esalta l’amore coniugale. E pensare che lui non si è mai sposato e quando morirà nel 1827 a Vienna suo unico erede sarà il nipote Karl. Il film racconta proprio gli ultimi atti della vita di Beethoven (in modo romanzato), il suo declino più umano che artistico (se non si considera che alcune opere di quel tempo, considerate oggi le più geniali, vennero accolte con disgusto dalla società dell’epoca, come ad esempio la sua grande fuga) la sua personalità difficile e il rapporto un po’ ambiguo con la copista Anna Holz (che personalmente mi ha ricordato il rapporto che si crea tra il pittore Vermeer e la sua modella ne LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA). Un film che fa notare una maggiore sobrietà rispetto all’epoca di Mozart soprattutto per quanto riguarda i costumi, ma anche per una generale sobrietà e che propone comunque rimandi all’epoca precedente nonché allo stesso film su Mozart visto la scorsa settimana. È un caso che le scene finali della morte dei due artisti sopraggiunta mentre dettavano l’ultima opera sia molto simile nei due film?

Venerdì 20 marzo 2015 TUTTE LE MATTINE DEL MONDO di Alain Corneau

Un film completamente intriso di musica dove il personaggio principale è uno strumento oggi praticamente sconosciuto, la viola da gamba. È intorno ad essa che si muovono i drammi dei personaggi umani di questo film: un musicista, Saint Colombe, storicamente esistito ma del quale non si hanno notizie certe (nel film si dice che abbia aggiunto la settima corda della viola da gamba che fu ufficialmente adottata poi solo a Parigi ma non a Londra, che abbia introdotto nuove posizioni per tenere lo strumento e l’archetto, nuove armonie) anche perché la pellicola lo ritrae cupo e ritirato, in continuo rifiuto dei rapporti col Mondo e delle pressioni di chi lo vorrebbe musicista di corte, pervaso solo dalla missione di trasmettere la musica alle due figlie (che alleverà con freddezza) e dalla ricerca di un rapporto esclusivo con la musica, del suo valore assoluto, una ricerca che lo porterà a vedere il fantasma della moglie della cui morte lui non si è mai rassegnato. Un valore assoluto della musica che, negli ultimi anni della sua vita egli riuscirà a trasmettere all’altro protagonista (fittizio non storico) del film che fu suo allievo e ospite per anni (ebbe persino una relazione con la maggiore delle due figlie la quale, dopo il suo abbandono deperì e si suicidò) e che dopo essere divenuto musicista alla corte di Luigi XIV sentirà il bisogno di assimilare a pieno la concezione musicale del suo maestro. Un film che si propone come un apologo sulla musica e sul rapporto maestro-allievo.

Venerdì 26 marzo 2015 FARINELLI VOCE REGINA di Gérard Corbiau

Quando il proprio talento risiede in una voce cristallina d’infante capace di ammaliare e di toccare le corde più profonde del cuore fino a che punto si è disposti a sacrificarsi in nome di un simile talento? Il film di questa sera fornisce una possibilità di risposta raccontando la vita di Farinelli (nome d’arte di Carlo Broschi) il più grande cantante castrato della storia. Perché era appunto la castrazione il terribile prezzo da pagare per certi bambini dotati di voce angelica e abilità canore di modo che queste caratteristiche non svanissero con la pubertà. Un dramma che ha segnato irrimediabilmente molte vite, soprattutto tra i figli dei ceti più poveri, sottoposti a queste pratiche con la speranza che il loro talento li riscattasse dalla miseria (speranza non sempre ben riposta) vite che si cercava di tutelare imponendo, come condizione per effettuare la castrazione, il consenso scritto dei diretti interessati, i quali però perlopiù erano analfabeti e per nulla nelle condizioni di poter determinare il proprio destino. Sulle origini dell’usanza dei cantanti castrati il mistero è fitto. Si pensa che il tutto sia da ricondurre all’invettiva di San Paolo “le donne tacciano in chiesa” e dunque dalla necessità di sopperire alla mancanza di toni più acuti nei cori ecclesiastici, sacrificando per tutta la vita a questo scopo le migliori tra le voci bianche. Se questo può essere vero in ambito ecclesiastico non lo è però nei teatri dove si rappresentavano opere nelle quali comparivano sia donne che cantanti castrati. Il dibattito è aperto, ma certo arrivare alla soluzione non lenisce il dramma di chi ha dovuto subire tutto cio. Dramma che questo film racconta discretamente bene, soprattutto nelle scene finali. Farinelli nacque ad Andria nel 1705 e morì a Bologna nel 1782, figlio di un maestro di cappella del Duomo, la sua carriera musicale si sviluppo gomito a gomito col fratello Riccardo, considerato un discreto compositore, il cui unico strumento fu per tutta la vita la voce del suo eccezionale fratello che può essere considerata la vera protagonista del film (non purtroppo l’originale, ma una ricostruzione tecnica al computer, la sovrapposizione della voce di un soprano e quella di un controtenore), un film sontuoso che ben sa tracciare una fotografia della cultura di quell’epoca e che scava in modo abbastanza esauriente nella vita (anche amorosa nonostante la castrazione) del protagonista e di tutti i personaggi.

