VOLONTARI…AMO

TALAMONA 1 dicembre 2013 un pomeriggio di divertimento e creatività presso la Biblioteca Comunale

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DEL VOLONTARIATO UNA RASSEGNA DELLE ATTIVITA’ E DEI PROGETTI IN ATTO SUL NOSTRO TERRITORIO ATTRAVERSO MOSTRE PROIEZIONI E ALTRO MATERIALE

Talamona si è colorata e animata nel corso di questa giornata che saluta l’arrivo del mese di dicembre quando l’aria già si impregna del profumo delle feste. Ed ecco dunque come il centro storico per tutto il pomeriggio dalle 14 alle 18 si è trasformato in una sorta di mercato rionale con una moltitudine di bancarelle variegate e variopinte offerte dai vari esercizi commerciali, da artigiani anche non talamonesi e aventi scopi benefici. Una festa cui anche la biblioteca ha voluto aderire allacciandosi ad un’altra importante ricorrenza: la giornata internazionale del volontariato, il 5 dicembre, una ricorrenza in occasione della quale i volontari della biblioteca hanno pensato di allestire una mostra che rimarrà aperta potenzialmente per tutto il mese di dicembre negli orari di apertura della biblioteca con alcune modifiche logistiche in corso d’opera per lasciare spazio anche ad altre attività sotto le feste. Una mostra che racconta come viene portata avanti la realtà del volontariato nel nostro territorio, le associazioni esistenti, cio di cui si occupano. Gli amici degli anziani che si occupano principalmente di raccontare la vita di una volta nelle scuole, di teatro (con la compagnia del signor Cesare Ciaponi). Il gruppo della gioia che si occupa del sostegno ai diversamente abili, ma anche degli anziani e dei bambini attraverso la creazione e la gestione della ludoteca e del centro ricreativo, le gite organizzate eccetera. Il coro, la filarmonica. I volontari che ogni anno allestiscono i presepi e il presepe vivente. Il gruppo alpini. Infine naturalmente i volontari della biblioteca con tutte le attività organizzate, le conferenze, le mostre ed il giornale culturale on-line.

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Il tutto raccontato attraverso cartelloni, immagini, memorie, materiale d’archivio e audiovisivo, vecchi temi scolastici e altri lavori affini, targhe commemorative, e allestito con cura dai volontari della biblioteca con l’intento di creare uno spazio di incontro e dialogo tra le varie associazioni, ma anche tra volontari e non volontari. Una mostra che è stata inaugurata quest’oggi con una giornata dedicata ai bambini attraverso letture recitate e laboratori creativi volti a realizzare, con materiali di riciclo e molta fantasia, le decorazioni per l’albero di Natale che già troneggiava nella piazzetta del municipio.

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Una giornata che ha attirato molti bambini e che li ha intrattenuti con allegria facendo loro scoprire il bello di inventare con le mani e riallacciandosi in parte ai temi trattati nel corso della settimana dei rifiuti.

Antonella Alemanni

Volontario per la cultura, Biblioteca di Talamona

“Una comunità è viva quando i suoi componenti agiscono una partecipazione consapevole rivolta a un cambiamento virtuoso e collettivo. Il volontariato esprime partecipazione sociale in senso ampio, esprime cioè desiderio di solidarietà e collaborazione, di esserci ed incidere nelle scelte, di contribuire facendo la propria parte. Il tutto  dentro un’anima e un’azione in cui riecheggia un  sentimento di appartenenza.  Da soli o insieme riconosciamo il nostro bisogno di offrire tempo, energie e impegno a favore di altri,  come elemento di contributo per qualcosa che individuiamo come necessità di singoli o della nostra comunità nel suo complesso. Ognuno può trovare la dimensione partecipativa che meglio risponde alle proprie esigenze ed al contempo destinare capacità e competenze in base ai propri saperi ed esperienze. La vita della comunità ha bisogno di partecipazione e di volontariato  per continuare un percorso di crescita in cui ci si riconosce come appartenenti. Senza espressioni di volontariato e partecipazione c’è aridità e non c’è comunità. Grazie a tutti quelli che partecipano e contribuiscono.”

MARCO DUCA

Assessore Servizi Sociali, Comune di Talamona

A partire da quest’anno, grazie all’azione svolta dalla John Hopkins University e  dal CEV (Centri europei di volontariato), anche in Italia è possibile stabilire quanto vale il lavoro volontario e quanto incide sull’economia e la crescita del Paese. In Europa questo processo si sta già avviando. L’Italia sarà, infatti, il quarto paese, dopo la Polonia, l’Ungheria e la Norvegia, ad adottare il “Manuale sulla misurazione del lavoro volontario” pubblicato dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e predisposto dal Center for Civil Society Studies della John Hopkins University.

Questo importante traguardo sarà possibile grazie al progetto MESV (Misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario) realizzato dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), Fondazione Volontariato e Partecipazione e CSVnet (Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato), il quale si inserisce nell’ambito della rilevazione sugli “Aspetti della vita quotidiana“. Recentemente infatti l’Istat ha siglato una convenzione con CSVnet e la Fondazione Volontariato e Partecipazione, che forniranno un supporto per la realizzazione di questo progetto, il cui obiettivo è quello di rilevare e diffondere dati armonizzati a livello internazionale sul fenomeno del volontariato, sulla base delle linee guida contenute nel Manuale dell’ILO.

In base alla convenzione, la rete dei CSV collaborerà alla realizzazione della rilevazione sulla partecipazione dei cittadini alle attività di volontariato.I Centri di Servizio per il Volontariato saranno coinvolti nella formazione dei rilevatori Istat impiegati sul territorio, che acquisiranno competenze sul mondo del volontariato e le metodologie di misurazione del lavoro volontario. La Fondazione Volontariato e Partecipazione, dal canto suo, metterà a disposizione risorse umane e strumenti tecnici per lo svolgimento dell’indagine e le competenze del CNV (Centro Nazionale per il Volontariato), valorizzando il contributo dei propri fondatori, esperti e dei saperi di cui già dispone.

La Giornata Internazionale del Volontario offre un’opportunità alle organizzazioni di volontari e ai singoli volontari di rendere visibile i loro contributi – a livello locale, nazionale ed internazionale – al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Nel corso degli anni, parate, progetti di volontariato delle comunità, coscienza ambientale, assistenza sanitaria gratuita e campagne di sensibilizzazione sono state tutte messe in evidenza nella Giornata Internazionale del volontario.

Volontariato: la spina dorsale di uno sviluppo dinamico 

Incoraggiare le azioni di volontariato per lo sviluppo va al cuore dei procedimenti di lungo termine di capacity building (potenziamento delle modalità di attuazione dello sviluppo) nelle persone e nelle istituzioni.

“Se dobbiamo accelerare il progresso verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OMS) e mantenere la promessa che il mondo ha fatto di creare una vita migliore e più giusta, dobbiamo aumentare i nostri sforzi per disporre le politiche e le risorse necessarie per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.”

Kemal Dervis
Amministratore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) 

Come è dimostrato nel mondo, i volontari hanno un ruolo unico e importante da svolgere come partecipanti attivi nel processo di sviluppo. Volontari, organizzazioni di volontari, reti di volontari sono risorse importanti che hanno bisogno di essere riconosciute propriamente come partner legittimi nello sviluppo. Negli anni a venire, le energie e la creatività di milioni di persone in tutto il mondo che vogliono come volontari, dare un significativo contributo allo sviluppo e alla pace saranno fondamentali. In occasione dell’Assemblea Generale del CEV che si è tenuta a Bruxelles nel mese di dicembre 2010, i componenti del Centro europeo per il volontariato hanno adottato un documento di Presa di Posizione sulla Crisi Economica e Finanziaria.

 

Centro Europeo del Volontariato (CEV)
Documento di presa di posizione sulla Crisi Economica e Finanziaria
La crisi economica e finanziaria globale impatta fortemente su tutti gli ambiti della società, attenenti sia alla spesa pubblica sia a quella privata, come anche sui singoli individui e sulle organizzazioni della società civile. La recessione economica tocca quasi tutti gli individui e coinvolge tutte le sfere della società.
La chiamata rivolta al volontariato in questo periodo di crisi deve essere gestita con cautela. Il volontariato è un potente strumento per alleggerire gli effetti della crisi. Tuttavia, è necessario che tutti gli stakeholders coinvolti siano consapevoli delle sfide, ma anche delle possibili trappole che l’impatto della crisi attuale può tendere al panorama del volontariato.
La visione del CEV è quella di un volontariato che, in Europa, gioca un ruolo centrale nella costruzione di una società coesa e inclusiva, fondata sulla solidarietà e sulla cittadinanza attiva. In quanto rete europea dei centri di volontariato e delle organizzazioni di supporto al volontariato che ad oggi conta 83 aderenti in 33 paesi e che raggiunge più di 17000 organizzazioni a livello locale, il CEV lavora per creare un contesto politico, sociale ed economico che costituisca un terreno fertile allo sviluppo delle piene potenzialità del volontariato.
Attraverso il dialogo con i propri aderenti, il CEV ha preso coscienza di un fenomeno che sembra essere in significativa crescita in numerosi paesi dell’UE. Il volontariato sembra poter costituire una alternativa immediata per tutti coloro che si trovano a confrontarsi, inaspettatamente, con la disoccupazione, consentendo loro di mantenere attive e in esercizio le proprie competenze, di svilupparne di nuove, di mantenere vivo il senso di appartenenza a una comunità locale e di creare legami sociali e reti. In questo senso, il volontariato aumenta l’occupabilità delle persone. Molte attività di volontariato sono, in fondo, eventi sociali di incontro reciproco che infondono e facilitano nell’individuo la percezione di essere utili e di costituire una risorsa per la società. Vale la pena sottolineare, anzi andrebbe maggiormente valorizzato, l’impatto che queste attività producono in termini di benessere personale e di prevenzione del rischio di esclusione e depressione.
Il volontariato può mostrare i suoi punti di forza e le sue potenzialità solo nel momento in cui viene visto come ciò che è sempre stato: una modalità attraverso cui i cittadini possono esprimere e vivere la solidarietà e, attraverso ciò, contribuire alla coesione sociale, con tutti gli effetti positivi che questo provoca sul benessere delle persone e sulla salute dell’intera società.

Lucica Bianchi

Volontario per la cultura, Biblioteca di Talamona

 

VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni

QUANDO IL LEGNO DIVENTA ARTE

TALAMONA 29 settembre 2013 inaugurazione di una mostra di scultura lignea alla casa Uboldi

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DELLO SCULTORE DOTTO G ABRAM UN POMERIGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA ARTIGIANALE

In occasione della seconda giornata del patrimonio, quest’oggi a partire dalle 17. 30 alla Casa Uboldi è stata di scena l’arte. L’arte a tutto tondo. L’arte del fare. L’arte artigianale. La scultura. L’affresco. La musica. Una giornata variegata e ricca di contenuti animata da numerosi interventi.

I mille volti del legno: l’introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca

Protagonista della giornata il legno, un materiale molto caro ai talamonesi così come a tutte le popolazioni montane per le quali il legno rappresenta la matrice della cultura materiale.

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Il legno un po’ come l’uomo si può trovare ovunque, sotto diversi aspetti e in diverse situazioni. In primo luogo come struttura portante degli alberi che ci danno l’ossigeno col quale respiriamo. In questo senso il legno è vita anche perché accompagna la vita dell’uomo dalla sua nascita (di legno sono le culle che ci accolgono quando veniamo al Mondo) fino alla morte (di legno sono le bare che accompagnano l’ultimo viaggio) passando per la quotidianità. Con il legno si possono costruire le case, gli arredi, gli utensili usati nei lavori tipici montani praticando i quali si è sempre in contatto con questo materiale.

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Il legame tra l’uomo e il legno può essere dunque sintetizzato dal verbo FARE o anche CREARE. L’uomo con il legno crea forme nuove e sviluppa la manualità. Un legame misterioso come il legno stesso che in qualche modo fa da maestro all’uomo, il quale, prima di lavorare il legno, deve imparare a conoscerlo, capire come crescono gli alberi come tagliarli, distinguere le varie tipologie di legno, ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, ragionare e così impostare il proprio lavoro, a modellare il legno restando inizialmente fedele alle forme originarie e poi imparando col tempo a creare forme sempre più elaborate e complesse.

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Il legno è arte, ma anche scienza e tecnica. Con il legno l’uomo crea forme artistiche, ma anche, come abbiamo visto, strumenti di utilità quotidiana. Nascono l’intaglio, l’intreccio e le tecniche base per costruire strumenti anche con altri materiali, strumenti coi quali il lavoro diventa sempre più preciso e aperto a varie possibilità, strumenti coi quali l’uomo può progredire ulteriormente. Di legno sono fatti i telai per la tessitura, una delle prime manifatture della Storia, l’embrione delle successive società industriali.

Il legno è fantasia. Se la fantasia è molta basta veramente poco per darle forma attraverso il legno, per trasformarlo da maestro a compagno di viaggio, un viaggio di crescita personale, un viaggio durante il quale l’uomo ha continuamente arricchito il suo sapere e le sue capacità.

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A questo punto del viaggio alla scoperta del legno è stato interessante osservare alcuni esempi. Osservare ad esempio come l’inventiva dell’uomo trasforma un tronco cavo in una fontana, come il legno una volta fosse presente ovunque non solo, come abbiamo già visto, negli strumenti del lavoro e della vita quotidiana, ma anche nelle serrature, come il legno è utile attraverso i collari (in dialetto gambis) attraverso i quali ciascuno sapeva identificare le proprie bestie e come il legno rappresenti il contatto con la natura, la possibilità per l’uomo di esprimere la propria personalità (attraverso le decorazioni sugli oggetti, in particolar modo gli stampini del burro, decorazioni a motivi floreali o con la forma del cuore che simboleggiano la purezza della vita) e di stabilire un perenne contatto con la natura e con la terra, per molto tempo lavorata solo con l’ausilio di strumenti di legno che entra anche nel linguaggio gergale dei contadini, nella loro sapienza ancestrale (significativo è stato scoprire, da questo punto di vista, l’abitudine di appendere nelle baite rametti di abete o di sambuco contornati da delle tacche, rametti che si spostavano a seconda dell’umidità segnalando così il brutto o il bel tempo, igrometri artigianali), nonché di stabilire, attraverso il legno una sorta di collegamento tra il mondo materiale e quello spirituale come se il legno fosse uno strumento col quale creare una sorta di magia che solleva l’uomo ad un livello più vicino a Dio permettendo all’uomo di replicare su piccola scala il processo di creazione, ma anche accompagnando le liturgie e le feste (di legno ad esempio erano fatte le raganelle suonate nel periodo del carnevale e il giorno del venerdì santo quando non suonavano le campane).

