PIERRE AUGUSTE RENOIR

 

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Pierre-Auguste Renoir (Limoges, 25 febbraio 1841 — Cagnes-sur-Mer, 3 dicembre 1919) è stato un pittore francese, tra i massimi esponenti dell’Impressionismo. Artista prolifico, Renoir ha eseguito in tutto oltre mille dipinti. Il suo stile, caldo e sensuale, ha permesso alle sue opere di essere tra quelle più note e frequentemente riprodotte nella storia dell’arte

Dopo il viaggio in Italia , soprattutto dopo essere stato annichilito dalla pittura di Raffaello e dai dipinti di Pompei,dall’arte di Venezia,dove dipinge due vedute di piazza San Marco,Renoir sente una esigenza di cambiamento , una sorta di sensazione di inadeguatezza della pittura impressionista.L’esigenza,appunto,di tornare alla pittura classica. Le nature morte, i nudi e i paesaggi rurali, verranno d’ora in poi trattati con semplicita’, la ricerca della luce diventa adesso ricerca dell’essenza delle cose,un ritorno alla primordialità.Renoir e Monet possono essere considerati i precursori dell’impressionismo. Il movimento impressionista e’ nato da un gruppo di amici anticonformisti ,ed ha avuto vita molto difficile nei salotti e nelle gallerie d’arte, dove non veniva accettato dagli artisti dell’epoca. Renoir dovette superare dei periodi di miseria economica,oltre che feroci critiche alla sua arte,ed in certi periodi riusci ad avere sostentamento solo grazie alla generosità di suoi amici,artisti anche loro.Nonostante tutto l’artista,pur essendo amante dei paesaggi, trovava sempre il modo di inserirvi delle figure umane, in particolar modo donne.L’idea di rappresentare la vita umana in tutte le sue forme era per lui quasi irrinunciabile.
Renoir ad un certo punto della sua vita inizia a soffrire di una gravissima forma di artrite,tanto che negli ultimi anni il pennello gli dovrà essere legato alla mano. Anche in questo caso le sue sofferenze personali non emergono nella sua arte, che anzi regala gioia, serenità ed idolatria della vita, soprattutto nel ritratto dei suoi tre figli. Anche il luogo in cui il maestro ha trascorso i suoi ultimi anni di vita ha avuto un ruolo fondamentale nella sua opera, tanto che suo figlio ,il grande regista Jean Renoir, ebbe a dire “Quella tra Canges-su-mer e Renoir è un’autentica storia d’amore e, come tutte le storie d’amore, è una storia che non conosce abbandoni”.

 

 

Lucica Bianchi

 

 

CARAVAGGIO- CENA DI EMMAUS

Due versioni a confronto
La prima tela, oggi conservata alla National Gallery di Londra, viene dipinta a Roma per il marchese Ciriaco Mattei nel 1601, quando Caravaggio è ormai considerato “il massimo pittore di Roma”; la seconda, oggi alla pinacoteca di Brera, viene realizzata nel 1606,nei feudi della famiglia Colonna a Paliano, nei pressi di Frosinone, dove Caravaggio aveva cercato protezione in seguito all’accusa di aver ucciso Ranuccio Tomassoni.
La scena, narrata dal Vangelo di Luca, si riferisce al momento in cui sulla via di Emmaus (un villaggio vicino a Gerusalemme) Cristo compare a due suoi discepoli (che non sanno della sua resurrezione) senza farsi riconoscere. Entrati in una locanda e sedutisi a tavola per rifocillarsi, i due apostoli riconoscono Gesù quando egli benedice il pane e lo spezza.
Nella prima esecuzione la luce illumina e definisce i gesti drammatici dei protagonisti e le loro vesti colorate.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1601-1602, olio su tela, National Gallery, Londra

Gesù ha i capelli lunghi e il volto senza barba, nella ripresa di un’antica tradizione iconografica paleocristiana che consente di esplicitare alcuni elementi di carattere teologico.Infatti Gesù, essendo risorto, appare in tutto il suo splendore di uomo realmente vivo ma nelle sembianze è diverso e per questo non subito riconosciuto dai discepoli.Egli è vestito di rosso con un mantello chiaro su una spalla, ha gli occhi socchiusi e le mani sono ferme nel gesto della benedizione del pane. I due commensali, vestiti da pellegrini, sono rappresentati nello sconvolgimento interiore conseguente al riconoscimento.La sorpresa è enorme. Il personaggio di spalle sembra scostare di scatto la sedia per lo spavento. Quello sulla destra allarga le braccia come meravigliato (ma forse anche a mimare la croce) per l’apparizione prodigiosa e con la mano sembra bucare la superficie del quadro; l’oste rimane impietrito.Nel dipinto sono presenti tanti simboli: sulla tavola, il pane e il vino sono simbolo del corpo e del sangue di Cristo e quindi del suo sacrificio. Il canestro colmo di frutti molto maturi è simbolo della fragilità dell’esistenza terrena; il tempo passa e inesorabilmente deteriora le cose, fa appassire le foglie dell’uva, spacca i fichi e la melagrana, intacca la buccia delle mele. La conchiglia che compare sul vestito del personaggio di destra è un simbolo di pellegrinaggio.