Ed è con questo film che si è conclusa la rassegna salutata da un pubblico non folto ma di affezionati che contribuiscono a rendere ancora più intimistica e raccolta l’atmosfera delle nostre serate. In realtà era previsto anche un quinto film di stampo più moderno rispetto a questi, un film ambientato nell’Inghilterra di Margareth Tatcher che racconta la storia di un gruppo di lavoratori che ha fondato anche una banda (cosa non così strana nei Paesi anglosassoni, dove l’insegnamento della musica, l’insegnamento vero, tecnico è considerato parte integrante della formazione individuale e non è relegata solo nei conservatori come in Italia) ma che a un certo punto rischia di perdere entrambi, lavoro e banda. Un film che, come mi ha spiegato Stefano Ciaponi (dandomi anche tutte queste informazioni a riguardo) non è stato proiettato per varie problematiche di tempistica, permessi e quant’altro. Un vero peccato che però non ha impedito il successo di questo primo esperimento per il quale bisogna ringraziare anche Luigi Scarpa, altro volontario, per i suoi personali riassunti dei vari film (si veda scheda qui sotto) ma soprattutto per gli aneddoti storici.

 

 

 

Schede presentazioni

Venerdì 13 marzo – “Io e Beethoven” di Agniezska Holland (2006)

Il film narra una vicenda di fantasia, seppure gli elementi biografici relativi a Beethoven siano reali.

La trama, in sintesi massima, è questa: siamo a Vienna, nel 1824. L’esecuzione della Nona Sinfonia è alle porte, ma Beethoven ha bisogno di un copista per terminare il lavoro. Il Conservatorio gli invia dunque il migliore tra i suoi allievi, Anna Holtz, una giovane studentessa di composizione. Nonostante le prime resistenze del proverbialmente burbero Maestro, alla fine Beethoven accetta l’aiuto della ragazza, che con sua sorpresa diventerà imprescindibile per l’esecuzione della sinfonia, essendo il compositore impedito dalla sordità pressoché totale.

Tutta la pellicola è incentrata sull’ultimo periodo di Beethoven. Dal punto di vista biografico viene dunque messa in risalto la sua sordità, mentre da quello musicale si sottolineano gli elementi rivoluzionari delle sue ultime composizioni, che in qualche maniera preannunciano l’atonalità e gli sperimentalismi del Novecento (si sentirà e si parlerà della “Grande Fuga”). Interessante la scena dove il compositore, costretto a letto da una malattia, detta alla copista la meravigliosa “Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito” – in modo lidio, stando all’indicazione dello stesso compositore – contenuta nel quartetto per archi n. 15, op.132, dove si mostra in parole e in musica il tentativo di Beethoven di esplorare regioni musicali al di là del sistema tonale.
Un altro elemento di rilievo nella narrazione è il rapporto di Beethoven col divino, che si configura in un panteismo nel quale la natura è il segno visibile della presenza di dio nel mondo (numerosi i dialoghi e le scene a questo proposito).

 

–          Venerdì 20 marzo – “Tutte le mattine del mondo” di Alain Corneau (1991)

Il vero protagonista del film è uno strumento musicale oggi estinto, la viola da gamba.
Si narrano le vicende di Marin Marais che, ormai anziano e affermatissimo musicista alla corte di Lugi XIV, ancorché profondamente insoddisfatto, ripercorre la sua vicenda umana e artistica. Marais racconta come in gioventù abbia fatto di tutto per farsi accettare quale allievo da Monsiueur de Sainte-Colombe, virtuoso della viola da gamba – personaggio realmente esistito, benché le informazioni sul suo conto siano scarsissime (sopravvivono ad oggi un pugno di sue composizioni e si crede che a lui si debba l’introduzione della settima corda sul basso di viola, ma non si hanno notizie certe né sul nome di battessimo né sull’anno di nascita e morte del musicista).
Viene dunque ritratto da vicino Monsieur de Sainte-Colombe. Si mostra come per tutta la vita rifiutò sempre gli onori e i numerosi incarichi offertigli presso la corte di Luigi XIV, ai quali preferì la vita solitaria nella campagna francese, dove passava le giornate suonando, circondato dalle sue figlie. La pellicola suppone che all’origine del disprezzo per il mondo di Monsieur de Sainte-Colombe stesse il dolore per la perdita della moglie, che mai avrebbe superato. Ci sono delle scene molto suggestive dove si mostra come, attraverso la musica, Sainte-Colombe riuscisse a rievocare il ricordo della compianta consorte.
Marais, dunque, nel racconto del suo singolarissimo apprendistato musicale, rende partecipe l’uditorio di quello che è il senso ultimo della musica così come lo ha appreso dal suo maestro, al di là delle parole, dei luoghi comuni e della vanagloria.

La colonna sonora del film è curata da Jordi Savall, musicista catalano al quale si deve la riscoperta in tempi odierni della viola da gamba e del suo repertorio.

