IL POEMA DI GILGAMESH

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la statua di Gilgamesh, Museo del Louvre, Parigi

Uno dei pochi racconti sumerici che è potuto giungere fino a noi è il celeberrimo poema di Gilgamesh, composto a Uruk intorno a 4500 anni fa. Chi è Gilgamesh? non si sa di preciso. Forse è un personaggio reale, un re di Uruk, vissuto circa 4600-4700 anni fa e diventato famoso per essersi posto, analogamente al suo collega faraone, l’ obiettivo dell’ immortalità. Già subito dopo la sua morte, su di lui circolano un certo numero di aneddoti, che vengono prima raccontati in forma orale
e in modo frammentario e successivamente raccolti, ordinati e messi in forma scritta in lingua sumerica. L’opera ha successo e si diffonde in tutto il Vicino Oriente. Intorno a 3000 anni fa, essa viene tradotta in lingua assira e viene conservata nella biblioteca del palazzo di Ninive, voluta da Assurbanipal, dove è stata ritrovata a seguito degli scavi archeologici compiuti nel XIX secolo. Ecco una sintesi del racconto.
Gilgamesh è il potente e arrogante re di Uruk. Stanchi del suo strapotere, i sudditi si rivolgono agli dèi perché gli oppongano qualcuno di pari valore. Gli dèi creano allora Enkidu, un uomo di mentalità primitiva e selvaggia, che cresce in compagnia degli animali selvatici. Saputo delle prepotenze del re, Enkidu si reca in città e lo affronta, ma Gilgamesh si mostra valoroso tanto che, alla fine, Enkidu riconosce la legittimità del suo potere e i due diventano amici. Insoddisfatti della loro vita tranquilla, i nostri eroi decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca di gloria. Strada facendo, la dea Istar si innamora di Gilgamesh, ma questo la respinge perché sa che la dea ha trasformato molti suoi amanti in animali. Irritata, Istar si rivolge ad Anu, il dio della volta celeste, chiedendogli di vendicarla. Anu manda contro i nostri eroi il gigantesco Toro del Cielo, ma essi lo uccidono. Invidiosi della loro fortuna, gli dèi decidono la morte di Enkidu, il quale, lamentando la sua fine ingloriosa, lontano dai campi di battaglia, esala l’ultimo respiro fra le braccia dell’amico, che ne piange la perdita. Sentendo incombere anche su di sé la minaccia della morte, Gilgamesh vuole scoprire il segreto dell’immortalità e si mette in viaggio alla volta di Utnapistim, l’unico uomo che sembra l’abbia ricevuta dagli dèi e che vive in un’isola agli estremi confini della terra.Lungo il cammino deve superare una serie di difficoltà, che si frappongono fra lui e Utnapistim: affronta due mostri spaventosi, che fanno la guardia al “Giardino delle Delizie”, resiste ad una locandiera, che cerca di dissuaderlo prospettandogli l’irrealizzabilità dell’impresa, e attraversa l’Oceano. Gilgamesh non si ferma davanti a nessun ostacolo, finché giunge al cospetto di Utnapistim, il quale, dichiaratosi disponibile a svelargli il segreto dell’immortalità, gli racconta come gli dèi abbiano mandato sulla terra il diluvio universale, come egli, aiutato dal dio Ea, abbia costruito un’arca e vi abbia caricato la propria famiglia e tutti gli animali salvandosi, e, infine, come, per grazia degli dèi, gli sia stato concesso di vivere per l’eternità in quella remota isola. Avendo compreso che non c’è alcun segreto da svelare e che l’immortalità è una prerogativa divina, deluso, Gilgamesh si prepara al ritorno, quando Utnapistim, tratto in compassione, vuole dargli un’estrema possibilità: se avesse raccolto una certa pianta, che si trova in fondo al mare, e l’avesse mangiata, avrebbe guadagnato l’immortalità. Ancora una volta, l’eroe affronta con successo l’impresa e, mentre fa ritorno alla sua città con l’intento di far mangiare la pianta a tutti gli uomini, essendosi fermato a bere da una sorgente e avendo deposto a terra la pianta, un serpente gliela rapisce. Così Gilgamesh ritorna a Uruk a mani vuote.Il mito di Gilgamesh ci permette di cogliere il livello di civiltà raggiunto dai sumeri, che appaiono in grado di riflettere sulla natura degli uomini. Dal momento che l’intelligenza, la forza, la volontà e il coraggio non bastano a fare di lui un essere immortale, all’uomo altro non resta che accettare i propri limiti e rassegnarsi al proprio destino. Tale è il senso tragico dell’opera, che presenta tratti di grande interesse, alcuni dei quali saranno poi ripresi dalla letteratura successiva, in particolare dalla Bibbia (Giardino delle Delizie, Diluvio) e dai poemi omerici (uomini-eroi, dèi antropomorfizzati, viaggio avventuroso, pianto per la morte dell’amico).