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4cUn viaggio, quello attraverso il legno, che è anche un viaggio attraverso un mondo di conoscenze anche immateriali, che, col progresso della tecnologia e l’avvento dei nuovi materiali, rischia ogni giorno di più di diventare un mondo perduto.

Un viaggio che dal legno ha portato a seguire a tutto tondo molteplici itinerari attraverso le arti.

L’arte lignea in Valtellina e in Valchiavenna. L’intervento di Lucica Bianchi

La Valtellina ha sempre rivestito un ruolo strategico fondamentale per la conformazione geografica del territorio e per la posizione cruciale che ne faceva la principale via di comunicazione europea. Si tratta dunque di una regione prevalentemente montuosa e in qualche modo separata dai grandi centri culturali sia nel Medioevo che nell’età moderna. Ad ogni modo nel cuore di un Rinascimento in fiore nell’Europa del XV secolo (il periodo cui facciamo riferimento) le manifestazioni artistiche valtellinesi appaiono tutt’altro che sporadiche e periferiche. Per ovvie ragioni la Valtellina e la Valchiavenna sono il territorio ideale per studiare la scultura in legno e questo non solo per la facile reperibilità del legno in questa zona. Teniamo presente, come ha sottolineato anche la professoressa Duca poco fa, che un tempo il legno si trovava un po’ dappertutto ed era parte integrante della vita e della cultura di queste popolazioni. Superate le prestazioni tipicamente costruttive e pratiche dal legno può nascere anche un’enorme capacità di dar vita ad espressioni di alto livello artistico. In termini assoluti, in base ad una ricerca fatta dagli specialisti del settore, la Valtellina possiede il maggior patrimonio di opere lignee di tutta la Lombardia. A marcare la differenza tra questo patrimonio e il resto dell’arte in Italia nel Rinascimento è in primis l’importante ruolo sociale economico e politico nonché religioso raggiunto dalle famiglie nobili valtellinesi che prediligono e commissionano materialmente la realizzazione di tali opere in legno. D’altro canto si ha l’applicazione dei decreti in materia di arte sacra promulgati dal Concilio di Trento del 1545. Questo concilio affermava delle linee guida che sconsigliavano l’utilizzo di un materiale umile e deperibile, come il legno era, sia per la costruzione che per la decorazione delle chiese, un’esigenza peraltro sostenuta dagli ambienti classicisti del Cinquecento che prediligevano i materiali nobili, duraturi e di discendenza classica come il marmo e il bronzo. Mentre Milano perse così gran parte delle sue opere in legno, le diocesi limitrofe sono state meno propense ad applicare i decreti tridentini. Ecco perché più ci si allontana da Milano sia in direzione nord che in direzione sud, più si trovano chiese che conservano ancora opere sacre in legno. Nella maggior parte dei casi non si tratta davvero di opere valtellinesi. Gli artefici delle importanti ancone e statue lignee che tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento sono state realizzate a Morbegno, Ponte, Tirano, Grosio e in tutti i maggiori centri urbani della Valtellina, sono artisti milanesi e pavesi, appartenenti alle botteghe di Del Maino, De Donati, Pietro Bussolo e Andrea da Saronno oppure artisti germanici come Strigel e Echart. Alcune delle loro opere richieste dalle comunità valligiane oltre ad altre più numerose esiliate dai loro luoghi d’origine dopo l’affermazione del credo protestante sono giunte così fino alle popolazioni cattoliche. A cominciare dalla metà del Cinquecento vengono chiamati i migliori esperti e specialisti del momento e a loro vengono affidate la doratura e la policromia delle opere in legno. Valtellina e Valchiavenna sono regioni geografiche periferiche, ma anche snodi commerciali, politici e militari costituendo anche l’avamposto della fede cattolica contro l’avanzare del protestantesimo. Quanto questo abbia influito sulla commissione di opere, come il santuario della Madonna di Tirano, è noto a tutti e probabilmente tante delle opere commissionate in quei tempi e nei tempi a seguire hanno avuto alla base proprio questa esigenza strategica di fede.

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Se si vuole studiare l’arte del legno in Valtellina , un punto di partenza valido è la grande ancona di Giacomo del Maino per la cappella dell’Immacolata della chiesa di san Maurizio a Ponte. Va detto che la monumentale ancona di Ponte è la prima testimonianza di arte lignea pienamente rinascimentale giunta pressoché integra sino a noi. All’epoca della sua esecuzione, nel 1520 circa, Giacomo del Maino era un artista affermato, artefice di importanti commissioni, dal coro di S. Ambrogio a Milano fino alla celebre, ma purtroppo distrutta ancona dell’Immacolata di S. Francesco sempre a Milano che ospitò tra i suoi pali dorati la tavola della Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci. Alla bottega di Giacomo del Maino verranno commissionate le ancone del santuario di Morbegno (1516-19) quello di Tirano (1521-24) e infine quella di Ardenno (1536). Tutte queste sono opere di grande impegno e qualità artistica, veri capolavori d’arte lombarda. La bottega concorrente, quella dei fratelli milanesi de Donati, molto prolifica e organizzata a ritmi quasi industriali predilige località minori, lontane dai grandi santuari, ma i loro risultati sono comunque sorprendenti per espressione e complessità come testimoniano i tre altari che la bottega realizzò per la chiesa di san Bartolomeo a Caspano dove si celebra la resurrezione di san Lazzaro e dove è presente un’ancona dedicata a san Bartolomeo. L’altro protagonista dell’intaglio ligneo rinascimentale è Piero Bussolo che era solito firmarsi MEDIOLANENSIS e che realizzò a Grosio la magnifica ancona della Natività. Per quanto riguarda le rappresentazioni figurative di questi artisti esse sono pienamente rinascimentali. È un Rinascimento dai canoni stabiliti da Leon Battista Alberti e Vitruvio che troviamo nelle proporzioni naturalistiche delle figure, nell’abbondanza di elementi dell’architettura classica romana (candelabri, grottesche, medaglioni, profili all’antica e una ricchissima di grifi, vasi e corni ornati di foglie e frecce). Lo studio della scultura in legno in Valtellina non risponde semplicemente ad una qualche ricerca didattica che pure è necessaria per la conservazione, ma è piuttosto il frutto di una profonda ricerca teologica. La struttura delle grandi ancone ad esempio si presenta come un vero programma coi dogmi della fede, i santi protettori, riferimenti ecclesiali, biblici ed allegorici. Le statue lignee valtellinesi nella loro perfezione formale e nella straordinaria carica emotiva non vogliono semplicemente svelare un sentimento effimero, ma piuttosto un’autentica partecipazione agli eventi narrati. Tornando per un’ultima volta al legno, questo materiale povero, semplicemente scelto per via della sua facile reperibilità, diventa un supporto versatile e prestigioso perché attraverso sofisticate tecniche di lavorazione della foglia d’oro con l’utilizzo di lacche traslucide e smalti permette straordinari effetti luminosi e cromatici divenendo così non solo prezioso, ma anche sacro. Basti un accenno al simulacro più venerato della Valtellina, quello della Madonna di Tirano, la figura celeste che si china in avanti quasi a riproporre l’intimo colloquio avvenuto la mattina del 29 settembre 1504 col beato Mario Omodei.

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L’immagine della Madonna grazie al artista Del Maino non solo sembra viva, ma sembra splendere di una luce celeste, scolpita in un legno realmente sacro.

Lezioni di arte e creatività. L’intervento di G. Abram

Giuseppe Abramini in arte G. Abram vive a Delebio e fa lo scultore da quarant’anni affiancando a questa attività quella di pittore (nei momenti di depressione) e quella di narratore (nei momenti di totale sconforto) rievocando piccole storie e personaggi della grande Storia in modo casuale, ma con brio e rigore storico in una serie di libri intitolata IL TRIONFO DI KAINO una serie in vendita nella sala conferenze e che Abram ha presentato con entusiastico fervore ad un pubblico numeroso e partecipe. Quest’oggi è intervenuto per mostrare il suo lavoro (oltre ai libri alcune sculture di vari colori e materiali) e parlare di arte, del suo mondo creativo e di tutto cio che ha ritenuto opportuno per arricchire questa già ricca giornata, un intervento istrionico e appassionante, una lezione su cosa significhi essere un artista. Una lezione di vita.

Un artista, un po’ come accade oggi ai nostri politici, rimane tale fino all’ultimo giorno della sua vita senza mai andare in pensione. Michelangelo morì alla veneranda età di 89 anni e negli ultimi giorni della sua vita ancora lo si sentiva dare colpi di scalpello a quella che divenne la Pietà Rondanini oggi esposta al castello sforzesco.

L’artista è colui che è toccato dal dono della creatività, un dono che, a seconda delle credenze, si può considerare dato da Dio oppure direttamente dalla natura. Solo una persona su un centinaio si può considerare un artista creativo e sono rari i casi in cui è possibile trovare più artisti riuniti in un solo luogo. Talamona da questo punto di vista rappresenta un’isola felice. A Talamona si contano 4632 abitanti. Su questi 46 sono artisti creativi di poesia, di letteratura, di musica, di scultura, pittura eccetera.

Un artista è colui che concepisce idee nuove e realizza cose nuove oppure con novità. Per diventare artisti occorrono tre passaggi fondamentali.

In primo luogo bisogna possedere un vasto immaginario nella mente e nel cuore, un immaginario che si coltiva con le letture e in generale le esperienze della vita, quello che si osserva, quello che si ascolta. Più l’immaginario è vasto più è possibile sviluppare una vasta creatività e operatività artistica.

Avere un vasto immaginario non serve se non c’è il desiderio di esprimerlo, di raccontarlo, di esporsi, di mettersi in gioco. Un artista deve essere forte, un po’ narcisista, si deve assumere dei rischi.

Tutto questo è importante, ma bisogna possedere anche la padronanza tecnica della propria arte. C’è chi dice che l’atto creativo in se consiste nel limitarsi a concepire nella propria mente l’opera, ma il signor Abram ritiene invece che l’artista deve essere anche un artigiano, che l’arte si compone anche di saper fare, in particolar modo la scultura, la sua arte, un’arte faticosa, dove ci si sporca.

La vita di Caravaggio prima parte

A questo punto è venuto il momento di Sonia Sassella che ha letto un brano tratto dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO dedicato alla vita di Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi). Nella prima parte di questa lettura abbiamo seguito gli esordi artistici di Caravaggio le sue peregrinazioni dalle quali già emergono i chiaroscuri che caratterizzeranno per intero la personalità e il cammino terreno di quello che fu uno dei più grandi e al tempo stesso dei più tormentati artisti di ogni tempo.

Primo intermezzo musicale

Dopo tutta questa cultura ci vuole un momento di pausa per meditare su quanto sinora ascoltato. Niente di meglio di un po’ di buona musica offerta da Damiano Bertolini. Un’esecuzione del minuetto in sol minore di Bach.

La tecnica dell’affresco. Secondo intervento di Lucica Bianchi

Col termine a fresco o buon fresco si intende la pittura murale nella quale i colori sono stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora fresco. È una tecnica che non permette ripensamenti perché i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco per via della reazione chimica che si instaura tra l’anidride carbonica dei colori e la calce dell’intonaco, un processo che prende il nome di carbonatazione e che fa si che i colori acquisiscano una forte vivacità e solidità.

L’origine della tecnica dell’affresco può essere fatta risalire a 30 mila anni fa ai dipinti murali presenti nelle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux e Chaveux in Francia. I più antichi esempi di affresco su intonaco umido conosciuti, furono ritrovati sull’isola di Creta intorno al 1500 a. C. In Italia questa tecnica risale al IV secolo a.C. come testimoniano gli affreschi di Paestum nella parte orientale del golfo di Salerno, nella cosiddetta tomba del tuffatore.

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Un affresco si compone di quattro elementi: il supporto, il disegno preparatorio o sinopia, l’intonaco, i colori.

La prima fase della creazione di un affresco prevede la stesura su un muro bagnato di uno strato spesso circa 1 cm di ariccio cioè una mescolanza di sabbia dura di fiume, calce spenta e acqua. Una volta che l’ariccio si è asciugato su di esso viene tracciato il disegno preparatorio, chiamato sinopia, nome che deriva dalla città turca di Sinope da dove proviene un pigmento colorato chiamato appunto terra di Sinope. Su questa base viene steso un o strato di intonaco composto da sabbia fine di fiume, calce e acqua. Sull’intonaco vengono stesi colori macinati e mescolati all’acqua in quantità ben precise.

La principale difficoltà di questa tecnica consiste nel fatto che, come già abbiamo detto, non permette ripensamenti perché una volta stesi i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco. Per ovviare a questo inconveniente gli artisti realizzano piccole porzioni di affresco che una volta venivano chiamate giornate. Una volta che l’affresco è asciutto vi si possono apportare eventuali correzioni utilizzando comunissimi colori a tempera che però sono più facilmente degradabili.

Con il Rinascimento la tecnica dell’affresco conosce il momento di maggiore diffusione. In Italia viene abbandonato l’uso della sinopia e introdotto l’uso del cartone preparatorio. L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone e le linee che componevano le figure venivano puntellate, dopodiché il cartone veniva appoggiato sull’intonaco e spolverato con polvere di carbone di modo che essa, passando attraverso i fori lasciasse la traccia del disegno da seguire poi coi colori.

La pittura a fresco, che costituisce la gloria dell’arte italiana è considerata la più impegnativa tra le tecniche pittoriche benché i materiali utilizzati, come abbiamo visto, sono semplicissimi. L’esecuzione comunque esige una prontezza e un’abilità che devono tradursi in quel modo puro e risoluto di cui parlava Michelangelo che definì l’affresco la pittura degli uomini volendo significare con cio che essa impiega al massimo le capacità e l’esperienza dell’artista.

Parlando dell’affresco non si può che concludere con la presentazione di quello che è il capolavoro assoluto di quest’arte nonché uno dei maggiori capolavori, una delle opere più monumentali dell’arte universale: la cappella Sistina, la volta e il giudizio universale dietro l’altare principale, due opere facenti parte dello stesso sistema, di uno stesso cicli, ma eseguite da Michelangelo in due momenti diversi della sua vita. Egli rappresentò in gioventù le storie della Genesi sulla volta e venne in seguito richiamato per dipingere la parete dietro l’altare col tema del giudizio universale realizzato tra il 1536 e il 1541. Quest’opera subì le durissime critiche del concilio di Trento, per via della folta presenza di nudi che un anno dopo la morte di Michelangelo, nel 1565, si decise di ricoprire. Ad eseguire questo compito venne chiamato Daniele da Volterra passato alla Storia con l’appellativo di braghettone. In seguito queste censure sono state quasi totalmente tolte.

Sulla cappella Sistina è stato proiettato un video poi commentato da G. Abram che ha posto l’accento su alcuni dettagli del monumentale affresco.

