BIBLIOTECA ANCORA VIVA

TALAMONA bilancio stagione culturale 2013-2014

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IL RACCONTO DEL RAPPORTO SEMPRE PIU’ STRETTO TRA POPOLO E BIBLIOTECA, SEMPRE PIU’ CUORE PULSANTE DEL PAESE
Con l’arrivo dell’estate si è chiusa una nuova stagione culturale che ha avuto ancora una volta il suo centro nevralgico nella biblioteca. Mentre la stagione calda vede tutti impegnati in passatempi più leggeri e spensierati, per i volontari, che con passione si occupano della vita culturale talamonese è tempo di bilanci e di riflessioni per garantire ai propri utenti sempre la migliore offerta possibile. Ecco perché nel corso della stagione ci si è preoccupati di distribuire questionari ai partecipanti delle serate per sondare preferenze ed umori. In realtà tali iniziative non incontrano un’ampia adesione ed è un peccato perché sarebbe invece molto importante che tali sondaggi siano un’espressione il più possibile ampia e generale dell’intera popolazione e non solo di una piccola parte. In questo caso ad esempio sono stati compilati solo nove questionari da donne in età compresa tra i 51 e i 70 anni (più quelli compilati da me) che hanno espresso un livello di gradimento medio-alto anche tenendo conto del fatto che non tutti hanno partecipato a tutti gli eventi, c’è chi ha partecipato solo a uno, ma tutti sembrano aver apprezzato l’impegno dei volontari nell’organizzazione delle serate attraverso le quali la cultura diventa parte integrante della vita quotidiana ben coniugata a momenti di socialità che permettono di confrontarsi su argomenti di vario e pubblico interesse permettendo di allargare le proprie vedute verso una prospettiva mondiale e temi etici dei quali diventa sempre più importante parlare. In questo senso molto apprezzate sono state le serate dedicate ai monoteismi. Trovare punti di contatto tra le maggiori religioni del mondo è fondamentale anche per non alterare gli equilibri geopolitici in atto, per impedire ai ciechi fanatismi di prendere il sopravvento e soffocare valori universali come la libertà e la vita. E pensare che queste serate sono state inserite in calendario quasi all’improvviso sulla scia del successo avuto nel corso della serata per la memoria dell’Olocausto durante la quale si è pensato di mettere il punto più che sugli orrori inflitti al popolo ebreo, sulla cultura ebraica stessa per rendersi conto di quanto poco la si conosce e quanto poco la conoscevano anche quelli che la volevano sterminare. Una serata anch’essa rimasta in forse per molto tempo, ma che era troppo importante per essere saltata. Una serata realizzata a partire da un libro (PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter) facente parte di una serie che comprende anche proprio la serata di apertura della nuova stagione durante la quale è stato raccontato, attraverso un libro, il cammino di Santiago e quella dedicata alla ricorrenza del 4 novembre. Dopotutto la biblioteca è pur sempre fatta dai libri ed è in primo luogo attraverso i libri che la cultura si conserva e si trasmette per poi farsi viva e pulsante tra la gente anche attraverso altri canali. Attraverso i libri e attraverso gli archivi come quello storico recentemente restaurato e trasportato proprio nella Casa Uboldi. Questo evento, celebrato con una mostra richiesta anche per l’expo del 2015 e da esso patrocinata, è stato quello su cui si sono investiti maggior tempo ed energie anche a scapito di altre iniziative, come la primavera culturale, che quest’anno non sono state ripetute e di una forse minore frequenza di eventi, complice anche il rinnovo dell’amministrazione comunale. Ma per un’iniziativa che purtroppo è saltata un’altra è stata introdotta. Il comune di Talamona ha infatti aderito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti partendo dal presupposto che fare cultura significa anche trasmettere tutta una serie di valori dei quali fa parte anche la coscienza ambientale e l’importanza della tutela della conservazione degli ecosistemi e della biodiversità come patrimonio per le generazioni future, un patrimonio che in un certo qual modo si può considerare anche culturale e dei quali la nostra specie umana è solo una piccola parte non la padrona assoluta. Valori questi sempre più importanti vista la sempre maggiore sovrappopolazione e il disequilibrio delle risorse che è imperativo imparare a gestire in maniera più accorta e soprattutto sostenibile per l’ambiente. Insomma una stagione che nonostante tutto sembra non aver deluso tutti quelli che vi hanno preso parte (se si eccettua qualche piccola lamentela sull’acustica) una stagione che ha spaziato da temi classici (come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia) fin dai temi di scottante attualità dai quali non si può prescindere per riuscire a creare una cultura che sia davvero viva.

