MICHELANGELO MERISI detto CARAVAGGIO

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Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, nasce a Milano nel 1571. Si forma presso la bottega del pittore Simone Peterzano nella città di Milano dove recepisce i modi di due tradizioni diverse: da un lato il realismo lombardo, dall’altro il rinascimento veneto, con il quale viene in contatto quando Peterzano lo porta con se in alcuni viaggi a Venezia, dove conosce l’arte del Tintoretto.
A vent’anni si trasferisce a Roma, prima presso Lorenzo Siciliano, di seguito presso Antiveduto Gramatica, poi presso il Cavalier d’Arpino.
Costui gli affida l’esecuzione di quadri di genere, rappresentanti fiori o frutta, genere disprezzato dagli accademici del tempo perchè ritenuti soggetti inferiori rispetto a dipinti in cui venivano rappresentate figure umane. Egli inventa un suo particolare repertorio dipingendo giovani presi dalla strada, messi in posa, accompagnati da cesti di frutta, calici e oggetti di vetro.
Tra i primi dipinti dell’artista c’è il Bacchino malato, oggi alla galleria Borghese di Roma, dipinto nel 1591 circa, che viene considerato un autoritratto eseguito nel periodo in cui fu ricoverato in ospedale per malaria; inoltre, del primo periodo della sua attività sono: il Ragazzo morso da un ramarro, il Giovane con cesto di frutta e Bacco degli Uffizi. Rivela la sua predilezione per Riposo durante la fuga in Egitto - Caravaggiosoggetti popolareschi e musicali nei dipinti come I bari, La buona ventura, Il suonatore di liuto. Esemplare è il Canestro di frutta, oggi a Milano alla Pinacoteca Ambrosiana, in cui rappresenta gli oggetti così come sono in realtà: la foglia secca, la mela bacata, senza cercare di abbellire la natura , ma rappresentandola così com’è.
Il suo primo quadro di figure, dipinto nel 1595 circa, è il Riposo durante la fuga in Egitto, nel quale è chiaro il richiamo ai grandi maestri bergamaschi e bresciani come Savoldo, Lorenzo Lotto e Moretto. Ma è altrettanto evidente il richiamo alla cultura romana dimostrato dall’angelo rappresentato di spalle che è il perno dell’intera composizione. In questo periodo abbandona la bottega del Cavalier d’Arpino e passa sotto la protezione del cardinal Francesco Maria Del Monte che lo immette in un ambiente culturale molto più stimolante, esegue infatti in questo periodo Testa di Medusa, San Giovanni Battista, L’amore vittorioso, Giuditta e Oloferne. La sua maturazione verso uno stile personale è evidente soprattutto nei dipinti della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a La Vocazione di San Matteo - CaravaggioRoma per la quale esegue tre dipinti: la Vocazione di San Matteo, il Martirio di San Matteo e San Matteo e l’angelo. Con il Martirio di San Matteo ha inizio la poetica caravaggesca del rapporto luce-ombra che poi si svilupperà nelle opere successive. Nel dipinto rappresentante la Vocazione di San Matteo il racconto è immerso nella realtà del tempo, con personaggi con abiti moderni. La luce è l’elemento caratterizzante l’intera opera. E’ una luce soffusa che entra da una finestra fuori scena sulla sinistra illuminando il braccio del Cristo che emerge dall’ombra sulla destra. Il taglio della luce conduce l’occhio dello spettatore da destra verso sinistra, dal gruppo di personaggi al gesto di Cristo.
Del dipinto rappresentante San Matteo e l’angelo esistevano due versioni, ma il primo fu rifiutato dai committenti perchè rappresentava un San Matteo popolano in atteggiamento ritenuto scandaloso all’epoca. Oggi questo dipinto è andato perduto. Prima di compiere quest’opera Caravaggio riceve la commissioni per altri due dipinti per la cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo: Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo. Il pittore interpreta i due avvenimenti sacri come fatti semplicemente umani eliminando ogni richiamo a schemi prefissati.
Successivamente esegue per la chiesa di Santa Maria in Vallicella la Deposizione, oggi alla pinacoteca Vaticana. La composizione ha una struttura piramidale che ricorda le composizioni michelangiolesche.
Esegue in questo periodo opere come la Madonna dei Pellegrini la Madonna dei Palafrenieri e la Morte della Vergine per Santa Maria della Scala in Trastevere, che fu rifiutata dai committenti per ragioni di decoro, oggi infatti il dipinto si trova al museo del Louvre. Tra il 1606 e il 1607 Caravaggio vive nella città di Napoli, qui si conservano alcune sue importantiSette opere di misericordia - Caravaggioopere la tela con Le sette opere di Misericordia, conservata al Pio monte di Misericordia e La flagellazione di Cristo, conservata al museo di Capodimonte.
Nel 1608 Il pittore si trova a Malta dove viene nominato cavaliere, il gesto rappresenta una riabilitazione per la vita sregolata dell’artista che dovette fuggire da Roma dopo aver ucciso un uomo durante una rissa. Qui esegue quella che è la sua tela più vasta: la Decollazione del Battista. La scena è piuttosto spoglia, rappresenta un ambiente squallido, con colori spenti.
Dopo essere stato espulso dall’ordine dei cavalieri di Malta fugge a Siracusa dove dipinge il Seppellimento di Santa Lucia e anche in questo caso, come nelle successive opere realizzate a Messina: La resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori, confermano la sua tendenza a lasciare grandi spazi vuoti su tele di dimensioni notevoli.
Nel 1609 è di nuovo a Napoli dove viene ferito gravemente, qui esegue opere come Davide con la testa di Golia e Salomè con la testa di Battista.
Nel 1610, sulla spiaggia di Port’Ercole, dove era in attesa di rientrare a Roma per ricevere la grazia, viene arrestato e incarcerato per 2 giorni, perchè scambiato per qualcun’altro, perdendo così tutti i suoi averi. Due giorni dopo sulla stessa spiaggia, cercando di recuperare le sue cose, morì; di ” febbre maligna”, come scrive il Bellori. Era il 18 luglio del 1610 Caravaggio non aveva ancora 39 anni, pochi giorni dopo arriverà la grazia con il permesso di ritornare a Roma.Ultimi giorni di vita. Da Napoli quindi, dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna nel palazzo Cellammare, si mise in viaggio nel luglio 1610 con una feluca-traghetto che settimanalmente faceva il tragitto Napoli-Porto Ercole e ritorno, ma diretto segretamente allo scalo portuale di Palo di Ladispoli sotto il feudo degli Orsini, in territorio papale, luogo distante circa 40 km da Roma. In quel feudo avrebbe atteso in tutta sicurezza il condono papale prima di ritornare, da uomo libero, nella città eterna.L’ipotesi più certa racconterebbe che l’arrivo a Palo di Ladispoli disatteso dalla sorveglianza costiera, ne causò il fermo per accertamenti. Tuttavia la feluca, non potendo aspettare, sbarcò il Merisi e proseguì più a nord, per Porto Ercole dove era effettivamente diretta, portandosi dietro il bagaglio dell’artista. Quelle casse però, contenevano anche il prezzo concordato dal Merisi col cardinal Scipione Borghese per la sua definitiva libertà, consistente, in special modo, in alcune sue tele, tra cui un prezioso quadro del Battista. Il bagaglio quindi era obbligatoriamente da recuperare, poiché letteralmente vitale; la versione ufficiale affermerebbe che gli Orsini gli avrebbero offerto un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole e recuperare quindi il prezioso; l’artista vi giunse, ma tuttavia, non è qui ben chiaro se la precedente feluca-traghetto stesse già ritornando a Napoli coi suoi bagagli a bordo. Provato, e malato di febbre alta, probabilmente a causa di un’infezione intestinale trascurata, restò quindi a Porto Ercole, curato inutilmente da una confraternita locale, che il 18 luglio 1610 ne certificò la morte, avvenuta nel loro sanatorio. Si può qui ipotizzare che il giorno successivo, l’artista fu inoltre seppellito nella fossa comune del cimitero di San Sebastiano, ricavata nella spiaggia e riservata agli stranieri, e che oggi è il retroporto urbanizzato di Porto Ercole dove nel 2002 è stato collocato il monumento. Di questa ipotesi dei fatti, risultata tuttavia la più verosimile, non vi è nemmeno la certezza storica se il condono papale fu effettivamente spedito qualche giorno dopo a Napoli, alla Marchesa ColonnaNell’occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla morte, viene data la notizia da un professore dell’Università di Napoli, Vincenzo Pacelli, esperto del Merisi, a conclusione di uno studio, coadiuvato da documenti dell’archivio di Stato e dell’Archivio Vaticano, che sposta la sua morte nella laziale riva di Palo di Ladispoli Secondo Pacelli, il Caravaggio fu assassinato da degli emissari dei cavalieri di Malta con il tacito assenso della Curia Romana.

