FARO DI ALESSANDRIA

Faro Alessandria, Egitto

Faro Alessandria, Egitto

Il Faro di Alessandria, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico non che una delle realizzazioni più avanzate ed efficaci della tecnologia ellenistica, fu costruito sull’isola di Pharos, di fronte al porto di Alessandria d’Egitto, negli anni tra il 300 a.C. e il 280 a.C. e rimase funzionante fino al XIV secolo, quando venne distrutto da due terremoti.

STORIA

Intorno al 334 a.C. Alessandro, re di Macedonia, conquistò l’Egitto, ove fondò la città di Alessandria seguendo un ‘idea da lui concepita ad imitazione di Babilonia, antica città mesopotamica. Alessandria diverrà la più grande città del mondo per tre secoli arrivando a contare un milione di abitanti con un suo museo,un giardino botanico e uno zoologico e con una biblioteca con più di 700.000 volumi.   Una diga in mattoni, lunga oltre un chilometro, univa l’isola di Pharos, posta di fronte alla città, alla terra ferma, formando due golfi, uno militare e uno mercantile. Oggi ne restano soltanto qualche vestigio.

Il Faro fu fatto costruire da Sostrato di Cnido, un mercante greco. Il progetto, cominciato da Tolomeo I Sotere, all’inizio del proprio regno, venne concluso dal figlio Tolomeo II Filadelfo.

Il Faro di Alessandria, il quadro di Salvador Dalì

Il Faro di Alessandria, il quadro di Salvador Dalì

Lo scopo dell’imponente opera era aumentare la sicurezza del traffico marittimo in entrata e in uscita, reso pericoloso dai numerosi banchi di sabbia nei tratti di mare del porto di Alessandria e dall’assenza di rilievi olografici. Esso consentiva di segnalare la posizione del porto alle navi, di giorno mediante degli speciali specchi di bronzo lucidato che riflettevano la luce del sole fino al largo, mentre di notte venivano accesi dei fuochi. Si stima che la torre fosse alta 134 metri, una delle più alte costruzioni esistenti all’epoca, e secondo la testimonianza dello storico Giuseppe Flavio poteva essere visto a 48 chilometri di distanza (cioè fino al limite consentito dalla sua altezza e dalla curvatura della superficie terrestre).

Ricostruzione tridimensionale basata su un esteso studio del 2006

Ricostruzione tridimensionale basata su un esteso studio del 2006

Il Faro era costituito da un alto basamento quadrangolare, che ospitava le stanze degli addetti e le rampe per il trasporto del combustibile. A questo si sovrapponeva una torre ottagonale e quindi una costruzione cilindrica sormontata da una statua di Zeus o Poseidone, più tardi sostituita da quella di Helios.

Ai navigatori la fiamma del Faro vista isolata e alta sull’orizzonte come una stella,sembrava l’apparizione della divinità protettrice. Assai presto si diffuse nel mondo antico la fama della torre luminosa nel porto della città di Alessandria!

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Due monete dell’epoca romana con raffigurazioni di fari: nella moneta che si trova a sinistra, risalente ad Antonino Pio, lo troviamo posizionato sulla destra; nell’altra moneta, di Domiziano, è raffigurato il faro di Alessandria. 

A d eccezione della piramide di Cheope, il Faro fu la più longeva delle sette meraviglie del mondo antico. Rimase in funzione per sedici secoli, fino a quando nel 1303 e nel 1323 due terremoti lo danneggiarono irreparabilmente.

Dal nome dell’isola Pharos ebbe etimologicamente origine il nome “faro”, che verrà poi ereditato da tutte le successive torri luminose all’ingresso dei porti.

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Ad Alessandria la memoria del Faro è mantenuta viva da una scultura moderna in marmo bianco che accoglie i turisti che entrano a visitare la città.

Marta Francesca Spini, studentessa scuola secondaria di primo grado

LE SETTE MERAVIGLIE DEL MONDO MODERNO-L’ANTICA CITTA’ DI PETRA

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Alcuni studiosi l’hanno identificata con Sela,che significa “roccia”, una città menzionata nell’Antico Testamento,in cui si legge che fu la capitale del regno di Edom. Stiamo parlando della città di Petra, soprannominata anche la Città delle Tombe, fondata nel IV a.C. e colonizzata dai romani nel 106 d.C., durante la reggenza dell’imperatore Traiano.

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Petra è l’unica città al mondo ad essere stata completamente scavata nella roccia e i beduini del deserto sostengono che durante la fuga dall’Egitto, Mosè vi si fermò con il suo popolo. L’eco di questa vicenda a metà strada tra la tradizione e il mito, risuona ancora oggi nel nome del fiume Wadi Musa (“Torrente di Mosè”) che un tempo scorreva in questa zona.

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Nei dintorni della Città Rossa sono stati rinvenuti antichissimi reperti risalenti al Paleolitico ed al Neolitico (10.000-5.000 a.C.) mentre gli scavi archeologici effettuati a Petra hanno portato alla luce resti di insediamenti attribuiti agli Edomiti, popolazione che, a partire dal II millennio a.C., si stabilì in questa zona.

I Nabatei, un’etnia semitica originaria del deserto e dedita al nomadismo, arrivarono  nel sud della Giordania, dell’Arabia, tra il VI e IV secolo a.C., stabilendosi nel paese di Edom  e cacciando, nel 500 a.C. gli Edomiti della Città delle Tombe.

Durante il periodo Ellenistico e Romano, Petra fu la capitale del regno dei Nabatei, che fecero di questa città uno dei principali snodi del traffico viario commerciale del Medio Oriente, uno strategico crocevia di antiche vie carovaniere lungo le quali gli aromi della penisola arabica, la seta cinese, le spezie indiane e l’incenso venivano trasportati dal sud dell’ Arabia verso la Palestina, i paesi che si affacciavano sul Mar Mediterraneo, l’Egitto e la Siria.

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I Nabatei resistettero eroicamente agli attacchi del generale greco Antigono nel 312 a.C. e sotto il re Areta III, estesero la propria egemonia fino a Damasco, l’odierna capitale della Siria.

Nel 363 d.C., in epoca bizantina, la Città delle Tombe fu quasi completamente distrutta da un violento terremoto, a seguito del quale iniziò a perdere sempre più importanza. Riacquistò un certo lustro durante le campagne militari europee in Terra Santa, periodo in cui i cavalieri crociati vi eressero ben tre forti.

L’ultimo personaggio storico a visitare Petra, prima che cadesse nell’oblio per quasi sei secoli, fu il sultano mamelucco Baybars, che vi si recò nel 1276 durante un viaggio verso Karak, dopo di che venne riscoperta, nella primavera del 1812, dall’audace viaggiatore ed esploratore anglo-svizzero Johann Ludwig Burckhardt (1784-1817).

I resoconti di Burckhardt sulla riscoperta di Petra furono resi di dominio pubblico nel 1822, suscitando grande interesse e curiosità in tutta l’Europa.

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Gli archeologi non sono ancora riusciti a stabilire esattamente quale fosse la natura di quest’opera; alcuni studiosi ipotizzano che fosse una tomba, altri un tempio, altri ancora una sorta di forziere.

Uno degli interrogativi più intriganti della città di Petra consiste nel declino della civiltà che l’ha resa così florida e nel suo improvviso spopolamento, un mistero che molti storici ed archeologi hanno tentato e stanno tutt’ora tentando di svelare ma che sembra resistere al tempo ed alla scienza.

Secondo l’architetto Pietro Laureano, incaricato dalla monarchia giordana di sviluppare un piano per restaurare e preservare i monumenti di Petra, il crollo della civiltà nabatea e l’abbandono della Città Rossa da parte dei suoi abitanti, è dovuto principalmente ad un fattore di ordine economico, per la precisione, ad una diminuita richiesta di incenso e seta, due dei principali prodotti commerciati a Petra ed al  fatto che le carovane deviarono a favore di altre rotte, dai percorsi originari che un tempo portavano alla città di Petra.

L' architetto urbanista Pietro Laureano

L’ architetto urbanista Pietro Laureano

Gli ultimi abitanti di Petra, dopo il periodo bizantino e l’epoca dei crociati, erano piuttosto inclini al nomadismo e gradualmente abbandonarono la città; con lo spopolamento le condizioni economiche peggiorarono ulteriormente, portando al declino strutturale di tutta la città.

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  Marta Francesca Spini,

studentessa scuola secondaria di primo grado.

