VIAGGIO NEL MONDO DELLA POESIA

“Solo la poesia ispira poesia”
Ralph Waldo Emerson

 

 

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Pio Fedi (1870 – 1883),Libertà della Poesia

La poesia è nata prima della scrittura: le prime forme di poesia erano orali, come l’antichissimo canto a batocco dei contadini e i racconti dei cantastorie. Nei paesi anglosassoni la trasmissione orale della poesia era molto forte e lo è ancor oggi. Successivamente fu accompagnata dalla lira, strumento musicale utilizzato a quell’epoca. Nell’età romana la poesia si basava sull’alternanza tra sillabe lunghe e sillabe brevi: il metro più diffuso era l’esametro. Essa doveva essere letta scandendola rigorosamente a tempo. Dopo l’XI secolo il volgare, da dialetto parlato dai ceti popolari viene innalzato a dignità di lingua letteraria, accompagnando lo sviluppo di nuove forme di poesia. In Italia la poesia, nel periodo di Dante e Petrarca si afferma come mezzo di intrattenimento letterario e assume forma prevalentemente scritta: Intorno alla fine del quattrocento prese piede anche la poesia burlesca.Nel XIX secolo, con la nascita del concetto dell’arte per l’arte, la poesia si libera progressivamente dai vecchi moduli e compaiono sempre più frequentemente componimenti in versi sciolti, cioè che non seguono nessuno schema particolare e spesso non hanno nemmeno una rima.Via via che la poesia si evolve, si libera da schemi obbligati per poi diventare forma pura d’espressione.Dunque,la poesia è una forma di espressione che si fonda sulle dimensioni musicali del linguaggio – ritmi, accenti, sonorità – per trasmettere contenuti ed evocare suggestioni ed emozioni.
Il linguaggio poetico, sia nelle sue forme codificate da secoli sia in quelle più libere, è in grado di cogliere e di dare voce a esigenze profonde dell’uomo, mescolando in modo indissolubile scrittura, senso del ritmo, musicalità della parola e rivelazione di particolari significati.
Con grande piacere annuncio che da oggi, il giornale I Tesori alla fine dell’arcobaleno apre una rubrica dedicata alla sublime arte della Poesia.

Lucica Bianchi

Cos’è la poesia?
dici mentre fissi nei miei occhi
l’azzurro dei tuoi occhi;
cos’è la poesia?


Da rime di Gustavo Adolfo Bécquer.

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Prima di intraprendere il nostro difficile ed insidioso percorso nel misterioso mondo della poesia; chiediamo aiuto ad un dizionario di lingua italiana: in senso generale: “arte e tecnica dell’esprimere in versi una determinata visione del mondo”.
Dalla etimologia della parola: dal latino poesis a sua volta dal greco poiesis, nome d’azione di poiein che ha il significato di “fare”, “creare”. Per non disperderci troppo inizieremo inizieremo il nostro “viaggio” dall’era moderna, tralasciando ad un altra riflessione lo splendido universo della poesia greco-romana e medioevale.
Torquato Tasso diceva “essere la poesia materia probabile e non andar soggetta a regule invariabili, salve quelle poche generalissime che son quasi comuni a tutte le belle arti.”

 

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Sfogliando un vecchio manuale di poetica del 1856 di Giovanni Gherardini: “Chiamasi poeta chi possiede la facoltà di concepire l’idea del Bello e di renderlo sensibile ad altrui.
Quindi la poesia, considerata come produzione del poeta, altro non è che la manifestazione del Bello da esso lui concepito.
Il fine cui tende la poesia è di signoreggiare il cuore e la fantasia, ovvero l’una e l’altra insieme, rendendo sensibile ad altrui il Bello concepito dal poeta.
Il mezzo con cui la poesia ottiene questo fine è il diletto.
Così definita la poesia, si vede che ella regna su tutte le belle arti e che si può trovare in tutte le opere della parola, quindi è piaciuto a taluno, per contrapposto di chiamar ‘prosaiche’ quelle composizioni di qual arte si sia, senza fuoco, senza sangue, senz’anima che sono frutto dell’esperienza più presto che dell’intero sentimento.”

Per Francesco De Sanctis nei saggi critici “la poesia è la ragione messa in musica”.

 

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Gottfried Benn invece è araldo di una poesia “assoluta” che definisce “la poesia senza fede, la poesia senza speranza, la poesia non diretta ad alcuno, la poesia di parole che si instaura in maniera affascinante.”
Lacerare con le parole la propria essenza, l’impulso a esprimersi, a formulare, ad abbagliare, a scintillare sfidando ogni pericolo e senza curarsi dei risultati.
La poesia equivale per lui alla formulazione del nulla.

Benedetto Croce affrontò il problema generale della poesia, definendola in un primo tempo intuizione pura , cioè priva di ogni finalità pratica, rifacendosi alla definizione datane da Paul Valery nel 1924:
“Dico poesia pura nel senso in cui il fisico parla dell’acqua pura… L’inconveniente di questo termine è di far pensare a una purezza morale che non c’entra affatto, dato che l’idea di poesia pura è per me al contrario un’idea essenzialmente analitica.
La poesia pura è insomma una finzione dedotta dall’osservazione, che deve servirci a precisare la nostra idea sulla poesia in generale, e a guidarci nello studio così difficile e importante delle diverse e multiformi relazioni del linguaggio con gli effetti che esso produce sugli uomini.
Forse sarebbe meglio dire, al posto di ‘poesia pura’, ‘poesia assoluta’, e bisognerebbe intenderla allora nel senso di una ricerca degli effetti risultanti dalle relazioni delle parole, o piuttosto dalle relazioni delle risonanze delle parole tra di loro, ciò che suggerisce, insomma, un’esplorazione di tutto quel dominio della sensibilità che è dominato dal linguaggio.”

Suggestivo è anche il paragone che fa Valery paragonando il cammino dell’uomo alla prosa e la poesia alla danza.
In opposizione alla concezione positivistica, il Croce preferì poi mutare la prima definizione in quella diintuizione lirica agganciandosi alla concezione Romantica di Edgar Alan Poe, infine pervenne ad una terza definizione della poesia, che intese come intuizione cosmica, volendo dire che la poesia, pur essendo espressione di un sentimento individuale, contiene però un riflesso della vita universale nel quale ciascun uomo può riconoscersi.
E poiché i momenti in cui si verifica tale felice intuizione cosmica sono rari e improvvisi, compito del critico è appunto quello di individuarli e, quindi, di distinguerli anche nel corpo della stessa opera, per mettere in evidenza la “poesia” dalla “non poesia”, cioè dalla struttura che è funzionale alla manifestazione della poesia, ma non è essa stessa poesia.
Poesia è espressione del sentimento individuale del genio poetico.
Saggio e “azzeccato” è quell’aforismo crociano che dice che fino a 18 anni tutti scrivono poesie…dopo solo i poeti…e gli imbecilli.
Gli allievi e seguaci di Croce Luigi Russo, Natalino Sapegno, Walter Binni, Mario Sansone, affermarono la necessità di storicizzare l’indagine critica: essi, cioè, affermarono il principio che un critico può veramente intendere compiutamente un’opera di poesia solo se si cala nel mondo culturale e morale dell’autore.
Antonio Gramsci, Gaetano Trombatore, Carlo Salinari, ispirandosi alla critica marxista, affermarono che un’opera d’arte, compresa l’opera poetica, va, sì, studiata nella sua storicità, ma in rapporto non solo al mondo culturale e morale dell’autore, ma soprattutto alla sua collocazione nell’ambito della struttura economica della società del suo tempo e del suo ambiente con l’intento di distinguere gli autori che hanno lottato per l’emancipazione delle masse da quelli che si son posti al servizio delle classi dominanti.