 

Nella seconda opera si nota una composizione simile, ma l’atmosfera appare più raccolta; la narrazione è più concisa, sfrondata di particolari e ciò dispone alla meditazione.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1606, olio su tela, Pinacoteca di Brera, Milano

Infatti, il discepolo che è di spalle manifesta di riconoscere Gesù in modo più intimo: non sembra mosso dallo stupore, ma, allargando le braccia, appare accennare una preghiera.L’improvvisa apparizione della presenza viva di Cristo viene sottolineata dalla luce che illumina la mensa, significativamente apparecchiata solo con il pane e il vino.Cristo questa volta è rappresentato con la barba, come definitivamente riconosciuto dai discepoli che finalmente lo vedono presente tra loro, riecheggiando le parole del Vangelo di Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero…”.

 

Lucica Bianchi

CHIESA DI SANTA MARIA PRESSO SAN SATIRO, MILANO

L’illusione è perfetta.

Si entra nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro, a Milano, e pare che, dietro l’altare, ci sia un grande spazio, un’abside regolare, ben completata da colonne e decorazioni.

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Invece no, non è così: ma l’illusione dura a lungo, e per accorgersi che si tratta solo di un’illusione ottica bisogna arrivare proprio vicino all’altare, quasi toccare con mano: dietro l’altare non si passa, c’è poco meno di un metro di spazio. Insomma, l’abside che vedete nelle foto nella realtà non esiste.
L’artefice di questa meraviglia prospettica è uno dei nostri più grandi architetti, Donato Bramante.
Come è intuibile, dietro a questo strano capolavoro c’è una necessità pratica: al momento di costruire la chiesa, la diocesi non ebbe i necessari permessi. Lo spazio ridotto, anzi annullato, avrebbe ormai richiesto un altro progetto oppure reso impossibile l’opera; Bramante invece accettò la sfida e riportò in scala le stesse misure che aveva previste in origine. E difatti la finta abside realizzata misura 97 centimetri invece dei 9 metri e 70 previsti nel disegno originale; e da questo impedimento Bramante è riuscito a trarre un capolavoro inaspettato.
San Satiro era il fratello di Sant’Ambrogio (339-397 circa), e quindi contemporaneo di Sant’Agostino. A lui fu dedicata la chiesa originaria, fatta costruire probabilmente su un luogo di culto preesistente dall’arcivescovo Ansperto da Biassono, che fu a capo della diocesi di Milano dall’anno 868 all’anno 882. Al vescovo Ansperto si devono grandi lavori, la costruzione di nuove chiese, interventi sulla basilica di Sant’Ambrogio e sulle mura romane, e anche la basilica di San Satiro.
Nel 1242 l’immagine devozionale della Madonna col Bambino, conservata da sempre nella basilica, venne profanata; le cronache raccontano di un giovane,Massazio di Vigonzone, che pugnalò il Bambino, e del sangue che sgorgò subito da quell’immagine. Nella chiesa è ancora conservato il pugnale di Massazio, e l’immagine miracolosa divenne meta di pellegrinaggi.

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Per onorare quest’immagine miracolosa, si decise, nel 1480, di costruire la nuova chiesa. L’incarico verrà affidato al Bramante, e la chiesa prenderà il nome di Santa Maria presso San Satiro, inglobando l’antica basilica. Al centro dell’altare c’è ancora oggi l’immagine miracolosa.

Lucica Bianchi

LAOCOONTE

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Agesandros, Athenodoros e Polydoros, Laocoonte, probabile copia marmorea eseguita tra il I sec.a.C. e I sec.d.C. di un originale bronzeo del 150 a.C.circa, 242cm altezza, Musei Vaticani, Roma.

Il gruppo del Laocoonte(ridotto in più frammenti e incompleto),fu ritrovato a Roma il 14 gennaio 1506 durante uno scavo nella vigna di un certo Felice de Fredis, presso la Domus Aurea di Nerone, e Michelangelo fu uno dei primi ad accorrere dopo la scoperta.