Bibliografia e appunti

G. B. Agucchi, Trattato, 1607-15
“…il Caravaggio, eccellentissimo nel colorire, si dee comparare a Demetrio, perché a lasciato indietro l’Idea della bellezza, disposto di seguire del tutto la similitudine.”

G. Baglione, Le vite de’ pittori, 1642
“Nella prima cappella della chiesa di Sant’Agostino alla man manca, fece una Madonna di Loreto ritratta dal naturale con due pellegrini, uno co’ piedi fangosi e l’altra con una cuffia sdrucita e sudicia; e per queste leggierezze in riguardo delle parti che una gran pittura aver dee, dà popolani ne fu fatto estremo schiamazzo.”

L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, 1789
“…è memorabile in quest’epoca, in quanto richiamò la pittura dalla maniera alla verità, così nelle forme che ritraeva sempre dal naturale, come nel colorito che dato quasi bando a’ cinabri e gli azzurri compose di poche, ma vere tinte alla giorgionesca. Quindi Annibale (Carracci) diceva , in sua lode, che costui macinava carne; e il Guercino e Guido assai l’ammirarono, e profittarono de’ suoi esempi.”

ALDO MANUZIO

 

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Aldo Manuzio, umanista, editore e stampatore (Bassiano, presso Sezze, 1450 circa – Venezia 1515),ha dato all’umanesimo europeo ottime edizioni di classici greci, latini e italiani, contrassegnate dal 1502 dalla famosa marca tipografica dell’ancora e del delfino, ripresa poi anche dai suoi successori.

 

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Nelle sue prime edizioni si firma latinamente Aldus Mannucius, dal 1493 Manucius e dal 1497 Manutius, che dai posteri è stato poi re-italianizzato in “Manuzio”. È probabile che il nome originario fosse “Mandutio” (Mandutius). Che il vero nome potesse essere Teobaldo Mannucci è notizia priva di fondamento, sostenuta dall’edizione di pubblico dominio dell’Enciclopedia Britannica ma non confermata dalla letteratura scientifica.

 

Per l’accuratezza filologica e la bellezza tipografica dei suoi prodotti, per il suo spirito d’iniziativa, Manuzio è ritenuto il più grande tipografo del suo tempo e il primo editore in senso moderno. Dopo aver studiato latino e greco a Roma e a Ferrara, nel 1482 si ritirò a Mirandola presso Giovanni Pico; nel 1483 era a Carpi, istitutore del principe Alberto Pio, che gli concesse poi di aggiungere al suo il nome della famiglia Pio. Iniziò la sua attività a Venezia nel 1494 con le edizioni di Museo e di Teodoro Prodromo; nel 1495 ristampava gli Erotemata di Lascaris e dava inizio alla monumentale editio princeps di Aristotele, che portava a termine (5 volumi) nel 1498, lo stesso anno in cui uscivano l’editio princeps di Aristofane e le opere del Poliziano. Del 1499 è il celeberrimo Polifilo di Francesco Colonna, il più pregiato libro a figure del Rinascimento.

Con il Virgilio del 1501, stampato nel corsivo,inciso da Francesco Griffi da Bologna (carattere detto ben presto italico o aldino), Manuzio creava il prototipo del libro moderno. Adottati in successive edizioni, il formato e il carattere avevano una rapida fortuna ed erano presto imitati. Seguirono altre numerose edizioni di classici, specialmente greci (Tucidide, Sofocle, Erodoto, Euripide, Pindaro, Platone, Omero, Demostene e altri oratori, ecc.). Dal 1508 gli fu socio il suocero A. Torresani. Oltre che curare le edizioni di classici, alle quali premetteva dotte dissertazioni, Manuzio diede una grammatica greca (1515) e una latina (1502), un trattato di metrica, le vite di Ovidio ed Arato, traduzioni da Esopo e Focilide. Nel 1502 aveva fondato l’Accademia Veneta, che raccolse studiosi greci e italiani e fu strumento efficace per la diffusione dell’ellenismo di cui Manuzio è ritenuto a ragione uno dei primi e certo il più grande propulsore.

 

 

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Miniatore fiorentino (?) attivo a Venezia all’inizio del XVI secolo
Quinto Orazio Flacco, Opere,Venezia, Aldo Manuzio, 1501
Dedica di Aldo Manuzio a Marin Sanudo e Frontespizio con il Ritratto di Orazio
Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana

 