 

Lucica Bianchi

LA RELIGIONE MESOPOTAMICA

La religione della Mesopotamia (letteralmente, il paese “tra i fiumi” Tigri ed Eufrate) ebbe origine fra i Sumeri. Per lingua e ascendenza essi erano estranei ai due gruppi principali antichi dell’Asia occidentale, i Semiti e gli Indoeuropei.

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Stele recante le principali divinità mesopotamiche con i loro simboli

Furono tre gli dèi che dominarono il pantheon sumerico: Anu, il dio del cielo, Enlil, il dio del vento, e Enki o Ea, il dio delle acque. Essi governavano dunque le tre divisioni del cosmo: Anu, benché in teoria il sommo, aveva un’influenza minima nelle cose umane ed era Enlil, il suo braccio destro, che governava la Terra. I Sumeri riconoscevano centinaia di altri dèi, i cui nomi e le cui qualità variavano da una città stato all’altra. Con i mutamenti di potere politico questi dèi minori assunsero sempre maggiore importanza e furono aggiunti ai tre dèi principali, giungendo talvolta persino a prenderne il posto. Fu così che nel corso del II millennio a.C. il dio babilonese del Sole e della vegetazione, Marduk, usurpò il posto di Enlil. Marduk era l’eroe del poema “Enuma elish” – Epopea della Creazione- (che risale a un originale sumerico del II millennio, ma ci è giunto solo in una versione del VII secolo a.C.), nel quale è narrato come egli sopraffacesse la dea Tiamat e divenisse re degli dèi. Marduk organizzò poi l’universo e creò l’uomo dalla creta e dal sangue della dea Tiamat.

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Foto della stele contenente l’ Epopea della Creazione”

Ogni anno, durante le feste di primavera, sacerdoti e popolo tornavano a recitare questo mito della creazione, che simboleggiava il rinnovarsi della natura, assieme al mito che narrava la morte e la resurrezione di Marduk. In esso Marduk riceve gli attributi del dio della vegetazione, Tammuz, marito e figlio della dea-madre Ishtar. La dea Ishtar compare anche nella mitologia ebraica, e fusa con la dea Iside, nel tardo mondo ellenistico.

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La dea Ishtar

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Il dio della saggezza Enki  (accadico Ea), tradizionalmente raffigurato con la barba lunga e flutti di acqua e di pesci che sgorgano dalle sue spalle mentre risale una montagna. Alla sua sinistra la dea alata  Inanna (sumero, babilonese Ishtar) in forma antropomorfa e con le ali.Parte di una impronta di sigillo cilindrico risalente al XXIII secolo a.C. conservato presso il  British Museum, Londra.

Più tardi, sotto gli Assiri, il dio Ashshur eclissò Marduk, ma successivamente il potere si spostò nuovamente e Marduk fu riabilitato. Questa volta tuttavia c’era una differenza importante, perché Marduk aveva ottenuto come nome proprio il titolo di Bel,Signore“. Sotto questo riguardo la religione mesopotamica dava segno di avvicinarsi a una fede in un unico sommo Dio. Gli scritti assiri e babilonesi dimostrano chiaramente che il popolo considerava quei cambiamenti politici il risultato di movimenti nel regno degli dèi. Si riteneva infatti che la posizione dei grandi dèi influisse sul potere delle città e degli Stati ai quali quegli dèi erano più legati.

Benché le feste di primavera e i miti connessi fossero simili al mito egizio di Osiride, l’atteggiamento della religione mesopotamica verso la morte era alquanto diverso. I Mesopotamici si identificavano col morente e risorgente Tammuz (Marduk) al fine di recuperare la salute piuttosto che per assicurarsi l’immortalità. Il poema epico babilonese “Gilgamesh” dimostra infatti che essi alla fine si adattavano alla morte del corpo.

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Gilgamesh che domina un leone, fregio dal palazzo di Sargon II, Museo del Louvre

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 Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI in argilla, con la storia del Diluvio Universale, scritta in caratteri cuneiformi in lingua accadica, British Museum, Londra

L’eroe Gilgamesh parte alla ricerca di Utnapishtim (il corrispondente babilonese di Noè), al quale è stato svelato da Enlil il segreto dell’immortalità, dono che gli dèi della Mesopotamia tenevano di solito con gran cura celato agli uomini. Utnapishtim era perciò l’unico che possedesse la vita eterna. Egli parla a Gilgamesh di una pianta che dà l’eterna giovinezza, e Gilgamesh trova la pianta ma solo per venirne derubato da un serpente. E’ costretto quindi a prendere la via di ritorno e ad affrontare l’ineluttabilità della morte. La stessa concezione appare nel mito di Adapa, il quale rappresenta il genere umano: Adapa offende Anu, dio del cielo, e si reca da lui per spiegargli il suo atto, dopo aver ricevuto da Ea, dea delle acque,  l’avvertimento di non mangiare o bere nulla. Anu rimane colpito da Adapa a tal punto che gli offre il cibo e l’acqua della vita, ma Adapa li rifiuta senza rendersi conto di perdere così l’immortalità.

