FIABE NEL PIATTO IN GIRO PER IL MONDO

TALAMONA 21 marzo 2015 notte del racconto

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UNA SERATA SPECIALE PER I PIU’ PICCOLI

Imparare la tolleranza, l’apertura verso nuovi mondi anche attraverso il cibo, l’infinita armonia di sapori e odori e consistenze che in giro per il mondo si possono trovare. Questa la grande occasione offerta ai piccoli talamonesi nell’ambito del progetto IO MI RACCONTO TU TI RACCONTI NOI CI INCONTRIAMO dal gruppo A MILLE che ripete con successo l’esperienza della NOTTE DEL RACCONTO brillantemente sperimentata gia il 3 gennaio 2011 quando la biblioteca era ancora in fase di rodaggio nella sua attuale sede. Questa sera alle 20.30 di scena appunto il cibo che ossessiona le giornate di tre fratelli, stanchi di mangiare sempre la solita minestra e che dunque decidono di imbarcarsi in uno spericolato viaggio alla scoperta dei sapori del mondo seguiti dai nostri bambini. Per l’occasione stasera la CASA UBOLDI è diventata il Mondo e ogni locale un diverso Paese ciascuno con la sua storia da raccontare che i bambini hanno potuto scoprire suddivisi in tre gruppi. In Ecuador con Marta e suo zio Ugo, di professione cacciatore di gusti, alla scoperta dei mille segreti della fava del cacao. In India per vivere un’avventura mirabolante in stile fiaba delle mille e una notte alla scoperta dei segreti del the accompagnando una principessa, innamorata del suo burbero vicino, alla ricerca dell’Isola che non The che custodisce la varietà di the più buona che c’è, piante di the dalle foglie gigantesche. In Marocco con Sumiya alla scoperta delle infinite varietà di spezie dai mille colori e aromi. Infine di ritorno in Italia, nella sala conferenze, per seguire la storia di Raffaele Esposito e la nascita della pizza Margherita. Infine il momento clou tanto atteso dai bambini: pizzette e bibite per tutti grandi e piccini!

Antonella Alemanni

IN BICI DALLA VALTELLINA AL MAR CASPIO

 

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TALAMONA 13 novembre 2014 riapre la serie dei viaggi in biblioteca

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RESOCONTO DI DUE VIAGGI AVVENTUROSI, INNO ALLA LIBERTA’ E AL PIACERE DELLA SCOPERTA

Dopo il grande successo della prima edizione e dopo molte traversie e disguidi nella passata stagione, rieccoci finalmente qui questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.45 con la seconda edizione dei viaggi in biblioteca, uno degli eventi che ha contribuito maggiormente a far avvicinare il pubblico alla biblioteca e a renderla viva. Ad aprire i battenti presentando il primo viaggio della nuova edizione sono stati Fabio Fanoni e Andrea Caocinati che hanno voluto dare un assaggio delle loro traversie al pubblico attraverso uno sketch. Hanno finto di essere in un bar e di non riuscire a farsi capire dalla cameriera. È a questo punto che è entrata in scena Simona Duca ex assessore alla cultura e da sempre presentatrice degli eventi della biblioteca, che anche questa sera ha introdotto brevemente gli ospiti lasciandogli poi immediatamente tutto lo spazio necessario. In realtà questa sera Fabio e Andrea hanno presentato due viaggi o meglio uno stesso viaggio in due tempi. La prima parte di questo viaggio risale al 2010 ed è stata compiuta da Fabio in compagnia di Emanuele Rusconi, da Sondrio ad Istanbul, mentre la parte effettuata con Andrea ha avuto luogo lo scorso anno e da Istanbul si è arrivati sino in Azerbaijan. Andrea e Fabio hanno definito il loro viaggio cicloturistico sottolineando la parte importante che ha avuto la componente avventurosa e l’utilizzo della bicicletta, un tipo di viaggio che richiede una certa preparazione atletica, ma anche geografica dei luoghi e dei percorsi da svolgere nonché naturalmente un grande spirito di adattamento. Un viaggio che ricalca in parte quello effettuato da Rumiz Rigatti e Altan nel 2000. Un viaggio effettuato seguendo strade poco trafficate e percorsi fuori mano. Del resto anche la meta è di gran lunga molto al di fuori del solito circuito turistico. L’Azerbaijan è una repubblica caucasica affacciata sul Mar Caspio (che poi sarebbe un lago, il più grande del Mondo ed è chiamato mare appunto solo in virtù della sua estensione). Un viaggio che parte da Piazza Garibaldi a Sondrio e arriva all’Aprica seguendo la direzione di Carona  per prendere poi la decauville che da Caprinale porta all’imbocco della val Belviso. Un viaggio dove le avventure gli imprevisti e la componente rocambolesca si fanno sentire fin da subito. I nostri eroi si sono infatti persi nei boschi di quella zona, ma hanno anche avuto l’opportunità di fare qualche incontro interessante. A Edolo hanno incontrato Jan, un altro ciclista avventuroso in giro per l’Europa da un paio di mesi. Giunti in Veneto hanno costeggiato Bassano del Grappa, un borgo sulle rive del Brenta che conserva parecchie memorie della Grande Guerra e giacché c’erano hanno pensato di fare una piccola deviazione a Venezia dopo aver costeggiato il Brenta fino a Piovego, nei pressi di Padova. Peccato che Venezia non è una città per ciclisti: canali e scalini senza nemmeno una rampa apposita, turisti incuriositi e divertiti, ma almeno la cena rimediata a base di patate. “ho capito a quel punto perché un ragazzo che avevamo incontrato pochi chilometri più indietro quando gli abbiamo raccontato il nostro viaggio e gli abbiamo detto che volevamo andare in direzione di Venezia si è messo a ridere” ha detto Fabio che poi ha continuato il racconto “L’indomani proseguiamo di nuovo verso Est, cercando il più possibile di evitare le strade secondarie, anche se non sempre ci siamo riusciti”. Verso est i nostri giungono ad Aquileia città romana che ebbe un pessimo incontro ravvicinato con Attila, re degli Unni e flagello di Dio e qui in questa città ricca di storia, incontrano Tonio “cicloturista solitario, partito dalla Spagna e diretto a Istanbul. Lui aveva in programma di seguire la costa fino a Dubrovnik e allora ci siamo dati appuntamento a Istanbul. Siamo arrivati un giorno prima di lui. Era così contento del suo carrellino che lo chiamava “el puta de carro”. Gli ultimi chilometri in territorio italiano ci portano a Trieste, dove salutiamo definitivamente il mar Mediterraneo” ed anche l’Italia perché a questo punto i nostri fanno il loro ingresso in Slovenia. “Per chi non la conosce, la Slovenia può essere considerata la Svizzera della penisola Balcanica: ordine,  pulizia, splendido paesaggio naturale, rispetto per l’ambiente, rispetto per i ciclisti, traffico praticamente inesistente. In altre parole: il paradiso della bicicletta. Da visitare”. Peccato che a questo punto i due ciclisti si trovano a dover affrontare un altro intoppo “Guasto al portapacchi e riparazione di fortuna con fil di ferro e fascette, in attesa di trovare un negozio per comprarne uno nuovo”. Ma questo comunque non ha precluso una visita in questi luoghi tanto splendidi. Tra le altre cose “Le tipiche caserme dei vigili del fuoco, riconoscibili, tra l’altro , per l’affresco di San Floriano, il loro santo protettore. La Slovenia è piccola e in meno di 3 giorni è già finita. Entriamo nella più caotica Croazia e in pochi chilometri siamo a Zagabria, la capitale. Abbandoniamo la città seguendo la Sava, che poi attraversiamo con un rudimentale ma efficiente traghetto di Leonardo. Strade deserte per via della festa nazionale. Poche pendenze e vento a favore ci permettono di fare 180 chilometri senza fatica”.  La Croazia appare come una terra poco urbanizzata. In particolar modo una regione, la Slavonia è fatta esclusivamente di villaggi da strada con le case disposte sui due lati senza un centro. “Nella parte più orientale” ha raccontato ancora Fabio “dove la Croazia si incunea tra Serbia e Bosnia, troviamo le segnalazioni dei campi minati. La guida turistica sconsiglia non solo il campeggio libero ma anche di uscire dalla strada. Noi però abbiamo pensato che questo luogo poteva essere ragionevolmente sicuro. Vukovar porta ancora i segni della guerra. La torre dell’acquedotto è rimasta li a testimoniare gli 87 giorni di assedio, tra agosto e novembre ’91. La città è tornata a far parte della Croazia soltanto nel ’98”. Dopo la Croazia, il viaggio è proseguito in Serbia “Ecco il Danubio, uno dei fiumi che più facilmente capita di incontrare girovagando per l’Europa.  Partendo dalla Valtellina, qualunque direzione si prenda compresa fra Nord e Sud-Est, prima o poi si incontra il Danubio. A Novi Sad ci concediamo un giorno di pausa. Abbandoniamo le bici in ostello e col treno raggiungiamo Belgrado. La città ci appare squallida, sporca e decadente. Non c’è nulla di interessante da visitare, a parte i musei che però quel giorno, essendo lunedì, erano tutti chiusi. Qui il Danubio incontra una nostra vecchia conoscenza: la Sava”. Ed ecco come a questo punto il racconto avventuroso dei due giovani si è arricchito anche di informazioni pratiche a beneficio di eventuali emuli “Un modo alternativo per avvicinarsi alla Turchia è quello di seguire la ciclabile del Danubio, che non esiste soltanto nel tratto Passau – Vienna, il più famoso, ma sembra essere ben segnalata in tutto il suo tragitto. Questo presenta almeno tre vantaggi: disponibilità di una cartografia dettagliata, facilità di orientamento e presenza di campeggi. E uno svantaggio: le zanzare. Le fontane non sono molto diffuse e, quando le si trovano, può capitare di dover aspettare il proprio turno”. Non tutte le città della Serbia sono deludenti come la sua capitale “A Niš, città molto attiva della Serbia meridionale, si sta svolgendo il Nišville Jazz Festival, un’importante manifestazione jazzistica che attira artisti da tutto il mondo. Non passa inosservata l’assonanza con la città americana di Nashville, uno dei centri più importanti per la musica. Sono andati avanti a suonare tutta la notte”. Gli ultimi chilometri in Serbia sono caratterizzati da lunghi tratti in salita “ma le pendenze non sono quelle indicate dal cartello. Saliamo al passo Ploca, scendiamo a Bela Palanka, risaliamo al passo Kruška e torniamo di nuovo in pianura, a Pirot. Caldo pazzesco, si inizia a sentire il Sud. Si sta bene in quota, se così si può dire perché non si raggiungono i 700 metri, e davanti a una fontana non si rinuncia a una sosta”. A questo punto si tratta davvero di compiere gli ultimi chilometri in Serbia e già si cominciano a vedere le prime indicazioni della meta. Intanto dalla Serbia i nostri eroi giungono in Bulgaria. Prosegue il racconto di Fabio “Dopo la frontiera abbandoniamo la strada principale e proseguiamo verso la capitale su una strada di pavé. Mentre in Serbia il cirillico sta scomparendo, qui è ancora molto diffuso tanto che anche le insegne commerciali si sono piegate a questa calligrafia. C’è anche una piazza dedicata a Garibaldi. E’ stata inaugurata  il 13 giugno 2010 in occasione dell’allora primo ministro (che non voglio citare altrimenti mi viene la dermatite…) Le pianure della Slavonia sono ormai un lontano ricordo. Qui dominano le salite, che superano i 1300 metri, e il caldo. Bisogna alzarsi sempre più presto alla mattina. Di notte in città si fa fatica a dormire. Meglio accamparsi con la tenda in mezzo alla campagna, qui non dice niente nessuno. I carretti a cavallo sono molto più diffusi rispetto al resto della penisola balcanica e la ferrovia ha vinto il diritto di passaggio sulla strada. Ci fermiamo per uno spuntino davanti a una casa e veniamo accolti dai sui abitanti, che ci riempiono le borse di verdura”. A questo punto l’arrivo a Plovdiv, una delle città più antiche della Bulgaria. “Non mancano però gli esempi di pessimo abbinamento tra il nuovo e il moderno. Qui abbiamo uno stadio del II secolo dopo cristo con al centro un edificio indefinibile. Finalmente mi decido a cambiare il portapacchi. Il fil di ferro non teneva più”. Da qui cominciano gli ultimi chilometri in Bulgaria “Poco prima del confine, abbandoniamo la strada principale per Edirne, che entra direttamente in Turchia, e facciamo una piccola deviazione in Grecia. 40 chilometri su una strada a 4 corsie completamente deserta. In pratica un’enorme pista ciclabile. L’ingresso in Turchia segna l’ingresso in  un’altra religione. Seppur diffuse anche in Bulgaria, le moschee qui diventano l’architettura dominante.  Per chi viaggia in bicicletta, sono la garanzia di trovare acqua in abbondanza. L’interno è piuttosto spoglio: non ci sono panche, non ci sono altari, non ci sono nemmeno quadri o affreschi che raffigurano persone. Solo tappeti e scritte decorative. Su una cosa sono precisissimi i turchi: l’orario delle preghiere. Variano di giorno in giorno e vengono stabiliti in base alla posizione geografica (latitudine e longitudine) della moschea. Questo perché fanno riferimento alla posizione del sole. Come vedete, si inizia anche molto presto al mattino, giusto per rovinare il sonno ai cicloturisti che alloggiano nei paraggi. Per essere sicuri che nessuno dorma, fanno scoppiare un grosso petardo e passano per le strade con dei tamburi. Poi arriva il canto del muezzin. Qui iniziano i problemi. Io capisco che il corano vieti ai propri fedeli il consumo di alcol, ma se io non sono mussulmano non posso bermi una birra?  Qui ho dovuto litigare per averne una. Il ristoratore è andato a comprarla in un altro negozio perché non era nel menu. Però mi ha imposto di tenerla nascosta nel sacchetto di carta, come se non si vedesse che si tratta di una birra. Emanuele si è subito adeguato bevendo Ayran. Vicino a Edirne c’è un antico complesso ospedaliero costruito dal sultano Bayezit II nel 1400. Comprendeva una moschea, l’università di medicina e la zona per i malati psichiatrici, che venivano curati con la musica. Ogni patologia aveva la sua. Oggi ospita il museo della salute. Poiché siamo in anticipo sulla tabella di marcia decidiamo di fare una deviazione verso Est per raggiungere il mar Nero e costeggiarlo fino al Bosforo. Eccoci arrivati al mare. Qui siamo a Kiköy, piccolo villaggio di pescatori e meta di turisti locali. Mentre due gatti fanno la guardia alle biciclette… ci concediamo  un pranzo tipico turco sulla terrazza panoramica di un ristorantino affacciato sul mare. Poi cerchiamo di imparare le regole della Tavla (da noi chiamato backgammon), il gioco più diffuso in Turchia. Il barista ci affianca due clienti, che ci suggeriscono le mosse. In realtà sono loro a giocare, noi ci limitiamo a muovere le pedine e lanciare i dadi. Riprendiamo il viaggio ma ci accorgiamo che non è possibile seguire la costa. Le strade finiscono all’improvviso. La nostra mappa al 700 mila di venti anni fa non è attendibile. Ripieghiamo verso sud e arriviamo a Catalca, meta ciclistica di questo viaggio. Da qui a Istanbul proseguiamo in treno, risparmiandoci una trentina di chilometri di traffico selvaggio. Molte persone sconsigliano di entrare a Istanbul in bicicletta. Si perde un po’ il fascino dell’arrivo in bici ma se ne guadagna in salute. La foto davanti al ponte di Galata la facciamo lo stesso”Ed è a questo punto che comincia la seconda parte del viaggio, quella compiuta lo scorso anno con Andrea da Istanbul all’Azerbaijan.Durante il viaggio vediamo numerose piantagioni di nocciole. Mi sono informato: L’80% della produzione mondiale di nocciole proviene dalla Turchia. Il 30% della produzione turca viene acquistata dalla Ferrero. Fatti due conti: almeno una nocciola su quattro, nel mondo, finisce nella Nutella (il secondo fenomeno di consumo di massa dopo la Coca Cola). La strada comincia a essere eccessivamente trafficata. Non ha senso proseguire in questo modo, è soltanto pericoloso. A Giresund riesco a convincere Andrea a prendere un autobus per Trebisonda. Ci godiamo quindi un giorno di riposo in questa città. Dopo un po’ di relax all’Amman, dove c’è un omone peloso che ti massaggia su un letto di marmo, assaggiamo il Kuymach, piatto tipico di Trebisonda. Stessi ingredienti della polenta taragna, ma con un rapporto burro/farina 11 volte superiore… Anziché proseguire lungo la costa, ancora troppo trafficata, decidiamo di fare gli ultimi chilometri di Turchia passando dall’entroterra. Per scavalcare la catena montuosa bisogna risalire una valle, chiamata valle del te. Questa pianta è infatti coltivata in tutta la parte bassa della valle. La strada sale inizialmente tranquilla, poi diventa man mano sempre più impervia. Il paesaggio ricorda un po’ le nostre Orobie.  Se cancellassimo le moschee e le piantagioni di te potremmo dire di essere in val Gerola o in val di Tartano. Più si sale e più le sponde diventano ripide. Siamo preoccupati perché non riusciamo a trovare 2 metri quadri di piano per piantare la tenda. Arriviamo a un posto di blocco. Spieghiamo che stiamo cercando uno spazio per piantare la tenda. Ci dicono che più avanti è peggio e ci invitano a restare con loro. Possiamo stendere i sacchi a pelo in uno sgabuzzino di servizio. Al cambio della guardia ci portano la cena mentre alla mattina ci preparano la colazione e ci riempiono le borse di marmellatine e pane che puzza di gasolio. Passiamo buona parte della serata a bere te e tentare di giocare a carte.  Da qui in avanti, per quasi 300 km, il paesaggio è dominato dalla un susseguirsi di dighe, alcune già costruite, altre in fase di costruzione. 13 in totale. La più grande sta per essere realizzata a valle di Yusufeli (paese di 6000 abitanti che verrà sommerso). Questa diga ha un’altezza di 270 metri e una capienza di 2.3 miliardi di m3 (19 volte la diga di Cancano II) e sarà la più grande di tutta la Turchia. Questo avrà un impatto devastante dal punto sociale (18 villaggi e 15 mila case distrutte), biologico (35 specie endemiche animali e vegetali) ambientale e archeologico. Però consentirà la produzione di 2 mila GWH all’anno”. Finalmente dopo mille traversie l’arrivo in Georgia “Torniamo su strade più tranquille e raggiungiamo la capitale: Tbilisi. Ponte della Pace, costruito da Michele De Lucchi ma chiamato dai georgiani ponte Always, dal nome di una nota marca di assorbenti. A Tblisi non c’è nulla di dritto. Tutto pende: pareti, balconi, soffitti. A camminare in ostello sembrava di essere ubriachi”. Da qui le ultime falcate verso l’Azerbaijan dove grazie al racconto di Fabio e Andrea abbiamo avuto questa sera la possibilità di conoscere meglio un Paese di cui molti nel Mondo forse ignorano persino l’esistenza. Curiosità sul presidente della Repubblica Heydar Aliyev che “Ha dominato la politica azera per 30 anni, è stato presidente dell’Azerbaijan per gli ultimi 10 anni della sua vita (1993 – 2003). E’ succeduto il figlio, con criticate elezioni presidenziali in cui era l’unico candidato. Ha fatto guadagnare all’Azerbaijan il primato di nazione più corrotta del mondo” e su una bandiera da record “Il 2 settembre 2010 questo pennone di bandiera è entrato nel Guinness per essere il più alto del mondo (162 metri). Meno di un anno più tardi (31 agosto 2011) in Tagikistan, ne hanno costruita più alta di 3 metri. Quella bandiera sembra piccola ma ha una superficie di 1800 m2 (60 x 30)”