PAR VES CUNSIDERAA’ BISOGNA PROPI CREPA’, dialetto talamonese; trad: PER ESSERE CONSIDERATO BISOGNA PROPRIO MORIRE)

LA CULTURA TEATRALE IN DIALETTO LOCALE

 

MORBEGNO 7 marzo 2014 spettacolo teatrale all’auditorium di piazza S. Antonio

IL RITORNO DELLA COMPAGNIA FIL DE FER DA DUBINO CON UNA NUOVA DIVERTENTE COMMEDIA DIALETTALE ISPIRATA ALLA QUOTIDIANITA’

Molto spesso si sente dire che ci si accorge del valore di cio che abbiamo e delle persone che ci accompagnano nel corso della nostra vita soltanto quando le perdiamo. Ed è da questo spunto che prende l’avvio la commedia dialettale PAR VES CUNSIDERAA’ BISOGNA PROPI CREPA’ proposta dalla compagnia FIL DE FER di Dubino questa sera alle ore 21 all’auditorium di Morbegno. Una commedia che racconta la quotidianità di una coppia normale composta da Arturo e Lucrezia alle prese con le loro beghe coniugali, le continue incursioni della madre di Lucrezia che non fa alcun mistero di non sopportare suo genero e la vicina strampalata da poco vedova che crede di essere in qualche modo perseguitata dallo spirito del marito defunto. Una situazione che il povero Arturo mal sopporta al punto che un giorno, con la complicità dell’amico medico Giacomo, escogita un piano ardito: fingersi morto sperando in questo modo di suscitare dei sensi di colpa nella moglie e nella terribile suocera. Questa messa in scena darà avvio ad una sequela di situazioni sempre più esilaranti e alla comparsa di personaggi sempre più strampalati che visitano la casa dei nostri: l’ispettore dell’assicurazione sulla vita che Arturo ha stipulato, accorso per sondare una situazione a suo avviso poco pulita; la portinaia che apre la posta; la presidentessa dell’associazione delle vedove combattenti che lottano per cremare i loro mariti in modo da averli sempre vicini e vuol convincere anche Lucrezia a cremare Arturo; la becchina che vuole fare un clistere ad Arturo il quale troverà il modo di cacciarla via; la vicina di casa strampalata che ritorna in preda di uno dei suoi deliri e si trova faccia a faccia con Arturo vivo e in piedi che ha approfittato di un momento di solitudine per alzarsi a prendere qualcosa da mangiare; Leo, titolare di un negozio di scarpe col quale Lucrezia, che ha fiutato l’inganno del marito, finge di avere una tresca; l’immancabile suocera che non si dimostra affatto dispiaciuta della dipartita di Arturo e avrà alla fine una brutta sorpresa; infine l’amico Giacomo complice dell’inganno che per tutta la durata dello scherzo starà sempre sul chi vive ma alla fine troverà l’amore nella persona della presidentessa delle vedove combattenti, amore che alla fine tornerà a trionfare anche tra Lucrezia e Arturo, il quale non potrà fare a meno di concludere che “Par ves cunsideraà bisogna propi crepà”. Una commedia recitata con grande brio e che ha divertito molto il pubblico in sala, uno spettacolo organizzato a favore del GFB ONLUS un’associazione di genitori di bambini affetti da una rara forma di distrofia muscolare, la beta-sarcoglicanopatia, poco conosciuta e studiata e della quale nessuno parla, motivo per cui la signora Beatrice Vola, fondatrice nonché presidente del GFB ONLUS che ha due figli affetti da questa malattia, ha creato un sito Internet che potesse proporsi come punto di riferimento mondiale per i malati (50 in Italia e 350 in tutto il Mondo) e le loro famiglie e lo scorso anno è riuscita ad organizzare il primo convegno che facesse il punto sulla ricerca, una ricerca che sta dando ottimi risultati che fanno ben sperare tutti coloro che sono affetti da questa patologia, rarissima ma, a differenza delle altre forme di distrofia muscolare, potenzialmente curabile a patto però di poter disporre di tutti i fondi e gli strumenti necessari. È stata la stessa Beatrice Vola supportata dall’assessore alla cultura del comune di Morbegno, Cristina Ferrè, e dalla ricercatrice Paola Bonetti, a spiegare tutte queste cose durante l’intervallo tra un atto e l’altro  e ad informare il pubblico in sala che si può destinare una quota del 5×1000 a questa associazione che svolge un lavoro importantissimo “soprattutto mettendo in comunicazione il mondo spesso asettico della ricerca in laboratorio con quello delle persone che sperano nella ricerca per uscire da situazioni drammatiche di malattia, due mondi che molto spesso, a torto, restano distanti e non si parlano” come ha sottolineato la ricercatrice Bonetti. Il risultato è stato, per dirlo con le parole dell’assessore Ferrè “una serata che coniuga il divertimento, il teatro e quindi la cultura, all’impegno sociale”.

Antonella Alemanni

Galleria foto manifestazione

 

 

TALAMONA 8 marzo 2014 spettacolo al teatro dell’oratorio

LA PAGURA LE SICURA LA SICUREZZA MAI (dialetto talamonese)

“La paura è sicura, la sicurezza mai”

UNA COMMEDIA DIALETTALE IN TRE ATTI CHE RACCONTA CON IRONIA TEMI DI ATTUALITA’

È possibile raccontare un dramma molto attuale come i frequenti furti nelle case attraverso il registro della commedia brillante? È quello che hanno provato a fare questa sera alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio gli ATTORI PER CASO della compagnia di Andalo Valtellino proponendo lo spettacolo in tre atti intitolato LA PAGURA LE SICURA LA SICUREZZA MAI che narra le vicende della famiglia Sciopa: il padre Bruno, la madre Ida e le due figlie Elena e Luigina. Tutto comincia quando una sera i coniugi Sciopa, rientrando tardi a casa dopo aver festeggiato l’anniversario di matrimonio, la trovano svaligiata e vanno a finire di aggredire i loro due amici, accorsi alla chetichella con le figlie per organizzare una festicciola a sorpresa, scambiandoli per i ladri ritornati sui loro passi. È l’inizio di un cambiamento nella vita della famiglia soprattutto del padre Bruno che si fa sempre più ossessionato dalla sicurezza al punto di prendere, anche consigliato dall’amico, delle misure ben precise come montare un impianto antifurto all’avanguardia,  prendere contatti con la compagnia assicurativa contro i furti cui si è affidato l’amico e pagare il maresciallo svitato del paese affinché tenga tutto maggiormente sotto controllo e talmente diffidente da sospettare che il ladro sia nientemeno che l’amico della sua figlia maggiore Elena (che poi si scoprirà, durante una scena intrisa di esilaranti equivoci e qualche doppio senso essere più che un amico), nonché il pretesto per eventi che rompono il tran- tran  quotidiano come la visita degli operatori di Teleunica per un’intervista e l’iniziativa di Bruno di coinvolgere la moglie in un corso di autodifesa autogestito fino alla risoluzione finale con qualche colpo di scena come la scoperta dei veri ladri e l’annuncio che la figlia Elena aspetta un figlio da quello che si rivela essere non il suo amico, ma il suo ragazzo.

Dopo l’esordio dello scorso anno la compagnia ATTORI PER CASO di Andalo Valtellino ritorna quest’anno con un’altra commedia dalla comicità un po’ contenuta e qualche svarione (durante il primo atto si dice che il luogo dove è ambientata la Storia è Andalo poi nei due atti successivi si fa riferimento a Talamona) nonché dal fatto che gli attori danno vita a personaggi un po’ stereotipati che non si distinguono molto da quelli della commedia precedente soprattutto i personaggi dei due coniugi: da una commedia all’altra cambiano i nomi ma non il fatto che lui è un marito ancora dopo molti anni totalmente innamorato e attratto dalla moglie la quale dal canto suo si dimostra più rude e distaccata. Nonostante queste piccole pecche e una comicità un po’ meno brillante e briosa rispetto a quella di altre compagnie che si sono viste la commedia riesce comunque a regalare una serata di divertimento se non fosse che nel seguire la vicenda lo spettatore si potrebbe chiedere: potrei trovare anch’io la mia casa svaligiata quando torno?

 

Antonella Alemanni

 

L’ILLUMINISMO

ALLA SCOPERTA DEL MOVIMENTO INTELLETTUALE CHE SECONDO MOLTI STORICI HA ISPIRATO LA RIVOLUZIONE FRANCESE     

                                                                                                                                                                       di Antonella Alemanni

L’Illuminismo è un movimento letterario culturale e filosofico nato nel Settecento (per questo definito il secolo dei lumi) un movimento che si fonda sull’uso della ragione come strumento di conoscenza, come luce per liberare l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione. Secondo i filosofi esponenti di questo movimento i secoli medievali precedenti hanno rappresentato un’era dominata dall’oscurantismo e dalla religione, una scappatoia dell’uomo per spiegare fenomeni che in altro modo non riesce a capire e per lenire l’ancestrale timore verso la morte.

A tutt’oggi la conoscenza presenta dei limiti e possedere più o meno conoscenza può fare la differenza tra il condurre un’esistenza il più possibile libera e consapevole e l’essere strumentalizzati, plagiati e sfruttati, calpestati nei propri diritti.