Ciò nonostante i popoli mesopotamici credevano in un certo genere di vita dopo la morte, ma i loro documenti descrivono l’aldilà come un triste, oscuro paese da cui non si ritorna, abitato da esseri “adorni d’ali”, che si cibano di terra e di creta. Questa non è tanto fede nell’immortalità, quanto in un’esistenza che prosegue, dopo la morte, sottoterra. La religione mesopotamica si accentrava insomma sulla vita in questo modo, dove i destini umani erano decisi dagli dèi.

                                                                                                                                                                       Lucica

I SUMERI

G. A B R A M – C O R N E R

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Già nell’antichità più remota la terra fra il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia, fu abitata da tribù provenienti dal nord, dai monti della Persia, dall’Armenia, dal Caucaso e dall’Anatolia.

I Sumeri presero dimora alcuni millenni prima di Cristo nel sud dell’attuale Iraq, allo sbocco dei fiumi nel Golfo Persico, terra ricca di vegetazione, pesci ed animali e favorevole all’agricoltura.

La loro origine è misteriosa, ma si presume che provenissero dai monti della Persia, e le città sumere furono molto probabilmente le più antiche città del mondo e fra queste Ur, capitale dei Sumeri, centro economico, sociale e culturale.

Da Ur proveniva anche il patriarca Abramo con al seguito la sua tribù semita, le robe e gli armamenti.

Indipendentemente dall’origine, gli aspetti più interessanti sono quelli che riguardano la loro vita pubblica e privata. Per quanto possa sembrare strano, presso questo popolo non esistevano distinzioni di classe, in quanto non c’erano né ricchi né poveri, ma ognuno lavorava, il re e i sacerdoti compresi, il proprio pezzo di terra che gli era stato affidato dallo stato. Non esisteva proprietà privata in quanto era comune credenza che le terre appartenessero agli Dei, ed ai templi veniva consegnato il raccolto, salvo quella parte che serviva per il sostentamento degli agricoltori. Il raccolto veniva ammassato nel tempio che sorgeva al centro della città, e serviva come scorta per i periodi di carestia.

(…)Il tempio non era importante solo in quanto fungeva da pubblico magazzino, ma perché era luogo di culto, sede del governo e luogo di commerci. Qui si custodivano le greggi, si vendevano carni e pelli, si lavoravano i metalli, oro argento e bronzo, si realizzavano i manufatti in legno e qui gli architetti progettavano strade, edifici e canali d’irrigazione. Ed infine il tempio fungeva anche da banca. Qui venivano depositati oro, argento, grano e manufatti vari e si procedeva alla concessione dei prestiti ai privati.

Dal punto di vista religioso i Sumeri vedevano l’origine di tutte le cose nello scontro fra i due principi fondamentali: Apsu il  principio maschile, il bene, e Tiamat il principio femminile, il male. Da questa infelice e malsana credenza discendevano conseguenze ferali per la donna, che veniva considerata come un oggetto qualsiasi, la cui unica utilità consisteva nel fatto che era capace di generare.

Da quelle parti però in 6000 anni non pare che le cose siano di molto cambiate.

E’ strano come un popolo così tecnicamente, economicamente e civilmente avanzato, trattasse le donne in maniera così barbara.

(…) I Sumeri avevano una visione pessimistica di ciò che li attendeva dopo la morte, in quanto si credeva che l’anima dell’uomo continuasse a vivere da spirito maligno fra spiriti maligni, nutrendosi di fango e di polvere e che nell’oltretomba ogni felicità fosse preclusa. La felicità poteva essere raggiunta solo su questa terra, per questo si praticava il culto degli Dei, nella speranza di acquistare beni terreni, salute e ricchezza, e si rifuggiva da comportamenti peccaminosi ed offensivi verso la divinità per evitare malattie, tempeste e alluvioni.

Questi Sumeri di 6000 anni fa, così moderni, così civili, così social-democratici mi hanno un po’ deluso per via del trattamento riservato alle donne. Bisogna però rammentare come non tutte le civiltà fossero così misogine. Nell’antico Egitto le donne godevano di diritti e dignità, presso gli Etruschi c’era quasi una sostanziale parità fra uomo e donna. Solo presso gli Ebrei, i Greci e i Romani, almeno in epoca repubblicana, le donne dovettero soffrire emarginazione e repressione.

(…) A questo punto si può concludere che un popolo può essere civile, progredito, socialista e cristiano anche senza amare le donne, che in fondo sono anche numericamente una parte irrisoria dell’umanità, attualmente non raggiungono che il 52% dell’intero genere umano!

AFORISMA. La Torre di Babele è la rappresentazione classica della follia umana.

G. ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburon, 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” per gentile concessione dell’autore.