E con queste curiosità siamo giunti alla fine di questo appassionante racconto di un viaggio fatto di sogni, di avventure, di incontri memorabili, un viaggio che promuove l’incontro con culture diverse e che spesso appaiono come lontane e che insegna che dopotutto lo spirito degli antichi esploratori non si è spento del tutto alla faccia della crisi e del logorio della vita moderna. Un racconto che è stato ascoltato con grande gioia da un pubblico numeroso e partecipe. Davvero un buon inizio. Non si può che restare ad attendere la prossima meta.

Antonella Alemanni

 

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ASSOCIAZIONI E VOLONTARIATO: UNA RETE DI CITTADINANZA ATTIVA A TALAMONA

TALAMONA 14 novembre 2014 invito alla partecipazione popolare alla casa Uboldi

SPUNTI E CONFRONTO PER UNA COMUNITA’ SEMPRE PIU’ ATTIVA E SOLIDALE

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Talamona è una comunità di volontari. Si può dire che questa è la migliore definizione per questo angolo di Mondo. Sono più di una trentina i gruppi attivi a livello culturale, sociale, di memoria storica e quant’altro. L’incontro organizzato questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.30 ha avuto come scopo principale quello di fare il punto su questa realtà, dando poi il via ad una discussione partecipata di tutta la popolazione (la cui effettiva partecipazione è stata solo discretamente ampia). I punti fondamentali sui quali è stata posta l’attenzione sono stati principalmente questi: il ruolo del volontariato nel contesto sociale, l’effettivo rapporto tra volontariato e cittadinanza attiva (ovvero come, attraverso il volontariato si può partecipare attivamente alla vita della comunità fino ad inserirsi ad un livello nazionale ed internazionale) e soprattutto il rapporto tra volontariato e istituzioni (in primo luogo le amministrazioni locali che, insieme con le associazioni di volontariato sono i principali punti di riferimento per la cittadinanza attiva). A condurre questo importantissimo forum, oltre ad ex membri della precedente amministrazione comunale, sono stati soprattutto Patrizia Bavo e Norberto Riva, due punti di riferimento nella realtà del volontariato in terra di Valtellina. Il discorso è partito da una considerazione tanto semplice quanto spesso difficilmente attuabile: associazioni di volontariato e istituzioni devono poter comunicare tra loro in modo lineare e trasparente poiché perseguono praticamente gli stessi obiettivi, cioè offrire dei servizi che si occupano della popolazione e del bene comune. In questo senso volontari e istituzioni costituiscono una sorta di ossatura comunitaria che a livello di volontariato si fa particolarmente forte in quanto gli intenti non sono (o non dovrebbero essere) viziati da intoppi burocratici o interessi personali come invece capita in ambito di istituzione  politica. Ma affinchè si possa garantire lo svolgimento dell’attività di volontariato è necessario che l’istituzione valorizzi (a volte anche con veri e propri sostegni economici) queste associazioni che solo così possono dare spazio ai servizi offerti. Dunque fino a che punto le istituzioni devono finanziare le associazioni e in che misura? Ha senso che le associazioni di volontariato chiedano finanziamenti alle istituzioni? Questo argomento ha diviso il pubblico della serata, composto in larga parte da esponenti delle associazioni di volontariato talamonesi o che gravitano intorno a Talamona che hanno avuto modo di parlare della loro attività (per esempio associazioni che operano nel campo del sociale come il Gruppo della Gioia e l’AUSER con vari sostegni alle persone diversamente abili e alle loro famiglie, sostegni che vanno dal trasporto all’animazione e come l’US TALAMONESE associazione che a Talamona promuove lo sport, calcio e pallavolo). C’è stato chi ha detto che chiedere finanziamenti alle istituzioni è corretto nel momento in cui l’associazione stessa opera con strutture di proprietà del comune coprendo servizi che graverebbero altrimenti sul comune stesso, mentre negli altri casi dovrebbero essere le associazioni stesse ad auto amministrarsi (come nel corso degli anni ha fatto ad esempio il Gruppo della Gioia organizzando tra le altre cose pranzi e cene sociali e spettacoli teatrali). C’è stato chi ha sottolineato una certa ignoranza nell’ambito delle tematiche di cui le associazioni si occupano, come è il caso dell’ANFAS che sostiene bambini autistici e nella persona del suo presidente Guido Mazzoni ha sottolineato come il tema dell’autismo non sia ben conosciuto in Valtellina cosa che determina un’inadeguatezza delle competenze messe in campo per affrontarlo. Ma prima del lungo dibattito che ha tenuto impegnato il pubblico fino a tarda ora è stato necessario introdurre il discorso generale. Il compito di aprire la questione è toccato a Patrizia Bavo la quale particolarmente sottolineato cio che si diceva poc’anzi e cioè che il volontariato non è una realtà che può agire in sé per sé ma tenere conto e interagire con altre realtà politiche, istituzionali ed economiche. Come può il cittadino che vuole essere attivo farsi effettivamente portatore di interessi che sono sia personali, ma che riguardano in qualche modo la comunità, come può far si che l’attenzione di soggetti importanti ricada su determinate tematiche, come può evitare di disperdere le energie di tutto cio che viene fatto? È importante porre l’attenzione su tutto questo, perché i cittadini devono sapere che il loro ruolo non è soltanto quello di lamentare mancanze e problemi, ma hanno anche il diritto e il dovere di proporre delle soluzioni. Tutto questo diventa molto più facile se ci si trova inseriti in associazioni e si comprende come muoversi. Bisogna innanzitutto sapere come si colloca il volontariato in relazione a tutti gli altri soggetti con cui si deve andare ad interagire, bisogna sapere (come ha poi spiegato Norberto Riva con l’aiuto di una presentazione interattiva) che il volontariato si colloca nell’ambito del cosiddetto terzo settore a metà strada tra soggetti che perseguono (o dovrebbero perseguire) interessi pubblici e quelli che pur mantenendosi nella legalità (purtroppo non sempre in realtà) perseguono finalità di lucro per interessi privati come le imprese, le banche d’affari, la finanza. Il terzo settore comprende invece le banche e le cooperative sociali e tutte quelle associazioni che ufficialmente o non ufficialmente (nel senso che si costituiscono semplicemente con l’impegno dei partecipanti senza nessuna registrazione) perseguono interessi pubblici attraverso l’opera di privati che disciplinano la loro opera attraverso uno statuto dove si deve dire ben chiaro che, indipendentemente dal fatto di avere o meno una registrazione ufficiale, di avere o meno l’intenzione di pagare i propri membri, l’associazione in sé non deve avere scopi di lucro e tutti i componenti devono cooperare insieme sul modello (certo non preso alla lettera) degli insetti sociali. Bisogna anche sapere che una registrazione ufficiale costituisce una maggiore possibilità di iterazione con le istituzioni, maggiori possibilità di essere consultati nel caso in cui le istituzioni, più probabilmente il comune che è l’ente più vicino al cittadino, si occupa delle tematiche di cui si occupano anche le associazioni essendo una collaborazione di più enti sullo stesso tema una possibilità in più di occuparsene nel modo migliore. Bisogna sapere tutto questo perché la cittadinanza attiva e in generale una maggiore consapevolezza è un passo imprescindibile per costruire una vera democrazia. Non si dice forse che libertà è partecipazione? Antonella Alemanni

FAMIGLIA E GENITORIALITA’

TALAMONA riepilogo dei tre incontri con D.ssa Maurizia Bertolini

UN PUNTO SULLA FAMIGLIA E LA GENITORIALITA’

UN’ OCCASIONE PER RIFLETTERE INSIEME SUL MESTIERE PIU’ DIFFICILE DEL MONDO

Il mestiere dei genitori è da sempre quello più difficile e stimolante, ma soprattutto è un mestiere che si evolve nel corso del tempo anche in base ai mutamenti della società. In un’epoca complessa come quella che stiamo vivendo è sempre più difficile avere dei punti di riferimento chiari e dunque è molto difficile dare ai figli strumenti concreti per la loro crescita. I genitori sono sempre più soli con se stessi e c’è sempre più la necessità di doversi confrontare con altri circa il proprio ruolo. Ecco perché durante il mese di ottobre e novembre , si sono svolti in Biblioteca 3 incontri dedicati alla relazione dei genitori con i loro figli in particolare durante 3 fasi di passaggio importanti della vita di un bambino / ragazzo : quella dell’entrata all’asilo, dall’asilo alla scuola elementare e poi quella che attraversa tutto il periodo delle scuole medie che è la preadolescenza, verso l’adolescenza. Gli incontri si sono svolti in maniera informale come “chiacchierata” e spesso si è parlato di tematiche poi più allargate riguardanti le relazioni genitori- figli, della valorizzazione di questa grande esperienza che spesso è “il crescere insieme” in un mondo a volte non semplice e senza perdere mai l’occhio anche sulla grande soddisfazione che da “essere genitori”. Da questi incontri emerge senz’altro l’attrazione a una possibilità di sapere, di informarsi e formarsi ( dove oggigiorno al genitore viene chiesto di sapere e di fare veramente tanto ed a volte “anche di più” ) e soprattutto la possibilità di scambio di esperienze e condivisione degli aspetti del vivere.Parlando insieme ci si apre, ci si confida, e nello scambio, nonostante le peculiarità di ogni famiglia e di ogni relazione, ci si scopre anche a volte inaspettatamente un po’ uguali,  “nella stessa barca” , quella di accompagnare i figli all’esser grandi e preparali ad una autonomia che li sappia far stare nel  mondo in maniera buona e costruttiva. Gli incontri sono stati proposti come un momento per fermarsi, mentre fuori corre l’epoca di internet e del tutto in fretta e di fretta, per potersi offrire questa possibilità di scambio (che un tempo veniva fatta ogni giorno), un confronto aperto al nutrimento dell’anima da cui nascono occasioni di riflessione personale, in un clima di sobrietà ed accoglienza volto alla valorizzazione e all’arricchimento. Questo senz’altro un elemento che è stato messo in risalto sia dai partecipanti che da Maurizia Bertolini, Psicologa , che ha condotto gli incontri. Perché il valore dell’informazione lo possiamo trovare un po’ ovunque, ma quello dello scambio umano è sicuramente una grande ricchezza che possiamo vivere solo se in prima persona decidiamo di offrici questo momento ed aprirci con fiducia agli altri in un’ottica di sincero un nutrimento reciproco che spesso porta con sé vitalità e forza  rinnovata.