La Madonna di via Don Cusini. Intervento di Simona Duca

Questo affresco rappresenta l’emblema della sacralità talamonese, della sintesi tra materia e spiritualità. Il soggetto rappresentato, la Madonna, è comune al 90% delle rappresentazioni sacre talamonesi siano esse dipinti murali, affreschi, edicole, gisoi eccetera.

La figura della Madonna molto spesso viene associata al legno di quercia. Entrambi rappresentano la forza e un saldo senso di protezione dall’alto di cui i talamonesi sembrano avere un particolare e disperato bisogno. Originariamente incastonata in una baita in quel di Ransciga, ha subito in seguito vari spostamenti e ora necessita del nostro aiuto per continuare a mantenersi nel tempo a trasmettere questo connubio tra semplicità dell’esecuzione e maestà del dipinto, del soggetto, reso dalla brillantezza dei colori. L’azzurro del vestito e degli occhi della Madonna, un tipo di blu così brillante e inalterato nel tempo che, come ha osservato G. Abram, potrebbe benissimo essere stato realizzato con lapislazzuli dell’Afghanistan macinati, gli stessi usati da Michelangelo per lo sfondo azzurro del giudizio universale anche se ovviamente qui non siamo a questi livelli ne per quanto riguarda il pittore ne per quanto riguarda la committenza (entrambi sconosciuti).

Un dipinto che spinge ad una riflessione. La grandezza dell’arte può arrivare ai massimi eccessi e far sentire gli artisti vicini agli dei, ma in ogni opera si annida sempre quel tocco delicato in grado di riportare tutti con piedi per terra.

Lezioni di scultura. Intervento di G. Abram

Per fare lo scultore ognuno deve trovare il materiale che gli è più congeniale. Il signor Abram ha scelto il bronzo perché ne apprezza la versatilità che permette di ampliare la creatività artistica spaziando tra molteplici soggetti. Non conta il fatto che il materiale scelto sia nobile o grezzo. Un artista con un grande immaginario e buona tecnica saprà tirar fuori in ogni caso da ogni materiale opere di pregio. A questo proposito il signor Abram ha citato la famiglia quattrocentesca dei Della Robbia in grado di realizzare opere meravigliose con la terracotta.

Una volta che il materiale è stato scelto bisogna imparare a conoscerlo e a lavorarlo in base alle caratteristiche peculiari. Nel caso specifico degli scultori del bronzo, molti si appoggiano ad una fonderia mentre il signor Abram ne ha una propria. Quando ha cominciato ne ha affittata una a Milano e ora invece ne ha una a Delebio dove vive. Attraverso tentativi ed errori ha imparato le tecniche di fusione in modo tale da creare le proprie opere in ogni fase del processo produttivo.

Per lavorare il bronzo bisogna sapere che esso fonde a circa 900° e che una scultura in bronzo nasce dall’arte dell’aggiungere a differenza di quanto accade nel caso del legno e del più classico marmo che si lavorano con l’arte del togliere. In ogni caso sia che l’artista rimuova il materiale in eccesso sia che lo coli fuso dentro uno stampo è ovviamente necessario avere bene in mente l’opera da creare. I veri artisti a tal scopo utilizzano modellini in creta (si possono anche usare altri materiali per i modellini come il gesso o la plastilina). Persino Michelangelo, il più grande scultore di tutti i tempi, per cui la sua arte era tutta giocata sulla perenne ossessione di liberare opere che sentiva essere gia presenti nel marmo, lavorava con modellini preliminari. Così ha affrontato il David prima di scolpirlo da un gigantesco blocco acquistato a poco prezzo perché precedentemente rovinato da un altro scultore. L’opera d’arte insomma va costruita.

La scultura in generale offre più possibilità. La scultura a tutto tondo che è quella classica con la figura ben definita su tutti i lati (il David, il Mosè e le Pietà di Michelangelo, le opere di scultori della Grecia classica come la Venere di Milo la Nike di Samotracia, il Discobolo, il Pensatore sono tutti esempi di sculture a tutto tondo una lista che potrebbe continuare). La scultura a mezzo tondo, quasi definita, ma con una piccola porzione non staccata da una parete (le decorazioni all’ingresso di alcune cattedrali gotiche) l’altorilievo e il basso rilievo, una commistione tra scultura e figura disegnata (i fregi del Partenone oggi al British Museum di Londra sono esempi di rilievi).

Per fare una scultura in bronzo sono necessari diversi passaggi. Il primo passaggio è ovviamente l’idea estrapolata dal proprio immaginario personale, idea che può essere prima disegnata e poi modellata oppure modellata direttamente a seconda della metodologia specifica che ognuno intende adottare. Dal modello non si può prescindere. Il modello in creta su cui si posa uno strato di negativo in gesso. Lo strato in gesso si rimuove si divide in due parti per staccare dalla creta. I negativi in gesso vanno poi riuniti in un unico pezzo dopo averli lavati. La forma va capovolta e si esegue poi una seconda colata di gesso. Sul modellino di gesso si realizza una controforma in gomma da tagliare anch’essa in due metà nelle quali va pennellata la cera liquida che a contatto con la gomma fredda si solidifica e forma uno strato dentro cui colare del refrattario per poi rimuovere la gomma. Sul positivo in cera ottenuto da quest’ultimo passaggio si realizzano le colate e gli attacchi di fusione con un secondo strato di refrattario. È a questo punto che la statua è pronta per la fornace ove la cera brucia e rimangono i due strati di refrattario che bisogna interrare  per far si che quando giunge il momento di colare il bronzo fuso poi non esploda. Nel frattempo bisogna fondere il bronzo. A 150° assume una colorazione azzurrina (che può essere accentuata con piccole parti di fosforo). A questo punto è giunto il momento di colare il bronzo all’interno della forma refrattaria. Il bronzo seguirà le linee guida della forma refrattaria espandendosi dal basso verso l’alto. La scultura a questo punto è pronta, ma è necessario che si raffreddi poiché il bronzo caldo è fragilissimo. Una volta che il bronzo è freddo la scultura può essere ripulita dagli strati interrati e di refrattario e cesellata. Da ricordare che le forme preparatorie devono essere realizzate con un’ apertura in alto a mo’ di sfiatatoio.

Una scultura in bronzo appare naturalmente di colore verde. Il bronzo è composto in media da un 85% di rame, che è il responsabile della colorazione, e da un 15% di stagno, che fluidifica il tutto. Per fare una scultura in bronzo è importante che il materiale di partenza non scarseggi in stagno poiché molto rame e poco stagno rende il bronzo fuso di consistenza troppo pastosa per poter essere utilizzata. L’unica scultura che si conosce realizzata con appena l’1% di stagno sono i famosi cavalli di Venezia realizzati ciascuno in un blocco unico tranne la testa e il collo unita al resto del corpo con dei finimenti. Per lavorare il bronzo con poca percentuale di stagno nella composizione bisogna aggiungerci del piombo e comunque su questi cavalli, inizialmente pensati per una successiva doratura, si possono notare delle imprecisioni.

I Greci furono grandi scultori di bronzo oltreché di marmo. Era molto difficile trovare del bronzo già pronto però. I Greci si procuravano separatamente i due metalli che lo formavano. Trovavano il rame a Cipro (il cui nome significava proprio isola del rame cuprum in greco) e acquistavano lo stagno carissimo dai Fenici i quali lo trovavano in un gruppo di isole nei pressi dell’Inghilterra. I Fenici a quel tempo viaggiavano più degli altri. Si spingevano persino nei Paesi Baltici per trovare l’ambra lungo le coste occidentali dell’Africa per trovare l’oro. Potrebbero essere stati loro a diffondere la leggenda delle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) come limite del Mondo oltre il quale le acque precipitano e questo per impedire che altri potessero venire a conoscenza delle loro rotte commerciali.

Anche i Romani realizzarono sculture in bronzo. L’esempio più famoso è la statua equestre di Marco Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma salvata dalla furia distruttrice dei Cristiani verso i retaggi del paganesimo perché scambiata per una statua di Costantino colui che legalizzò il Cristianesimo.

Michelangelo fece solo una statua in bronzo (e pare un crocifisso in legno di dubbia attribuzione) una statua di san Petronio che si trova a Roma nella chiesa dedicata al santo commissionatagli da papa Giulio II della Rovere, un papa terribile, guerrafondaio, irascibile e sempre in ritardo coi pagamenti, ma che dal canto suo esigeva la pigione da Michelangelo, il quale comunque è morto ricco perché sapeva comunque farsi pagare e bene.

Il più grande bronzista della Storia dell’arte dopo i Greci fu senz’altro Donatello.

La vita di Caravaggio. Seconda parte.

È venuto poi il momento di conoscere gli ultimi atti, più tormentati che mai, della vita di Caravaggio, letti sempre da Sonia Sassella e tratti dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO.

Secondo intermezzo musicale

Questa volta il pianoforte di Damiano Bertolini ci ha regalato un brano orientale.

I ringraziamenti del sindaco

In chiusura della giornata non poteva non intervenire il sindaco Italo Riva con i ringraziamenti al gruppo dei volontari.

Ultimo intermezzo musicale

Per salutare l’apertura della mostra la sonata di Beethoven al chiaro di Luna

Quando il legno diventa arte. La mostra.

È giunto finalmente il momento di inaugurare la mostra che proseguirà fino al 13 ottobre da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 17.30 il sabato dalle 15 alle 18 e dalle 20.30 alle 22 e la domenica dalle 15 alle 18, una mostra collettiva di vari intagliatori valtellinesi (Sergio Bertolini, Franco Bianchini, Dante Bonelli, Quirino Ciaponi, Battista Duca, Egidio Ruffoni, Remo Ruffoni, Cirillo Zuccalli). Una mostra caratterizzata da un allestimento intelligente dove ogni autore trova il suo spazio e può esprimere il suo potenziale e dove l’arte del legno si esprime attraverso varie tipologie di linguaggio (dal classico, al rustico, all’avanguardistico) di soggetti e di interpretazioni. Un percorso che va meditato con molta calma ed osservato più e più volte per ascoltare il legno che parla al cuore raccontando le sue storie attraverso l’immaginario di coloro che, modellandolo, prima e meglio di tutti hanno saputo interpretarlo a volte dando un titolo alle loro opere, ma molto più spesso no.

Un percorso che parte da Quirino Ciaponi cui il legno ha suggerito forme prese dalla natura nonché forme umane stilizzate modellate a formare sculture vere e proprie, ma anche tazze.

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Un percorso proseguito poi con Battista Duca che ripercorre la lunga tradizione della cultura materiale (con legno che fa da materia prima nella creazione di oggetti quotidiani) virando però anche verso forme astratte.

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Si continua poi con Cirillo Zuccalli e la sua personale interpretazione dell’arte del legno come arte sacra, ma anche come amarcord e come personale celebrazione del rapporto tra le popolazioni valligiane e la natura attraverso fiori e grappoli d’uva dorati. Un percorso arricchito da vecchie lettere e fotografie nonché da un libricino con tavole illustrative di tutte le stanze di una casa (cucine, soggiorni, camere da letto, bagni) arredate con mobili e stili antichi (di fattura settecentesca pare).

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Di scena poi Fausto Bertinelli e le sue opere su tavola che sembrano ispirate alla pop art e che più che mai evidenziano come l’arte di creare col legno sia soprattutto l’arte del togliere.

In queste sottili tavole di legno l’immagine prende forma proprio dal legno rimosso

 

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A seguire Sergio Bertolini offre allo spettatore una finestra su un tempo passato in cui il legno serviva anche a divertire i bambini che con piacere ricevevano giocattoli intagliati da padri, zii o nonni. Giocattoli che Sergio Bertolini qui propone ricchissimi di dettagli. Due Pinocchio interpretati in maniera originale, modellini di auto motorini, elicotteri aerei, un quod, accanto a strumenti atti alla lavorazione artigianale della lana anch’essi riprodotti fedelmente e probabilmente funzionanti.

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È il turno ora di due scultori Franco Bianchini e Dante Bonelli accomunati da grande fantasia e versatilità nel rendere il legno materia viva con cui plasmare il proprio immaginario creando opere che spaziano da comuni oggetti d’uso quotidiano talvolta decorati (suppellettili e posate) ad opere che ricordano le avanguardie contemporanee. Opere che mescolano il sacro e il profano nel caso di Dante Bonelli che espone tavole di legno incise con rappresentazioni sacre (la Sacra Famiglia), ma anche istantanee di vita quotidiana e opere che, com’è il caso di Franco Bianchini, non dimenticano la natura. È il caso di una scultura elaborata come un’installazione che rappresenta alcuni animali del bosco innestati su un tronco lungo e sinuoso che lo fa somigliare ad un serpente.

Istantanea di vita quotidiana incisa su legno da Dante Bonelli

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A seguire sacra famiglia incisa su legno da Dante Bonelli

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La vita nel bosco secondo Franco Bianchini

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A seguire alcune immagini che illustrano l’esposizione generale delle opere dei due artisti

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La quotidianità, la fatica del lavoro è il tema dominante di Egidio Ruffoni. Il suo proporre gerle, cestini come quelli per la frutta, zangole, carrozzine, trasfigurandoli da oggetti di uso quotidiano a opere d’arte ha un che di dadaista.

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È interessante notare come l’ultimo (ma non per importanza) degli scultori presentati, Remo Ruffoni, partendo praticamente dallo stesso spunto, abbia però elaborato soluzioni diverse (se si eccettua la scelta di creare un bassorilievo sul ripiano di un tavolo, un bassorilievo che rappresenta la lotta in volo tra due galli forcelli). Nelle sue opere (sculture a tutto tondo e bassorilievi) il legno si fa quasi carnale ed è come se le figure rappresentate prendano davvero vita. Figure che rappresentando la dura vita di montagna si trasfigurano in parte in una dimensione di sogno mostrando la vita ad un livello più generale e trasversale. In particolar modo i bassorilievi di questo artista ricordano delle vere e proprie istantanee che paiono animarsi come dei tableau vivant. Due tra questi bassorilievi mi hanno colpito in modo particolare, scolpiti su entrambi i lati come a voler raccontare la stessa storia in due momenti e da punti di vista differenti. Un discorso che mi ha ricordato molto il concetto di simultaneità della scena preso in esame nell’ambito della giornata sull’Orlando Furioso. Il primo dei due bassorilievi intitolato SOPRAVVIVENZA racconta da un lato il tentativo dell’uomo di sopravvivere in una scena di guerra che vede coinvolti gli alpini e dall’altro la spietata e caotica lotta per la sopravvivenza della fauna selvatica, in assoluto l’opera che ho più amato tra quelle esposte. C’è poi l’altro bassorilievo dublefax che rappresenta i due atti dell’importante momento che perpetua l’atto primordiale della creazione attraverso la generazione di una nuova vita prima e dopo la nascita di un nuovo bambino.