Antonella Alemanni

DUOMO DI SIENA

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Duccio da Boninsegna, Maestà del Duomo di Siena, 1308-11,Museo dell’Opera del Duomo,Siena

Vanto di Siena, concepito come “il maggior monumento della cristianità”, il Duomo di Santa Maria Assunta è tra le più riuscite creazioni dell’architettura romanico-gotica italiana. La Cattedrale fu eretta nel luogo in cui – secondo la tradizione – esisteva una chiesa fin dal IX secolo La costruzione iniziò nel 1229 e fu portata a termine solo alla fine del Trecento. Tra il 1258 e 1285 la direzione dei lavori fu affidata ai monaci Cistercensi di San Galgano, che chiamarono a Siena Nicola Pisano e suo figlio Giovanni.

All’inizio del Trecento, Siena era al massimo della sua prosperità e le proporzioni della Cattedrale non apparvero più degne dello splendore della Repubblica. Si decise quindi di ricostruire una nuova e grandiosa Cattedrale – il Duomo Nuovo – di cui l’attuale chiesa sarebbe stata solo un transetto. Il progetto fu affidato a Lando di Pietro nel 1339. Ma la peste del 1348 e le guerre con le città vicine fecero precipitare la situazione che da florida divenne critica, e l’ambizioso progetto fu definitivamente abbandonato. Ancor oggi rimane la testimonianza di quest’opera incompiuta, in fondo alla fiancata destra del Duomo.

Dopo questa parentesi, si tornò a lavorare sul duomo originario e nel 1376 fu affidata la costruzione della facciata superiore a Giovanni di Cecco; nel frattempo la cupola e il campanile erano già stati eseguiti. Nel 1382 si provvedeva al rialzamento delle volte della navata centrale e alla ricostruzione dell’abside: solo allora il Duomo poté considerarsi terminato.

 

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L’ESTERNO – La facciata in marmi policromi ha una ricca decorazione scultoria. La zona inferiore, aperta da tre portali con timpani gotici, è opera di Giovanni Pisano, così come le statue dei profeti, dei filosofi e dei patriarchi, mentre la parte superiore è del Trecento e mosaici ottocenteschi decorano le tre cuspidi. Il fianco destro, scandito dalle fasce marmoree chiare e scure, è aperto da grandi finestre a tabernacolo e dalla Porta del Perdono, sormontata da un bassorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino, attribuito a Donatello. I contrafforti sono coronati da statue di profeti, copie degli originali del XIV secolo, custoditi nella cripta di San Giovanni. Il campanile, a fasce bianche e nere, sorge su un’antica torre, presenta sei ordini di finestre ed è coronato da una cuspide a piramide ottagonale.

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L’INTERNO – A croce latina, è suddiviso in tre navate da pilastri, che sostengono le volte dipinte in azzurro con stelle d’oro. La bicromia delle fasce bianche e nere raggiunge qui un effetto di grande enfasi, accentuato dal magnifico pavimento con tarsie marmoree prevalentemente dello stesso colore. I più antichi dei 56 riquadri risalgono al 1370 circa, e sono eseguiti in graffito, mentre i successivi sono vere e proprie tarsie. Gli ultimi riquadri furono realizzati nel 1547. Domenico Beccafumi è l’artista più impegnato nella creazione di questo splendido pavimento, poiché eseguì 35 tarsie nel 1517-1547, ma complessivamente vi lavorarono più di 40 artisti, in maggior parte senesi. Per motivi di conservazione, solo alcuni riquadri sono sempre visibili, perciò nella sua interezza il pavimento si può ammirare solo per brevi periodi ogni anno.