Antonella Alemanni e Maurizia Bertolini

 

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 nell’immagine: Renoir, Casalinga con suo figlio Jean

UOMINI SULLE VETTE DELLA STORIA

TALAMONA 7 novembre 2014 alla Casa Uboldi un importante centenario

 

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MEMORIE DELLA GRANDE GUERRA

Nel corso della storia la percezione del tempo è cambiata moltissimo. Agli albori della terra il tempo era scandito dalle ere geologiche e dunque cento anni non contavano nulla. Anche per molto tempo dopo la comparsa dell’uomo e per buona parte dell’età antica nell’arco di cento anni non succedeva molto. È stato in secoli più recenti che la storia ha cominciato a subire un’accelerazione sempre più inarrestabile al punto che si può dire che sono successe più cose negli ultimi cento che nell’arco di tutti i secoli precedenti messi insieme. Cento anni fa il mondo era in guerra ed era un mondo che oggi, che siamo qui a ricordare quell’evento (alla casa della cultura a partire dalle 20.45) ci appare come lontano. “è incredibile ritrovarsi qui dopo cento anni a ricordare la guerra” ha esordito Simona Duca, ex assessore alla cultura, ora volontaria presentatrice nonché curatrice di questa serata “ma come ci siamo arrivati a questa sera? A caso in corridoio parlando si è osservato che quest’anno cade il centenario della grande guerra e non è proprio possibile non organizzare qualcosa in proposito. Ma cosa? Si potrebbe coinvolgere il coro coi canti di guerra e gli alpini che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, della  guerra sono stati gli assoluti protagonisti? Detto, fatto, come gruppo della biblioteca ci siamo messi d’impegno per organizzare questa serata” una serata fatta di racconto accompagnato da una presentazione arricchita con le foto tratte dal sito del museo della guerra di Cividale del Friuli da brani tratti da film e documentari, da una piccola mostra allestita al piano terra e ovviamente dai canti del Coro Valtellina.

 

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Prima guerra mondiale una introduzione

“Ci sono principalmente due immagini che mi vengono in mente pensando alla prima guerra mondiale” ha cominciato a raccontare Simona Duca “la prima è la classica scena dell’esame di terza media e del ragazzino che racconta la guerra come argomento a piacere e lo fa enumerando date e fatti in modo un po’ sommario. La seconda immagine è sempre scolastica ed è quella del profondo divario tra il racconto (principalmente appunto un catalogo di date e fatti) che viene fatto a scuola della guerra e i fatti così come realmente andarono. Parlando con gli alpini (a questo punto Simona Duca ha mostrato un raccoglitore di vecchi temi scolastici ndr) emerge ad esempio una sfumatura della guerra che a scuola non salta mai fuori. Negli anni passati è capitato che i reduci di guerra andassero nelle scuole e parlassero delle loro esperienze personali, offrendo testimonianze molto vivide nonostante fosse passato un po’ di tempo. Da queste  testimonianze emergevano sostanzialmente quattro parole chiave: fame e sete (contano come una visto che vanno di pari passo ndr) pidocchi, freddo, morte. Tutto girava intorno a queste condizioni di indigenza, ben altra cosa rispetto alle lezioni nude e crude che lo scolaro deve mandare giu. In cento anni in racconto della guerra è mutato tantissimo. Tanti nomi diversi (Grande Guerra, Prima Guerra Mondiale solo perché poi c’è stata la seconda, quarta guerra d’indipendenza per gli Italiani che hanno poi annesso Trento e Trieste, Grande Guerra Patriottica per i russi che nel frattempo hanno organizzato una rivoluzione bolscevica contro l’impero zarista, guerra di posizione, di trincea, inutile strage, guerra fratricida secondo papa Benedetto XV) e tanti modi diversi di presentarla. Il nome più significativo però è Grande Guerra che racchiude appieno il suo significato di guerra totale, di ultima guerra antica e prima guerra moderna, che ha coinvolto non solo chi combatteva direttamente, ma anche i civili sui fronti interni. Ed ecco come questa sera siamo qui a cercare di mettere insieme le date con la vita vissuta, la grande storia con la piccola.

Talamona ai suoi prodi

È venuto ora il momento del primo intermezzo musicale offerto dal coro Valtellina prima di riprendere il nostro racconto partendo dalla fine, dai morti che la guerra si è lasciata indietro, in particolar modo quelli di Talamona, in quanto comunque Talamona è stato uno dei primi comuni a dedicare un monumento ai suoi caduti. “leggendo questi nomi si percepisce la guerra meno lontana” ha proseguito Simona Duca “infondo l’abbiamo vissuta anche noi in diretta da casa nostra”

Tutto ebbe inizio…

“Come cominciò tutto? Sembrerebbe che tutto parta da una scintilla in quel dei Balcani. Viene ucciso l’erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando l’ultimo di una serie di omicidi eccellenti di regnanti da parte di anarchici che già da tempo facevano scalpore in Europa (Umberto I e la principessa Sissi tanto per citare i più noti) ed è la goccia che fa traboccare il vaso, l’inizio di una situazione che sfugge sempre di più al controllo in un clima dove la guerra già era nell’aria e la gente già si divideva in chi la temeva e in chi invece a tutti i costi la voleva. La storiografia oggi sta un po’ rivalutando questi fatti e tra le cause della prima guerra mondiale viene annoverata anche la guerra di Libia degli italiani. L’imperialismo che raggiunge il suo apice e si avvia al suo crollo.

Estate 1914

Siamo ancora alla mobilitazione degli eserciti a quando tutti credono di sapere con sicurezza i pronostici della guerra, chi è più forte e vincerà, quanto durerà, cioè pochissimo, tutti sono ottimisti circa l’esito che avrà la guerra per loro i giornali si riempiono di proclami idealistici e grondanti di retorica riguardo al valore della patria eccetera, eccetera insomma un sacco di bugie sulla necessità di una guerra giusta tanto per convincere la gente per spronare gli arruolamenti (che sono comunque obbligatori).

La ninna nanna di Trilussa

Ma c’è chi dopo solo un mese ha capito l’antifona ed è Trilussa, poeta satirico romano che scrive in dialetto e che in questa occasione ha scritto una ninna nanna che è stata in seguito musicata, cantata, proposta in vari spettacoli. Questa sera abbiamo ascoltato la versione di Gigi Proietti. In questa canzone compaiono spiritelli vari della tradizione popolare, comunemente chiamati in causa in simili circostanze, ma anche i protagonisti principali della Grande Guerra Guglielmone (cioè Guglielmo II il kaiser di Germania) e Cecco Beppe (cioè Francesco Giuseppe, imperatore austriaco con cui gli italiani hanno a che fare già dal lontano 1848 ai tempi delle cinque giornate di Milano e via via tutto il Risorgimento e le guerre di indipendenza) avversari in guerra anche se parenti (per la precisione cugini, entrambi nipoti di Vittoria d’Inghilterra, altra contendente in causa, poiché tutti i regnanti erano parenti in Europa, ma c’è voluta l’Unione Europea per sancire la pace della serie parenti serpenti all’ennesima potenza ndr). È l’impero d’Austria quello con cui l’Italia ha avuto maggiormente a che fare durante la guerra, un impero e un imperatore ormai molto vecchi, contro il quale è stata indetta quella che la propaganda chiamava guerra di civilizzazione (per dire che gli austriaci erano i barbari) che però di fatto è stata un massacro. Il fatto è che si tenta molto spesso di ridurre la storia a una lotta tra buoni e cattivi, ma poi si finisce sempre con lo scoprire che non è mai ben chiaro dove stanno gli uni e dove gli altri.

Regnanti guerrafondai popolo indignato

La decisione di entrare in guerra si è rivelata non scevra da conseguenze spiacevoli per i nostri regnanti europei. È capitato ad esempio che Vittorio Emanuele si sia visto recapitare lettere minatorie e molto offensive dalle madri degli arruolati costretti a partire. Tra gli sconvolgimenti della Grande Guerra c’è stato anche questo: esponenti del popolo che scrivono direttamente al re insultandolo e minacciandolo (anche se, a ben guardare, la storia non è poi così scevra di precedenti anche più gravi ndr).

La guerra, una questione di soldi

A fronte di chi ci ha rimesso la vita, per molti la Grande Guerra ha costituito un buisness da cui ha guadagnato (questo infondo è uno dei motivi per cui si sono sempre fatte e si continuano a fare le guerre ndr) tutti gli altri erano semplicemente carne da cannone, pedine sulla scacchiera degli intrallazzi del potere dei parenti serpenti che regnavano in Europa, che avevano costruito attraverso i secoli persino le loro stesse parentele solo per interesse politico. Dopo la Guerra gli imperi crolleranno, non ci sarà più motivo di scontro, i parenti serpenti si riappacificheranno e a raccogliere i cocci resterà il popolo. In Africa esiste un proverbio che descrive molto bene questa situazione quando due elefanti combattono, a soffrire è l’erba.

La guerra in Italia

Come dicevamo la guerra è stata raccontata in molti modi diversi. C’è chi ci ha persino scherzato su. I soldati dovevano pur trovare una piccola scappatoia per non lasciarsi sopraffare totalmente dalla disperazione in cui si sono trovati immersi. Due tenenti degli alpini con disegni e frasi hanno messo insieme un libro intitolato LA GUERRA E’BELLA MA SCOMODA che è uscito nel 1935 e che questa sera ha fatto bella mostra di sé nel vasto campionario offerto dalla biblioteca, scelto tra la vastissima letteratura di guerra che comprende diari, reportages e romanzi per tutte le età nonché studi storici a posteriori. Da questo campionario emerge come l’entrata in guerra venne accolta festosamente dalla popolazione nel cosiddetto maggio radioso (il 24 maggio 1915) parate, cortei, giornali dai titoli altisonanti, un entusiasmo da cui molti sono stati travolti, salvo poi ritrovarsi faccia a faccia con la vera realtà del fronte senza poi nemmeno sapere alla fine il motivo di tutto questo. L’Italia di allora era principalmente rurale, la gente viveva nelle campagne e non era a conoscenza dei grandi accadimenti, non aveva una prospettiva nazionale, ne tantomeno internazionale, pensavano solo a coltivare la terra e tutto cio che sapevano della chiamata alle armi era che avrebbe tolto braccia ai campi. Perdipiù gli italiani erano stati neutrali per un anno e dunque tutti questi proclami a difesa della nazione che venivano diffusi risultavano, alla luce di cio, ancor più strani.

Italia doppiogiochista

Bisogna a questo punto fare un passo indietro, riprendere la prospettiva internazionale. La mobilitazione degli eserciti in seguito all’attentato di Sarajevo vede la formazione di due schieramenti contrapposti. Da un lato la triplice intesa che vede alleati Francia, Russia e Inghilterra e dall’altro i cosiddetti imperi centrali tedesco e austriaco che formavano una triplice alleanza di cui avrebbe dovuto far parte anche l’Italia la quale però, al momento, si manteneva neutrale e anche quando poi si decise ad entrare in guerra fino all’ultimo non seppe da che parte stare. Si può tranquillamente dire che alla fine si vendette al miglior offerente. Fece trattati con entrambi gli schieramenti per capire cosa ci avrebbe guadagnato in caso di vittoria in termini di conquiste territoriali. Gli alleati che alla fine l’Italia si scelse furono quelli che fecero le offerte più ghiotte in sostanza (che poi non mantennero del tutto). Ed ecco come una volta stabiliti definitivamente i nemici, essi divennero barbari invasori da combattere con ogni mezzo con l’aiuto della popolazione contadina convinta a suon di lusinghe (quando in tempo di pace della sorte dei contadini a chi comandava non gliene importava nulla).

Guerra totale

Mai come in questo momento storico la guerra ha coinvolto davvero tutti persino quelli che restavano a casa. Solo parlando dei soldati solo 1 su 7 finiva direttamente in prima linea, tutti gli altri erano invece ausiliari (per esempio addetti al rancio e alle cucine). Per chi restava a casa tutto girava comunque intorno alla guerra: l’economia, la società, la cultura. Le donne diventavano i capifamiglia, dovevano occupare i posti di lavoro che gli uomini partendo avevano lasciato vuoti, i bambini giocavano a fare i soldati quando non dovevano lavorare anche loro oppure venivano arruolati per davvero in alcuni casi. Ognuno diventava come il meccanismo di un ingranaggio.

24 maggio 1915 a Bormio

Non dappertutto si registrava la stessa percezione della guerra o del fatto di esserci entrati. Ad esempio a Bormio successe che fu colui che portava la posta coi carri verso lo Stelvio ad accorgersi degli insoliti movimenti dei soldati austriaci che fecero capire che la guerra era in atto anche per noi.