Plinio raccontava di aver visto una statua del Laocoonte nella casa dell’imperatore Tito,attribuendola ai tre scultori provenienti da Rodi:Agesandros, Athenodoros e Polydoros. Scrive Plinio:

Né poi è di molto la fama della maggior parte, opponendosi alla libertà di certuni fra le opere notevoli la quantità degli artisti, perché non uno riceve la gloria né diversi possono ugualmente essere citati, come nel Laoconte, che è nel palazzo dell’imperatore Tito, opera che è da anteporre a tutte le cose dell’arte sia per la pittura sia per la scultura. Da un solo blocco per decisione di comune accordo i sommi artisti Agesandros,Polydoros e Athenodoros  di Rodi fecero lui e i figli e i mirabili intrecci dei serpenti.
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXVI, 37)

Secondo le concezioni estetiche del tempo, il gruppo fu oggetto di un pesante restauro di ripristino: fu praticamente ricomposto reintegrando quasi tutte le parti mancanti con parti scolpite ex novo, in particolare quelle, quali il busto del padre, che risultavano indispensabili per ridare unità al complesso monumentale. Laocoonte, sacerdote troiano, cercò invano di convincere i suoi concittadini a non far entrare nella città di Troia il cavallo lasciato dai greci che avevano sciolto l’assedio alla città. Atena, che parteggiava per i greci, per evitare che il suo consiglio trovasse ascolto, fece uscire dal mare due serpenti marini i quali, nelle loro spire, soffocarono Laocoonte insieme ai suoi due figli.

Il gruppo scultoreo, attribuito ad Agesandros e ai suoi figli Athenodoros e Polydoros, appartiene alla produzione rodia, ma il suo stile è molto vicino alla scuola pergamenea. Il modellato risulta molto raffinato, e le figure hanno una impostazione, sia nella struttura fisica che nella posizione assunta, molto idealizzata. Tuttavia la complessità scenografica del monumento, nonché il contenuto di forte pathos, sono elementi che derivano sicuramente da una precisa influenza dello stile pergameneo su quello di Rodi. Ciò che infatti più sorprende di questo monumento, molto ammirato sia in età rinascimentale che in età neoclassica, è soprattutto la grande padronanza tecnica dello scultore, nel riuscire a controllare in maniera unitaria le numerose linee compositive, che danno al gruppo scultoreo una forte dinamicità, rispettando sia le esigenze formali che quelle narrative.

Presso la Pinacoteca Ambrosiana di Milano si conserva un calco in gesso del Laocoonte (M. Rossi-A. Rovetta, La Pinacoteca Ambrosiana, Electa, Milano 1977).

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Agesandros, Athenodoros e Polydoros, Laocoonte,marmo, XVI sec.,copia dell’originale realizzata da Leone Leoni,Pinacoteca Ambrosiana, Milano 

Il calco dell’Ambrosiana ha a sua volta una storia che coinvolge diversi personaggi. Un primo calco dall’originale era stata realizzata dal Primaticcio tra il 1540 e il 1545 per la dimora di Francesco I a Fontainbleau. Successivamente, il calco è stato recuperato e replicato dallo scultore Leone Leoni durante una delle sue peregrinazioni europee al servizio dell’imperatore Carlo V e della sua famiglia e fatto poi giungere a Milano nella propria dimora, nota come casa degli Omenoni (nell’attuale via omonima). Nel 1674 il calco del Laocoonte è stato donato all’Ambrosiana da Bartolomeo Calchi,divenuto proprietario della casa del Leoni.

Il tema del Laocoonte era molto caro a Federico Borromeo, fondatore dell’Ambrosiana, che lo aveva già citato nel De pictura sacra (1624) come modello per la resa dei sentimenti.
L’effetto di questa scultura sulla cultura cinquecentesca è stato grandissimo. Addirittura si sostiene che la figura del Laocoonte abbia rappresentato un termine post quem per l’arte del tempo. Il suo fisico da culturista avrebbe influenzato molte rappresentazioni del Cristo, sia crocifisso che in Pietà, per cui sarebbero da datare dopo il 1506 quelle in cui egli appare particolarmente muscoloso.
Così si esprime, ad esempio, Francesco Rossi a proposito di una placchetta in bronzo raffigurante la Pietà, attribuita al Moderno(Galeazzo Mandella): “…il possente modellato del corpo del Cristo risente di modelli classicistici ben più moderni che Lewis identifica nel Laocoonte, scoperto a Roma nel 1506” (F. Rossi, a cura di, Placchette e rilievi di bronzo nell’età di Mantegna, Skirà, Milano 2006).

