LA CAPPELLA SISTINA – MICHELANGELO BUONARROTI

 

 

“Senza aver visto la Cappella Sistina, non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo sia in grado di ottenere”.

   Goethe

 

 

Roma! Città eterna e capitale della storia e dell’arte. Al centro della città, la Basilica di San Pietro simbolo stesso del cristianesimo in ogni parte del mondo. Dai corridoi dei Musei Vaticani, alla basilica del primo papa cristiano, questa è la meta ogni anno di oltre 4 milioni di visitatori venuti da tutte le parti del globo. Un percorso meraviglioso che trova il suo culmine in uno dei più grandi tesori di tutti i tempi: la Cappella Sistina.

CAPPELLA SISTINA - RICOSTRUZIONE DELL'INTERNO, PRIMA DEGLI INTERVENTI DI MICHELANGELO. STAMPA DEL XIX SECOLO.

CAPPELLA SISTINA – RICOSTRUZIONE DELL’INTERNO, PRIMA DEGLI INTERVENTI DI MICHELANGELO. STAMPA DEL XIX SECOLO. (clicca sulla foto per ingrandimento)

Il papa Sisto IV la inaugura nel 1483 e voleva che rappresentasse tutta la maestosità della Chiesa romana. I più famosi pittori dell’epoca vennero chiamati ad affrescare le pareti, ma la Cappella custodisce la presenza di uno dei giganti dell’arte di tutti i tempi: Michelangelo Buonarroti. Aveva 33 anni nel 1508, quando papa Giulio II gli chiese di decorare la volta della Sistina, un’ impresa quasi impossibile per un artista che aveva sempre fatto della grandezza la sua ossessione.

LA CAPPELLA SISTINA DALL'ALTO. VI FU CELEBRATO IL PRIMO CONCLAVE NEL 1492, DAL 1878 è SEDE STABILE DI OGNI CONCLAVE.

LA CAPPELLA SISTINA DALL’ALTO. VI FU CELEBRATO IL PRIMO CONCLAVE NEL 1492, DAL 1878 è SEDE STABILE DI OGNI CONCLAVE. (clicca sulla foto per ingrandimento)

Michelangelo dormiva e mangiava sotto la volta. Dipingere con la schiena piegata all’indietro era massacrante e l’umidità divorava gli affreschi, tant’ è vero che Michelangelo dovete distruggere il suo Diluvio Universale più volte per ricominciare tutto da capo.

Michelangelo si è ispirato alle vicende del Vecchio Testamento con un gusto quasi mitologico. La grande volta viene partita verticalmente in 3 grandi fasce.

LA VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA

LA VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA (clicca sulla foto per ingrandimento)

Nella più alta, in riquadri più o meno grandi sono nove scene tratte dalla Genesi, ai lati delle più piccole agitati giovani ignudi reggono medaglioni di finto bronzo con altre storie bibliche. Nella seconda, poco più in basso, Profeti e Sibille (i veggenti che hanno previsto la venuta del Signore) siedono sui troni. Nella terza fascia, la più bassa, composta dai triangoli e dalle lunette gli antenati di Cristo, e ai lati  quattro eroi di Israele che hanno salvato il popolo ebraico, simboli della promessa messianica. Il corpo umano fu sempre il vero protagonista dell’opera dell’artista, che disprezzava sfondi e paesaggi. Il risultato è una pittura monumentale e drammatica che tende più possibile verso l’arte che Michelangelo preferiva: la scultura. Nella creazione di Eva, la donna non nasce da una costola, ma direttamente dal fianco di Adamo, la somiglianza dei corpi sta a testimoniare l’origine comune. Nel peccato originale, la colpa di Eva viene trasmessa dalla crudezza del suo volto, e il serpente, anch’esso a forma di donna, anticipa la colpa. Ma è la creazione di Adamo l’affresco più significativo dell’intera volta della Sistina. Semplicemente straordinari sono i due indici che stanno per entrare in contatto.

LA CREAZIONE DI ADAMO

LA CREAZIONE DI ADAMO (clicca sulla foto per ingrandimento)

Vediamo il Dio di Michelangelo che trasmette la scintilla della vita. La volta della Sistina è di un impatto visivo senza precedenti nella storia, una fusione tra pittura, scultura e architettura che Michelangelo ha trasformato in un trionfo assoluto!

I destini della Sistina e quello di Michelangelo erano ormai uniti. E’ il 1533, papa Clemente VII (Giulio de Medici 1523-1534) ordina a Michelangelo, settantenne, di tornare nella Sistina per affrescare l’enorme parete retrostante l’altare. Il soggetto: Il Giudizio Universale.

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

IL GIUDIZIO UNIVERSALE (clicca sulla foto per ingrandimento)

La sua collocazione estremamente anomala (normalmente questo tema compare sulla controfacciata o sulla facciata degli edifici sacri) è frutto della specifica  volontà del committente, che però giunse a vederne solo il modello compositivo preparatorio. L’esecuzione in affresco del dipinto ebbe luogo sotto il papa Paolo III (Alessandro Farnese 1534-1549) ed inizia nel 1536 dopo una lunga e tormentata fase preparatoria. La composizione presenta in alto, nelle due lunette i simboli della Passione portati in volo da angeli apteri (cioè senza ali); segue la fascia dei santi e degli eletti, in mezzo ai quali si trova il Cristo giudice e la Vergine Maria. Al centro un gruppo di angeli tubicini, annunciatori del giorno del giudizio,  a sinistra i risorgenti chiamati da Cristo con un gesto delicato della mano, e a destra i dannati che precipitano in basso verso l’inferno. Alla base dell’affresco, a sinistra c’è la Resurrezione della carne, e a destra la rappresentazione dell’inferno con Caronte in piedi sulla barca alata con la quale ha raccolto i dannati e Minosse in atto di svolgere la sua funzione di giudice infernale.

Nel momento in cui Michelangelo era alle prese con Il Giudizio, il mondo stava per cambiare. La tempesta luterana sta mettendo in discussione i fondamenti stessi del cattolicesimo. Michelangelo venne sedotto dall’idea di un gruppo di riformisti religiosi “i spirituali”, che sostenevano l’integrazione tra pensiero luterano e cattolico. Michelangelo fece di questa idea la sua filosofia di vita e l’ispirazione per affrontare da solo tutto l’enorme sforzo creativo del Giudizio Universale, il più grande affresco mai eseguito da un artista. Un’opera radicalmente diversa da tutto ciò che era stato compiuto fino ad allora, sconvolgente in ogni particolare. Nemmeno gli angeli non sembrano risparmiati davanti al possente Cristo Redentore, che giudica e condanna tutte le 400 figure, rese pari dalla loro nudità. Non resta che chiederci se c’è forse un’altra opera più travolta o più sconvolta da una disperata speranza, come quella che si può vedere nell’arte di Michelangelo Buonarroti?