Vita al fronte un primo accenno

Fin da subito il governo cerca di prodigarsi affinchè la vita al fronte risulti il più confortevole possibile per i nostri soldati. Ed ecco come a tal scopo vengono emanate tutta una serie di regole tra cui quella che dal 25 maggio non si venderanno più all’estero i pomodori perché verranno mandati ai soldati.

Intanto a casa…

Come si diceva prima la guerra e la propaganda di guerra coinvolse tutti indipendentemente dall’età e dallo status sociale. Persino le letture per bambini (come il CORRIERE DEI PICCOLI) vennero infarcite di inneggiamenti alla guerra, tra i libri più popolari c’era IL PICCOLO ALPINO (in realtà uscito dopo la guerra basato su testimonianze autentiche di ragazzini che si trovarono davvero al fronte un po’ per circostanza e un po’ perché erano stati spinti a sognare la guerra) e in ogni caso i bambini vennero impiegati come ausiliari nelle fabbriche insieme alle loro madri. In queste fabbriche, come sui campi di battaglia, vigeva un regime militare. Tutte le conquiste sindacali, a cominciare dal diritto di sciopero, vennero sospese, gli orari stabiliti in base alle emergenze e capitava persino che i ragazzini che si dimostravano indisciplinati in fabbrica venissero inviati al fronte (ma solo al di sopra di una certa età al di sotto invece si veniva multati).

La donna in guerra

Paradossalmente fu la guerra a dare ulteriore slancio alle lotte femminili per la parità. Le donne con la chiamata in guerra di padri mariti e fratelli si ritrovarono a far tutto da sole e per molte questa fu l’occasione in cui divenne chiaro una volta per tutte come non fosse poi così vero che le donne dovevano per forza essere sottomesse e dipendenti dagli uomini. Le donne si ritrovarono a occuparsi dei figli, dei campi e a lavorare nelle fabbriche. Troviamo delle donne anche tra le truppe ausiliarie dell’esercito. C’erano le lavandaie, le crocerossine, quelle che lavoravano nelle fabbriche di armi e munizioni le cosiddette madrine di guerra che corrispondevano con i soldati dando loro un non indifferente supporto psicologico (potevano essere fidanzate, madri, sorelle, ma anche no) e le prostitute. Ci furono anche quelle che combatterono effettivamente e che divisero praticamente in due gli alti comandi: da un lato i tradizionalisti scandalizzati e dall’altro quelli che vedevano la cosa dal lato pratico, più donne combattevano e morivano, più uomini si risparmiavano che potevano essere poi mandati al macello a loro volta e inoltre il rancio delle donne morte si poteva utilizzare per gli uomini ed era tutto di guadagnato. Uomini e donne con la guerra diventarono indifferentemente carne da cannone e forse questo fu l’aspetto meno nobile della raggiunta parità se non si considera il premio di consolazione, costituito dalle medaglie al valore, che entrambi i sessi poi ricevettero come ricompense per azioni eroiche (per tutti gli altri c’erano le medaglie coi santini che davano le madri prima della partenza). Azioni eroiche che per le donne potevano essere guidare le ambulanze sotto bombardamenti e scariche di proiettili oppure arrampicarsi su per le pendenze per portare i rifornimenti ai soldati dove nemmeno i muli arrivavano.

Una guerra da cani e non solo

Non furono soltanto gli umani ad essere impiegati in guerra, ma anche gli animali. I tradizionali cavalli che fin dalla notte dei tempi accompagnarono l’uomo nelle sue guerre e che qui vennero forse impiegati per l’ultima volta nella Storia. I piccioni viaggiatori che portavano messaggi o venivano dotati di apparecchi per effettuare dei rilevamenti dietro le linee nemiche. I cani che andavano a cercare i dispersi in azione, vivi o morti, che accompagnavano gli alpini come portaordini e quando erano di taglia grossa combattevano proprio. I muli che portavano i rifornimenti. Le mascotte dei vari reparti. Questi animali diventarono particolarmente fondamentali dopo la guerra, quando venne raccontata al cinema dal loro punto di vista nel tentativo di trarne dei racconti il più possibile edulcorati. Rin Tin Tin (che è esistito davvero, era un cucciolo raccolto da un soldato in Francia e portato in America dove esordì prima nei circhi e poi al cinema finendo per morire sul set di un film) Lassie, Furia cavallo del West. Attraverso le loro avventure la guerra entrò ad Hollywood per la prima volta. Ma ci furono anche animali che ricevettero medaglie e riconoscimenti come gli umani. Un cane di nome Garnian venne nominato penna nera dagli alpini dopo essere stato ferito a Masarè e raccolto dagli alpini.

Parlando di animali in guerra bisogna citare anche quelli che non furono dei buoni compagni utili per i nostri soldati, anzi tutt’altro. I pidocchi che ti infestavano dopo poche ore in trincea,le pulci, le zecche, i topi. Uno dei passatempi preferiti dei soldati era spidocchiarsi o mettere i vestiti a contatto con l’aria fredda per far morire i pidocchi i quali però a contatto con la pelle calda miracolosamente risorgevano. Furono proprio questi animali molesti i più vicini ai nostri soldati.

 

I giornali di guerra

La guerra è stata raccontata dalla carta stampata principalmente in due modi. Con il linguaggio della propaganda che non faceva capire la realtà delle cose e con il linguaggio della satira. Era il governo a scegliere i giornalisti che potevano scrivere di guerra e ne sceglieva pochi per poterli controllare. Era necessario che lo spirito patriottico e positivista che aveva animato tutti all’inizio non venisse meno ed era necessario che si continuasse a parlare della guerra in termini sensazionalistici per mantenere alto il morale di tutti. Dunque a questi giornalisti veniva imposto dall’alto cosa scrivere e come scriverlo. Esemplare la copertina de LA DOMENICA DEL CORRIERE che pochi mesi prima di Caporetto rappresenterà i soldati più vigorosi che mai pronti a respingere il nemico. Per quanto riguarda la satira erano gli stessi soldati lontani dalla prima linea che se ne occupavano puntando soprattutto sulle vignette visto l’analfabetismo diffuso. Le vignette erano soprattutto volte a schernire gli alti comandi che facevano la guerra a distanza con spavalderia, mandando avanti i soldati. Venivano indetti persino dei concorsi che richiedevano di rappresentare i momenti  salienti della guerra. Questi dipinti dal punto di vista artistico sono notevoli, ma non raccontano la verità.

La partenza per il fronte

Ordunque raccontiamola noi ora questa verità sulla vita nelle trincee sui patimenti del fronte cominciando dal principio cioè dalla partenza. Per molti era la prima volta nella vita che lasciavano il loro paesello dove lavoravano come contadini. Le tracce di questi momenti dolorosi sono sopravvissute all’interno di diari e lettere. Solitudine, distacco, lasciare il mondo che si è sempre conosciuto per andare verso l’ignoto, magari senza nemmeno la speranza di tornare. In guerra si viene uccisi, si muore per le condizioni in cui ci si trova perché viene a mancare tutto, anche lontano dall’azione vera e propria i cecchini erano sempre in agguato. La parola cecchino venne coniata proprio in questa occasione. In origine significava soldato di Cecco Beppe (cioè Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria-Ungheria) e poi è entrato nel linguaggio comune per designare i cosiddetti tiratori scelti che sparano a distanza nelle azioni di polizia o che in guerra compiono agguati.

Vita di trincea

La vita di trincea è stata forse la vera svolta per l’unità d’Italia. In guerra tutti insieme si ritrovarono soldati che provenivano da diverse zone del Nostro Paese, ognuno  si portava dietro il suo dialetto, ma tutti cercavano di parlare un po’ d’italiano per capirsi, per fare amicizia per farsi coraggio, per darsi una mano quando ad esempio i soldati analfabeti dovevano farsi aiutare da altri a mandare notizie a casa. Dal film UOMINI CONTRO di Francesco Rosi vediamo uno spaccato realistico di questi dialoghi, di questi momenti di cameratismo, particolarmente preziosi prima dei veri o presunti attacchi. Perché era l’attesa dell’attacco più che l’attacco stesso a mettere alla prova i nervi dei soldati, i quali infatti venivano tenuti su di morale con razioni di cognac e cioccolato, probabilmente perché solo dei soldati ubriachi avrebbero trovato il coraggio di attaccare effettivamente. L’attesa era tanto più snervante quanto più si svolgeva nel fango nel freddo, accanto ai cadaveri. Quelle che vennero inizialmente costruite come dei veri e propri fortini su tre linee non funzionavano in maniera così perfetta come voleva la teoria. I soldati lavoravano mattina e sera con impegno per costruirle quando non combattevano, ma di certo il terreno non aiutava. Dentro questi buchi, le cui strutture spesso non tenevano, era l’inferno, si viveva come uomini delle caverne oppure ci si lasciava vivere. Questi aspetti fanno capire come questa guerra sia stata in primo luogo una guerra psicologica certo non per tutti allo stesso modo. Gli alti comandi tutto questo logoramento praticamente non lo sentivano. Ma che cosa sapevano effettivamente della guerra gli alti comandi? Da alcune testimonianze dirette emerge che al corso bisognava imparare solo un po’ di tattica di base che non era nemmeno determinante ai fini della promozione. Se i comandi fossero stati lasciati ai gradi più bassi la faccenda sarebbe senz’altro stata risolta meglio e più in fretta. I soldati infatti imparavano tutto sul campo e la geografia dettagliata dei luoghi attraversati non la scordavano più. Il generale delle truppe italiane, Luigi Cadorna, aveva diffuso un libricino intitolato ATTACCO FRONTALE E ADDESTRAMENTO TATTICO. In pratica il comandamento di Cadorna con qualunque tempo e in qualunque circostanza era sempre quello di attaccare e chissenefrega se la gente moriva se il risultato era una strage per pochi metri che poi magari venivano persi subito dopo in eventuali contrattacchi successivi. Sempre attaccare a testa alta come dei veri uomini d’onore e non strisciando per terra come bestie. Cadorna era il vero nemico dei soldati italiani e non gli austriaci, i quali dal canto loro si rendevano conto delle inutili stragi e intimavano spesso durante gli attacchi ai soldati italiani di tornare indietro durante gli attacchi per non farsi ammazzare così inutilmente. Ma i soldati italiani non potevano tornare indietro, perché sarebbero stati puniti. I morti che non fece la guerra, che non fece il nemico (i cecchini che miravano a quelli che si sporgevano, a quelli che fumavano specie di notte, agli addetti al rancio e alle cucine in modo tale che così facendo si tagliavano i viveri a tutti), che non fecero le azioni militari (i nemici avevano la mitragliatrice che pare uccidesse ottomila uomini al minuto in media, mentre gli italiani avevano i fucili modello 1891 che si inceppavano), li fece la cosiddetta giustizia militare volta al mantenimento della disciplina. Si partiva da pene più lievi come turni extra di lavori o di guardia a chi non teneva pulita la trincea o non si preoccupasse di fare il modo che le fortificazioni reggessero (cosa che non dipendeva comunque dai soldati se non fino a un certo punto, ma più dipendeva dal terreno che non assorbiva la pioggia che in certi periodi cadeva copiosa così si formava il fango che intrappolava tutti gli odori) fino ad arrivare alle pene di morte per atti di vigliaccheria come potevano essere appunto quelli di chi tornava indietro, di chi cercava di scappare e farsi catturare come prigioniero, di chi si sparava per essere mandato all’ospedale lontano da dove si combatteva, chi si ribellava e diceva chiaro e tondo di non voler più combattere. C’era un sistema chiamato decimazione. Per ogni atto considerato di vigliaccheria o più in generale di indisciplina, se non si trovava il colpevole o i colpevoli, venivano estratti a sorte un soldato ogni dieci e tutti gli estratti fucilati. Capitava che con questo sistema finissero fucilati anche coloro i quali erano magari entrati in servizio quel giorno stesso ed era palese che non c’entrassero nulla con le accuse. Un soldato su ventiquattro ora della fine della guerra aveva avuto problemi col tribunale, uno su diciassette era stato ucciso col metodo della decimazione.

Alla fine giungeva anche il momento di fare la conta di tutti questi morti e i numeri fanno davvero spavento. Cifre a sei zeri tra morti feriti e mutilati. Curioso da questo punto di vista un aneddoto capitato ad Albert Swaizer premio Nobel per la pace negli anni Cinquanta nonché medico tedesco che durante gli anni della guerra si trovava a gestire un ospedale da lui aperto in Congo. Un giorno si trovò a parlare col figlio di un capotribù che stava curando. “Quanti ne sono morti in guerra?” chiese l’indigeno “dieci?” “si forse dieci” rispose il medico” “il tuo capotribù deve essere molto ricco per riuscire a risarcire le famiglie di dieci soldati” certo fa pensare che un cosiddetto selvaggio, il cui popolo non sarà stato certo immune dalla cosiddetta missione civilizzatrice dell’uomo bianco solo il secolo prima, si scandalizzi per il sacrificio di dieci uomini, mentre la cosiddetta civiltà europea si sia trovata senza batter ciglio un bilancio di morti a sei zeri senza contare quelli che sopravvivevano si fisicamente, ma erano segnati a vita dentro e quelli che si trovavano a subire le conseguenze di interventi di soccorso non idonei perché molto spesso i medici e le infermiere di guerra dovevano addestrarsi sul campo per capire le cure adeguate. I primi tempi ci si trovava gli ospedali pieni di uomini con ferite spaventose e l’amputazione era il metodo più praticato per cercare di salvare la vita dei soldati, che comunque morivano lo stesso per le condizioni igieniche precarie, per gli interventi condotti senza anestesia o con anestetici rudimentali. Molti di questi menomati fisici, ma soprattutto mentali vennero tenuti nascosti, spacciati per morti alle famiglie e rinchiusi in discutibili strutture, non certo per prendersi cura di loro. In guerra il mestiere più duro pare fosse proprio quello del barelliere perché si stava a contatto col dolore, coi lamenti, con tutta la reale crudeltà della guerra, coi cadaveri fatti a pezzi, coi soffocati dal gas. In guerra si moriva anche solo perché non si riusciva ad andare a recuperare sempre in tempo i feriti rimasti sul campo di battaglia o perché non tutti erano abituati all’ambiente di montagna e cadevano nei crepacci.

