100 ANNI IN MONTAGNA. L’ ALPINISMO E LE GUIDE ALPINE

Quando vogliamo parlare delle montagne, una domanda sorge naturalmente: “Chi furono i primi locali a frequentare le montagne?” Con l’eccezione delle famiglie agiate del fondovalle che dai “freschi delle località di villeggiatura partivano per escursioni fuori porta, gli alpinisti ante litteram furono sicuramente i cacciatori. Non ci sono pervenuti ne diari, ne resoconti pubblicati sui giornali, gelosi come erano delle loro riserve di caccia, ma solo racconti delle loro imprese, tramandate oralmente a figli, nipoti e amici.

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ALFONSO VINCI

Un posto speciale in questa carrellata di alpinisti, lo ebbe sicuramente Alfonso Vinci che negli anni 1938 e 1939 portò a termine una delle più interessanti salite della Val Masino: sulla Punta Milano, sul Pizzo Ligoncio, sulla Punta Sertori e sul Pizzo Cengalo.

Val Masino

Val Masino

Alfonso Vinci nasce a Dazio in Valtellina nel 1915. Ufficiale nella Scuola Militare degli Alpini, negli anni ’30 fu un alpinista di punta (è famoso lo “Spigolo Vinci” al Cengalo, ma più significativa una via estremamente difficile sull’Agner, ancor’oggi poco ripetuta), insignito con la medaglia al valore sportivo dal Regime Fascista. In Italia, all’Università di Milano, si laurea in Lettere e Filosofia e in Scienze naturali con la specializzazione in Geologia. Aderisce alla Resistenza ed è conosciuto come “Bill”, il leggendario capo partigiano della divisione valtellinese delle Brigate Garibaldi. Subito dopo la guerra si imbarca, con in tasca un biglietto di sola andata, per il Sud America.

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Fu alpinista,esploratore,cercatore di diamanti in Brasile Cile e Venezuela.Ebbe anche il tempo di scrivere diversi libri alcuni dei quali ambientati in Amazzonia,e molti articoli sull’alpinismo,dove poté mettere in evidenza il suo modo di concepire l’arrampicata.

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“Quando qualche rara struttura permette un’arrampicata estremamente difficile,ma che sia vera e naturale,allora essa non presenta che le solite conosciute e talvolta esagerate differenze:appigli lontani e scarsi;loro conformazione tendente all’arrotondamento,o piuttosto pianeggiante,dove occorre lavorare di palmo per poter sostenersi.Struttura a grande disegno,quindi arrampicata più atletica,elegante ma faticosa,e sebbene meno delicata,molto più precisa e misurata che quella in dolomia (roccia sedimentaria carbonatica costituita principalmente dal minerale dolomite).La caratteristica particolare del sesto grado sul granito della Val Masino si compendia non in acrobatismi,ma in fatica bruta,in estremo coraggio,in lunghezza di itinerari che nascondono sempre sorprese sgradevoli,nell’applicazione di tutte le più raffinate risorse artificiali della moderna tecnica.Per la mancanza di asperità, per la levigatezza delle placche enormi che si accavallano nel cielo,la cuspide di granito è ben più terribile della dolomitica”.

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L’impresa più importante di Alfonso Vinci,per la quale ricevette la medaglia oro al valore atletico nel 1939,fu la salita alla parete OSO del Monte Agner nelle Pale di S.Martino.Parete di 1300 m,ritenuta l’ultimo problema alpinistico delle Dolomiti,che richiese due giorni di scalata,per di più avversate dal maltempo,e due bivacchi( l’accampamento notturno all’aperto).

In suo onore, il Pizzo Cengalo,cresta Sud Sud Ovest fu denominato “Vinci.”

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Tutto questo fa di Alfonso Vinci un personaggio straordinario,emblematica figura di italiano intraprendente,indipendente e coraggioso,uomo di azione ma anche di grande cultura che dai lontani e “spensierati”anni ’50 ci trasmette spunti interessanti  di riflessione.

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi

studentesse,scuola secondaria di primo grado

fonte:Album Club Alpino Italiano,2002,”Cent’anni di montagna in bassa Valtellina”.

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PERSONAGGI CHE HANNO RESO CELEBRI LE ALPI OROBIE VALTELLINESI

Alla fine del 1800, quando era in atto l’esplorazione delle montagne e delle loro valli nelle parti più elevate, anche grazie alla nascita del Club Alpino Italiano,  la loro “pubblicizzazione”  che le ha portate alla conoscenza  generale avvenne, normalmente, per opera di personaggi di cultura appassionati della montagna e curiosi   di  approfondirne la  conoscenza in tutti i loro aspetti. Questi personaggi diffondevano le loro scoperte con scritti  vari su giornali locali e nazionali e con altre pubblicazioni, come abbiamo visto con Bruno Galli Valerio.

La stessa nascita del CAI era stata  opera di questi personaggi e fino ai primi del novecento furono praticamente solo loro a frequentare la montagna, ma non da soli. Le loro  curiosità e la loro passione erano in parte fermate dalle difficoltà nell’affrontare le asperità delle cime  e delle terre alte, dove, peraltro, vivevano i montanari. Molti di loro erano  pastori, e soprattutto i cacciatori,  ed erano abituati a muoversi su questi aspri terreni con   disinvoltura per la dimestichezza che avevano con  l’ambiente che abitavano e che percorrevano continuamente  per svolgere i loro lavori.