 

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Solo con Giuseppe De Robertis nella critica stilistica (pur essa risalente all’insegnamento Crociano) l’opera è considerata in se stessa, al di fuori del tempo e dello spazio in cui fu concepita e realizzata. Appropriata in questa corrente di pensiero la definizione di G. Barberi-Squarotti per cui: “La lettura della poesia non è mai un atto razionale, ma un incontro quasi mistico col suo ritmo segreto, con la sua vita rarefatta.”
Per Franco Fortini nel parlare comune, ‘poesia’ significa due cose: “Per un verso è un discorso, o ragionamento, o comunicazione, in cui prevalgono elementi di ritmo, cadenze, ripetizioni, immagini che alterano i significati immediati delle parole e che gli conferiscono anche significati interiori.
Poi c’è un altro significato: quando noi diciamo: ‘questa è poesia’, intendiamo dire qualcosa di elevato e di nobile, di rassicurante o di commovente o di rasserenante, di vivace, pungente, ecc.”

Per Pittau :“…La poesia è la comunicazione interpersonale di messaggi promossa dal poeta e recepita dai fruitori, attuata col linguaggio fonico o verbale e carica di valori estetici; e questi sono valori ritmici e musicali rispetto allo strumento linguistico adoperato, sono valori umani ed esistenziali rispetto al contenuto dei messaggi comunicati.”
Ma finora ci siamo occupati solo di critici e filosofi…e per dirla come Izet Sarajlic :

Perchè i critici di poesia non scrivono poesia
giacchè sanno tutto della poesia?
Sapessero forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.
I critici di poesia sono come i vecchi
Anch’essi sanno tutto dell’ amore.
Quello che non sanno fare è l’amore.
1982

– Da Qualcuno ha suonato – ed. Multimedia (2001)

 

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Senz’ altro più “illuminanti” e “emozionanti” sono le definizioni date alla Poesia dagli stessi dei poeti che più ci emozionano:

Poesia è malattiaFranz Kafka.

Cittadino tenete conto delle mie spese di viaggio
La poesia Tutta
La poesia è un viaggio nell’ignoto

Vladimir Majakovskij.

Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole
– dallo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi.

Poesia è lotta continua contro silenzio,esilio e inganno
– tratto da “Cos’è La Poesia – Sfide per giovani poeti” di Lawrence Ferlinghetti – ed.Oscar Mondadori, un’opera che sicuramente ci dà la percezione della natura sfuggente e misteriosa della poesia…

Cos’è la poesia?
dici mentre fissi nei miei occhi
l’azzurro dei tuoi occhi;
cos’è la poesia?
E tu me lo domandi?
Poesia… sei tu.

– da Rime di Gustavo Adolfo Bécquer

Se poetando io potessi penetrare nel mio petto afferrare il mio pensiero e con le mani deporle nel tuo, senz’altre aggiunte:
allora, per confessare la verità, sarebbe esaudita tutta l’esigenza dell’anima mia.

– da Heinrich von Kleist .

Un volume di versi non è altro che una successione di esercizi magici.
– da Jorge L. Borges.

Sulla poesia, io direi adesso che è, credo, il sacrificio in cui le parole son le vittime
Georges Bataille.

La poesia non è fatta per nessuno, non per altri e nemmeno per chi la scrive
Eugenio Montale

Certo che potremmo continuare all’infinito senza riuscire ad avere una risposta esauriente alla nostra domanda, avendo solo delle percezioni, essendo la poesia tutto e il contrario di tutto.
Per cui terminerò il nostro breve e insidioso viaggio associandoci a ai versi di Wislawa Szymborska:

AD ALCUNI PIACE LA POESIA
Ad alcuni- cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi, ce ne saranno forse due su mille.
Piace – ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa, piace averla vinta, piace accarezzare un cane.
La poesia – ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so
e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano…

 

articolo tratto dal : http://lnx.whipart.it/letteratura/3622/poesia-antonio-colecchia.html

SCINTILLE

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PREFAZIONE

a cura di Teresa Radesca

          “Scintille” è il titolo della raccolta di poesie con cui Pascale Fabio Salvatore esordisce nel panorama della letteratura italiana contemporanea. La sua poesia nasce, infatti, come una scintilla, una fulminazione, improvvisa ed ineludibile; il titolo, dunque, allude alla folgorazione ed al suo effetto, il bagliore rischiarante di cui i versi sono portatori una volta fuoriusciti dall’animo del poeta.

Le sue faville sono distribuite in due sezioni dell’opera, “Scintille” si compone, infatti, di due parti, la prima dal titolo “La mia anima è come il vento”, la seconda dal titolo “Riflessioni”. Come testimoniano i titoli, si passa da una poesia più fluttuante ed istantanea ad una più meditata ed assorta, pur senza rinunciare alle sue peculiarità; gli interrogativi che nascono dalla riflessione si placheranno in un animo più consapevole. Pur amando i grandi autori classici ed ispirandosi ad essi a livello semantico, il Dott. Pascale crea una lirica che non segue le forme metriche tradizionali, liberi sono i versi, così come libere sono le rime che, seppur molto frequenti, non seguono uno schema fisso. I componimenti spesso presentano pochi versi molto incisivi, la penna è uno scalpello che incide le parole come un marchio nell’anima. A volte le poesie risultano essere più lunghe e disegnare con il loro fluire il corso di un fiume in piena che sa dove andare, conosce il punto d’arrivo in cui il tutto si chiarirà e nuove consapevolezze prenderanno forma. Alla domanda “cosa rappresenta la poesia per lei?” il Dott. Pascale risponde “un battito d’ali che innalza dal grigiore” e continua spiegando “ho delegato ai miei versi il compito di trasporre su carta ciò che si agita nel cuore umano, ciò che non trova chiarimento se non in poesia, la bellezza delle piccole cose che regalano “la rara felicità”, in esse è già poesia, se si osserva con occhi non distratti la si troverà ovunque intorno a noi; mi piace considerarmi come un mezzo di cui la poesia si serve – e non il contrario – per esprimere a parole ciò che crea nel mondo”. Il “battito d’ali” è un’espressione molto cara al poeta e con essa esprime la forte volontà di librarsi in volo, il cuore alato che batte valicando confini ed esplorando nuovi orizzonti, il senso di leggerezza con cui si accarezza l’aria, il vento.

La mia anima è come il vento,

nascosta nel gambo

d’un girasole

che volge il suo cuore

nell’infinito spazio.