Lucica Bianchi

LA PORTA DEL PARADISO FIRENZE

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Lorenzo Ghiberti, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, 1425-52
La Porta del Paradiso del Battistero di Firenze torna visibile al pubblico dopo un restauro durato 27 anni, senza eguali per complessità, e dopo 560 da quando Lorenzo Ghiberti terminò quello che può essere considerato uno dei grandi capolavori del Rinascimento. Secondo il Vasari fu Michelangelo a darle il nome di Porta del Paradiso: ”elle son tanto belle che starebbon bene alle porte del Paradiso”. Il restauro, che ha permesso di salvare la mitica doratura, è stato diretto ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore, grazie ai finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al contributo dell’Associazione Friends of Florence. Realizzata in bronzo e oro, la Porta del Paradiso (del peso di 8 tonnellate, alta 5 metri e venti, larga 3 metri e dieci, dello spessore di 11 centimetri) sarà conservata nella grande teca, realizzata dalla Goppion spa, in condizioni costanti di bassa umidità per evitare il formarsi di sali instabili, tra la superficie del bronzo e la pellicola dorata, che salendo, sollevano e perforando l’oro, possono causare la distruzione. La collocazione dentro il cortile coperto del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze è temporanea: al termine dei lavori di realizzazione del nuovo Museo, previsti nel 2015, la Porta del Paradiso sarà esposta in una nuova sala espositiva, di 29 metri x 21 x 16 di altezza, con accanto le altre due Porte del Battistero a cui sarà riservato in futuro lo stesso destino.
DESCRIZIONE

Dopo un breve soggiorno a Venezia, nel 1424, subito dopo la conclusione della porta nord del Battistero, Lorenzo Ghiberti fece ritorno a Firenze, dove gli venne affidato l’incarico di realizzare una nuova porta di bronzo, sempre per il Battistero. Anche questa porta, al pari dell’altra, ha avuto una lunga gestazione e realizzazione, durata ben 27 anni: fu infatti messa in opera solo nel 1452, quando il Ghiberti aveva ben 74 anni.

Il programma stilistico iniziale non doveva essere molto differente dalle altre due porte. È facile immaginare che anche questa porta doveva contenere 28 riquadri, nei quali dovevano collocarsi Scene del Vecchio Testamento, secondo un piano iconografico predisposto dal letterato umanista Leonardo Bruni. Ma il Ghiberti, questa volta, impose una decisa svolta stilistica, progettando una porta con soli dieci grandi scene di formato quadrato.

I dieci grandi riquadri sono collocati nei due battenti, cinque per parte: le due file verticali sono poi circondate da quattro cornici ciascuna, contenenti in tutto 24 piccole nicchie, nelle quali sono inserite dei personaggi biblici, alternate con 24 piccoli medaglioni dai quali sporgono dei busti (uno di questi si ritiene sia l’autoritratto del Ghiberti).

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Lorenzo Ghiberti, Storie dalla Genesi, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Ognuno dei grandi pannelli quadrati raggruppa due o più storie, secondo una concezione di rappresentazione sincrona che, abbiamo visto, era molto utilizzata nel Duecento e Trecento. Ma in questi riquadri domina una visione spaziale unitaria, con molti particolari architettonici costruiti in prospettiva più o meno perfetta. Il Ghiberti mostrò così di saper aggiornare il suo stile sulle novità rinascimentali che andavano maturando in quegli anni, e in ciò non dovette essere secondario il contributo che al maestro diede l’opera di Donatello. Molti elementi delle scene, realizzate a rilievo schiacciato, quasi un puro disegno inciso sul piano della lastra, sembrano proprie dello stile di Donatello. Ma in questi grandi pannelli rimane il gusto ancora tardo gotico per il dettaglio minuto, nonché per la varietà, da atlante naturalistico, di piante e animali. Tardo gotico è anche l’insistere sulle cadenze lineari in motivi curvi e spiraliformi.L’opera ebbe grande fortuna critica, e deve il suo nome di «Porta del Paradiso» a Michelangelo, uno dei primi e maggiori estimatori di questo capolavoro della fusione in bronzo.

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Lorenzo Ghiberti, Storie di Giuseppe, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Lucica Bianchi

 

DIES ACADEMICUS CLASSE DI SLAVISTICA VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA

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Comunicato stampa

Traduzioni e rapporti interculturali degli slavi con il mondo circostante Ricca di 400 anni di storia, la Biblioteca Ambrosiana, nota per la sua importantissima collezione manoscritta e libraria e per la sua ricchissima pinacoteca, ha visto la fondazione, nel 2008, della Accademia Ambrosiana, i cui statuti sono stati rinnovati e confermati dal Cardinal Angelo Scola, che ne ha altresì solennemente inaugurato l’Anno Accademico il 22 ottobre 2014. Costituita non da libri od opere d’arte, come la Biblioteca e la Pinacoteca, l’Accademia racchiude una ricchezza ancora più preziosa, perché capace di far vivere e fiorire le prime due: quella degli studiosi che la compongono, accademici di chiara fama e giovani ricercatori di promettente ingegno. Raccolti in classi di studio, costoro hanno il compito di far “fruttificare” il patrimonio dell’Ambrosiana, unendovi la creatività e lo studio personali, in modo da innescare e tenere vivi processi di crescita del sapere capaci di produrre una nuova cultura umanistica. Nell’ambito dell’Accademia Ambrosiana, che con le sue varie Classi ha lo scopo di promuovere (così recita lo Statuto) “in modo coordinato e sistematico ricerche e pubblicazioni”, “contribuendo a suscitare un sempre più vasto interesse nel mondo scientifico e insieme a rendere la Veneranda Biblioteca Ambrosiana un luogo di confronto e di scambio per gli studiosi delle altre istituzioni accademiche”, la Classe di Slavistica trova la sua ‘specificità’ nel riferimento alla Biblioteca Ambrosiana, intesa non solo come ‘deposito’ di ‘materiale culturale di ambito slavistico’, ma piuttosto come sistema culturale integrato, esso stesso degno di indagine. Gli ambiti di studio della Classe non sono così limitati al solo patrimonio librario e codicologico afferente all’ambito slavo posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana, ma si estendono da un lato allo studio della figura di Ambrogio e della sua tradizione negli ambiti linguistico-culturali slavi e dall’altro alla ricerca storica collegata ai carteggi, agli incontri e agli scritti dei Prefetti e dei Dottori, e più in generale a quanto riguarda la storia delle relazioni tra l’Ambrosiana (e quindi l’ambito milanese) e i Paesi slavi, dal XVI secolo ai giorni nostri. Il 26 e 27 maggio prossimi la Classe di Slavistica terrà il sesto Dies Academicus, dedicato al tema: Traduzioni e rapporti interculturali degli slavi con il mondo circostante. Durante il Dies Academicus si celebrerà l’investitura dei Neo Accademici prof. Anatolij Turilov (Accademia delle Scienze di Mosca) e prof. Serena Vitale (Università Cattolica di Milano). Oltre a ciò, si affianca alle giornate di studio la presentazione del quinto volume della collana “Slavica Ambrosiana”, espressione della Classe e dedicata al tema (frutto del lavoro dell’anno accademico 2010-2011): “Libro manoscritto e libro a stampa nel mondo slavo (XV-XX sec.)”. Interverranno numerosi studiosi e docenti universitari provenienti da Atenei italiani e internazionali: A. M. Totomanova (Sofia), D. Stern (Gand), A. Naumow (Venezia), D. Frick (Berkeley), S. Temčinas (Vilnius), N. Marcialis (Roma), J. Klein (Leida), H. Kleipert (Bonn), R. Marti (Saarbrücken), C. De Michelis (Roma), Luca Bernardini (Milano). Il convegno avrà luogo, per tutta la giornata del 26 maggio e per la sessione mattutina del 27 maggio, nella Sala delle Accademie, con ingresso da Piazza Pio XI, 2. La sessione pomeridiana del 27 maggio avrà invece luogo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, aula G127, con ingresso da Largo Gemelli, 1. Le due giornate sono aperte al pubblico e a ingresso libero, fino ad esaurimento dei posti in sala. Accademia Ambrosiana – Classe di Slavistica Sesto Dies Academicus: Traduzioni e rapporti interculturali degli slavi con il mondo circostante Milano, Biblioteca Ambrosiana – Sala delle Accademie (ingresso da Piazza S. Sepolcro) Martedì 26 maggio, ore 15.30-20.00 – Mercoledì 27 maggio, ore 9,30-12,30 Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore – Aula G127 Mercoledì 27 maggio, ore 15,00-18,00 Per maggiori informazioni: http://www.ambrosiana.itsegreteria.slavistica@ambrosiana.it . Tel. : 02 80692.1; Fax 02 80692.215.

