MANOSCRITTI DELL’AFRICA ARABA, ETIOPICA E COPTA AL TEMPO DI FEDERICO BORROMEO, LETTI E CATALOGATI DA ENRICO RODOLFO GALBIATI ED EUGENIO GRIFFINI

 PAOLO NICELLI

 

Parlare delle acquisizioni dei manoscritti africani da parte della Veneranda Biblioteca Ambrosiana dal suo inizio fino ad oggi richiederebbe una relazione lunga che andrebbe ben oltre il tempo a me consentito in questa sede. Tuttavia, celebrando in questo periodo il centenario della nascita di Mons. Enrico Rodolfo Galbiati (1914 – 2004), già Prefetto dell’Ambrosiana e insigne studioso di Sacra Scrittura e di Orientalistica, vorrei ripercorrere il periodo iniziale di tali acquisizioni, che corrisponde alla prima metà del Seicento, e che vede proprio in Mons. Galbiati un attento narratore a partire dalla corrispondenza del Cardinale Federico Borromeo (1564-1631), che racconta questo periodo. Dirò anche dell’importante acquisizione del fondo di Eugenio Griffini (1878 – 1925), eminente orientalista dell’inizio del secolo scorso, che collaborò attivamente allo studio e alla catalogazione di vari manoscritti arabi, etiopici e copti dell’Ambrosiana.

 

1. RUOLO PROPULSORE DI FEDERICO BORROMEO

La figura centrale all’inizio delle acquisizioni di manoscritti della Veneranda Biblioteca Ambrosiana è quella del Cardinale Federico Borromeo, che fu arcivescovo di Milano, impegnatosi a fondo nella difesa della giurisdizione ecclesiastica contro i governanti spagnoli e nella difesa del Rito Ambrosiano, promuovendo anche l’attuazione della riforma cattolica nei suoi vari aspetti(1) . Federico volle soddisfare un suo grande desiderio, quello cioè di poter avere in Ambrosiana un certo numero di manoscritti provenienti dal Vicino Oriente e dal Nord-Africa(2) . Tale desiderio, andava di pari passo con l’ulteriore desiderio di istituire per il Collegio dei dottori lo studio delle lingue semitiche e orientali in generale, oltreché l’approfondimento delle culture e civiltà ad esse collegate di cui egli era un vero cultore. L’intento fu quello di avere a disposizione degli esperti di Orientalistica che potessero insegnare ai dottori della Veneranda Biblioteca lingue quali: l’arabo, l’ebraico, il copto, l’etiopico, il siriaco e l’armeno, unendosi così a coloro che si dedicavano allo studio del greco, del latino e delle diverse lingue europee. Questa preoccupazione per gli studi orientalistici dimostra l’attenzione che Federico aveva per la cultura in termini generali, ma in modo particolare per le nuove correnti esegetiche, che, dopo Erasmo, ponevano la Filologia e la critica letteraria e testuale alla base del metodo d’indagine e di conoscenza del senso letterale del testo, indispensabile per poi accedere a quello allegorico e anagogico della Sacra Scrittura. Nel suo articolo di presentazione dei primi decenni dell’Orientalistica in Ambrosiana, Mons. Enrico Rodolfo Galbiati, ci dice che tra i manoscritti di Federico vi era una miscellanea catalogata sotto il nome di: Studi sulla lingua ebraica (G 1 inf.)(3) , contenente degli appunti grammaticali e un fascicolo con passi biblici scritti in ebraico con traduzione italiana interlineare. Il manoscritto contiene dei lavori preparatori di opere in via di pubblicazione, con il confronto di alcune frasi della Bibbia latina, dei libri storici (dal Pentateuco alle Cronache), con il testo ebraico citato nella versione latina. In più vi è una versione siriaca, di cui Federico trascrive le parole testuali usando l’ebraico. Tenendo conto che la versione siriaca dell’Antico Testamento fu stampata nel 1645 (Poliglotta di Parigi), si può presumere che Federico si servì di uno dei due manoscritti conservati presso l’Ambrosiana(4) . Lo stesso manoscritto riporta, nella sua terza parte, i primi tre capitoli della Genesi, tradotti da una versione araba. Infatti, in essa vi è un doppio foglio incollato con il testo in arabo del primo capitolo della Genesi. Probabilmente, il doppio foglio proveniva dal Collegio dei Maroniti di Roma(5) , su richiesta di Federico stesso. Da qui possiamo notare il grande interesse che il Borromeo aveva per gli studi orientalistici. Nel manoscritto autografo: Memorie delli libri da scriversi dal Collegio Ambrosiano, Federico scrive che circa le lingue straniere come l’arabo, il persiano, l’armeno, è necessario redigere delle grammatiche e dei dizionari, con in più il bisogno di conoscere quelle lingue per poter leggere e per distinguere bene i loro alfabeti(6) . Questo amore per le lingue orientali delinea il personaggio di Federico Borromeo, amante della sacra Scrittura e dell’Orientalismo. In più denota la portata missionaria e culturale del suo studio, cioè anticipa, in un certo senso, la stessa visione e preoccupazione missionaria che vedremo essere parte dello spirito e delle iniziative di Francesco Ingoli (1579–1649), primo segretario della Congregazione di Propaganda Fide, istituita da Gregorio XV nel 1622(7) . Ingoli richiedeva, infatti, nella formazione dei missionari partenti e già presenti sul campo, la conoscenza approfondita della cultura, dei costumi e delle lingue delle popolazioni presso cui essi andavano, al fine di comprendere la dimensione antropologica, religiosa e sociale di quei popoli. Il tutto era finalizzato a promuovere con efficacia il messaggio e i valori evangelici. Siamo all’inizio del dibattito teologico sull’inculturazione del Vangelo nel tessuto culturale di intere popolazioni che ancora non avevano ascoltato il messaggio salvifico di Cristo. Federico desiderava avere per i suoi futuri dottori un maestro di siriaco e di arabo. Per questo scopo si rivolse ai Maroniti di Roma, tenendo conto del fatto che i maroniti cattolici del Libano di rito antiocheno, cioè siriano, usavano anche la lingua araba, pur conservando quella siriaca(8) nell’uso quotidiano della liturgia.

1) P. PRODI, Borromeo, Federico, in Treccani, L’Enciclopedia Italiana on-line, (www.treccani.it/enciclopedia/federicoborromeo_%28 Dizionario-Biografico%29/ ultima consultazione 27 aprile 2015); vedi anche i diversi contributi nel volume: D. ZARDIN (ed.), Federico Borromeo vescovo, Milano, Biblioteca Ambrosiana – Bulzoni Editore, 2003, (Studia Borromaica 17).

2) Su questi temi vedi i diversi contributi nel volume: M. MARCOCCHI – C. PASINI (edd.), Federico Borromeo, fonti e storiografia, Milano, Biblioteca Ambrosiana – Editrice ITL (Studia Borromaica 15); P. BRANCA, Gli interessi arabistici del cardinal Federico Borromeo nel quadro dello sviluppo degli studi orientali durante il Seicento, in Federico Borromeo, uomo di cultura e di spiritualità, S. BURGIO – L. CERIOTTI (edd.), Milano, Biblioteca Ambrosiana – Bulzoni Editore, 2002, (Studia Borromaica 16), pp. 325-333.

3) E. R. GALBIATI, L’orientalistica nei primi decenni di attività, in A. ANNONI (ed.), Storia dell’Ambrosiana, Il Seicento, Milano, Cariplo – Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, 1992, p. 89. Interessante è l’articolo di A.M. PIEMONTESE, La raccolta vaticana di Orientalia: Asia, Africa ed Europa, in C. MONTUSCHI (ed.), Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana III. La Vaticana nel seicento (1590-1700): una biblioteca di biblioteche, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2014, pp. 428-460. Sulla figura di Mons. Enrico Rodolfo Galbiati vedi: M. ADINOLFI – A. PASSONI DELL’ACQUA (edd.), Enrico Rodolfo Galbiati, un maestro, Casale Monferrato, Portalupi Editore, 2004; F. BRASCHI (ed.), Enrico Galbiati, liturgia ed ecumenismo. Per un’esperienza autentica del cammino verso l’unità, Milano, Edizioni La Casa di Matriona, 2014; A. PASSONI DELL’ACQUA (ed.), Enrico R. Galbiati (1914 – 2004): un prete ambrosiano con lo sguardo a Oriente. Convegno 7 maggio 2014, Milano, EDUCatt, 2014; P. FUMAGALLI, Enrico Rodolfo Galbiati, in C. BAFFIONI – R.B. FINAZZI – A. PASSONI DELL’ACQUA – E. VERGANI (edd.),Storia del pensiero religioso del Vicino Oriente. L’età bagratide, Maimonide, Affrate, III Dies Academicus 2012, Roma, Bulzoni Editore, pp. 300-303.

4) Si tratta della Pesittašdel VII secolo (B 21 inf.) e del manoscritto A 144-145 inf., eseguito a Gerusalemme tra il 1613 e il 1615.

5) GALBIATI, L’orientalistica, p. 91.

6) Manoscritto Z 109 sup. 16° loco, 17 loco: «[…] Intorno alle lingue straniere come l’Araba, Persiana, Armena, resta il carico di fare le grammatiche e li dittionari […]»; «[…] Vicina a questa fatica ve n’è un’altra curiosa e insieme utile, mentre si darà alle stampe tutti gl’Alfabeti delle lingue straniere nobili aggiungendovi regole per leggere […] In somiglianti linguaggi non è poco il sapere almeno leggere, et l’uno dall’altro distinguere, et riconoscerlo […]», in E. R. GALBIATI, L’orientalistica, p. 91.

7) Francesco Ingoli (1578-1649), giurista e professore di diritto civile e canonico. Studioso di astronomia, venne nominato da Gregorio XV segretario della Congregazione del Cerimoniale, poi segretario di Propaganda Fide, fondata nel 1622. Contro la politica del Patronato Real, (spagnolo) o Padronado Real (portoghese), Ingoli riformò la struttura stessa delle missioni, istituendo i delegati e i vicari apostolici, direttamente dipendenti da Roma e non dai reggenti di Spagna e Portogallo. Egli favorì la costituzione di seminari locali e la formazione del clero secolare e indigeno contro i privilegi degli ordini religiosi. Promosse il rispetto dei costumi e delle tradizioni dei popoli evangelizzati, promuovendo lo studio delle lingue locali da parte delle nuove generazioni di missionari. Fondò la Tipografia Poliglotta, ora Tipografia Vaticana. Su questo tema vedi: C. PRUDHOMME, Missioni cristiane e colonialismo, Milano, Editoriale Jaca Book, 2006, pp. 35-46; J. COMBY, Duemila anni di evangelizzazione, Torino, Società Editrice Internazionale, 1994, pp. 86-118; R. IANNARONE, La scoperta dell’America e la prima difesa degli Indios: i Domenicani, Bologna, PDUL Edizioni Studio Domenicano, 1992, pp. 145-215. Sull’istituzione di Propaganda Fide e le sue istruzioni ai vicariati apostolici vedi: M. MARCOCCHI, Colonialismo, Cristianesimo e culture extraeuropee. La istruzione di Propaganda Fide ai vicariati apostolici dell’Asia orientale (1659), Milano, Editoriale Jaca Book, 1980, pp. 15-59.

8) Si tratta della lingua siriaca della Mesopotamia settentrionale e della Siria. Lingua, questa, in cui fu scritta buona parte della letteratura cristiana. Nei secoli XVI e XVIII questa lingua veniva chiamata anche “caldaico” senza essere confuso con il “caldeo”, cioè l’aramaico biblico e giudaico. Su lingua e letteratura siriaca, cf. T. MURAOKA, Classical Syriac. A Basic Grammar with a Chrestomathy, Wiesbaden, Harrassowitz Verlag, 1997 (Porta Linguarum Orientalium, Neue Serie 19); M. ALBERT, Langue et la littérature syriaque, in Christianismes Orientaux. Introduction à l’étude des langues et des littératures, Paris, Les Éditions du Cerf, 1993, pp. 297-375; S. BROCK, An Introduction to Syriac Studies, Piscataway (NJ), Gorgias Press, 2006.