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La mia anima è come il vento, / nascosta nel gambo / d’un girasole / che volge il suo cuore / nell’infinito spazio”: questa è la poesia con cui si apre tutta l’opera e che fa ben comprendere il titolo della prima sezione; l’anima dell’autore è il cuore del girasole che racchiude nel suo movimento delizia e tormento. Il volgersi dell’anima nell’infinito spazio ben rappresenta la leggerezza dell’essere, la mutevolezza, la gioia del ricercare, il coraggio di osare, di spingersi oltre, ma d’altro canto, la leggerezza è anche indice del dissidio interiore, della ricerca estenuante di un orizzonte incerto, della precarietà dell’uomo che lo rende un filo d’erba al vento. Sembra quasi di scorgere in lontananza nei versi citati il vorticoso movimento di Paolo e Francesca che “paion sì al vento esser leggeri”, in questo caso trattasi di una leggerezza dettata da un destino ineluttabile che rende l’essere inconsistente di fronte al suo volere. Altro riferimento alla sventurata coppia, questa volta suggeritoci dal poeta stesso, lo si evince in “Amore clandestino”, nella seconda parte dell’opera.

La sezione che prende il nome dall’omonima poesia, “La mia anima è come il vento”, si compone di 39 componimenti, i temi più ricorrenti sono l’amore e i conflitti dell’animo umano, il tempo con il suo celere passo o con le sue infinite attese, la notte illuminata dalla luna riflessa nelle acque del mare, i colori del tramonto, la natura silenziosa e il mistero che racchiude, il sibilo del vento fino al suo ultimo soffio; la vita stessa viene definita “un soffio di vento / in un respiro lento”. Non manca il filone patriottico, ad esso s’ispira un numero importante di poesie costituito da: “Un sogno per la pace”, “Ultimo soffio”, “Dimenticati”, “Tricolore”, “Italia, “Soldato”, “Vessillo”, “Patria”, “Idi di marzo”, “Al tempo dei padri”.Profondamente sentito dal poeta, il tema della patria tocca la sensibilità di tutti coloro che portano nel cuore il peso di ciò che è stato ed è. Il tricolore sventola il dolore per quanti “caduti nella gelida terra / rimangono insepolti”; i figli caduti vivono negli occhi delle mamme che piovono lacrime nere; il vessillo è intriso del “prezzo bagnato / da fresche creature”. Al grido “Italia o morte” irrompe l’audacia del cuor che combatte, alla sua giovinezza rubata vanno l’encomio ed il pianto. Ed ecco che l’amore per la patria si ricollega sempre al sangue di chi l’ha resa libera e grande, il Dott. Pascale celebra nei suoi inni al tricolore l’amore per il “suolo natìo”, ma in essi sale l’impeto di un dolore che cerca di affrancarsi dagli spettri di sangue che turbano il nostro sonno.  L’Italia stessa piange i suoi figli, ha il cuore colmo di una sofferenza che non le dà tregua, ha il volto di una mamma ferita, consunta e malinconica, ormai libera, ma schiava di un passato indelebile. Ricordare il passato per capirlo e imparare da esso dovrebbe essere un dovere civico per ogni bravo cittadino, fare in modo che i vetusti sacrifici non siano resi vani dalle vanità del nostro tempo dovrebbe essere una prerogativa della collettività; anche se mancano espliciti riferimenti al presente, al lettore viene spontaneo porsi alcuni interrogativi e se fossimo scrupolosi come “il pastore errante dell’Asia” ci chiederemmo se ciò che è stato trova fondamento in ciò che oggi siamo, “a che tante facelle?”

Ed è proprio il motivo patriottico che chiude l’intera raccolta, “Patria Favillarum” e “Fenice Italia” sono gli ultimi dei 32 componimenti della seconda sezione “Riflessioni”, quest’ultima sviluppa varie tematiche, mentre quella dell’amata patria si cela per svelarsi poi solo in fondo. Poniamo l’attenzione sulla lirica,“Fenice Italia”, che fa da sigillo a tutta l’opera e che risponde ai quesiti che ci si poneva poc’anzi. La riflessione critica del nostro autore si snoda su temi portanti della storia patria: l’unità della stessa nonché la nascita della Repubblica. Il componimento in versi liberi si apre con una scena di chiara bellezza poetica e intrisa di velata memoria leopardiana. Di ascendenza leopardiana è, indubbiamente, il chiarore dell’immagine lunare, nonché il vocabolo “inargentato”; il verbo “biancheggia” ci riporta alla mente il vate Carducci; ma è sull’incipit, dunque sul verbo “sorge” che, a parer mio, va focalizzata l’attenzione. E’ l’astro lunare che sorge, ma senza dubbio nelle intenzioni del poeta vi è l’auspicio che la propria patria possa (ri)sorgere, sollevarsi dalla propria decadenza per tornare agli antichi splendori. Senza voler mettere a confronto le fasi storiche che il nostro Paese ha conosciuto – per giungere, forse, ad infruttuosi paragoni – quello del Dott. Pascale è un accorato appello alla sensibilità ed alla coscienza italiana da rintracciare nella stessa immagine della luna. Alla calma delle acque fanno da contrasto i tumulti di un cuore oppresso e quello che all’inizio appariva come un quadro di quiete esteriore ed interiore si trasforma in tutt’altro scenario. Non è la purezza della “candida” luna a biancheggiare, ma il pallore generato dai lamenti per i “figli caduti”, dalla speranza estinta, dal tremolio di luci che ha illuso la patria. La poesia attraversa 3 fasi: ad un’apertura di segno positivo e di apparente calma, segue la seconda fase in cui si stagliano sullo sfondo l’ “entusiasmo vinto” ed i “fanciulli inermi” con cui quasi si perde “la speranza de l’altezza”, fino a giungere al culmine del tormento interiore: la luna è “ingrata al cuor di Roma”. La lirica si avvia alla sua conclusione, ma cambia di nuovo segno. Questa terza parte è dominata da una figura del tutto positiva e ben auspicante: il sole! Il cuore è ancora “silente”, ma nell’attesa il sole “ristora l’animo gentil” preparandolo ed incitandolo all’approdo ad una “Italia Nuova”. La poesia ha un andamento circolare, è l’ultimo verso ad esplicare il titolo: come l’uccello mitologico, l’Italia risorgerà dalle sue ceneri, dai crateri che oggi le affliggono il cuore, proprio com’è accaduto nel passato, tra i cui esempi è da annoverare, per l’appunto, la proclamazione della Repubblica. Il vocabolo “fenice” crea, inoltre, una significativa assonanza con l’aggettivo “felice” ed in questo gioco di termini si cela l’interrogativo di fondo: “conoscerà l’Italia un domani nuovo e felice?” La poesia del Dott. Pascale, pur incentrandosi su un tema tutt’altro che vergine, è in grado di suscitare vivo interesse e di generare nuovi ed originali spunti di riflessione.