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La navata centrale e il presbiterio presentano un cornicione sostenuto dai busti di 172 pontefici, sotto il quale si trovano i busti di 36 imperatori, opera del XV-XVI secolo. Vicino ai primi pilastri sono poste due acquasantiere, splendidamente scolpite da Antonio Federighi nel 1462-1463. La cupola, a pianta esagonale, è decorata da statue dorate di santi e da figure di patriarchi e profeti, dipinte a chiaroscuro alla fine del XV secolo.
Particolarmente interessante nel transetto destro è la Cappella Chigi o della Madonna del voto, a pianta circolare, eseguita per il papa Alessandro VII da Gian Lorenzo Bernini, al quale sono attribuite anche le due statue ai lati dell’ingresso (Maddalena e San Girolamo). Carlo Maratta dipinse la Visitazione, sulla parete sinistra, e da un suo quadro è stata eseguita a mosaico la Fuga in Egitto sulla parete destra. La Madonna del voto è della seconda metà del XIII secolo ed è oggetto di venerazione da parte dei Senesi, i quali si rivolgono a lei nei momenti di crisi o di difficoltà.

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:Altare Maggiore del Duomo di Siena

Nel presbiterio sopraelevato, l’altare maggiore in marmo fu eseguito nel 1532 da Baldassarre Peruzzi, mentre il maestoso ciborio bronzeo è opera del Vecchietta (1467-1472), proveniente dalla chiesa dell’Ospedale di Santa Maria della Scala e qui posto nel 1506. Ai lati dell’altare maggiore figure di angeli, capolavori di Francesco di Giorgio Martini (1439-1502), tranne le due superiori. Sui pilastri del presbiterio sono posti otto candelabri in forma di angeli, eseguiti da Domenico Beccafumi nel 1548-50, il quale è autore anche dell’affresco dell’abside, alterato nell’Ottocento. Sopra l’affresco si trova la preziosa finestra circolare realizzata nel 1288 su disegno di Duccio, probabilmente l’esemplare più antico di vetrata piombata esistente in Italia. Infine, il presbiterio conserva un bel coro ligneo della fine del XIV secolo ed ampliato nel XVI.

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Nicola Pisano(e allievi), Pulpito del Duomo di Siena, 1265-1268, marmo di Carrara

Nel transetto sinistro si può ammirare lo splendido pulpito di Nicola Pisano, capolavoro eseguito nel 1265-1269 con la collaborazione del figlio Giovanni, di Arnolfo di Cambio, di Donato e Lapo di Ricevuto. Il pulpito a pianta ottagonale è sostenuto da colonne, fra le quali si aprono eleganti archi trilobati, decorati da statue di profeti e di virtù. Delle nove colonne, quattro hanno la base a forma di leone, mentre la base della centrale è circondata dalle otto figure delle arti. Il parapetto è formato da sette pannelli con storie della vita di Cristo e con la raffigurazione del Giudizio Universale, uniti fra loro da statue di profeti e della Madonna con il Bambino. Il pulpito, eseguito a pochi anni di distanza da quello per il Battistero di Pisa,segna la piena adesione di Nicola Pisano allo stile gotico, che però non rinuncia alla sua formazione classica: la forza espressiva delle singole figure ne esalta l’individualità, mentre l’incalzante ritmo narrativo le fonde nell’unità della scena.
Si prosegue nel transetto sinistro, dove è posta la tomba del Card. Riccardo Petroni, eseguita da Tino di Camaino nel 1317-1318, il cui modello fu spesso ripetuto nel corso del XIV secolo. Di fronte, sul pavimento si noti la lastra tombale del vescovo Giovanni Pecci, opera di Donatello datata 1426. Si passa quindi nella Cappella di San Giovanni Battista, elegante costruzione rinascimentale che custodisce affreschi restaurati di Pinturicchio (1454-1513) e la statua bronzea di San Giovanni Battista, opera tarda di Donatello (1457). Nella navata sinistra è l’entrata alla Libreria Piccolomini. Usciti dal Duomo, si percorre la piazza sul fianco destro del Duomo e si scendono le scale, che conducono al Battistero di San Giovanni.