 

–          Venerdì 26 marzo – “Farinelli, voce regina” – di Gérard Corbiau (1994)

La vita del celebre castrato Farinelli, al secolo Carlo Broschi, è ripercorsa per intero, dalla fanciullezza e gli studi a Napoli fino ai successi europei di Londra e Madrid. Al centro della vicenda, oltre alla voce straordinaria del più famoso dei castrati, è il dramma per la subìta castrazione, il complesso rapporto col fratello Riccardo, compositore spesso considerato mediocre, e la rivalità con Haendel. Una parte di rilievo spetta anche a Nicola Porpora, compositore napoletano, maestro di canto di tutti i più grandi castrati dell’epoca (fra gli altri, Caffarelli e il Porporino, oltre allo stesso Farinelli).
Una curiosità interessante riguarda le parti cantate della colonna sonora. Per ricreare la voce del castrato sono state registrate separatamente e poi sovrapposte al computer due diverse voci, quella di una soprano e quella di un controtenore (Derek Lee Ragin, uno dei rari esempi di voce maschile che al giorno d’oggi siano in grado di eguagliare la tessitura di un castrato).

 

 

Antonella Alemanni

FIABE NEL PIATTO IN GIRO PER IL MONDO

TALAMONA 21 marzo 2015 notte del racconto

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UNA SERATA SPECIALE PER I PIU’ PICCOLI

Imparare la tolleranza, l’apertura verso nuovi mondi anche attraverso il cibo, l’infinita armonia di sapori e odori e consistenze che in giro per il mondo si possono trovare. Questa la grande occasione offerta ai piccoli talamonesi nell’ambito del progetto IO MI RACCONTO TU TI RACCONTI NOI CI INCONTRIAMO dal gruppo A MILLE che ripete con successo l’esperienza della NOTTE DEL RACCONTO brillantemente sperimentata gia il 3 gennaio 2011 quando la biblioteca era ancora in fase di rodaggio nella sua attuale sede. Questa sera alle 20.30 di scena appunto il cibo che ossessiona le giornate di tre fratelli, stanchi di mangiare sempre la solita minestra e che dunque decidono di imbarcarsi in uno spericolato viaggio alla scoperta dei sapori del mondo seguiti dai nostri bambini. Per l’occasione stasera la CASA UBOLDI è diventata il Mondo e ogni locale un diverso Paese ciascuno con la sua storia da raccontare che i bambini hanno potuto scoprire suddivisi in tre gruppi. In Ecuador con Marta e suo zio Ugo, di professione cacciatore di gusti, alla scoperta dei mille segreti della fava del cacao. In India per vivere un’avventura mirabolante in stile fiaba delle mille e una notte alla scoperta dei segreti del the accompagnando una principessa, innamorata del suo burbero vicino, alla ricerca dell’Isola che non The che custodisce la varietà di the più buona che c’è, piante di the dalle foglie gigantesche. In Marocco con Sumiya alla scoperta delle infinite varietà di spezie dai mille colori e aromi. Infine di ritorno in Italia, nella sala conferenze, per seguire la storia di Raffaele Esposito e la nascita della pizza Margherita. Infine il momento clou tanto atteso dai bambini: pizzette e bibite per tutti grandi e piccini!

Antonella Alemanni

IN BICI DALLA VALTELLINA AL MAR CASPIO

 

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TALAMONA 13 novembre 2014 riapre la serie dei viaggi in biblioteca

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RESOCONTO DI DUE VIAGGI AVVENTUROSI, INNO ALLA LIBERTA’ E AL PIACERE DELLA SCOPERTA