Da notare l’opera lunga e stretta al centro dell’immagine chiamata Evoluzione.

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Ignoranza e Estasi e  altre due opere senza titolo

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Il sogno del pastore

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Sopravvivenza (lato a)

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Sopravvivenza (lato b)

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                                                                                            Senza titolo (lato a)

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Senza titolo (lato b)

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                                                      Tavolo con il duello tra le maestose aquile

Ad arricchire la mostra una presentazione fotografica dedicata all’arte sacra lignea valtellinese che richiama il discorso di Lucica Bianchi durante la presentazione.

Un percorso, quello di questa ricca mostra che è il degno coronamento di un’iniziativa che segna un altro importante capitolo della vita culturale talamonese

Antonella Alemanni

LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA

TALAMONA 28 settembre 2013 in scena l’Orlando Furioso alla casa Uboldi

L’ASSOCIAZIONE BRADAMANTE  IN OCCASIONE DELLE GIORNATE DEL PATRIMONIO EUROPEO PROPONE UN PERCORSO CHE PARTE DAGLI AFFRESCHI DI PALAZZO VALENTI FINO AD ARRIVARE ALL’OPERA TEATRALE E TELEVISIVA DI LUCA RONCONI

Anche quest’anno Talamona partecipa alle giornate europee del patrimonio (che lo scorso anno hanno coinciso con l’inaugurazione ufficiale della casa Uboldi con la sua sala conferenze da quel momento in poi prodiga di eventi) e anche quest’anno sceglie di farlo con l’Orlando Furioso, un personaggio ormai di casa, parte integrante della cultura valtellinese secondo dinamiche che, nell’incontro avvenuto lo scorso anno, sono state ben approfondite grazie agli esperti dell’associazione Bradamante che da anni, con pochi fondi e molta passione, si dedicano a questi studi portando la loro opera in giro un po’ per tutt’Italia con eventi e mostre dedicate. In occasione di queste giornate molto importanti, l’associazione ha organizzato un ricco calendario di eventi da Teglio sino a Talamona col racconto in presa diretta degli affreschi sulla facciata di Palazzo Valenti a partire dalle ore 17 e proseguito alla casa Uboldi con una conferenza intitolata LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA, un percorso che indaga la trasfigurazione dell’Orlando Furioso nell’iconografia partendo dalle figure stampate sulle prime edizioni del poema e quelle dipinte sino ad arrivare a quelle rese coi linguaggi teatrale e cinematografico.

Presentazione degli affreschi della facciata di palazzo Valenti

L’itinerario è cominciato di fronte a palazzo Valenti le cui origini sono molto più antiche di quelle della sua facciata. Il palazzo venne costruito nel XII secolo e in epoca rinascimentale subì degli interventi migliorativi che lo hanno trasformato nel palazzo che tuttora possiamo ammirare, tuttora abitato dalla famiglia Valenti.

A raccontare tutto questo (dopo l’immancabile introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca) Silvana Onetti, presidente dell’associazione Bradamante che ha collaborato di recente al restauro della facciata affrescata del palazzo. Un restauro che, nonostante l’impegno profuso, ha permesso di recuperare integralmente e di rendere visibili e comprensibili solo gli affreschi della prima fila in alto che si sono conservati tenacemente, mentre il resto della facciata è risultato essere non più recuperabile.

Osservando attentamente gli affreschi rimasti integri in alto sulla facciata si può notare come essi ricordino delle scene rappresentate a teatro tratte dalle edizioni a stampa del poema della seconda metà del Cinquecento (in particolar modo l’edizione del 1542). A determinare lo spazio della scena è la dimensione della facciata. Incastonate tra architetture dipinte rivivono, animate da pennellate vivaci e monocromatiche tendenti al giallo arancione (che, se illuminate dal Sole al tramonto paiono davvero prendere vita) le scene raccontate negli episodi dei canti primo secondo e ventunesimo essenzialmente duelli tra i vari personaggi in guerra per il re Carlo Magno e all’inseguimento di Angelica la donna di cui tutti o quasi sono innamorati o si innamorano durante il dipanarsi della vicenda. Ecco dunque combattere sotto gli occhi dello spettatore Ferraù e Argalia sulle rive di un ruscello, Bradamante con due personaggi diversi in due riquadri diversi, Gradasso e Rinaldo mentre sullo sfondo l’Ippogrifo si materializza uscendo dal castello di Atlante (un dettaglio scoperto durante i restauri), Rinaldo e Sacripante che si contendono il cavallo che il secondo ha rubato al primo mentre Angelica fugge sullo sfondo portando con sé l’elmo di Orlando (una scena che viene riprodotta in Sicilia sugli involucri dei prodotti tipici; da quelle parti l’Orlando Furioso è molto conosciuto e amato, soggetto preferito del teatro dei pupi). Scene che, circondate da finte colonne, sembrano sculture oppure personaggi reali congelati nel tempo come in certe storie maledette dove i morti non trovano requie e sono condannati a ripetere perpetuamente le azioni che stavano compiendo quando morte li colse. Tra queste compare anche un’immagine sacra. Una madonna aggiunta nella seconda metà del Seicento.

L’ Orlando Furioso: la simultaneità della scena dal testo all’immagine

Il discorso è proseguito alla casa Uboldi con una presentazione multimediale delle immagini via via analizzate, prese da varie fonti e comparate, intervallate dalla lettura di brani del testo corrispondenti all’immagine di volta in volta in discussione ad opera della bravissima Elena Riva che già lo scorso anno aveva saputo coinvolgere il pubblico con la sua lettura del lamento di Bradamante.

La prima immagine è stata un ritratto di Ludovico Ariosto, autore dell’Orlando Furioso, eseguita dal Tiziano e facente parte di una serie di ritratti tizianeschi a vari personaggi che in quell’epoca animavano la corte estense, personaggi di spicco della cultura e dell’arte all’epoca particolarmente vivace come mai più, purtroppo, sarebbe riuscita ad essere. Ludovico Ariosto scrisse il poema su commissione proprio della famiglia degli Estensi. Un poema che conobbe sin da subito un’immensa fortuna e conobbe tre versioni ed edizioni diverse. La prima è quella del 1516, la più semplice con un linguaggio padano. La terza del 1532 è quella con i quarantasei canti e il linguaggio più ufficiale ed aulico, giunta sostanzialmente inalterata fino a noi ed è stata l’ultima edizione uscita con Ariosto ancora in vita. Egli infatti morì nel 1533 a 56 anni.

La seconda immagine è stata un frontespizio dell’Orlando Furioso che oltre ad essere il capolavoro assoluto di Ludovico Ariosto è anche uno dei massimi capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi.

La terza immagine ritraeva i torrioni del castello di Ferrara che ai giorni i nostri appare diverso rispetto a com’era ai tempi di Ariosto per via di successivi interventi. Particolare attenzione all’ingresso caratterizzato da un arco a tutto sesto.

A seguire la casa di Ariosto che egli acquistò negli ultimissimi anni della sua vita con un bellissimo giardino e un boschetto sul retro ai quali Luca Ronconi si ispirerà ricreandoli molto simili per il suo sceneggiato televisivo tratto dall’Orlando, un’opera che, sebbene con un linguaggio diverso, applica la massima fedeltà al testo, dal quale nessuna iconografia e trasfigurazione può naturalmente prescindere. Simultaneità che si ritrova sorprendentemente anche tra lo sceneggiato televisivo e le scene dipinte sulla facciata di palazzo Valenti.

L’immagine successiva era proprio un particolare della facciata raffigurante la fuga di Angelica, comparata col brano del poema da cui è tratta, magistralmente letto e spiegato da Elena Riva. Angelica è un personaggio in continua fuga nel corso del poema mentre tutti intorno a lei sono intenti a guerreggiare contro il nemico cui il re Carlo Magno ha dichiarato guerra, Agramante, ma anche a duellare tra loro e ad inseguire la stessa Angelica offerta come dono da Carlo Magno al cavaliere che si dimostrerà più valoroso.

A questo punto ecco un’immagine della facciata totale del Palazzo Valenti in due versioni. La fotografia e il disegno architettonico.

Ed ecco poi due versioni dell’immagine del duello tra Bradamante e Sacripante. La versione a stampa e quella degli affreschi dove compare anche un’immagine di Ferraù ripresa in corso di restauro e così inserita nella presentazione. Un’immagine dove Ferraù compare di spalle con l’elmo calcato in testa, dettagli che inizialmente hanno reso difficile l’interpretazione dell’immagine che poteva benissimo rifarsi ad altri poemi eroico – cavallereschi anche più antichi.

A seguire un’immagine del duello tra Rinaldo e Sacripante in tre versioni. La prima tratta dall’edizione Zoppino, la seconda tratta dall’edizione Valdrisi e la terza dall’affresco di palazzo Valenti. Tre versioni caratterizzate da un elemento comune. Le figure del trentacinquesimo canto sono state utilizzate per raccontare un episodio del primo canto. A riprova di cio la presenza sullo sfondo di Angelica in fuga.

Le scene delle edizioni a stampa sono delle xilografie dapprima semplici che ritraggono due personaggi per volta (quelle delle edizioni a stampa di Zoppino per esempio) poi via via sempre più elaborate con più personaggi, dettagli di paesaggio e più scene del poema in una stessa immagine tanto che gli incisori dovevano indicare i personaggi con le loro iniziali a scopo orientativo. È qui che si comincia a notare la simultaneità della scena espressa ancor meglio in un’immagine ove Bradamante compare due volte protagonista di due duelli contemporaneamente: quello con Ferraù e quello con Rodomonte.

Gran parte di queste immagini sono comparse anche nelle mostre allestite qualche anno fa a Teglio e a Talamona. Una ricca galleria di immagini tratte e comparate da varie fonti è parte di uno studio dedicato della scuola normale superiore di Pisa, in particolare dal settore della ricerca sulla elaborazione e comparazione delle immagini letterarie che all’iconografia dell’Orlando Furioso ha dedicato mostre ed eventi culturali.

L’ultima immagine presa in esame prima di passare all’intervento successivo ritraeva Orlando e Ferraù in una stampa acquerellata dell’edizione Messer e sull’affresco di Palazzo Valenti. Due immagini quasi identiche. Nella prima Angelica che fugge sullo sfondo è ritratta sulla sinistra, mentre nella seconda è ritratta sulla destra e questo oltre ai colori è l’unico dettaglio evidente che le differenzia.

A conclusione di questo excursus sull’Orlando Furioso nell’arte figurativa (un percorso sempre aperto a conferme, ma anche a smentite e a sempre nuovi riscontri ed interpretazioni)  Elena Riva ha letto il brano relativo al duello di Bradamante e Sacripante, scena che sarebbe stata proiettata nell’ultima parte della serata, tratta dallo sceneggiato di Luca Ronconi. In questa scena Sacripante incontra Angelica, ma deve vedersela con l’improvvisa irruzione di Bradamante, mentre Angelica ne approfitta per fuggire di nuovo.

 

 

L’Orlando Furioso e il teatro. L’avventura di Luca Ronconi

A questo punto la parola è passata a Mira Andriolo attrice, regista e pedagoga teatrale che ha lavorato con Luca Ronconi (il periodo più fecondo di questa collaborazione risale al 2000 al piccolo teatro di Milano) dopo essersi diplomata con lui all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico e fa parte di un associazione culturale chiamata Spartiacque. Il suo intervento, attraverso una carrellata tra le tappe fondamentali della storia del teatro e della biografia di Luca Ronconi, e stato chiarificatore su come il maestro Ronconi sia arrivato a concepire e a portare avanti le idee circa l’allestimento e la messa in scena del suo spettacolo teatrale prima e dello sceneggiato televisivo poi.

Parlare di Luca Ronconi richiederebbe un discorso lungo e complesso che riempirebbe ore ed ore tanto la sua vita è stata lunga e variegata e la sua attività estesa.

Luca Ronconi è il più grande regista italiano. Nato nel 1933 a Susa in Tunisia dove la madre Fernanda insegnava letteratura. I due torneranno in Italia qualche anno dopo quando per il piccolo Luca è tempo di iscriversi alla scuola elementare dimostrandosi dotato e precocissimo una dote che lo porterà, una volta divenuto adulto, ad apportare innovazioni mai viste prima in ambito teatrale, innovazioni che di molto avrebbero anticipato i tempi. Conseguì la maturità classica al liceo Tassi di Roma sempre sotto l’egida della madre che impronterà l’istruzione del figlio sulla memoria. Lo stesso Ronconi racconterà che sua madre gli faceva imparare a memoria persino la matematica, formule e spiegazioni, allenandogli la memoria in modo maniacale.

La vita di Ronconi è stata una vita particolare non soltanto per la presenza di questa madre dalla personalità così forte e singolare, ma anche per via di tutta una serie di episodi dolorosi come l’assenza della figura paterna. Il padre di Ronconi scomparve dalla sua vita un giorno mentre tutta la famiglia stava viaggiando in treno. Scoppiò un diverbio tra i genitori, il padre scese alla prima fermata e ne la moglie ne il figlio lo rividero più. Episodi come questo incisero profondamente anche nel suo modo di concepire e di fare teatro un po’ come accade nel caso di tutti gli artisti.

La madre di Ronconi desiderava che il figlio studiasse Giurisprudenza, ma egli dopo qualche mese lascerà l’università per iscriversi all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico dove si diplomerà come attore dopo aver frequentato i corsi di Orazio Costa che ha allevato generazioni intere di attori. A Ronconi però fare l’attore non piaceva. Essendo molto emotivo risentiva particolarmente del cosiddetto panico da palcoscenico. Lavorerà comunque per qualche tempo con Luigi Squarzina, un grande regista appartenente al filone cosiddetto neorealista o dei registi dissidenti filone di cui facevano parte anche Luchino Visconti e Aldo Trionfo che operarono nel campo teatrale importanti rivoluzioni. Dopo la guerra si ritrovarono in Svizzera (alcuni di loro come Aldo Trionfo vi erano fuggiti perché ebrei) per fare il punto sullo stato di salute del teatro.