L’inaugurazione nel 31 ottobre 1541 del Giudizio Universale, giorno in cui papa Paolo III celebrò i Vespri davanti all’affresco appena scoperto, provocò tanto entusiasmo quanto scalpore. I nemici di Michelangelo chiesero la distruzione dell’opera, vedendo in essa un segno di eresia luterana. Per fortuna del mondo intero, il Giudizio Universale non è stato distrutto, ma è resistito per 5 secoli, e oggi insieme alla volta della Cappella rappresentano due capolavori assoluti,  un vero e proprio inno alla perfezione e alla bellezza che l’uomo può raggiungere attraverso l’arte.

APPROFONDIMENTI: (Fonte: Wikipedia)

Le pareti

Parete ovest
Parete sud

La parete sud mostra le Storie di Mosè, databili al 14811482. Dall’altare si incontrano:

Parete nord

La parete nord mostra le Storie di Cristo, databili al 14811482. Dall’altare si incontrano:

Parete est (d’ingresso)

                                                                                                                      Lucica

LA FILOSOFIA GRECA

I Greci affrontarono il problema della conoscenza del mondo in modo diverso da tutti gli altri popoli dell’antichità: essi riconobbero che il ragionamento, per essere davvero tale, deve procedere sulla base di principi generali, ed è per questo che vengono unanimemente considerati i fondatori della filosofia. Diversamente dalla speculazione egizia e mesopotamica, la filosofia greca si accompagnò infatti ai primi passi della scienza.

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In una miniatura araba, Dioscoride mentre insegna ad un allievo. Epigono della scuola alessandrina, nel primo secolo d.C. la sua opera” De materia medica” (Sulla materia medica) fu tra le ultime di carattere veramente scientifico della civiltà greco-romana.

E’ vero che alcune nozioni sulle stelle, sulle piante, sui metalli, et cetera i Greci le avevano ereditate dalle precedenti culture orientali, ma si trattava di nozioni essenzialmente empiriche e frammentarie, capaci di mettere l’uomo in grado di affrontare situazioni particolari senza però offrirgli una visione generale del mondo. I costruttori egizi sapevano, ad esempio, che facendo nodi in una corda in modo da dividerla in 12 lunghezze uguali e formando poi con la medesima un triangolo rispettivamente di 3, 4 e 5 lunghezze, si aveva un triangolo rettangolo. Ma doveva essere un greco, Pitagora, a dimostrare il teorema sui triangoli rettangoli.

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Il filosofo greco Pitagora

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Il teorema di Pitagora sui triangoli rettangoli

Il concetto di prova, di dimostrazione universalmente valida, è un’invenzione peculiarmente greca, ed è ciò che segna l’inizio della scienza e della filosofia in contrapposizione ai brancolamenti delle civiltà precedenti.

Non solo, ma i pensatori greci furono gli unici che intrapresero ricerche senza proporsi come fine primo l’utilità pratica, giacché cercavano di comprendere il mondo per il puro amore della conoscenza. La nostra tradizione filosofica risale direttamente al pensiero greco, pensiero che è tuttora importantissimo per noi, tanto che ad esso bisogna rifarsi per comprendere come sono sorti i grandi problemi della filosofia e della scienza.

                                                                                                                                                                                         Lucica

L’UOMO E LA RELIGIONE

E’ ragionevole supporre che i primi pensieri dell’uomo fossero strettamente pratici. E poiché il mondo non si adatta sempre ai bisogni dell’uomo (i terreni di caccia possono impoverirsi di selvaggina, il maltempo può distruggere i raccolti, persone care o necessarie possono ammalarsi o morire), fu naturale per l’uomo pensare e sperare che, in tali circostanze, qualcun altro potesse fare per lui quello che egli stesso non poteva fare, che qualcuno potesse essere per l’adulto, quello che il padre è per il figlioletto debole e indifeso. Ai suoi inizi, quindi , la religione dove essere tanto necessaria e pratica quanto il resto dell’attività mentale dell’uomo. Questo aiuto è spesso simboleggiato dalla mano di Dio che si protende verso la terra per dare aiuto e assistenza all’uomo.

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Anche quando prevalse il lato più spirituale, del resto, la religione non perse completamente questo rapporto con i bisogni istintivi: gli uomini temono la morte, si sdegnano delle ingiustizie della sorte terrena, esigono un compenso ai sacrifici. Considerare la religione a questo livello, non significa affatto disprezzarla o respingerla come un’illusione appartenente all’infanzia dell’umanità: ciò che deve essere cominciato come perseguimento attraverso la magia di mete inaccessibili ai mezzi ordinari, si sviluppò col tempo fino a dar vita a un sistema di pensiero completo ed esauriente- inteso a dare all’uomo un concetto della natura e degli scopi del mondo, e uno schema di principi cui uniformare i propri rapporti con i suoi simili-, sistema di pensiero dal quale nacquero la filosofia e la scienza.

                                                                                                                              Lucica

LAVORAZIONE ARTIGIANALE DEL LATTE

DAL RACCONTO DI MIA NONNA LA RIEVOCAZIONE DI UN MONDO ARCANO (ANCHE SE NON COSI’ LONTANO NEL TEMPO) OVE L’INDUSTRIA CASEARIA ERA UNA FACCENDA CASALINGA

 

Un tempo, quando i nostri nonni erano ancora bambini, non esistevano grandi negozi dove trovare ogni ben di Dio. Tutto cio che era necessario ognuno se lo produceva a casa sua con le sue mani. Prendiamo ad esempio il latte. Ognuno aveva la sua stalla con le sue mucche munte ogni mattina e portate regolarmente a fare la transumanza su per i più alti pascoli d’estate e nelle stalle d’inverno.

Adiacenti alle stalle ognuno possedeva anche i locali adibiti alla lavorazione del latte con metodi dove il lavoro dell’uomo aveva ancora una netta prevalenza sull’azione delle macchine. Si trattava di locali con ampie vasche nelle quali c’era sempre dell’acqua affinchè il latte si mantenesse fresco

Il latte appena munto veniva versato in un recipiente ampio e basso di rame le cui dimensioni potevano variare a seconda della quantità di latte che ciascuna mucca offriva. Il recipiente veniva adagiato nelle vasche e lasciato a riposare per un giorno e una notte, un procedimento necessario a far affiorare la componente grassa o panna che poteva essere consumata pronta oppure essere trasformata in burro non prima però di averla separata dal latte. A tal scopo si adoperava una paletta di metallo facendo attenzione a non immergerla troppo in profondità cosa che avrebbe potuto causare il rimescolamento di latte e panna. Questo processo veniva denominato spanatura ed era l’equivalente artigianale dell’odierna scrematura industriale. Una volta separata la panna veniva riposta in un recipiente cilindrico di legno chiuso da un coperchio con un foro al centro attraverso il quale veniva fatto passare un bastone munito di cerchio che fungeva da rudimentale frullatore che funzionava a olio di gomito. Tale strumento si chiamava zangola (penagia in dialetto talamonese). Con il bastone della zangola si mescolava e si rimescolava la panna fino a quando essa non assumeva una consistenza burrosa. Per facilitare il processo, denominato zangolatura, esistevano anche strumenti a manovella. Una volta ottenuto il burro esso veniva prelevato dal recipiente lavorato a mano e versato in uno stampo. Il latte che rimaneva impregnato andava rimosso altrimenti avrebbe reso amaro il burro. Questo latte rimosso era denominato latte del burro, in sé molto dolce, ma privo di nutrimento.