Dopo il grande successo della prima edizione e dopo molte traversie e disguidi nella passata stagione, rieccoci finalmente qui questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.45 con la seconda edizione dei viaggi in biblioteca, uno degli eventi che ha contribuito maggiormente a far avvicinare il pubblico alla biblioteca e a renderla viva. Ad aprire i battenti presentando il primo viaggio della nuova edizione sono stati Fabio Fanoni e Andrea Caocinati che hanno voluto dare un assaggio delle loro traversie al pubblico attraverso uno sketch. Hanno finto di essere in un bar e di non riuscire a farsi capire dalla cameriera. È a questo punto che è entrata in scena Simona Duca ex assessore alla cultura e da sempre presentatrice degli eventi della biblioteca, che anche questa sera ha introdotto brevemente gli ospiti lasciandogli poi immediatamente tutto lo spazio necessario. In realtà questa sera Fabio e Andrea hanno presentato due viaggi o meglio uno stesso viaggio in due tempi. La prima parte di questo viaggio risale al 2010 ed è stata compiuta da Fabio in compagnia di Emanuele Rusconi, da Sondrio ad Istanbul, mentre la parte effettuata con Andrea ha avuto luogo lo scorso anno e da Istanbul si è arrivati sino in Azerbaijan. Andrea e Fabio hanno definito il loro viaggio cicloturistico sottolineando la parte importante che ha avuto la componente avventurosa e l’utilizzo della bicicletta, un tipo di viaggio che richiede una certa preparazione atletica, ma anche geografica dei luoghi e dei percorsi da svolgere nonché naturalmente un grande spirito di adattamento. Un viaggio che ricalca in parte quello effettuato da Rumiz Rigatti e Altan nel 2000. Un viaggio effettuato seguendo strade poco trafficate e percorsi fuori mano. Del resto anche la meta è di gran lunga molto al di fuori del solito circuito turistico. L’Azerbaijan è una repubblica caucasica affacciata sul Mar Caspio (che poi sarebbe un lago, il più grande del Mondo ed è chiamato mare appunto solo in virtù della sua estensione). Un viaggio che parte da Piazza Garibaldi a Sondrio e arriva all’Aprica seguendo la direzione di Carona  per prendere poi la decauville che da Caprinale porta all’imbocco della val Belviso. Un viaggio dove le avventure gli imprevisti e la componente rocambolesca si fanno sentire fin da subito. I nostri eroi si sono infatti persi nei boschi di quella zona, ma hanno anche avuto l’opportunità di fare qualche incontro interessante. A Edolo hanno incontrato Jan, un altro ciclista avventuroso in giro per l’Europa da un paio di mesi. Giunti in Veneto hanno costeggiato Bassano del Grappa, un borgo sulle rive del Brenta che conserva parecchie memorie della Grande Guerra e giacché c’erano hanno pensato di fare una piccola deviazione a Venezia dopo aver costeggiato il Brenta fino a Piovego, nei pressi di Padova. Peccato che Venezia non è una città per ciclisti: canali e scalini senza nemmeno una rampa apposita, turisti incuriositi e divertiti, ma almeno la cena rimediata a base di patate. “ho capito a quel punto perché un ragazzo che avevamo incontrato pochi chilometri più indietro quando gli abbiamo raccontato il nostro viaggio e gli abbiamo detto che volevamo andare in direzione di Venezia si è messo a ridere” ha detto Fabio che poi ha continuato il racconto “L’indomani proseguiamo di nuovo verso Est, cercando il più possibile di evitare le strade secondarie, anche se non sempre ci siamo riusciti”. Verso est i nostri giungono ad Aquileia città romana che ebbe un pessimo incontro ravvicinato con Attila, re degli Unni e flagello di Dio e qui in questa città ricca di storia, incontrano Tonio “cicloturista solitario, partito dalla Spagna e diretto a Istanbul. Lui aveva in programma di seguire la costa fino a Dubrovnik e allora ci siamo dati appuntamento a Istanbul. Siamo arrivati un giorno prima di lui. Era così contento del suo carrellino che lo chiamava “el puta de carro”. Gli ultimi chilometri in territorio italiano ci portano a Trieste, dove salutiamo definitivamente il mar Mediterraneo” ed anche l’Italia perché a questo punto i nostri fanno il loro ingresso in Slovenia. “Per chi non la conosce, la Slovenia può essere considerata la Svizzera della penisola Balcanica: ordine,  pulizia, splendido paesaggio naturale, rispetto per l’ambiente, rispetto per i ciclisti, traffico praticamente inesistente. In altre parole: il paradiso della bicicletta. Da visitare”. Peccato che a questo punto i due ciclisti si trovano a dover affrontare un altro intoppo “Guasto al portapacchi e riparazione di fortuna con fil di ferro e fascette, in attesa di trovare un negozio per comprarne uno nuovo”. Ma questo comunque non ha precluso una visita in questi luoghi tanto splendidi. Tra le altre cose “Le tipiche caserme dei vigili del fuoco, riconoscibili, tra l’altro , per l’affresco di San Floriano, il loro santo protettore. La Slovenia è piccola e in meno di 3 giorni è già finita. Entriamo nella più caotica Croazia e in pochi chilometri siamo a Zagabria, la capitale. Abbandoniamo la città seguendo la Sava, che poi attraversiamo con un rudimentale ma efficiente traghetto di Leonardo. Strade deserte per via della festa nazionale. Poche pendenze e vento a favore ci permettono di fare 180 chilometri senza fatica”.  