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Libreria Piccolomini

Libreria Piccolomini

Lucica Bianchi (NL VBA)

ET IN ARCADIA EGO

Et in Arcadia ego è un’iscrizione riportata in alcuni importanti dipinti del Seicento.Essa appare anche come iscrizione tombale sul dipinto “I pastori di Arcadia” (circa 1640), del pittore francese Nicolas Poussin. La frase può tradursi letteralmente, “Anche in Arcadia io”: dove Et sta per etiam (anche), viene sottinteso: sum (sono presente) o eram (ero). Sembra quindi volersi intendere con l’iscrizione sia l’onnipresenza nel tempo e nello spazio della morte (sum – Io sono presente anche in Arcadia), sia la transitorietà di fronte alla morte della gloria letteraria del defunto (eram – Anche io ero in, facevo parte dell’, Arcadia).

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La versione di Poussin del 1627 dei Pastori d’Arcadia, Chatsworth House 

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Nicolas Poussin, Pastori d’Arcadia (1640 circa), Museo del Louvre, Parigi

Et in Arcadia ego” appare nei titoli di famosi dipinti di Nicolas Poussin (1594–1665). Si tratta di dipinti pastorali raffiguranti pastori ideali dell’antichità classica, raggruppati attorno ad una tomba austera. La seconda versione del dipinto, più famosa, che misura 122 per 85 centimetri, è nel Museo del Louvre, a Parigi, con il nome di “Les bergers d’Arcadie” (I Pastori di Arcadia). Il dipinto è stato di grande influenza nella storia dell’arte, e recentemente è stato associato con la pseudostoria del Priorato di Sion, resa popolare dai libri Holy Blood, Holy Grail e The tomb of God. La prima versione del dipinto di Poussin (ora a Chatsworth House) fu probabilmente commissionata come una rivisitazione della versione del Guercino. È dipinta in uno stile barocco più avanzato rispetto all’ultima versione, caratteristico dei lavori del primo Poussin. Nel dipinto di Chatsworth i pastori scoprono attivamente una tomba seminascosta dai rampicanti, e leggono l’iscrizione con espressione curiosa. Il modo di posare della pastorella, sulla sinistra, mostra un fascino sessuale, molto differente dalla più austera controparte delle versioni successive, che è contraddistinta anche da una composizione più geometrica e da figure più contemplative. La faccia somigliante ad una “maschera” della pastorella è conforme al canone classico del”profilo greco”.

 

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“Et in Arcadia ego” del Guercino, 1618-1622,Galleria Nazionale di Palazzo Barberin,Roma

 

Lucica Bianchi

CLAUDE MONET

 

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Claude Monet (Parigi 1840- Giverny 1926), tra tutti i pittori dell’impressionismo, può essere considerato il più impressionista di tutti. La sua personale ricerca pittorica non uscirà mai dai confini di questo stile, benché egli sopravviva molto più a lungo dell’impressionismo. La sua formazione avvenne in maniera composita, trovando insegnamento ed ispirazione in numerosi artisti del tempo. A diciotto anni iniziò a dipingere, sotto la direzione di Boudin, che lo indirizzò al paesaggio en plain air. Recatosi a Parigi, ebbe modo di conoscere Pissarro, Sisley, Renoir, Bazille. In questo periodo agisce su di lui soprattutto l’influenza di Courbet e della Scuola di Barbizon.

Nel 1863 si entusiasmò per «La Colazione sull’erba» di Manet e cercò di apprenderne il segreto. Nel 1870 conobbe la pittura di Constable e Turner. In questo periodo si definisce sempre più il suo stile impressionistico, fatto di tocchi di colore a rappresentare autonomi effetti di luce senza preoccupazione per le forme. Nel 1872 dipinse il quadro che poi diede il nome al gruppo: «Impression. Soleil levant». Questo quadro fu esposto nella prima mostra tenuta dagli impressionisti nel 1874.