Nel novembre del 1609, Michele il Maronita(9) fu scelto come maestro di siriaco. Dopo un anno e mezzo d’insegnamento Michele Maronita venne incaricato dal Borromeo di compiere un viaggio lungo e difficoltoso nel Vicino Oriente, alla ricerca di manoscritti siriaci, arabi e persiani, oltreché greci. Michele Maronita poté partire per il suo viaggio il 13 giugno 1611, solo dopo molti mesi di attesa, con le dovute lettere di raccomandazione per l’Arcivescovo di Corfù, ottenute dal veneziano Vincenzo Quirini, il quale aveva già favorito Antonio Salmazia con lettere di presentazione per un precedente viaggio organizzato assieme a Domenico Gerosolimitano, insigne ebreo, convertitosi al Cristianesimo. Dal 1607 al 1608, il Salmazia assieme al Gerosolimitano compirono, delle esplorazioni a Corfù, nelle isole dell’Egeo e in Tessaglia alla ricerca di libri rari(10). Michele Maronita portava con sé anche dei doni per il Patriarca dei maroniti e alcune linee guida sul comportamento da tenere con le autorità locali per ottenere l’acquisto dei manoscritti desiderati: l’affabilità, la gentilezza e là dove fosse possibile una certa famigliarità con le persone che potevano indicare i luoghi di deposito dei manoscritti. Anche l’utilizzo degli interpreti aveva una sua ragion d’essere, per via dei diversi dialetti usati per le trattative di vendita. Poi l’uso discreto e coscienzioso del denaro dato a coloro che con certezza potevano donare dei codici di valore. In questo senso, non si doveva essere avari soprattutto con coloro che fossero stati riluttanti alla vendita dei manoscritti. Bisognava pagare i manoscritti per il loro reale valore, giungendo così allo scopo prefissato. Tuttavia, di fronte a una continua resistenza, si doveva, con scrittura certa, fissare un tetto oltre il quale non si doveva andare(11). Il viaggio di Michele Maronita durò due anni ed ebbe tristemente fine per la malattia mortale che lo colpì nella città di Aleppo alla fine del 1613. Prima di morire, Michele Maronita raggiunse Corfù, Zante e poi Creta, per poi proseguire per Tripoli di Siria, in visita all’Arcivescovo maronita. Da qui un certo numero di manoscritti furono catalogati e spediti a Milano. Poi visitò il monastero di Qannūbīn, sede del Patriarca dei maroniti Pietro Giovanni Maḥlūf, in carica dal 1608 al 1634, per il quale Michele Maronita tradusse una lettera di ringraziamento per i doni liturgici ricevuti da Federico Borromeo(12). Di seguito, Michele Maronita spedì a Milano dei libri caldei e poi si recò a Gerusalemme per preparare una copia dell’Antico Testamento in siriaco. Di tale copia, conservata in due volumi in Ambrosiana (A 144-145 inf.), E. R. Galbiati ci dice: […] che il primo (tomo) porta l’indicazione «scritto a Gerusalemme negli anni 1612-1614 per ordine del cardinal Federico». Al f. 408 r. del primo volume vi è un lungo colophon da cui risulta che quella parte fu scritta a Gerusalemme nel monastero della Madre di Dio Maria, che è chiamato Casa di San Marco, dei siriani ortodossi. Il secondo volume al f. 406 v. porta un lungo colophon: l’Antico Testamento fu continuato dal monaco maronita Elias di Ehden (Libano) e terminato il 25 maggio del 1615. L’incarico fu dato al guardiano dei francescani per eseguire l’ordine del cardinal Federico Borromeo. L’intervento del francescano fu dovuto probabilmente al fatto che nel frattempo Michele era morto(13) . Michele Maronita proseguì poi per Costantinopoli dove trovò il nobile veneziano Marco Paruta, il quale gli fu di grande aiuto nell’acquisto di manoscritti arabi e persiani di medicina, di astronomia e di matematica. Al suo ritorno a Gerusalemme il Nostro acquistò altri codici. In seguito, come già menzionato, Michele Maronita si recò ad Aleppo, città nella quale morì, probabilmente a causa di un’epidemia. Prima della sua visita ad Aleppo, Michele maronita visitò l’Egitto, come era nei suoi programmi, da dove probabilmente spedì dei codici molto importanti a Milano presso la Biblioteca Ambrosiana. Questo spiegherebbe l’arrivo a Milano del massimo tesoro siriaco costituito dai due codici: il B 21 inf., in due volumi, contenenti la famosa Peshitta dell’Antico Testamento, e il C 313 inf.,l’unicum della Versione siro-esaplare(14) . Entrambi i codici furono comperati dal monastero di Santa Maria Madre di Dio nel deserto di Skiti, in Egitto.

9) La lettera da Corfù del 7 agosto 1611 (G 206 bis inf. N. 230), riporta la firma di Michele Maronita, il quale si firmava in questa come in altre lettere con lo pseudonimo di «Michele Micheli», cioè Michele figlio di Michele.

10) S. LUCÀ, L’apporto dell’Italia meridionale alla costituzione del fondo greco dell’Ambrosiana, in C. M. MAZZUCCHI – C. PASINI (edd.), Nuove ricerche sui manoscritti greci dell’Ambrosiana, Atti del Convegno, Milano, 5-6 giugno 2003, Milano, Vita e Pensiero, 2004, p. 198; C. PASINI, La raccolta dei manoscritti greci all’origine dell’Ambrosiana: linee di acquisizione (in particolare la missione di Antonio Salmazia a Corfù negli anni (1616-1631), in Federico Borromeo, fonti e storiografia, M. MARCOCCHI – C. PASINI ( edd.), Milano, Biblioteca Ambrosiana – Editrice ITL, 2001, (Studia Borromaica 15), pp. 59-100.

11) Cfr. GALBIATI, L’orientalistica, p. 106.

12) L’originale della lettera (X 299 inf., ins. 1) è scritto in karšūnī (arabo in alfabeto siriaco) ed è stato tradotto in italiano dallo stesso Michele Maronita (G 206 inf., n. 230 bis).

13) GALBIATI, L’orientalistica, pp. 118-119.

2. CODICI POLIGLOTTI AMBROSIANI

Secondo E.R. Galbiati, sempre a Michele Maronita potrebbe doversi l’acquisizione del manoscritto pentaglotto B 20 inf. A, datato tra il XIII e XIV secolo15 , che contiene le Epistole di San Paolo, nelle cinque lingue etiopica, siriaca, copta, araba e armena – quest’ultima lingua è assente a partire dai ff. 176 fino alla fine; e del manoscritto tetraglotto B 20 inf. B, che contiene le Epistole Canoniche e gli Atti degli Apostoli, con l’esclusione della colonna in lingua armena. Entrambi i codici sono stati scritti in Egitto alla fine del XIV secolo, presso il monastero di san Macario. Da un’osservazione dei manoscritti, si nota la mano di più copisti per via della diversità delle calligrafie e della mancanza di uniformità nelle colonne. Circa il manoscritto B 20 Inf. A, l’impressione sarebbe quella del lavoro di un’équipe multilingue che operò fecondamente nella produzione dell’opera(16) . Una possibile relazione potrebbe esserci tra i manoscritti B 20 inf. A della Biblioteca Ambrosiana e il Salterio poliglotto del XIV secolo, conservato presso la Biblioteca Vaticana (Barberini Orientale 2), ivi giuntovi tramite il padre Agatangelo de Vendôme(17). Essi sarebbero associati alla figura di Rabban Ṣalībā (Maestro della Croce), probabile curatore e acquirente del B 20 inf. A., così come indicato nell’annotazione in B 20 inf. A f. 74 V: «Chiedo dunque a ogni fratello spirituale che sfoglierà questo libro di pregare per il peccatore che, debole e misero e perduto nei peccati, scrisse il libro in siriaco. E pregate per i miei padri, e i miei fratelli e i miei maestri, e per il sacerdote nostro Maestro della Croce, poiché egli si prese cura e acquistò questo tesoro spirituale; e ognuno, in conformità alla sua preghiera, possa ricevere la ricompensa dal Signore. Amen» (18) . Il riferimento al Maestro della Croce potrebbe indicare la persona stessa di Rabban Ṣalībā, ipotesi questa tutta da verificare. Da qui, risulta ancora incerto chi di fatto abbia curato il manoscritto e, più ancora, chi lo abbia acquistato, se Michele il Maronita, come ipotizzato dal Galbiati o Rabban Ṣalībā, come indicato nell’annotazione in B 20 inf. A f. 74 verso19 . Sulla stessa linea, bisognerebbe verificare lo stesso ruolo di Rabban Ṣalībā in relazione al Salterio poliglotto della Biblioteca Vaticana (Barberini Orientale 2). Il manoscritto cartaceo, B. 20 inf. A (Pentaglotto – San Paolo, epistole dall’Apostolo Pentaglotto (etiopico, siriaco, copto, arabo, armeno) include la lettera agli Ebrei e segue il seguente ordine: 1) Lettera ai Romani, (versetti iniziali 3, 29/30 aiḍan li-anna ’llāh wāḥid huwa ’lladī yubarriru ahl-hitān); 2) (46b) Prima lettera ai Corinzi; 3) (99b) Seconda lettera ai Corinzi; 4) (142a) Lettera ai Galati; 5) (160b) Lettera agli Efesini; 6) (176b) Lettera ai Filippesi; 7) (188b) Lettera ai Colossesi; 8) (199b) Prima lettera ai Tessalonicesi; 9) (208b) seconda lettera ai Tessalonicesi; 10) (214a) Lettera agli Ebrei; 11) (246b) Prima lettera a Timoteo; 12) (260a) Seconda lettera a Timoteo; 13) (268a) Lettera a Tito; 14) (273b) Lettera a Filemone. Due note interessanti in arabo ci dicono che la colonna araba del manoscritto originale, di cui non si ha notizia, fu scritta da un sacerdote di nome Ṣalīb (Rabban Ṣalībā) nel monastero dei siriani di Nostra Signora la Vergine (Maria)(20). E. R. Galbiati ci dice invece che nel manoscritto la scrittura etiopica è di tipo arcaico. Il colophon dice: « Sono terminate qui le epistole di Paolo apostolo in 14 libri. Pregate per me che le ho tradotte affinché si ricordi Cristo di me nel suo regno. Amen»(21)

14) GALBIATI, L’orientalistica, p. 108.

15) O. LÖFGREN – R. TRAINI, Catalogue of the Arabic Manuscrips in the Biblioteca Ambrosiana, I, Antico Fondo and Medio Fondo, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1975, p. 3.

16) Cfr. E. VERGANI, Colofoni siriaci della Biblioteca Ambrosiana. Scritte e annotazioni, in A. SIRINIAN – G. SHURGAIA (edd.), Colofoni armeni a confronto, Atti del Workshop, Bologna 12 ottobre 2012, (in corso di pubblicazione).

17) Cfr. D.V. PROVERBIO, Barb. or. 2 (Psalterium Pentaglottum), in P. BUZI – D.V. PROVERBIO (edd.), Coptic Treasures from the Vatican Library. A Selection of Coptic, Copto-Arabic and Ethiopic Manuscripts. Papers collected on the occasion of the Tenth International Congress of Coptic Studies (Rome, September 17th-22nd, 2012), Studi e testi, 472, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2012, pp. 163-174.

18) Traduzione ad opera di E. Vergani, che qui ringrazio.

19) Tuttavia, ci troviamo di fronte a delle ipotesi da verificare. Detto questo, non possiamo affermare con certezza che Rabban Ṣalībā abbia acquistato il manoscritto per la Biblioteca Ambrosiana.

20) Cfr. LÖFGREN – TRAINI, Catalogue, p. 3-4. 5 

21) E. R. GALBIATI, I manoscritti etiopici dell’Ambrosiana, in Studi in onore di mons. Carlo Castglioni, Milano, Giuffrè Editore, 1957, p. 340. Ricordiamo i contributi di Tedros Abraha, accademico della Classe di Studi Africani della Biblioteca Ambrosiana, sulla Lettera ai Romani e sulla figura di San Paolo, letto dalla tradizione etiopica: T. ABRAHA, La lettera ai Romani. Testo e commentari della versione etiopica, Aethiopistische Forschungen 57. Wiesbaden: Otto Harrassovits Werlag, 2001; IDEM, The Ethiopic Version of the Letters to the Hebrews, Volume 419 di Studi e Testi, Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2004; IDEM, Paolo “lingua profumata”. Il maestro delle genti nella tradizione etiopica, in BARTOLOMEO PIRONE – ELENA BOLOGNESI (edd.), San Paolo letto da Oriente: Atti del convegno internazionale in occasione dell’anno paolino, Damasco 23-25 aprile 2009, Studia Orientalia Christiana, Monographiae, 18, Milano, Edizioni Terra Santa, 2010, pp. 179-216; IDEM, The Ethiopic Versions of 1 and 2 Corinthians, Roma, [s.n.] 2014.

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Fig. 1 – San Paolo Epistole Pentaglotto (B 20 inf. A, f. 110 recto)

Il manoscritto cartaceo B. 20 inf. B (Tetraglotto – Epistole Canoniche e Atti degli apostoli: Tetraglotto, arabo, copto siriaco, etiopico) fu scritto alla fine del XIV secolo nel monastero di San Macario, in Egitto. Il manoscritto contiene le Epistole Canoniche e gli Atti degli Apostoli in solo quattro delle lingue dei cristiani “monofisiti” (22) . Manca infatti la quinta colonna in Armeno. Esso segue il seguente ordine: A. (1- 54) le sette Epistole Cattoliche: Lettera di Giacomo; (13b) Prima Lettera di Pietro; (27a) Seconda lettera di Pietro; (35b) Prima lettera di Giovanni; (48b) Seconda lettera di Giovanni; (50a) Terza lettera di Giovanni; (51b) Lettera di Giuda. B. (55b-186) Atti degli Apostoli.