“Riflessioni”  è un canzoniere incentrato sull’uomo, sulla conoscenza di sé e dell’altro, è un ampio respiro sulle sensazioni, sulle emozioni, sugli stati d’animo che l’uomo vive in quanto tale. L’uomo guarda dentro di sé e per farlo ha lo sguardo proiettato in alto, è un gabbiano che erra sulla sabbia mirando il cielo plumbeo, è una foglia nel fruscio, è il contadino che mira il cielo stellato per scrutare i segni del destino, è colui che cammina seguendo la luce della luna, è colui che ama vincendo la distanza, il suo tempo si placa nei ricordi o nell’orizzonte su cui si staglia l’oceano.

Con quest’ultima immagine e con commossa partecipazione mi congedo dai lettori, ormai impazienti di entrare del vivo della raccolta che proietta in maniera lampante il florido cammino compositivo che già s’intravede a chiare lettere per il Nostro giovane Poeta – già vincitore della seconda edizione del Premio “Giovanni Paolo II” con la poesia “Pace a questa notte” e del Premio  “E-vviva la mamma” con la poesia “Lode a te Mamma”, di queste ultime leggerete molto presto, lo promette il poeta!

 

Prof.ssa Teresa Radesca

Il anteprima assoluta, il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” pubblica alcune poesie del libro “SCINTILLE”, scritto dal poeta Fabio Salvatore Pascale, per gentile concessione dell’autore.

Lasciami Amare

Lasciami amare,

nell’imbrunire della notte,

al canto d’estate

d’ una folata di vento.

Le spighe di grano,

di fresca rugiada,

sono rivolte alla sorte

d’umani pensieri;

ed io

contemplo il loro cuore,

mentre cade il mio amore

in una folata di vento.

Tempo

Se lo sguardo

è

il vostro silenzio;

il vento di mare

mi conduca a Voi.

Notte Insonne

Calme acque

scintillano nel suono

del mare.

Il pallore della candida Luna,

mira un pescatore assorto.

Egli, d’incanto posto,

Circe riposa

nei suoi pensieri.

E  ora inizio a sorridere

Ora inizio a sorridere,

perché la mia terra

ha smesso di lacrimare;

ha smesso di pensare

alle sue figlie vestite di nero.

Oggi

il ricordo è chiuso

In un fiore

germogliato tra i cannoni

 e la rondine ritorna

a far il nido.

Tronco

Nelle strette piaghe

d’un tronco,

mi guardo intorno

tra papaveri rossi.

Un sogno per la pace

Non so se la bandiera,

che sventola sul mio viso,

nasconde la vergogna

d’un pensiero.

Le nostre madri,

i nostri cari,

vittime di polvere nell’aria,

passano nel silenzio della nostra coscienza.

Quello che penso,

non risparmia il mio dolore;

ma ascolta il fruscio del mare

in questo deserto.

Riflessioni

Fabio Salvatore Pascale

Immagine di copertina di

Marinella Albora

immagine

Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?

E quando conosci te stesso, tu sei l’altro

 Nisargadatta Maharaj

Nota dell’autore  

Un grazie a coloro che

credono costantemente nei miei lavori,

nelle mie passioni,

nel mio modo d’essere

così come sono.

 

La poesia, figlia dei sentimenti,

possa essere sempre presente nell’animo

di chi ha letto questi versi.

Fabio Salvatore Pascale

 

LA BELLE EPOQUE

 

Rilevanza Storica

Successivamente alla fine della guerra franco-prussiana e della grande depressione del 1873-1895 e prima della tragedia della prima guerra mondiale, la Belle Époque si colloca come un periodo di pace e relativa prosperità. Le continue scoperte e le innovazioni tecnologiche lasciavano sperare che in poco tempo si sarebbe trovata una soluzione a tutti i problemi dell’umanità. Debellata la maggior parte delle epidemie e ridotta notevolmente la mortalità infantile gli abitanti del pianeta toccavano ormai il miliardo e mezzo. Alla crescita demografica fece riscontro anche un impressionante aumento della produzione industriale e del commercio mondiale, che tra il 1896 e il 1913 raddoppiarono. La sterlina era il solidissimo riferimento economico.

Nel 1913 l’estensione della rete ferroviaria mondiale aveva raggiunto il milione di chilometri e le automobili cominciavano ad affollare le strade delle città americane ed europee. Il trasporto marittimo fu caratterizzato dalla corsa alla costruzione di transatlantici sempre più grossi e sfarzosi (non a caso, l’affondamento del Titanic, avvenuto nel 1912, fu poi considerato come il sogno infranto della Belle Époque).

Durante questo periodo nacquero il cabaret il can-can e il cinema che allietavano le serate di molte persone. Nuove invenzioni resero la vita più facile a tutti i ceti e livelli sociali, la scena culturale prosperava e l’arte prendeva nuove forme con l’impressionismo e l’Art-Nouveau.

La borghesia celebrava i risultati raggiunti in pochi decenni di egemonia con esposizioni universali, in cui si esibivano le ultime strabilianti meraviglie della tecnica, con conferenze di esploratori, missionari e ufficiali, che raccontavano le grandezze e le miserie di mondi lontani, il cui contrasto con l’Occidente inorgogliva gli ascoltatori e confermava la loro certezza di appartenere a un mondo superiore, che nulla mai avrebbe potuto incrinare. I politici confermavano. Le guerre, se c’erano, erano lontane: in Cina in Africa, sulle pendici dell’Himalaya. Tra le potenze europee ogni accordo sembrava possibile, pur di conservare un benessere tanto evidente.

Affrontare la vita con questo spirito significava caratterizzarlo in modo spensierato e positivo. Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire, anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè e ad assistere a spettacoli teatrali. Le vie e le strade cittadine erano piene di colori: manifesti pubblicitari, vetrine con merci di ogni tipo, eleganti magazzini. Questa mentalità e questo modo di affrontare la vita aveva condizionato anche i settori produttivi. In tutta Europa si erano sviluppate una serie di correnti artistiche giunte a teorizzare che ogni produzione umana poteva divenire un’espressione artistica. Ogni oggetto e ogni luogo diveniva un’elegante decorazione, un motivo floreale, una linea curva e arabesca.

Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un’incredibile mostra nella quale venivano esposte tutte le innovazioni più recenti: l’esposizione universale (o Esposition Universelle). Nel 1900, persone da tutto il mondo sbarcarono in Francia per assistere a questa gigantesca fiera. La gente ne visitava ogni parte e ne ammirava tutti gli aspetti, dalle scale mobili (dette “tapis roulant”) ai tram elettrici, assaggiando le cento varietà di tè importato dall’India.

L’Europa era in pace da trent’anni (circa dal 1870), cioè da quando la Germania aveva inaugurato un’industrializzazione e sviluppo che venivano garantite da una nuova politica di equilibrio. Nessuno pensava più, quindi, che la guerra potesse devastare ancora il mondo; nel 1896 ebbe perciò luogo anche il primo congresso sui giochi olimpici, che stabilì che le Olimpiadi si sarebbero svolte ogni 4 anni.

Fu così che il periodo che va dal 1890 al 1914 fu caratterizzato da un periodo di euforia e frivolezza, denominato “Belle Époque”.