A partire dall’Ottocento il teatro era in via di decadenza. Era divenuto un tipo di teatro capocomicale caratterizzato da compagnie girovaghe ove il primo attore, che era anche capocomico, svolgeva anche il ruolo che in seguito sarebbe diventato di competenza del regista teatrale (che in realtà somigliava più ad un semplice supervisore) e nel contesto del quale i testi rappresentati non avevano elaborati studi alle spalle ed erano rappresentati più o meno tutti allo stesso modo, con una recitazione roboante e declamata sempre nello stesso stile, partendo da testi con una drammaturgia precisa e sviluppati in un unico filone. Un momento di caduta di tono del teatro quindi, soprattutto se si considerano gli esordi di quest’arte che mosse i suoi primi passi nell’antica Grecia intorno al V secolo a.C. con funzione politica, civica e didattica di trasmissione della cultura e dell’universo della mitologia, resa con modalità ben precise. Un’arte la cui apoteosi coincise con la nascita della Grecia classica e tutti i suoi elementi caratteristici (il progresso nelle leggi, la poesia, lo sport) nonché gli eventi salienti della sua Storia. Un’arte che conobbe un periodo di declino col tramonto dell’antichità classica per poi rifiorire nel Medioevo attraverso le rappresentazioni sacre laddove ancora si mescolavano sacro e profano, liturgia e spettacolo (le messe ad esempio venivano cantate intervallandole con cori di angeli e rappresentazioni di scene tratte dai brani delle Scritture letti in quel momento e le prime vie crucis venivano officiate in forma di spettacolo: ogni stazione corrispondeva ad un palchetto e ad una scena ben precisa) finchè questi due aspetti assunsero connotazioni ben precise e differenti. Lo spettacolo occorre che sia preparato e messo in scena dinnanzi ad un pubblico ben preciso e dunque ad un certo punto il teatro assumerà un’identità indipendente dai rituali liturgici, nasceranno i luoghi deputati alla messa in scena degli spettacoli. Nel Cinquecento in Inghilterra nasce il cosiddetto teatro elisabettiano con il palco rialzato e il pubblico in piedi sotto ad osservare la rappresentazione degli attori. Dopo due secoli, nel Settecento nascerà il teatro all’italiana che conosciamo ancora oggi, completamente diverso dai teatri greco-romani delle origini. Anche in questo caso il palco è rialzato e il pubblico a seconda del ceto sociale trova posto nella platea (il popolo) o nelle tribune a palchetto (i nobili). Da qui sino al Novecento la struttura portante della drammaturgia rimarrà sostanzialmente invariata, ma caratterizzata da progressive cadute di tono e di stile. E qui torniamo al discorso iniziale delle compagnie girovaghe e le loro rappresentazioni eccessivamente arbitrarie e poco studiate. Il Novecento sarà il secolo in cui la situazione stagnante del teatro subirà una serie di rivoluzioni a 360° grazie principalmente ad un movimento chiamato strutturalismo che comprendeva studi filologici, filosofici e antropologici e che portava avanti l’idea di un teatro che doveva basarsi su una messa in scena di testi solo dopo averli attentamente studiati e contestualizzati con rigore interpretativo, un’idea che prendeva avvio dall’assurto secondo cui, così come ciascun individuo, anche ciascun testo possiede una propria identità peculiare dalla quale non si può prescindere, in primo luogo l’attore non può prescindervi nella costruzione del personaggio e dello stile recitativo, dell’intonazione. La rivoluzione del teatro nel Novecento consisteva proprio nel considerare il copione come uno spartito musicale che, sebbene lasciasse all’attore un certo margine di libertà interpretativa, richiedeva comunque di essere rispettato nei suoi tempi e nella sua struttura e mai tradito. Il compito che i cosiddetti registi dissidenti si sono posti è stato dunque questo. Il rinnovamento del teatro e il passaggio da una tipologia capocomicale ad un teatro di regia riscoprendo la figura del regista. Squarzina, Trionfo e tutti gli altri di questa corrente non si limitavano ad essere registi erano uomini di teatro a tutto tondo ed era così che volevano riscoprire il valore della regia teatrale. Il regista non è solo colui che fa da supervisore al lavoro degli attori, che li guarda dall’esterno, ma è anche colui che accompagna gli attori durante la creazione dei personaggi, durante lo studio filologico e strutturale del testo da recitare. Anche la figura dell’attore e il modo di concepire la recitazione e lo stare in scena si rivoluzionano. In un’epoca in cui la recitazione era ancora molto esteriore con gli attori truccati come maschere, visse e lavorò Eleonora Duse una delle più grandi attrici di tutti i tempi che però non si truccava mai prima di entrare in scena, dove si manteneva quasi sempre sullo sfondo e di spalle. Lo strutturalismo che si proponeva di rivoluzionare il teatro era fondamentalmente una riscoperta del valore delle parole del loro essere significato (cioè la forma che tutti comprendono che le identificano) e significante (un valore in più che ognuno si immagina). Su questo ad esempio si basano gli studi di Roland Bart che si propongono di rispondere ad una domanda fondamentale: quando si mette in scena uno spettacolo che cosa arriva alla gente, che cosa viene comunicato?

È in questo contesto culturale che Luca Ronconi si forma arrivando al teatro come attore poco convinto e iniziando poi a fare il regista per caso strutturando il suo modo di concepire e fare teatro senza mai prescindere dal pubblico, domandandosi sempre: quando comunico a chi comunico, che cosa percepisce chi ascolta, che cosa rimane dentro ad uno spettatore di uno spettacolo? Per Ronconi il pubblico non è un elemento passivo che si limita a fruire della rappresentazione, ma anzi è parte integrante del sistema teatro che diventa teatro vero solo nel momento in cui si verifica l’incontro tra attori e pubblico. Nel corso della sua lunga vita, attraversata da tutti i più importanti avvenimenti del Novecento, Luca Ronconi ha sempre covato dentro di se questi principi, condizionati anche dal fatto che nel corso del tempo è sempre più difficile capire il tipo di pubblico cui ci si rivolge. Se una volta le comunità erano ben definite, ciascuna col suo background culturale e di vissuto comune che ne determina la sensibilità a un certo tipo di spettacoli e non ad altri, ora le comunità sono sempre più multietniche ed eterogenee. Ecco perché Ronconi ad un certo punto sviluppa una ricerca volta a creare un tipo di teatro aperto dove i testi da recitare vengono messi in scena in modo che a tutti, a seconda della personale sensibilità, del vissuto, del livello culturale, possa arrivare qualcosa dello spettacolo. Per Ronconi ogni individuo costituisce un pubblico a sé stante e ognuno deve avere la possibilità di creare dentro di sé il proprio spettacolo, uno spettacolo che può prendere avvio da qualunque spunto. Per Ronconi tutto il Mondo è un grande teatro che diventa così teatro dell’infinito dove la ricerca è a tutto tondo dallo studio sui testi, ai dialoghi agli spazi, compresi quelli mentali. Ronconi in un’intervista dichiara che il suo teatro non è fatto di progetti, ma di idee, di elementi, di materiali che si combinano strada facendo in modi anche sorprendenti a volte, naturalmente sempre partendo da un testo  che non deve essere per forza un testo appositamente pensato per una trasposizione teatrale, un testo che deve potersi esprimere liberamente senza forzature da cui ognuno può trarre le proprie conclusioni personali, un teatro dunque che non prevede delle vere e proprie metodologie per essere portato avanti, un teatro che gli spettatori devono leggere come un libro diventando essi stessi degli attori attraverso la capacità che ogni individuo ha di dare una propria lettura ed interpretazione della realtà che lo circonda attraverso la capacità che ognuno ha di modificare la propria coscienza in base a cio che guarda, che legge, di farsi coinvolgere.

Con queste premesse si arriva al 1969, anno in cui Ronconi mette in scena l’Orlando Furioso. È solo da pochi anni che si dedica alla regia, ha gia messo in scena due spettacoli che hanno avuto un discreto successo (tra cui uno intitolato INFINITIES tratto da un libro di teoremi matematici perché secondo Ronconi, come già prima si accennava, tutto può essere teatro, anche ad esempio un articolo di giornale) e a questo punto Luigi Squarzina gli offre la possibilità di partecipare al festival dei due mondi di Spoleto.

Di questi anni anche l’incontro con Edoardo Sanguineti, uno scrittore, intellettuale d’avanguardia, appartenente al gruppo 63, un movimento che si ispira ad un altro analogamente rivoluzionario chiamato gruppo 47 (i numeri si riferiscono ai rispettivi anni di fondazione 1963 e 1947). Sanguineti applica alla letteratura gli stessi principi che Ronconi ricerca nel teatro. Anche la letteratura è naturalmente influenzata dallo strutturalismo e dalle rivoluzioni culturali che il Novecento ha portato. Nel Novecento si ha la relatività di Einstein, la psicanalisi di Freud, i movimenti di rottura avanguardista (futurismo, dadaismo, beat generation). Accadono più cose nell’arco del Novecento che nell’arco di tutti i secoli precedenti, il mondo e le società umane si modificano con un ritmo mai visto prima, ma più di tutto si percepisce la perdita del senso dell’identità monolitica che fa posto ad un’identità multiforme, poliedrica, ad una molteplicità di punti di vista, ad una realtà frammentaria e non più così facilmente definibile. Ed è così che si modifica anche la cultura. Anche i concetti di identità culturale e cultura di appartenenza si trasformano. I gruppi d’avanguardia come quelli sopra citati prendono l’avvio da questi fermenti e credono che anche la letteratura debba essere in grado di raccontare fedelmente questa realtà così come si è evoluta e deve pertanto abbandonare i canoni precisi che l’hanno sempre caratterizzata sino a quel momento per spaziare ed aprirsi ad infinite possibilità di sperimentazione.

Quando Ronconi incontra Sanguineti e ne legge l’innovativo romanzo intitolato IL GIUOCO DELL’OCA, che ben esprime l’idea della vita come un percorso labirintico che ad ogni passo è soggetto a modifiche ed è un susseguirsi di casualità, coincidenze, simultaneità prive di schema e linearità (esattamente come un romanzo di Italo Calvino ad esso contemporaneo intitolato IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI), si può dire che la letteratura incontra il teatro ed è un incontro favorito dalla comune esigenza di rinnovamento. Ronconi vorrebbe inizialmente portare in scena al festival dei due mondi di Spoleto proprio il libro di Sanguineti perché ben si confà alle sue esigenze di provare un teatro destrutturato che rappresenti esattamente la vita com’è. Poi però ad un certo punto cambia idea. A un certo punto avviene l’incontro tra Ronconi e l’Orlando Furioso un testo che appartiene ad una tradizione classica di opere in versi, ma che è comunque nelle corde di questi autori alla ricerca di novità per via della storia che esso racconta e soprattutto per la modalità con cui si dipana. Calvino una volta commentò l’Orlando con questi termini “si tratta di un poema di movimento tortuoso, di scene che si intrecciano, il cui tema principale è la continua ricerca di un oggetto del desiderio che non viene mai totalmente raggiunto” questa del desiderio e dell’appagamento è, tra l’altro, proprio una delle grandi utopie dell’uomo che non è felice se non desiderando e una volta appagato un desiderio se ne crea un altro, un meccanismo interno all’uomo che è anche la struttura portante di quella macchina infernale che è il sistema consumismo-capitalismo che crea desideri in continuazione che ne ha fatto l’oggetto di contestazione dei movimenti studenteschi. Ronconi dunque si innamora di questo testo e lo sceglie anche perché è un testo presente nell’immaginario collettivo e dunque adatto a raggiungere un pubblico ampio. Ci lavora esattamente nel modo con cui avrebbe voluto lavorare sul testo di Sanguineti, modificando la struttura ma senza uccidere il testo anzi facendo in modo di tirar fuori dal testo tutte le potenzialità, il suo meccanismo intrinseco, basato sulla simultaneità delle storie. In questo è aiutato da Sanguineti stesso che collabora al lavoro rileggendo il poema come un romanzo inserendovi dei dialoghi e trasfigurandolo nella dimensione drammaturgica lasciandone intatta l’essenza individuando i quattro filoni essenziali: erotico, epico, avventuroso e fantastico. Nel preparare questo spettacolo la ricerca consiste nell’armonizzare questi filoni facendo in modo che ciascuno di essi possa esprimersi. Ed ecco dunque che inizialmente prende corpo l’idea di un palco rotante, abbandonata perché non rende bene la simultaneità. Si passa poi ad un teatro fatto di più palchi per rendere bene non solo la simultaneità, ma anche per ricreare il contesto culturale in cui il poema fu creato inizialmente, un contesto fatto di piazze di mercati, di cantori ad ogni angolo, una tradizione che a Spoleto e un po’ in tutte quelle zone di Umbria e Toscana si mantiene viva ancora oggi perché ancora oggi i vecchi nei paesini da quelle parti praticano la poesia estemporanea, le gare di ottave. Ecco che dunque, in uno spazio di 18 metri per 25, Ronconi allestisce quattro palchi barocchi sul lato corto e due americane sul lato lungo ove le attrezzature sono messe ben in evidenza spostate da tecnici in costume o dagli attori stessi che anche quando non sono in scena sono comunque attori e partecipanti attivi dello spettacolo che contribuiscono a creare semplicemente con la loro presenza fisica anche muta sulla scena. Uno spettacolo innovativo, volto a dare un senso di straniamento, di dispersione, una centrifuga di idee, di scene di simultaneità di storie, uno spettacolo che deve essere visto più volte per potersi creare lo spettacolo dentro di sé che mescola attori e pubblico nello stesso spazio e che ben esprime l’esigenza di Ronconi di fare del teatro come un gesto civico e politico, esattamente lo spirito con cui il teatro venne creato millenni or sono. Un lavoro che anticipa l’era della multimedia e degli ipertesti in contemporanea con una pietra miliare epocale della storia dell’umanità. Il 1969 è anche l’anno in cui l’uomo sbarca sulla Luna.

L’Orlando Furioso nello sceneggiato tv

Nel 1975 Ronconi decide di portare il suo lavoro sull’Orlando anche sul piccolo schermo, ma questo significa rinunciare a tutto il lavoro di ricerca portato avanti per lo spettacolo teatrale. Lo sceneggiato tv in cinque puntate, trasmesso di domenica dalla RAI da poco divenuta a colori, è caratterizzato da scene lineari ambientate in uno spazio interno, quello di Palazzo Caprarola in parte ricostruito a CINECITTA’. Per dare un tocco di innovazione e ritrovare l’idea di simultaneità che aveva caratterizzato lo spettacolo teatrale, Ronconi propose di trasmettere lo sceneggiato in contemporanea su due canali in modo che la gente per seguirlo fosse costretta a fare zapping da un canale all’altro. L’idea però venne giudicata troppo azzardata e non se ne fece nulla.

Gli ultimi minuti della conferenza sono stati dedicati alla proiezione di alcune parti dello sceneggiato corrispondenti alle scene prese in esame durante l’analisi dell’iconografia e ai brani letti. Vedendolo sono rimasta perplessa dall’idea di ambientare un poema che io mi immaginavo ambientato in spazi aperti e con colori vivaci in un’ambientazione interna e con luce cupa. L’ho trovato molto simile ad una versione del Rigoletto allestita a Palazzo Te a Mantova nel 2010 e trasmessa in diretta da RAIUNO in tre atti in orari diversi.