Le conseguenze sui civili

Gli attacchi e le azioni di guerra si ripercuotevano anche sulla popolazione. Dopo gli spari e i bombardamenti di interi villaggi e paesini non restavano che cumuli di macerie con relativi cumuli di cadaveri degli abitanti che tra le macerie restavano intrappolati.

Le armi della guerra

Dal punto di vista dell’invenzione e dell’introduzione di nuove armi questa guerra si può definire moderna. La regina degli armamenti è stata senz’altro la già citata mitragliatrice, ma poi c’erano i gas, le relative maschere antigas, fucili e baionette, bombe di vari tipi, i carri armati, lanciafiamme. Per il trasporto di tutti questi armamenti vennero utilizzati carri, treni, biciclette. Per la prima volta comparve l’aviazione militare che, sebbene ancora ai suoi primordi, contava già i suoi eroi primo fra tutti Francesco Baracca, eroe di Vittorio Veneto abbattuto dalla contraerea austriaca il cui aereo si distingueva per il simbolo di un cavallino rampante nero su fondo giallo che sarà poi adottato dalla scuderia di auto da corsa di Enzo Ferrari. Nonostante queste avanguardie sopravvivevano ancora retaggi di secoli precedenti come le armi bianche (mazze ferrate come quelle di epoca medievale) e persino armature, pinze, tagliole.

Lettere dal fronte

Con la guerra le persone scoprono la scrittura. Volantini, biglietti, vere e proprie lettere e diari privati. La scrittura è un vero e proprio mezzo di sopravvivenza o meglio un modo per continuare a sentirsi vivi, per continuare ad avere in qualche modo un legame con casa propria, con la dimensione dei propri affetti. Tra le punizioni disciplinari c’era il blocco della posta, tale era l’importanza fondamentale che questa aveva. Cadorna rischiò di essere ucciso con un atto di ribellione quando bloccò la posta che dunque venne immediatamente ripristinata. Nelle lettere i soldati parlavano di quello che vivevano, le loro emozioni e poi chiedevano notizie di coloro che avevano lasciato, della vita dei campi, di chi nasceva, di chi si sposava, dei propri cari, mandavano i saluti a genitori, fidanzate, mogli, figli, mandavano parole d’amore, mettendo in imbarazzo quelli che scrivevano e leggevano per conto degli analfabeti (i più imbarazzati erano ovviamente i cappellani militari). Quanto si scriveva dipendeva dai momenti. Le fasi di quiete permettevano lunghe divagazioni, mentre tra un attacco e l’altro necessitava essere sintetici. Le foto sulle cartoline rappresentavano i soldati in ordine con le divise ben curate pronti all’assalto oppure potevano essere cartoline pornografiche che i soldati tenevano per loro. I momenti di quiete erano rappresentati dalla visita del barbiere dai permessi di allontanamento durante i quali si sperava di incontrare qualche ragazza, il momento del rancio (con qualche concessione di veri e propri pranzi sotto le feste natalizie) la possibilità di lavarsi con la neve, momenti per prendere un po’ di sole, un po’ d’aria. In tempi normali cose come queste si vivono con noncuranza, si danno per scontate, ma in guerra quando puoi morire da un momento all’altro e nel frattempo languisci tra fango cadaveri, topi e tutto quello che si è detto prima, quando bisogna inerpicarsi su per pendii scoscesi con scarpe di cartone, la parola scontato non esiste. Le truppe avevano in dotazione anche delle radio, ma dovevano farle funzionare a pedali. Pedalando si otteneva l’energia elettrica necessaria a ricevere le trasmissioni radio, soprattutto canzoni. Esse sono forse la testimonianza più viva della guerra, perlomeno quelle non ufficiali, quelle non approvate dalla propaganda, quelle che chi le cantava poteva essere punito (perché prendevano in giro Cadorna e gli alti comandi), quelle che venivano dal cuore, alcune delle quali riprendevano vecchi canti di minatori. VOLA COLOMBA che vinse una delle prime edizioni di San Remo, nacque così. Inizialmente non si parlava di colombe, ma di rondini e i soldati rivolgevano in questo canto un pensiero alle fidanzate rimaste a casa. O’SULDATO INNAMORATO pure nacque nelle trincee prima di diventare un pezzo forte della musica napoletana. Per quanto riguarda le canzoni propagandistiche erano stereotipate e noiose. Non mancavano inoltre i canti di Natale durante le messe in cappelle improvvisate (altro momento prezioso nella vita di trincea) ed è proprio uno di questi canti che a questo punto della serata il Coro Valtellina ci ha fatto ascoltare.

La guerra bianca

Tra tutti i nomi dati a questa guerra, l’epiteto di bianca voleva sottolineare, almeno per quanto riguarda italiani e austriaci, il fatto di aver combattuto in alta montagna tra la neve e i ghiacciai dove spesso scavavano trincee chiamate città di ghiaccio più calde rispetto all’ambiente esterno e illuminate dalla neve che rifletteva bene la luce. Ma come ci si riparava in definitiva dal freddo? Bevendo alcoolici che però ghiacciavano soprattutto il vino e dovevano essere tenuti sotto le ascelle o tra le gambe una notte intera per farli sciogliere. Dovendo mettere gli alcoolici tutti insieme per farli sciogliere si formavano strani coktail alchè non si sapeva più effettivamente cosa si beveva.

La disfatta di Caporetto

In seguito a questa disfatta anzi già fin dall’arrivo a Caporetto qualcuno cominciò a gridare al tradimento. Tradimento di chi? Ovviamente gli alti comandi subito a dare la colpa ai soldati, senza considerare che il generalissimo Cadorna, durante i combattimenti di Caporetto, mentre la guerra infuriava più violenta che mai, aveva trovato il tempo e la spensieratezza di andarsene al cinema a Udine. Perdipiù i generali rimasti attivi avevano completamente stravolto gli schemi di battaglia, mandando avanti gruppi sparsi di vedette volte a creare situazioni di disturbo. Tra queste vedette c’era pure Rommel, la volpe del deserto nel conflitto successivo qui alleato austriaco. La disfatta di Caporetto non si distinse tanto per la gran baraonda di ordini non chiari e di azioni confuse, ma perché arrivati a questo punto il governo italiano rischiava davvero di perdere la faccia, avendo collezionato dall’unità sino a quel momento uno smacco dietro l’altro. È stato possibile salvare il salvabile soltanto restando in difesa. A quel punto c’è stata la ripresa e la lenta risalita verso il Piave.

L’arrivo al Piave

Dai canti di guerra sembra che il Piave sia stato conquistato tutto in una notte. In realtà è stato un cammino lungo e faticoso, bisognava ricompattare le truppe, accogliere i nuovi reparti inviati, passare attraverso villaggi e paesi. Nel frattempo la vita andava avanti, c’era chi diventava padre e non poteva o non si ricordava di registrare subito il figlio all’anagrafe. La cosa più importante è che nel corso delle azioni di guerra l’atteggiamento verso il nemico era cambiato. I barbari invasori degli inizi erano diventati uomini come noi e tutto questo era semplicemente una guerra di morti di fame contro morti di fame. Anche questo aspetto cominciava ad emergere nelle poesie e nelle canzoni e dai comportamenti. Al di fuori dei momenti più concitati della battaglia si sparava sempre meno perché ci si rendeva conto che quella non era più guerra, ma assassinio a sangue freddo di uomini contro altri uomini.

E finalmente Vittorio Veneto

A questo avvenimento è associata la data ben precisa del 4 novembre 1918 che tutt’ora si festeggia (così come il 24 ottobre 1917 per Caporetto), in realtà il giorno esatto era il tre, ma per festeggiare la vittoria s’è sparato per ventiquattr’ore. Ma come finì? Finì che per i primi tempi nessuno riusciva a riabituarsi alla pace, ai comportamenti normali di prima della guerra tipo andare a letto e togliersi le scarpe, camminare curvi e scoperti per strada e intanto i soldati per un po’ stavano ancora al fronte per tentare di ricostruire, strade, case ed argini.

La mostra a piano terra

Dopo questo racconto che mescola grande e piccola storia attraverso documenti, canti, film, letture di testimonianze dirette e la narrazione di Simona Duca è venuto il momento della mostra aperta negli orari della biblioteca grazie al gruppo alpini che l’ha allestita e al gruppo dei volontari che faranno i turni d’apertura fino a giovedì per permettere a scuole, gruppi e a chiunque si dimostri interessato di vederla. Una mostra nell’ambito della quale la storia è ancor più viva attraverso uno splendido reportage fotografico di Aldo Varenna digitalizzato che mostra la vita dei soldati momento per momento in modo che chi guarda le foto è come se fosse li a far guerra con loro a sentire il freddo, la paura i disagi, attraverso copie o originali dei giornali d’epoca, i dispacci, alcune lettere, i certificati di morte, l’annuncio della vittoria di Armando Diaz (che subentrò a Cadorna nel comando durante le ultime fasi del conflitto), attraverso teche che contengono cimeli davvero appartenuti a soldati che hanno combattuto quella guerra. Un piatto rotto, pale, picconi, bossoli, elmetti, gavette, borracce, coltellini, bottigliette. È soltanto così che ci si rende conto che la storia è vita e continua a vivere anche quando gli eventi che racconta sono passati da tempo.

Antonella Alemanni

A seguire photogallery della mostra

 

IL TEMPO DELLA SCUOLA

TALAMONA 25 ottobre 2014 alla Casa Uboldi si segue la crescita dei figli

 