Lucica Bianchi

LA PACE DI CHIAVENNA

 

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La Pace di Chiavenna è un manufatto di oreficeria medievale. Si trova nel Museo del Tesoro di Chiavenna, Sondrio.Questo manufatto costituisce la copertina di un Vangelo, di cui le pagine non sono mai state trovate, ed è chiamato Pace perché era usato come simbolo liturgico nella Messa nel momento del ringraziamento. Una campagna di ricerche di avanguardia, che ha coniugato intervento di restauro, indagini diagnostiche e ricerche storiche e artistiche, si è proposta di formulare all’opera nuove domande e di svelarne almeno in parte i segreti che ancora gelosamente custodisce.

 

La Pace di Chiavenna rappresenta un oggetto complesso ed affascinante. Esemplare di qualità eccezionale dell’arte orafa dei secoli passati, trae la sua denominazione corrente di “Pace di Chiavenna” dall’uso liturgico cui è stato convertito in età moderna, venendo offerto al bacio dei fedeli al momento dello scambio della pace. La tipologia dell’oggetto, però, e più ancora il raffinatissimo programma iconografico, non lasciano adito a dubbi circa la sua destinazione originaria di piatto anteriore della legatura di un evangeliario o eventualmente coperchio della teca destinata a racchiuderlo.Non si è certi dell’identità del suo autore, forse un artista francese o tedesco del seguito del Barbarossa. In base agli apporti bizantini (sfondi verdi), renani e lombardi si è giunti a supporre che sia stata creata nell’area lombarda forse Pavia, intorno al XI secolo. Secondo la tradizione sarebbe stata donata a Chiavenna da un vescovo tedesco o francese, forse da Cristiano di Magonza che nel 1176 accompagnò il Barbarossa a Chiavenna per il drammatico incontro con Enrico il Leone.

 

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E’ composta di 25 lamine d’oro su tavola di noce, eleganti rabeschi, 16 smalti Cloisonneé, 17 rosoncini in filigrana con 94 perle e 97 gemme (tra cui alcuni cammei) e 4 bassorilievi a sbalzo con i simboli degli Evangelisti. Sulle placche ovali di smalto, al centro dei quattro lati, sono raffigurati in alto il Cristo Pantocratore, in basso la Visitazione, a sinistra l’Angelo e a destra la Madonna (l’Annunciazione). Al centro si trova uno scudo ovale con una croce greca gemmata in filigrana.

Lucica Bianchi

BASILICA DI SAN PIETRO, VATICANO

“L’abilità dell’Architetto si conosce principalmente in convertir i difetti del luogo in bellezza.” Gian Lorenzo Bernini

Quando Bernini affrontò la sistemazione complessiva dello snodo tra il nuovo san Pietro e la città, si trovò a dover conciliare diversi elementi architettonici (come la grande facciata della basilica), urbanistici (come l’asse alessandrino eccentrico rispetto alla facciata), funzionali (come la necessità di ampi portici per ricovero dei pellegrini) e liturgici (relativi alle rituali benedizioni papali). La soluzione di un tale problema non poteva non avere un grande impatto urbanistico.La prima soluzione elaborata nel 1656 da Bernini fu il progetto di una piazza trapezoidale chiusa tra facciate di palazzi porticati, la cui presenza rispondevano anche ai presupposti economici e funzionali enunciati dalla Congregazione della Fabbrica di San Pietro, che intendeva vendere o affittare botteghe e alloggi di prestigio affacciati sulla grande piazza.La soluzione viene comunque rapidamente scartata, probabilmente perché non sufficientemente monumentale e rappresentativa del ruolo liturgico della basilica destinata a diventare sempre di più il centro della cristianità.Così nel 1657 il primo progetto fu sostituito da un altro con porticati liberi di archi su colonne a formare un’ampia piazza ovale e poco dopo con colonnati architravati. Il portico, rispondeva anche all’esigenza liturgica della tradizionale processione del Corpus Domini, guidata dal papa attraverso le strade vicine del Borgo e protetta da grandi baldacchini. In più l’altezza del portico, senza ulteriori costruzioni soprastanti, non avrebbe impedito al popolo la veduta del palazzo residenza del papa e a lui di veder loro e di benedirli.Decisivo fu l’intervento di papa Alessandro VII Chigi che consente di superare le obiezioni relative ai possibili rientri finanziari legati alla possibilità di edificare edifici sui margini della piazza. Nel ripensare il progetto Bernini dovette comunque destreggiarsi tra il papa stesso e i prelati della Fabbrica, superando intrighi e opposizioni.

La Basilica di San Pietro, le cui dimensioni sono di circa 130 metri di altezza per una lunghezza di circa 190 metri con una superficie totale di più di 22000 metri quadri, contiene circa 20000 fedeli e racchiude alcune tra le maggiori opere d’arte al mondo oltre a 45 altari e 11 cappelle.