 

Una società di consumatori

Il progresso aveva un prezzo: il benessere di alcuni si basava sulle fatiche e sul disagio di molti altri, segnatamente del proletariato operaio e contadino. Tuttavia il proletariato, soprattutto quello operaio, durante la Belle Époque cominciò a godere di qualche vantaggio, non solo grazie alle proprie durissime lotte, ma grazie anche alla logica stessa dell’economia di mercato in base alla quale se si vuole guadagnare di più bisogna produrre e vendere di più. Per aumentare le vendite era necessario che masse sempre più estese avessero il denaro sufficiente a comprare. Gli imprenditori, quindi, man mano che la produzione scendeva, accettarono di concedere aumenti salariali, facendo salire il reddito pro capite nei paesi sviluppati.

Dopo aver creato nuovi mercati nelle colonie, costringendole ad acquistare dall’Occidente i prodotti lavorati, i paesi sviluppati misero in moto una crescita esponenziale dei loro mercati interni, ponendo le basi per una vera e propria società di consumatori.Per realizzare compiutamente questo allargamento del mercato si provvide rapidamente alla crescita della distribuzione; beni di consumo come abiti, calzature, mobili, utensili domestici, che prima erano prodotti artigianalmente e venduti da piccoli commercianti al dettaglio, cominciarono a essere offerti da una rete commerciale sempre più ampia. Si moltiplicarono i grandi magazzini, furono incrementate la vendita al domicilio e la vendita per corrispondenza, furono trovate nuove forme per il pagamento rateale, che indebitava le famiglie, ma nel contempo rendeva accessibili ai meno abbienti una quantità prima impensabile di prodotti costosi. In appoggio a questa massiccia strategia di vendita nasceva la pubblicità, che cominciava ormai a riempire i muri delle città e le pagine dei giornali.

 

Descrizione

Con questo termine venne contrassegnato lo stile di vita, il mondo di alcune classi sociali alla fine del XIX e inizio XX secolo. L’entrata in scena, in Europa, di grandi stati nazionali come la Germania e l’Italia, la fine dei bellicosi Bonaparte, aveva concorso a creare in Europa un clima ideale in cui le nuove scoperte scientifiche potevano essere applicate alla vita quotidiana (con innegabili benefici) nelle più svariate forme ed utilizzi. Il lungo regno della Regina Vittoria (Inghilterra) accompagnato da una incessante politica coloniale, aveva portato la borghesia produttiva, commerciale, bancaria anglosassone ai massimi livelli sociali. Lo scontro coi tedeschi non era ancora giunto ai livelli pericolosi di una guerra e gli Americani si erano estraniati al di là dell’Oceano e in Asia e Oceania, dove gli interessi europei e quelli giapponesi erano minori di fatto cacciando le vecchie potenze coloniali. All’alta borghesia europea faceva da contorno una piccola borghesia di provincia e la nuova classe dei colletti bianchi che si identificava negli impiegati, artigiani e professionisti necessari per mandare avanti l’apparato industriale. Le città crescevano a dismisura con l’inurbamento degli operai e di pari passo andava la frequenza scolastica che riduceva, partendo dalle classi giovani, le altissime percentuali di analfabetismo. Le uniche che non mantenevano il passo erano le classi contadine e operaie (generiche), sia all’interno dei singoli stati che come categoria generale (proletariato). Il progresso in agricoltura passava anche dalle macchine che riducevano la presenza umana o facevano un lavoro più grande (vedi scavo canali o tunnel). In Russia, il problema dei contadini servi (o della gleba)era innescato e pronto ad esplodere. In un paese come l’Italia, carente di capitali e di materie prime, il surplus demografico e la necessità di terre si sfogarono con una gigantesca emigrazione che vide partire circa 5.000.000 di persone nei primi 50 anni dell’Unità del paese. In Europa si calcola che, con le migliorate condizioni di vita, la popolazione giovanile in alcuni casi triplicò. Ciò fu anche alla base della costituzione di grandi eserciti di leva (impossibili nell’800) e preludio allo scatenamento di conflitti generalizzati. Gli unici stati rimasti ancora multinazionali (o multilinguistici) erano l’Austria, dove l’aristocrazia contava ancora, e il marginale asfittico Impero ottomano dove a contare non era più nessuno nonostante l’unione religiosa e la Russia dove il problema più urgente era altro. L’Austria per stare al passo coi tempi, non aveva flotta, fagocitava tutto l’est europeo come un’ancora di salvezza per compensare la mancanza di colonie, di materie prime e di mercati. I nuovi stili di vita, i problemi sociali delle industrie e dell’inurbamento vedranno affermarsi anche nuovi partiti politici che si ispireranno alle teorie marxiste di metà 800. In Russia saranno l’effetto scatenante di disordini e del crollo sociale quando la guerra volgerà al peggio. La fine di questa epoca avrebbe favorito un solo soggetto, gli Stati Uniti che, usciti da una guerra civile economica, si apprestavano a dare una grossa lezione di “democrazia” al resto del mondo.Nel frattempo, dalla fine degli anni settanta all’affondamento del Titanic (1912) ci fu posto per la più grande rivoluzione consumistica, intellettuale, sociale che fosse mai avvenuta. Per avere un paragone molto parziale potremmo identificarla con quella informatica iniziata alla fine del secolo scorso. Questa bella epoca venne chiamata “belle epoque” dalla lingua della città in cui tutti i sogni sembravano realizzarsi, Parigi.  I caffè letterari erano sempre pieni di giovani autori dalla vita sociale molto brillante (D’Annunzio), i teatri colmi per le grandi dive (Duse e Bernhardt). Le rotative dei giornali ora sfornavano decine di riviste a colori e quotidiani, sui quali a puntate comparivano gli ultimi romanzi dei francesi (Feuilleton), di Conan Doyle (Sherlock Holmes)

 

 

 

 

 

 

Lucica Bianchi

L’ALBERO DELLA VITA

“Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio.”
Gustav Klimt

 

 