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Fig. 2 – Epistole canoniche e Atti degli Apostoli – Tetraglotto, Prima lettera di San Giovanni (B. 20 inf. B, ff. 35 verso e 36 recto)

22) Riportiamo il virgolettato per evitare l’uso eresiologico dell’aggettivo “monofisiti”

3. CODICI COPTI AMBROSIANI

Tra i manoscritti siriaci dell’Ambrosiana oltre all’Antico Testamento scritto a Gerusalemme solo i Salmi e Canti Biblici, con la versione in arabo karšūnī (G 31 sup.) e i Canoni Apostolici, Vite di Santi, Omelie (R 15 sup.), in arabo karšūnī, provengono dal Libano. Altri manoscritti cristiani in lingua siriaca, sarebbero stati scritti dai monaci Maroniti di Roma. Tuttavia, sebbene Michele Maronita avesse realizzato solo in parte le sue aspettative di acquisto di libri, si pensa che i manoscritti arabo-cristiani e arabo-islamici catalogati nel Vecchio Fondo(23) siano frutto dell’opera svolta dal Nostro, come coscienzioso servizio svolto a Federico Borromeo, nello svolgimento del suo viaggio in Vicino Oriente. Nella collezione dell’Ambrosiana in lingua etiopica, si trovano alcuni codici provenienti dall’ospizio abissino di Santo Stefano dei Mori, presso il Vaticano. Tali manoscritti sono stati studiati e catalogati dall’illustre orientalista Sylvain Grébaut, il quale trascorse un periodo di ricerca presso la Veneranda Biblioteca durante l’anno 1933 e in quell’occasione stabilì il Catalogo dei manoscritti etiopici pubblicati poi nel Catalogue des Manuscrits Ethiopiens de la Bibliothèque Ambrosienne, «Revue de l’Orient Chrétien», 3e Série, IX (XXIX), 1 et 2 (1933-1934), pp. 3-32. Secondo E.R. Galbiati, si trattava di una serie di cinque manoscritti tra cui i due famosi: Pentaglotto e Tetraglotto già menzionati, riportanti la colonna in lingua etiopica. La metodologia di catalogazione utilizzata dal Grébaut risulta essere diversa rispetto quella utilizzata dall’Ambrosiana. Egli raccolse e catalogò i manoscritti secondo le rispettive lingue, metodologia che lo stesso Galbiati continuerà a completamento del Catalogo del Grébaut, aggiungendo ai codici non ancora catalogati quelli di nuova acquisizione dell’Ambrosiana(24). Di questi manoscritti etiopici presentiamo qui X 104 sup. che nei ff. 3 verso e 4 recto, riportano la parte iniziale del Salterio Etiopico. A seguire, presentiamo X 104 sup. bis., che nei ff. 180 verso e 181 recto, riporta la parte iniziale del Weddāsē Māryām, l’Ufficio della Madonna per i sette giorni della settimana. Le schede di catalogazione sono dello stesso E.R. Galbiati: X 104 sup. (Grébaut n. I), (ff. 3 verso e 4 recto Parte iniziale del Salterio Etiopico) Manoscritto membranaceo (ff. 1-2 cart.); ff. 179; cm. 13,5 X 12; scrittura elegante ed arcaica (la lettera lō senza penducolo e forme angolose). Secolo XV; ff. 1-2 (cartacei, scrittura grossolana. Preghiera magica; inizio di un Calendario, altra invocazione magica; Salmo 132,3; immagine di Davide tolta dal Salterio Etiopico stampato nel 1513, ff. 3-153. Salterio; ogni decade è divisa dalla seguente mediante un fregio; dopo il Salmo 100 (f. 100), una pagina ornata; ff. 154 recto – 169 verso. Cantici dei Profeti (oltre le Odi del Canone Bizzantino la serie etiopica comprende anche il Canto di Ezechia e la Preghiera Apocrifa di Manasse); ff. 170-179. Canto dei Cantici, diviso in 5 sezioni. Il f. 179 V., è occupato da una ornamentazione colorata(25).

 

23) Per il Vecchio Fondo, vedi O. LÖFGREN – R. TRAINI, Catalogue, of the Arabic Manuscrips in the Biblioteca Ambrosiana, I, Antico Fondo and Medio Fondo, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1975; J. VON HAMMER – PURGSTALL, Catalogo dei codici arabi, persiani e turchi della Biblioteca Ambrosiana, «Biblioteca Italiana», 94, 1939, pp. 22-49, 222-348, in Galbiati, L’orientalistica, p. 119.

24) E.R. GALBIATI, I manoscritti etiopici dell’Ambrosiana, in Studi in onore di mons. Carlo Castglioni, Milano, Giuffrè Editore, 1957, pp. 329-353; ID., I fondi orientali minori (siriaco, etiopico, armeno) dell’Ambrosiana, in Istituto Lombardo, Accademia di Scienze e Lettere, Atti del Convegno La Lombardia e l’Oriente (Milano, 11-15 giugno 1962), Milano, Istituto Lombardo, Accademia di Scienze e Lettere, 1963, pp. 190-196. Circa la descrizione dei manoscritti fatta da E. R. Galbiati e di S. Grébaut, essa deve essere contestualizzata e inquadrata a sua volta nel processo di progressivo sviluppo della descrizione e catalogazione dei manoscritti orientali anche come implicita riflessione sui fenomeni culturali più ampi e complessi. Ben sapendo che vi sono altri metodi di catalogazione più moderni, con spirito di riconoscenza verso questi due grandi studiosi, riproponiamo una sintetica presentazione fondata sulla loro descrizioni dei manoscritti.

25) GALBIATI, I manoscritti, p. 141.

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 Fig. 3 – Salterio Etiopico (X 104 sup., ff. 3 verso e 4 recto) X 104 sup. bis. (Grébaut n. I), (ff. 180 verso e 181 recto. Parte iniziale del Weddāsē Māryām).

Manoscritto cartaceo; cm. 13,5 X 10 circa; scrittura sgraziata per mancanza di mezzi idonei. Sec. XVI. Gli 82 fogli di questo manoscritto, redatto probabilmente a Roma, insieme con i primi due (cartacei) del precedente, furono legati in un sol volume con il precedente membranaceo e più antico, scritto certamente in Abissinia da mano espertissima. Forse la legatura fu fatta dagli Abissini stessi di S. Stefano, essendo abituale nei manoscritti il trovare i salmi, Cantici e la Cantica uniti ai testi in onore di Maria che si trovano in questo manoscritto. Comunque, le due parti, di diversa dimensione, furono separate in due volumi nel restauro fatto a Modena nel 1956, per assicurarne la miglior conservazione. Si è tuttavia lasciata immutata la numerazione dei fogli; ff. 180 verso – 209 R. Weddāsē Māryām, il noto Ufficio della Madonna per i sette giorni della settimana; ff. 209 verso – 224 R. Weddāsē za’ Egze’etena M… anqasa berhān: l’altro consueto Ufficio a Maria «Porta della luce»; ff. 225 verso – 250 R. Anafora di Maria composta da Abbā Giyorgis. È un testo raro: dopo di essere stato portato a Roma (Vat. Et. 15, 193; 18, 122, 24, 138 verso), questo testo scomparve totalmente dall’Abissinia in seguito alle devastazioni belliche del secolo XVI. Ritrovata in una caverna di Kaffa, quest’anafora è in uso soltanto nella cappella reale di Adis Abeba (T. M. Semharay, La Messe Ethiopienne, Roma 1937, p. 98). Essa s’intitola dalle prime parole Ma‘azā Qeddāsē: Profumo di Consacrazione; ff. 250-260. Frammenti diversi: Simbolo di Nicea, Decalogo, Preghiera magica, tracce di un’immagine etiopica, due stampe europee, Calendario dei Santi (f. 257 verso), Preghiera, Mc 7, 31-35. I Colofoni sono ai ff. 179 recto; 209 recto; 224 verso – 225 recto: il proprietario è Kefla- Dengel, l’amanuense è Feqra-‘Egzi’e. Risulta che questo duplice manoscritto apparteneva al fondo Pinelli(26)

26) GALBIATI, I manoscritti, p. 141.

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 Fig. 4 – Weddāsē Māryām, (X 104 sup. bis., ff. 180 verso e 181 recto)

Un altro manoscritto in lingua etiopica custodito in Ambrosiana, del quale alcune pagine si stanno perdendo a causa dell’eccesiva fragilità, è il B 22 sup., di 182 fogli, scritto con un inchiostro molto corrosivo. Esso fu studiato e catalogato da Mons. E.R. Galbiati, che ne tradusse così il suo titolo: “Questo è (il libro de) le Ore di Kefla-Dengel figlio (spirituale) di Abuna Ewostatēwos, e il mio maestro è Abbā Kefla Seyon figlio di Abbā Tesfā-Hawāryāt”. Il libro delle Ore fu scritto a Roma al tempo di Clemente VIII e del sovrano dell’Etiopia Ya‘qob, che regnò dal 1597 al 1603. Il libro contiene due opere: A) I computi astronomici, composti da: 1) Il computo delle feste mobili nel periodo di 19 anni; 2) Le osservazioni sui moti del sole. B) Horologion, composto da: 1) Una serie di lezioni bibliche; 2) La Preghiera della mezzanotte; 3) La Preghiera del mattino; 4) La Preghiera dell’ora sesta; 5) La preghiera della quiete (Mc 13, 32-37. Custodisci di continuo, o Signore, in questa ora, nella quale hanno potere i demoni, e circondaci di una barriera con la forza degli Angeli, perché ecco il dominatore della notte); 6) L’inno che parafrasa il Pater Noster.

B 22 sup. (E.R. Galbiati), (ff. 1 verso e 2 recto. Parte iniziale de Il libro delle Ore di Kefla-Dengel).

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 Fig. 5 – Il libro delle Ore di Kefla-Dengel (B 22 sup., ff. 1 verso e 2 recto)

4. FRAMMENTI COPTO-ARABI AMBROSIANI

Nella collezione di manoscritti dell’Ambrosiana in lingua copta vi sono due frammenti in copto-arabo appartenenti al fondo di Eugenio Griffini(27), l’S. P. II. 18. Ter, che fa parte del Rituale copto per il conferimento del Battesimo e benedizioni connesse. I frammenti sono di inestimabile valore, in quanto dopo il Vangelo della presentazione di cui sono indicati i versetti finali (Lc 2, 34-35), viene la Preghiera di benedizione sulla Donna, che ha partorito un figlio maschio. La fotocopia allegata al frammento, qui non riprodotta, traduce il testo con qualche variante, così come è contenuto nell’Edizione cattolica del Rituale copto-arabo. La traduzione autografa di E. Griffini è riportata su alcuni foglietti allegati al frammento.

27) Eugenio Griffini, (1878-1925) fu un insigne orientalista. Fra il 1908 e il 1910 cominciò la catalogazione della prima collezione di 125 manoscritti nella Rivista di Sudi Orientali con il titolo: I manoscritti sud-arabici della Biblioteca Ambrosiana di Milano: saggio del catalogo per materie della prima collezione (coranica, tradizioni, dogmatica, mistica…), Roma 1910. Il catalogo fu poi proseguito con dei nuovi criteri sempre nella Rivista di Sudi Orientali, dal 1910 al 1919 (vedi: Catalogo di manoscritti arabi di Nuovo Fondo della Biblioteca Ambrosiana di Milano, I, Codici 1- 475, ibid. 1920). L’opera del Griffini fu poi ripresa dallo studioso orientalista svedese Oscar Löfgren e proseguita dall’arabista e orientalista Renato Traini. Su questo tema vedi: (http://www.treccani.it/enciclopedia/eugeniogriffini_(Dizionario-Biografico)/ ultima consultazione 27 aprile 2015); cf. P.F. FUMAGALLI, Raccolte significative dei manoscritti: Mosè Lattes, fondo Trotti, Giuseppe Caprotti, in G. VANETTI, Storia dell’Ambrosiana. L’Ottocento, Milano, IntesaBci, 2001, pp. 167-211, 194-206.

 (S. P. II. 18. Ter), frammento copto-arabo (Fondo Eugenio Griffini – 1)

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 Fig. 6 – Frammento del Rituale copto per il conferimento del Battesimo e benedizioni connesse (S. P. II. 18. Ter)

(S. P. II. 18. Ter), frammento Copto Arabo (Fondo Eugenio Griffini – 2).

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 Fig. 7 – Frammento del Rituale copto per il conferimento del Battesimo e benedizioni connesse (S. P. II. 18. Ter)

CONCLUSIONE

Ciò che abbiamo presentato in questo breve excursus sono solo alcune delle perle preziose che la Veneranda Biblioteca Ambrosiana custodisce con amore. Si tratta di un piccolo campionario dei fondi acquisiti al tempo di Federico Borromeo e in tempi più recenti. Ancora oggi, il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana custodisce con cura queste opere a cui, nel tempo, se ne sono aggiunte delle altre, non solo provenienti dal Nord Africa e dal Vicino Oriente, ma anche dall’Asia centrale e dall’Estremo Oriente. Lo studio delle lingue legato alla ricerca filologica, letteraria e dottrinale delle antichità cristiane, è condotto nel quadro degli studi storici dei testi appartenenti ad altre tradizioni religiose ben oltre il bacino del Mediterraneo. Così dalla Cina, dal Giappone sono giunte delle opere interessanti e una notevole documentazione utile all’attività dell’Accademia Ambrosiana, parte questa, che accanto alla Biblioteca e Pinacoteca, promuove ricerche e studi della Veneranda Biblioteca Ambrosiana. La neonata Classe di Studi Africani, che studia questi manoscritti come altri in lingua araba, copta, etiopica, berbera, si inserisce in un lavoro di ricerca filologica con la precisa ambizione di approfondire lo studio storico e di attualità del mondo culturale mediorientale e africano, prendendo in esame le aree nord africane e coinvolgendo anche quelle sub-sahariane. In questo senso, il desiderio del compianto Gianfranco Fiaccadori, insigne accademico dell’Ambrosiana, ispiratore e fondatore della Classe di studi Africani, era quello di coinvolgere gli studiosi della Classe in un opera di approfondimento delle realtà religiose, sociali e antropologiche dell’Africa, non solo araba, ma anche sub-sahariana. Approfondire la realtà culturale e umana di un continente così vasto e variegato quale quello africano, ancora soggetto a guerre intestine e tribali, dovute a questioni politiche ed economiche regionali e internazionali, non si presenta un compito facile. Tuttavia, è dovere nostro farci promotori di quei valori di giustizia e di pace che solo un dialogo culturale e inter-religioso può veramente favorire al di là di ogni interesse di parte, sia esso politico o economico. In questo senso, si potranno promuovere dei lavori di ricerca interdisciplinare che coinvolgeranno la Classe di studi Africani e le altre Classi dell’Accademia, nello spirito proprio di Federico Borromeo, che ha voluto creare questo luogo aprendolo alla comunicazione del sapere, oltre le frontiere geografiche, ideologiche e religiose. Non è retorico ricordare che lo studio dei manoscritti appartenenti alla tradizione cristiana orientale, come a qualsiasi altra tradizione religiosa, è un vero e proprio contributo alla preservazione e valorizzazione di un patrimonio dell’umanità. La sua custodia, analisi e interpretazione, è un nostro compito fondamentale, in quanto studiosi ed estimatori del loro eccezionale valore culturale, scientifico, storico-formativo e religioso.