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Veduta della facciata della Basilica di San Pietro dall’inizio di Via della Conciliazione su Piazza San Pietro

La costruzione del primo edificio iniziò nel 320, per volere dell’imperatore Costantino, nel luogo ove si trovava la tomba dell’apostolo Pietro, crocifisso e giustiziato intorno al 60 d.C., e dove si apriva il Circo di Nerone.Questa chiesa paleocristiana, che presentava molte analogie con la Basilica di San Paolo Fuori le Mura era costituita da cinque navate divise da colonne e preceduta da un atrio quadriportico con la vasca per le abluzioni nel mezzo; in essa erano conservati alcuni affreschi di Giotto. Fu consacrata da Silvestro I nel 326 e terminata nel 349 e nel 1452 papa Niccolò V avviò lavori di ristrutturazione che vennero sospesi alla sua morte.Giulio II decise la ricostruzione totale della basilica, che si trovava, dopo più di mille anni, in una situazione di degrado totale; il pontefice affidò la direzione dei lavori a Donato Bramante che optò per un impianto a croce greca con cupola emisferica simile a quella del Pantheon. I lavori iniziarono il 18 aprile 1506 ma la morte di Giulio II nel 1513 seguita da quella del Bramante nel 1514 rallentarono fortemente fino ad arrivare alla loro sospensione. Successivamente l’opera si altalenò tra progetti a croce greca e latina con Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, fino a giungere a quello di Michelangelo che, pur rifacendosi alla concezione del Bramante, ne modificò il progetto ipotizzando un edificio più semplice, grazioso e slanciato, di dimensioni minori e coperto da una cupola completamente nuova che doveva costituire l’elemento predominante; la pianta venne prevista a croce, centrata su un ambulacro quadrato che portò ad una semplificazione dello spazio interno.

 

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Particolare dell’ingresso della Basilica di San Pietro

Michelangelo portò molto avanti i lavori che alla sua morte avvenuta nel 1564 furono conclusi da altri, la cupola per esempio venne terminata da Giacomo Della Porta.

Papa Paolo V però tornò all’idea della croce latina, per questo Carlo Maderno aggiunse un corpo longitudinale che andò a modificare radicalmente il progetto di Michelangelo; inoltre si occupò dell’aggiunta di tre cappelle per lato, portando in avanti le navate fino alla facciata attuale. La basilica venne consacrata nel 1626 da Urbano VIII.

La facciata è preceduta da una scalinata a tre ripiani realizzata da Gian Lorenzo Bernini con ai lati le colossali statue di San Paolo e San Pietro. Essa consta di una serie di colonne emergenti dalla massa muraria al di sopra delle quali si trova un cornicione nel quale è scolpito il nome del papa Paolo V. Tale ripartizione architettonica include, in basso un portico centrale e due arcate alle estremità e in alto nove balconi. Da quello centrale, che è il più grande, detto Loggia delle Benedizioni si affaccia il Papa per impartire ai fedeli riuniti sulla piazza le benedizioni solenni e viene annunciata l’elezione del pontefice.

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Veduta della facciata principale della Basilica di San Pietro da un lato di Piazza San Pietro

La facciata termina con un grande attico ripartito da lesene e coronato da una balaustrata su cui si profilano le 13 statue del Redentore, del Battista e degli apostoli, ad esclusione di S. Pietro; ai lati si trovano due orologi. Nel portico, costituito da cinque ingressi, si trovano a destra, dietro la porta che da accesso al vestibolo della Scala Regia, la statua equestre di Costantino; a sinistra la statua equestre di Carlo Magno; la volta è riccamente decorata di stucchi. La Porta Santa, che si apre soltanto negli anni giubilari, è l’ultima a destra ed è ornata da scene del Vecchio e Nuovo Testamento.

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Veduta della facciata della Basilica di San Pietro dalla Piazza San Pietro

La porta mediana ha grandiose imposte di bronzo.L’interno della basilica è di dimensioni imponenti e grandiose sia per le proporzioni eccezionali che per l’insieme degli elementi architettonici e decorativi che la compongono. La navata mediana si presenta con un solo ordine di altissime lesene corinzie abbinate e addossate a pilastri fra i quali si aprono le arcate di accesso alle navi minori e alle cappelle laterali. Sopra la trabeazione si incurva l’enorme volta a botte cassettonata. Lungo la linea assiale della navata sono segnate sul pavimento a partire dall’abside, le lunghezze delle più grandi chiese del mondo.La cupola è impostata su quattro grandiose arcate voltate su altrettanti piloni a sezione pentagonale. All’imposta della cupola si leva il tamburo sopra cui si incurva la calotta. Nelle quattro nicchie alla base dei pilastri della cupola si trovano altrettante statue. In posizione centrale si trova, secondo la tradizione, la tomba di San Pietro, posta sopra l’altare papale; quest’ultimo è coperto dal baldacchino di San Pietro, capolavoro in bronzo a pianta quadrata con un’altezza di 30 metri realizzato da Gian Lorenzo Bernini su incarico di Urbano VIII.Nella prima cappella della navata destra, chiamata di Santa Petronilla, dietro un cristallo di protezione, si trova la Pietà di Michelangelo, realizzata dall’artista quando era ancora molto giovane, in un unico blocco di marmo di Carrara.