Col latte rimasto nel recipiente di rame una volta rimossa la panna era possibile fare il formaggio travasandolo in un recipiente di rame più grande e facendolo scaldare ad una temperatura di circa 30° poi, una volta tolto dal fuoco, arricchito col caglio, una sorta di polvere che ne causa la progressiva coagulazione e successiva solidificazione. Il formaggio veniva fatto riposare poi per circa 30 minuti prima di tagliare la cagliata (della quale veniva favorita la formazione con uno strumento denominato in gergo lira) fino a ridurla in poltiglia che veniva lasciata riposare ancora per 30 minuti in modo tale che la pasta del formaggio si separasse e decantasse sul fondo per poi essere recuperata con l’ausilio di una pezza di canapa poggiata su uno strumento particolare chiamato in gergo carot. La pezza di canapa era necessaria affinchè il siero scolasse completamente dalla pasta di formaggio.

Col siero avanzato dalla lavorazione del formaggio che rimaneva impregnato nella canapa si realizzava la ricotta. Il siero veniva rimosso dalla canapa strizzandola per poi essere posto all’interno di un utensile particolare chiamato fasera uno stampo rotondo che avrebbe dato forma alla ricotta ottenuta riscaldando il siero a 30° e aggiungendo, dopo averlo tolto dal fuoco, una particolare sostanza chiamata lum de roc per conferire il sapore e la consistenza.

Ovviamente il latte poteva essere consumato così com’era appena munto senza passare attraverso il locale della lavorazione.

Il latte cagliato senza prima procedere alla spanatura permetteva di ottenere formaggi grassi.

Antonella Alemanni

GALLERIA IMMAGINI LAVORAZIONE DEL LATTE E BURRO

Il casaro versa la panna nella zangola

Il casaro versa la panna nella zangola

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira

«ULTREYA!»… SULLA STRADA DELL’APOSTOLO GIACOMO

Brevi cenni storici e stralci del diario di un pellegrino ardennese

sul Cammino di Santiago de Compostela

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Simbolo dei pellegrini, la conchiglia di San Giacomo Apostolo (Santiago de Compostela)

 

C’è un grido che da secoli risuona nelle vallate dei Pirenei francesi, scavalca il confine spagnolo, confluisce a Roncesvalles, prosegue la sua eco passando per la Navarra attraverso Pamplona e Logrono, incontra la Meseta tra Burgos e Leòn, e arresta la sua corsa nella regione delle Asturie e della Galizia, sprofondando negli abissi di Finisterrae. è il grido di «Ultreya!»: l’antico saluto dei pellegrini di Santiago de Compostela, che da oltre mille anni percorrono lo storico cammino spirituale che da San Jean Pied-du-Port in Francia conduce alla tomba dell’apostolo Giacomo nella Spagna più occidentale, molto vicino a dove nell’antichità finivano le terre conosciute. L’origine della parola «Ultreya!» deriva dal latino ultra (=più) ed eia (=avanti), e sta ad indicare dunque di andare sempre avanti con coraggio fino alla meta. Come a dire: «Forza compagni, non arrendiamoci che più avanti c’è Santiago che ci aspetta!» oppure: «Non fermiamoci qui, andiamo oltre, andiamo incontro a Qualcosa di molto importante!».

Giacomo (Tiago), da cui Santiago (San Giacomo), è figlio di Zebedeo e fratello di San Giovanni l’Evangelista, pescatore e uno dei dodici apostoli di Gesù. Dopo la risurrezione di Cristo fu colui che evangelizzò la penisola iberica e, una volta tornato in Palestina, fu decapitato su ordine di re Erode. Correva l’anno 44 d.C. Dopo la morte i discepoli raccolsero il corpo e, caricatolo su una barca, lo trasportarono segretamente via mare fino alle coste della Galizia dove trovò sepoltura nei luoghi di predicazione a lui cari. Nei secoli successivi si perse traccia del sepolcro finchè nell’anno 813 San Giacomo apparve in sogno all’eremita Pelagio e gli svelò il luogo della sua tomba: proprio dove una pioggia di stelle rischiarava il cielo da alcuni giorni. Su indicazione del Santo l’abate scavò nella terra e scoprì il sepolcro. La notizia si propagò a macchia d’olio, e furono il Vescovo locale ed il Papa a decretare la veridicità dell’accaduto. Da qui iniziò il culto di Santiago e presto fu edificata una piccola chiesa, intorno alla quale sorse un borgo di fedeli che assunse il nome di Compostela (da campus stellae). In quel periodo la Spagna stava vivendo anche uno dei periodi più tristi della storia di dominazione araba e San Giacomo divenne il simbolo e il protettore della lotta contro i Mori. Venne presto raffigurato come Santo-guerriero e gli fu attribuito l’appellativo di «matamoro» ossia uccisore dei Mori fino al 1492 quando la Spagna conquistò la libertà che perdura ancora ai giorni nostri. Da quell’epoca la devozione per Santiago non è mai venuta meno, ed è tuttora amato e venerato patrono di Spagna. è così che Santiago de Compostela è divenuta meta di continui pellegrinaggi. Nel 1987 il Consiglio d’Europa ha dichiarato il Cammino di Santiago “Itinerario Culturale Europeo” e nel 1993 l’Unesco l’ha proclamato “Patrimonio dell’Umanità”.

Rispetto ai pellegrini del passato, che alla partenza si spogliavano degli averi, facevano testamento o davano disposizioni circa il governo del patrimonio durante il periodo di assenza, oggi le cose sono ovviamente molto cambiate. Ad accomunare i pellegrini attuali ai pellegrini di un tempo sono però rimaste le motivazioni che inducono a lasciare le proprie case e a mettersi in cammino verso Santiago. Quali sono? Impossibile spiegarle o catalogarle in un ordine predefinito. è un bisogno che ognuno sente dentro, lo attrae, e per cui vale la pena camminare per giorni e giorni prima di raggiungere la meta. Il pellegrino d’oggi non deve più scrutare il cielo e farsi guidare dalla Via Lattea per non uscire dal tracciato, non deve più evitare di camminare da solo per il pericolo di incorrere nell’assalto dei briganti, non deve più implorare la protezione dei Templari, e nemmeno indossare tunica e mantello di stoffa, e portare bastone e bisaccia. Nell’antichità il cammino poteva essere intrapreso anche come imposizione del giudice o come penitenza del confessore per colpe o peccati di particolare gravità. Ai nostri giorni ci sono ovunque le frecce gialle di Santiago a indicare la strada da seguire. Di tutta la tradizione rimane solo l’usanza di appendere ben visibile sullo zaino una conchiglia bianca, emblema indiscusso del pellegrino compostellano. Non esiste l’identikit del pellegrino tipo; come indicato su molti giochi in scatola anche l’età per fare questo tipo di esperienza può oscillare all’interno di un ampio margine: basta voler camminare, e non solo con le gambe si intende!