Fin dall’inizio il desiderio di conoscere e capire il mondo che ci circonda ha rappresentato uno dei tratti distintivi della nostra specie umana, un desiderio che, in mancanza di strumenti idonei, ricorre, per essere appagato, a spiegazioni fantastiche. È il caso ad esempio della mitologia: fin dai tempi più remoti ogni civiltà ha avuto il suo corpus di racconti mitologici e il suo pantheon di divinità, l’ira delle quali era posta sempre alla base dei fenomeni naturali più catastrofici come temporali, terremoti, frane, inondazioni, un’ira che andava placata seguendo specifici rituali e codici di comportamento condivisi, più o meno volontariamente, da tutti gli appartenenti ad una singola civiltà. La religione cristiana che ha dominato i secoli medievali altro non è che un’evoluzione delle mitologie antiche. Ogni cristiano crede che tutto dipenda dalla volontà di Dio che impone rituali e codici di comportamento soprattutto attraverso i concetti di virtù e peccato.

Il movimento illuminista nasce con lo scopo di rinnegare tutto questo, di porsi in netta rottura col passato, di stimolare gli individui a pensare ognuno con la propria testa liberandosi così dallo stato di minorità. Fu Immanuel Kant col suo capolavoro CRITICA DELLA RAGION PURA a porre per la prima volta le basi teoriche del movimento illuminista e ad introdurre fra l’altro il concetto di minorità inteso come l’incapacità di avvalersi pienamente e autonomamente del proprio intelletto.

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Immanuel Kant

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Immanuel Kant- Critica della ragion pura

Non a caso il termine minore è usato ancora oggi per indicare coloro i quali non hanno raggiunto una piena maturità intellettuale e dunque sociale, giuridica e politica, un traguardo fissato al compimento dei 18 anni e spesso convalidato dal sostenimento dei cosiddetti esami di maturità. In realtà il concetto di minorità e quello di maturità non possono essere inquadrati nello stesso modo per ogni individuo. Esse dipendono dall’intelligenza, da come essa viene espressa, dal carattere e dalla capacità decisionale.

Quasi tutti gli storici sono concordi nell’affermare che alla base dei fermenti che portarono allo scoppio della Rivoluzione Francese ci siano proprio le idee esposte dal movimento illuminista in particolare l’opera di Rousseau.

Jean-Jacques Rousseau

Jean-Jacques Rousseau

Dietro alle sommosse popolari infatti si nascondeva una massiccia campagna di indottrinamento da parte dei borghesi colti (quella che poi sarebbe diventata la classe media, quella che allora in Francia faceva ancora parte del terzo stato, ma i cui componenti potevano svolgere professioni di prestigio come quella di avvocato; avvocato era ad esempio Robespierre), attraverso cui tutto il popolo prese gradualmente coscienza di sé e dei propri diritti.

LA SOCIETA’ FILARMONICA DI TALAMONA

Ricordi, episodi, personaggi, e magari anche un po’ di storia spicciola.

Guido Combi (GISM)

” Ancöo l’è ‘l dì ‘lla  Noso, la festo dul paiis…e ‘l suno la bando, la fèsto l’è grando... così canta il Gustavo Petrelli in una sua canzone dedicata a  “Ul dì ‘lla Noso”.

E alla nostra  unica, nel suo genere, grande  festa  della nascita della Madonna, a cui è dedicata la nostra grande novecentesca chiesa, tutti i Settembre, di ogni anno, non manca mai  “la müsico” alla processione religiosa e, per l’occasione, prepara un concerto in piazza o in auditorium.

Perchè, comunemente,  a Talamona, “la bando” è chiamata “la müsico”.

Viene cioè  identificata con il nome dell’arte che esprime con i suoi strumenti e per  la quale è stata fondata.

Il corpo musicale talamonese è una gloriosa  libera associazione, nata nel lontano 1870, si ritiene per volontà dell’ illustre  ing. Clemente Valenti, di cui campeggia un grande ritratto  su una parete della sala prove, posta al piano terra del Palazzo Comunale.

O meglio, c’era quando anch’io facevo parte dei musicanti, fino al 1961 e penso che sia rimasto al suo posto.  Pare però che qualche fonte abbia dei dubbi e attribuisca le origini a un gruppo di fondatori. Qui però non voglio indagare, anche perchè la “questio” è tutt’altro che semplice e, pare, manchino documenti certi,  il mio intento è solamente quello  di  riportare alla memoria aspetti ed episodi della vita della banda e dei suonatori e ricordare maestri e suonatori.

La sala prove.

La sala prove non è sempre stata nell’edificio comunale, dove, dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, , le è stato riservato un apposito locale che potesse contenere gli strumenti, i leggii, le sedie, gli armadi per l’archivio delle partiture, più tardi, anche il palco che viene portato fuori per i concerti, e soprattutto dove gli allievi potessero partecipare alle lezioni e i suonatori effettivi   riunirsi una o due volte alla settimana per le prove, necessarie per preparare i concerti e le uscite per le processioni religiose, le manifestazioni civili e le trasferte, cioè  “i servizi”.

Il palazzo comunale è stato costruito alla fine degli anni 50 del secolo scorso, quando l’Amministrazione Comunale ha deciso che il piano terra della casa arcipretale, dove  erano posti gli uffici comunali, non  era più sufficiente. E’ da allora che la banda ha una sede stabile e bella. Prima aveva cambiato diverse sedi. Quando ho iniziato come suonatore, nel 1955, la sede era in una casa privata che si trova,  appena sopra la piazza Don Cusini, in via Valenti,  sul lato sinistro salendo, di fronte all’entrata della casa dei canonici; precedentemente era stata in Piazzetta, nel cortile interno della casa Mazzoni, al quale si accede  passando sotto un androne decorato. Ancora prima, quando ero piccolo e mio padre mi portava alle processioni, ricordo che era in un locale a fianco degli uffici comunali al piano terra dell’arcipretura. I suonatori infatti si trovavano in sala prove, prima di uscire per il servizio religioso, per accordare gli strumenti, prendere i libretti delle marce religiose, e  tutti gli strumenti come i bassi, il tamburo, i piatti ecc.

Gli strumenti

Senza gli strumenti, la banda non esiste, quindi nemmeno i suonatori esisterebbero, e questo significa che strumenti e suonatori costituiscono un “unicum” inscindibile. I suonatori devono imparare a suonare gli strumenti e tenerli bene, curarli, pulirli, oliarli, perchè costano. Quando la banda si esibisce, gli ottoni devono essere ben lucidi e bisogna stare attenti che non siano ammaccati. Per questo, ogni suonatore è molto affezionato al proprio strumento, anche se non è di sua proprietà. Ci sono infatti degli strumenti, che a causa del loro costo, delle loro dimensioni e del fatto che vengono usati esclusivamente in banda, non sono di proprietà personale, ma del corpo musicale che li fornisce gratuitamente ai singoli suonatori che scelgono di suonarli, o almeno era così ai miei tempi. Sono (chiedo perdono se non uso con esattezza i termini tecnici completi, ma è per essere capito da tutti, anche dai non specialisti): il basso, cioè il flicorno basso o tuba, che una volta era a forma di cerchio e il suonatore lo portava  a tracolla, infilandovi  la testa e appoggiandolo su una spalla, con il bocchino a portata della bocca e la “tromba” in alto rivolta in avanti; il flicorno contralto, comunemente chiamato genis.; il flicorno baritono, detto bombardino o anche eufonio; il trombone; il tamburello (roll in talamonese) e la grancassa (ul tàmbür). Gli strumenti come il flauto, il clarinetto, l’ottavino (il clarinetto piccolo),  il flicornino (tromba piccola), la tromba, il sassofono soprano e il contralto, normalmente erano e sono di proprietà del suonatore. Il sassofono tenore, a volte sì a volte no, come il baritono e il basso e il trombone. Io suonavo il clarinetto, da primo, come eredità di famiglia, infatti mio padre lo suonava. Un bel giorno però, il maestro mi dà  in mano un sax tenore e mi dice che devo imparare a suonarlo entro un mese, in quanto avevamo il concerto e bisognava aiutare il settore dei bombardini col contrappunto, che era piuttosto debole, perchè erano in pochi. In questo caso, lo strumento era di proprietà della banda. L’ho suonato per alcuni anni, tenendolo a casa anche per potermi esercitare, e poi l’ho restituito. Era uno strumento in ottime condizioni e con un ottimo suono, anche se era passato da più mani, perchè ciascun suonatore che l’aveva usato l’aveva tenuto con la massima cura.

I clarinetti e le trombe si distinguevano in primi e secondi, secondo la bravura e la preparazione di ciascuno. Era però importante anche l’anzianità di servizio. C’erano poi dei suonatori, di solito i migliori, che all’occorrenza facevano i solisti, (come oggi)  quando era richiesto dalla partitura appositamente scritta. In prevalenza erano: l’ottavino, il clarinetto, il flicornino, la tromba, il trombone e il bombardino.