In questo periodo lo stile di Monet raggiunge una maturazione che si conserva inalterata per tutta la sua attività posteriore. Partecipa a tutte le otto mostre di pittura impressionista, tenute fino al 1886. I suoi soggetti sono sempre ripetuti infinite volte per esplorarne tutte le varianti coloristiche e luministiche. Tra le sue serie più famose vi è quella che raffigura la cattedrale di Rouen. La facciata di questa cattedrale viene replicata in ore e condizioni di luminosità diverse. Ogni quadro risulta così diverso dall’altro, anche se ne rimane riconoscibile la forma di base pur come traccia evanescente e vaporizzata.

Dal 1909 al 1926, anno della sua morte, esegue una serie di quadri aventi a soggetto «Le ninfee». In questi fiori acquatici sono sintetizzati i suoi interessi di pittore, che rimane impressionista anche quando le avanguardie storiche hanno già totalmente demolito la precedente pittura ottocentesca.

Lucica Bianchi

 

 

 

CORONA FERREA, DUOMO DI MONZA

 

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La Corona Ferrea, Museo e Tesoro del Duomo,Monza,Milano

Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente.Conservatasi miracolosamente fino ai nostri giorni, la Corona è composta da sei piastre d’oro – ornate da rosette a rilievo, castoni di gemme e smalti – recanti all’interno un cerchio di metallo, dal quale prende il nome di “ferrea”, che un’antica tradizione, riportata già da sant’Ambrogio alla fine del IV secolo, identifica con uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo: una reliquia, quindi, che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino.La tradizione, che lega la Corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia (o dagli aspiranti tali, come i Visconti), che l’avrebbero usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani. Recenti indagini scientifiche fanno prospettare che la Corona, che così come si presenta deriva da interventi realizzati tra il IV-V e il IX secolo, possa essere un’insegna reale tardo-antica, forse ostrogota, passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare e donata al Duomo di Monza.A partire da allora la storia del diadema fu indissolubilmente legata a quella del Duomo e della città. Nel 1354, ad esempio, papa Innocenzo VI sancì come diritto indiscusso – anche se poi disatteso – del Duomo di Monza di poter ospitare le incoronazioni dei re d’Italia, mentre nel 1576 san Carlo Borromeo vi istituì il culto del Sacro Chiodo, in modo sia da rendere ufficiale il riconoscimento del diadema come reliquia, sia di legarlo a un altro Sacro Chiodo, conservato nel Duomo di Milano, che secondo la stessa antica tradizione sant’Elena avrebbe fatto forgiare a forma di morso per il cavallo di Costantino, come ulteriore metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’Impero.
In virtù del suo valore sacro la Corona Ferrea viene conservata in un altare consacrato e ad essa dedicato, eretto da Luca Beltrami nel 1895-96.

Descrizione.

Il prezioso cimelio è in lega di argento e oro all’80% circa, ed è composto di sei placche legate fra loro da cerniere verticali; ha il diametro di cm 15 e l’altezza di cm 5,5; il peso è di 535 grammi. È adornata di ventisei rose d’oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné. Le gemme rosse sono granati, viola sono ametiste, il corindone è blu scuro. Altre decorazioni sono in pasta vitrea. La lamina circolare che tradizionalmente si identifica con il Sacro Chiodo corre lungo la faccia interna delle sei placche. La corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo: si ritiene perciò che in origine fosse composta di otto placche invece che sei. La corona è custodita nella cassaforte protetta da due porte. È nella teca dal 1885 per volontà di Umberto I.

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La Corona Ferrea nella teca dove si trova oggi

Secondo la ricostruzione, in origine le placche d’oro avevano soltanto la gemma centrale, come si vede in alcune monete che ritraggono Costantino con il suo elmo in testa. Due corone ritrovate nel XVIII secolo a Kazan, in Russia, sono del tutto simili; probabilmente anche la Corona Ferrea fu opera di orefici orientali.