Venendo a me, è più o meno con questo spirito di ricerca interiore e voglia di condivisione che a maggio (consueto mese dedito alla programmazione delle vacanze estive) trovo il coraggio di esternare a un piccolo gruppo di veri amici il mio desiderio di intraprendere il Cammino di Santiago de Compostela. Quest’anno niente spiagge assolate dunque, niente tuffi in mare, niente serate all’insegna di qualsiasi, seppur sano, divertimento. Uno mi risponde subito di sì, che conosce qualcuno che c’è stato che gliene ha parlato bene, gli altri due hanno bisogno di un po’ più di tempo per pensarci. Tempo una settimana e il gruppo dei quattro pellegrini si è già formato: data di partenza dall’Italia il giorno di Ferragosto, inizio del cammino il giorno 16 agosto da Leòn, 310 Km totali suddivisi in 13 tappe, arrivo a Santiago previsto per il 29!

Mancano ancora tre mesi alla partenza e la voglia di partire continua a crescere, così come la lista delle preghiere che parenti, amici, colleghi e conoscenti mi commissionano di recitare una volta arrivato davanti all’altare di Compostela. Finalmente domani è il 15 di agosto, si mette lo zaino in spalla e si parte! Arrivati a Leòn, visitiamo il centro storico con la maestosa cattedrale in stile barocco, e ci facciamo guidare dalle prime frecce gialle al convento delle suore benedettine, che sarà il nostro primo albergue del Cammino. Che emozione avere il primo sello (timbro) sulla credenziale del pellegrino, quando saremo a Santiago ne avremo collezionati molti, e questo ci permetterà di ricevere la «Compostela» ossia un documento nominativo, scritto in latino su carta pergamena, che certifica l’avvenuto pellegrinaggio! Nel convento vige il più rigido codice di buon costume ed è così che uomini e donne dormono rigorosamente in ambienti separati. Il magnifico quartetto si deve per forza di cose spaccare: due da una parte e due dall’altra! è proprio qui nel convento che abbiamo i primi contatti con gli altri pellegrini e iniziamo a prendere confidenza con la vita che ci attende l’indomani mattina all’inizio del nostro cammino. La sera, prima del coprifuoco fissato per le ore 22.00, partecipiamo alla cerimonia di ringraziamento delle suore per il giorno trascorso, ed assistiamo al discorso della madre superiora, che intrattiene gli ospiti a proposito della sostanziale differenza tra essere pellegrini, turisti o camminanti e invita poi ognuno dei presenti a fare un esame di coscienza per capire meglio in quale di questi collocarsi. Il rito prosegue con preghiere intervallate a canti, e si conclude con la lettura della preghiera del pellegrino, il cui testo è stato distribuito nelle varie lingue. Sì perché sul cammino ci sono pellegrini provenienti da tutti i Paesi d’Europa, americani, portoricani, canadesi, brasiliani ed argentini, solo per citare quelli che hanno “camminato” con noi. Alla sera è fantastico non sapere mai in che lingua augurare buona notte al tuo vicino di letto!

Da Leòn partiamo alla volta di Villadangos del Pàramo (22 Km ca.), passando da La Virgen del Camino e da Hospital de Orbigo che ci accoglie all’ingresso con l’imponente ponte romano dall’aspetto austero, teatro di numerose battaglie che hanno sparso parecchio sangue sul selciato che calpestiamo. Prima vera tappa conclusa positivamente. Per scelta personale ho voluto camminare per un bel tratto in compagnia solo della mia ombra, e questo mi ha permesso di proseguire nella riflessione iniziata la sera precedente e di riconciliarmi meglio con me stesso. Domani saremo ad Astorga (27 Km ca.), gradevole cittadina fortificata da mura in parte ancora visibili, con cattedrale ed estroso palazzo ad opera di Gaudì, celeberrimo architetto spagnolo autore anche della Sagrada Familia di Barcellona. Nell’albergue (ostello dei pellegrini) che ci ospita incontriamo i primi pellegrini che condivideranno con noi tutto il Cammino, e l’atmosfera che si inizia a respirare è proprio quella di una grande famiglia, che guarda avanti con entusiasmo alla meta. è semplicissimo socializzare, ci sono pellegrini di tutte le età e tutti sembrano interessarsi a tutti. Avverto l’impressione di sentirmi davvero a mio agio. Rivangando reminiscenze scolastiche provo a parlare con un’allegra famiglia francese che sta percorrendo il Cammino con i cinque figli di cui i più piccoli di otto e nove anni, ricevendo pure elogi per il mio francese “pressappochista”. La tappa del giorno seguente ci porta a Rabanal del Camino (20 Km ca.) ed è quasi tutta in salita! Rimango sorpreso e affascinato dai campanili delle tante chiese che incontriamo: quasi tutti ospitano degli enormi nidi di cicogna! Domani arriveremo a Molinaseca (26 Km ca.) di cui la prima parte ancora in salita e la seconda in discesa con una bella pendenza. Passeremo ai piedi della suggestiva Cruz de Hierro (Croce di Ferro), eretta su un altipiano a 1504 metri di altitudine. C’è una cappella, una fonte e una montagnetta di sassi; è infatti abitudine consolidata che ogni pellegrino aggiunga una pietra al cumulo esistente con su scritto il nome e la provenienza. Passata la croce, le frecce gialle di Santiago ci guidano in un infinito susseguirsi di saliscendi finchè poi perdiamo decisamente quota. A Manjarin, paese semi abbandonato e diroccato, ci imbattiamo in un’unica costruzione ancora con il tetto, abitata da un curioso personaggio templare che ha anche predisposto dei cartelli per informare i pellegrini che mancano 222 Km a Santiago e ci troviamo a 2475 Km da Roma e a 5000 Km da Gerusalemme. In questa faticosa giornata di cammino mi accorgo di come il Cammino stesso rappresenti una sorta di metafora della vita, fatta di salite e di discese, di momenti felici e di momenti difficili, e di come la condivisione delle fatiche con gli altri sia fondamentale per non inciampare e andare lontano. Alla sera posso anche scrivere sul mio diario che un passo indietro per aiutare chi ha bisogno vale più di mille passi avanti nella più totale indifferenza.