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CONVEGNO INTERNAZIONALE IN VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA

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VENERANDA BIBLIOTECA PINACOTECA ACCADEMIA AMBROSIANA E FONDAZIONE TRIVULZIO – 1° CONVEGNO INTERNAZIONALE DI STUDI Storia e storiografia dell’arte del Rinascimento a Milano e in Lombardia. Metodologia. Critica. Casi di studio

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4 le sessioni di studio e dibattito, presiedute da una triade di famosi esperti internazionali. 38 gli studiosi coinvolti da vari Paesi. 7 i tempi di discussione, con 4 conduttori.

I SESSIONE, in Ambrosiana: Problemi metodologici e storiografici. Presidenza: F. Boespflug – H. Burns – A. Nesselrath

II SESSIONE, in Fondazione Trivulzio: Arte tra fede, scienza e religioni Presidenza: R. C. Morgan – A. Nesselrath – C. M. Pyle

III SESSIONE, in Ambrosiana: Contesto storico. Frontiere tecnologiche E. Fučíková – X. Company Climent – A. Nesselrath

IV SESSIONE, in Ambrosiana: Casi di studio E. Fučíková – X. Company Climent – A. Nesselrath

In Conclusione: Proclamazione del Comitato scientifico permanente per i convegni internazionali periodici con annuncio congiunto di G.G. Attolico Trivulzio, A. Nesselrath, F. Buzzi

L’idea dell’Ambrosiana e della Fondazione Trivulzio, è quella di offrire agli studiosi, di ogni provenienza e di ogni convinzione metodologica, uno spazio periodico di incontro, confronto e scambio di idee e informazioni.
L’obiettivo del progetto Ambrosiana/Trivulzio è creare un forum indipendente per la comunicazione, l’assistenza scientifica e il dibattito intellettuale, per migliorare le attività degli studiosi e delle istituzioni in tutte le fasi della loro ricerca.
Il progetto coinvolge studiosi di fama, istituzioni internazionali e promettenti ricercatori in simposi regolari, i cui atti saranno pubblicati nelle relative collane «Fonti e Studi» (Biblioteca Ambrosiana) e «Trivulziana» (Fondazione Trivulzio).
Si tratta del primo di una serie di convegni, che, proseguendo l’itinerario cronologico, possano studiare le modalità di interazione territoriale in Europa e di proiezione europea nel mondo.
A titolo di esempio:
II Convegno – Storia e storiografia dell’arte dal Manierismo al Barocco tra stati italiani e stati europei,
Milano, 9-10 giugno 2016 (giovedì-venerdì)
III Convegno – Storia e storiografia dell’arte dal Barocco ai Lumi dall’Europa al mondo,
Milano, 9-10 giugno 2017 (venerdì-sabato)
Le modalità organizzative per l’operatività della presidenza, per la diffusione dei rapporti internazionali e per la curatela delle pubblicazioni, saranno decise dal Comitato scientifico permanente attraverso una specifica articolazione interna.

link utili:

Fai clic per accedere a AT_9-10_6_15_Comunicato_Stampa_1.pdf

http://www.ambrosiana.eu/jsp/index.jsp

NEWSLETTER VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA

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Newsletter

della Veneranda Biblioteca Ambrosiana

Milano, 19 maggio 2015

Lettura di Poesia in Biblioteca Ambrosiana – aperta liberalmente alla Città

Vladimír Holan: ritratto del “poeta murato”, martedì 19 maggio 2015 ore 16:30-18:00, nella Sala XXIII dell’Ambrosiana, presentazione del volume “Addio?” di Vladimir Holan, Arcipelago Edizioni Editore, dicembre 2014. Intervengono Vlasta Fesslová e Marco Ceriani, curatori del volume; Paolo Giovannetti Università IULM, Milano, editore e i poeti Maurizio Cucchi e Mario Santagostini, accolti dal Curatore della Newsletter dell’Ambrosiana alla presenza di Radka Neumannova, direttrice del Centro Culturale Ceco di Milano.

Invito_________ ►●

Foglietto di Sala__ ►●

In apertura, e in anteprima, un brevissimo filmato del regista antoinedelaroche, prodotto per la Newsletter dell’Ambrosiana.

 

Conclusione della Mostra dell’Ambrosiana a Singapore “Leonardo da Vinci’s Codex Atlanticus” (17 maggio 2015)​ e intervista esclusiva di Honor Harger, direttrice dell’Artscience Museum di Singapore, alla newsletter dell’Ambrosiana pdf ►●  ebook ►●

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I° Convegno internazionale – Milano,  9-10 giugno 2015

Renaissance history/historiography congress

Storia e storiografia dell’arte del Rinascimento a Milano

  e in Lombardia. Metodologia. Critica. Casi di studio.”

promosso a Milano congiuntamente alla Fondazione Trivulzio

Comunicato Stampa – 19 maggio 2015 –►●

Invito-►●       Locandina – Manifesto-►●

Totem all’ingresso dell’Ambrosiana-►●

I contributi di VolArte alla Newsletter della Veneranda Biblioteca Ambrosiana​:

Da VolArte: Paola Banfi. Una testimonianza –►●

Staff Redazionale NL-VBA

tel. +39 02 80 69 24 21- fax +390280692215

e-mail: newsletter@ambrosiana.it

VENERE E MARTE

“Non si sdegni Apelle di essere eguagliato a Sandro: già il suo nome è noto ovunque”.
(Ugolino di Vieri, Epigrammata III, 23)
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VENERE E MARTE
Venere e Marte è un dipinto a tempera su tavola (69×173 cm) di Sandro Botticelli, databile al 1482-1483 circa e conservato alla National Gallery di Londra. L’opera viene in genere datata a dopo il ritorno dal soggiorno romano (1482), per gli influssi classicheggianti che l’autore avrebbe potuto studiare sui sarcofaghi antichi della città eterna. Essa viene inoltre messa in relazione con gli altri grandi dipinti della serie mitologica, commissionati forse dai Medici: la Primavera, la Nascita di Venere e la Pallade e il centauro. La presenza delle vespe nell’angolo in alto a sinistra ha anche fatto pensare che si trattasse di un’opera commissionata dai Vespucci, già protettori di Botticelli, magari in occasione di un matrimonio. Il formato orizzontale farebbe così pensare alla decorazione di un cassone o di una spalliera. La scena raffigura Venere mentre osserva, consapevole e tranquilla, Marte dormiente, distesi su un prato e circondati da piccoli fauni che ruzzano allegri con le armi del Dio. I satiri sembrano tormentare Marte disturbando il suo sonno, mentre ignorano del tutto Venere, vigile e cosciente: uno ne ha l’elmo che gli copre completamente la testa mentre, con un altro, ruba furtivo la lancia di Marte; un altro sta per suonare un corno di conchiglia nell’orecchio del dio per svegliarlo; un quarto fa capolino dalla corazza sulla quale il dio è adagiato. Nonostante il contorno scherzoso dei fauni, nel dipinto serpeggiano anche elementi di inquietudine, come il sonno spossato e abbandonato di Marte o lo sguardo lievemente malinconico di Venere. Il significato del dipinto è oscuro, ma quasi sicuramente andava letto secondo le tematiche filosofiche dell’Accademia neoplatonica. In particolare sarebbe la figurazione di uno degli ideali cardine del pensiero neoplatonico, ossia l’armonia dei contrari, costituita dal dualismo Marte-Venere. La fonte d’ispirazione di Botticelli sembra ragionevolmente essere infatti il Symposium di Ficino, in cui si sosteneva la superiorità della dea Venere, simbolo di amore e di concordia, sul dio Marte, simbolo di odio e discordia (era infatti il dio della guerra per gli antichi). Secondo il critico Plunkett il dipinto riprenderebbe puntualmente un passo dello scrittore greco Luciano di Samosata, in cui viene descritto un altro dipinto antico raffigurante le Nozze di Alessandro e Rossane, in cui alcuni amorini giocavano con la lancia e l’armatura del condottiero. La scena sarebbe un’allegoria del matrimonio, in cui l’Amore, impersonato da Venere, ammansirebbe la Violenza, di cui Marte è la personificazione. L’opera potrebbe dunque essere stata realizzata per il matrimonio di un membro della famiglia Vespucci, protettrice dei Filipepi (come dimostrerebbe l’inconsueto motivo delle api in alto a destra) e quindi questa iconografia sarebbe stata scelta come augurio nei confronti della sposa. È anche possibile però che gli insetti simboleggino semplicemente le “punture”, cioè le spine dell’amore. Marte starebbe vivendo la “piccola morte” che segue l’atto sessuale, che neanche uno squillo di tromba nelle orecchie riesce a destare; il fatto che i faunetti lo abbiano depredato della lancia simboleggia anche il suo disarmo davanti all’amore. Un’altra interpretazione possibile è quella dell’incontro tra Venere, raffigurante i piaceri catastematici, e Marte, i piaceri dinamici, presente nel proemio dell’opera De rerum natura del poeta latino Lucrezio. Nell’opera sono leggibili alcune caratteristiche stilistiche tipiche dell’arte di Botticelli. La composizione è estremamente bilanciata e simmetrica, che può anche sottintendere la necessità di equilibrio nell’esperienza amorosa. Il disegno è armonico e la linea di contorno tesa ed elastica definisce con sicurezza le anatomie dei personaggi, secondo quello stile appreso in gioventù dall’esempio di Antonio del Pollaiolo. A differenza del suo maestro però, Botticelli non usò la linea di contorno per rappresentare dinamicità di movimento e sforzo fisico, ma piuttosto come tramite per esprimere valori anche interiori dei personaggi. L’attenzione al disegno inoltre non si risolve mai in effetti puramente decorativi, ma mantiene un riguardo verso la volumetria e la resa veritiera dei vari materiali, soprattutto nelle leggerissime vesti di Venere. I colori sono tersi e contrastanti, che accentuano la plasticità delle figure e l’espressionismo della scena. Grande attenzione è riposta nel calibrare i gesti e le torsioni delle figure, che assumono importanza fondamentale.

Lucica Bianchi

 

Lettera d’invito al banchetto dei medici

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                                  Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’ di Ibn Bu¥lân (Lettera d’invito al banchetto dei medici)
Dr. padre Paolo Nicelli, P.I.M.E. (Dottore della Biblioteca Ambrosiana)

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Dettaglio preso da una miniatura della Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’ di Ibn Bu¥l…n. In essa vi è rappresentato un dottore che visita un paziente o un possibile dibattito tra due medici. Sulla sinistra della miniatura vi è una credenza con bricchi e calici: probabili pozioni a uso medico (Museum of islamic Art, Jerusalem)

Descrizione del manoscritto
Ms. Arabo A 125 inf. – Abû ðasan al-Mukhtâr ibn ‘Abdûn ibn Sa‘dûn ibn Bu¥lân, Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’ (Il banchetto dei medici), sec. XIII. Splendido codice su carta di 122 fogli, in formato medio, copiato in Alessandria d’Egitto nel 1273 da Mu|ammad ibn Qaisar al-Iskandarî. Il manoscritto vergato in elegante scrittura nasî vocalizzata, comprende tre scritti medici, il primo dei quali composto nel 1058 dal medico, filosofo e teologo arabo di fede cristiana nestoriana Abû ðasan al-Mutâr ibn ‘Abdûn ibn Sa‘dûn ibn Bu¥lân (m. 1066). L’autore visse alla corte degli ‘Abbasidi in Baghdâd, ed ebbe come maestro un prete nestoriano, Abû al-FaraÞ b. al-¦ayyib, un commentatore di Aristotele, Ippocrate e Galeno, il quale si interessava anche di botanica e scrisse di satira, vino e qualità naturali. In Egitto e in particolar modo al Cairo, Ibn Bu¥lân intraprese diverse controversie contro Ibn Riÿwân (medico, astrologo e astronomo egiziano) su temi quali le citazioni e le idee filosofiche di Aristotele sul luogo, il movimento e l’anima. Egli si trasferì a Costantinopoli nel 1054, dove, su richiesta del Patriarca Michele Cerulario (m.1059), compose un trattato sull’Eucarestia e l’uso del pane senza lievito. Durante lo scisma che avrebbe portato alla separazione della Chiesa greca da quella latina, Ibn Bu¥lân passò gli ultimi anni della sua vita come monaco in un monastero presso Antiochia. La sua opera medica più importante è il Taqwîn al-¡i||a (il rinvigorimento della salute). È un trattato d’igiene e di dialettica in otto capitoli, scritto nell’ XI secolo, probabilmente a Baghdâd,(1) su carta e in elegante scrittura nasî, con i titoli in carattere cufico in color rosso. Esso è dedicato a rispondere ad alcune domande generali sui quattro elementi naturali, gli umori e i caratteri emotivi. Ibn Bu¥lân studiò la natura e il valore della nutrizione, come anche l’influenza dell’ambiente, dell’acqua e del clima sulla salute.