Le lastrine colorate con le altre pietre furono aggiunte presumibilmente da Teodorico, il quale fece rimontare il diadema su un altro elmo, in sostituzione di quello trattenuto dai bizantini. Carlo Magno fece poi sostituire alcune delle lastrine che si erano rovinate. L’esame al Carbonio 14 condotto su due pezzetti di stucco ha infatti datato uno di essi intorno al ‘500,e l’altro intorno all’800. L’aspetto della corona successivo al restauro di Carlo Magno è testimoniato dai documenti dell’incoronazione di Federico Barbarossa: essa non era più montata su un elmo, ma portava solo un archetto di ferro sulla sommità e aveva ancora la dimensione adatta ad essere portata sulla testa.

Le due placche mancanti furono probabilmente rubate mentre la corona era in pegno agli Umiliati, che la conservavano nel loro convento di Sant’Agata (nell’attuale piazza Carrobiolo a Monza). I documenti successivi al 1300 infatti la descrivono come “piccola”. Nel1345 essa fu affidata per un secondo restauro all’orafo Antellotto Bracciforte, il quale le diede l’aspetto attuale.

 

Lucica Bianchi

NELLA MENTE DI UN GENIO

“Leggimi,lettore, se ti diletti di me, perché son rarissime volte rinata al mondo, perché la pazienza di tale professione si trova in pochi che voglino di novo ricomporre simile cose di novo. E venite o omini, a vedere i miracoli che per questi tali studi si scopre nella natura...”

Leonardo da Vinci

 

 
“La natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in esperientia. Ogni nostra cognitione principia dal senso; […] i sensi sono terrestri, la ragione sta fuor di quelli, quando contempla. [E] quelli che s’inarnorono di pratica senza scientia sono come il nocchiere che entra navilio senza timone e bussola, e che mai ha certezza dove si vada. La scientia è il capitano, e la pratica i soldati.”

Leonardo da Vinci

LA BATTAGLIA DI ANGHIARI

La Battaglia di Anghiari era una pittura murale di Leonardo da Vinci, databile al 1503 e già situata nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. A causa dell’inadeguatezza della tecnica il dipinto venne lasciato incompiuto e mutilo; circa sessant’anni dopo la decorazione del salone venne rifatta da Giorgio Vasari, non si sa se distruggendo i frammenti leonardeschi o nascondendoli sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: i saggi finora condotti non hanno sciolto il mistero. Nell’aprile del 1503 Pier Soderini, gonfaloniere a vita della rinata Repubblica fiorentina, affidò a Leonardo, da qualche anno tornato in città dopo il lungo e prolifico soggiorno milanese, l’incarico di decorare una delle grandi pareti del nuovo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Si trattava di un’opera grandiosa per dimensioni e per ambizione, a cui avrebbe atteso nei mesi successivi, e che l’avrebbe visto faccia a faccia con il suo collega e rivale Michelangelo, a cui era stato commissionato un affresco gemello su una parete vicina, la Battaglia di Càscina (29 luglio 1364, contro i Pisani).La scena affidata a Leonardo invece era la battaglia di Anghiari, cioè un episodio degli scontri tra esercito fiorentino e milanese del 29 giugno 1440; nel complesso la decorazione doveva quindi celebrare il concetto di libertas repubblicana, attraverso le vittorie contro nemici e tiranni.Dopo un viaggio a Pisa nel luglio, Leonardo iniziò infine a progettare il grande dipinto murale che, come per altre sue opere, non sarebbe stato un affresco, ma una tecnica che permettesse una gestazione più lenta e riflessiva, compatibilmente col suo modus operandi. Dalla Historia naturalis di Plinio il Vecchio recuperò l’encausto, che adattò alle sue esigenze.Per ragioni diverse nessuna delle due pitture murali venne portata a termine, né si sono conservati i cartoni originali, anche se ne restano alcuni studi autografi e copie antiche di altri autori.