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Il giorno seguente proseguiamo per Villafranca del Bierzo (28 Km ca.), passando per Ponferrada e Cacabelos attraverso vigneti e campi coltivati a bietole. Il Cammino è proprio come succede nella vita di ogni giorno: si incontrano tante persone, con alcune si passa molto tempo e con altre pochi attimi, alcune si incontrano, si perdono, e si rincontrano, altre si perdono e non si incontrano più. Ciò che rimane vivo è il ricordo. è così che oggi dobbiamo salutare Mariano e Dora, una simpatica coppia spagnola di Valencia. Hanno iniziato alcuni anni fa a percorrere il Cammino partendo da San Jean Pied-du-Port e ogni anno ricominciano a percorrerlo dove l’hanno abbandonato l’anno prima. A Santiago devono ancora arrivare, l’anno prossimo dovrebbe essere quello buono! In compenso pur di non separarci dai nostri carissimi compagni di Cammino andalusi, decidiamo di apportare delle modifiche alle nostre tappe iniziali, accorciando di un giorno l’arrivo a Santiago previsto per il 29, ed allungando di conseguenza di qualche Km al giorno la marcia. Le gambe e i piedi stanno reggendo bene il ritmo, e tutti siamo d’accordo a proseguire con i due cugini spagnoli di Almeria che ci hanno conquistato il cuore appena ci siamo conosciuti ad Astorga. 22 anni lui, ex seminarista ora studente di architettura all’università di Granada, 28 anni lei, impiegata. Juan e Loli i lori nomi. Meta di domani La Faba (27 Km ca.). Si comincia subito a salire. Qui l’attività predominante è l’allevamento di vacche da latte che pascolano libere nei prati. L’albergue dove dormiamo questa notte è gestito da una famiglia di volontari Tedeschi e nel cortile c’è una chiesetta recentemente riportata agli antichi splendori grazie alle offerte dei pellegrini raccolte nel corso degli anni. Alle ore 20 arriva un frate dell’ordine dei Francescani che ci invita a prender parte a un momento di preghiera comunitaria. La chiesa è gremita di pellegrini, e quando il frate invita cinque volontari a salire sull’altare, decido di metter da parte la vergogna e di essere uno di quelli. Come memoriale della cena di Pasqua di Gesù con gli Apostoli, riviviamo il rito della lavanda dei piedi e preghiamo invocando Santiago per la pace nel mondo. Al termine della funzione il frate ci esorta a scambiarci il segno di pace abbracciandoci l’un l’altro. Quando rientriamo nell’albergue ormai siamo tutti fratelli, e scopriamo che si può comunicare perfettamente rimanendo in silenzio; ce lo insegna in modo ancor più evidente un ragazzo muto che si trova sul Cammino con il fratello minore e un amico. Scopriamo che ci possono essere silenzi eloquenti da cui possono nascere grandi e profonde conversazioni fatte di sorrisi e di sguardi che non conoscono frontiere e che sanno comprendere tutti. Da La Faba ci trasferiamo a Triacastela (30 Km ca.) passando per O’ Cebreiro. Qui un cartello informa che stiamo entrando in Galizia e nell’aria sembra già di respirare il profumo di Santiago! O’ Cebreiro si trova in cima a una montagna ed è uno dei luoghi più intrisi di storia di tutto il Cammino. Ci emoziona arrivare appena sotto quando spunta l’alba e noi siamo fermi a recitare l’ormai inseparabile preghiera del pellegrino. La tappa di domani ci condurrà a Barbadelo (28 Km ca.) attraverso boschi fitti che si alternano a pascoli rigogliosi. La cittadina di Sarrìa è l’unica che incontriamo nel raggio di parecchi Km, tutti gli altri sono minuscoli paesini che mi viene da pensare che esistano ancora ai giorni nostri solo grazie al fatto che ci sono i pellegrini di Santiago che passano di lì e sostano a rifocillarsi. In questo tratto di Cammino è ancora possibile bere il latte appena munto o mangiare la tortilla fatta in casa con le uova delle galline che razzolano sull’uscio delle case. Gli abitanti, per la gran parte anziani, augurano a tutti i pellegrini “Buen Camino”, e in cambio di un ricordo una volta giunti a Santiago, elargiscono pacche sulla spalla e sorrisi di incoraggiamento. Oggi è domenica e arriviamo al termine della tappa puntuali per la messa, peccato che in realtà sia la celebrazione di un funerale! Domani ci sposteremo a Ventas de Naron (25 Km ca.). L’odore del letame ci fa compagnia per tutto il giorno e vediamo molte più mucche che persone. Anche qui passiamo un’unica cittadina, Portomarin che incontriamo dall’altra parte di un lungo ponte che sovrasta una diga artificiale sul fiume Mino. Come sempre, per nostra scelta, le tappe non finiscono mai in grossi centri abitati. La preferenza assoluta è per posti lontani dai ritmi frenetici con cui dobbiamo convivere ogni giorno dell’anno. è così che tiriamo dritto per qualche Km e raggiungiamo la meta pianificata: un albergue con annesso piccolo ristorante, chiesa, cimitero, un paio di stalle e una decina di case sparse qua e là tra il verde dei pascoli. Rimangono due tappe e la terza è quella con la T maiuscola, quella di Santiago. Questo vuol dire che ci mancano solo 77 Km! Melide (23 Km ca.) è la tappa del giorno successivo. Le frecce gialle del Cammino ci fanno addentrare nei campi di mais e siamo circondati da innumerevoli horreos, i tipici granai galiziani costruiti in muratura e legno, sollevati un metro circa da terra, con due croci sulle estremità del tetto. Oltrepassiamo Palas del Rei e giungiamo a destinazione. A Melide non possiamo non fare quello che tradizionalmente tutti i pellegrini, dalla notte dei tempi ad oggi, fanno quando arrivano qui: sedersi in una delle storiche pulperie e gustare il tipico polpo cucinato alla galega. La tappa di domani è la più lunga che dobbiamo percorrere (34 Km ca.). Dobbiamo assolutamente arrivare entro sera a Arca-O Pino, per lasciare la tappa finale di soli 20 Km e arrivare a Santiago in orario per l’imperdibile messa di mezzogiorno del pellegrino, dopo aver ritirato la Compostela. Continuano a scandire il Cammino i cippi iniziati a O’ Cebreiro che ogni 500 metri ci avvertono di quanti Km mancano a Santiago. Raggiungiamo il Km 20: questo vuol dire che stanotte ci fermiamo a dormire qui. Domani sarà una giornata molto impegnativa e importante. La sveglia è fissata per le ore 4, cammineremo per un bel po’ con la pila che illuminerà il buio della notte, ma non possiamo assolutamente permetterci di far tardi e in ogni caso dobbiamo considerare anche qualsiasi imprevisto che ci potrebbe far perdere tempo. Raggiungiamo il Monte do Gozo, che osserva Santiago dall’alto, quando le tenebre della notte lasciano il posto alla luce del giorno. Da questa sommità tutto è luce, si vede in lontananza la città di Santiago e all’osservatore più attento non possono di certo sfuggire le guglie della cattedrale che svettano tra i palazzi. Una sosta obbligata è anche il monumento edificato nel 1989 in onore di Papa Giovanni Paolo II, in visita a Santiago in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Mancano gli ultimi 7 Km e la sensazione di essere così vicini alla meta un po’ ci spaventa! Si sta concludendo un cammino durato 12 giorni (non più 13!) nel quale c’è stato un tempo per pregare, un tempo per scherzare, un tempo per parlare e uno per stare ad ascoltare, ma adesso che tempo ci aspetta? Tirare delle conclusioni ci mette addosso un po’ di paura. Tutti sembriamo un po’ distaccati dal mondo reale, e pur camminando insieme come tutti gli altri giorni, oggi ognuno sembra camminare da solo e interrogarsi su quello che è stato e su quello che sarà. Una volta raggiunta la periferia di Santiago, a piedi ci vuole circa mezz’ora per raggiungere la zona pedonale e arrivare nel centro storico. La vista delle torri della cattedrale mi impressiona ed accentua lo stato di tempesta interiore che da qualche Km si è impadronito di me. Sentiamo di essere molto prossimi alla meta, è una sensazione che si avverte con l’olfatto ancor prima che con la vista, infatti vediamo la cattedrale nel suo immenso splendore solo quando una lunga scalinata ci immette direttamente nella piazza dell’Obradoiro. Ci siamo, siamo arrivati e non è un sogno ad occhi aperti! La meta del nostro pellegrinaggio è qui davanti a noi! Andiamo in fondo alla piazza e ammiriamo a testa alta la maestosità della cattedrale, altissima, con le due torri a fare da guardia e le immagini sacre dei bassorilievi a vegliare sui pellegrini. Ancora dobbiamo riprenderci del tutto dallo stordimento di così tanta emozione, tutta insieme, che ci ha colpito. Finora nessuno di noi ha proferito parola, non sappiamo cosa dire e cosa dirci. Alla fine sono le lacrime di commozione ad avere il sopravvento e ci ritroviamo tutti contemporaneamente a stropicciarci gli occhi. Istintivamente poi ci abbracciamo forte l’un l’altro e poi tutti insieme! Il sentimento che prevale è indubbiamente la gioia ma questa è mescolata ad una vaga sensazione di vuoto per il Cammino che ci ha uniti, al quale abbiamo dedicato tante energie, ma che ora è terminato. Non c’è nessuno a dirci «Bravi, ce l’avete fatta!», ce lo diciamo tra di noi, ma senza euforia, quasi sottovoce. Ci accorgiamo che siamo attorniati da sciami di turisti che quasi ci appaiono superflui e petulanti. Ci mettiamo in coda all’Oficina de Acogida del Peregrino per mettere il timbro di arrivo sulla credenziale (28 agosto!) e ritirare la Compostela. Poi entriamo nella cattedrale da un ingresso laterale, mancano pochi minuti a mezzogiorno e siamo puntuali per la messa del pellegrino, la nostra messa. All’inizio della celebrazione una suora elenca quanti pellegrini sono arrivati quel giorno, la nazionalità e il luogo di partenza del Cammino. Nomina anche noi: «Quatro Italianos de Leòn», ci guardiamo e ci commuoviamo per la seconda volta! Inizia la messa, concelebrata in forma solenne da molti sacerdoti. Al termine della funzione religiosa, la cerimonia del botafumeiro! Un enorme turibolo legato a una grossa corda che passa in una carrucola ancorata alla volta della cupola maggiore della cattedrale viene azionato manualmente da cinque o sei uomini e fatto ondeggiare energicamente lungo la navata laterale della chiesa, spargendo nell’aria il profumo dell’incenso che presto si propaga in ogni anfratto. Due altre cose importanti ci rimangono da fare: l’abbraccio al Santo in segno di ringraziamento e la visita alla cripta dove sono conservate le reliquie. Fatto questo che fare? La risposta ci pare un po’ fuori luogo, eppure è l’unica che troviamo: continuare a camminare. Camminare sulle strade del mondo portando a tutti il messaggio che Santiago ci ha suggerito come premio al pellegrinaggio. Dopo tutto, senza mezzi termini, il sacerdote nell’omelia del pellegrino ha più volte ripetuto che chi pensa di essere arrivato a Santiago e di aver concluso il Cammino non ha ben colto l’essenza della nostra natura umana. «Tutti noi siamo pellegrini fino al giorno del Giudizio, il vero Cammino inizia da qui, da Santiago. Santiago è il punto di partenza non il traguardo». Queste parole ci riempiono di forza e dentro di noi nasce la capacità di salutare tutti i nostri compagni di Cammino senza percepire la sensazione dell’abbandono o del triste addio. è così che diciamo arrivederci a Miren, Josè, Astrid, Theofilo, Montse, al gruppo dei quattro catalani casinisti, e agli indimenticabili Juan e Loli senza versare nessuna lacrima. Domani faremo anche noi i turisti in questa magnifica città, poi andremo a salutare l’oceano a Finisterrae, là dove il sole ad ogni tramonto veniva inghiottito dalle onde e nessun uomo aveva mai osato andare oltre, o avuto il coraggio di urlare ad un altro uomo «Ultreya!».