PAOLO NICELLI

The Manuscripts of Arabic, Ethiopic and Coptic Africa, Collected at the Time of Federico Borromeo, read and catalogued by Enrico Rodolfo Galbiati and Eugenio Griffini The article briefly introduces the historical events which brought about the collection of Arabic, Ethiopic and Coptic manuscripts belonging to the Veneranda Biblioteca Ambrosiana (Ambrosian Library), at the time of Federico Borromeo (1564-1631), Archibishop of Milan and Founder of the Ambrosian Library. The research is based on the studies and cataloguing of E.R. Galbiati, biblist, orientalist and Prefect of the Ambrosian Library and E. Griffini, orientalist and philologist, who collaborated for several years with the same Library. The article underlines Federico Borromeo’s great interest for orientalist studies, looking at the possible institution of a Collegium of Doctores, which were able to read, translate and write scientific commentaries on these manuscripts. At the same time from this research it comes out Federico Borromeo’s idea of establishing a place of culture in the City of Milan, able to communicate the humanistic sense of learning through the attitude of dialogue, bridging relationships among different thoughts, cultures and peoples.

Nicelli P., [Manoscritti dell’Africa araba, etiopica e copta al tempo
di Federico Borromeo, letti e catalogati da Enrico Rodolfo Galbiati ed
Eugenio Griffini] in Paolo Nicelli (a cura di), L’Africa, l’Oriente
Mediterraneo e l’Europa. Tradizioni e culture a confronto, Biblioteca
Ambrosiana – Bulzoni Editore, Roma 2015, pp. 1-12.

Dr. Padre Paolo Nicelli, PIME
Dottore della Biblioteca Ambrosiana
Direttore della Classe di Studi Africani
Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica.
Uff. (+39) 02-80692.325
E-mail: pnicelli@ambrosiana.it

website: www.ambrosiana.eu

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GIOVEDI’ LETTERARI IN BIBLIOTECA

TALAMONA per due giovedì di febbraio e due di marzo

 

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QUATTRO INCONTRI ALLA SCOPERTA DEGLI AUTORI VALTELLINESI E DELLE LORO OPERE di Antonella Alemanni

In principio erano i focolari dove gruppi di uomini si trovavano per raccontarsi le giornate, fatte prevalentemente di battute di caccia. Poi sono venuti i simposi greci, i banchetti romani, le corti del medioevo e del rinascimento e più avanti i salotti e i caffè mentre nei contesti contadini per secoli e secoli si è avuta la realtà delle veglie con tutti che stavano nelle stalle a raccontarsi le storie e la vita. La casa Uboldi si propone come una particolarissima sintesi di tutte queste realtà, ne evoca gli echi di serata in serata, di evento in evento durante i quali si è parlato di tutto. Dall’ arte alla memoria storica, dagli sport di montagna ai viaggi, disquisizioni religiose e persino lezioni di astronomia oltre naturalmente la letteratura. Siamo pur sempre in una biblioteca e la biblioteca è fatta in primo luogo di libri da presentare, commentare, condividere, libri di cui discutere con chi li ha scritti per arricchirsi e aprire nuovi orizzonti, nuovi percorsi. È con questo spirito che il gruppo dei volontari della biblioteca ha voluto proporre questo ciclo di serate denominate GIOVEDI’ LETTERARI che ricordano anche nella dicitura un sapore di altri tempi quando animare salotti era una sorta di moda, un fenomeno di costume cui chi voleva essere dentro lo spirito del tempo doveva attenersi (pare che anche Margherita di Savoia quando stava al Quirinale organizzasse in casa sua degli eventi, dei salotti culturali che in tutta Roma erano diventati famosi proprio con la dicitura di giovedì letterari). Ed è così che a partire da giovedì 4 febbraio, un giovedì si e uno no fino al 17 marzo, ci si è ritrovati alle 20.30 per dare spazio e voce a quattro autori che attraverso racconti, poesie e riflessioni vogliono proporre ciascuno la propria personale visione del Mondo.

 

per leggere intero articolo click qui:   giovedì letterari 2

Aldo Manuzio, il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato.

di Donatella Salambat

Aldo Manuzio genio dell’umanesimo e fondatore dell’arte tipografica. In mostra all’Ambrosiana nel V° centenario della sua morte.

 

http://www.valtellinanews.it/articoli/Aldo-Manuzio-il-perfetto-equilibrio-tra-arte-tecnica-e-mercato-20151212/#prettyPhoto

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In un’epoca in cui il libro corre velocemente verso trasformazioni digitali, grandi gruppi editoriali si uniscono e l’e-book tenta di cambiare le nostre abitudini di lettura. La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal cardinale Federico Borromeo (e  che ha oggi come prefetto monsignor Franco Buzzi) tuttora legittima espressione e vanto della Chiesa cattolica per essere uno dei centri mondiali d’irradiazione culturale, celebra con un evento straordinario la figura di Aldo Manuzio, uno dei più famosi tipografi ed editori d’Europa.

Nato a Bassiano (oggi comune di Latina) nel 1449, morì a Venezia nel 1515. Dopo anni di formazione umanistica vissuta tra Roma e Ferrara, si trasferì nel capoluogo veneto, città che fu per secoli crocevia di creatività, apertura culturale e fonte d’ispirazione per artisti, scrittori e umanisti.

Aldo Manuzio diventa uno dei maggiori tipografi del suo tempo, il primo editore moderno in quanto introduce innovazioni destinate a segnare la storia della tipografia e dell’editoria sino ai giorni nostri, come nell’ambito della punteggiatura l’apostrofo, il punto, la virgola ed il punto e virgola. In questa mostra si può constatare che tra le immagini appare il geroglifico con l’ancora e il delfino che dal 1502 diviene l’emblema della tipografia.

L’esposizione delle “Aldine”, curata dalla dott.ssa Marina Bonomelli, dell’Accademia Ambrosiana, e dal dott. Angelo Colombo, Catalogatore della Biblioteca, che si terrà presso la Pinacoteca Ambrosiana, dal 2 dicembre 2015 al 28 febbraio 2016, ripercorrerà il meticoloso lavoro di Manuzio, attraverso una selezione dei suoi stampati custoditi nella Biblioteca.

Aldo Manuzio rappresenta il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato e per comprendere al meglio la sua figura, ciò che ha rappresentato e tuttora rappresenta abbiamo rivolto alcune domande sia alla curatrice della mostra, dott.ssa Marina Bonomelli, sia al dott. Angelo Colombo, catalogatore della Biblioteca Ambrosiana e sia al Dott. Federico Gallo, direttore dell’Ambrosiana.

Rivolgiamo il primo quesito al dottore dell’Ambrosiana, Federico Gallo, direttore della Biblioteca.

Prima della Mostra delle “Aldine”, in Ambrosiana si è svolto un convegno internazionale su Aldo Manuzio. Qual è il bilancio degli studi presentati?

Il Convegno internazionale svoltosi in Ambrosiana il 19-20 novembre si è chiuso con un bilancio altamente positivo. Sono intervenuti, tra gli altri, i maggiori specialisti sull’argomento a livello mondiale. La biografia di Aldo Manuzio, la storia della sua attività, lo studio delle collezioni dei suoi libri hanno ricevuto nuova luce, nuovi dati, nuove prospettive per la ricerca. Particolarmente interessanti sono stati i momenti di dibattito tra gli studiosi, ai quali ha partecipato in modo costruttivo e competente il pubblico qualificato presente.

Alcune domande specifiche sull’obiettivo della mostra e il messaggio che vuole trasmettere le abbiamo invece rivolte ai curatori della medesima, il dott. Angelo Colombo e la dott.ssa Marina Bonomelli. Cominciamo con il dott. Colombo.

Che cosa vi siete prefissi con questa esposizione?

La mostra ha uno scopo didattico: far conoscere la figura e l’opera di Aldo Manuzio. Non vuole essere un evento riservato ad una ristretta cerchia di bibliofili, bensì aperto al grande pubblico per far conoscere un protagonista della nostra storia culturale. Manuzio fu stampatore, editore, umanista. Alla base della sua attività c’era un deale ben preciso: rivelare, far conoscere il bello, additare agli uomini la grandezza dei pensieri di Platone, la profondità delle ricerche di Aristotele, la suggestione delle liriche greche … pubblicare opere belle … moltiplicare i libri per tutti … far partecipi tutti della ricchezza spirituale della cultura classica.

Che cosa dice a noi contemporanei un personaggio come Manuzio?

Manuzio introduce nella sua stamperia alcune importanti novità, che sono all’origine del libro moderno. Per comprenderne il valore e la portata, potremmo definire Manuzio lo Steve Jobs dell’umanesimo: colui che ha saputo introdurre nella nuova arte della stampa, criteri insieme di bellezza e di efficienza, fino allora sconosciuti. Un vero salto di qualità!

Quali sono queste novità introdotte da Aldo e dalla sua stamperia?

La prima riguarda i caratteri di stampa: l’italico e il corsivo. La seconda il formato dei volumi: non più i grossi volumi che connotavano i manoscritti, ma il formato tascabile, in ottavo. La terza la disposizione grafica del testo, con l’utilissima introduzione della punteggiatura, che rende finalmente leggibili testi alle volte di ostica comprensione. Il suo messaggio per l’uomo d’oggi è riassumibile nelle sue stesse parole:

“ … se si maneggiassero di più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture, tanta insipida e tetra lussuria …”

Con la dottoressa Marina Bonomelli ci siamo invece avventurati nelle campo delle sensazioni persnali.

Quanto tempo l’ha impegnata a pensare la mostra e quanto tempo le è occorso per allestirla?

L’allestimento di questa mostra ha comportato un accurato lavoro, durato più di anno, di ricognizione e analisi del patrimonio delle aldine della Biblioteca Ambrosiana che conserva in tutto ben 296 esemplari, una collezione preziosissima, fra le più rilevanti a livello internazionale. Una suggestiva selezione di 30 aldine è esposta in mostra, in un percorso tematico-cronologico lungo il quale il visitatore potrà ammirare le edizioni più rappresentative della produzione aldina, come anche gli esemplari più singolari di questa collezione.

C’è un lavoro di Manunzio che predilige e che trova spazio nella mostra da lei curata?

In realtà sono due le opere che prediligo e che segnano in modo profondo e durevole la storia del libro. La prima è l’Hypnerotomachia Poliphili del 1499,in assoluto il più bel libro illustrato del Rinascimento, per la varietà della composizione tipografica con cui Aldo sa unire il testo alle immagini. La seconda è il Virgilio del 1501, il primo libro in formato portatile e stampato con il carattere corsivo, opera con la quale Aldo dà avvio alla produzione dei classici latini, greci e in volgare.

 

VALTELLINA NEL PARADISO DELLO SCIALPINISMO

TALAMONA 18 dicembre 2015 con Beno alla scoperta delle montagne

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RACCONTI, AVVENTURE E IMMAGINI COME UN DOCUMENTARIO IN PRESA DIRETTA

Le montagne sono le cattedrali della terra. con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i colori dei torrenti e gli altari di neve. Così Lucica Bianchi, assessore alla cultura nel presentare questa serata dedicata appunto alle montagne, un discorso che riprende in parte le parole del comunicato stampa preventivamente diffuso per annunciare la serata medesima, permettendo così a tutti gli appassionati di montagna di poter trovare spazio e momenti di condivisione nell’ascoltare i racconti di Beno, Enrico Benedetti, classe 1979, una laurea in ingegneria elettrica e una sconfinata passione per la montagna alla quale ha dedicato tutte le sue energie attraverso molteplici attività: alpinista, corridore, pastore, scrittore, fotografo, divulgatore ed editore di libri e pubblicazioni sul territorio alpino valtellinese e sulla sua cultura fra cui, sopra tutti, la rivista trimestrale LE MONTAGNE DIVERTENTI, nata nel 2007. Ma è sulla sua attività di fotografo che Beno tende a dare un maggiore accento raccontandola così: “La mia fotografia va di pari passo con il mio modo d’andare in montagna, senza badare alla lunghezza degli avvicinamenti o all’isolamento dei luoghi, e si distingue per scatti in ambienti severi: dalle vette delle montagne, alle creste o alle pareti anche nelle condizioni meteo più strane.”  Una serata per approfondire la conoscenza delle nostre montagne durante la quale si è parlato di scialpinismo in occasione dell’apertura della stagione ed è stato presentato il libro ALPI SELVAGGE che racconta l’arco alpino a tutto tondo. Una serata che ha preso il via a partire dalle ore 20.30 alla Casa Uboldi e che è stata ben accolta anche dal sindaco Fabrizio Trivella che questa sera, come lui stesso ha detto nel suo intervento di saluto, non è intervenuto alla serata in veste di amministratore, ma in veste di sciatore, di sci alpinista amatoriale “scio fin da bambino cominciando con la discesa e finendo per convertirmi allo scialpinismo, un modo più spirituale di vivere la montagna. Riguardo a questa serata non si può che apprezzare l’operato dell’assessore Bianchi che accanto a tematiche legate all’arte e alla cultura alta riesce anche a proporre serate come queste, tematiche più godibili da un maggior numero di persone” che infatti riempivano la sala “difficilmente nell’organizzare le nostre serate abbiamo riempito la sala come questa sera” ha osservato ancora il sindaco “dunque significa che il tema è davvero stimolante per tutti”.

A questo punto ha preso la parola Beno stesso cominciando a introdurre il suo racconto “questo doveva essere un incontro di presentazione del libro ALPI SELVAGGE, ma ho pensato di non fare una presentazione classica, di non presentare il libro sempre nello stesso modo e così ho pensato di proporre come corollario una serata sullo scialpinismo per riuscire a vedere un po’ di neve a dicembre quest’anno”.

Il racconto di Beno è cominciato dalla fine si può dire, con una prima presentazione dedicata alle gite da lui effettuate in montagna proprio quest’anno con immagini realizzate in modo anche un po’ grezzo, perché, come lo stesso Beno ha puntualizzato “in montagna si pensa più a sciare che a girare delle immagini”. Ed ecco ora il suo racconto.