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La Pietà di Michelangelo, custodita all’interno della Basilica di San Pietro

Nell’abside, fra le due grandi lesene, è collocata la scenografica cattedra di S. Pietro del Bernini (che racchiude la cattedra in legno che la tradizione vuole appartenuta a San Pietro).

 

(Galleria fotografica interno Basilica di San Pietro, Vaticano)

 

La Cupola della Basilica di San Pietro, alta circa 120 metri fino alla lanterna e con un diametro di 42 metri, fu ideata da Michelangelo su modello di quella di Brunelleschi di Santa Maria in Fiore a Firenze.

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Particolare della Cupola della Basilica di San Pietro da Piazza San Pietro

L’artista, prima della morte, ne diresse la costruzione di tutta la parte basamentale fino al tamburo; la calotta venne innalzata nel 1590, sotto il pontificato di Sisto V, da Giacomo Della Porta aiutato da Domenico Fontana, per la sua realizzazione ci vollero 22 mesi tra il 1588 e il 1589, per la realizzazione della lanterna cuspidata furono necessari altri sette mesi.Il basamento è suddiviso da 16 contrafforti, con colonne binate di ordine corinzio, tra i quali si aprono i finestroni rettangolari a timpano alternativamente curvilineo e triangolare, dall’attico del tamburo si slancia la calotta a doppio guscio che al tempo di Clemente VIII era ricoperta di lastre di piombo, essa è suddivisa in sedici spicchi con tre ordini di finestre con ricche cornici; la lanterna, ritmata da coppie di colonne, termina con una copertura cuspidata. Ai lati emergono due cupole minori puramente decorative, sormontanti le cappelle Gregoriana e Clementina.

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Particolare della Cupola della Basilica di San Pientro da Piazza San Pietro

All’uscita, sul fianco destro della chiesa, si trova l’ascensore, per la salita alla cupola, che arriva alla copertura a terrazza dalla quale si ha una veduta panoramica della città. Una scala di 330 gradini conduce nel tamburo della cupola.

 

Lucica Bianchi

LA CHIESA DI SANT’IVO ALLA SAPIENZA, ROMA

 

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Nel 1640 il Borromini innalzò la stravagante cupola (sulla quale in 32 anni caddero 4 fulmini) sulla piccola chiesa dei SS. Leone, Ivo e Pantaleo, che dal 1870 fu adibita ad altri usi, e ai nostri giorni è stata riaperta al culto. Nel mezzo del cortile è il monumento agli studenti caduti nella prima guerra mondiale, del Cataldi.Entrando dall’ingresso aperto nell’austera facciata sul Corso, si accede al bel cortile, su due ordini di arcate; nella parete di fondo, la splendida chiesa di Sant’Ivo, che il Borromini costruì a partire dal 1642. Sulla facciata concava, già esistente, il Borromini aggiunse l’attico, sopra cui si innalza il tiburio polilobato della cupola; gli attacchi tra tiburio e attico sono coperti da tamburi sovrastati dallo stemma Chigi (sotto Alessandro VII Chigi la chiesa fu completata, intorno al 1660), i monti e la stella.Sopra si innalza la calotta gradinata, poi la lanterna, e infine, tra fiaccole di travertino, la celebre chiocciola, o spirale, riccamente decorata a stucchi, che termina in una fiamma, sopra la quale, in ferro battuto, una tiara, il globo e la croce.È la chiesa dell’archiginnasio romano detto la Sapienza. Fino a Leone X l’archiginnasio non ebbe cappella, fungendo a tal uso la vicina chiesa di s. Eustachio. Leone X con bolla dell’anno 1514 ne ordinò la fabbrica: da principio fu eretta una cappella provvisoria in un’antica scuola dal lato sinistro della porta principale d’ingresso, la quale fu dedicata ai ss. Leone papa e Fortunato martire. Il papa la provvide di cappellania, fondandovi una prepositura, che dichiarò dignità del clero romano. Vi si doveva celebrare la messa in tutti i giorni di scuola in primo crepuscolo. Gregorio XIII demolì quella cappella obbligando i cappellani di adempiere il loro officio nella vicina chiesa di s. Giacomo degli Spagnuoli. Nel 1594 uno dei suddetti cappellani domandò la ripristinazione della cappella, e sembra che fosse soddisfatta la domanda, come risulta dalla relazione della visita fatta nel 1627. Finalmente il collegio degli avvocati concistoriali assunse l’impegno di fare edificare una cappella stabile entro il recinto dell’archiginnasio. La fabbrica fu cominciata nel 1642, e nell’archivio dell’Università si conserva il documento in cui si legge che “il signor cav. Bernini ha fatto sapere da parte del signor cardinal Barberini padrone, d’aver fatto deputare dal popolo romano per architetto della Sapienza l’illo signor Borromino nipote del signo Carlo Maderni ecc.” A questo fu commesso infatti il disegno della nuova chiesa che fu compiuta nel 1660.