SECONDO INCONTRO FORMATIVO TENUTO DALLA DOTTORESSA MAURIZIA BERTOLINI

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Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo si dice, ma anche ricco di stimoli. Dall’incontro precedente è emerso che non è possibile inseguire un’idea di perfezione, ma bisogna puntare tutto sulla relazione, su cio che passa tra noi e i nostri figli. Tutto cio diventa ancora più importante in un momento cruciale come quello dell’ingresso alle scuole elementari, un momento di passaggio che rappresenta un primo distacco del bambino dai genitori verso la conquista della propria autonomia. Un momento carico di tensione, che per fortuna, con gli strumenti della psicologia formativa, si può riuscire ad affrontare. Ed è stato appunto questo l’obiettivo della nuova tavola rotonda svoltasi oggi pomeriggio alla Casa Uboldi a partire dalle ore 15.30, un corso di formazione tenuto dalla psicologa Maurizia Bertolini, ma anche un momento di confronto cui hanno preso parte otto mamme e un papà, desiderosi di imparare ad essere al meglio possibile un sostegno per i loro figli in questo momento delicato. Un incontro durante il quale sono state prese in esame e discusse le problematiche più comuni quando si parla di figli e scuola. Gli errori commessi dagli insegnanti e quelli commessi dai genitori, le dinamiche di rapporto sbagliate che si vengono a creare tra questi riferimenti entrambi importanti per la crescita del bambino e persino la possibilità di non mandare i figli a scuola e occuparsi della loro istruzione all’interno della famiglia. Questo è stato uno dei primi argomenti emersi ed è stato particolarmente interessante, soprattutto perché credo che siano veramente in pochi a sapere che la legge italiana consente anche questa possibilità (io stessa non lo sapevo, ma certo in età scolare mi sarebbe piaciuto usufruirne). Bisogna sapere che la legge italiana prevede si l’obbligo di istruire ed educare i figli, ma non l’obbligo di mandarli a scuola. Le famiglie che ne hanno la possibilità possono autonomamente (o magari organizzandosi in gruppi composti da più famiglie che condividono tutte le spese) provvedere in modo alternativo alla scuola ad istruire i propri figli, purché, in un modo o nell’altro, lo facciano. C’è chi è contrario per principio alla scuola, a mandarvi i bambini (io negli anni lo sono diventata, ma è stato sorprendente scoprire di non essere sola in questo) e ha dichiarato di voler seguire questa soluzione, che pare non preveda neanche un esame finale obbligatorio, cosa che suscita non poche perplessità (come si può dunque attestare che la formazione è effettivamente avvenuta?), ma per parlare di cio probabilmente occorrerebbe un incontro a parte e questo pomeriggio dunque non è stato possibile approfondire più di tanto l’argomento anche perché la maggior parte dei genitori si è dichiarata tradizionalista. “l’esperienza della scuola e della condivisione coi coetanei è un momento fondamentale per la crescita del bambino che non è bene togliere” ha affermato qualcuno. Ed ecco che parlando di scuola tradizionale sono pian piano emerse tutte le tematiche cui si accennava poc’anzi, ciascuna proposta dai presenti. C’è chi ha detto di aver messo a confronto i suoi figli tra loro oppure con quelli di altri ed ha avuto l’occasione di capire di aver sbagliato perché ogni bambino ha le sue caratteristiche peculiari e nemmeno i gemelli sono esattamente uguali caratterialmente. C’è chi, essendo sia madre che insegnante, ha potuto portare un’esperienza di vita da entrambe le prospettive e ha potuto far notare come a volte le madri si dimostrino poco collaborative con gli insegnanti, non riescono ad accettare le osservazioni su eventuali limiti e mancanze del figlio, eventuali problematiche individuali e proposte di trovare insieme delle soluzioni. C’è chi si è dimostrato scontento degli insegnanti del figlio in quanto capita che ci siano insegnanti che non sanno rapportarsi agli scolari, non tengono conto del fatto che, come si diceva prima, ogni bambino ha le sue peculiarità. Questo fa molto pensare. Forse anche per gli insegnanti servirebbero incontri simili a questi. Per quegli insegnanti che non rispondono al modello di come un bravo insegnante dovrebbe essere, cioè una figura che sa tirar fuori il meglio di ogni bambino con dolcezza e pazienza in base al potenziale di ognuno. Molto più spesso però sono le madri stesse che tendono ad ingigantire le cose a vedere nel figlio delle problematiche che magari non sussistono. Una situazione classica è il figlio che torna a casa da scuola e non racconta al genitore la sua giornata e in generale tende ad essere silenzioso. In questo caso molti genitori credono che il figlio abbia un disagio e non si fanno nemmeno venire il dubbio che possa trattarsi di una questione di carattere come invece, molte volte, effettivamente è. Partendo dal presupposto ormai assodato pienamente, che, per fare il genitore, non è possibile contare su ricette o manuali di istruzioni ben codificati della serie se-succede-questo-fai-così-se- tuo-figlio-dice-questo-tu-rispondigli-quest’-altro, bisogna però sempre tener conto dell’importanza di saper instaurare un giusto dialogo con i figli, perché in questo modo sono loro stessi a parlare tranquillamente di disagi e bisogni evitando in questo modo parecchie problematiche e pensieri di cui i genitori molto spesso si caricano stando soli con se stessi senza confrontarsi. Problematiche come ad esempio i conflitti che si vengono a creare tra i bambini, la nascita e la rottura di importanti legami di amicizia che proprio in questa fascia d’età si affrontano per la prima volta. Bisogna comunque pensare che molto spesso i bambini possono tirar fuori risorse inaspettate, che loro non vivono sempre le situazioni come le vivremmo noi e bisogna chiedersi quanto di nostro, di aspettative, paure e preoccupazioni varie proiettiamo su di loro. Bisogna anche pensare che, laddove le problematiche ci sono, costituiscono un banco di prova per i bambini in primo luogo, per la loro crescita. In questo caso è più che mai fondamentale conoscere i figli saper parlare con loro e soprattutto saperli ascoltare perché i più fragili potrebbero richiedere di essere seguiti maggiormente, ma questo non vuol dire che bisogna impedir loro di vivere di fare esperienze, comprese esperienze di sofferenza o esperienze che a tutta prima possono sembrare insormontabili. Esempio classico: i compiti. Tutti i bambini se ne sono lamentati almeno una volta nella vita, ma quanto spesso si osserva che sono i genitori stessi a redarguire le maestre per il fatto di assegnarne troppi? Questo non va bene perché i compiti sono cio che permette al bambino di capire che nella vita bisogna avere degli scopi da raggiungere e che l’unica via lecita per farlo è quella dell’impegno e della determinazione anche di fronte agli ostacoli. Se i genitori per primi dimostrano ansia di fronte alle difficoltà, un figlio che potrebbe mai imparare? Bisogna considerare che la scuola moderna si sta mostrando sempre più variegata nei programmi formativi proposti e che tali programmi non sempre prevedono necessariamente una gran mole di compiti a casa. detto cio bisogna sapere che per tutto è necessaria la giusta misura. Eccessiva apprensione ed affetto è una modalità che può rivelarsi dannosa quanto l’eccessiva indifferenza. Se è necessario, perché questo è infondo il compito di ogni genitore, seguire i propri figli, accompagnarli nella crescita, amarli, sostenerli, occuparsi della loro istruzione ed educazione è anche vero che non è possibile avere sempre tutto sotto controllo non si può pensare di capire già dai primi anni come sarà la vita dei nostri figli, come loro stessi si evolveranno, quali talenti svilupperanno, quali inclinazioni e desideri manifesteranno. Non si possono avere rigide aspettative su di loro. Bisognerebbe pensare ad un bambino come ad un seme. Egli ha già in sé il progetto di cio che sarà. Nessuno neanche il bambino stesso conosce questo progetto all’inizio. Il compito di chi si occupa dei bambini è aiutare i bambini a scoprirlo e creare le condizioni affinchè poi venga fuori. Queste condizioni non sempre comportano situazioni piacevoli. Ognuno cerca il suo spazio nel mondo, ma nel farlo non bisogna invadere quello di un altro ed è necessario che i bambini lo sappiano, che sappiano che per imparare molto spesso è necessario sbagliare, soffrire e far soffrire. Questo è vero anche e soprattutto per i genitori. Ed è a questo punto che la dottoressa Bertolini ha citato Kahlil Gibran, un poeta libanese che nella sua opera più celebre IL PROFETA ha mirabilmente infuso una grande sapienza nel trattare varie questioni della vita tra cui appunto i rapporti genitori-figli. “i genitori” dice Gibran in questo suo splendido libro che considero una lettura da fare nella vita, fondamentale “sono come archi e i figli sono le frecce scagliate dall’arco. Non appartengono a noi ma ci passano attraverso” “ma affinchè passino attraverso” ha aggiunto la dottoressa Bertolini “lo spazio non deve essere ne tanto stretto da soffocare e fare male, ne tanto largo da non essere nemmeno percepito” ancora una volta ci vuole la giusta misura dunque. Ma come si può essere dei buoni archi per i nostri figli. Come si può ben insegnare loro, comunicare con loro? Bisogna comunicare dal basso verso l’alto in modo distaccato oppure bisogna ridurre il più possibile le distanze? Bisognerebbe riuscire ad insegnare loro e a comunicare i nostri messaggi senza essere troppo duri, sapendoli accompagnare con la giusta fermezza. L’approccio giusto si può trovare soltanto riprovando tante volte e soprattutto imparando ad ascoltare sapendo che i bambini, come tutti del resto, sono persone in divenire, i loro desideri e le loro idee possono cambiare nel tempo, ma se li si ascolta spesso sono loro stessi a fornirci le risposte che andiamo cercando, le soluzioni ai problemi che ci poniamo. Bisogna considerare che anche la società stessa è in divenire fornisce in continuazione un’enorme quantità di stimoli differenti e ormai in questo marasma i figli, ma anche i genitori si trovano soli, i genitori in particolar modo non vengono sostenuti e vengono messi costantemente in discussione. Si è già avuto modo, nel corso del precedente incontro di riflettere su come è cambiata la struttura sociale nel corso del tempo, si è già avuto modo di notare come una volta un bambino veniva preso in carico dall’intera comunità sociale e come invece oggi per i più giovani vengono a mancare i punti di riferimento e questo non fa che aumentare le paure dei genitori circa la possibilità che i figli possano ricorrere in devianze o in situazioni spiacevoli. Ed è in queste situazioni che il confronto il dialogo, a scuola e in famiglia, la partecipazione attiva dei bambini alla loro educazione diventa fondamentale, diventa fondamentale che al bambino venga chiesto “cosa ne pensi?” che la scuola si avvicini alle esigenze del bambino senza pretendere che sia la scuola ad adattarsi, che tutti scuola e famiglia in un meccanismo ben oliato sappiano riconoscere comportamenti e situazioni critiche e sappiano capire perché un bambino si comporta in un determinato modo, magari chiedendoglielo. È importante che venga rispettata la natura del bambino, le sue esigenze è più che mai importante il confronto diretto. Lo è in questi primi anni di età scolare e lo sarà ancor più negli anni a seguire. Ma di questo se ne parlerà nel prossimo incontro. Non mancate!

Antonella Alemanni

DA ZERO A SEI ANNI

TALAMONA 11ottobre 2014 alla casa Uboldi impariamo a prenderci cura dei nostri figli

 

 

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IL PRIMO DI TRE INCONTRI FORMATIVI RIVOLTI A GENITORI EDUCATORI E CHIUNQUE DIMOSTRI INTERESSE PER L’ARGOMENTO

Ci troviamo ora in un momento molto particolare nella storia del nostro Paese. Il tasso di natalità sembra essere ai minimi storici tanto che anche i politici cominciano a fare inopportune inchieste sulla vita privata degli italiani per cercare di inquadrare il fenomeno. Ecco come in questo momento, la casa Uboldi con un tempismo perfetto, decide di promuovere, nella sua sede, tre incontri pensati come corsi di formazione, ma che sono in realtà momenti di riflessione sulla genitorialità, sul nostro rapporto con i figli e su come il ruolo dei genitori e il modo in cui viene svolto si riveli fondamentale per la loro crescita e di conseguenza su larga scala per il futuro dell’umanità perché, non bisogna dimenticare, i bambini di oggi sono gli adulti di domani, quelli che un domani vivranno nel Mondo, prenderanno decisioni importanti, lavoreranno e, in alcuni casi, faranno la Storia. Il primo incontro si è svolto oggi a partire dalle ore 15.30 ed è stato tenuto, così come lo saranno i due incontri successivi, da Maurizia Bertolini psicologa e psicoterapeuta che del suo lavoro dice di amare “soprattutto l’aspetto divulgativo per far comprendere ad un vasto pubblico l’incisività di queste tematiche nella vita quotidiana”. Di scena oggi la primissima infanzia, quella fascia di età che va dalla nascita all’ingresso nella scuola elementare e che è molto importante per la formazione del bambino al punto che molte cose (come il linguaggio, la stimolazione dei cinque sensi fondamentali, la postura eretta) se inibite in questa fascia d’età non possono essere più recuperate in seguito (emblematici i vari casi, documentati in varie parti del Mondo, di bambini selvatici ritrovati nelle foreste allevati dagli animali). Ed è dunque in questa fascia di età che il lavoro del genitore si rivela fondamentale. “bisogna tenere conto” ha spiegato la dottoressa Bertolini “che nel rapporto con i nostri figli, questo rapporto, questo insieme di cose che passano tra mio figlio e me è come se fosse un terzo personaggio. Non sono solo io e mio figlio, ma tutto cio che intercorre tra noi che quando il bambino è ancora piccolissimo ricade per la maggior parte su di me per poi arrivare alla relazione cinquanta e cinquanta che comincia nell’adolescenza e prosegue poi per tutta l’età adulta del figlio, un momento in cui anche i figli hanno a loro volta figli e può verificarsi un maggiore avvicinamento ai genitori oppure un definitivo allontanamento a seconda dei casi, della storia che ognuno ha alle spalle” ad ascoltare con attenzione erano presenti cinque mamme ciascuna con la sua storia, i suoi dubbi, le sue motivazioni d’interesse personale, ma tutte accomunate dal desiderio di tornarsene a casa da questo colloquio arricchite di qualche risorsa in più per essere madri migliori per i loro figli alcuni dei quali intrattenuti dai volontari al piano di sotto con animazioni e merenda. Gli argomenti fondamentali che sono stati trattati sono: il pianto e i capricci del bambino, come affrontare le sue paure i suoi dubbi, le sue curiosità, come accompagnarlo alla scoperta del Mondo anche e soprattutto di quelle questioni che anche per un adulto sono difficili da capire o da spiegare (ad esempio la morte, la sessualità, le notizie molto brutte che danno al telegiornale). Nello spiegare tutto questo, anche seguendo le personali domande poste dalle madri, la dottoressa Bertolini è stata sufficientemente esauriente. “il pianto” ha detto “è una normale espressione del bambino per comunicare in quanto non riesce a farlo in un altro modo. Capita anche alle persone adulte di manifestare rabbia e disappunto, non tutte le situazioni in cui ci troviamo ci fanno piacere e capita anche di avvertire delle mancanze, qualcosa che desideriamo tanto, ma non abbiamo. I bambini esprimono tutto questo col pianto e con quelli che vengono definiti capricci che altro non sono il modo dei bambini di comunicarci una loro frustrazione. Sta a noi genitori capire come possiamo venire incontro ai desideri dei nostri figli. Se il bambino cerca molto la presenza della mamma o comunque delle sue figure di riferimento o di attaccamento, nessuna linea di pensiero dice che cio è sbagliato, tutto questo fa parte anzi di quel processo di costruzione del rapporto di cui si parlava prima. Sta al genitore cercare di capire fino a che punto il capriccio è una legittima espressione di disagio ed eventualmente frenare eccessivi egocentrismi, eccessive affermazioni della propria individualità ad oltranza, a scapito degli altri, una cosa che si rivelerà ancor più fondamentale negli anni dell’adolescenza quando il figlio cerca il conflitto per diventare poi un individuo autonomo. Per gestire al meglio tutto questo un genitore deve innanzitutto lavorare molto bene su se stesso per poi essere sicuro di fare sempre la cosa giusta e non farsi manipolare da un figlio quando persegue scopi egoistici. Di certo cio che tutti, parenti e società devono fare è abbandonare lo stereotipo del figlio perfetto, quello che è sempre tranquillo, non si sveglia mai di notte, non fa mai capricci. Se davvero un figlio è davvero così inerte è in quel caso che bisogna preoccuparsi seriamente quando manca la naturale propensione ad esprimere le emozioni e in generale ad esprimersi, fare domande, manifestare paure o curiosità. Come bisogna comportarsi in queste situazioni? Bisogna tener conto che quella in cui l’uomo vive è una realtà complessa soprattutto nel nostro presente dove succedono molte cose in un arco di tempo breve dove si registrano continui mutamenti. Come dare ai nostri figli gli strumenti per muoversi nel mondo, come aiutarli quando ne avranno paura? Non si può non tener conto che un figlio non è solo di sua madre e che tutto il tessuto sociale e parentale ne influenza la crescita come sanno bene le società più arcaiche e come tutti sapevano bene una volta. Non si può non tener conto che la protezione ci deve essere, bisogna che i bambini sappiano riconoscere anche le negatività senza essere troppo esposti bisogna informare, ma senza generare effettive paure. Il male non può essere ignorato perché esiste e i figli crescendo devono essere in grado di affrontarlo nel modo giusto senza che gli si racconti verità manipolate o peggio bugie”.

Non c’è che dire decisamente molto su cui riflettere in attesa dei prossimi appuntamenti che saranno il 25 ottobre e il 15 novembre stesso posto stessa ora.

Antonella Alemanni

IO VOLONTARIO PER LA CULTURA

TALAMONA 3 ottobre 2014 il punto sul volontariato

 

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IN PROSSIMITA’ DELLA TERZA ANNUALITA’ ALLA CASA UBOLDI UN MEETING DI TUTTI I VOLONTARI DELLA BASSA VALLE PER FARE UN BILANCIO DI QUESTO IMPORTANTE PROGETTO

Pochi ma buoni, dice un adagio popolare che questa sera, alle ore 17 nella sala conferenze della Casa Uboldi ha trovato una ulteriore applicazione. Sono sicuramente molti di più i volontari della bassa valle coinvolti nel progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA (del quale a breve partirà la terza annualità) ma non molti quelli che hanno risposto all’invito di questo incontro per discutere di come effettivamente questo progetto si è svolto, dei progetti che grazie all’apporto dei volontari sono stati effettivamente messi in campo, dei benefici per tutta la comunità.

A presiedere questa tavola rotonda Gloria Busi, referente del servizio cultura per la provincia di Sondrio e Francesca Menaglio che si occupa del monitoraggio dell’attività attraverso colloqui personali con i volontari e la distribuzione di questionari on line che in forma anonima (chi li compila non è obbligato a scrivere il proprio nome) raccolgono, tra i vari partecipanti al progetto, umori, opinioni, idee, eventuali proposte di nuove attività di miglioramento ed eventuali segnalazioni di cio che non funziona in modo da valutare, tra le altre cose, anche l’effettivo contributo dei volontari ai progetti messi in campo.