A proposito di strumenti, non tutti  conoscevano il loro nome e la loro funzione.  Nel 1938, in occasione dell’entrata del nuovo prete,  la nostra  banda, a piedi, è salita a Campo  con gli strumenti in spalla, per accompagnare la processione e rallegrare la festa  eseguendo alcune marcette  sul sagrato. Quando è arrivato l’Austìn con il  tamburo sulle spalle dal gruppo dei bambini   se sente uscire una voce squillante che grida: “Pà uarda  i gaa scià ‘l penacc.”  E subito dopo, quando arriva il Caldirola col roll: “ I gaa scià daa ‘l penagii”.

Non avendoli mai visti, i bambini, avevano creduto che la grancassa e il tamburello,  fossero i due recipienti che conoscevano benissimo e che usavano a casa loro per fare il burro. A quei tempi i bambini scendevano raramente da Tartano.

La scuola

Come si impara a suonare uno strumento? Prima bisogna imparare a leggere la musica: le note, il loro valore, gli accidenti (diesis e bemolle), le chiavi, i tempi… Quindi bisogna studiarla.

Ai miei tempi, anche perchè la banda non aveva tanti finanziamenti per pagare  il maestro, interveniva il Ministero della Pubblica Istruzione che istituiva i Corsi di Avviamento musicale. Erano corsi annuali, affidati di solito al maestro della banda, che veniva  retribuito con il finanziamento che veniva dato al Corpo musicale. Essendo i corsi per tutti, poteva iscriversi chiunque, senza limiti di età. Quando ho frequentato io, eravamo una ventina di iscritti, le lezioni venivano effettuate alla sera, in casa del maestro, che era il Franco Pasina, perchè la sala musica era fredda. Dopo un inizio promettente, già nelle prime lezioni iniziarono gli abbandoni, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per la difficoltà, per alcuni, di riprendere a studiare, dopo magari diversi anni da quando avevano lasciato la scuola. Allora si finiva la scuola con la quinta elementare o al massimo con le post elementari, e poi si andava a lavorare. Io ero l’unico studente e quindi anche quello da cui il maestro pretendeva di più. I corsi musicali erano sottoposti alla vigilanza del Direttore Didattico, che allora risiedeva ad Ardenno, e che ogni tanto veniva fare la sua ispezione. Alla fine, partecipava, anche con un suo rappresentante se non sapeva di musica, agli esami finali sul solfeggio e sull’apprendimento dello strumento, per poter fare  la relazione che giustificasse il finanziamento. Se arrivava l’autorizzazione, venivano tenuti anche corsi di secondo e di terzo livello. Un corso durava sei mesi. Erano i maestri che si incaricavano di preparare le nuove leve, per sostituire i suonatori che abbandonavano o erano poco presenti soprattutto per problemi di lavoro. Molti emigravano. Col maestro Ruman, che  amava tanto la musica, voleva che fosse eseguita alla perfezione e perciò era molto severo, mi diceva mio padre, che gli allievi dovevano studiare il solfeggio per almeno sei mesi sul metodo Bona, che viene usato ancora oggi, poi finalmente potevano imparare lo strumento. Gli iscritti erano quasi sempre un buon numero, ma la maggior parte si perdeva per strada. Del mio corso, su una ventina di iscritti, siamo entrati in banda in cinque o sei. Eravamo nel 1954. Io poi sono entrato  l’anno dopo i miei compagni, perchè mio padre non voleva che la banda mi portasse via tempo allo studio.

Se ricordo bene, la preparazione musicale non era così accurata come oggi e i metodi diversi: c’era sempre la necessità di rimpolpare l’organico in fretta. Appena uno si arrangiava un po’ con lo strumento, veniva messo in banda. Poi si  perfezionava con l’esercizio.

L’organico

Il numero dei suonatori effettivi, da quanto mi ricordo, era abbastanza ridotto: si aggirava sulla trentina. Raramente arrivava a quaranta, quando rientravano gli emigranti, e coloro che lavoravano lontano. Non sempre i vari settori strumentali erano completi e questo imponeva al maestro la scelta di brani adatti alla formazione. C’è da dire che, come piccola banda, aveva una preparazione di tutto rispetto. Appena prima che entrassi tra i suonatori, aveva partecipato a un concorso musicale per bande, se non ricordo male, a  Bormio e si era classificata al secondo posto, appunto nella categoria delle piccole formazioni bandistiche. In seguito ha partecipato a vari concorsi, ottenendo sempre ottimi riconoscimenti.  Inutile dire che allora l’organico era esclusivamente maschile e formato fa adulti. L’età minima del suonatori era comunque attorno ai  16/17 anni.

Per fortuna, più tardi, sono arrivate le ragazze (la prima, nel 1974 è stata Alda Luzzi) e i giovanissimi, tanto che oggi  formano anche un complesso autonomo. Ma questa è cronaca di  oggi.

I presidenti

Nel periodo dal 1954 al 1961, in cui ho suonato nella banda e anche prima, che io ricordi, il personaggio centrale, il più importante, è sempre stato il maestro. Il presidente c’era, si sapeva chi era, di solito un suonatore anziano e autorevole, ma non rivestiva particolare importanza finché, nel 1972,  venne nominato, il primo presidente non suonatore, Antonino Caruso, siciliano che si era innamorato di Talamona e in particolare del Corpo Musicale. Ha accettato di assumere la presidenza e aveva già in mente parecchi programmi. Mi ricordo che, nei nostri incontri, mi parlava di quello che intendeva organizzare. Io avevo lasciato il servizio effettivo, come suonatore, perchè mi ero trasferito a Sondrio per lavoro (e per matrimonio), e avevo continuato nella banda del capoluogo, prima come suonatore poi come presentatore. Antonino mi  chiedeva periodicamente di presentare i concerti che la banda  eseguiva nel teatro dell’Oratorio e nel nuovo auditorium e io accettavo volentieri  come prima, quando me lo chiedeva mio padre, che ci teneva  tanto. Non sto a elencare tutto quello che il nuovo presidente ha fatto, perchè è  egregiamente documentato del sito web, e nella pubblicazione del 1990, celebrativa del 120°. Qui voglio solo mettere in evidenza il fatto che il presidente Caruso ha aperto la banda al contatto e alla collaborazione  con altre realtà, come la grande tradizione bandistica siciliana, portando i suonatori nel suo paese natale, stabilendo duraturi rapporti di amicizia tra le bande e personali. Certamente ha innovato per il corpo musicale di Talamona la funzione del presidente, dando una svolta decisiva. Un’ultima annotazione riguarda la sua preoccupazione che restasse qualcosa di scritto delle tappe della vita della banda e per questo ha curato l’edizione di due pubblicazioni: la prima per i 120 anni di vita nel 1990, dalla quale ho attinto parecchie notizie storiche, nella quale c’è una bella poesia in dialetto sui suonatori e la banda dul Rinu Petrèl (Puchét), e la seconda del 2000, celebrativa del 135° di vita della benemerita Società Filarmonica Talamonese. Prima ce n’era stata una edita in occasione del centenario nel 1970.

Il corpo musicale da lì in poi non poteva che progredire come ha fatto.

 Personaggi

Ho già detto che il personaggio principale è sempre il maestro, perchè soprattutto su di lui grava la responsabilità della preparazione musicale e quindi del prestigio del corpo musicale. Ci sono però anche i suonatori che hanno caratterizzato la vita della banda. Famiglie di musicanti che per generazioni, con passione, ne hanno tenuto alto l’onore. E  con legittimo orgoglio.

I Giàm, i “Sigifrédu”, i Puchècc, i Tunèlo,  e poi i suonatori longevi come mio padre, ul Batisto casèer, ul Guidu Gepì, ul Gutardu Pasina, ul Mudiulìn, che hanno prestato servizio fin verso gli ottant’anni, con una presenza sempre assidua alle prove. Ricordo che per noi giovani erano i punti di riferimento e un grande esempio di attaccamento. Di ognuno di essi bisognerebbe scrivere un elogio particolare. Forse ora il lettore può capire perchè scrivo questi ricordi: perchè penso che solo quello che è scritto rimane, oltre il ricordo personale.

I ricordi si affievoliscono nel tempo e spariscono con il venir meno delle figure storiche e di chi è vissuto loro vicino, condividendone le esperienze.

Anche adesso c’è chi nella banda milita da lunghi anni, dai miei tempi. Sono: il Franco Libera, storica prima tromba, che pur essendo mio coscritto, è entrato in banda prima di me, a continuare la tradizione familiare del padre Sigifredo e dei due fratelli, uno dei quali, l’Angelo, benemerito maestro per tanti anni, e l’eterno Cèci, il Celso Bedogné, ora meritatamente vice presidente, altro storico bombardino, perno indiscusso e prezioso del settore di contrappunto. La loro passione, la loro dedizione e il loro attaccamento alla banda sono infiniti. Quali esempi migliori per i giovani?