 

Lucica Bianchi

FESTE POPOLARI E TRADIZIONI RELIGIOSE – LE LUMINARIE DI DISO

 

La Festa patronale dedicata ai Santi Filippo e Giacomo è uno spettacolare esempio di devozione dei fedeli nei confronti dei propri Santi Patroni.Ogni anno, il 1° maggio Diso, un piccolo paesino dell’entroterra sud salentino, situato nei pressi di Castro, offre uno spettacolo di riti sacri e profani in grado di stupire e carpire l’interesse degli adulti così come quello dei più piccoli.Storicamente la cittadina è legata ai Santi Patroni e ad essi devota. Sebbene già a partire dal 1889 a livello internazionale è stato stabilito che il 1° maggio è la giornata dedicata alla festa del lavoro e pertanto questo rappresenta un giorno di festa nazionale e internazionale, la devozione degli abitanti di Diso non ha vacillato nemmeno per un istante e mentre tutta la comunità festeggia il lavoro e i lavoratori, a Diso si festeggiano i Santi Patroni.
Probabilmente anche per evitare l’accavallarsi di festività importanti e di origine diversa, con il passare del tempo, le celebrazioni liturgiche in onore dei due Santi Patroni hanno subito delle variazioni, essendo state spostate dapprima all’11 maggio e poi definitivamente al 3 maggio. Ciò nonostante gli abitanti più devoti e fedeli considerano ancora il 1° maggio festa patronale, così come comanda la tradizione.Le tradizioni popolari locali testimoniano un forte attaccamento della popolazione ai Santi e ai personaggi sacri, soprattutto ai Santi Patroni.I Santi Patroni hanno sempre rappresentato un valido interlocutore diretto per il popolo sofferente e per il contadino che a volte chiedeva la grazia per un ricco raccolto, altre volte chiedeva semplicemente che la salute accompagnasse lui e la sua famiglia nel corso degli anni. E così le mogli chiedevano un matrimonio ricco di prole, i mariti la capacità di sostentamento della numerosa famiglia e se veniva qualche carestia in ogni caso ci si votava ai Santi per ottenere la grazia.In un’epoca in cui anche la routine era assai difficoltosa e tutt’altro che goliardica, i cittadini offrivano ai Santi quanto più possibile, garantendo, quanto meno, dei ricchi festeggiamenti durante la ricorrenza. Ciò non deve stupire perché, in fondo, questi fastosi festeggiamenti altro non rappresentano che la ovvia evoluzione dei sacrifici offerti agli dei in epoca arcaica.Ma se tutto ciò non stupisce, certamente lascia attoniti la caparbietà dei Disini e la loro voglia di continuare la tradizione, offrendo ai Santi Patroni Filippo e Giacomo dei festeggiamenti che probabilmente sono tra i più ricchi nel territorio regionale.Luminarie, spettacoli pirotecnici e concerti bandistici animano le serate della primavera disina, in onore di festeggiamenti che, tra cerimonie sacre e riti profani, partono addirittura dalla seconda metà di aprile. A partire dal 21 aprile, infatti, le statue dei Santi vengono esposte per l’adorazione ma solo il 3 maggio, a conclusione del periodo loro dedicato, le statue verranno portate in processione e i festeggiamenti culmineranno in uno spettacolo inenarrabile.L’intero paese si trasforma in un palcoscenico, allestito grazie ai fedeli che si riuniscono in comitato e si occupano dell’organizzazione dei festeggiamenti durante tutto il corso dell’anno.

Lucica Bianchi

 

I TESORI ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

“Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.”
                                                                                                                                                    Norberto Bobbio (filosofo e storico contemporaneo)
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Dalla storia alla musica, dalla letteratura all’arte, dalla filosofia alla religione,la cultura divenne un patrimonio di tutti, un tesoro da custodire e condividere, apprezzare e valorizzare.