Ad aprire il discorso Gloria Busi la quale ha spiegato che “molta importanza ha nell’ambito di questo progetto il fatto di coniugare la cultura e le politiche sociali poiché la socialità è un aspetto fondamentale del volontariato, anche nella percezione stessa dei volontari e anche nell’ambito del volontariato della cultura perché la cultura può diventare essa stessa veicolo di socialità. Il progetto lavora di pari passo con la LAVOPS che si occupa dei servizi per il volontariato nonché della formazione dei volontari. La formula del progetto si è costruita nel tempo attraverso la collaborazione tra la provincia, che promuove l’attività e garantisce tra le altre cose a tutti i partecipanti un’assicurazione in caso di infortunio, e i vari referenti delle biblioteche e dei musei del territorio per i quali mette in campo corsi di formazione che consentono l’acquisizione di competenze che non sono direttamente connesse col ruolo ricoperto (come la gestione dei volontari).

 

 

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Nel corso della seconda annualità il progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha visto l’adesione di quindici biblioteche e sei musei. L’adesione è naturalmente volontaria a partire da quella del comune. Una volta che il comune attiva il progetto aderiscono le strutture e poi si procede col reclutamento dei volontari ognuno dei quali presta la sua opera in relazione alle proprie capacità e al proprio tempo libero. Chi promuove il progetto, ai volontari non chiede altro che impegno, interesse, consapevolezza di cio che si andrà a svolgere, senza imporre altri vincoli di sorta come può accadere ad esempio nelle associazioni più codificate. I volontari contattati per la seconda annualità sono stati 250, quelli che hanno effettivamente aderito sono stati 150, di cui 76 presenti sin dalla prima edizione del progetto.

Le dinamiche che si creano in un contesto di volontariato non sono le stesse che si creano in un ambito professionale, si creano relazioni più distese che diventano amicizie che durano nel tempo anche tra generazioni diverse che creano connessioni speciali all’interno delle comunità. La presenza dei volontari apporta creatività e qualità oltreché nuove iniziative. Si può dire che senza i volontari non sarebbe la stessa cosa. A tal proposito Gloria Busi nel corso della sua presentazione (coadiuvata da diapositive di power point) ha mostrato la fotografia di una vendita di libri di una biblioteca, libri che per vari motivi non potevano rientrare in catalogo e che sono stati venduti in una maniera molto interessante, allestendo una bancarella con una bilancia d’epoca per valutarne il peso. Giocando sul detto “la cultura ha un suo peso”, i libri sono stati venduti proprio così, a peso.

A questo punto sono stati i volontari presenti ad illustrare in modo specifico come hanno messo in pratica il progetto nelle biblioteche e nei musei dei loro comuni.

Patrizia Pasina, responsabile della biblioteca di Ardenno (e nonostante il cognome talamonese, originaria di Paniga) ha parlato di un progetto chiamato SOS COMPITI creato con la collaborazione di tre volontari (quelli che ad Ardenno hanno aderito al progetto) e due maestre delle elementari. “il progetto vorrebbe essere esteso anche alle medie, ma occorrono più volontari” e anche di un progetto chiamato SOS COMPUTER che si occupa della parte digitale e telematica della biblioteca di Ardenno offrendo servizi di consulenza agli utenti grazie all’opera di volontari esperti che spiegano a tutti come usare i computer.

Il progetto SOS COMPITI è un progetto attivato da molte biblioteche del territorio perché necessario in tutte le comunità. In particolar modo Delebio con una vasta percentuale di stranieri non cristiani che dunque non frequentano l’oratorio, ha particolarmente bisogno di un progetto del genere che viene sperimentato già da diversi anni con risultati positivi anche per quanto riguarda i rapporti tra le volontarie e i bambini i quali realizzano lavoretti di Natale in omaggio all’aiuto ricevuto. Anche Dubino ha attuato un progetto simile e Talamona anche in collaborazione con associazioni di volontariato estranee a questo progetto di IO VOLONTARIO PER LA CULTURA.

Per quanto riguarda le attività di Talamona, l’onere e l’onore di illustrarle è andato a Simona Duca, ex assessore alla cultura e dunque figura fondamentale nella coordinazione del progetto e nei rapporti tra volontari e amministrazione che ora, dopo il commissariamento del comune, continua a far parte del progetto come volontaria vera e propria.

“nel corso degli anni molti progetti sono stati realizzati a Talamona” ha raccontato Simona Duca “ma nessuno ha preso piede come questo, non soltanto grazie all’appoggio congiunto della provincia e di tutti coloro che hanno partecipato e continuano a partecipare ma anche per il clima familiare e amichevole che si creato che fa si che quando ci si ritrova periodicamente per mettere le idee sul tavolo esse nascono molto spesso in un’atmosfera molto allegra, un po’ buttate li dicendo si potrebbe fare questo e quello e solo una volta che ci si trova per le serate ci si rende conto di come tutto sia maledettamente serio. Da non sottovalutare l’importanza dei volontari che permettono di tenere aperta la biblioteca cinque giorni a settimana in modo da consentire tra le altre cose aperte collaborazioni con l’istituzione scolastica”

Per quanto riguarda Morbegno non era presente nessun referente diretto e dunque è stata Gloria Busi a spiegare i progetti messi in campo come l’organizzazione di gruppi di lettura in biblioteca con molte adesioni soprattutto tra i giovani e il trasferimento dell’archivio del tribunale in biblioteca (con sentenze dell’Ottocento che costituiscono un importante documento storico che offre spaccati di vita quotidiana dell’epoca) ad opera di un’archivista che già vi lavora. È questa una cosa molto significativa il fatto che in ambito di volontariato si portino avanti le stesse attività svolte in ambito lavorativo, denota una grande passione per quello che si fa. Molto spesso invece i volontari vorrebbero essere reclutati per fare qualcosa di diverso rispetto a cio che fanno abitualmente.

Molto utile a Morbegno l’apporto di volontari anche per quanto riguarda la gestione del museo civico di Storia Naturale nonché di quasi tutti i musei ed ecomusei della Valtellina che tramite questo progetto, ma anche il servizio civile e la dote comune possono contare sempre su un personale vario e dinamico, anche attraverso soluzioni innovative come quella adottata dal museo vallivo Valfurva che da quando si è convenzionato col comune e ha preso parte al progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha risolto il problema, che andava avanti da diverso tempo, di non riuscire a trovare nuove leve.

A questo punto la parola è passata a Francesca Menaglio che ha tracciato il bilancio della seconda annualità del progetto illustrando i risultati dei questionari di monitoraggio.

Gli elementi di maggior successo di questo progetto secondo i volontari, i referenti e gli utenti sono la possibilità di potersi esprimere e mettere in campo le proprie conoscenze e attitudini, ma anche la possibilità di sperimentarsi con tutta una serie di attività stimolanti che permettono l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze (ad esempio nel caso dei gruppi di lettura la possibilità di scoprire nuovi titoli e autori), dunque di crescere personalmente, ma anche di rinnovare l’immagine della biblioteca e del museo in cui si presta la propria opera, di creare un contesto dinamico e accattivante che risponde ai bisogni di tutti, che crea gruppo, integrazione con le famiglie e le scuole e che con poche flessibili regole permette a chi vi rientra di potersi investire in un qualcosa di utile per la comunità senza sentirsi troppo condizionato, cosa che consente in un certo qual modo una personalizzazione dei servizi che diventano meno schematici e burocratici e più umani. È esemplare il fatto che siano soprattutto le donne a diventare volontarie in maggior numero rispetto agli uomini, tra cui molte madri di famiglia che dichiarano di sentire il bisogno di esprimersi in un contesto diverso al di fuori della quotidianità dell’ambito familiare delle dinamiche di cura dei figli e dell’ambiente domestico.

Dai sondaggi sono emersi anche aspetti su cui bisogna ancora lavorare come ad esempio aspetti logistici dovuti a locali troppo piccoli o comunque inadeguati (un problema che la biblioteca di Grosio ha recentemente risolto avendo ristrutturato la sua sede storica, il palazzo Visconti-Venosta, rendendolo adeguato a tutte le necessità) o il problema di un coinvolgimento dell’utenza che spesso non va oltre le attività specificatamente programmate.

Di tutto questo se ne terrà conto nel corso della terza annualità il cui successo dipenderà molto dalla campagna promozionale (on line e tramite passaparola e grande impegno dei comuni per massicce campagne informative) per quanto riguarda il reclutamento di nuovi volontari e dall’impegno di questi ultimi per far si che il tutto proceda col successo delle annualità precedenti. Un successo che di certo sarà maggiormente garantito da volontari energici e ben nutriti. Ed ecco come a questo punto si è concluso il meeting per dare inizio al rinfresco.

Antonella Alemanni

 

Per tutte le informazioni, manifestazioni,archivio della Biblioteca” Ines Busnardi Luzzi” nonchè altri articoli di Antonella Alemanni, clicca qui:

http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577

L’INFINITA MUSICA DEL VENTO

TALAMONA 18 settembre 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

IL LIBRO SCRITTO DA LORENZO DELLA FONTE INTRODUCE AD UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA SOSPESA TRA STORIA E LEGGENDA

 

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L’infinita musica del vento. Un titolo simile su una locandina fa pensare che l’evento cui ci si riferisce è un evento musicale. Di certo di musica si parlerà molto questa sera. L’infinita musica del vento è però quella di un libro, scritto da Lorenzo Della Fonte che questa sera, coadiuvato da Donatella Quadrio, ci trasporterà sulle ali del vento attraverso un’avventura umana straordinaria. Così Simona Duca, ex assessore alla cultura, ha introdotto l’evento di questa sera alle ore 20.45, seguito da un nutrito pubblico, per poi passare la parola a Della Fonte il quale, dopo i ringraziamenti di rito alla biblioteca di Talamona e al suo staff, alla libreria di Alice, al Maestro Boiani della Filarmonica di Talamona e alla Maestra Rizzi del coro (che hanno spostato le prove per essere presenti questa sera) e appunto alla signora Donatella Quadrio “metà talamonese e metà di Berbenno, con la quale proprio a Berbenno mesi fa feci una presentazione di questo libro, critica eccellente e avida lettrice che non conoscevo prima di imbarcarmi nell’avventura di questo libro” è passato ad introdurre il suo libro che narra la storia in parte romanzata, ma assolutamente vera di Francesco Scala, clarinettista vissuto all’incirca a metà Ottocento che nel 1841 si imbarca su un mercantile in partenza da Napoli diretto verso Washington. Il libro dunque è diviso in tre parti. La prima è ambientata nella Napoli dei Borboni, la seconda durante la traversata in mare e la terza in America. “è stato molto difficile trovare informazioni su questo personaggio” ha dichiarato l’autore “esistono poche fonti storiche certe. Per esempio nessuno conosce il motivo vero per cui Francesco Scala decise ad un certo punto di imbarcarsi per le americhe, ho dovuto cercarmi un pretesto inventato, ma che potesse essere in qualche modo plausibile” qual è questo pretesto lo si è scoperto nel corso dell’efficace presentazione, ma intanto la parola è passata a Donatella Quadrio, che ha presentato l’opera come “un meccanismo a molle e ad ingranaggi i quali devono stare al loro posto esattamente come gli strumenti musicali. Questo libro ha ingranaggi che marciano a partire dal titolo dalla sua musicalità e in generale si rivela essere un racconto molto vivace. Come già anticipato dall’autore un racconto diviso in tre parti ricostruite con grande fedeltà storica, dalla Napoli dei Borboni che allora era un centro di eccellenza della cultura europea prima che arrivassero i piemontesi a farne scempio, passando dalla rocambolesca traversata che comprende l’episodio di un attacco pirata (i pirati soprattutto di nazionalità africana in quel momento furono combattuti per tre anni dalla marina americana) fino ad arrivare agli episodi americani narrati con le atmosfere degli western di una volta. Un libro che si può definire un romanzo storico con un linguaggio elegante quasi old fashion, dalla struttura moderna, ma con un personaggio superclassico. Un romanzo da una parte biografico che ricostruisce la storia di questo straordinario personaggio Francesco, che poi una volta fatta fortuna in America si chiamerà Frances, ma parallelamente un romanzo musicale non solo nei sensi del linguaggio, ma perché inframmezzato da una serie di interludi, ciascuno con una sua particolare tonalità che raccontano in modo rigoroso l’evolversi della musica, degli strumenti, delle tonalità, un libro insomma godibile, per tutte le età, ma dal quale si può anche imparare perché infondo è anche per questo motivo che si legge no? Un libro che mostra la profondità della cultura musicale del Maestro Della Fonte” che ha ripreso a questo punto la parola “ritenevo importante per lo sviluppo stesso del romanzo parlare delle innovazioni degli strumenti musicali che hanno avuto luogo proprio in quegli anni e che hanno permesso un salto di qualità dalla musica più datata, di stampo Settecentesco ad una musica più moderna, un salto di qualità che coinvolgerà anche le bande” “insomma” ha ancora sottolineato Donatella Quadrio “un romanzo delicato con una sua grazia e liricità che lungi dall’essere gratuite vogliono dimostrare qualcosa. Interessante per esempio il modo in cui Rossini (uno dei tanti grandi che si incontrano tra le pagine di questo romanzo) viene qui reso con la sua passione per i tartufi e con l’episodio dove lo si trova a Parigi a suonare per pagarsi un allevamento di maiali. Un romanzo storico popolare che affronta tematiche sociali come la povertà e l’emigrazione passando attraverso la storia della musica. Un romanzo che racconta in modo specifico come le bande, partite come complessi di serie B nell’immaginario pubblico siano riusciti con fatica a conquistarsi una loro dignità. Esemplare a questo proposito l’interludio che racconta di un grande compositore, Henderson, che scrive un overture che non si riesce a vendere. Interpellato a riguardo Henderson risponde che non vuole che il suo pezzo finisca per essere acquisito dalle bande perché le bande suonano male. Gli viene ribattuto che non sono le bande che suonano male, ma che non vengono date alle bande occasioni per esprimersi al meglio e maturare. Un’altra curiosità che si trova nel libro riguarda il pregiudizio che vuole i componenti delle bande e soprattutto i maestri sempre ubriachi” “il grande merito di Francesco Scala è stato proprio questo” ha ripreso Della Fonte “quello di essere arrivato, anche per fortunata coincidenza, al momento giusto in un Paese che in quel momento non aveva cultura, era un Paese ancora in formazione, giovane, in cui città come Washington valevano come i nostri villaggi valtellinesi. I primi centri che si stavano formando erano altri, Boston ad esempio. Li si sono formati i primi fermenti di un Paese che, proprio perché mancava di una cultura propria, ne era affamato. Sul piano musicale a soddisfare questa fame è arrivato, con ottimo tempismo, Francesco Scala che ha fatto conoscere la musica europea in America finendo col diventare direttore della banda dei Marines di Washington. Lincoln addirittura creerà il titolo di maestro di Banda apposta per lui. Lincoln è stato amico personale di Scala così come lo furono altri otto presidenti (tra cui anche Jefferson, creatore della banda dei marines) e delle loro mogli deputate proprio alla gestione degli eventi soprattutto musicali.Anche per questo, per tali notevoli vicissitudini oltreché per meriti personali questa figura merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto possibile” a questo punto il Maestro Della Fonte ha accompagnato il suo racconto con una serie di immagini raccolte durante la lunga ricerca, durata un anno, per questo libro, materiale reperito via internet attraverso contatti con esponenti del corpo dei Marines e con i bibliotecari del Congresso presso cui Scala è sepolto insieme ai grandi nomi della politica americana.