La Croazia appare come una terra poco urbanizzata. In particolar modo una regione, la Slavonia è fatta esclusivamente di villaggi da strada con le case disposte sui due lati senza un centro. “Nella parte più orientale” ha raccontato ancora Fabio “dove la Croazia si incunea tra Serbia e Bosnia, troviamo le segnalazioni dei campi minati. La guida turistica sconsiglia non solo il campeggio libero ma anche di uscire dalla strada. Noi però abbiamo pensato che questo luogo poteva essere ragionevolmente sicuro. Vukovar porta ancora i segni della guerra. La torre dell’acquedotto è rimasta li a testimoniare gli 87 giorni di assedio, tra agosto e novembre ’91. La città è tornata a far parte della Croazia soltanto nel ’98”. Dopo la Croazia, il viaggio è proseguito in Serbia “Ecco il Danubio, uno dei fiumi che più facilmente capita di incontrare girovagando per l’Europa.  Partendo dalla Valtellina, qualunque direzione si prenda compresa fra Nord e Sud-Est, prima o poi si incontra il Danubio. A Novi Sad ci concediamo un giorno di pausa. Abbandoniamo le bici in ostello e col treno raggiungiamo Belgrado. La città ci appare squallida, sporca e decadente. Non c’è nulla di interessante da visitare, a parte i musei che però quel giorno, essendo lunedì, erano tutti chiusi. Qui il Danubio incontra una nostra vecchia conoscenza: la Sava”. Ed ecco come a questo punto il racconto avventuroso dei due giovani si è arricchito anche di informazioni pratiche a beneficio di eventuali emuli “Un modo alternativo per avvicinarsi alla Turchia è quello di seguire la ciclabile del Danubio, che non esiste soltanto nel tratto Passau – Vienna, il più famoso, ma sembra essere ben segnalata in tutto il suo tragitto. Questo presenta almeno tre vantaggi: disponibilità di una cartografia dettagliata, facilità di orientamento e presenza di campeggi. E uno svantaggio: le zanzare. Le fontane non sono molto diffuse e, quando le si trovano, può capitare di dover aspettare il proprio turno”. Non tutte le città della Serbia sono deludenti come la sua capitale “A Niš, città molto attiva della Serbia meridionale, si sta svolgendo il Nišville Jazz Festival, un’importante manifestazione jazzistica che attira artisti da tutto il mondo. Non passa inosservata l’assonanza con la città americana di Nashville, uno dei centri più importanti per la musica. Sono andati avanti a suonare tutta la notte”. Gli ultimi chilometri in Serbia sono caratterizzati da lunghi tratti in salita “ma le pendenze non sono quelle indicate dal cartello. Saliamo al passo Ploca, scendiamo a Bela Palanka, risaliamo al passo Kruška e torniamo di nuovo in pianura, a Pirot. Caldo pazzesco, si inizia a sentire il Sud. Si sta bene in quota, se così si può dire perché non si raggiungono i 700 metri, e davanti a una fontana non si rinuncia a una sosta”. A questo punto si tratta davvero di compiere gli ultimi chilometri in Serbia e già si cominciano a vedere le prime indicazioni della meta. Intanto dalla Serbia i nostri eroi giungono in Bulgaria. Prosegue il racconto di Fabio “Dopo la frontiera abbandoniamo la strada principale e proseguiamo verso la capitale su una strada di pavé. Mentre in Serbia il cirillico sta scomparendo, qui è ancora molto diffuso tanto che anche le insegne commerciali si sono piegate a questa calligrafia. C’è anche una piazza dedicata a Garibaldi. E’ stata inaugurata  il 13 giugno 2010 in occasione dell’allora primo ministro (che non voglio citare altrimenti mi viene la dermatite…) Le pianure della Slavonia sono ormai un lontano ricordo. Qui dominano le salite, che superano i 1300 metri, e il caldo. Bisogna alzarsi sempre più presto alla mattina. Di notte in città si fa fatica a dormire. Meglio accamparsi con la tenda in mezzo alla campagna, qui non dice niente nessuno. I carretti a cavallo sono molto più diffusi rispetto al resto della penisola balcanica e la ferrovia ha vinto il diritto di passaggio sulla strada. Ci fermiamo per uno spuntino davanti a una casa e veniamo accolti dai sui abitanti, che ci riempiono le borse di verdura”. A questo punto l’arrivo a Plovdiv, una delle città più antiche della Bulgaria. “Non mancano però gli esempi di pessimo abbinamento tra il nuovo e il moderno. Qui abbiamo uno stadio del II secolo dopo cristo con al centro un edificio indefinibile. Finalmente mi decido a cambiare il portapacchi. Il fil di ferro non teneva più”. Da qui cominciano gli ultimi chilometri in Bulgaria “Poco prima del confine, abbandoniamo la strada principale per Edirne, che entra direttamente in Turchia, e facciamo una piccola deviazione in Grecia. 40 chilometri su una strada a 4 corsie completamente deserta. In pratica un’enorme pista ciclabile. L’ingresso in Turchia segna l’ingresso in  un’altra religione. Seppur diffuse anche in Bulgaria, le moschee qui diventano l’architettura dominante.  Per chi viaggia in bicicletta, sono la garanzia di trovare acqua in abbondanza. L’interno è piuttosto spoglio: non ci sono panche, non ci sono altari, non ci sono nemmeno quadri o affreschi che raffigurano persone. Solo tappeti e scritte decorative. Su una cosa sono precisissimi i turchi: l’orario delle preghiere. Variano di giorno in giorno e vengono stabiliti in base alla posizione geografica (latitudine e longitudine) della moschea. Questo perché fanno riferimento alla posizione del sole. Come vedete, si inizia anche molto presto al mattino, giusto per rovinare il sonno ai cicloturisti che alloggiano nei paraggi. Per essere sicuri che nessuno dorma, fanno scoppiare un grosso petardo e passano per le strade con dei tamburi. Poi arriva il canto del muezzin. Qui iniziano i problemi. Io capisco che il corano vieti ai propri fedeli il consumo di alcol, ma se io non sono mussulmano non posso bermi una birra?  