                                                                                     I Tesori alla fine dell’arcobaleno
La caratteristica che distingue la cultura è una sola e indubitabile: il contagio. Non sarà un’opera d’arte se non suscita nell’uomo quel sentimento, completamente differente dagli altri, di gioia nell’unione spirituale con un altro (l’autore) e con altri ancora (gli ascoltatori o spettatori) che contemplano la stessa opera d’arte.Il compito della cultura è immenso:con l’aiuto della scienza e sotto la guida della religione, deve fare in modo che quella convivenza pacifica degli uomini che ora viene mantenuta con mezzi esterni – tribunali, polizia, istituzioni benefiche, ispezioni del lavoro, eccetera – sia ottenuta mediante la libera e gioiosa attività della gente. La cultura deve sopprimere la violenza.
La cultura, in tutte le sue più variate manifestazioni, deve fare in modo che i sentimenti di fraternità e amore per il prossimo, oggi accessibili solamente agli uomini migliori della società, diventino sentimenti abituali, istintivi in tutti.La destinazione della cultura del nostro tempo è di tradurre dalla sfera della ragione alla sfera del sentimento la verità che il bene della gente è nell’unione e di instaurare in luogo della violenza attuale quel regno di Dio, cioè quell’amore che si presenta a noi tutti come fine supremo della vita dell’umanità.

STORIA DELLA PINACOTECA AMBROSIANA

Caravaggio, La canestra di frutta, Pinacoteca Ambrosiana Milano

Caravaggio, La canestra di frutta, Pinacoteca Ambrosiana Milano

 

Ideata fin dal 1607 e costituita nel 1618, doveva servire, nell’intenzione del fondatore Federico Borromeo, di sussidio e di modello a una futura Accademia di belle arti per la formazione e l’educazione del gusto estetico, in conformità ai dettami del Concilio di Trento.

L’Accademia fu difatti istituita nel 1621, e primo presidente fu il pittore Giovan Battista Crespi detto il Cerano. La nuova istituzione, agli inizi, ebbe vita fiorente: vi aderirono architetti, pittori e scultori insigni, quali il Biffi, il Mangone, il Procaccini, il Morazzone, Daniele Crespi, il Nebbia; ma più tardi decadde, finché, nel 1776, cessò di esistere.
Rimase, però, e si sviluppò sempre di più la Quadreria, che lo stesso cardinale Federico aveva descritto nel volume il Musaeum del 1625, e che annoverava già opere di Raffaello, Leonardo, Luini, Tiziano, Caravaggio, Brueghel, il meglio dell’intera raccolta tuttora esistente. All’epoca della donazione del 1618, si contavano circa 250 dipinti tra originali e copie (una trentina); ora si contano più di 1.500 opere su tavola, su tela e su rame. Fanno parte di questa collezione: la Galleria Resta, o galleria portatile, cosiddetta perché riunita in un volume di grande formato e comprendente 248 disegni di vari maestri con alla testa Raffaello; il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci con i suoi 1750 disegni di carattere tecnico-scientifico e il grande cartone di Raffaello raffigurante la Scuola d’Atene (m 8,04 x 2,85), acquistato dal cardinale Federico per l’Accademia, che presenta alcune piccole varianti rispetto all’affresco vaticano della Stanza della Segnatura.

Tra i dipinti più famosi della Pinacoteca Ambrosiana vanno segnalati: il Musico di Leonardo, la Canestra di frutta di Caravaggio, il Ritratto di dama di Giovanni Ambrogio De Predis, la Madonna del padiglione di Botticelli, il Presepe di Barocci, l’Adorazione dei magi di Tiziano, la Sacra Famiglia di Bernardino Luini, il Fuoco e l’Acqua di Brueghel.

Unito alla Pinacoteca è anche il Museo Settala, uno fra i primi d’Italia, fondato dal canonico Manfredo Settala (1600-1680), ed entrato all’Ambrosiana nel 1751. È una specie di museo di storia delle scienze con varie curiosità di ogni tempo.

Nel corso del ‘900 la Pinacoteca ha subito una serie di ristrutturazioni dovute essenzialmente agli ampliamenti dell’edificio e al danno inferto dai bombardamenti del 1943. Si ricordano, quindi, i lavori del 1905-1906, eseguiti sotto la direzione di Luca Beltrami, Antonio Grandi e Luigi Cavenaghi; quelli degli anni 1932-1938, sotto la guida di Ambrogio Annoni; il riassestamento del 1963 curato dall’architetto Luigi Caccia Dominioni per finire con l’attuale riordino compiuto negli anni 1990-1997.

 

In questa sezione si succedono in ebook singoli passi tratti da varie fonti.
Solo un criterio presiede alla scelta dei passi:
riproporre solo quelli che contengono argomenti
ricollegabili intuitivamente ad elementi rilevanti temporaneamente in Sito.

  1. Biagio Guenzati, Vita di Federigo Borromeo, a cura di  Marina Bonomelli