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L’ Albero della vita è un’opera del noto pittore austriaco Klimt, realizzata per i lavori di allestimento della residenza di Bruxelles dell’industriale Adolphe Stoclet. L’opera completa si compone di 3 pannelli: L’Albero costituisce la parte centrale; le altre due parti rappresentano L’Attesa e L’Abbraccio.Correva l’anno 1905 quando Adolphe Stoclet affidò a Klimt il lavoro. La famiglia Stoclet era composta da attenti collezionisti d’arte, appassionati di arti indiane e buddiste: Klimt volle proprio tenere in considerazione questi interessi del committente: di fatto il Palazzo Stoclet si pone come uno dei più significativi episodi dell’arte del Novecento come insuperato esempio di integrazione delle arti.Klimt disegna un fregio per la sala da pranzo che viene realizzato con sue precise indicazioni dagli artigiani della Wiener Werkstätte. Si tratta di un mosaico di marmi, corallo, pietre dure e maioliche. L’albero della vita, come anticipato, costituisce solo il pannello centrale dell’intera opera: le raffigurazioni dei tre pannelli sono ricche di simboli che riunificano tutti i temi cari a Klimt: i motivi floreali, la figura della donna, la morte della vegetazione che rinasce attraverso il ciclo delle stagioni.Nel primo pannello, sotto uno degli alberi, vediamo una danzatrice che rappresenta L’ attesa, un atteggiamento che si può definire tipico nella femminilità espressa da Klimt.Nel terzo pannello troviamo L’abbraccio, che si realizza nella coppia: la figura nel suo insieme costituisce un preludio al notissimo quadro del Bacio. L’abbraccio tra l’uomo e la donna rappresenta la riconciliazione tra i due sessi. L’oro che forma un’aureola intorno alla coppia dona all’opera intera grande valore, aumentando la sua preziosità.In questa sua idea l’artista viennese deriva spunti formali dall’arte dell’antico Egitto (la danzatrice ha il volto posto di profilo e gli occhi – dal taglio allungato – rivolti in lontananza), dall’arte del mosaico bizantina (di cui la città di Ravenna è per Klimt esempio fondamentale) e dall’arte giapponese. La successione dei pannelli vuole raccontare con delicato fascino una sorta di favola: una giovane ragazza attende il suo amato tra i rami dorati dell’albero della vita; alla fine realizza il sogno di congiungersi a lui, con passione.Nelle figure di questa appare evidente il contrasto tra il trattamento naturalistico sia dei volti che delle braccia dei protagonisti, e l’astratto appiattimento decorativo delle vesti: questo è da considerare un elemento tipico del “periodo d’oro” di Klimt, di cui fanno parte anche le opere del Bacio e Le tre età della donna. Nell’Attesa la donna è adornata con splendidi monili: la sua massa di capelli neri viene prolungata in modo piuttosto innaturale per offrire un collegamento visivo tra il viso, la spalla (nuda) e le mani. Queste sono orientate con un passo di danza nella stessa direzione dello sguardo. La testa si trova fuori asse rispetto al corpo: al di sotto di essa in un lungo triangolo che nasconde completamente il corpo, si sviluppa l’abito della danzatrice. La stoffa del vestito è composta da triangoli la cui geometria è addolcita dal motivo dei riccioli dorati dell’albero della vita, ma anche dall’inserzione di occhi stilizzati, un motivo che ricorre più volte all’interno dell’intero fregio.L’Abbraccio è una rielaborazione della scena conclusiva del Fregio di Beethoven realizzato da Klimt nel 1902.Sebbene vi sia anche in questo pannello una grande attenzione agli ornamenti, ogni aspetto è concepito dall’artista come contrapposizione alla danzatrice: la prima donna appare fredda, in un movimento sospeso; l’uomo e la donna abbracciati sono rappresentati invece in un magico momento di realizzazione e pace. Mentre nel vestito della danzatrice la geometria delle forme è rigida, negli abiti della coppia prevalgono le forme della natura vegetale e dei più morbidi cerchi.Riportando lo sguardo all’insieme dell’opera si nota come le figure umane siano riconoscibili solo grazie agli elementi anatomici di testa e arti superiori: non esiste tridimensionalità.A Vienna sono conservati i cartoni con cui Klimt realizzò il fregio: essi testimoniano come il metodo di lavoro dell’artista seguisse la precisione di un’opera finita, utilizzando colori a tempera e ad acquerello, applicazioni in argento e oro, matite e gessetti.

 

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la sala da pranzo della residenza Stoclet  

 

Lucica Bianchi

I SACRI VASI DI MANTOVA

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La tradizione attribuisce al soldato romano Longino, che trafisse con la propria lancia il costato di Cristo, la raccolta ed il trasporto di terra imbevuta del sangue del Salvatore nel luogo ove ora sorge la città di Mantova. Dalla ferita uscirono sangue ed acqua che, cadendogli sul volto, gli fecero guarire gli occhi ammalati e lo fecero convertire alla fede cristiana. Longino, raccolto il sangue di cui era intrisa la terra ai piedi della croce, lo custodì assieme alla spugna che era servita per dare da bere a Cristo sul Golgota e con essi arrivò a Mantova, dove nascose le preziose reliquie nell`ospedale per i pellegrini in cui aveva trovato albergo. Il 2 dicembre del 37 Longino subì il martirio in contrada Cappadocia, nel luogo dove ora sorge la chiesa del Gradaro. La cassetta con le reliquie venne ritrovata nell`anno 804, nell`orto dell`ospedale di Santa Maddalena, dove era stata sepolta accanto alle ossa di Longino; il pontefice Leone III inviato a Mantova dall`imperatore Carlo Magno ne dichiarò l`autenticità, avendone avuto in dono una porzione per l`imperatore.

Nuovamente occultate, temendo la loro profanazione da parte degli Ungari che minacciavano di invadere Mantova, le reliquie furono riscoperte nel 1048, al tempo di Beatrice e Bonifacio di Canossa che fecero costruire nel luogo del ritrovamento un monastero benedettino e una chiesa, poi distrutta per far posto all`edificio dell`attuale basilica di Sant`Andrea, voluta di Ludovico II Gonzaga. Nei secoli passati in occasione dell`esposizione della reliquia si svolgeva il burchiello della Sensa (la barca dell`Ascensione) organizzato dall`arte dei pescatori. Era una sorta di spettacolo allegorico durante il quale alcuni pescatori interpretando gli apostoli Pietro, Giovanni ed Andrea lanciavano pesci e anguille sulla folla prendendoli da una barca che veniva portata a braccia dalla cattedrale a Sant`Andrea. Per tradizione, ogni anno nel pomeriggio del Venerdì Santo si svolga la cerimonia per l`apertura dei forzieri che custodiscono i due preziosi reliquari, e che vengono posti ai piedi del Cristo crocefisso nell’abside della Cattedrale. Le sequenze della cerimonia vedono scendere S.E. il Vescovo nella cripta sotterranea della basilica di Sant`Andrea, seguito dal Prefetto Autorità e da molti fedeli. L’apertura è un’operazione laboriosa che comporta l`impiego di ben 12 chiavi.In rispettoso silenzio vengono aperte una dopo l`altra le serrature dei forzieri le cui chiavi sono conservate da autorità ecclesiastiche e statali. Quando finalmente i due Vasi sono all`esterno, il Vescovo incensandole pronuncia una preghiera. I Sacri Vasi sostenuti, uno dal Vescovo e l`altro da un`altro prelato, percorrono la cripta e le strette scale che portano nella Basilica, poi i due reliquari sono posti ai piedi del Cristo crocefisso nel lato sinistro dell`abside della Cattedrale. Per tutto il pomeriggio e la serata la Cattedrale diventa meta dei mantovani che renderanno omaggio alla Reliquia, che, dopo una breve processione cittadina, viene riposta nuovamente nei forzieri della cripta sotterranea.

 

Lucica Bianchi

VIAGGIO TRA LE MERAVIGLIE DELL’AMBROSIANA

VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA DI MILANO

Breve percorso tra le sale e le opere.
Per un’idea delle meraviglie qui custodite.