Qui ho dovuto litigare per averne una. Il ristoratore è andato a comprarla in un altro negozio perché non era nel menu. Però mi ha imposto di tenerla nascosta nel sacchetto di carta, come se non si vedesse che si tratta di una birra. Emanuele si è subito adeguato bevendo Ayran. Vicino a Edirne c’è un antico complesso ospedaliero costruito dal sultano Bayezit II nel 1400. Comprendeva una moschea, l’università di medicina e la zona per i malati psichiatrici, che venivano curati con la musica. Ogni patologia aveva la sua. Oggi ospita il museo della salute. Poiché siamo in anticipo sulla tabella di marcia decidiamo di fare una deviazione verso Est per raggiungere il mar Nero e costeggiarlo fino al Bosforo. Eccoci arrivati al mare. Qui siamo a Kiköy, piccolo villaggio di pescatori e meta di turisti locali. Mentre due gatti fanno la guardia alle biciclette… ci concediamo  un pranzo tipico turco sulla terrazza panoramica di un ristorantino affacciato sul mare. Poi cerchiamo di imparare le regole della Tavla (da noi chiamato backgammon), il gioco più diffuso in Turchia. Il barista ci affianca due clienti, che ci suggeriscono le mosse. In realtà sono loro a giocare, noi ci limitiamo a muovere le pedine e lanciare i dadi. Riprendiamo il viaggio ma ci accorgiamo che non è possibile seguire la costa. Le strade finiscono all’improvviso. La nostra mappa al 700 mila di venti anni fa non è attendibile. Ripieghiamo verso sud e arriviamo a Catalca, meta ciclistica di questo viaggio. Da qui a Istanbul proseguiamo in treno, risparmiandoci una trentina di chilometri di traffico selvaggio. Molte persone sconsigliano di entrare a Istanbul in bicicletta. Si perde un po’ il fascino dell’arrivo in bici ma se ne guadagna in salute. La foto davanti al ponte di Galata la facciamo lo stesso”Ed è a questo punto che comincia la seconda parte del viaggio, quella compiuta lo scorso anno con Andrea da Istanbul all’Azerbaijan.Durante il viaggio vediamo numerose piantagioni di nocciole. Mi sono informato: L’80% della produzione mondiale di nocciole proviene dalla Turchia. Il 30% della produzione turca viene acquistata dalla Ferrero. Fatti due conti: almeno una nocciola su quattro, nel mondo, finisce nella Nutella (il secondo fenomeno di consumo di massa dopo la Coca Cola). La strada comincia a essere eccessivamente trafficata. Non ha senso proseguire in questo modo, è soltanto pericoloso. A Giresund riesco a convincere Andrea a prendere un autobus per Trebisonda. Ci godiamo quindi un giorno di riposo in questa città. Dopo un po’ di relax all’Amman, dove c’è un omone peloso che ti massaggia su un letto di marmo, assaggiamo il Kuymach, piatto tipico di Trebisonda. Stessi ingredienti della polenta taragna, ma con un rapporto burro/farina 11 volte superiore… Anziché proseguire lungo la costa, ancora troppo trafficata, decidiamo di fare gli ultimi chilometri di Turchia passando dall’entroterra. Per scavalcare la catena montuosa bisogna risalire una valle, chiamata valle del te. Questa pianta è infatti coltivata in tutta la parte bassa della valle. La strada sale inizialmente tranquilla, poi diventa man mano sempre più impervia. Il paesaggio ricorda un po’ le nostre Orobie.  Se cancellassimo le moschee e le piantagioni di te potremmo dire di essere in val Gerola o in val di Tartano. Più si sale e più le sponde diventano ripide. Siamo preoccupati perché non riusciamo a trovare 2 metri quadri di piano per piantare la tenda. Arriviamo a un posto di blocco. Spieghiamo che stiamo cercando uno spazio per piantare la tenda. Ci dicono che più avanti è peggio e ci invitano a restare con loro. Possiamo stendere i sacchi a pelo in uno sgabuzzino di servizio. Al cambio della guardia ci portano la cena mentre alla mattina ci preparano la colazione e ci riempiono le borse di marmellatine e pane che puzza di gasolio. Passiamo buona parte della serata a bere te e tentare di giocare a carte.  Da qui in avanti, per quasi 300 km, il paesaggio è dominato dalla un susseguirsi di dighe, alcune già costruite, altre in fase di costruzione. 13 in totale. La più grande sta per essere realizzata a valle di Yusufeli (paese di 6000 abitanti che verrà sommerso). Questa diga ha un’altezza di 270 metri e una capienza di 2.3 miliardi di m3 (19 volte la diga di Cancano II) e sarà la più grande di tutta la Turchia. Questo avrà un impatto devastante dal punto sociale (18 villaggi e 15 mila case distrutte), biologico (35 specie endemiche animali e vegetali) ambientale e archeologico. Però consentirà la produzione di 2 mila GWH all’anno”. Finalmente dopo mille traversie l’arrivo in Georgia “Torniamo su strade più tranquille e raggiungiamo la capitale: Tbilisi. Ponte della Pace, costruito da Michele De Lucchi ma chiamato dai georgiani ponte Always, dal nome di una nota marca di assorbenti. A Tblisi non c’è nulla di dritto. Tutto pende: pareti, balconi, soffitti. A camminare in ostello sembrava di essere ubriachi”. Da qui le ultime falcate verso l’Azerbaijan dove grazie al racconto di Fabio e Andrea abbiamo avuto questa sera la possibilità di conoscere meglio un Paese di cui molti nel Mondo forse ignorano persino l’esistenza. Curiosità sul presidente della Repubblica Heydar Aliyev che “Ha dominato la politica azera per 30 anni, è stato presidente dell’Azerbaijan per gli ultimi 10 anni della sua vita (1993 – 2003). E’ succeduto il figlio, con criticate elezioni presidenziali in cui era l’unico candidato. Ha fatto guadagnare all’Azerbaijan il primato di nazione più corrotta del mondo” e su una bandiera da record “Il 2 settembre 2010 questo pennone di bandiera è entrato nel Guinness per essere il più alto del mondo (162 metri). Meno di un anno più tardi (31 agosto 2011) in Tagikistan, ne hanno costruita più alta di 3 metri. Quella bandiera sembra piccola ma ha una superficie di 1800 m2 (60 x 30)”