A conclusione della giornata ricca di contenuti è stato allestito un rinfresco a base di formaggio salumi, bisciola e frutta innaffiati con vino e aperol soda. Tanto di cappello ai solerti organizzatori che dopo aver pensato a nutrire le anime hanno provveduto a nutrire anche i corpi.

Antonella Alemanni

LA BIBLIOTECA INAUGURA

                                                                                               

Listener

(clicca sull’immagine per ingrandimento)

TALAMONA  5 ottobre 2013 biblioteca in allegria

UN POMERIGGIO DI FESTA PER SCOPRIRE NOVITA’ E SERVIZI DELLA BIBLIOTECA

 

Già a partire dallo scorso anno la Provincia di Sondrio ha aderito ad una campagna di raccolta fondi stanziata dalla fondazione Cariplo, fondi di cui hanno beneficiato, per la ristrutturazione ed il rinnovamento generale, le biblioteche di Morbegno, di Chiuro, di Montagna e naturalmente di Talamona. La Provincia di Sondrio ha seguito con molto interesse il percorso di miglioramento di queste biblioteche al termine del quale ha richiesto l’organizzazione di piccoli eventi per festeggiare questo nuovo inizio.

La biblioteca di Talamona ha raccolto questo invito organizzando, sabato 5 ottobre a partire dalle ore 15, una giornata dedicata ai bambini, a quelli che sono già utenti affezionatissimi e a quelli che si sono avvicinati a questa realtà per la prima volta. Un pomeriggio all’insegna del divertimento e della creatività in ambito del quale gli spazi della biblioteca sono stati, per un giorno, teatro di momenti ludici, ma comunque intelligenti ed istruttivi. Gli spazi esterni, con aree verdi particolarmente piacevoli per i pomeriggi di lettura durante la stagione calda, dove i bambini, sotto la sorveglianza dei volontari e dei genitori, hanno potuto giocare liberamente e consumare un piccolo rinfresco. La sala dedicata alle letture per l’infanzia coi tavoli messi a disposizione per coloro che portano compiti o ricerche da svolgere divenuta un laboratorio dove i bambini hanno realizzato piccoli lavoretti con le loro mani coadiuvati dalle educatrici Alicja Paluch ed Elisa Lecchini e alla presenza di un gruppo di signore che hanno svolto una dimostrazione sulla lavorazione della lana coi metodi di una volta. Infine una sala a pianterreno dove è gia in corso una mostra collettiva dedicata all’arte dell’intaglio e dove è stata allestita un’installazione musicale interattiva intitolata MATITA a cura del signor Fabio Bonelli e del suo team, un esempio d’arte come partecipazione democratica dei grandi come dei piccini, di chiunque avesse voglia di fare quest’esperienza singolare di disegnare la musica su fogli posti sopra tavole di legno collegati a microfoni con un accompagnamento alla pianola.

Un pomeriggio per vivere in allegria gli spazi della biblioteca resi ancora più festosi dalle opere colorate e divertenti di Guido “Bau” Scarabottolo, grafico ed illustratore, nato nel 1947 a Sesto San Giovanni che ha lavorato per tutti gli editori italiani, per la RAI e per le maggiori aziende pubblicitarie nonché per Giappone e Stati Uniti e che ha tenuto mostre in tutto il mondo.

Un pomeriggio che ha contribuito una volta di più a sottolineare come gli spazi della biblioteca siano spazi di tutti e per tutti, da avvicinare con gioia e viva curiosità, ma anche col massimo rispetto.

Antonella Alemanni

CAMMINARE E SOGNARE

TALAMONA, 20 SETTEMBRE 2013, PRESENTAZIONE DI UN LIBRO

L’AVVENTURA DEL CAMMINO DI SANTIAGO ATTRAVERSO LE PAGINE DEL LIBRO DI WALTER ORIOLI

Dopo la pausa estiva, questa sera alle ore 20.45 la stagione culturale alla casa Uboldi ha riaperto i battenti e lo ha fatto con una serata molto speciale, una sorta di crasi tra le due iniziative che nel corso della passata stagione hanno avuto maggiore successo: le serate letterarie e la serie dei viaggi. Anche questa sera infatti si è parlato di un viaggio, un viaggio già noto al pubblico talamonese che ha seguito assiduamente la passata stagione: il cammino di Santiago. Un cammino che, come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca facendo come di consueto gli onori di casa, “è anche un sogno, il sogno in primo luogo di raggiungere questa meta, il sogno del percorso, dei luoghi attraversati”. Un sogno che il signor Walter Orioli ha voluto imprimere nelle pagine di un libro intitolato CAMMINARE E SOGNARE: verso Santiago di Compostela, edito dalla Albatros. Ed è dunque in questa doppia veste che la serata si è svolta: il racconto di un viaggio e la presentazione di un libro in un appassionante unicum. Un racconto durato poco più di un’ora circa, accompagnato da una presentazione fotografica che ha permesso di rievocare cio che già si conosce di questo itinerario (anche attraverso il racconto già ascoltato nel corso della scorsa stagione) ma anche di imparare molte altre cose tra cui non poche informazioni pratiche utili a chi pensa di incamminarsi.

Il cammino di Santiago è un cammino storico le cui origini risalgono all’epoca medievale. È in quell’epoca infatti che un umile frate sognò una stella che cadeva sulla terra in un punto ben preciso. Andando a scavare in quel punto venne rinvenuta una tomba col corpo decapitato di un uomo, una tomba risalente all’epoca di Gesù e attribuita ad uno dei suoi apostoli, San Giacomo (Santiago in spagnolo). Da allora sono cominciati i pellegrinaggi di fede in onore di questo santo. Un cammino che si è evoluto nel tempo. Mentre agli inizi era irto di pericoli con le strade che pullulavano di briganti pronti a rapinare e uccidere, oggi è diventato molto più comodo, ricco di indicazioni, di servizi (alberghi, ostelli, bar, conventi, presidi sanitari per chi non dovesse sentirsi bene) di gente che ti saluta, ti indica il cammino quando ti vede smarrito o si accorge che stai prendendo la direzione sbagliata. Cio non toglie che il tutto vada affrontato con un certo allenamento e un po’ di disciplina fisica. Si tratta comunque di un totale di 780 km che richiede il dover camminare sette ore al giorno partendo dalle 6 di mattina fino a mezzogiorno (quando ci si rifocilla con un pasto leggero preferibilmente un panino al sacco) per poi riprendere il cammino sino al tardo pomeriggio quando giunge il momento di pernottare negli alberghi e ostelli dei pellegrini appositamente preposti. Un cammino che si può approcciare in vari modi in relazione alle proprie forze (bisogna considerare che i pellegrini possono avere qualunque età dai più giovani agli anziani pensionati). C’è chi sceglie una maniera molto estrema uscendo di casa con lo zaino e camminando fino alla meta senza l’ausilio di alcun mezzo (ma sono molto pochi). C’è chi arriva coi mezzi fino alla prima tappa ufficiale del cammino (Saint Jean Pied de Port sui Pirenei) e da li prosegue a piedi.  C’è chi intervalla le camminate ad alcuni tratti in autobus. C’è chi anziché a piedi sceglie di fare il percorso in bici o a cavallo (quest’ultima alternativa si rivela particolarmente congegnale per il trasporto bagagli). C’è chi sceglie di percorrere solo alcune tappe. Principalmente il cammino è suddiviso in tre tappe. La prima tappa consiste in 270 km partendo da Saint Jean Pied de Port passando da Roncisvalle sino a Burgos. La seconda va da Burgos a Leon distanti tra loro 170 km. La terza infine copre i 280 km da Leon sino a Santiago dove tutti pellegrini si ritrovano ai piedi della maestosa cattedrale che nel corso del tempo ha subito vari ampliamenti e che custodisce al suo interno la tomba e una statua di San Giacomo (che volendo si può abbracciare) nonché il buttafumero, un incensiere gigante che viene fatto oscillare sulla testa dei pellegrini, in origine per stemperarne la puzza, inevitabile dopo il lungo tragitto, ma attualmente più per motivi di spettacolo, per offrire uno spettacolo. Nonostante Santiago sia la meta ultima, il cammino prosegue ancora di un tratto fino alla località di Filisterre a picco sull’oceano dove un tempo qualcuno credeva finisse il mondo. Una volta giunti lì è costume fare un bagno nell’oceano e sino a qualche tempo fa bruciare un indumento, un rituale che simboleggiava il rinnovamento personale auspicato dal cammino, ma che attualmente è vietato.

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Come alternativa di percorso non bisogna dimenticare infine il mezzo più classico per i lunghi viaggi: l’aereo. Da Orio al Serio a Bergamo c’è un volo diretto per Pamplona da dove degli autobus permettono di ricongiungersi a Burgos, sul cammino vero e proprio. In alternativa si può atterrare a Madrid oppure direttamente a Santiago. Il signor Walter ha raccontato di essere arrivato in aereo sino a Pamplona e di aver camminato a partire da Burgos perché si sentiva poco allenato. Al di la del pellegrinaggio di fede infatti, il cammino ha lo scopo di permettere a ciascun pellegrino di misurarsi con le proprie forze di fare i conti con se stesso e i propri limiti. È soprattutto a tale scopo, più che a scopo pratico, che il cammino è suddiviso in tappe, in quanto ciascuna tappa rappresenta una sorta di valenza simbolica. Nel corso della prima tappa ci si svuota dei pensieri e delle preoccupazioni lasciate progressivamente alle spalle, poi ci si raccoglie in sé stessi in una sorta di ricerca interiore delle proprie motivazioni (non soltanto quelle che hanno portato ad intraprendere il cammino, ma anche quelle che concernono lo stare al mondo, le ragioni profonde della propria esistenza) fino ad elevarsi, una volta giunti a Santiago, ad una nuova dimensione di leggerezza e gratificazione rinascendo poi a nuova vita tramite il rituale del bagno nell’oceano a Filisterre. In questo senso il cammino di Santiago può essere inteso come un cammino di meditazione, un cammino laico, trasversalmente aperto a pellegrini da ogni dove (ma soprattutto europei) e di ogni confessione religiosa.

Un cammino che offre diversi percorsi. Oltre al cammino classico ci sono il cammino primitivo, quello del nord parallelo a quello classico, ma che si snoda tutto vicino al mare (con molti meno ostelli) e infine quello che risale partendo dal Portogallo.

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Nella foto: la mappa raffigurante i vari percorsi del cammino di Santiago

Un cammino che è anche di contemplazione del paesaggio che progressivamente smette di essere una componente esterna per diventare parte del viaggiatore, della sua dimensione interiore. Un paesaggio che lungo il percorso è soggetto a diverse variazioni. Si passa dai prati fioriti alla pianeggiante e soleggiata Mesetas tra Leon e Burgos dalla connotazione quasi desertica poi via via, attraverso borghi e villaggi rurali dalle connotazioni semplici e rustiche come se li il tempo non fosse passato mai e poche città, si arriva al paesaggio roccioso che porta a Filisterre. Un paesaggio punteggiato di sculture originali dedicate ai pellegrini, di chiese romaniche e di epoca templare torreggianti su piccole parrocchie gestite da preti gioviali lungo il quale si trovano cappellette chiese abbandonate, edicole e croci presso cui depositare sassi raccolti lungo la via, simbolo dei fardelli che man mano ci si lascia alle spalle.

Un cammino lungo il quale, in corrispondenza dei centri abitati, ci si imbatte sempre in qualche sagra o festa paesana.

Un cammino che offre poche sicurezze che applica la contemplazione e la meditazione in movimento (a cominciare dal fatto che bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi) e che permette al corpo di acquisire un migliore metabolismo e una maggiore ossigenazione.

Un cammino che si può considerare una sorta di terapia psicofisica nonché una ricerca di qualcosa che di preciso non si sa.

Un cammino che educa all’essenzialità, in primo luogo per il fatto che lo zaino deve essere leggero dato che deve essere portato in spalla a lungo (la durata massima del cammino è di un mese e una settimana).

Un cammino da compiere da soli per fare parallelamente anche un viaggio dentro se stessi, ma anche in compagnia per potersi scambiare memorie e impressioni che comunque c’è sempre la possibilità di scambiare anche coi pellegrini incontrati lungo la via perché il cammino è anche questo, un’infinita possibilità di incontri interessanti impossibili da fare nella vita di tutti i giorni.

Un cammino che di solito si intraprende su consiglio di qualcuno che si conosce e che c’è già stato oppure quando si percepisce un momento di crisi nella propria vita si ha la necessità di staccare. Il signor Walter raccontava che per lui le cose sono andate esattamente in questo modo, ha sentito la necessità di partire perché si sentiva invischiato in tutta una serie di situazioni percepite come poco piacevoli da cui non riusciva ad uscire. Partire e percorrere questo cammino con un ritmo lento (ma c’è chi cammina più velocemente, ognuno naturalmente sceglie il ritmo che gli è più congeniale) gli ha permesso di uscire da se stesso, ma anche, paradossalmente, di acquisire una maggiore consapevolezza del suo corpo, migliorare la sua ipertensione (è scientificamente provato che questo tipo di malattie traggono giovamento da lunghe camminate) e di tornare con le idee più chiare circa le migliorie da apportare alla sua vita partendo da piccole cose come una maggior consapevolezza del gesto di salutare come modo per valorizzare il prossimo, un maggior attaccamento agli affetti, una maggior attenzione all’essenzialità, al cibo che tendenzialmente si è abituati a consumare in maniera automatica. Un percorso interiore che ha dovuto fare i conti col riacclimatamento alla quotidianità, ma che poi si è rivelato positivo non solo per il signor Walter, ma anche per tutti coloro che lo circondano perché, ha detto il signor Walter, quando si sceglie di variare il proprio atteggiamento a poco a poco anche chi ci circonda ci segue in modo quasi automatico.

Un cammino che in qualche modo fortifica anche l’autostima dato che ci si trova ad affrontare situazioni in cui non si può contare sulle comodità della vita moderna.

Un cammino tendenzialmente privo di controindicazioni (se si escludono quelle in cui incorre chi non sa misurare correttamente le proprie forze) alla portata di tutti che richiede una certa dose di adattabilità.

Un cammino economico. Gli alberghi più cari che offrono i maggiori comfort costano tra i 25 e i 30 euro. Poi ci sono gli ostelli con dei dormitori che arrivano fino a 100 posti che ricordano quelli dei campi militari il cui prezzo si aggira in media intorno ai 5 euro, ma alcuni prevedono donazioni libere. In alcune parrocchie c’è persino la possibilità, per i pellegrini più poveri, di prendere i soldi anziché portarli (di solito sono dei preti a gestire simili servizi) ed esistono conventi con fontane che zampillano vino anziché acqua. Solitamente la cena servita ai pellegrini consiste in un piatto di minestra seguito da un piatto di pesce o carne a scelta per un valore totale di 15 euro, ma esistono anche locali dove le cucine sono collettive e possono essere gestite direttamente dai pellegrini che cucinano ognuno cio che preferisce, i piatti di casa propria. Tutti questi luoghi di ristoro sono accomunati dal fatto di essere gestiti da persone affabili. A questo proposito il signor Walter ha raccontato uno specifico aneddoto. Una sera si è trovato ad alloggiare in un convento che prevedeva il rientro per tutti i pensionati alle 10 di sera. Quella sera il signor Walter rientrò troppo tardi e fu costretto a chiedere ospitalità ad un albergo che gliela offerse nonostante il signor Walter non avesse con se i documenti o i soldi, prontamente mostrati e consegnati la mattina dopo.