La Valtellina secondo me è il paradiso dello scialpinismo perché per il 90% le montagne valtellinesi sono completamente sconosciute e quindi si riesce ancora a fare esplorazione ed è quasi un lusso poter dire questo a 100 km da Milano. Quel che mi piace fare quando vado in montagna è proprio questo, esplorare, conoscere. È molto raro incontrare altre persone durante queste escursioni. La Valtellina, rispetto ad altre zone alpine dove ho viaggiato, ha la splendida particolarità di avere in pochissimo spazio tantissime valli e tantissime montagne, se pensiamo ad esempio alle Dolomiti c’è una singola montagna che la vedi a chilometri di distanza. Qui ci sono montagne con distese infinite di valli. Una volta salita una montagna viene la frenesia di andare alla scoperta delle altre, capire se si può sciare. Le mie escursioni sono spesso il risultato di anni e anni di preparazione e di osservazioni. Bisogna tornare nello stesso posto più e più volte prima di pianificare precisamente l’escursione vera e propria. Il tempo non è buono oppure non si ha tempo, bisogna che questi due elementi vengano a coincidere, bisogna che nevichi per andare a sciare. Per questo ci sono annate buone in cui cadono fino a due metri di neve, come due anni fa e annate meno buone piene di notti serene, che se per tutti sono una gioia, per uno sci alpinista sono un incubo.

Il racconto di Beno era accompagnato sia dalle immagini che dalla musica, sottofondi di musica pop rock a sottolineare la versatilità delle sue passioni.

Finalmente a febbraio di un anno caratterizzato da notti serene e da spolverate (il 2013) il tempo è cambiato. Una bella nevicata consente di partire per un’altrettanta bella gita. Le prime nevicate possono essere pericolose per il rischio valanghe, ma i veri sci alpinisti non le evitano perché per chi ha questa passione sono i momenti migliori.

Le gite classiche

Queste escursioni sono molto diverse dalle gite classiche che possono venire in mente più facilmente a tutti e dunque fanno si che i luoghi siano piuttosto affollati. Un luogo per una gita classica può essere ad esempio Cima Piazzi scendendo da passo del Foscagno che richiede abilità sciistiche di base. Non è un luogo in realtà così frequentato, non è molto facile da trovare, ma è comunque una delle gite più classiche e famose. Un’altra meta classica è punta Cadini che siccome ha poco dislivello quando viene aperta la strada in aprile è trafficata come al supermercato, come in città all’ora di punta. I giorni migliori per godersi questa gita sono quelli infrasettimanali in periodi in cui ha nevicato da poco così da non trovarsi tutti insieme così come accade in val Tartano dove tutti si ritrovano sui medesimi percorsi. Le gite sono bellissime però dover fare la fila anche in montagna non è molto emozionante. In Val Masino poca gente esce dai soliti percorsi montani del Sasso Moro appena sopra gli impianti sciistici di Palù, oppure Pizzo Scalino che conta sulla cima almeno settecento persone di domenica. Da pizzo Scalino la cima regala una splendida vista sulla val di Togna e la val Fontana, due posti eccezionali per chi ama lo sci. Le due cime che ritengo più interessanti sono quelle accanto a pizzo Scalino. Bisogna andarci esplorarle e conoscerle partendo da zero perché non si sa nemmeno come salire, come trovare un percorso, bisogna procedere per tentativi ed errori, riorganizzare più volte. Comunque ne vale la pena.

A questo punto Beno ha presentato due discese da lui effettuate in val Fontana. Nel suo archivio Beno ha i ricordi, le immagini di almeno seicento gite di scialpinismo. Per stasera ha scelto di portare quelle di sci ripido.

La val Fontana è composta da una sfilza di montagne sul cui fondo si intravede Talamona, dunque dalla statale si può intravedere un piccolo brandello di val Fontana. Dal 2004 ho cominciato a pianificare la mia esplorazione della val Fontana, di tutte le cime che vi si trovano. Alcune sembrano appetibili per lo sci, altre, come la vetta di Ron, sembrano totalmente repulsive, però a questa montagna che guarda direttamente il fondovalle valtellinese c’ero particolarmente affezionato allora ho cominciato a condurre i miei tentativi nei modi più strampalati. Nel 2004 decido di voler salire in invernale. Per quanto riguarda l’attrezzatura ero ancora agli albori, equipaggiamento molto artigianale, arrangiato. A cavallo del periodo di Natale il primo giorno affondando nella neve ho battuto traccia fino all’altitudine di 2008 e il giorno dopo sfruttando questa traccia sono salito fino a 3050 raggiungendo quasi la vetta mentre stava scendendo la notte, il che mi ha costretto a tornare indietro. Questi posti sono caratterizzati da pendii adatti più ai camosci che alle persone, ma non ho proprio potuto fare a meno di tornarci nel 2006 col mio amico Matteo approfittando di una splendida nevicata da un metro a novembre. Sulle guide turistiche le informazioni relative alla cima di Ron per quanto riguarda i consigli per escursionisti e sciatori recano “assolutamente da evitare con neve” e questo mi attraeva particolarmente, come una sfida che dovevo assolutamente vincere. In realtà poi questa salita non offriva particolari problemi tranne che per il fatto che era stretta. Dapprima a novembre con Matteo e poi il 26 dicembre da solo per la mia discesa con gli sci. Dopo la val Fontana un’altra montagna che volevo assolutamente sciare era pizzo Calino perché è una montagna strana a forma di tronco di piramide, con la punta piatta grande come un campo di calcio, ricorda un po’ il cratere di un vulcano, come se questo monte fosse un po’ il Vesuvio valtellinese. Credevo di poter scendere questa montagna con gli sci perché la via normale che sale dallo spigolo di destra non ha grandi pendenze soprattutto in presenza di molta neve, però bisognava studiare e aspettare le condizioni ottimali. Ho studiato e osservato dal 2005 al 2008 poi nel 2008 nei giorni di Natale non c’è neve per tre giorni. Cio vuol dire che sulla montagna c’è la giusta quantità di neve senza cornici, le condizioni ideali. Ho fatto la mia escursione il giorno stesso di Natale del 2008 seguita dalla discesa con gli sci lungo il pendio accompagnato da un gruppo di camosci sulla cresta montuosa. Quel giorno ero da solo arrivo al punto dove si lascia la macchina e mi ritrovo impantanato rischiando che salti tutto. Fortunatamente incontro un cacciatore che mi ha aiutato con la macchina poi ognuno è andato per i fatti suoi finchè alla sera ci siamo ritrovati nello stesso momento e nello stesso punto dopo che ho disceso in sciata continua più di duemila metri di dislivello. Di fronte al Calino c’è il monte Combolo. Chi guarda questo monte da Ponte in Valtellina dopo le prime nevicate afferma di vedere sulla parete il volto della Madonna che rende il monte famoso ai credenti del luogo, mentre i non credenti nello stesso punto ci vedono Madonna la cantante. Questa montagna di per sé non è difficile da sciare però ha dovuto aspettare tanti anni perché è pericolosissima per le valanghe. Dalla cima c’è tutto un pendio che scende a quaranta gradi immettendosi in una valle sempre più stretta che infondo diventa un canyon. La pala sud della montagna esposta al sole tende facilmente a scaldarsi e a creare valanghe che scendono fino a valle spazzando via tutto sul loro cammino. Ci sono poche piante disposte a ciuffettini qua e là. A gennaio di due anni fa col mio amico Giovanni abbiamo trovato le condizioni ideali per la gita sognata da tempo, una arrampicata sul pendio seguita da discesa libera con sci. Alla salita vera e propria, il 25 gennaio, è preceduta due giorni prima una salita preliminare per studiare le condizioni della neve. Gli ultimi metri prima della vetta erano più scivolosi a causa del vento che ha fatto ghiacciare la neve. Il mio amico era particolarmente in forma e mi distanziava spesso. Salendo si intravedevano le piste dell’Aprica. Dalla cima si poteva poi intravedere il gruppo del Bernina. La maggiore difficoltà in alto sono le rocce nascoste sotto la neve poi il bello comincia dopo i primi 100 m. una delle più belle emozioni quando si condivide una salita con gli sci è, tanto per citare una frase di un altro mio amico Pietro, arrivare sulla cima per stringere la mano al compagno, come simbolo appunto della condivisione dello sforzo. Un’altra montagna che mi ha fatto dannare è la corna Brutana che si trova nel comune di Tresivio ed è la sua cima più alta che si affaccia sulla Valtellina e si trova vicino alla vetta di Ron e presenta a sud una parete che può sembrare del tutto rocciosa, ma in realtà ha al suo centro un canale nevoso nemmeno troppo ripido che ritenevo sciabile. Il problema di questa parete è che è orientata a sud e questo rende difficile trovare una neve che sia nelle condizioni adatte per consentire una discesa con gli sci. Di solito o la neve è ghiacciata oppure è farinosa con pericolo di valanghe e quindi bisogna aspettare i giorni con pericolo 4 per provare l’escursione. Quando ci sono andato è stato in compagnia di un mio amico di Caspoggio, uno dei migliori sciatori valtellinesi, molto spericolato. Due giorni prima di andare con questo amico, visto che sembravano esserci le condizioni giuste ho provato ad andare da solo, ma una volta in salita la neve si è rivelata non molto stabile. Finalmente arriva il giorno. Una nevicata, seguita da un pomeriggio di sole, l’ideale per una bella gita a quattro con anche le fidanzate in attesa in una piazzola sicura che possono dunque ammirarci dal basso come due puntini sul fianco della montagna. Il segreto dello sci ripido sta tutto nell’atteggiamento mentale, nel superare le paure e acquisire sicurezza in sé stessi. Solo così si evitano errori e dunque anche di farsi male. La cima del monte dava su un canale incuneato che dava il via a tutta una serie di curve e poi ad un tratto ripido. Una volta rientrati dal canale principale tutto diventa più bello e più facile. Un’altra pazzia che avevo in mente da anni era quella di poter sciare la montagna del Painale. Rocciosa e uniforme su tutti i lati più o meno, particolarmente ripida sulla parete nord ovest un’altra che tende ad essere verticale in basso, la parete sud ovest a strapiombo e la parete est dove i primi escursionisti di fine Ottocento erano riusciti a trovare una via, è una montagna che, dopo molte salite, ho ritenuto potesse prestarsi per dare una possibilità anche agli sciatori. Anche questa montagna la salgo con l’amico spericolato di Caspoggio. C’è una speranza per poter sciare probabilmente sulla cresta, ma è ancora da testare. Noi si è ripiegato sulla parete est, non altissima, intorno ai 400 m che però presenta una grossa barra di rocce. Bisognava capire se fosse possibile salire comunque, aggirarla in qualche modo e poi capire come organizzare la discesa con pendenze che si aggirano intorno ai sessanta gradi. Col mio amico saliamo in un giorno in cui la neve non è particolarmente bella, prevalentemente ghiacciata coi passaggi stretti tra le rocce e una discesa che complessivamente metteva in difficoltà con le picozze, ma il mio amico la scendeva a salti con gli sci. Nel complesso e se si esclude la parte finale, il Painale è stata la montagna più difficile tra quelle affrontate. Tra le vette valtellinesi, le Orobie in particolare, la più famosa è il pizzo di Coca dalla cui vetta scende un lungo canalone diretto a nord ovest. Dagli anni Ottanta questo monte è diventato un classico dello sci ripido. Ci si è finiti a fare una gita qui per caso, avendo inizialmente in mente un’altra montagna che però quel giorno programmato per quella gita aveva un notevole rischio valanghe che ha spinto ad optare per il pizzo di Coca esposto a nord con una buona neve al contrario delle esposizioni est con neve troppo instabile. Il canalone di discesa del Coca è molto famoso coi suoi 1200 m di dislivello in sci ripido, un must per gli specialisti di questa disciplina da provare almeno una volta nella vita, ma anche due o tre con la neve bella come quella di quel giorno. La montagna che si era pensato di scalare originariamente era il pizzo di Scotes, la sesta cima più alta delle Orobie con una pala rivolta a nord ovest molto ripida che scende fino a digradare in un vallone  della Piota, un vallone che sfocia su delle cascate di ghiaccio. In un’annata eccezionale come il 2014 le cascate di ghiaccio erano ridotte ad una striscia di una ventina di metri e per il resto era tutto sciabile allora finalmente è arrivato l’anno scorso il momento anche per la gita allo Scotes che si può osservare da Teglio con un binocolo per studiarlo e programmare l’escursione. La cima è preceduta da un avvallo ripidissimo ma prima di raggiungerlo c’è un tratto più pianeggiante con una barra di rocce. Mi è capitato di leggere schede tecniche che riportavano temperature di quaranta gradi, ma sono state redatte da persone che qui non sono mai salite. Io e il mio amico Giovanni salendo abbiamo trovato una cima dalla neve immacolata cui è seguita una discesa molto ripida. La ripidità si può dedurre dagli spostamenti della neve. Una difficoltà nello sci ripido consiste nel saper scegliere l’attrezzatura corretta che non deve essere mai troppo leggera, ma affidabile. Chi risparmia sul peso deve essere abilissimo a sciare perché l’attrezzatura leggera è sottoposta a maggiori sollecitazioni ambientali. Una volta discesa la parte alta del vallone, ritorno alle cascate da fare sempre in discesa e dopodiché il percorso si snoda in mezzo ad un labirinto di grossi massi. Questa montagna è visibile dalla valle e vedendola si può notare chiaramente che è adatta ad essere sciata. Nonostante questo non si trova mai nessuno lassù e neanche nei valloni vicini eppure vi sono zone su questa montagna che non richiedono neppure troppo sforzo per essere sciate. Una volta chiusa questa esperienza la mia attenzione si è concentrata sulla Val Malenco dove si trova una montagna caratterizzata da rocce scure e cime repulsive, il pizzo di Recastello di 2888 m che sorge completamente in terra bergamasca sul retro della valle. col mio amico di Caspoggio molto spericolato l’abbiamo raggiunta direttamente dalla Valtellina con gli sci. Particolarmente interessante per la discesa, la parete nord. L’itinerario seguito è stato particolarmente lungo, dal passo di Bondone si scende al lago del Marmellino e da li si risale alla cima di Recastello. Il tutto con un dislivello di 3004-3005 m. Il mio amico qui è stato particolarmente spericolato scegliendo per la discesa un percorso pieno di rocce che non si sapeva bene come andava a finire. Restando sulle Orobie una cima molto interessante è il Medasc caratterizzato da sette picchi frequentati soprattutto d’estate per discese alpinistiche, ma io volevo provare a fare una discesa con gli sci. Nel 2012 si comincia a provare la traiettoria di sinistra un po’ stretta. Ci si ritorna un’altra volta nel 2014 e ci si accorge che questa via è piena di voragini così il mio amico Giovanni decide di optare per la via di destra caratterizzata da tutta una serie di placche rocciose inaccessibili su cui però si può scendere quando si deposita la neve sopra. Questa non è stata la discesa più difficile del 2014, ma è stata la più pericolosa per via della nutrita presenza di ghiaccio che rendeva la neve dura e compatta come marmo. Non sempre intestardirsi per voler scendere a tutti i costi una montagna comporta dei buoni risultati. Il corno di Braccia l’avevo salito in tutti modi. Nelle guide moderne nessuno diceva che c’era un accesso sulla parete nord. In un libro di fine Ottocento ho letto di alcuni pionieri che partiti da Sondrio che un passaggio lo hanno trovato, ma è un canaletto stretto difficile da scovare. Subito non l’ho trovato nemmeno io quando sono andato apposta a cercarlo. Dopo un mesetto decido di tornare e riprovarci, ma mi sono scontrato con una grande valanga, c’erano persino i gipeti che volteggiavano e io mi sono trovato li vicino al versante che veniva trascinato a valle. le valanghe spesso hanno una velocità pari a quella di una persona che cammina, ma questo non impedisce loro di trascinare tutto con se. E mentre si stava li ad osservare la valanga il gipeto portava via a poco a poco i pezzi di una carcassa, forse proprio quella di un animale morto travolto dalla valanga. Questo gipeto insieme ad un altro esemplare sono la prima coppia di gipeti insediatisi in Val Malenco dopo anni in cui erano estinti sterminati dalla superstizione popolare, soprattutto dei pastori che temevano di vedersi portare via gli agnelli. Appena al di là delle creste della Valmalenco, una valle rinomata per lo scialpinismo, si trova un’altra valle, la Val di Forno che dal Maloja si incunea fino ai versanti settentrionali della Val Masino. Un posto incredibile per lo sci che si può raggiungere in camminata da Chiareggio. Dietro monte del forno c’è passo Vatseda e dietro ancora vari versanti tra cui la discesa della cima di Rosso. Al nostro amico spericolato dei salti un po’ troppo temerari rompono gli sci a percorso appena iniziato. Si procede lungo valle Rosso finchè da lontano si vede arrivare qualche perturbazione e allora si va verso nord della cima di Rosso coi suoi 45-50 gradi di dislivello che l’amico temerario ha disceso con uno sci legato con lo scotch, ma poi ha fatto seguito un’altra avventura sul pizzo del Torrone Centrale con un versante ripido che scende sul versante nord la cui difficoltà è un crepaccio terminale di 6-7 m. Nel 2014 è arrivata molta neve che ha chiuso il crepaccio così la salita è stata possibile, dopo aver fatto quella della cima di Rosso. Io col mio amico temerario partendo dalla Val Malenco, mentre altri due amici sono partiti dal Maloja finchè ci siamo trovati in mezzo alla valle alle 7.30 di mattina perché qualcuno doveva andare a lavorare. Una valle enorme che dalla fine dell’Ottocento si è abbassata mediamente di 180 metri di spessore. Li l’amico temerario ha voluto gareggiare con un gruppo di ragazzi accampati nella valle per girare un documentario sullo sci ripido. Solo che loro avevano degli sci più spessi e specifici lui degli sci più standard. Lui così si ribalta due volte e la seconda perde uno sci. Così gli presto un mio sci. In salita sono andato io con uno sci solo e poi lui è sceso dal pendio con uno sci solo. Oltre a questa piccola selezione il nostro territorio presenta altre mete sciistiche interessanti, in val Masino, il Canal Corto, una cresta rocciosa su cui si scia nel lato che rimane dietro, io con un amico ci sono andato nel 2009, una discesa ripidissima che è sempre sul dosso piano, ma con una barra di rocce che protegge l’altopiano sommitale. Una neve che sembrava glassa, nonostante tutto faceva caldo perché l’estate era alle porte. E poi il Ligoncio sciata dopo un po’ di salite a piedi e due tentativi. Il vero sci estremo è questo: trascinarsi per tre ore sugli sci per sciare effettivamente solo un’ora e mezza incontrando ostacoli climatici come la grandine e cercando di individuare la traiettoria migliore, tenendo conto che alcuni passaggi sono particolarmente problematici, strettoie, barre di roccia. Nulla che potesse spaventare il mio amico temerario che scivolava tranquillo tra curve e passaggi stretti distanziandomi parecchio. In questo sta l’essenza dello sci. La val Masino offre altre cime interessanti, due tutte vicine su cui sono salito e sceso. La cima della Moldasca o ferro centrale (le cime infatti sono le cime del ferro) poi c’è il ferro orientale con salita a S. La Moldasca reca dietro i colossi del Cingalo del Badile tra l’Italia e la Svizzera. Io l’ho fatta da entrambe le parti e la cosa più lunga è il ritorno coi mezzi pubblici più che i 2500 m di dislivello. Per quanto riguarda il ferro orientale, esiste una guida di scialpinismo che dice che questa cima si raggiunge facilmente dalla cresta, ma in realtà la salita si è rivelata ardua così sono tornato indietro accontentandomi della salita fatta l’inverno prima da un’altra parte.