E con queste curiosità siamo giunti alla fine di questo appassionante racconto di un viaggio fatto di sogni, di avventure, di incontri memorabili, un viaggio che promuove l’incontro con culture diverse e che spesso appaiono come lontane e che insegna che dopotutto lo spirito degli antichi esploratori non si è spento del tutto alla faccia della crisi e del logorio della vita moderna. Un racconto che è stato ascoltato con grande gioia da un pubblico numeroso e partecipe. Davvero un buon inizio. Non si può che restare ad attendere la prossima meta.

Antonella Alemanni

 

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ASSOCIAZIONI E VOLONTARIATO: UNA RETE DI CITTADINANZA ATTIVA A TALAMONA

TALAMONA 14 novembre 2014 invito alla partecipazione popolare alla casa Uboldi

SPUNTI E CONFRONTO PER UNA COMUNITA’ SEMPRE PIU’ ATTIVA E SOLIDALE

cittadini

Talamona è una comunità di volontari. Si può dire che questa è la migliore definizione per questo angolo di Mondo. Sono più di una trentina i gruppi attivi a livello culturale, sociale, di memoria storica e quant’altro. L’incontro organizzato questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.30 ha avuto come scopo principale quello di fare il punto su questa realtà, dando poi il via ad una discussione partecipata di tutta la popolazione (la cui effettiva partecipazione è stata solo discretamente ampia). I punti fondamentali sui quali è stata posta l’attenzione sono stati principalmente questi: il ruolo del volontariato nel contesto sociale, l’effettivo rapporto tra volontariato e cittadinanza attiva (ovvero come, attraverso il volontariato si può partecipare attivamente alla vita della comunità fino ad inserirsi ad un livello nazionale ed internazionale) e soprattutto il rapporto tra volontariato e istituzioni (in primo luogo le amministrazioni locali che, insieme con le associazioni di volontariato sono i principali punti di riferimento per la cittadinanza attiva). A condurre questo importantissimo forum, oltre ad ex membri della precedente amministrazione comunale, sono stati soprattutto Patrizia Bavo e Norberto Riva, due punti di riferimento nella realtà del volontariato in terra di Valtellina. Il discorso è partito da una considerazione tanto semplice quanto spesso difficilmente attuabile: associazioni di volontariato e istituzioni devono poter comunicare tra loro in modo lineare e trasparente poiché perseguono praticamente gli stessi obiettivi, cioè offrire dei servizi che si occupano della popolazione e del bene comune. In questo senso volontari e istituzioni costituiscono una sorta di ossatura comunitaria che a livello di volontariato si fa particolarmente forte in quanto gli intenti non sono (o non dovrebbero essere) viziati da intoppi burocratici o interessi personali come invece capita in ambito di istituzione  politica. Ma affinchè si possa garantire lo svolgimento dell’attività di volontariato è necessario che l’istituzione valorizzi (a volte anche con veri e propri sostegni economici) queste associazioni che solo così possono dare spazio ai servizi offerti. Dunque fino a che punto le istituzioni devono finanziare le associazioni e in che misura? Ha senso che le associazioni di volontariato chiedano finanziamenti alle istituzioni? Questo argomento ha diviso il pubblico della serata, composto in larga parte da esponenti delle associazioni di volontariato talamonesi o che gravitano intorno a Talamona che hanno avuto modo di parlare della loro attività (per esempio associazioni che operano nel campo del sociale come il Gruppo della Gioia e l’AUSER con vari sostegni alle persone diversamente abili e alle loro famiglie, sostegni che vanno dal trasporto all’animazione e come l’US TALAMONESE associazione che a Talamona promuove lo sport, calcio e pallavolo). C’è stato chi ha detto che chiedere finanziamenti alle istituzioni è corretto nel momento in cui l’associazione stessa opera con strutture di proprietà del comune coprendo servizi che graverebbero altrimenti sul comune stesso, mentre negli altri casi dovrebbero essere le associazioni stesse ad auto amministrarsi (come nel corso degli anni ha fatto ad esempio il Gruppo della Gioia organizzando tra le altre cose pranzi e cene sociali e spettacoli teatrali). C’è stato chi ha sottolineato una certa ignoranza nell’ambito delle tematiche di cui le associazioni si occupano, come è il caso dell’ANFAS che sostiene bambini autistici e nella persona del suo presidente Guido Mazzoni ha sottolineato come il tema dell’autismo non sia ben conosciuto in Valtellina cosa che determina un’inadeguatezza delle competenze messe in campo per affrontarlo. Ma prima del lungo dibattito che ha tenuto impegnato il pubblico fino a tarda ora è stato necessario introdurre il discorso generale. Il compito di aprire la questione è toccato a Patrizia Bavo la quale particolarmente sottolineato cio che si diceva poc’anzi e cioè che il volontariato non è una realtà che può agire in sé per sé ma tenere conto e interagire con altre realtà politiche, istituzionali ed economiche. Come può il cittadino che vuole essere attivo farsi effettivamente portatore di interessi che sono sia personali, ma che riguardano in qualche modo la comunità, come può far si che l’attenzione di soggetti importanti ricada su determinate tematiche, come può evitare di disperdere le energie di tutto cio che viene fatto? È importante porre l’attenzione su tutto questo, perché i cittadini devono sapere che il loro ruolo non è soltanto quello di lamentare mancanze e problemi, ma hanno anche il diritto e il dovere di proporre delle soluzioni. Tutto questo diventa molto più facile se ci si trova inseriti in associazioni e si comprende come muoversi. Bisogna innanzitutto sapere come si colloca il volontariato in relazione a tutti gli altri soggetti con cui si deve andare ad interagire, bisogna sapere (come ha poi spiegato Norberto Riva con l’aiuto di una presentazione interattiva) che il volontariato si colloca nell’ambito del cosiddetto terzo settore a metà strada tra soggetti che perseguono (o dovrebbero perseguire) interessi pubblici e quelli che pur mantenendosi nella legalità (purtroppo non sempre in realtà) perseguono finalità di lucro per interessi privati come le imprese, le banche d’affari, la finanza. Il terzo settore comprende invece le banche e le cooperative sociali e tutte quelle associazioni che ufficialmente o non ufficialmente (nel senso che si costituiscono semplicemente con l’impegno dei partecipanti senza nessuna registrazione) perseguono interessi pubblici attraverso l’opera di privati che disciplinano la loro opera attraverso uno statuto dove si deve dire ben chiaro che, indipendentemente dal fatto di avere o meno una registrazione ufficiale, di avere o meno l’intenzione di pagare i propri membri, l’associazione in sé non deve avere scopi di lucro e tutti i componenti devono cooperare insieme sul modello (certo non preso alla lettera) degli insetti sociali. Bisogna anche sapere che una registrazione ufficiale costituisce una maggiore possibilità di iterazione con le istituzioni, maggiori possibilità di essere consultati nel caso in cui le istituzioni, più probabilmente il comune che è l’ente più vicino al cittadino, si occupa delle tematiche di cui si occupano anche le associazioni essendo una collaborazione di più enti sullo stesso tema una possibilità in più di occuparsene nel modo migliore. Bisogna sapere tutto questo perché la cittadinanza attiva e in generale una maggiore consapevolezza è un passo imprescindibile per costruire una vera democrazia. Non si dice forse che libertà è partecipazione? Antonella Alemanni