E’ quindi a loro che si rivolsero i cittadini aspiranti alpinisti, ma anche i cartografi che erano incaricati di stendere le mappe delle zone montuose, per la  conoscenza che essi avevano della loro zona e per l’abilità con cui si muovevano su questi terreni rocciosi e senza sentieri. I cittadini a loro volta, il CAI in particolare, formarono i loro accompagnatori, dando loro le conoscenze tecniche  sull’uso di attrezzi nuovi come, corde, piccozze, ramponi necessari per potersi muovere  in ambienti rocciosi e ghiacciati. Furono quindi istituiti dei corsi  per la formazione delle “Guide Alpine” col rilascio di apposti titoli per poter esercitare la nuova professione.

In Valtellina nacquero le celebri guide della Valmasino, della Valmalenco, di Bormio e della Valfurva, e altre sporadicamente come a Delebio, Ponte Valtellina e Piateda dove troviamo  Giovanni Andrea Bonomi che fu, praticamente l’unica guida delle Alpi Orobie Valtellinesi, molto nota nell’ambiente alpinistico dell’epoca per le sue doti di abilità, sicurezza e affidabilità.

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Giovanni Andrea Bonomi

Come si vedrà, Giovanni Andrea deve a Bruno Galli Valerio il fatto di essere diventato Guida Alpina, professione che gli portò un po’ di benessere.

Anche  grazie  alle Guide Alpine, le nostre montagne, le nostre valli e le popolazioni che vi abitavano furono portate alla conoscenza del grande pubblico.

GIOVANNI ANDREA BONOMI (1860-1939)

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Giovanni Bonomi (l’ultimo a destra), nella foto di gruppo delle guide del corso CAI 1899.

Nasce a Piateda, nella frazione di Agneda, a 1228 m di altitudine, in una della convalli della val Venina. Il papà, Giovanni Angelo, alla fine degli anni ’70, accompagnava occasionalmente, alpinisti della neonata sezione C.A.I. di Sondrio e cacciatori, sulle sue montagne. Giovanni Andrea seguiva queste comitive, portando i bagagli, dando così una mano al padre e facendo i primi guadagni. Cresciuto, iniziò a svolgere autonomamente l’attività di guida ad alpinisti e cacciatori, ma la sua attività alpinistica si sviluppò soprattutto negli anni ’90 ed è legata a Bruno Galli Valerio, che si dedicò all’esplorazione sistematica delle Alpi Orobie e a descriverne le bellezze negli articoli che pubblicava sul giornale “La Valtellina”. La sua attività di guida, diventata ufficiale, dopo che aveva frequentato, nel 1899, in Grigna, il primo corso per la formazione della Guide alpine organizzato dal CAI Milano, si sviluppò, nel primo periodo sulle Orobie, per poi allargarsi ai gruppi del Disgrazia, del Bernina, al Badile, al Cengalo, al monte Bianco e al Rosa.

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Marino Amonini  ha recuperato, fra i documenti personali conservati dagli eredi Bonomi, anche la documentazione degli attestati di guida alpina, che di per sé sono un certo pregio archivistico (si tratta infatti dei primi attestati di guida alpina rilasciati dal CAI di Sondrio).

Nella sua carriera, il Bonomi accompagnò anche personaggi famosi come D. W. Freshfield sul pizzo Redorta e il principe Scipione Borghese sullo Scais e sul Redorta, nello stesso giorno. Dopo il 1900, il suo rapporto alpinistico con Bruno Galli Valerio, di cui era anche molto amico, si affievolì per allargarsi ad altri alpinisti del CAI di Milano. Nel 1898, in occasione di una salita al Cengalo in Val Masino, il Bruno Galli Valerio scriveva : …“è sufficiente non aver paura e seguire esattamente i suoi ordini”. La sua attività si sviluppò per circa un ventennio e seppe guadagnarsi una meritata fama di guida affidabile, prudente e sicura. Era impareggiabile nell’individuare sempre, in ogni salita, la via più logica per raggiungere la vetta. Ecco un giudizio dell’alpinista Enrico Ghisi del CAI di Milano: “…Giovanni Andrea Bonomi, tipo di forza e di intelligenza alpinistiche straordinarie, congiunte ad una semplicità di costumi, ad un ingenuo candore, ad una modestia così intensa che davvero se ne rimane ammirati. Splendido arrampicatore, imperturbato per nevi e per ghiacci, la sua  celebrità alpinistica sarebbe grande se il suo domicilio non lo rilegasse in una valle così ingiustamente negletta”. Infine, di lui così scrive Giuseppe Miotti: “…il Bonomi continuò un’intensa carriera che conobbe solo i limiti imposti dalla sua infelice residenza che lo teneva fuori dal grande giro della clientela. Ciò nonostante fu una guida leggendaria… per qualche anno fu seguito anche dal figlio Bortolo che però, dovette smettere per scarsità di clienti”. La carriera di  Giovanni Bonomi fu, tra alti e bassi, molto longeva.

Morì ad Agneda nel 1939, dove fu sepolto.

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La “Via Bonomi” alla vetta dello Scais.

Bibliografia

– Marino Amonini: “Giovanni Bonomi, guida alpina”- Biblioteca Civica Piateda-1985.

-G.Miotti, G.Combi, GL.Maspes: “Dal Corno Stella al K2 e oltre, storia dell’alpinismo valtellinese” – CAI Valtellinese, Sondrio 1996.

Guido Combi (GISM)