Se guardiamo le fotografie storiche pubblicate sul sito della Società Filarmonica, di personaggi ne troviamo altri di pari valore di quelli citati e chiedo scusa se ne ho dimenticato qualcuno. Vorrei che questi rappresentassero tutti.

C’è ancora una figura, però, che, se non venisse qui ricordata, verrebbe sicuramente dimenticata e che già ora molti talamonesi non sanno che ha fatto parte della banda. Non era un suonatore vero e proprio, ma era un membro effettivo: portava, ul tàmbür, quello grosso, la grancassa, per intenderci, nelle processioni, nei funerali e sempre quando  la banda marciava: lo portava sulle spalle e non mancava mai. Si chiamava Agostino Tirinzoni, per tutti l’Austìn. Quando aveva deciso di entrare nella banda, l’Austìn voleva suonare il basso. Però non ce l’aveva fatta, perchè  il solfeggio si era rivelato uno scoglio insormontabile, perciò, volendo comunque  entrare al far parte dell’organico, ha chiesto di fare il portatore del tamburo. E così è stato per 25 anni.

Per tanti anni è stata una figura familiare e amata da noi suonatori. Non alto e piuttosto tozzo di corporatura, faceva il contadino: le sue braccia forti  e il viso cotto dal sole lo dimostravano, e del contadino aveva anche la pazienza e la tenacia e pure la giovialità. Abitava in fondo a Ranscìgo e, nonostante non avesse bisogno di provare, spesso era presente alle prove serali e, bonariamente, richiamava qualche giovane che si distraeva.

Quando c’erano i servizi, come le processioni, partiva presto da casa con il berretto in testa, “ul capél de la müsico”, portato con fierezza, e con la sua andatura traballante, si avviava verso la piazza. Era sempre il primo, davanti alla porta della scuola. Il suo compito, che non so a quando risale, perchè io l’ho sempre visto nella banda fin da quando ero piccolo, era quello di portare la grancassa: ul tàmbür, e l’ha portato fino in tarda età.

Per mezzo di una larga cinghia, fissata su due punti della struttura della cassa, passata sul torace di traverso, poco sotto l’altezza delle spalle, dopo averla infilata dalla testa, la sosteneva verticalmente sulla schiena, mentre il “Tunèlo” batteva ritmicamente sulla pelle lateralmente e sul piatto fissato sopra. Quando si suonava marciando, nelle processioni, nei funerali e nelle feste civili come il 4 di novembre, marciava anche lui con noi e teneva egregiamente il passo sintonizzato con il ritmo del pezzo: più lento nelle marce religiose e nella marce funebri, più veloce in quelle militari. La sua andatura regolare, facilitava la lettura della parte fissata sopra e il battere ritmato dei colpi. Col Tunèlo formava una coppia indivisibile. La sua posizione era in coda al gruppo. Sempre molto concentrato, era sempre presente anche ai concerti in piazza. Era lui, ovviamente, che portava lo strumento in piazza, lo poneva sull’apposito trespolo di sostegno e si piazzava sul lato opposto a quello del suonatore, impettito e fiero della sua posizione e di far parte della banda.

Teneva ben fermo il tutto, mentre la mazza  dul Tunèlo batteva sulla pelle tesa  del grande tamburo e il piatto tenuto saldo nella mano sinistra  per mezzo di una apposita cinghia, batteva il tempo sull’altro piatto di ottone fissato sopra, vicino alla partitura.

Solo più tardi i piatti vennero tenuti e suonati da un singolo suonatore, che li  portava verticali davanti a sé, pronto  a batterli uno contro l’altro e a farli vibrare sonoramente.

In qualche foto storica troviamo anche lui: l’ Austìn.

I maestri

Non mi dilungo sui maestri, perchè il sito che ho già citato delinea le loro figure molto bene dal Zèpinin, fino all’attuale maestro Boiani. Mi permetto un’unica annotazione, che mi pare importante e che caratterizza, a mio parere la storia del Corpo Musicale. I maestri, dal primo fino all’Angelo Libera, che è stato quello che ha portato avanti l’incarico per un periodo di tempo superiore ad ogni altro, non hanno potuto frequentare corsi specialistici di tipo musicale istituzionalizzati di livello superiore come il Conservatorio. Erano dei grandi appassionati, che in generale, per proprio conto hanno, prima approfondito lo studio del proprio strumento e poi si sono formati con grande impegno per la direzione della banda studiando privatamente a volte con qualche maestro esterno.

I risultati sono stati pari all’impegno e alla costanza e si possono vedere scorrendo la storia. Sono riusciti, tutti, a preparare i tanti suonatori e a portarli a esecuzioni di assoluta eccellenza.

Dal punto di vista musicale, con il compianto maestro Corti, il primo diplomato al Conservatori e con  l’impegno del presidente Caruso, dal punto di vista organizzativo, però si è entrati nella fase moderna, caratterizzata da una grande crescita della preparazione: musicale e numerica. L’istituzione della Scuola di musica e la formazione della Banda Giovanile, come gruppo autosufficiente dal punto di vista musicale, lo dimostrano ampiamente. Da tutto questo non possono venire che ottimi frutti e meritati successi.

La divisa

Se scorriamo le foto storiche, possiamo vedere che non c’erano divise, come oggi.

Che distingueva i suonatori era il berretto “ul capél de la müsico”. Nel 1970, si è riusciti finalmente a dotare la banda di una bella divisa, come quelle più grandi e più ricche di Sondrio e Morbegno. La mia prima divisa  l’ho avuta quando ho iniziato a suonare appunto a Morbegno e a Sondrio. Anche le bande degli altri paesi erano nelle stesse condizioni della nostra.

Si capisce come i soldi erano sempre pochi e i suonatori pensavano all’essenziale: a fare della buona musica per loro soddisfazione e dei loro affezionati compaesani e per onorare il nostro paese e tutte le manifestazioni a cui partecipavano.           (continua)

 

 

 

seconda parte

Alcuni episodi

La bandéto

Non tutti ricordano, se non chi li ha vissuti, che nella storia della banda ci sono stati anche episodi e momenti di tensione, non comunque all’interno tra i suonatori o tra suonatori e maestro.

E forse non tutti sanno che alcuni suonatori, più o meno sotto la decina, formavano,  e ancora formano, quella che era chiamata “la bandèto”, la piccola banda.

Eravamo, se ricordo bene, subito dopo il 1950 e nei giochi delle bocce, dietro l’osteria del Sigifredo, che si trovava, sü ‘n summ a la munto” , dove ora c’è la piazzetta con la banca, il Partito Comunista aveva organizzato una delle prime feste dell’Unità.

E chi è stato chiamato a rallegrare la festa? La bandetta.

La festa è andata bene, ma il bello è venuto subito dopo.

I suonatori che accompagnano con i loro strumenti le funzioni religiose, sono andati a suonare per l’anticristo?   Apriti o cielo!  La condanna è  arrivata senza appello, da parte dell’arciprete, che  dal pulpito ha tuonato contro i reprobi. In paese se ne è parlato per parecchio tempo, anche perchè è arrivata subito la proibizione per la banda di accompagnare le processioni.

Non si mischia il diavolo con l’acqua santa!

La banda era stata identificata con la bandetta. I dirigenti, ovviamente non hanno preso le distanze, né tanto meno hanno sconfessato l’operato dei suonatori. I “trasgressori” facevano parte della banda e quindi andavano difesi. Infatti, il presidente che era il Gottardo Pasina, i consiglieri e  i più anziani suonatori, come mio padre, che si sentivano offesi, dall’atteggiamento dell’arciprete, che aveva  pubblicamente condannato i traditori, hanno tentato di ricomporre i rapporti, andando in arcipretura per chiarire che la banda, anche se faceva i servizi religiosi, non era al servizio unicamente della Chiesa. Essendo una libera società, nata col preciso scopo di essere al servizio di tutti, non poteva accettare legami e condizionamenti da nessuno. L’arciprete, però, non volle sentire ragioni, non trattò molto bene gli ambasciatori e la condanna restò per un anno, durante il quale i talamonesi non sentirono le note delle marce religiose, nemmeno “ul dì ‘lla Noso”. Questo episodio, che ho raccontato come una curiosità, quasi folcloristica, della vita della banda, oggi fa sorridere coloro che lo leggono e che non c’erano allora, perchè ritengono il comportamento della bandetta del tutto legittimo e quello dell’arciprete, eccessivo e, aggiungo, prevaricatore. Allora invece il fatto è stato fonte di tensioni non indifferenti che solo il tempo ha ricomposto, calmando gli animi. Io poi l’ho vissuto in casa, con mio padre, che non sopportava questo tipo di imposizioni, men che meno alla “sua” banda, arrabbiatissimo (mi pare che della bandetta incriminata  facesse parte anche lui) e mia madre che cercava di calmarlo pur senza osare dare tutte le ragioni all’arciprete e  tutti i torti alla bandetta, e quindi a mio padre.  Cercava da medégà, di metter pace.