Un cammino che va affrontato con alcune accortezze pratiche. Le calzature migliori che non fanno sudare i piedi ne producono vesciche sono le sandale da portare anche con le calze di cotone sotto quando fa un po’ più freddo. Il miglior bagaglio è uno zaino pieno di tasche e impermeabile o con telo coprente, dove stipare gli spuntini le bottiglie d’acqua, le kiway e gli ombrelli in caso di pioggia, asciugamani di fibre, pezzi di giornali antiumidità per imbottire le scarpe, un cappellino per ripararsi dal sole e sacchi a pelo leggeri per chi volesse dormire all’aperto qualche volta. Il miglior periodo è l’autunno o la primavera.

Un cammino ricco di soddisfazioni durante il quale in più punti è costume fare messe di benedizione ai pellegrini e fare la lavanda di un piede e alla fine del quale si riceve un diploma mostrando una tessera che viene rilasciata all’inizio del percorso e timbrata ad ogni tappa, un diploma che però si riceve soltanto se non si è abusato troppo dei mezzi pubblici durante il percorso.

Un cammino che non è il solo possibile da fare. Esiste ad esempio un cammino che in epoca medievale era altrettanto famoso del cammino di Santiago: la via Francigena cosiddetta perché partiva dalla Francia per i pellegrinaggi sino a Roma toccando molti borghi italiani dalla Val d’Aosta alla Toscana (Pontremoli, Siena San Gimignano, San Quirico per citarne alcuni), ma che oggi ha perso lo smalto di un tempo. In Italia nonostante la forte influenza esercitata dalla chiesa non si è mantenuta la cultura del pellegrinaggio, dell’accoglienza, dell’ospitalità che è possibile vivere lungo il cammino di Santiago e dunque la via Francigena non è quasi più praticata. In Italia esistono anche cammini più brevi e poco conosciuti come il cammino dei tre giorni sulle colline nei dintorni del lago di Como partendo da Abbadia Lariana.

Un cammino che da secoli non smette di affascinare e che questa sera si è reso protagonista di uno degli eventi più riusciti alla casa Uboldi (come ha sottolineato anche l’assessore alla cultura Simona Duca) una serata caratterizzata dalla condivisione delle esperienze tra il signor Walter e chi tra il pubblico ha compiuto anch’esso questo cammino, chi è in procinto di partire e chi, dopo aver ascoltato il racconto del signor Walter ha sentito la voglia di partire e lo ha incalzato con tante domande. Una serata che, come si auspicano i volontari sin dall’apertura della Casa Uboldi, ha avuto il sapore di una serata in famiglia che ha permesso di rendere davvero onore alla casa della cultura, come luogo di cultura in primis appunto, ma anche come vera e propria casa.

Antonella Alemanni

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Nella foto la copertina del libro di Walter Orioli con la fotografia del rudere di una chiesa templare attraverso la quale attualmente passa un tratto di cammino e al cui interno è stato allestito un ostello

INCONTRIAMO DANTE E PARLIAMO D’AMORE .TALAMONA 5 aprile 2013, serata culturale all’Auditorium delle scuole medie “G.Gavazzeni”

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INCONTRO DANTE: DI DANTE E DELL’AMORE

UNA SERATA NATA DALLA COLLABORAZIONE TRA LA BIBLIOTECA DI ARDENNO E QUELLA DI TALAMONA PER DISCUTERE DEL TEMA DELL’AMORE NEL CAPOLAVORO DI DANTE. L’AMORE, PRINCIPALE MOTORE DELLE VICENDE UMANE.” L’AMOR CHE MOVE IL SOL E LE ALTRE STELLE.” 

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Foto: Incipit della Divina Commedia

Una serata da antologia quella che ha avuto luogo questa sera all’Auditorium delle scuole medie di Talamona alle ore 20.30. Una serata che mesi fa era stata proposta ad Ardenno e che è stata riproposta qui grazie alla passione e alla sollecitudine della signora Lucica Bianchi, talamonese di adozione, ma divenuta in breve tempo un motore indispensabile della vita culturale del nostro piccolo angolo di mondo. Una serata che, come ha detto uno dei lettori dei brani di Dante, il signor Martino, in una sorta di introduzione al tutto “nasce da una constatazione tanto semplice quanto chiara: la grande poesia, i grandi autori, affinchè diventino ciò che sono devono uscire dalle biblioteche ed entrare nelle piazze. È stato questo pensiero insieme al coraggio e alla consapevolezza di portare sul palcoscenico il più grande per eccellenza senza stravolgerne le parole con rischiosi adattamenti, a portare alla realizzazione di tutto questo. INCONTRO DANTE, un titolo che riassume in sé tutto il significato profondo dell’iniziativa. Un incontro col poeta, il suo mondo e la sua poesia, un viaggio attraverso i più famosi e caratteristici personaggi danteschi, un viaggio da fare col cuore e con la testa foriero di emozioni e di riflessioni”. Un viaggio articolato principalmente in tre tappe, tre canti, magistralmente letti, contestualizzati storicamente e infine commentati dalla professoressa Valentina Alessandrini, curatrice dell’evento. Un viaggio durante il quale l’opera e il suo autore sono stati perfettamente inquadrati nel loro contesto storico-culturale.

Dante, il suo tempo, critiche successive e temi conduttori

Nella seconda metà del Duecento Firenze è un vivace centro culturale che raccoglie gli stimoli provenienti dai maggiori centri culturali italiani come Bologna, Arezzo, Lucca, Siena. Significativa la circolazione degli studi di retorica di Brunetto Latini, maestro di Dante, lo stilnovismo di Guido Cavalcanti, IL NOVELLINO. Firenze è anche uno dei comuni più attivi dell’Italia centrosettentrionale. In questo periodo la struttura sociale del comune è stata trasformata dall’incremento delle manifatture e dei commerci che hanno danneggiato le piccole famiglie nobili escluse così dall’esercizio degli uffici politici se non iscritte ad un’arte. A ciò contribuì anche un ordinamento corporativo di Giomma della Bella. Dal punto di vista politico, Firenze è lacerata da una lotta politica tra i guelfi, sostenitori del Papa, e i ghibellini, sostenitori dell’imperatore. I guelfi a loro volta si dividono in due fazioni. I bianchi, capitanati dalla famiglia Cerchi, sono l’ala più moderata costituita prevalentemente dal popolo. I neri, capitanati dalla famiglia Donati, sono invece l’ala più estremista, audace e violenta, apertamente disposta  a sovvertire gli ordini costituiti.

In questo clima nasce Dante Alighieri nel 1265. Trascorre una vita intensa da un punto di vista letterario e politico, prende parte attivamente alla vita della sua città come guelfo bianco e vive l’esperienza dolorosa dell’esilio peregrinando tra varie città italiane. Muore a Ravenna, dove tutt’ora è sepolto, nel 1321.

Dante intitola il suo capolavoro COMINCIA LA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI FIORENTINO DI NASCITA NON DI  COSTUMI. Com’è scritto nell’epistola inviata da Dante nel 1317 a Cangrande della Scala in riconoscenza dell’ospitalità offertagli durante l’esilio.

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Foto: La Divina Commedia in un’edizione del 1593, Firenze

Poema composto da 100 canti scritti in terzine di versi endecasillabi, narra di un viaggio nei tre regni dell’oltretomba: Inferno, Purgatorio e Paradiso, un viaggio che ha tutte le caratteristiche di una redenzione personale ed universale. Ci si inabissa nel male poi si risale seguendo sempre una traiettoria verticale dal basso verso l’alto.

I TRE REGNI DI DANTE

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L’INFERNO

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PURGATORIO

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PARADISO

Nei tre regni Dante colloca prevalentemente i suoi contemporanei e molti personaggi storici, politici e religiosi.Gli incontri con le anime sono ricchi di umanità, di commozione e di pietà ed indicano la grande passione di Dante verso l’umanità corrotta e peccatrice. Il viaggio inizia l’8 aprile del 1300, il venerdì santo dell’anno di indizione del primo giubileo della Storia da parte di papa Bonifacio VIII che durò una settimana. Entriamo nell’ottica dei pellegrinaggi di oggi, che altro non sono se non un mettersi in movimento per un percorso di purificazione e conversione, e scopriremo dunque la dinamica del poema, la fatica e la bellezza di questo pellegrino che ha messo in atto tutti i mezzi a sua disposizione per raggiungere la felicità.

Molti anni più tardi Boccaccio, un altro grande della letteratura italiana, disegna il ritratto fisico e morale di Dante utilizzando le testimonianze di chi lo aveva conosciuto negli ultimi anni.

Fu il nostro poeta di mediocre statura ed ebbe il volto lungo ed il naso aquilino, le mascelle grandi ed il labbro inferiore proteso in avanti che di tanto rispetto a quello superiore avanzava. Nelle spalle alquanto curvo e gli occhi grandi di colore bruno, i capelli e la barba spessi e crespi e neri. Sempre malinconico e pensoso. I suoi vestimenti sempre onestissimi furono e l’abito conveniente alla maturità. Il suo andare era greve e mansueto e nei domestici costumi e nei pubblici fu composto e civile. Rare volte non domandato parlava quantunque eloquentissimo fosse. Sobrio fu molto e di pochi domestico e negli studi, quel tempo che lor potevano concedere, fu assiduo. Grandissimo fu d’amore e di pompa e di animo alto e disdegnoso molto.

Eugenio Montale, poeta del Novecento afferma che Dante non può essere ripetuto, esempio massimo,egli resta estraneo ai nostri tempi, ad una civiltà fondamentalmente irrazionale. Poeta concentrico, Dante non può fornir modelli ad un Mondo che si allontana progressivamente dal centro e si dichiara in perenne espansione perciò la Commedia è e resterà l’ultimo miracolo della poesia mondiale.

Questa sera si parlerà del tema dell’amore nel capolavoro dantesco, di tutte le sfumature dell’amore che Dante ha approfondito: l’amore lussurioso nel canto V dell’Inferno, l’amore tra padre e figli nel canto XXXIII dell’Inferno ed infine l’amore inteso come salvezza ultima espresso dalla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso. L’amore approfondito attraverso due chiavi di lettura particolarmente care alla professoressa Alessandrini, ch’ella considera indispensabili fili conduttori per questo viaggio di conoscenza.

La prima chiave di lettura riguarda i concetti del peccato e del male che attraversano tutto il poema così come attraversano interamente la storia dell’uomo attraverso i secoli, due concetti legati indissolubilmente tra loro, in quanto il peccato può essere inteso come il male che lascia un alone, il male inquadrato nel suo contesto in termini di conseguenze e stati d’animo tra i quali smarrimento e confusione dei referenti che pilotano la nostra vita nel bene e nel male. Stati d’animo che Dante palesa sin dall’incipit del suo capolavoro che prende per l’appunto il via in una situazione di peccato e di male che Dante non comprende come sia giunto. Del resto il peccato non è un qualcosa che può essere delineato, inquadrato in specifici e sporadici episodi, in gesti e cattive azioni precise e circostanziate. Il peccato è insito nella natura stessa dell’uomo, è la pratica radicata del male che si ritrova in tutte le anime che Dante incontrerà (Paradiso escluso).

La seconda chiave di lettura ruota tutta intorno al fatto che dal male non se ne esce da soli perché vizi e fragilità impediscono all’uomo di uscire dalla sua crisi, di respirare, di guardare in alto. un concetto che Dante esprime attraverso un’immagine nelle prime strofe del suo poema, l’immagine di tre vizi che assumono la forma di tre animali: la superbia (una lontra), la lussuria (un leone) la cupidigia (la lupa), un’immagine che denota per Dante una situazione di pericolo reale nel poema che sta a significare nella realtà una profonda crisi spirituale. Per uscire da questa situazione Dante ha bisogno di aiuto che gli giungerà di volta in volta sotto forma di varie figure che si  alterneranno come guide nel corso del suo lungo viaggio. Per prima cosa Virgilio che lo accompagnerà fino al Paradiso dove sarà sostituito da Beatrice a sua volta sostituita da san Bernardo che accompagnerà Dante a cospetto di Dio, cosa che solo un santo può fare. Con questi aiuti Dante può compiere il suo viaggio alla fine del quale egli reca un messaggio per tutta l’umanità. Lo scopo della vita è raggiungere la felicità, ma essa si può raggiungere solo perseguendo costantemente la conoscenza del bene supremo come mezzo di salvezza attraverso Dio. Un viaggio che è il risultato di una macchina provvidenziale affidata alle delicate mani delle donne tanto amate da Dante. Un viaggio che può compiersi in primo luogo grazie alla Vergine Maria che dal Paradiso scorge Dante in difficoltà e dunque intercede per lui presso Dio poi chiama in aiuto santa Lucia (la vergine martire cui vennero strappati gli occhi cui Dante era particolarmente devoto anche a causa di problemi alla vista cui fa cenno in un’altra sua opera IL CONVIVIO) la quale a sua volta si rivolge a Beatrice, la donna amata da Dante (che sta in contemplazione accanto a Rachele, la moglie di Giacobbe) che a sua volta scende nel limbo da Virgilio, il grande poeta latino, per mandarlo in aiuto di Dante alle prese con le fiere. Tre donne dunque che prendono a cuore il destino di Dante e che rispondono a delle analogie ben precise. Maria simboleggia la grazia che agisce d’anticipo. Lucia simboleggia la grazia illuminante, che rischiara. Beatrice invece viene da Dante assurta a simbolo della teologia, della fede, di colei che coopera alla salvezza. Tre donne belle e sapienti simili a quelle cui Dante si raccomanda in un’altra sua opera LA VITA NUOVA che si apre con una poesia che inneggia alle donne che possiedono intelletto d’amore, che hanno in consegna l’amore, che possiedono una sensibilità che le rende non solo generatrici di vita, ma anche capaci di gestire il gran potenziale dell’amore sotto ogni aspetto.