È la prima collezione privata aperta al pubblico all’inizio del XVII secolo.
Sono opere uniche tra le più importanti dell’umanità: e fra esse:
Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci
La canestra di frutta di Caravaggio
Il grande cartone della Scuola di Atene di Raffaello Dove si trova?
In Italia, a Milano, nel centro esatto della città, già stabilito dagli antichi romani sorge la Veneranda Biblioteca Ambrosiana. L’edifico, nei vari strati, va dall’epoca preromana alla ricostruzione del dopoguerra. Chi l’ha fondata?
Federico Borromeo (1564-1632), cardinale di Milano, cugino di san Carlo.
Il Cardinal Federigo, reso celeberrimo da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, invia i suoi collaboratori in tutte le terre di antica tradizione (il medio e l’estremo Oriente), allora tanto importanti quanto sconosciute, a cercare le opere (codici, pergamene, pitture, oggetti) artistiche più rare e preziose da portare a Milano e da mettere a disposizione dell’Occidente.
Nel 1609, la sua collezione è tra le maggiori e più ricche d’Europa e la apre al pubblico, mostrando i suoi tesori.

https://www.youtube.com/watch?v=YxE2QpNx0fA

 

LA PALA D’ORO, BASILICA SAN MARCO VENEZIA

La Pala d’oro, conservata nel presbiterio della basilica di San Marco a Venezia, è un grande paliotto in oro, argento, smalti e pietro preziose (140x348cm). Il corredo dei suoi smalti è tra i più rilevanti nel suo genere. Alcuni risalgono alla metà del XII secolo (il Pantocratore, gli arcangeli, le feste) e sono pezzi pregiatissimi, tra i vertici dell’arte bizantina del tempo.Grande è l’eleganza del disegno delle figure e la loro realizzazione richiese un notevole virtuosismo tecnico, con l’uso della tecnica cloisònné.

 

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Gioiello prezioso e raffinato, espressione del genio di Bisanzio e del culto della luce, intesa come elevazione dell’uomo verso Dio,posto dietro l’altare maggiore, la Pala d’Oro è rimasta fino ad oggi nella sua originale posizione. E’ una pala d’altare che riunisce circa 250 smalti cloisonnés su lamina d’argento fortemente dorata di dimensioni ed epoche diverse (X-XII secolo), realizzato a Bisanzio su committenza veneziana.
Nel riquadro inferiore, attorno al grande Pantocratore, al centro, sono riuniti: evangelisti, profeti, apostoli e angeli. Le piccole formelle del contorno raffigurano episodi della vita di Cristo e di San Marco.
La cornice gotica in argento dorato viene realizzata a Venezia a metà del XIV secolo.
Tra gli smalti sono incastonate numerose perle e pietre preziose. La Pala d’Oro è l’unico esempio al mondo di oreficeria gotica di notevoli dimensioni rimasto integro.

 

Pala discende dal latino palla, cioè stoffa, ornata a volte con immagini di santi, per l’uso liturgico di coprire l’altare o abbellirne lo sfondo. Dalla stoffa si passa all’oro o all’argento, da cui il nome di Pala d’Oro o d’argento, frequente almeno nelle chiese delle lagune venete. Di queste la più famosa è proprio la Pala d’Oro di San Marco, ordinata dal doge Ordelaffo Falier nel 1102 e finita nel 1105 a Costantinopoli.
E’ composta di 2 parti: la Pala d’Oro vera e propria e il contenitore ligneo, che la riveste posteriormente.
Fin dalle origini viene aperta solo nelle feste liturgiche della Basilica, così come avviene anche oggi. Negli altri giorni resta chiusa e ricoperta da una Pala detta “feriale”, una tavola lignea dipinta. La più antica viene eseguita da Paolo Veneziano e figli nel 1343-1345 con storie di San Marco e santi, ora conservata nel Museo della Basilica. L’attuale, lavorata nella prima metà del Quattrocento da un maestro tardogotico, si può contemplare sul lato posteriore della Pala.

 

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Al centro della preziosa Pala domina la maestosa figura del Cristo benedicente, circondato dagli Evangelisti, che tiene il libro aperto, dove le parole del libro sacro vengono sostituite da gemme a sottolineare la preziosità del suo verbo. Al di sotto del Cristo, si trova la Vergine Maria orante, e ai suoi lati il doge Ordelaffo Falier e l’imperatrice Irene.
Sopra il Cristo è raffigurata l’etimasia, la preparazione del trono del Giudizio Finale, per la seconda venuta di Dio in terra, tra due cherubini e due arcangeli. Più sopra la Crocifissione.
Ai lati sono disposti, in tre registri sovrapposti, i dodici profeti, dodici apostoli, dodici arcangeli.
Allineate superiormente si trovano quasi tutte le feste della Chiesa bizantina, da sinistra: l’annunciazione, la natività, la presentazione al tempio, il battesimo di Gesù, l’ultima cena, la crocifissione, la discesa al Limbo, la resurrezione, l’incredulità di Tommaso, l’ascensione, la pentecoste.
Ai lati, in posizione verticale, in dieci piccoli riquadri, a sinistra i fatti salienti della vita di San Marco, e, a destra, gli episodi relativi al suo martirio ad Alessandria d’Egitto e al trasferimento del suo corpo a Venezia.
Il grande fregio superiore, proveniente da una della tre chiese del monastero del Pantocrator a Costantinopoli, raffigura l’arcangelo Michele al centro e sei formelle con l’Ingresso di Cristo in Gerusalemme, la Discesa al Limbo, la Crocifissione, l’Ascensione, la Pentecoste e la Morte della Vergine (o Dormitio Virginis). Numerosi tondi smaltati di varie dimensioni, raffiguranti i santi venerati dai Veneziani, completano il quadro d’altare.

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Per la storia di questo prezioso oggetto vanno individuate tre fasi:
– La parte inferiore risale al periodo del doge Ordelaffo Falier (1102-1118). Dello stesso periodo è la disposizione degli smalti, sia sulle cornici laterali, con le storie di San Marco, sia sulla cornice superiore con i sei diaconi e le feste cristologiche del calendario liturgico, nonché del gruppo centrale del Pantocrator.
– Alla seconda fase va assegnata la parte superiore della Pala, con la serie delle sei feste bizantine e l’arcangelo Michele al centro, forse recate a Venezia da Costantinopoli dopo il 1204.
– Il terzo intervento si è verificato tra il 1343-1345 affidando, su volere del doge Dandolo, a due orefici veneziani il compito di inquadrare il complesso entro cornici ad arco romanico (parte superiore) o arco gotico (parte inferiore), distribuendo dovunque le 1927 pietre preziose e gemme.