Sempre per chi non c’era, ricordo che eravamo in un periodo, subito dopo la guerra,  in cui c’era una contrapposizione netta e fortissima tra la Chiesa che sosteneva, anche elettoralmente, il partito della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, che a Talamona aveva la maggioranza assoluta, come in tutta la Valtellina e la Valchiavenna, e il Partito Comunista Italiano e coloro che vi aderivano. C’era una condanna senza appello nei confronti di tutto quello che dicevano e facevano i comunisti, quindi anche della Festa dell’Unità e di chi vi partecipava.

Per fortuna almeno da questo punto di vista abbiamo superato quei tempi e la banda può esercitare la sua libertà di scelta: sempre. Come deve essere, per tutti.

 

 

 

Ul Venardì Sant

Il secondo episodio riguarda ancora il rapporto della Banda con il parroco, ma, questa volta, senza, sfondi politici.

Era il 1955 o 56, il Venerdì Santo. Come sempre, alla sera si svolgeva la solenne processione con il  feretro del Cristo Morto portato dai coscritti; tantissima la gente: Azione Cattolica, Confratelli, Figlie di Maria. In coda, tutta la fila dei fedeli e ovviamente  la banda, che poco davanti al feretro, esegue, marciando le marce funebri, che notoriamente, data la loro solennità, hanno un ritmo molto lento. Stavamo suonando, camminando a ritmo con il nostro passo cadenzato e solenne, io ero in prima fila con mio padre al fianco, concentrato sulla parte, il maestro camminava davanti a fianco, dopo aver dato l’attacco, quando l’arciprete, sempre lo stesso del primo episodio, che non era il celebrante, ma si preoccupava che i fedeli seguissero con devozione, ci si presenta davanti e si mette a dire “ Su, su, più svelti! Dovete camminare più svelti!”  Lui era preoccupato, perchè  durante  l’esecuzione delle marce, il nostro passo, molto più lento di quello della colonna processionale, provocava  dei distacchi tra i gruppi, creando dei vuoti. Ma noi che ci potevamo fare? Da quando la banda suonava nelle processioni e nei funerali era sempre stato così. Per noi la richiesta, per non chiamarlo ordine, era una novità, Il maestro, cerca di spiegare all’arciprete che non è possibile andare più in fretta, ma lui non vuol sentire ragioni e continua a insistere che dobbiamo accelerare il passo.

Il maestro Franco allora, alza le braccia, con la bacchetta nella mano destra, in modo che tutti noi, anche quelli in coda al gruppo, lo vedessimo bene, dirige per un momento la marcia, dando il ritmo e poi al momento giusto, al termine di un fraseggio, abbassa di colpo la bacchetta.

Noi sapevamo che quello era il segnale che il pezzo era finito e tutti assieme cessammo di suonare. A quel punto, aumentammo il passo, con gli strumenti in mano. Qualcuno, sottovoce, sosteneva che  avremmo dovuto uscire dalla processione, ma prevalse il buon senso, nonostante l’indignazione, e seguimmo la funzione fino al rientro in chiesa con gli strumenti muti, ma senza gesti plateali.

Questa volta non ci furono prediche infuocate, ma furono i suonatori che si rifiutarono di fare servizio nelle processioni, a meno delle scuse da parte dell’autorità ecclesiastica.

Mio padre, che conosceva l’arciprete prima ancora che fosse nominato a Talamona, si sforzò di vincere i suoi sentimenti di ribellione e di fare da paciere nella controversia.

Infatti le cose andarono ancora una volta a buon fine, anche se non proprio subito, ma con la promessa che non ci sarebbero stati mai più interventi del genere. E la banda tornò a svolgere le sue funzioni, cioè a onorare con la sua musica sacra le processioni, dando loro maggior solennità.

Eseguire la musica sacra, non è il miglior modo di pregare?

Penso che questi due episodi sarebbero piaciuti anche a Giovanni Guareschi  e avrebbero potuto trovare degnamente un loro posto nelle vicende  di Don Camillo e Peppone .

 

La Cavalleria leggera

Il terzo episodio che voglio raccontare è di tutt’altro genere rispetto ai primi due.

Diciamo che è stata una occasione in cui, appena prima di completare la mia preparazione musicale per entrare in banda, ho imparato  qualcosa di nuovo, che andava ad aggiungersi alle altre nozioni sulla musica che stavo studiando, e da una persona che non faceva nemmeno parte della banda.

Stavo assistendo al concerto in piazza, che si teneva davanti all’osteria de la “Cèco”,  di fronte la cà dul Ratìn e di fianco la posta. C’era in programma, tra  gli altri pezzi, un cavallo di battaglia, che in seguito ho suonato tante volte anch’io, molto bello e orecchiabile:  la celebre ouverture de “La Cavalleria Leggera” del compositore austriaco  Franz von Suppè.

Di fianco a me c’era il Vittorino Zuccalli, il quale, ho poi appreso dopo perchè l’aveva detto lui stesso, aveva prestato servizio militare nella cavalleria.

Appena la banda ha iniziato a suonare, a voce bassa, ha incominciato a commentare il pezzo a un suo amico vicino e ha continuato man mano che l’esecuzione procedeva, fino alla fine. Io, vicino ero tutto orecchi. Il Vittorino spiegava come le varie parti dell’ouverture,  per mezzo della melodia e del l’armonia congiunte,  raccontavano quello  che lo squadrone di cavalleria  stava facendo: il trotto quando usciva dalla caserma, che poi  si trasformava in galoppo, alla fine diventava la carica dei cavalleggeri, l’infuriare della battaglia, la sua fine  con la tristezza nel ricordo dei caduti e, infine, il rientro triste dello squadrone negli acquartieramenti.

Grazie al Vittorino, ho capito allora che la musica non esprime solo sentimenti con cui ci si può immedesimare, ma che può anche descrivere fatti e avvenimenti. Basta saperli leggere nelle note. Molte musiche di Verdi sono di questo tipo. Da allora, ogni volta che mi capitava di illustrare al pubblico, in qualità di presentatore, questo pezzo, e l’ho fatto anche a Talamona con la nostra banda, riprendevo questa descrizione tale e quale. E devo dire che molti ascoltatori, dopo il concerto, mi dicevano che avevano seguito e capito meglio la ”Cavalleria leggera”. E questo, grazie al Vittorino Zuccalli.

 

 Albaredo, tanti anni fa’

Tutti sanno dov’è Arzo e dov’è Albaredo. Ma quanti conoscono la strada per andarci a piedi? E quanto tempo si impiega? Oggi basta prendere l’auto, andare a Morbegno, prendere la strada per  il Passo San Marco, salire al tempietto degli alpini e dopo non molto si è “in Ars”, poi a Val  e, in breve in Albarìi.

Ma una volta non era così, anche se la strada da Morbegno c’era già: sterrata, ma c’era. Era la Strada Priula, che risale al 1593, costruita da Alvise Priuli, podestà di Bergamo, nominato dalla Serenissima Repubblica di Venezia, per unire Bergamo con Morbegno attraverso il Passo di San Marco, il più basso delle Alpi Orobie.

Non credo però, che queste notizie interessassero molto ai nostri musicisti della Banda di Talamona, quando, per festeggiare San Rocco, a ferragosto, vennero chiamati a suonare in processione nella festa del patrono, ad Albaredo, e a rallegrare poi la  festa  con l’esecuzione di valzer, mazurke, marce in piazza davanti a qualche osteria. La banda infatti veniva chiamata spesso in occasione di simili manifestazioni nei paesi vicini, e non c’era il pullman.

Quindi, strumenti in spalla, di buon’ora, il gruppo dei suonatori si avviò, passando per Urtèsido, verso Arzo, prendendo la scorciatoia, e poi sulla strada sterrata, verso Albaredo per arrivare a tempo per la Meso Grando e la processione. Le marce religiose sono lente e non fanno soffiare, ma suonare e marciare contemporaneamente, sulle strade in salita di Albaredo provoca un fiatone che non vi dico. Un po’ come cantà e purtà la cruus. E soffia, soffia, secca la gola, ma in processione non la si può bagnare. Dopo sì però. E non con l’acqua di fonte. Per cui finita la processione, il pranzo, a base di polenta taragna col Bitto, viene annaffiato a dovere e la gola riprende la sua normale lubrificazione. I suonatori a questo punto sono pronti per il pomeriggio di allegria in musica: non sempre ad Albaredo sale la banda. Si susseguono quindi altre sonate, allegre questa volta, a base di valzer, mazurke, marce…che però fanno ancora seccare la gola. La pinta che girava provvedeva alla normale lubrificazione ancora una volta. Il risultato  fu che il ritorno, sempre a piedi, con le scarpe della festa, per le selve da Arzo passando per  Muntmàrs, un po’ anche  a causa delle scarpe con la suola liscia, vide qualcuno dei più anziani e non solo loro, a causa anche dell’incipiente oscurità, fare dei solenni ruzzoloni fuori dal sentiero, ammaccando  pure qualche strumento tra gli ottoni, vista anche l’ora tarda.