Ma le gite sono troppe per raccontarle tutte e dunque a questo punto Beno è passato alla presentazione del libro.

Alpi selvagge

Questo libro è il prodotto degli sforzi congiunti di 17 fotografi e di due autori di testi con lo scopo di fare un omaggio all’arco alpino, in particolare le 24 cime ritenute più rappresentative associando a ciascuna cima una specie animale anch’essa ritenuta rappresentativa, una sorta di simbolo per ciascuna cima descritta. L’intero arco alpino è molto lungo. Si parte dal colle di Caribona in Liguria fino a Vienna. Le montagne richiedono una trattazione molto vasta, anche perché di ogni montagna, come Beno ha fatto notare raccontando le sue avventure sulla neve e le cime, c’è moltissimo da dire, infiniti dettagli e curiosità. Ed è proprio la descrizione di una sfaccettatura diversa di ogni montagna la parte che Beno ha avuto nella realizzazione di questo libro, che stasera è stato presentato avvalendosi di una presentazione realizzata con una scelta di foto tratte dal libro medesimo. Il tutto partendo da una domanda: perché una montagna può risultare più famosa o più importante delle altre? Magari perché tale montagna ha una forma bellissima oppure per le storie degli uomini che sono saliti, che hanno fatto della conquista di quella specifica vetta la loro missione o per gli animali che ci vivono, per i particolari fenomeni geologici o climatici che vi si verificano o magari per la presenza di ghiacciai dalle proporzioni inimmaginabili.