La prima foto ritrae la banda dei Marines nel 1864 quando Scala era in America già da tredici anni. È questa la prima foto ufficiale della banda dei marines dove compare Scala che suona il clarinetto e un ancora giovanissimo, praticamente bambino John Philip Susa, forse il più grande autore di marce “dal libro Scala può apparire come un personaggio fittizio” ha spiegato Della Fonte “ed ecco come vederlo qui ritratto in foto, capire che è realmente vissuto, costituisca una grande emozione, capire come la sua vita ricercando la fortuna sapendo di trovarla (per via di quel discorso che si faceva prima sulla cultura, sulla fame di cultura che ben accoglieva chiunque sapesse soddisfarla) sia stata una vita reale e straordinaria”

La seconda immagine mostra un ritratto di Scala di corporatura non molto imponente così come nessuno se lo immaginerebbe mai leggendo il libro. Nel ritratto ha in mano un clarinetto piccolo strumento del quale divenne un grande virtuoso venendo appunto da una grande tradizione, quella del Teatro San Carlo di Napoli, il maggior centro di eccellenza della musica europea ancor più della Scala di Milano. Se alla Scala di Milano la gente entrava portandosi da mangiare e spesso si intratteneva in chiacchiericci al San Carlo il pubblico entrava con lo specifico intento di ascoltare la musica. È a questo punto che ritorna la questione sul perché Scala abbia deciso di lasciare questa Napoli così sviluppata, paradiso dei musicisti. “nel libro ho immaginato che Scala fosse allievo del grande clarinettista Ferdinando Sebastiani, cosa plausibile” ha ripreso Della Fonte “ho immaginato che ad un certo punto Sebastiani si dimette dall’incarico di direttore d’orchestra del San Carlo e che viene indetto un concorso per sostituirlo, un concorso cui Scala partecipa, ma che è pieno di imbrogli e che Scala non vince ed è per questo che deciderà di imbarcarsi per le americhe.

La terza immagine riporta un censimento della città di Washington dove Scala è registrato con la moglie e sette figli. In realtà avrà in tutto venti figli da due mogli diverse la prima delle quali lo lascia vedovo in circostanze sconosciute mentre la seconda gli sopravvivrà avendola lui sposata quindicenne alla matura età di quarant’anni. Su questo personaggio esistono pochi documenti tra cui una cronaca dei suoi funerali svoltisi nel 1903 (è morto ad ottant’anni) e un’intervista rilasciata negli ultimi anni della sua vita nella quale racconta aneddoti personali e familiari, intervista sulla quale si è tornati in seguito.

La quarta immagine riporta un acquarello che è stata pretesto per raccontare qualche aneddoto cui si è fatto cenno poc’anzi. Scala prima di diventare direttore della banda dei marines è stato piffero maggiore e poi majur nelle parate militari prima che lo promuovesse Lincoln.

Proprio un biglietto autografo di Lincoln è l’immagine proiettata successivamente ed è a questo biglietto che è legato un aneddoto che Scala avrebbe raccontato nella famosa intervista di cui si diceva un aneddoto riguardante il fratello Raffaele (durante l’intervista Scala non disse mai il nome del fratello, Della Fonte lo scoprirà dopo molte affannose ricerche) che dopo pochi anni lo raggiunge in America e si arruola durante una guerra in Messico. Rimasto ferito chiede a Francesco Scala di intercedere per lui presso il Presidente per farsi promuovere ed allontanare dal fronte. Scala inizialmente non vuole, ma il fratello insiste e allora lui ottiene il tanto agognato documento per il fratello. Dopo molti anni scoprirà che il fratello non lo avrà mai utilizzato talmente prezioso lo considerava con la firma autografa di Lincoln il quale tra l’altro incrocerà i destini della famiglia Scala anche il giorno in cui verrà assassinato. Nel teatro dove gli spararono si metteva in scena un’opera di Shakespeare accompagnata da un’orchestra nella quale suonavano i fratelli della seconda moglie di Scala. Questa è solo una delle tante coincidenze che Della Fonte troverà nel suo viaggio di conoscenza tra archivi, siti internet e faldoni. Un viaggio durato tre anni per la stesura e uno per la ricerca nei ritagli di tempo della sua attività di maestro di musica. Un viaggio cominciato durante un soggiorno in Giappone. In quell’occasione a Della Fonte venne in mente di rieditare una sua opera precedente, un saggio tecnico utilizzato come testo di studio nelle scuole di musica ormai fuori catalogo. In quel libro un trafiletto parlava già di Scala. Della Fonte volle saperne di più e cominciò a fare ricerche che lo appassionarono sempre di più al punto che al momento di terminare il libro e congedarsi dal personaggio ne fu commosso. “da sottolineare come il momento della morte di Scala sia accostato ad una fuga essendo quell’ultimo capitolo del romanzo intitolato FUGA SUL TEMA DI PIU’ PRESSI A TE che venne suonata ai funerali di Scala, ma anche, anni dopo, dall’orchestra del Titanic mentre la nave affondava” hanno raccontato insieme Della Fonte e Quadrio “un personaggio che” ha proseguito ancora una volta Della Fonte “può costituire un grande modello per tutti i giovani che verranno a conoscerlo, anche e soprattutto spero, attraverso il mio libro. È grazie anche a lui che gli Stati Uniti d’America sono passati dal non avere una cultura ad essere un modello di eccellenza dove la musica è radicata nella formazione scolastica e personale di ognuno. In America chiunque sa suonare almeno uno strumento e i manuali di musica sono molto diffusi perché diffusa è la concezione che la cultura deve essere patrimonio di tutti da diffondere a più persone possibile” “il problema della Vecchia Europa” ha sottolineato la signora Quadrio “consiste nell’avere eccellenze, ma nell’essere poco comunicativi ed efficaci quando si tratta di farle conoscere. La cultura degli States è molto più disinvolta. Un quartiere non funziona, è degradato o altro? Lo si butta giù senza tanti complimenti e si riedifica. C’è crisi? La quando c’è crisi si stampano dollari, qui si aumentano le tasse. I problemi tra loro li hanno risolti una volta per tutte con la guerra di Secessione noi i nostri continuiamo a portarceli dietro” “una disinvoltura che ha le sue radici proprio negli anni che sono stati teatro dell’avventura umana di Francesco Scala” ha ripreso Della Fonte “e che si è sviluppata su un impalcatura culturale ben riassunta nel termine WASP coniato dagli americani per indicare come doveva essere il perfetto americano: bianco, anglosassone e protestante. Il libro tocca anche questi temi, la Guerra di Secessione è stato un massacro su ampia scala, forse la prima guerra moderna in anticipo sui tempi rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Da tutto questo è nata la cultura americana ed è stato appassionante per me capire e rendere nei vari interludi, questo cammino, il percorso che ha portato la cultura musicale europea in America anche attraverso Scala ma non solo. La musica tutti la amano, ma non tutti la capiscono e non tutti sanno il suo percorso evolutivo, la progressiva raffinazione degli strumenti e delle sonorità. Attraverso la storia di Scala si può conoscere ad esempio l’evoluzione dello strumento da lui suonato, il clarinetto, il più importante all’interno di un organo bandistico col quale ha realizzato l’inno dei marines su adattamento di un’opera di Hoffenback. In quegli anni la banda dei marines era la più importante anche se esistevano bande di altri reggimenti si trattava ancora di realtà minori e poi cominciavano a formarsi le prime bande civili professionistiche, come quelle dell’irlandese Gilmore che fu grande avversario di Scala e come lui seppe sfruttare il particolare momento storico (totalmente scevro dalle complicazioni di oggi) per diventare ricchissimo con la musica, o come quella del già citato Susa, che divenne il maggior esponente ed interprete della musica per banda. Insomma un racconto costituito da un amalgama di musica, storia, epica e humor (esemplare da questo punto di vista l’episodio della traversata oceanica durante il quale Scala si accorse di soffrire di mal di mare e ritirò dunque la sua richiesta di adesione alla marina per arruolarsi nei marines) che ha animato una serata vivace dalla quale Simona Duca ha saputo trarre un efficace insegnamento “se volete conoscere bene la storia leggete romanzi”

Antonella Alemanni

 

 

Lorenzo Della Fonte (Sondrio, 1960) è musicista, compositore e insegnante al Conservatorio di Torino. Gira il mondo come direttore di orchestre di fiati o, come si diceva una volta, di bande. Studioso del repertorio originale per fiati, è autore del fortunato saggio “La Banda: Orchestra del nuovo millennio”.

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BIBLIOTECA ANCORA VIVA

TALAMONA bilancio stagione culturale 2013-2014

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IL RACCONTO DEL RAPPORTO SEMPRE PIU’ STRETTO TRA POPOLO E BIBLIOTECA, SEMPRE PIU’ CUORE PULSANTE DEL PAESE
Con l’arrivo dell’estate si è chiusa una nuova stagione culturale che ha avuto ancora una volta il suo centro nevralgico nella biblioteca. Mentre la stagione calda vede tutti impegnati in passatempi più leggeri e spensierati, per i volontari, che con passione si occupano della vita culturale talamonese è tempo di bilanci e di riflessioni per garantire ai propri utenti sempre la migliore offerta possibile. Ecco perché nel corso della stagione ci si è preoccupati di distribuire questionari ai partecipanti delle serate per sondare preferenze ed umori. In realtà tali iniziative non incontrano un’ampia adesione ed è un peccato perché sarebbe invece molto importante che tali sondaggi siano un’espressione il più possibile ampia e generale dell’intera popolazione e non solo di una piccola parte. In questo caso ad esempio sono stati compilati solo nove questionari da donne in età compresa tra i 51 e i 70 anni (più quelli compilati da me) che hanno espresso un livello di gradimento medio-alto anche tenendo conto del fatto che non tutti hanno partecipato a tutti gli eventi, c’è chi ha partecipato solo a uno, ma tutti sembrano aver apprezzato l’impegno dei volontari nell’organizzazione delle serate attraverso le quali la cultura diventa parte integrante della vita quotidiana ben coniugata a momenti di socialità che permettono di confrontarsi su argomenti di vario e pubblico interesse permettendo di allargare le proprie vedute verso una prospettiva mondiale e temi etici dei quali diventa sempre più importante parlare. In questo senso molto apprezzate sono state le serate dedicate ai monoteismi. Trovare punti di contatto tra le maggiori religioni del mondo è fondamentale anche per non alterare gli equilibri geopolitici in atto, per impedire ai ciechi fanatismi di prendere il sopravvento e soffocare valori universali come la libertà e la vita. E pensare che queste serate sono state inserite in calendario quasi all’improvviso sulla scia del successo avuto nel corso della serata per la memoria dell’Olocausto durante la quale si è pensato di mettere il punto più che sugli orrori inflitti al popolo ebreo, sulla cultura ebraica stessa per rendersi conto di quanto poco la si conosce e quanto poco la conoscevano anche quelli che la volevano sterminare. Una serata anch’essa rimasta in forse per molto tempo, ma che era troppo importante per essere saltata. Una serata realizzata a partire da un libro (PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter) facente parte di una serie che comprende anche proprio la serata di apertura della nuova stagione durante la quale è stato raccontato, attraverso un libro, il cammino di Santiago e quella dedicata alla ricorrenza del 4 novembre. Dopotutto la biblioteca è pur sempre fatta dai libri ed è in primo luogo attraverso i libri che la cultura si conserva e si trasmette per poi farsi viva e pulsante tra la gente anche attraverso altri canali. Attraverso i libri e attraverso gli archivi come quello storico recentemente restaurato e trasportato proprio nella Casa Uboldi. Questo evento, celebrato con una mostra richiesta anche per l’expo del 2015 e da esso patrocinata, è stato quello su cui si sono investiti maggior tempo ed energie anche a scapito di altre iniziative, come la primavera culturale, che quest’anno non sono state ripetute e di una forse minore frequenza di eventi, complice anche il rinnovo dell’amministrazione comunale. Ma per un’iniziativa che purtroppo è saltata un’altra è stata introdotta. Il comune di Talamona ha infatti aderito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti partendo dal presupposto che fare cultura significa anche trasmettere tutta una serie di valori dei quali fa parte anche la coscienza ambientale e l’importanza della tutela della conservazione degli ecosistemi e della biodiversità come patrimonio per le generazioni future, un patrimonio che in un certo qual modo si può considerare anche culturale e dei quali la nostra specie umana è solo una piccola parte non la padrona assoluta. Valori questi sempre più importanti vista la sempre maggiore sovrappopolazione e il disequilibrio delle risorse che è imperativo imparare a gestire in maniera più accorta e soprattutto sostenibile per l’ambiente. Insomma una stagione che nonostante tutto sembra non aver deluso tutti quelli che vi hanno preso parte (se si eccettua qualche piccola lamentela sull’acustica) una stagione che ha spaziato da temi classici (come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia) fin dai temi di scottante attualità dai quali non si può prescindere per riuscire a creare una cultura che sia davvero viva.

Antonella Alemanni