Il buio e il vino, rendevano poco visibile il sentiero con tutte le conseguenze del caso.

I più giovani però hanno recuperato strumenti e suonatori, portando a casa tutti più o meno sani e salvi.

Cose d’altri tempi, che oggi non capitano più.

Questo episodio, che a quanto pare non fu l’unico, me lo raccontava mio zio Battista casèer e lo confermava mio padre.

 

Ancora a Campo Tartano

Dopo l’episodio del 1938, citato nella prima parte di questo articolo, voglio terminare questa carrellata di raccontini brevi, ricordando un’altra uscita a Campo, avvenuta nel 1927, in un’occasione particolare (la banda era già salita nel novembre del 1926 per accompagnare  il funerale del vecchio parroco). Si trattava della elezione a parroco di Don Beniamino Stropeni, avvenuta dopo la morte del  parroco Don Giuseppe Foppoli. Don Beniamino era stato mandato a Campo dal Vescovo in qualità di curato, nell’Agosto 1926, il parroco era morto nel novembre, ma per diventare parroco non bastava la nomina vescovile, in quanto un’antica consuetudine (oggi non più in vigore) richiedeva l’approvazione da parte dei capifamiglia, mediante la “votazione del fagiolo”.  Ricordo che eravamo in pieno regime fascista e data la sua posizione non proprio favorevole, i simpatizzanti del regime non erano molto d’accordo sulla sua nomina. Ma i parrocchiani ormai l’avevano apprezzato per la sua rettitudine e per la correttezza nello svolgimento della sua missione pastorale sempre vicina a tutti. Fu così quindi che fu eletto a grande maggioranza con 131 fagioli bianchi deposti nell’urna contro 12 neri, su 143 votanti. Dopo due o tre mesi di ritardo, finalmente era giunto anche il “placet” del Prefetto e quindi Don Benamino era parroco a tutti gli effetti.  Era passato un po’ di tempo dalla votazione, gli  oppositori si erano ritirati in buon ordine e  per festeggiare la sua elezione definitiva fu invitata la nostra banda per un concerto in piazza, proprio da loro.

Ecco come riferisce Giulio Spini nel suo libro “Diario di un parroco di montagna” (1), mettendo le parole in bocca a don Beniamino che racconta:” …Ho, saputo, infatti, che furono proprio loro, a far salire da Talamona, a proprie spese, la banda musicale per il concerto serale sul sagrato, il giorno stesso del mio successo ”elettorale”.

Già, un magnifico concerto, nella sera primaverile, fresca e limpidissima, con la luna alta sulla valle. Verso la fine, mi fu dedicata una marcia trionfale, composta dal maestro di banda (a Talamona hanno talento e passione straordinaria per la musica). Accanto a me era seduto mio padre, che nei momenti di commozione si tormentava, ora uno ora l’altro , i grossi baffi, per non farsi scoprire. Ma gli occhi erano lucidi e assorti.

Appena, però, il maestro annunciò di sorpresa che l’ultimo pezzo era in suo omaggio, non riuscì a contenersi e ascoltò il Coro del Nabucco col fazzoletto sugli occhi. Quando mai, nella sua ormai lunga vita di modesto contadino del lago, era stato al centro dell’attenzione così pubblica ed emozionante, tutta per lui? Riuscì appena a mormorarmi in un singhiozzo: -Se fosse qui la mamma…”

Questo episodio dimostra come la musica ispira sentimenti umani di una delicatezza unica, soprattutto in coloro che la suonano.

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Ho scritto queste notizie, perchè la banda è fatta di molti avvenimenti, lieti e meno lieti, e molti dei lettori non le conoscono in quanto, beati loro, sono giovani e non le hanno vissute, e mi riferisco anche ai suonatori,  e molti, forse, le hanno dimenticate.

Se non le avessi scritte, sarebbero andate perse.

E’ troppo lungo il pezzo? abbiate pazienza, ma i ricordi sono come le ciliegie: uno attira l’altro, quando la memoria funziona. Mi sono permesso di ricordare anche avvenimenti forse spiacevoli, citando i protagonisti, essendo passato tanto tempo e non essendo più in vita  i protagonisti. Anche questi fanno parte della vita della nostra gloriosa  “Müsico”, con la emme maiuscola, a cui faccio tanti auguri, come antico suonatore, anche se non compaio mai nelle foto.

Altre notizie ci sarebbero da riportare. Chi fosse curioso di conoscerle, può leggerle in parte  nel mio articolo, pubblicato sul libro che ha ricordato i 120 anni della Società Filarmonica, nel 1990, voluto dal presidente Antonino Caruso, altrimenti può far parlare il Céci, memoria storica de   la Müsico.

La storia completa e aggiornata del corpo musicale, la trovate nel sito  “Società Filarmonica- Talamona”.

 

Nota: (1) Il brano su Campo è tratto dal volume: Giulio Spini “Diario di un parroco di montagna” -Cooperativa editoriale Quaderni Valtellinesi – Sondrio- 2013. Stampa Lito Polaris Sondrio

 

 

 Guido Combi

 

CURIOSANDO – LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI

Chi fu il primo ad enunciare la teoria eliocentrica, a sostenere cioè che la Terra ruota intorno al Sole?

Fu Aristarco di Samo un brillante astronomo che visse e studiò ad Alessandria  d’Egitto tra il IV e il III secolo a.C. (dunque ben diciannove secoli circa prima di Niccolò Copernico e Galileo Galilei) del quale ci è pervenuta integralmente una sola opera, che riguarda le misurazioni con cui stimò, con un piccolo margine di errore, la distanza tra la Terra il Sole e la Luna. Per quanto riguarda l’opera che riporta la teoria eliocentrica essa è pervenuta solo attraverso citazioni di altri studiosi coevi e successivi.

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Aristarco di Samo ritratto in un dipinto seicentesco

 

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Terra, Luna e Sole durante una quadratura

 

Chi fu l’inventore della prima macchina a vapore della Storia?

Fu Erone di Alessandria brillante scienziato ed inventore (che, al pari di Archimede di Siracusa si può definire una sorta di Leonardo da Vinci dell’antichità) vissuto nel I secolo d. C. (dunque diciotto secoli prima di James Watt e della Rivoluzione industriale). La sua invenzione si chiamava Eliopilia (sfera di Eolo) conosciuta anche come motore di Erone. Si trattava di una sfera cava di rame alla quale erano collegati due tubi cui uno saldato alla sfera e l’altro staccabile per poter riempire la sfera di acqua. Una volta riempita la sfera l’acqua si riscaldava con una fiamma e produceva un moto opposto a quello dei getti di vapore prodotti dal riscaldamento stesso.

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Erone di Alessandria

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Ricostruzione dell’eliopilia di Erone

È vero che ai tempi di Colombo la gente credeva che la Terra fosse piatta?

Assolutamente no. Sin dall’antichità era ben chiaro che la terra avesse forma sferica sebbene a questa conoscenza mancassero alcune lacune (oggi ad esempio sappiamo che chi si trova nella parte sottostante della sfera terrestre non cade per effetto della forza di gravità, lo stesso effetto che ci fa percepire l’orizzonte rettilineo). Ci fu chi, addirittura, con metodi empirici, seppe calcolare, con un trascurabile margine di errore, la circonferenza della Terra. Si tratta di Eratostene di Cirene vissuto ad Alessandria nel III secolo a.C. il quale osservò che il giorno del solstizio d’estate la luce del sole riusciva a penetrare fino in fondo in un pozzo di Siene (l’attuale Assuan) e che nello stesso giorno l’ombra di un obelisco di Alessandria formava un angolo di 7° e 10’ tra la posizione dell’osservatore e quella del sole nel cielo. Partendo da questi dati e sapendo che le due città sorgono all’incirca sullo stesso meridiano, Eratostene stimò la distanza tra le due città e attraverso una serie di misurazioni più complesse (basate su una campagna di misurazioni del territorio egizio voluta dai funzionari regi per fini fiscali) riuscì a stimare con straordinaria precisione la circonferenza della Terra.

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Eratostene di Cirene

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La dimostrazione di Eratostene

Antonella Alemanni

Fonti:

Wikipedia

Atlante di storia dell’astronomia a cura di Luigi Viazzo Demetra editore   

MICHELANGELO. “O notte, o dolce tempo”

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo Buonarroti

Come può esser, ch’io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
c’ha me fosse più presso
o più di me potessi che poss’io?
O Dio, o Dio, O Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, AMORE,
c’al cor entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca:
e s’avvien che trabocchi?