Il viaggio del libro parte da un gruppo di monti nelle alpi Liguri famose per il loro interno con 40 mila chilometri di grotte calcaree. Una montagna in questa parte dell’arco alpino è divenuta tristemente famosa quando nel 2012 vi si è disperso il primario di chirurgia di Lecco durante un’escursione ed è stato ritrovato morto qualche tempo dopo, un paio d’anni dopo per la precisione con i due amici saliti con lui. Si diceva all’inizio che sono stati associati degli animali ad ogni montagna trattata. Un’associazione non facile perché gli animali tipici delle alpi sono presenti un po’ su tutto l’arco alpino e dunque a volte le associazioni sono state casuali. In alcuni casi invece come in quello del Gran Paradiso l’associazione è stata d’obbligo. Il Gran Paradiso di per sé non ha niente di che. In alcune descrizioni di inizio Novecento si legge che “ha roccia, ma non troppo, ghiaccio, ma non troppo, è alta ma non troppo, gli italiani ci tengono particolarmente semplicemente perché si tratta dell’unico Quattromila delle alpi che sorge completamente in territorio italiano”. L’animale rappresentativo di questo monte non poteva che essere lo stambecco. A fine Ottocento questi animali erano stati quasi completamente sterminati per delle stupide credenze come quella di un ossicino che gli stambecchi hanno vicino al cuore che preserverebbe dalle malattie cardiache improvvise o quella delle corna afrodisiache (un luogo comune che riguarda molti animali e anche per parti diverse dalle corna ndr), insomma per un motivo o per l’altro questi animali erano diventati trofei di guerra e pure in Svizzera non ce n’era più neanche uno. Essendo trofeo ambito, il re ne voleva un po’ per sé da cacciare. La sua riserva di caccia è diventata il nucleo di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, creato negli anni Venti del Novecento e preservato ora non più dalle guardie reali ma dal Corpo Forestale dello Stato. Gli stambecchi viventi oggi sono tutti discendenti di quei pochi esemplari preservati dal re per la sua caccia personale. Lo stambecco è uno splendido animale perfettamente adattato ai pendii ripidi coi loro zoccoli che si aprono sul davanti. L’età di uno stambecco si stabilisce contando i nodi sul corno. A me recentemente è capitato di trovare un corno (senza cervo perché capita che li perdono) con 27 nodi. Un nonno stambecco. Parlando delle alpi questa sera vi accennerò le principali. Il Monte Bianco, la più alta dell’arco alpino (ma non la più alta d’Europa perché recentemente ho scoperto che questo primato va ad un monte dell’Europa Orientale che mi pare stia sul Caucaso il Monte Ebron ndr) eccezionale sotto ogni punto di vista; altezza a parte un dato interessante è la cima, una cupola di ghiaccio che si trova a una quarantina di metri più in alto rispetto alla cima rocciosa e quaranta metri più ad ovest per via dell’azione dei venti. La storia della prima salita del monte a fine Settecento è particolarmente interessante. Erano stati promessi dei soldi a chi ci fosse riuscito da uno scienziato di Ginevra cui occorreva che qualcuno arrivasse in vetta per poter fare delle verifiche sperimentali sul barometro di Torricelli. Dopo ventisei anni due giovani riescono ad arrivare in vetta e lo scienziato che stava ad osservarli da lontano col binocolo per essere sicuro che tutto si svolgesse in regola ha chiesto che i due l’anno successivo lo accompagnassero, resosi conto che la salita non presentava particolari problemi. Una salita eccezionale perché questo scienziato si è portato dietro di tutto. Diciassette portatori che recavano damigiane di vino, tenda, un piccolo laboratorio scientifico per gli esperimenti in vetta, il suo letto e addirittura una stufa a legna. Essendo il monte Bianco dunque il monte più alto di tutti ed essendo che una funivia ne raggiunge facilmente le pendici ormai, ai giorni nostri ci salgono milioni di turisti ogni anno dunque il monte Bianco purtroppo non è più un posto dove fare esplorazione perché, sebbene sia un massiccio grandissimo c’è sempre tantissima gente. Io ci sono stato col mio amico Giovanni che in questo modo concludeva la sua esplorazione dei Quattromila delle alpi con cinque creste appunto situate sulla vetta principale del monte Bianco. Sulla cima del monte Bianco, abbiamo scoperto, non solo c’è molta gente, ma è tutta gente che lascia “ricordini” come quelli dei cani per le strade delle città, ma per accamparci siamo comunque riusciti, fortunatamente, a trovare un punto tutto con la neve bianca. Sulla cima dove saremmo dovuti salire ad un certo punto c’era un elicottero che portava via da quella stessa cima un gruppo di alpinisti come fossero delle salsicce. Il mattino dopo ci avviamo per la Cresta del Diavolo per raggiungere le famose cinque creste rocciose caratterizzate da un granito rosso, ruvido, generalmente solido, dove si alternano appunto passi di roccia a selle di neve e ghiaccio. All’inizio siamo soli, ma poi siamo raggiunti da carovane di gente; lì infatti le guide vengono pagate profumatamente per portare clienti e dunque la montagna diventa luogo di buisness, anche d’avventura ma regolata, dove tutti vanno negli stessi punti a fare le foto ricordo di fretta perché sono molti i gruppi che salgono. Una volta che noi raggiungiamo la cresta da scendere poi a corda doppia si sale si riscende un po’ di volte fino ad arrivare al punto dove avevamo visto l’elicottero che portava via come dei salsicciotti gli alpinisti. Arrivati li si scopre che è una calata nel vuoto da cui non ci si riesce più a liberare se non arriva appunto l’elicottero. Quando siamo arrivati c’era un gruppo di tedeschi che si stavano calando. L’ultima cresta rischiava di non essere conquistata per via della presenza di un ricordino particolarmente sovradimensionato che però non ha scoraggiato il mio amico dal compiere la sua impresa, la parte più coraggiosa di tutta la traversata. Dopo il monte Bianco non poteva mancare il Cervino, forse la montagna più bella delle alpi cui sono legate molte storie di alpinisti che l’hanno scalata, storie a volte tragiche; quella però cui la montagna è associata nell’immaginario collettivo è l’impresa di Walter Bonatti, la scalata della parete nord, un’impresa voluta per ricordare un gruppo di alpinisti che, cento anni prima, proprio su quella parete sono morti mentre erano di rientro dalla conquista della vetta: erano legati insieme in una cordata, è bastato che uno scivolasse per far precipitare tutti, tranne tre alpinisti che si sono salvati perché la corda (che a metà Ottocento era di canapa) si è rotta così loro non sono stati trascinati. Anche un altro monte, lo Iunfrao è associato ad imprese alpinistiche tragiche, ma è famoso soprattutto per l’imponente ghiacciaio dell’Aresh il più grande ghiacciaio delle alpi che è solo uno dei ghiacciai che occupano i vari versanti di questa montagna. I dati di questo grande ghiacciaio sono impressionanti: grande come 12 mila campi da calcio, 900 m di spessore nel punto più spesso e se pensassimo di mantenere l’attuale popolazione mondiale sciogliendone le acque ponendo che ogni abitante del mondo beva un litro di acqua al giorno, con l’acqua di questo ghiacciaio l’umanità potrebbe sopravvivere sei anni. è impressionante soprattutto se si considera il progressivo assottigliamento dei nostri ghiacciai che ormai non basterebbero al fabbisogno di una famiglia media per una settimana. Per quanto riguarda le montagna Valtellinesi nel libro c’è il pizzo Badile cui è associato il gallo Cedrone. Poi abbiamo il pizzo Bernina che è l’ultimo Quattromila delle Alpi a est delle stesse con una vasta distesa di neve mista a ghiaccio, la più vasta di tutto l’arco alpino. C’è poi la cima che porta alle Dolomiti con le loro rocce chiare i cui effetti cromatici si possono apprezzare in particolar modo all’alba e al tramonto. Sulle Dolomiti soggiorna spesso il nostro fotografo di punta, un ragazzo che ha realizzato la maggior parte degli scatti li ha fatti tra i diciannove e i vent’anni, un grande appassionato con una tecnica eccezionale, è riuscito, con mesi di appostamenti in tenda o in capanno, ad immortalare gli animali più difficili, uno di quei fotografi che cercano di  acquisire confidenza con gli animali da fotografare cercando di scomparire nell’ambiente, di mimetizzarsi al punto tale che gli animali giungono a considerarli come parte dell’ambiente, come se fossero rocce o alberi e poi usando varie tecniche ingegnose. In questo modo ha fotografato i cuculi, che depongono le uova nei nidi di altre specie che diventano genitori adottivi a tempo pieno, anche perché, una volta che il cuculo esce dall’uovo, butta fuori dal nido le uova e gli eventuali altri piccoli che vi trova al suo interno; ha fotografato anche il martin pescatore un bellissimo uccello dal piumaggio azzurro e arancione un po’ cangiante, difficile non solo da fotografare, ma anche da avvistare perché è molto veloce. Per scovarlo bisogna seguirne un esemplare per un po’ e conoscere le sue abitudini. Si tratta infatti di un uccello abitudinario che caccia sempre nello stesso posto e si mette sullo stesso rametto a mangiare il pesce che ha catturato, perché è di pesce che si nutre. Il nostro fotografo, Jacopo, ha passato mesi a fare amicizia col martin pescatore fino appunto, come dicevamo prima, ad apparire come un elemento del paesaggio, nascosto nel suo capanno, mentre studiava le tecniche migliori per catturare i momenti significativi. Ha montato la macchina fotografica su una slittina galleggiante, ha costruito gabbie di vetro da mettere sottacqua collegata ad un cavo di scatto remoto lungo otto metri. Naturalmente i fotografi (e non solo quelli di natura) devono fare tantissimi scatti per ottenerne uno solo che è quello giusto, perfetto, che si trova nel mucchio e neanche sempre c’è (conosco addirittura un fotografo che si occupa di altri generi, ma che dice sempre che se una persona che vuol fare questo mestiere riesce a realizzare nell’arco di tutta la vita cento scatti ottimi è un bravo fotografo, questo per dire che bisogna puntare sulla qualità e non sulla quantità, pochi ma buoni insomma ndr). Dallo scatto perfetto però si può notare la particolarità di questo animale, una membrana che gli copre gli occhi rendendoli impermeabili e permettendogli dunque di immergersi. Nel libro c’è tutta la foto sequenza (mostrata anche nella presentazione proiettata ndr), immersione, cattura del pesce, consumazione del pasto. In generale tutte le foto di animali che si trovano nel libro sono opera di Jacopo e sono di una qualità eccezionale. Bisogna tenere conto che Jacopo, che lo ricordiamo è un ragazzo di poco più di vent’anni, pubblica per TIME, NATIONAL GEOGRAPHIC è uno dei più bravi fotografi d’Italia. Restando sulle Dolomiti parliamo della cima della Marmolada, che ci fa conoscere un altro ragazzo prodigio. Un ragazzo che a ventitré anni è salito per una via molto difficile sulla montagna con pochi attrezzi senza dire nulla a nessuno, una via molto rocciosa di 1200 m di dislivello. Altri alpinisti lo hanno visto salire quasi allo sbaraglio da solo, nel libro c’è pure una parte di un’intervista che questo ragazzo ha rilasciato in seguito in cui dichiara che la via non è difficile ci sono solo un paio di strapiombi che richiedono attenzione e accorgimenti particolari. Uno strapiombo che si apre su 600 m di vuoto che va saltato avendo dall’altra parte un appiglio largo un dito. Comunque questo ragazzo è ancora vivo e sta continuando a fare questo tipo di scalate con una tecnica davvero sopraffina. È un ragazzo straniero dal nome impronunciabile che a vederlo sembra il classico secchione della classe timido e occhialuto per nulla portato all’attività fisica ed è invece tra i cinque più forti rocciatori al mondo con un forte autocontrollo. Nel libro si incontrano anche le tre cime di Lavaredo (una splendida foto con la via Lattea sullo sfondo), poi le montagne su cui Messner ha mosso i primi passi e poi arriviamo alla montagna più orientale dell’arco alpino che sorge vicino a Caporetto, località divenuta tristemente famosa durante la Grande Guerra, una piana dritta di pascolo senza capannoni. La cosa che mi è piaciuta di più di questa terra quando l’ho visitata sono i fiumi che escono di colpo dalla montagna con un’acqua talmente trasparente che la si nota solo sentendo il bagnato sui piedi. Il Trigla, la montagna più orientale dell’arco alpino è anche la montagna nazionale della Slovenia caratterizzato da un fenomeno ottico spettacolare chiamato fantasma di Broken che io sono riuscito a vedere appena ci sono andato. Per vederlo bisogna avere il sole basso alle spalle e la nebbia di fronte. Si tratta di una sorta di arcobaleno circolare con l’immagine di chi sta osservando come stampata in mezzo. Alzando le braccia, nel riflesso di questa immagine compaiono lunghissime. La particolarità è che ognuno vede solo il suo fantasma di Broken. Se voi state osservando il vostro fantasma di Broken e c’è in quel momento una persona accanto a voi, il vostro non lo vede, è tutta una questione di posizione e di gradi, basta essere sfasati di pochissimo per non vederlo più. Io ho scoperto questo fenomeno su un libro di fine Ottocento che racconta di una spedizione in val di Togno di Bruno Galli Valerio con altre persone tra cui tre cacciatori che raggiunse il passo del Forame; arrivati in cima, fucile alla mano per via degli orsi, raccontano di vedere tre fantasmi cui puntano il fucile, ma che a loro volta puntavano il fucile verso la spedizione. Da quando l’ho letto l’ho visto 10 volte perché a quel punto sapevo dove guardare, è facile ovunque ci sia nebbia bassa. Per chi è appassionato di fotografia, una piccola curiosità: il fantasma di Broken è difficile da fotografare e lo è per un motivo preciso ed è che, essendo un’illusione ottica non ha una posizione precisa nello spazio una profondità e dunque la macchina fotografica non può determinare la profondità di campo, regolare la messa a fuoco. Dunque le foto non rendono mai davvero la reale bellezza di questo insolito fenomeno.

Il momento dell’acquisto dei saluti e degli autografi

A questo punto Beno ha concluso, il suo ricco racconto dando alcune informazioni di servizio. Il libro presenta tre copertine diverse più una quarta in edizione limitata, una per ogni zona delle alpi. Per chi fosse stato in ritardo coi regali di Natale era possibile acquistare tre copie a 50 euro dunque un prezzo inferiore di quello di ogni copia singola che era 20 euro.

Dopo la presentazione di Beno, l’assessore Lucica Bianchi ha voluto condividere i pensieri personali suggeritigli dall’ascoltare gli avventurosi racconti delle gite in montagna, ha voluto in particolar modo mettere l’accento sul senso di libertà che le montagne sanno trasmettere, sottolineando che lei non ci va come alpinista.

In sala tra il pubblico erano presenti anche gli amici di Beno coprotagonisti delle sue avventure che sono stati dunque omaggiati (grande assente lo sciatore spericolato) e poi è venuto il tempo del dialogo, delle domande, dei libri da comprare con le dediche che Beno si è offerto gentilmente di fare.

La fidanzata di Beno vendeva i libri e ha portato alcune copie della rivista MONTAGNE DIVERTENTI così mi è venuto di chiedere qualche delucidazione sull’iter che ci vuole per fondare e portare avanti una rivista. Un grosso impegno. Bisogna andare in tribunale, fare la registrazione, avere un pubblicista che faccia da direttore responsabile, avere soldi da investire per la stampa, avere un locale dove stampare che non per forza deve essere una tipografia vera e propria purchè sia registrata legalmente come sede, bisogna avere dei bravi collaboratori che abbiano voglia di lavorare, che consegnino i pezzi in tempo, compatibilmente con i tempi della stampa. C’è stato un periodo nella storia in cui si fondavano riviste a gogò. Oggi si aprono blog e siti, ma anche in questo caso c’è tutto un iter dietro. Per quanto riguarda le avventure di Beno mi restava un’ultima curiosità mentre mi firmava la mia copia del libro. Sarà stato nella zona dove fu ritrovata la mummia del Similaun? Risposta. No. Magari una prossima gita. E chissà, una prossima serata.

Antonella Alemanni

L’AFRICA, L’ORIENTE MEDITERRANEO E L’EUROPA

L’AFRICA, L’ORIENTE MEDITERRANEO E L’EUROPA
Tradizioni e culture a confronto
a cura di Paolo Nicelli
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La Classis Africana dell’Accademia Ambrosiana inaugura, con questo primo volume della nuova Collana, un’articolata serie di studi e ricerche dedicate alle molteplici tradizioni, culture, lingue e società dell’immenso continente. Vale l’osservazione dell’Accademico Fondatore Gianfranco Fiaccadori alla cui memoria il libro è dedicato, ove si sottolinea il ruolo dell’Etiopia: «provincia africana dell’Oriente Cristiano che con l’Europa e il mondo mediterraneo ha avuto relazioni ab antiquo e fin dal Rinascimento ha attirato l’attenzione degli Europei per il suo carattere conservativo. Siamo a Milano, ma pochi sanno o ricordano che nel 1459 il duca Francesco Sforza pregava il negus Simon Iacopo ossia Zar’a Yā‘qob di inviargli le opere di Salomone perdute in Occidente». Già il Centro Studi Camito-Semitici, quasi precursore dell’odierna Classe di Studi Africani, trovò significativo tenere in Ambrosiana la seduta inaugurale del 1 giugno 1993. I dieci studiosi, autori delle accurate ricerche qui pubblicate, rappresentano un’ideale continuazione ed un rinnovamento della tradizione ambrosiana, insieme con tutti gli Accademici Fondatori che sono all’origine della nuova Classe di studi, ed ai molti altri accademici e studiosi che in vario modo offrono generosamente il contributo delle loro ricerche sul tema dell’Africa, l’oriente mediterraneo e l’Europa. Tradizioni e culture a confronto.

(tratto dalla copertina della collana)

 

Newsletter della Veneranda Biblioteca Ambrosiana

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Venerdì 11 settembre, ore 9:30. 

Il Prefetto dell’Ambrosiana, mons. Franco Buzzi,ha  inaugurato idealmente il nuovo anno di iniziative in Ambrosiana 2015-2016, annunciando una preziosa mostra di antiche pergamene (secoli IX-XII), “Acque della Lombardia medievale. Racconti di vita quotidiana nelle pergamene della Biblioteca Ambrosiana di Milano”:  «Il bene prezioso dell’acqua è sempre stato occasione di “pace” e di “guerra” tra gli uomini: dai pozzi biblici di Abramo e Giacobbe, agli accordi faticosi per il controllo delle rogge in Lombardia, tra Medioevo e Ottocento, passando attraverso il tema moderno del diritto commerciale a solcare i mari (vedi Ugo Grozio, Mare Liberum)». La mostra è organizzata dal Dottore Aggregato della Veneranda Biblioteca Ambrosiana Rita Pezzola. Da qui si possono visualizzare: l’immagine di una pergamena >>>, una sintetica presentazione della mostra >>>, il progetto educational >>>, una proposta specifica per le scuole di Sondrio >>> e un’immagine di Rita Pezzola  >>>, che presenta la mostra e il suo valore didattico.

Giovedì 17 settembre dalle 16.30 alle 20.15.

Il secondo Seminario multidisciplinare, interculturale-interreligioso, sul tema Significato di cura e malattia nelle prospettive laica e religiosa si terrà presso l’Aula Magna della Clinica Mangiagalli della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico >>>. Ondate migratorie stanno sconvolgendo e coinvolgendo milioni di persone in tre continenti, Africa, Asia, Europa. Si rend necessaria anche in campo sanitario una strategia formativa che integri diversi livelli e aree di conoscenza. Medici ed operatori sanitari di fronte a nuove sfide deontologiche ed etiche, che coinvolgono malati di differenti etnie, lingue, culture e religioni, richiedono nuove iniziative di formazione ed informazione. Tra le nuove frontiere della formazione a una piena cittadinanza globale, accanto ad ambienti significativi come scuole, università, carceri ecc., si pongono anche gli ospedali e le case di cura, luoghi di costruzione di solidarietà.

Sabato 19 settembre 2015, dalle 9:30 alle 18:15

Le vie delle spezie, tra cucina e medicina, tra oriente e occidente

rievocate in Ambrosiana da studiosi di tante università: Torino, Udine, Bergamo,  Milano, Venezia, Roma, Napoli, presentati dal Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e dal Presidente dell’Accademia delle Antiche Civiltà >>>

In Pinacoteca Ambrosiana

Venerdì 11 settembre.