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Altra opera importante è la Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’ (lettera d’invito al banchetto dei medici), che tratta di temi di etica medica, con una satira sui medici ignoranti.(2) Questa lettera-trattato è accompagnata da undici miniature di alta qualità, di scuola siriana con influssi dell’Asia centrale evidenti nell’abbigliamento e nei lineamenti asiatici del volto dei convitati, esempio unico dell’arte iconografica mamelucca del XIII secolo. Riproduciamo qui il frontespizio del Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’ ta¡nîf (redazione) del Ms. Arabo A 125 inf. f.15 R., custodito nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana:

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1 Cfr. http://www.christies.com/lotfinder/books-manuscripts/al-mukhtar-bin-al-hasan-bin-abdun-bin-sadun-5422241-details.aspx (cons. 8 maggio 2015)
2 H. SELIN (editor), Encyclopaedia of the History of Science, Technology and Medicine in Non-Western Culture, Dordrecht – The Netherlands, 1997, pp. 417-418.

La miniatura di seguito riprodotta (Ms. Arabo A 125 inf. f.15 R.), raffigura una scena di brindisi fra l’ospite e i suoi invitati, vestiti con raffinata eleganza e accompagnati da un suonatore, aspetti questi tipici del simposio classico greco-romano, ormai ripreso anche in altre culture mediterranee. Nel simposio è presente una bevanda non ben definita. Essa potrebbe essere il vino a indicare che ci troviamo in un convivio di medici pagani, o cristiani, oppure non si tratta di vino, ma di thè, indicando quindi un convivio di medici musulmani. Terza ipotesi potrebbe essere l’assaggio di un elisir particolare di cui i medici parlano. Questa tesi, che riteniamo più probabile, sarebbe sostenuta dal fatto che solo due commensali hanno il bicchiere e bevono la bevanda, mentre gli altri sono impegnati in altre cose. Nel simposio manca invece il cibo, alimento importante, assieme al vino, tipico del simposio greco-romano, dove sia il vino che il cibo venivano consumati stando sdraiati sui triclini, durante una conversazione tra pochi intimi. I suonatori suonavano inni e canti per il piacere dei commensali. In un contesto arabo o mamelucco, come quello della Risâlat Da‘wat al-a¥ibbâ’, i commensali sono invece inginocchiati a semicerchio su un tappeto e bevono insieme discutendo sul caso clinico di un certo Abû Aiub, il cui occhio si era arrossato, di color rosso sangue, probabilmente a causa di un agente esterno o a causa della pressione sanguinea nell’occhio stesso. Interessante è notare come un tale fenomeno, legato all’irritazione dell’occhio, venga spiegato attraverso un truce avvenimento quale quello di un massacro con il versamento di molto sangue, al punto da provocare, in colui che ne era stato il testimone oculare, l’arrossamento dell’occhio.

Stile dell’opera e traduzione del brano: (Ms. Arabo A 125 inf. f.15 R.)
L’opera si presenta con uno stile prosimetro, cioè che alterna prosa a poesia, così come espresso nei versi seguenti:
Prosa (natr): «Kahal disse che questa era una cosa relativa al nostro Šaih che si chiama Abû Aiub. Disse Abû Aiub: “bevo (Ašrabu) questo bicchiere e lo sorseggio (Asluhu) ”. Dopodiché, prese il bicchiere e lo sollevò e lo osservò e disse: “Per Allâh!, come disse il poeta”.
Poesia (ši‘r) in rime (damma – o…, o…,):
1) «Quindi Il vetro era una goccia non congelata e la medicina (il farmaco) di color rosso fuoco. “O Signore!, cantami, per Allâh!, i segreti […] di Kahal” e quindi iniziò e cantò».
Il significato del versetto richiama il modificarsi delle sostanze attraverso dei processi chimici. Infatti la composizione chimica del vetro del bicchiere si è modificata a causa di un processo chimico: prima di diventare solido era come una goccia non congelata, cioè liquido. Allo stesso modo, la medicina ha cambiato la sua composizione chimica con l’aggiunta di altri componenti diventando rosso fuoco.
2) «Qâlû ištakat ‘inuhu faqultu lahum min kathrati al-qatli nâlaha al-wa¡bu» «Dissero, che il suo occhio si lamentò, io gli ho risposto: per via del massacro (lett: della tanta uccisione), (l’occhio) è stato colpito dalla malattia».
3) «ðumratuhâ min damâ fî al-na¡li šahidu ‘aÞiab» «Il suo colore rosso per via del sangue di chi ha ucciso e il sangue sulla punta ferrata (della spada) è una testimonianza stupefacente».
4) «Quindi gli cantò: “L’ammalato alle palpebre (è ammalato) senza motivo e colui che si è truccato non si è truccato».
5) «La sua bellezza si lamentò della bruttezza dei suoi comportamenti, quindi la vergogna si manifestò sulle sue guance».

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Ciò che abbiamo presentato è un breve excursus su una delle perle più preziose che la Veneranda Biblioteca Ambrosiana custodisce con amore. Si tratta di una delle opere miniate più belle a disposizione del pubblico e degli studiosi. Ancora oggi, il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana custodisce con cura queste opere a cui, nel tempo, se ne sono aggiunte delle altre, non solo provenienti dal Nord Africa e dal Vicino Oriente, ma anche dall’Asia centrale e dall’Estremo Oriente. Lo studio delle lingue legato alla ricerca filologica e contenutistica delle antichità cristiane prosegue negli studi storici e filologici dei testi appartenenti ad altre tradizioni religiose ben oltre il bacino del Mediterraneo. Così dalla Cina, dal Giappone sono giunte delle opere interessanti e una notevole documentazione utile all’attività di ricerca dell’Accademia Ambrosiana, parte questa, con le più conosciute Biblioteca e Pinacoteca, della realtà culturale e artistica della Veneranda Biblioteca Ambrosiana. La neonata Classe di Studi Africani, che studia questo manoscritto come altri in lingua araba, copta, etiopica, armena e anche berbera, si inserisce in un quadro di lavoro di ricerca filologica con la precisa ambizione di voler approfondire lo studio storico e di attualità del mondo culturale mediorientale e africano, prendendo in esame le aree nord africane e coinvolgendo quelle sub-sahariane e oltre. Con lo spirito proprio del dialogo tra i popoli e le culture, si potranno promuovere dei lavori di ricerca interdisciplinari che coinvolgeranno le altre Classi di studio dell’Accademia, nello spirito proprio di Federico Borromeo che ha voluto creare questo luogo aprendolo alla comunicazione del sapere, oltre le frontiere geografiche, ideologiche e religiose. Non è retorico il ricordare che lo studio dei manoscritti appartenenti alla tradizione cristiana orientale, come a qualsiasi altra tradizione religiosa, è un vero e proprio contributo alla preservazione e valorizzazione di un patrimonio dell’umanità. La sua custodia e la sua preservazione è un nostro compito fondamentale, in quanto studiosi, soprattutto in quanto estimatori del loro inestimabile valore culturale, scientifico e religioso.