Michelangelo Buonarroti, “Che cosa è,questo amore

La tomba di Michelangelo Buonarroti si trova all’inizio della navata destra della chiesa di Santa Croce, a Firenze,appena varcata la porta principale della Basilica. Il monumento funebre fu progettato da Giorgio Vasari, amico e collaboratore di Michelangelo e autore della sua biografia nelle celebri Vite. 

La tomba di Michelangelo,Basilica di Santa Croce, Firenze

La tomba di Michelangelo,Basilica di Santa Croce, Firenze

Il busto è opera di Battista Lorenzi che scolpì anche la statua allegorica della Pittura, fiancheggiata dalla Scultura di Valerio Cioli e dall’ Architettura di Giovanni Dell’Opera.

L’affresco con la Pietà fu eseguito da Giovanni Battista Naldini.

Michelangelo Buonarroti era morto a Roma il 18 febbraio 1564, all’età di 89 anni. Il 20 febbraio 1564, il corpo di Michelangelo viene deposto nella Chiesa dei Santi Apostoli a Roma. Lionardo, il nipote organizza il trasporto della salma a Firenze, ma temendo di poter essere ostacolato,nasconde il corpo di Michelangelo in un rotolo di panni e lo carica su un barroccio con altra mercanzia così la salma dell’artista arriverà a Firenze tre settimane dopo, il 10 marzo 1564. Il corpo viene depositato nella compagnia dell’ Assunta, dietro San Pier Maggiore e due giorni dopo viene trasportato in Santa Croce ,di notte, dagli artisti dell’ Accademia, in mezzo ad una folla immensa, al lume delle torce. Il 14 luglio 1564, dopo numerosi rinvii, si svolgono nella Chiesa di San Lorenzo i funerali di Michelangelo dopo di che il corpo del grande artista fu collocato nella sua tomba in Santa Croce, dove tutt’ora riposa.

Lapide tomba di Michelangelo

Lapide tomba di Michelangelo

Michelangelo giace significativamente accanto al cenotafio di Dante, morto in esilio nel 1321 e sepolto a Ravenna. Lo scultore fu un grande ammiratore del sommo poeta, al punto di dedicargli due dei suoi sonetti e di aver pensato di progettare un monumento alla sua memoria.

O Notte, o dolce tempo, benchè nero, 
con pace ogn’opra sempre al fin assalta, 
ben vede e ben intende chi t’esalta, 
e chi t’onora ha l’intelletto intero. 
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero, 
che l’umid’ ombra e ogni quet’appalta, 
e dell’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti ov’ire spero. 
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria all’alma, al cor nemica, 
ultimo degli afflitti e buon rimedio, 
tu rendi sana nostra carn’ inferma, 
rasciugh’ i pianti e posi ogni fatica
e furi a chi ben vive ogni ira e tedio…

Michelangelo Buonarroti “O notte, o dolce tempo”

“Natura non soddisfa più dopo di lui, non potendola vedere con gli occhi grandi come i suoi”

                                                                                                                                                               J.W.von Goethe

Marta Francesca Spini, studentessa,Scuola Secondaria di Primo Grado

ADORAZIONE dei MAGI

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Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi, 1481-1482, olio su tavola,Galleria degli Uffizi, Firenze.

Nel 1481 i monaci di San Donato a Scopeto commissionarono a Leonardo un’Adorazione dei Magi da completare in giro di due anni. Leonardo studiò approfonditamente la composizione, lasciando vari disegni preparatori: uno della composizione generale, dove compare anche la capannuccia, conservato al Cabinet des Dessins del Louvre, uno dello sfondo, al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi e vari studi riconducibili alla zuffa di cavalli o alla posizione della Madonna e del Bambino.

Studio per l'Adorazione dei Magi, Cabinet des Dessins

Studio per l’Adorazione dei Magi, Cabinet des Dessins, Louvre

Studio per lo sfondo dell'Adorazione dei Magi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe

Studio per lo sfondo dell’Adorazione dei Magi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe,Uffizi

Nell’estate del 1482, l’artista partiva per Milano, lasciando l’opera incompiuta. Quindici anni dopo, certi ormai dell’inadempienza di Leonardo, i religiosi si rivolsero a Filippino Lippi per ottenere una pala di analogo soggetto, pure agli Uffizi.

L’Adorazione di Leonardo nel frattempo era rimasta allo stato di abbozzo in casa Amerigo de’Benci, il padre di Ginevra de’Benci della quale Leonardo dipinse un famoso ritratto. Nel 1601 si trovava nelle raccolte di do Antonio de’Medici, e dopo la morte di suo figlio Giulio, nel 1670 approdò alle Gallerie fiorentine.

La tavola di Leonardo, rimasta allo stato di monocromo, è quasi illeggibile per le vernici stese nei secoli. Da recenti indagini su un disegno preparatorio, un tempo appeso in Galleria come un quadro, si deduce un impianto prospettico complesso: un grandioso scenario composto da più episodi concatenati grazie a una sorta di moto continuo; un azione avvolgente popolata di uomini e animali che dovevano offrire di gruppo in gruppo quasi l’illusione d’una metamorfosi figurativa, densa anche di significati simbolici. Le rovine sul fondo, ad esempio, possono alludere alla caduta del paganesimo per l’avvento di Cristo.

Il tema dell'”Adorazione dei Magi” fu uno dei più frequenti nell’arte fiorentina del XV secolo, poiché permetteva di inserire episodi marginali e personaggi che celebravano il fasto dei committenti. Leonardo riusci a rivoluzionare il tema tradizionale sia nell’iconografia che nell’impostazione compositiva. Innanzitutto, come in altre sue famose opere, decise di centrare l’episodio in un momento ben preciso, ricercandone il più profondo senso religioso, cioè nel momento in cui il Bambino, facendo un gesto di benedizione, rileva la Sua natura divina agli astanti quale portatore di Salvezza, secondo il significato originario del termine “epifania”(manifestazione).

L’effetto è quello di uno sconvolgimento interiore di fronte al manifestarsi della divinità.

                                                                                                                                                                                                                                  Lucica

In Galleria nel 1670 dalla collezione di Antonio e Giulio de’ Medici, poi trasferita a Castello, torna agli Uffizi nel 1794.

SCULTURA NEL RINASCIMENTO – LA “PIETA'”

 

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Realizzata da Michelangelo alla fine dell’Quattrocento durante il suo primo soggiorno romano, la Pietà vaticana è una delle prime sculture dell’artista fiorentino. Gli fu commissionata dal colto cardinale francese Bilhères de Lagraulas, ambasciatore di Carlo VIII  e fu realizzata su modello dei dipinti e delle statue nordiche di medesimo soggetto.

Lo scultore crea un’opera di medie dimensioni e carica di eleganza, pathos e drammaticità sussurrata. La Madonna, coperta da un’ampia e drappeggiata veste e con le fattezze di una giovane donna che non ha conosciuto il peccato, tiene sulle ginocchia con dolcezza e rassegnazione il corpo senza vita del Figlio. Cristo, cinto in vita da un semplice velo, esprime attraverso il volto contratto e le membra abbandonate tutto il dolore e lo strazio di chi invece si è fatto carico delle brutture del mondo intero.

La Pietà, dettaglio con il volto di Cristo.

La Pietà, dettaglio con il volto di Cristo.

Il gruppo scultoreo, di forma piramidale, è realizzato con una perfezione tecnica e un’eleganza formale propri di Michelangelo e mostra una bellezza quasi ideale nei volti. I corpi sono modellati morbidamente e carichi di grazia e armonia, mentre i visi sono delicati e scolpiti finemente. 

La Pietà, dettaglio con il volto della Madonna.

La Pietà, dettaglio con il volto della Madonna.

 

C’è un’estrema compostezza nei gesti e nelle espressioni che conferisce solennità alla scena. Il dolore di una madre per la perdita del figlio, che qui si carica di valore universale, non è urlato né esibito con violenza, ma è trattenuto e racchiuso nell’infinita dolcezza e accettazione con cui la Madonna sorregge Cristo, ma questo gesto rende la sofferenza ancora più straziante.

La materia è levigata con estrema cura, tanto da dare alla superficie un aspetto lucido e quasi trasparente.L’opera è stata firmata  dall’artista per evitare false attribuzioni: sul busto della Madonna si legge infatti la dichiarazione orgogliosa: Michaelangelus Bonarotus florent(inus) faciebat. 

Inizialmente destinata dal suo committente alla chiesa di Santa Petronilla, la Pietà è oggi una delle maggiori attrattive della Basilica di San Pietro in Vaticano.

 

                                                                                                                                                                                                                                            Lucica

 

 

fonte: Guida alla Basilica di San Pietro, Città del Vaticano