 

Lucica Bianchi

 

PIERRE AUGUSTE RENOIR

 

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Pierre-Auguste Renoir (Limoges, 25 febbraio 1841 — Cagnes-sur-Mer, 3 dicembre 1919) è stato un pittore francese, tra i massimi esponenti dell’Impressionismo. Artista prolifico, Renoir ha eseguito in tutto oltre mille dipinti. Il suo stile, caldo e sensuale, ha permesso alle sue opere di essere tra quelle più note e frequentemente riprodotte nella storia dell’arte

Dopo il viaggio in Italia , soprattutto dopo essere stato annichilito dalla pittura di Raffaello e dai dipinti di Pompei,dall’arte di Venezia,dove dipinge due vedute di piazza San Marco,Renoir sente una esigenza di cambiamento , una sorta di sensazione di inadeguatezza della pittura impressionista.L’esigenza,appunto,di tornare alla pittura classica. Le nature morte, i nudi e i paesaggi rurali, verranno d’ora in poi trattati con semplicita’, la ricerca della luce diventa adesso ricerca dell’essenza delle cose,un ritorno alla primordialità.Renoir e Monet possono essere considerati i precursori dell’impressionismo. Il movimento impressionista e’ nato da un gruppo di amici anticonformisti ,ed ha avuto vita molto difficile nei salotti e nelle gallerie d’arte, dove non veniva accettato dagli artisti dell’epoca. Renoir dovette superare dei periodi di miseria economica,oltre che feroci critiche alla sua arte,ed in certi periodi riusci ad avere sostentamento solo grazie alla generosità di suoi amici,artisti anche loro.Nonostante tutto l’artista,pur essendo amante dei paesaggi, trovava sempre il modo di inserirvi delle figure umane, in particolar modo donne.L’idea di rappresentare la vita umana in tutte le sue forme era per lui quasi irrinunciabile.
Renoir ad un certo punto della sua vita inizia a soffrire di una gravissima forma di artrite,tanto che negli ultimi anni il pennello gli dovrà essere legato alla mano. Anche in questo caso le sue sofferenze personali non emergono nella sua arte, che anzi regala gioia, serenità ed idolatria della vita, soprattutto nel ritratto dei suoi tre figli. Anche il luogo in cui il maestro ha trascorso i suoi ultimi anni di vita ha avuto un ruolo fondamentale nella sua opera, tanto che suo figlio ,il grande regista Jean Renoir, ebbe a dire “Quella tra Canges-su-mer e Renoir è un’autentica storia d’amore e, come tutte le storie d’amore, è una storia che non conosce abbandoni”.

 

 

Lucica Bianchi

 

 

CARAVAGGIO- CENA DI EMMAUS

Due versioni a confronto
La prima tela, oggi conservata alla National Gallery di Londra, viene dipinta a Roma per il marchese Ciriaco Mattei nel 1601, quando Caravaggio è ormai considerato “il massimo pittore di Roma”; la seconda, oggi alla pinacoteca di Brera, viene realizzata nel 1606,nei feudi della famiglia Colonna a Paliano, nei pressi di Frosinone, dove Caravaggio aveva cercato protezione in seguito all’accusa di aver ucciso Ranuccio Tomassoni.
La scena, narrata dal Vangelo di Luca, si riferisce al momento in cui sulla via di Emmaus (un villaggio vicino a Gerusalemme) Cristo compare a due suoi discepoli (che non sanno della sua resurrezione) senza farsi riconoscere. Entrati in una locanda e sedutisi a tavola per rifocillarsi, i due apostoli riconoscono Gesù quando egli benedice il pane e lo spezza.
Nella prima esecuzione la luce illumina e definisce i gesti drammatici dei protagonisti e le loro vesti colorate.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1601-1602, olio su tela, National Gallery, Londra

Gesù ha i capelli lunghi e il volto senza barba, nella ripresa di un’antica tradizione iconografica paleocristiana che consente di esplicitare alcuni elementi di carattere teologico.Infatti Gesù, essendo risorto, appare in tutto il suo splendore di uomo realmente vivo ma nelle sembianze è diverso e per questo non subito riconosciuto dai discepoli.Egli è vestito di rosso con un mantello chiaro su una spalla, ha gli occhi socchiusi e le mani sono ferme nel gesto della benedizione del pane. I due commensali, vestiti da pellegrini, sono rappresentati nello sconvolgimento interiore conseguente al riconoscimento.La sorpresa è enorme. Il personaggio di spalle sembra scostare di scatto la sedia per lo spavento. Quello sulla destra allarga le braccia come meravigliato (ma forse anche a mimare la croce) per l’apparizione prodigiosa e con la mano sembra bucare la superficie del quadro; l’oste rimane impietrito.Nel dipinto sono presenti tanti simboli: sulla tavola, il pane e il vino sono simbolo del corpo e del sangue di Cristo e quindi del suo sacrificio. Il canestro colmo di frutti molto maturi è simbolo della fragilità dell’esistenza terrena; il tempo passa e inesorabilmente deteriora le cose, fa appassire le foglie dell’uva, spacca i fichi e la melagrana, intacca la buccia delle mele. La conchiglia che compare sul vestito del personaggio di destra è un simbolo di pellegrinaggio.