Antico esempio di "credenziale"

Antico esempio di “credenziale”

                                                                                                                      Michele Libera

LA PRIMAVERA – di SANDRO BOTTICELLI

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Sandro Botticelli, La Primavera, 1478 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

A quella che ormai possiamo considerare la destinazione originale del dipinto di Botticelli oggi comunemente noto come” La Primavera, gli storici si sono avvicinati progressivamente, anche se già nelle fonti antiche appariva evidente la sua stretta connessione con la famiglia Medici. La citazione più antica e autorevole, completa di descrizione e perfino del nome con cui è conosciuta oggi, è dovuta a Giorgio Vasari che, nella biografia del pittore nella prima edizione delle Vite 1550, la descrive nella villa di Castello a quel tempo appartenente al granduca Cosimo I de Medici. Dice Vasari:Per la città in diverse case Botticelli fece tondi di sua mano, et femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, luogo del Duca Cosimo di Fiorenza, sono due quadri figurati, l’uno, Venere che nasce, et quelle aure et venti che la fanno venire in terra con gli amori; et cosi un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera: le quali da lui con grazia si vengono espresse” .

Nella descrizione succitata è facile riconoscere “La Primavera” di Sandro Botticelli, ma anche l’altro famosissimo dipinto “La nascita di Venere”, anche esso oggi conservato agli Uffizi a Firenze. Nella villa di Castello, “La Primavera” rimase fino al 1815, condividendo l’oblio che aveva circondato l’opera di Botticelli per oltre tre secoli. In quell’ anno fu trasferita agli Uffizi, rimossa nel 1853 e spostata alla Galleria dell’Accademia, destinazione secondaria rispetto alle grandi collezioni medicee presenti a Firenze. Solo nel 1919 insieme ad altre opere di Botticelli,” La Primavera” fece ritorno agli Uffizi, diventando a mio parere personale, uno dei quadri più belli del museo. Un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera. Appare chiaro che ci troviamo di fronte a un raro dipinto profano di grandi dimensioni, fra i pochi superstiti dalle epurazioni della fine del secolo XV, una di quelle favole mitologiche, come venivano chiamati i dipinti di questo genere, dipinti che avevano come protagoniste le divinità antiche, cariche di simboli e attributi. Era ben nota ai contemporanei di Botticelli la sua predilezione per gli scrittori e i filosofi  greci e latini. E’ questa la chiave di lettura della “Primavera”, una chiave sulla quale i critici d’arte concordano da tempo.