 

Lucica Bianchi

 

Biografia consultata:

Veludo, Giovanni, La pala d’oro della basilica di San Marco in Venezia / illustrata da Giovanni Veludo, Venezia, Ferdinando Ongania, 1888

La pala d’oro / a cura di H. R. Hahnloser e R. Polacco, Venezia, Canal & Stamperia editrice, 1994

Da Villa Urbani, Maria, La Basilica di San Marco e la Pala d’Oro, Venezia, Storti edizioni, 2009

LA SCAPIGLIATA

 

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La Testa di fanciulla -detta” La Scapigliata”, è un dipinto a terra ombra, ambra inverdita e biacca su tavola di Leonardo da Vinci, databile al 1508 circa e conservato nella Galleria nazionale di Parma.Il dipinto, un’opera forse “incompiuta”, resta avvolto nel mistero per quanto riguarda la datazione, la provenienza e la sua destinazione. Viene ricordato per la prima volta in un inventario di casa Gonzaga del 1627 come “un quadro dipintovi la testa di una donna scapigliata, bozzata, opera di Lionardo da Vinci”. Probabilmente era la stessa opera che Ippolito Calandra, nel 1531, suggeriva di appendere in camera di Margherita Paleologa, moglie di Federico Gonzaga e nuora di Isabella d’Este. Ancora più anticamente, nel 1501, ci si riferisce alla tavola in una lettera della nobildonna a Pietro da Novellara, datata 27 maggio, in cui la marchesa richiedeva a Leonardo una Madonna per il suo studiolo privato.
La datazione dell’opera, che si trova nella Galleria parmense dal 1839, ha visto alternarsi numerose ipotesi. Inizialmente venne avvicinata ad altri lavori incompiuti in gioventù da Leonardo, quali l’Adorazione dei Magi e il San Girolamo; a un’analisi stilistica più approfondita si è poi optato, in prevalenza, per una datazione legata alla piena maturità dell’artista, vicina alla Vergine delle Rocce di Londra o al Cartone di Burlington House (Carlo Pedretti propose il 1508).All’ inizio del XIX secolo il dipinto si trovava nella raccolta privata del pittore parmense Gaetano Callani, il cui figlio Francesco la vendette in seguito all’Accademia di Belle Arti, poi Galleria Nazionale. L’attribuzione a Leonardo da parte della critica è quasi pressoché unanime, con l’eccezione di Corrado Ricci, direttore della Galleria Nazionale che, in un catalogo del 1896, avanzò l’ipotesi che fosse opera dello stesso Callani, e di Wilhelm Suida (1929) che la ritenne di scuola.È ritratta una testa femminile, con un accenno delle spalle, voltata di tre quarti verso sinistra e inclinata verso il basso. I lineamenti sono dolcissimi, il naso leggermente pronunciato, le labbra morbide che accennano un lieve sorriso e il mento è arrotondato. Il forte chiaroscuro steso sul viso con lumeggiature esalta il rilievo scultoreo del volto delicato dalla vibrante capigliatura, scomposta ad arte in ricci mossi.L’immagine rievoca gli studi di Leonardo sui “moti dell’animo”, uno dei principi chiave della sua poetica.

 

Lucica Bianchi

LA PORTA DEL PARADISO

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La Porta del Paradiso del Battistero di Firenze torna visibile al pubblico dopo un restauro durato 27 anni, senza eguali per complessità, e dopo 560 da quando Lorenzo Ghiberti terminò quello che può essere considerato uno dei grandi capolavori del Rinascimento. Secondo il Vasari fu Michelangelo a darle il nome di Porta del Paradiso: ”elle son tanto belle che starebbon bene alle porte del Paradiso”. Il restauro, che ha permesso di salvare la mitica doratura, è stato diretto ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore, grazie ai finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al contributo dell’Associazione Friends of Florence. Realizzata in bronzo e oro, la Porta del Paradiso (del peso di 8 tonnellate, alta 5 metri e venti, larga 3 metri e dieci, dello spessore di 11 centimetri) sarà conservata nella grande teca, realizzata dalla Goppion spa, in condizioni costanti di bassa umidità per evitare il formarsi di sali instabili, tra la superficie del bronzo e la pellicola dorata, che salendo, sollevano e perforando l’oro, possono causare la distruzione. La collocazione dentro il cortile coperto del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze è temporanea: al termine dei lavori di realizzazione del nuovo Museo, previsti nel 2015, la Porta del Paradiso sarà esposta in una nuova sala espositiva, di 29 metri x 21 x 16 di altezza, con accanto le altre due Porte del Battistero a cui sarà riservato in futuro lo stesso destino.

 

 

“Una scultura deve reggere all’aria aperta, nella natura libera.”
Joan Mirò

Tra i differenti tipi di scultura (“il porre” o “il levare”, come le definisce per la prima volta Leon Battista Alberti) coloro che creano “levando” (scultori di marmo, pietra) sono da considerarsi superiori rispetto agli altri (plasticatori) a causa della nobiltà della materia prima e delle difficoltà dell’operato.Come ai tempi di Nicola Pisano, la scultura era avvantaggiata sulle altre forme artistiche dalla ricchezza di opere antiche ancora esistenti, che formavano un vasto repertorio da cui trarre modelli e idee. In epoca gotica si era avuta una ripresa della scultura monumentale, anche se legata sempre a una determinata collocazione architettonica. Inimmaginabili senza una nicchia di contorno, le opere erano caratterizzate da un senso ancora in larga parte astratto, dove dominava il gusto per la linea, per le figure longilinee e ancheggianti, per gli atteggiamenti sognanti e fiabeschi. All’alba del XV secolo, mentre l’Europa e parte dell’Italia erano dominate dallo stile Gotico internazionale, a Firenze si viveva un dibattito artistico che verteva su due possibilità opposte: una legata all’accettazione, mai fino ad allora piena, delle eleganze sinuose e lineari del gotico, seppure filtrata dalla tradizione locale, e un’altra volta a un recupero più rigoroso della maniera degli antichi, rinsaldando nuovamente il mai dimenticato legame con le origini romane di Florentia. Queste due tendenze possono già vedersi nel cantiere della Porta della Mandorla (dal 1391), dove, accanto alle spirali e agli ornamenti gotici, sugli stipiti si notano innesti di figure modellate solidamente secondo l’antico; ma fu soprattutto con il concorso indetto nel 1401 dall’Arte di Calimala, per scegliere l’artista a cui affidare la realizzazione della Porta Nord del Battistero, che le due tendenze si fecero più chiare. Il saggio prevedeva la realizzazione di una formella con il Sacrificio di Isacco e al concorso presero parte fra gli altri Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi, dei quali ci sono pervenute le due formelle finaliste.

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nelle immagini: la formella di Brunelleschi, rispettivamente quella di Ghiberti

Nella formella del Ghiberti la figure sono modellate secondo un elegante e composto stile di eco ellenistica, ma sono vacue nell’espressione, prive di coinvolgimento; invece Brunelleschi, rifacendosi non solo all’antico ma anche alla lezione di Giovanni Pisano, costruì la sua scena in forma piramidale centrando l’attenzione nel punto focale del dramma, rappresentato dall’intreccio di linee perpendicolari delle mani di Abramo, dell’Angelo e del corpo di Isacco, secondo un’espressività meno elegante ma molto più dirompente. Il concorso finì con una vittoria di stretta misura di Ghiberti, a testimonianza di come l’ambiente cittadino non fosse ancora pronto al rivoluzionario linguaggio brunelleschiano.

Lucica Bianchi