NOVITA’ DALLA VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA.NEWSLETTER

 

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                                                                   Veneranda Biblioteca Ambrosiana 

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Maggio 2015

 

Venerdì 15 maggio 2015 ore 16:00-18:00
nella Sala XXIII della Biblioteca Ambrosiana, piazza Pio XI, 2, Milano
presentazione del volume di Emanuela Fogliadini
L’invenzione dell’immagine sacra, Jaca Book
Intervengono: Professor François Bœspflug
Monsignor Marco Navoni, Dottore dell’Ambrosiana
Professoressa Emanuela Fogliadini
Invito____ ►●

 

Venerdì 8 maggio la sezione lombarda della SFI concluderà all’Ambrosiana

il suo ciclo 2014/15 su “I luoghi della filosofia” con Rita Zama,

che interverrà su Alessandro Manzoni, un letterato filosofo nella Milano romantica.

Invito__►●

 

Mercoledì 6 maggio 2015, dalle ore 16.00 alle ore 17.30, presso la Sala XXIII

della Pinacoteca Ambrosiana avverrà la presentazione della Collana

FUNDAMENTIS NOVIS di Città Nuova editrice

Invito__►●

 

Aprile 2015

 

mercoledì 29 aprile 2015 alle ore 18 in Sala delle Accademie.
Rav. Prof. Giuseppe Laras Dottore dell’Ambrosiana

                                                                  honoris causa.
insignito dall’Arcivescovo di Milano, Card. Angelo Scola,

Conferimento__►●        e       Invito__►●

__  giovedì 23 aprile 2015 ore 16:00 in Sala Galbiati

__  Conferenza “Il canto ambrosiano” di Angelo Rusconi.

__  Segue alle 17:00 nella Chiesa di S. Sepolcro
__  celebrazione cantata dei Vespri in rito ambrosiano presieduta

__  da Mons. Marco Navoni,(dottore della Biblioteca Ambrosiana,

__  canonico del Duomo e di S. Ambrogio,
__  pro-presidente della Congregazione del Sacro Rito Ambrosiano)__►●
__  Registrazione della celebrazione   _1_   _2_   _3_   _4_   _5_   _6_   _7_

 

lunedì 20 aprile 2015 ore 18.00 Conferenza programmatica
INSIEME PER PRENDERCI CURA
Evento accreditato ECM per tutte le professioni sanitarie.
In Ambrosiana Piazza Pio XI, 2 Sala delle Accademie E.R. Galbiati
Programma__►●
Progetto____ ►●

Abstract Intervento Pier Francesco Fumagalli__►●

Abstract Intervento Maria Luisa Denatale____  ►●
Saluto Rav Alfonso Arbib_______________  ►●

Calendario degli incontri seminariali________►●

Giovedì, 9 aprile, ore 18, uto nella Chiesa di San Sepolcro in piazza San Sepolcro, Milano
presentazione del volume LA DAMA DI FERRO.
Il romanzo di Teodolinda, regina dei Longobardi

di Giovanna Ferrante, scrittrice e storica milanese.
Con l’Autrice intervengono mons. Franco Buzzi, Prefetto dell’Ambrosiana
e padre Gilberti Zini, direttore casa editrice Ancora. ________►●

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Marzo 2015

27 marzo. Si è conclusa la lunga visita del Prefetto mons. Franco Buzzi

e del Presidente della Fondazione Cardinal Federico Borromeo
ai musei del Cremlino di Kazan, capitale della Repubblica del Tatarstan,
una repubblica autonoma della Federazione Russa. Luogo bellissimo
di una cultura assai alta, sia per il Cremlino, sia per la biblioteca, di cui fu direttore
lo stesso famoso Lobacewski, l’inventore della geometria non euclidea.

Il sito ufficiale dei musei del Cremlino di Kazan ne danno ampio risalto.

Il sito è visitabile anche in italiano: è sufficiente selezionare la prima lingua,
l’italiano. Molte e suggestive le foto presenti in loco di Franco Buzzi
e Giorgio Ricchebuono. Qui il collegamento diretto col sito_►●

23 marzo, ore 18:00. “’A’ voce  d’è creature : testimonianza di don Luigi Merola”

Invito

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18 marzo, ore 9.00. Aldo Manuzio, seminario internazionale.

Invito

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17 marzo, ore 17.00. Conoscere il meticciato. Governare il cambiamento.

Invito

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Rav. Prof. Giuseppe Laras proposto Dottore dell’Ambrosiana  honoris causa.
viene nominato dall’Arcivescovo di Milano, Card. Angelo Scola,
mercoledì 29 aprile 2015 alle ore 18 in Sala delle Accademie

.

Giuseppe Laras, Ricordati dei giorni del mondo. Recensione da O.R. 17.12.2014, p.4.

​ Rav.  ​Prof. Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia: sempre attuale la presa di posizione sulla persecuzione dei cristiani e contro “i governi occidentali, troppo spesso distratti per disinteresse e ignavia”. 

Limmùd : Due incontri pubblici in occasione della Giornata del Dialogo ebraico-cristiano 2015:

I –  12 gennaio 2015 h. 15:00-17:00 con Rav Sciunnach

Testimonianza di uno studente______►●
II – 15 gennaio 2015 h. 17:00-18:30 con Rav Arbib

Registrazione integrale in 4 parti     1   2   3   4 

Dopo l’appello del   Papa all’Angelus  del 26.12.2014 sulla  libertà religiosa, diritto inalienabile 

“Grazie anche al sacrificio di questi martiri di oggi – ne sono tanti, tantissimi – si rafforzi in ogni parte del mondo l’impegno per riconoscere e assicurare concretamente la libertà religiosa, che è un diritto inalienabile di ogni persona umana” 

per meglio ricomprenderlo, si ricorda qui il saggio del Prefetto dell’Ambrosiana, Mons. Franco Buzzi, 

Tolleranza e libertà religiosa, con la relativa intervista Visita Delegazione Cinese in Ambrosiana

1.Conferenza L’Islam e la libertà religiosa in Indonesia,

28 gennaio 2015, ore 17.30 – Ambrosiana, Sala XXIII , Invito    1   

Registrazione audio-video    1    2    3    4   

2. Presentazione ultime pubblicazioni Centro Studi Tommaso Gallarati Scotti

Registrazione integrale in 3 parti     1    2    3  

3. Viaggi culturali in Israele__________►●

          Viaggio culturale a Verona_________►●

          Viaggio culturale in Romania_______►●

4. Presentazione Libro “Le chiavi per aprire 99 luoghi segreti di Milano ___Invito ____►●

Registrazione integrale in 4 parti     1     2     3     4

 

Biblioteca

 