I personaggi raffigurati sono distribuiti su una scena composta da un prato semicircolare. Ci troviamo davanti ad una specie di raduna delimitata da aranci carichi di fiori, foglie e frutta. Il verde tappeto su cui posano i piedi affusolati delle divinità è cosparso di fiori ed erbe di moltissime varietà tuttora esistenti e quasi tutte perfettamente riconoscibili: ranuncoli, fiordalisi, viole, crisantemi, iris, rose, non-ti-scordar-di-me, papaveri, margherite, oltre a soffioni, fragole ,crescione….Dietro alla cortina di aranci, tra i quali spiccano qualche fronda d’abete, troviamo alcune piante di alloro, allusive per assonanza (laurus in latino) al nome di Lorenzo de Medici.

Tutto è avvolto in un’atmosfera distesa e luminosa, calma e profonda.

Al centro, racchiusa come in un trittico trecentesco, dentro un’ogiva, composta naturalmente dagli alberi che si diradano per far posto alla pianta di mirto che le è dedicata…è Venere, regina di questo luogo di delizie, nel quale la primavera è perenne, identificato giustamente come “Giardino delle Esperidi”, quel giardino dove le figlie del dio Atlante coltivavano frutti dorati riservati a lei, alla dea della Bellezza.

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Particolare della dea Venere

La dea è ammantata come una figura classica, ma anche con elementi desunti dai vestiti e dai canoni di bellezza quattrocenteschi, come la posa considerata di grande eleganza, e la veste che alla scollatura e sotto il seno presenta una decorazione a fiammelle dorate rivolte verso il basso; indossa inoltre, una collana di perle con un pendant a forma di mezza luna, all’interno del quale è incastonato un rubino. Inclinando soavemente la testa verso la spalla destra e alzando la mano corrispondente, essa sembra voler attirare, verso il gruppo su quel lato, l’attenzione dello spettatore, introducendolo così nel giardino.

Sopra la sua testa è librato il figlio Cupido, dio dell’Amore, raffigurato come uno dei tanti putti alati della scultura greca antica, bendato come vuole la tradizione, perché lui colpisce fatalmente, senza vedere le proprie vittime. Egli indossa solo la faretra colma di frecce e ne sta scagliando una dalla punta infiammata contro la figura centrale del gruppo danzante nel quale sono riconoscibili le Tre Grazie, tradizionalmente al seguito di Venere; erano considerate protettrici dell’Accademia Platonica.

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Particolare con le tre Grazie

Raffigurate secondo uno schema desunto dalla scultura antica, esse danzano in cerchio con passi lievi e ritmici, le mani intrecciate, muovendo con eleganza le teste dai lunghi e biondi cappelli (bionde erano le donne più belle secondo i cannoni estetici dell’epoca.) Coperte da veli trasparenti e fluttuanti, ornate di perle che sono, come quelli di Venere, oggetti di splendida oreficeria, le 3 Grazie sono: al centro, Thalia, simbolo della castità, a sinistra Aglaia e infine, Eufrosine.

Thalia guarda verso il giovane in piedi all’estrema sinistra, identificato come il dio Mercurio, il quale le volta le spalle, intento col suo bastone, ornato di serpenti attorcigliati-il caduceo, a disperdere le nubi che tentano di entrare nel giardino. Mercurio, fin dall’antichità pure associato a Venere, ha ai piedi i calzari alati, al fianco una spada ricurva e sulla testa un elmetto di foggia quattrocentesca, ed è vestito solo di un drappo rosso ornato di fiamme d’oro.

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Particolare con il dio Mercurio

Dall’ estrema destra entrano in scena tre figure. La prima, alata e di colore verdastro, che irrompe tra le curve piante di lauro, è Zefiro, vento primaverile per eccellenza, che soffiando e aggrottando la fronte per la foga e il desiderio, insegue la ninfa Clori che fugge davanti a lui, ma in qualche modo sembra anche volgersi a cercarlo.

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Particolare con la ninfa Clori e dio del vento Zefiro

Dell’episodio troviamo la spiegazione nei Fasti del poeta latino Ovidio: Clori che ha suscitato la passione di Zefiro, viene da questi raggiunta e posseduta, ma egli la farà poi sua sposa, conferendole il potere di far germogliare i fiori. Anche il suo nome verrà cambiato da Clori in Flora, a indicare la sua trasformazione, la sua nuova prerogativa, che viene cosi magistralmente descritta da Ovidio:Ero Clori, che ora son chiamata Flori!”

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Particolare con la ninfa Clori dalla cui bocca escono i fiori

Dalla bocca di Clori escono rose. I fiori del resto, sono proprio il tramite attraverso il quale nel dipinto viene evidenziata la metamorfosi rappresentata nelle due versioni dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori, finiscono per confondersi con quelli che ornano l’abito del suo alter ego, Flora, e che a loro volta si confondono con quelli che le cingono la vita e la testa, e, con gli altri che ha raccolto nel grembo e sta spargendo sul prato. E’ lei la dea che viene riconosciuta come la personificazione della Primavera!

 

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Particolare con la dea Flori, la personificazione della primavera

La critica ha  evidenziato i rapporti del dipinto con altre fonti letterarie, antiche e moderne, quali per esempio i testi di  Lucrezio, Apuleio, Poliziano, Marullo. Di recente, Claudia Villa (1998) ha messo in relazione la composizione di Botticelli con il trattato De nuptiis Mercurii et Philologiae, scritto dal rettore africano Marziano Capella nel IV-V secolo d.C. e commentato da Remigio di Auxerre (IX-X secolo), testo ben noto nell’ambito mediceo, apprezzato dallo stesso Agnolo Poliziano: il dipinto presenterebbe le personificazioni presentate dal trattato e dal suo commento. La scena è ambientata nel Pomerium rethorice, dai cui alberi pendono i pomi dorati delle Esperidi, simbolo di eternità. Iniziando da sinistra, Mercurio, allegoria dell’Ermeneutica e dell’Eloquenza, si volge verso Apollo-Sole (la Poesia) per chiedere consiglio per sposare Filologia (di solito ritenuta Venere) posta al centro; questa è accompagnata da un lato dalle tre Grazie favorevoli alle nozze, in alto dal Genio volante dio dell’Amore, e dall’altra parte da Filologia (alias Flora); la ninfa in fuga dalla cui bocca fuoriescono fiori, avvinta dal Genio alato, è protettrice delle unioni coniugali. Il dipinto rappresenterebbe dunque la celebrazione della nuova filologia, promossa dai letterati fiorentini.

Un’altra recente interpretazione in chiave cristiana vede nella “Primavera” una allegoria delle tre fasi del “viaggio nel Paradiso terreno”: “l’ingresso nelle vie del Mondo”, il “cammino nel Giardino e l’esodo nel Cielo” (Marino 1997).