 

Nella seconda opera si nota una composizione simile, ma l’atmosfera appare più raccolta; la narrazione è più concisa, sfrondata di particolari e ciò dispone alla meditazione.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1606, olio su tela, Pinacoteca di Brera, Milano

Infatti, il discepolo che è di spalle manifesta di riconoscere Gesù in modo più intimo: non sembra mosso dallo stupore, ma, allargando le braccia, appare accennare una preghiera.L’improvvisa apparizione della presenza viva di Cristo viene sottolineata dalla luce che illumina la mensa, significativamente apparecchiata solo con il pane e il vino.Cristo questa volta è rappresentato con la barba, come definitivamente riconosciuto dai discepoli che finalmente lo vedono presente tra loro, riecheggiando le parole del Vangelo di Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero…”.

 

Lucica Bianchi

CHIESA DI SANTA MARIA PRESSO SAN SATIRO, MILANO

L’illusione è perfetta.

Si entra nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro, a Milano, e pare che, dietro l’altare, ci sia un grande spazio, un’abside regolare, ben completata da colonne e decorazioni.

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Invece no, non è così: ma l’illusione dura a lungo, e per accorgersi che si tratta solo di un’illusione ottica bisogna arrivare proprio vicino all’altare, quasi toccare con mano: dietro l’altare non si passa, c’è poco meno di un metro di spazio. Insomma, l’abside che vedete nelle foto nella realtà non esiste.
L’artefice di questa meraviglia prospettica è uno dei nostri più grandi architetti, Donato Bramante.
Come è intuibile, dietro a questo strano capolavoro c’è una necessità pratica: al momento di costruire la chiesa, la diocesi non ebbe i necessari permessi. Lo spazio ridotto, anzi annullato, avrebbe ormai richiesto un altro progetto oppure reso impossibile l’opera; Bramante invece accettò la sfida e riportò in scala le stesse misure che aveva previste in origine. E difatti la finta abside realizzata misura 97 centimetri invece dei 9 metri e 70 previsti nel disegno originale; e da questo impedimento Bramante è riuscito a trarre un capolavoro inaspettato.
San Satiro era il fratello di Sant’Ambrogio (339-397 circa), e quindi contemporaneo di Sant’Agostino. A lui fu dedicata la chiesa originaria, fatta costruire probabilmente su un luogo di culto preesistente dall’arcivescovo Ansperto da Biassono, che fu a capo della diocesi di Milano dall’anno 868 all’anno 882. Al vescovo Ansperto si devono grandi lavori, la costruzione di nuove chiese, interventi sulla basilica di Sant’Ambrogio e sulle mura romane, e anche la basilica di San Satiro.
Nel 1242 l’immagine devozionale della Madonna col Bambino, conservata da sempre nella basilica, venne profanata; le cronache raccontano di un giovane,Massazio di Vigonzone, che pugnalò il Bambino, e del sangue che sgorgò subito da quell’immagine. Nella chiesa è ancora conservato il pugnale di Massazio, e l’immagine miracolosa divenne meta di pellegrinaggi.

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Per onorare quest’immagine miracolosa, si decise, nel 1480, di costruire la nuova chiesa. L’incarico verrà affidato al Bramante, e la chiesa prenderà il nome di Santa Maria presso San Satiro, inglobando l’antica basilica. Al centro dell’altare c’è ancora oggi l’immagine miracolosa.

Lucica Bianchi