FAMIGLIA E GENITORIALITA’

TALAMONA riepilogo dei tre incontri con D.ssa Maurizia Bertolini

UN PUNTO SULLA FAMIGLIA E LA GENITORIALITA’

UN’ OCCASIONE PER RIFLETTERE INSIEME SUL MESTIERE PIU’ DIFFICILE DEL MONDO

Il mestiere dei genitori è da sempre quello più difficile e stimolante, ma soprattutto è un mestiere che si evolve nel corso del tempo anche in base ai mutamenti della società. In un’epoca complessa come quella che stiamo vivendo è sempre più difficile avere dei punti di riferimento chiari e dunque è molto difficile dare ai figli strumenti concreti per la loro crescita. I genitori sono sempre più soli con se stessi e c’è sempre più la necessità di doversi confrontare con altri circa il proprio ruolo. Ecco perché durante il mese di ottobre e novembre , si sono svolti in Biblioteca 3 incontri dedicati alla relazione dei genitori con i loro figli in particolare durante 3 fasi di passaggio importanti della vita di un bambino / ragazzo : quella dell’entrata all’asilo, dall’asilo alla scuola elementare e poi quella che attraversa tutto il periodo delle scuole medie che è la preadolescenza, verso l’adolescenza. Gli incontri si sono svolti in maniera informale come “chiacchierata” e spesso si è parlato di tematiche poi più allargate riguardanti le relazioni genitori- figli, della valorizzazione di questa grande esperienza che spesso è “il crescere insieme” in un mondo a volte non semplice e senza perdere mai l’occhio anche sulla grande soddisfazione che da “essere genitori”. Da questi incontri emerge senz’altro l’attrazione a una possibilità di sapere, di informarsi e formarsi ( dove oggigiorno al genitore viene chiesto di sapere e di fare veramente tanto ed a volte “anche di più” ) e soprattutto la possibilità di scambio di esperienze e condivisione degli aspetti del vivere.Parlando insieme ci si apre, ci si confida, e nello scambio, nonostante le peculiarità di ogni famiglia e di ogni relazione, ci si scopre anche a volte inaspettatamente un po’ uguali,  “nella stessa barca” , quella di accompagnare i figli all’esser grandi e preparali ad una autonomia che li sappia far stare nel  mondo in maniera buona e costruttiva. Gli incontri sono stati proposti come un momento per fermarsi, mentre fuori corre l’epoca di internet e del tutto in fretta e di fretta, per potersi offrire questa possibilità di scambio (che un tempo veniva fatta ogni giorno), un confronto aperto al nutrimento dell’anima da cui nascono occasioni di riflessione personale, in un clima di sobrietà ed accoglienza volto alla valorizzazione e all’arricchimento. Questo senz’altro un elemento che è stato messo in risalto sia dai partecipanti che da Maurizia Bertolini, Psicologa , che ha condotto gli incontri. Perché il valore dell’informazione lo possiamo trovare un po’ ovunque, ma quello dello scambio umano è sicuramente una grande ricchezza che possiamo vivere solo se in prima persona decidiamo di offrici questo momento ed aprirci con fiducia agli altri in un’ottica di sincero un nutrimento reciproco che spesso porta con sé vitalità e forza  rinnovata.

Antonella Alemanni e Maurizia Bertolini

 

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 nell’immagine: Renoir, Casalinga con suo figlio Jean