Cristina Acidini (2001), proponendo una lettura della composizione in chiave storica, vede nella Primavera la celebrazione della “rinnovata fioritura di Firenze” (l’antica Florentia, richiamata nel dipinto da Flora) “nell’eterna primavera ristabilita dai Medici”, richiamati fra l’altro – come spesso è stato notato – dagli aranci, per la loro denominazione latina mala medica. Il dipinto potrebbe essere stato infatti concepito dopo la primavera del 1480, quando il Magnifico con un’abile politica e un trattato riuscì a porre fine ai due anni di guerra con Ferdinando d’Aragona e di interdetto papale, che avevano colpito Firenze dopo la congiura dei Pazzi. L’opera sarebbe stata poi di fatto eseguita dopo il ritorno di Botticelli da Roma, fra il 1482 e il 1485, probabilmente su commissione proprio del Magnifico, la cui diplomazia pacificatrice sarebbe riecheggiata dal Mercurio raffigurato nella composizione.

Nell’iconografia della Primavera, Botticelli esprime una chiara rappresentazione dello stile del Rinascimento italiano, dove il ritrovamento della scuola classica si pone come elemento caratterizzate in un tutte le arti: dalla scultura alla pittura.

Lo storico e studioso dell’arte Igino Benvenuto Supino, già direttore del Museo Nazionale del Barghello pubblicò una monografia dedicata all’Allegoria all’inizio del ‘900[1] , in un momento nel quale l’interesse per le opere botticelliane riscuoteva grande successo in Europa.

Ed è proprio tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso che l’attività di ricerca e gli studi sull’interpretazione del dipinto si intensificarono. Adolfo Venturi, storico dell’arte di origini modenesi pubblicò nel 1892 un articolo sulle arti figurative de la Primavera nella rivista Arti [2]. Nasce un dibattito vivace imperniato sulla figura della Venere che da un lato viene identificata ad una ninfa, sulla base dello stretto rapporto tra Botticelli e Poliziano, tesi poi osteggiata da Supino secondo il quale non era possibile tracciare alcun tipo di affinità tra le Stanze di Poliziano ed il dipinto; dall’altro, Venuti associa invece le Veneri a Simonetta Vespucci.

L’interpretazione iconografica della Primavera verrà poi successivamente integrata dalla visione delle figure come rappresentazioni o meglio personificazioni vive della natura primaverile, tesi condivisa anche da Paolo D’Ancona, allievo del Venturi e docente di storia dell’Arte all’Università degli Studi di Pisa in un suo studio del 1947[3].

In conclusione, il dipinto come qualsiasi altra opera complessa, è stato oggetto di diverse interpretazioni da parte degli studiosi, ed oggi, dopo oltre 500 anni, è un’opera che per certi aspetti è tutta ancora da scoprire.

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1Sandro Botticelli, Igino Benvenuto Supino, Roma, A.F. Formiggini, 1910.

2Storia dell’arte italiana, Volume 3, Adolfo Venturi, U. Hoepli, 1904.

3Pittura e scultura in Europa, Eric Newton, Paolo D’Ancona, A. Tarantala, 1947.

                                                                                                                        Lucica Bianchi

LA FAMIGLIA DI UNA VOLTA

ISTANTANEA IN BIANCO E NERO DI VITA QUOTIDIANA

Tanto tempo fa la famiglia era composta da molti membri. Era costume che i figli maschi restassero tutta la vita all’interno della propria famiglia di origine mentre le donne, dopo il matrimonio, diventavano parte della famiglia del marito (un’usanza sopravvissuta ancora oggi in altre parti del mondo). In queste famiglie più generazioni vivevano insieme nella stessa casa (si partiva dai nonni  ma a volte anche dai bisnonni o dai trisnonni) e man mano i figli si sposavano generando altri figli (un minimo di quattro o cinque) la famiglia diveniva sempre più numerosa, ma tutti sottostavano all’autorità dei componenti più anziani che svolgevano dunque il ruolo di capifamiglia.

I maschi della famiglia che avevano l’età per lavorare potevano scegliere tra i mestieri diffusi all’epoca: boscaiolo, casaro (cioè l’addetto alla lavorazione del latte), mugnaio (l’addetto ai mulini) o artigiano.

Le donne e i componenti ormai troppo anziani per lavorare si occupavano dei campi (che erano più o meno estesi a seconda della ricchezza della famiglia) della cura della casa e dei bambini raccontando loro storie, leggende, tramandando le usanze e le tradizioni.

All’ ora dei pasti ci si ritrovava tutti insieme e prima di mangiare si recitava sempre una preghiera di ringraziamento. La preghiera e la religiosità rivestivano un ruolo molto importante per la vita di quei tempi. Anche alla sera quando terminava la giornata e si rientrava dai campi e dalle varie attività ci si ritrovava per pregare nel cortile (d’estate) o nella stalla (d’inverno).

La ricchezza delle famiglie dipendeva dalle risorse possedute che recavano i profitti grazie alla loro vendita: poteva trattarsi dei frutti della terra, dei derivati del latte, di manufatti artigianali a seconda delle attività svolte. Ogni famiglia anche se molto povera possedeva comunque almeno un fazzoletto di terra coltivata a patate, grano turco, grano saraceno, alberi di castagne e noci, le coltivazioni più diffuse e più utili per il sostentamento nella vita di tutti i giorni che, nel caso di castagne e noci, si potevano reperire anche direttamente in natura senza bisogno di coltivarle. Queste risorse spontanee erano, per ovvi motivi, quelle sfruttate maggiormente dai più poveri che avevano messo a punto metodi per poter conservare grandi accumuli di questi frutti senza che, col tempo,  venissero assalite dai vermi. Per far seccare le castagne ad esempio le si depositava in un apposito locale a due piani chiamate cassine. Al piano superiore trovavano posto i depositi di castagne e sotto un focolare veniva costantemente ravvivato da un addetto a tale scopo e mantenuto a temperatura costante sufficiente a far seccare le castagne senza cuocerle. Quando le castagne erano secche al punto giusto si diceva che erano stagionate. A questo punto esse venivano stipate in sacchi di iuta e sbattute su un robusto tavolo di pietra. Questa operazione serviva a sbucciare le castagne mantenendole intatte anche se a volte capitava che qualche frutto si rompesse del tutto. Questi locali per la conservazione delle castagne potevano essere di proprietà familiare (cioè locali privati appartenenti ad una sola famiglia) oppure appartenere in comune a più famiglie soprattutto se vicine d’abitazione. In questo caso ognuno comunque possedeva e lavorava le proprie castagne trovando un accordo sull’utilizzo dei locali per non intralciarsi a vicenda.

Le castagne potevano essere consumate direttamente come frutto oppure macinate nei mulini per ottenere una farina molto dolce tanto che i bambini andando e tornando da scuola entravano furtivamente nei mulini per prenderne un po’.

Con la farina di castagne si preparava il pane ma anche dei dolci tipici come il mulun ottenuto facendo cuocere insieme castagne e fagioli fino ad ottenere un unico impasto simile a polenta che veniva poi fatto raffreddare e tagliato a pezzetti.

Con le noci invece quando non venivano anch’esse consumate come frutto, venivano utilizzate per ricavare olio con cui alimentare le lampade. Pochissime famiglie a quel tempo potevano contare sulla corrente elettrica.

Antonella Alemanni