1.      P​rogetto Aldo Manuzio   di Marina Bonomelli con la collaborazione di Angelo Colombo.

  1. ” Fondo Varisco della Biblioteca Ambrosiana e la storia di Monza “, di Angelo Colombo.​
  2. Introduzione ad una visita guidata in Sala di Lettura della Biblioteca Ambrosiana, di Lucica Bianchi.
  3. Progetti di digitalizzazione in Ambrosiana. Comunicazione al seminario  “Digital curation e Cultural heritage

di Angelo Colombo, Catalogatore dell’Ambrosiana, Palazzo delle Stelline, Milano, 12 marzo 2015

 

 

SU VETRO E SU CARTA UN ARCOBALENO DI COLORI

MORBEGNO 3 aprile 2015 mostra di pittura

 

VENT’ANNI DI PITTURA E FANTASIA

 

 

Il vetro come supporto di sogni, suggestioni e omaggi a grandi artisti (due su tutti Kandinsky e Matisse) che prendono vita in forme e colori vari e inaspettati: scorci paesaggistici, nature morte, animali, figure umane vigorose e dinamiche, sogni ad occhi aperti. Tutto questo è la mostra di Giovanna Maria Cavallo di scena in piazza S. Giovanni a Morbegno dal 23 marzo all’11 aprile tutti i giovedì, venerdì e sabato dalle 16 alle 19 che commemora i vent’anni di attività dell’artista alla scoperta continua di tecniche modalità espressive e materiali sempre più vari: oltre al vetro, sabbia ceramica (sotto la guida di Giulietta Bacchiega Mottarella) cartone in un percorso di ricerca artistica volto a dare sempre maggiore spessore artistico ed emotivo alle opere con risultati inattesi e sorprendenti. Tutto cominciato come un’attività didattica coi bambini (perché la signora Cavallo è prima di tutto una maestra di scuola che solo recentemente è andata in pensione) che ha poi portato alla partecipazione a diverse rassegne d’arte fruttate vari premi e riconoscimenti facendo raggiungere all’artista un notevole livello tecnico e artistico ma soprattutto d’inventiva. La mostra proposta in questi giorni è solo un piccolo assaggio della sua sterminata opera ma sufficiente in sé per coglierne la potenza e l’essenza espressiva. Vi si trovano figure il cui bordo è stato rifinito col silicone (una tecnica che richiede molta precisione perché al minimo sbaglio bisogna buttare tutto il quadro come ha spiegato l’artista stessa) e opere che sono il risultato della sovrapposizione di tre vetri come ad esempio quella intitolata UN CANCELLO APERTO SULLA SPERANZA dedicato ad una casa di sollievo per malati di AIDS e si compone di un primo strato con un sole che potrebbe essere sia all’alba che al tramonto poi un secondo strato con un paesaggio semplice che raffigura una casa circondata da alberi con uccellini sui rami e una bambina che li contempla ed infine un cancello che può essere semiaperto ma anche semichiuso, un’entrata così come una via d’uscita. Infine opere dove il colore gioca un ruolo più importante rispetto alla figura come un tramonto sul mare molto sfumato o il ritratto di un gallo ruspante. Insomma un piccolo gioiello che merita di essere visto perché il vetro dopotutto si può considerare un paradigma dell’anima.

Antonella Alemanni

 

 

 

GIOVANNA MARIA CAVALLO

“…la magia delle cose viste, sognate, immaginate e desiderate”

Osservando le opere della pittrice valtellinese Giovanna Maria Cavallo, con i suoi temi preferiti, fiori, frutta, paesaggi e soggetti decorativi, tutti rigorosamente dipinti su vetro, ci si rende conto di come, in modo efficace, risalti il suo stile personale, infatti, lavora con colori e soggetti che ricordano, a volte, la pittura giapponese o il mondo onirico e decorativo. Le tecniche usate, inoltre, contribuiscono anche a creare un’atmosfera particolare dove le pennellate, spontanee e veloci, ci riportano, in alcuni casi, anche al genere “Naif”.

L’artista, che vive e lavora a Talamona, ha iniziato a dipingere nel 1995 quando, come insegnante, ha organizzato una prima mostra collettiva coinvolgendo i suoi alunni. L’“entusiasmante successo” ottenuto le ha lasciato un forte bisogno di “imbrattare” vetri liberamente, per esprimersi con decise, gentili o sinuose pennellate. Giovanna Maria Cavallo, fin dal 1995, ha iniziato a esporre i propri lavori in mostre collettive, partecipando anche a importanti manifestazioni artistiche e validi concorsi, ricevendone positivi apprezzamenti.

La sua arte è nata in modo graduale, “a piccoli passi”, infatti, anche per lei, è stata quasi una sorpresa, accorgersi che poteva lavorare cercando di migliorare i risultati man mano ottenuti, con costanza, ma sempre in libertà d’esecuzione. Si è resa conto che riuscire a sviluppare concretamente la sua grande passione per l’arte, appaga il suo desiderio di sperimentare ed esprimersi sulla difficile strada intrapresa.

“A volte, -ci confida- parto da un’idea e finisco con un’altra, perché, strada facendo, mi accorgo che devo cambiare. Dipingo da una parte della lastra di vetro, ma poi penso che il quadro si possa anche girare, a volte, per ottenere effetti diversi e più interessanti. Nell’ultima opera trovo sempre la serenità; adesso penso di aver anche acquistato una certa sicurezza nella manualità tecnica, riesco a capire dove serve una pennellata scura al posto di una chiara o, quando serve, appunto, capovolgere il quadro per ottenere i risultati sperati”. Maria Giovanna Cavallo, parla, attraverso le sue opere, della “… magia delle cose viste, sognate, immaginate, desiderate, scandite dallo scintillio dei colori e dal frullar d’idee! E così, idea dopo idea, la magia si rinnova e i colori prendono forma dove più che il tutto mi piace sottolineare il particolare o ricreare un’atmosfera emozionale”.

Quando i suoi soggetti sono paesaggi, con titoli studiati e sentiti, come in “Parigi…ricordi! Ricordi ammantati dalla nebbia del tempo”, si nota una visione classica della città, con pennellate veloci, sentite e delicate. In ”Immaginario”, invece, abbiamo Bormio con una neve-tormenta, che però non riesce a togliere luminosità al soggetto. Nel quadro “E a un tratto è tutto un…brillar d’oro” troviamo dei colori caldissimi stesi su un paesaggio sfumato, in contrasto con l’opera “E, il Ganda, riflesso, dall’Adda si lascia cullar…” dove il ponte è trattato con toni freddi, ma resi speciali da una velatura di fucsia e una generale lucentezza. Se parliamo delle “Esaltazione dei colori –Rivisitazione e studio su Kandinsky”, le tinte sono sempre molto splendenti, ma anche contrastanti e violente, rendendo le figure come appartenenti a un presepe surreale, dove il sogno si confonde e unisce con la realtà.

Insomma, l’artista, nei suoi “vetri”, con un vero sfarzo di concetti e di colori, sembra voler trasmettere messaggi che inducano alla riflessione, a volte anche su seri problemi del mondo, ma tutto visto attraverso la grande emozione dell’arte.

(tratto dall’articolo di Anna Maria Goldoni, Gruppo Casa dell’Arte)