Sempre più numerosi i Visitatori, giunti dinanzi alla Sala di Raffaello, sostano per vedere da vicino l’opera di restauro iniziata sul più grande disegno del Rinascimento, La Scuola di Atene, base del grande affresco nelle Stanze Vaticane. Sul monitor scorrono le immagini del trasferimento dell’opera sui cavalletti e davanti, dietro una parete trasparente, gli esami per lo stato dell’inestimabile opera e l’avvio delle operazioni per la salvaguardia della preziosa carta montata su tela. Comode poltrone per rivedere ciò che è già avvenuto e per seguire da vicino quanto dinanzi ai loro occhi si sviluppa.

Nuova luce in tante Sale della Pinacoteca >>>

Sino al 28 settembre 2015.

 In 7 vetrine in mostra antichi e rari manoscritti >>>, da Seneca alle Favole persiane, da Aulo Gellio alla Bibbia ebraica e all’Evangeliario greco, dalle Sure coraniche in scrittura Kūfī al Planisfero cinese  艾儒略, 万国全图 (Hangzhou, 1623), per illustrare, in tema di EXPO 2015 il Dialogo tra popoli e culture per nutrire la pace >>>

In Accademia Ambrosiana

Lunedì 14 settembre 2015 ore 17:30.

Il Metropolita Ilarion del Patriarcato di Mosca in Ambrosiana per l’edizione latino-russa dell”Opera Omnia di S. Ambrogio >>>

Settembre 2015.

 Recensito il volume dell’Accademia Ambrosiana Classe di Studi Greci e Latini, Miscellanea Graecolatina I, nella rivista universitaria della Zborník Filozofickej, Fakulty Univerzity Komenského v Bratislave, Graecolatina et Orientalia  XXXV–XXXVI 2014 >>>

Martedì 13 ottobre 2015, ore 18. 

I manoscritti ebraici medievali. Conferenza pubblica del Prof. Malachi Beit-Arié, Accademia delle Arti e Scienze,

Gerusalemme, Israele >>>

Dal 12 al 22 ottobre 2015.

Corso breve di Codicologia e Paleografia ebraica. Docenti e Contenuti >>>  Programma >>>


9-11 novembre 2015.

Accademia Ambrosiana  Classis Orientalis  SEZIONI Araba Armena Ebraica Siriaca

Մերձաւոր Արեւելքի Հետազօտութիւններու Դասախումբ مسق تاسارد قرشلا  ىندلاا

ܐܪܕܣ ܐܫܪ̈ܕܕ ܠܥ ܐܚܢܕܡ ܐܬܝܥܨܡ הקלחמה ידומילל חרזמה בורקה

VI Dies Academicus 2015  GLI STUDI DI STORIOGRAFIA. Tradizione, memoria e modernità

Milano, Piazza XI, 2 – Sala delle Accademie “Enrico Rodolfo Galbiati”

In Mediateca

Presentazione del film di antoinedelaroche sulle Letture d’Arte 2014 2015. Un racconto pieno, denso di emozione. Con la cadenza più giusta possibile tra immagine e parola. L’ingresso delle voci, ogni volta, è, a loro volta, come per le immagini, un’apparizione. C’è tensione sempre viva e sviluppo costante di un’idea:

“L’arte si può raccontare”. Un’idea antica che aveva esplicitato per iscritto lo stesso Federico Borromeo, fondatore dell’Ambrosiana, all’inizio del Seicento. Da qui la visione >>>     (durata 25′). 

Il ciclo delle Letture d’Arte 2015 2016 riprenderà ad ottobre. Così per tutti gli altri “Incontri in Ambrosiana”. I relativi programmi saranno resi noti nella prossima edizione della newsletter.

​il Curatore

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e-mail: newsletter@ambrosiana.it

INTRODUZIONE STORICA .FEDERICO BORROMEO E LA BIBLIOTECA AMBROSIANA

“Ci siamo abbattuti in un personaggio,
il nome e la memoria del quale, affacciandosi,
in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida
commozione di riverenza, e con un senso giocondo
di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore,
dopo la contemplazione d’una molteplice
e fastidiosa perversità! Intorno a questo personaggio
bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole:
chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia
d’andare avanti nella storia, salti addirittura
al capitolo seguente…”

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La Biblioteca Ambrosiana (ed. 1840)

L’8 dicembre 1609, la Città di Milano assistette ammirata alla cerimonia di inaugurazione della Biblioteca Ambrosiana, prediletta creatura dell’amatissimo cardinale Federico Borromeo. Dal Palazzo arcivescovile, il cardinale giunse nel primo pomeriggio alla Chiesa di S. Sepolcro, accompagnato da un corteo di dignitari ecclesiastici e civili e da due ali di folla. Accolto da musica e cori si sedette al centro della chiesa, avendo ai lati il Gran Cancelliere spagnolo don Diego Salazar e il Presidente del Senato di Milano Giacomo Mainoldi Gallarati. Luigi Bossi, il canonico teologo del Capitolo metropolitano, pronunciò la prolusione che descriveva la fondazione della Biblioteca, avvenuta due anni prima, e la creazione del Collegio dei Dottori. Dalla Chiesa di San Sepolcro, il corteo delle autorità, fra squilli di tromba e sotto un padiglione di tessuto che copriva l’intero percorso, giunse  davanti alla porta dell’Ambrosiana, che fu spalancata perché potesse il cardinale entrare per primo. E fu lo stesso Federico a fare da guida fra i tesori della imponente collezione della Biblioteca, mostrandone con orgoglio la immensa ricchezza. Le ombre della sera calavano su una Milano ormai invernale, quando il cardinale uscì dalla Biblioteca per rientrare nel Palazzo Arcivescovile.

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G. C. Procaccini, Federico Borromeo

La Biblioteca destò da quel momento l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori che giungevano a Milano: nel 1623, Galileo inviava al cardinal Federico una copia del suo Saggiatore, nella speranza che esso potesse entrare a far parte dell’«eroica et immortale libreria»; nel 1662 il Principe di Condé si lasciava sfuggire un lapidario «très belle» d’ammirazione; Montesquieu osservava nel 1728 che la Biblioteca era «extrêmement bien tenue; on y voit qu’il a eu des bibliothécaires  savants»; Girolamo Tiraboschi scrisse sul finire del XVII secolo che «la Biblioteca Ambrosiana offerse gran pascolo alla dotta curiosità e alla maraviglia. Infatti l’erezione di essa è una delle cose memorabili di quel secolo e può bastare essa sola a rendere immortale il nome del cardinale Federigo Borromeo, che ne fu il fondatore»; e, senza dimenticare le parole di John Evelyn («imponente»), Gilbert Burnet («molto signorile»), Gabriel Naudé («straordinaria»), celeberrime restano quelle di Alessandro Manzoni (I Promessi Sposi, cap. XXII): «Federigo ideò questa Biblioteca Ambrosiana con sì animosa lautezza, e la eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornire la quale di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che poté avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati e quattordicimila manoscritti».

Milano, dunque, a partire dal 1609 possiede la seconda biblioteca aperta al pubblico in Europa, essendo stata preceduta nel 1602 solo dalla Bodleian Library di Oxford. Concepita come una biblioteca “generale”, volta allo studio di tutte le scienze che compongono il sapere universale, dalla classicità greco-latina alla letteratura cristiana, dalla teologia alla filosofia dalla linguistica al diritto e alla musica, dall’Occidente all’Oriente, dall’Antichità al Medioevo e al Rinascimento, l’Ambrosiana aveva quasi le caratteristiche di una università degli studi, allora assente a Milano. Si trattava di una struttura organica, equilibrata e del tutto all’avanguardia per lo spirito del tempo.

Per la costruzione e l’arricchimento del patrimonio codicologico e librario della Biblioteca, Federico organizzò, già a partire dal 1601, una vera e propria campagna di acquisti, sguinzagliando i suoi agenti ai quattro angoli del mondo occidentale, uomini che misero a disposizione laboriosità, scienza e spesso anche arditezza veramente non comuni. L’idea era di costituire un centro culturalmente attivo, palestra di studi al servizio e in difesa del cattolicesimo e luogo di raccolta dei più importanti testi del pensiero occidentale e orientale, arabo e persiano, ebraico, bizantino, copto, armeno, classico greco e latino e perfino cinese.

La multiculturalità del progetto federiciano era tesa non tanto e non solo alla conservazione dei documenti, quanto al loro studio e alla ricerca di un possibile dialogo e convivenza delle diverse culture, senza rinunciare alla identità cristiana di cui Federico era vivo e fervido interprete. In altre parole, il lavoro intellettuale fioriva dalla raccolta e dalla cura del patrimonio librario e non si esauriva in esso, e anzi, l’accumulo del “tesoro” non era destinato ad accrescere il prestigio di chi materialmente lo possedeva e tutelava, ma alla sua trasformazione in sapere vivo.

In questa linea va interpretata anche la creazione della Pinacoteca: il 28 aprile 1618, infatti, Federico Borromeo donava la sua collezione di quadri disegni e stampe a quella che nel 1620 sarebbe diventata la Pinacoteca Ambrosiana, dallo stesso cardinale successivamente arricchita con capolavori come la Canestra di frutta del Caravaggio, l’Adorazione dei Magi di Tiziano, il Musico di Leonardo, il cartone della Scuola di Atene di Raffaelo, numerosi dipinti di scuola leonardesca e dei fiamminghi, in particolare di Jan Brueghel, e migliaia di disegni. Anche la Pinacoteca rispondeva all’idea federiciana di elaborazione e di trasmissione del sapere, un sapere che doveva essere non solo documentato ma diventare vivo, farsi ricerca e trasmissione: essa divenne non solo un’esposizione ma uno strumento didattico, per quell’Accademia del disegno, articolata nei corsi di pittura, scultura e architettura, che nata assieme all’idea della Pinacoteca, sopravvisse fino al suo trasferimento tardo settecentesco a Brera.

Oltre a una necessaria ed esaltante celebrazione dei tesori della Biblioteca e della Pinacoteca, l’Ambrosiana è stata, è e deve rimanere sorgente di ricerca, di dialogo, di conoscenza, di approfondimento, di civiltà, di cultura e di spiritualità, sempre nella linea di quel motto che Manzoni pone a ideale sigillo dell’opera di Federico Borromeo: “L’intento continuo nella ricerca e nell’esercizio del meglio”.

Biblioteca_Ambrosiana_2010

Biblioteca Ambrosiana, oggi 

Bibliografia di riferimento

  • Ferro, Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano agli inizi del Seicento, Roma, Bulzoni, 2007
  • Milano atelier culturale della Controriforma, a cura di D. Zardin e M.L. Frosio, «Studia Borromaica», 21, 2007
  • Borromeo, Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum, introduzione e cura di F. di Ciaccia, Roma, Bulzoni, 2006
  • Cultura e spiritualità borromaica tra Cinque e Seicento, a cura di F. Buzzi e M.L. Frosio, «Studia borromaica», 20, 2006
  • Carlo e Federico: la luce dei Borromeo nella Milano spagnola, a cura di P. Biscottini, Milano, Museo Diocesano, 2005.
  • Federico Borromeo fondatore dell’Ambrosiana, a cura di F. Buzzi e R. Ferro, «Studia borromaica», 19, 2005
  • Bonomelli, Cartai, tipografi e incisori delle opere di Federico Borromeo, Roma, Bulzoni, 2004
  • Federico Borromeo principe e mecenate, a cura di C. Mozzarelli, «Studia borromaica», 18, 2004
  • Borromeo, Semina rerum, sive De Philosophia Christiana, introduzione e cura di C. Continisio, Roma, Bulzoni, 2004
  • Federico Borromeo vescovo, a cura di D. Zardin, «Studia borromaica», 17, 2003
  • Federico Borromeo. Uomo di cultura e spiritualità, a cura di S. Burgio e L. Ceriotti, «Studia borromaica», 16, 2002
  • Federico Borromeo. Fonti e storiografia, a cura di M. Marcocchi e C. Pasini, «Studia borromaica», 15, 2001
  • Cultura politica e società a Mialno tra Cinque e Seicento, a cura di F: Buzzi e C. Continisio, «Studia Borromaica», 14, 2000
  • Cultura e religione nella Milano del Seicento. Le metamorfosi della tradizione «borromaica» nel secolo barocco, a cura di A. Cascetta e D. Zardin, «Studia Borromaica», 13, 1999
  • Agosti, Collezionismo e archeologia cristiana nel Seicento: Federico Borromeo e il Medioevo artistico tra Roma e Milano, Milano, Jaca Book, 1995
  • Besozzi, I testamenti di Federico Borromeo, NED, 1993
  • Jones, Federico Borromeo and the Ambrosiana. Art, Patronage and Reform in Seventeenth-century Milan, Cambridge, Cambridge University Press, 1993
  • Storia dell’Ambrosiana, 4 voll., Milano, Cariplo, 1992-2002
  • Marcora, Catalogo dei manoscritti del card. Federico Borromeo nella Biblioteca Ambrosiana, Milano, Biblioteca Ambrosiana, 1988
  • Aimi, V. De Michele, A. Morandotti (a cura di), Septalianum Musaeum. Una collezione scientifica nella Milano del Seicento [Catalogo della Mostra. Museo civico di storia naturale di Milano], Firenze, Giunti-Marzocco, 1984
  • Prodi, Borromeo, Federico, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 13, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1971, pp. 35-37
  • Martini, ‘I tre libri delle laudi divine’ di Federico Borromeo. Ricerca storico-stilistica, Padova, Antenore, 1975
  • L. Gengaro, G. Villa Guglielmetti (a cura di), Inventario dei codici decorati e miniati (secc. VII-XIII) della Biblioteca Ambrosiana, Firenze,Olschki, 1968
  • Prodi, Nel IV centenario della nascita di Federico Borromeo. Note biografiche e bibliografiche, in “Convivium”, XXXIII (1965), pp. 337-359