Canto V Inferno: Paolo e Francesca

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Accanto a queste figure femminili di immensa statura morale, nel capolavoro di Dante trovano posto anche molteplici figure di donne molto più semplicemente umane. Un esempio significativo è dato proprio dal primo dei tre canti presi in esame questa sera: il canto V dell’inferno ambientato nel secondo cerchio infernale il primo dei settori dedicati ai peccatori incontinenti, il girone dei lussuriosi che Dante identifica come coloro che hanno sottomesso la ragione alle necessità e ai desideri del corpo e che sono stati condannati per questo a vivere la loro eternità nell’oltretomba alla mercé di tremende tempeste che non si esauriscono mai. Dante giunge in questo luogo dopo aver visitato il girone degli ignavi e le anime del Limbo ed è la prima volta che si trova di fronte ad un peccato grave corrispondente ad altrettanto tremende sofferenze. Da tutto ciò che vede dunque Dante si sente molto turbato, impressionato, vulnerabile. In questo punto l’Inferno (immaginato da Dante con la forma di un imbuto che si restringe verso il basso in proporzione all’aumento della gravità dei peccati commessi e di conseguenza dei castighi inflitti) comincia a restringersi e Dante si trova a cospetto di un tremendo guardiano, uno dei non pochi custodi infernali dalle fattezze mostruose che Dante incontrerà più volte durante il cammino (a cominciare da Caronte all’ingresso). In questo caso si tratta di Minosse che Dante descrive di fattezze orribili, ringhioso con una lunga coda e con il compito di esaminare le anime che gli giungono a cospetto per poi condurle, in base ai peccati commessi, al girone corrispondente. Dante recupera questo personaggio dalla mitologia classica e da due poemi precedenti dove fa la sua comparsa sempre in veste di guardiano dell’oltretomba: l’ODISSEA di Omero e l’ENEIDE di Virgilio, proprio colui che accompagna Dante.  In realtà Minosse era in origine il re di Creta, uno spietato giudice che Dante trasfigura come mostro perché come mostri figurano tutti i guardiani infernali. Mentre esamina le anime che giungono, Minosse ad un certo punto si rivolge a Dante con l’intento di metterlo in guardia circa i pericoli che potrebbe incontrare nel luogo che sta visitando, ma viene prontamente zittito da Virgilio il quale afferma che questo viaggio è voluto da Dio. Nonostante ciò a Dante non sarà risparmiato nulla, egli si troverà totalmente immerso nel dolore che percepisce attorno a se, che trasuda ovunque da quel luogo, totalmente avvinto dai vortici e dalle bufere che tormentano i dannati perennemente sbattuti dai venti che disperdono i loro lamenti. Ad un certo punto Dante nota queste ombre, queste anime, che si mettono in fila e si presentano a lui. Virgilio lo aiuta a comprendere la loro identità e le loro storie, tutte caratterizzate da amori difficili, se non addirittura proibiti, e da morte violenta. Semiramide, che per unirsi al figlio legalizzò l’incesto, Cleopatra che sedusse Cesare e Marco Antonio, Didone, abbandonata da Enea, Elena, sedotta da Paride e considerata la causa scatenante della guerra di Troia. Una galleria di figure femminili che, come già precedentemente accennato, sono ben lungi da avere la statura morale delle donne che Dante elegge come sue guide, ma comunque anime da cui Dante si lascia coinvolgere. Accanto a queste donne si trova anche una nutrita schiera di eroi come appunto Paride accecato dal desiderio per Elena e Achille che per amore subì l’inganno della figlia del re Priamo di Troia. Donne e cavalieri (da questa espressione dantesca Ariosto trarrà in seguito spunto per l’incipit del suo ORLANDO FURIOSO) come pure ad esempio Tristano e Isotta la cui vicenda ne ricalca un’altra simile più vicina nel tempo rispetto a Dante che costituisce il fulcro di questo canto. Un nutrito elenco di storie e personaggi di fronte ai quali Dante proverà un senso di smarrimento e di pietà, un sentimento che continuerà ad accompagnarlo nel corso dell’intera esperienza.

A proposito dei personaggi danteschi, un grande letterato del Novecento G.L. Borges ha affermato una volta che un romanzo contemporaneo richiede centinaia di pagine per farci conoscere qualcuno sempre ammesso che lo si conosca mentre a Dante basta un solo momento e in quel momento il personaggio è definito per sempre. 

Tra tutte le anime che sfilano dinnanzi a lui in questo secondo cerchio dell’inferno, Dante ad un certo punto nota quelle di due giovani che camminano uniti. Dante chiede a Virgilio di poter parlare con loro ed egli risponde che ciò sarà possibile non appena la bufera infernale si sarà attenuata, cosa che puntualmente accade. È così che comincia una delle storie più famose contenute nel poema di Dante, la storia che rende il V canto dell’Inferno uno dei più famosi ed apprezzati: la storia di Paolo e Francesca (la quale può essere definita quasi un’antesignana di tutte le eroine romantiche che avrebbero caratterizzato, molti secoli dopo, un certo tipo di letteratura ndr) che si rifà in parte alla storia precedentemente accennata di Tristano e Isotta. Una volta che Dante può parlare con le anime di Paolo e Francesca chiede loro di raccontare la loro storia e dal canto suo li descrive con una serie di incisive metafore paragonandoli a due colombe che volano insieme desiderando il loro nido, un’immagine che ben introduce l’atmosfera sentimentale che farà da sfondo alla narrazione. Per tutto il tempo sarà solo Francesca a parlare e non si riferirà mai a Paolo chiamandolo per nome. Dal canto suo Paolo resterà in disparte piangendo, afflitto dal ricordo dei peccati commessi. Per prima cosa Francesca, facendo appello alla cortesia di Dante, comincia a raccontare partendo dalla sua tragica morte, senza accennare a nessun peccato ancora. Ella vorrebbe pregare per la pace di Dante che ha avuto pietà per loro, una pietà che a Dante deriva dalla consapevolezza che il male è insito in ogni uomo, ma non stravolge, non abolisce la personalità di un individuo. Francesca è sì, peccatrice ma resta comunque una nobildonna dalle gentili maniere.

Il sentimento di pietà nella COMMEDIA svolge un’importante funzione educativa. Dante si lascia coinvolgere emotivamente dalle situazioni che incontra e in questo modo comprende come tutti quei peccati avrebbero potuto essere anche suoi e quanto fragile e pericoloso sia l’itinerario dell’uomo verso la salvezza. La pietà è una componente fondamentale del processo di purificazione e di catarsi interiore. Boccaccio una volta ha detto che il sentimento di pietà nasce dalla constatazione che la fragilità di Francesca è la fragilità di tutti. In questo senso pietà significa compartecipazione, vivere le emozioni degli altri come proprie, percepire esperienze raccontate come vissute, in questo caso il racconto di Francesca che prosegue con la rievocazione nostalgica dei luoghi natali.

La storia di Paolo e Francesca si rifà ad un autentico fatto di cronaca che ha avuto luogo nel 1293 quando Dante aveva vent’anni. In qualche modo Dante ne venne a conoscenza e ne rimase colpito tanto da costruirci attorno quello che, come già accennato, è considerato forse il più bel canto del poema. Questa cronaca ha per protagoniste quelle che sono tra le due più rinomate e potenti famiglie della Romagna di quell’epoca: i Lapolenta di Ravenna e i Malatesta di Rimini. Dopo una serie di vicende caratterizzate da scontri esterni e instabilità politiche interne, queste due famiglie decisero di allearsi unendo in matrimonio una figlia dei Lapolenta, Francesca, con il maggiore dei figli dei Malatesta, Gianciotto, zoppo e rozzo. Per guadagnare l’approvazione della giovane a quel matrimonio, la tradizione, che risale a Giovanni Boccaccio, dice che sia avvenuto per procura dove procuratore fu il più giovane e aitante fratello di Gianciotto, Paolo, del quale Francesca si invaghì a causa di un malinteso, avendolo creduto, in un primo momento, il vero sposo, pur sapendo benissimo che Paolo era gia sposato. Al quadro narrativo tradizionale si aggiungono le figure del brutto e crudele Gianciotto e del maligno servo che spiava i due amanti (un ulteriore aggiunta romantica non citata da Dante) e poi il tragico e noto finale del duplice omicidio dei due amanti da parte del marito e fratello tradito.

Francesca racconta tutto questo a cospetto di Dante e poi pone l’accento sul sentimento che l’ha portata a peccare. Nel poema questo punto è reso con tre famose terzine di grande bellezza caratterizzate da un’anafora, l’esser tutte e tre introdotte dalla parola amor, cioè l’amore che ha legato i due giovani che, seppur sbagliato, fu comunque tanto grande. L’amore che può attecchire solo in un cuore gentile, sensibile (un concetto tipico dello stilnovismo) e che in Paolo fu ispirato dalla bellezza fisica di Francesca ed è proprio qui che sta la chiave del peccato, il fatto di aver dato maggiore accento alla sfumatura più prettamente carnale dell’amore, avere in primo luogo desiderato il corpo della persona amata più che la persona nella sua interezza, nel suo insieme, un sentimento del quale Francesca si dichiarerà a Dante profondamente offesa anche per come poi sono andate le cose, un sentimento dal quale tuttavia Francesca non ha saputo fuggire, un amore che, nonostante sia stato soprattutto carnale, chiedeva a tutti i costi di essere corrisposto (questo concetto viene invece preso dalla mistica religiosa dell’epoca e in particolare da un’esponente di spicco Santa Caterina di Siena la quale disse una volta che l’anima è portata naturalmente ad amare un’altra anima da cui si sente naturalmente amata, un sentimento religioso prima che umano) un sentimento che impedisce all’altro di non riamare e che dunque si impossessa di Francesca a sua volta attratta dalla bellezza e dalla passione. Questo dunque è stato il peccato che ha unito i due giovani e che continua ad unirli nella morte e che le tre terzine, che si aprono con la stessa parola e che chiudono con lo stesso verbo, sanno raccontare efficacemente, in una perfetta rappresentazione della concezione mistica e stilnovistica dell’amore secondo cui esso risponde a leggi inoppugnabili e indiscutibili, come se fossero leggi fisiche o meccanismi automatici dai quali è impossibile sottrarsi. Un meccanismo che separa la colpa da chi l’ha commessa perché non poteva agire in altro modo, un meccanismo recuperato dagli enunciati dell’ARS AMANDI un testo latino cui si rifanno gli scrittori dell’epoca di Dante. Un meccanismo che Dante dunque ben conosce e da cui mai prescinde mentre ascolta il racconto di Francesca e la sua fragilità (che la porta anche a nutrire sentimenti di odio verso Gianciotto da lei atteso in quello stesso Inferno nel girone dei traditori dei propri congiunti) interrogandosi su come sia potuto accadere che i due siano passati dall’innamoramento alla colpevole consumazione. Francesca risponderà a questo interrogativo di Dante e la sua risposta sarà assurta da quest’ultimo a monito. Francesca racconta come tutto nacque da un libro che ella leggeva insieme con Paolo, un libro che narrava la storia di un altro amore colpevole: quello tra Lancillotto, cavaliere della Tavola Rotonda e Ginevra, la moglie di Re Artù, un libro facente parte del ciclo dei romanzi cortesi. Durante la lettura a Paolo e Francesca capitava di guardarsi spesso negli occhi e provarne imbarazzo (gli occhi fanno parte della simbologia stilnovista considerati il mezzo attraverso cui l’amore colpisce al cuore) perché in qualche modo era come se con gli occhi gia si comunicassero la loro passione, finchè ad un certo punto Lancillotto e Ginevra nel libro si scambiano un bacio cosa che porterà Paolo e Francesca ad imitarli. È a questo punto che nel poema si legge la famosa frase galeotto fu il libro e chi lo scrisse (Galeotto era il servo di Ginevra che fece da intermediario nella sua relazione con Lancillotto). Paolo e Francesca sono caduti nella trappola dell’amor cortese e sensuale, non hanno saputo resistere al contagio del romanzo che stavano leggendo hanno scambiato, come sempre più spesso accade ai giorni nostri, la finzione con la vita reale. Ad un certo punto Dante comprende che egli stesso è andato molto vicino dal commettere questo stesso peccato quando si è innamorato di Beatrice. Anche Dante ha provato desiderio che avrebbe voluto consumare. Dall’amor cortese però Dante è riuscito a virare all’amore virtù che non produce peccato ne in cielo ne in terra. Nonostante ciò lo sgomento causato da questa storia e da questi suoi pensieri lo fanno svenire.

Fino all’ Ottocento, cioè l’epoca romantica, la critica tendeva a fare di Francesca un’eroina tragica di una storia d’amore, divinizzandola quasi. Ma ella è ben lungi dall’essere divina, è una donna terrena che con le sue passioni rappresenta l’essere umano colpevole e debole. Oggi si tende ad assimilare Francesca ad una dama di corte inquieta e insoddisfatta, ma raffinata che trova una giustificazione della sua colpa, del suo essere stata travolta dalla passione senza avere nessuna difesa. Per Dante che raccoglie questa testimonianza conta soprattutto la sua componente amorosa. Per Dante Francesca rappresenta solo una tappa spirituale che dovrà condurlo alla visione di Dio.

Canto XXXIII Inferno: il conte Ugolino

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Questo canto è ambientato nel nono girone infernale dove si trovano i traditori degli ospiti. Qui Dante incontra il conte Ugolino, un personaggio tra i più in vista della politica toscana del quale Dante in gioventù ha udito parlare. Quando Dante lo incontra all’inferno egli è intento  a consumare il fiero pasto cioè a mangiare con molta soddisfazione un cranio umano. Questa scena si ricollega a quella che chiude il canto XXXII e che vede come protagonisti due figuri dei quali uno è immerso nel ghiaccio mentre l’altro sta sulle spalle del primo e lo divora. Dante, come ha fatto con tutte le anime incontrate fino a questo momento, cerca di parlare con il conte Ugolino, gli chiede di raccontargli la sua storia promettendo che ne farà una testimonianza per i vivi. Così dicendo cattura l’attenzione del conte Ugolino il quale smette di mangiare, si pulisce la bocca coi capelli di colui che sta mangiando (l’arcivescovo Ruggeri di Pisa) e solleva il capo. Dapprima chiede a Dante se è davvero sicuro di voler sentire la sua storia e se davvero la diffonderà consegnandola all’eternità. Se così farà allora Ugolino gli racconterà la storia seppur tra le lacrime perché ancora intenso è il dolore causato dagli accadimenti. Ugolino è una delle poche anime che non mostra interesse per Dante, che non gli chiede chi egli sia o che cosa ci faccia li a girovagare per l’oltretomba nonostante sia ancora vivo. Intuisce solo che Dante è fiorentino è gli dice che in virtù di questo dovrebbe gia conoscere la sua storia almeno in parte.

Come molte vicende presenti nel poema anche quella del conte Ugolino deriva da fatti reali. Ugolino nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda, i Della Gherardesca, che, grazie a conoscenze e speciali connessioni con la casata degli Hohenstaufen,  aveva possedimenti e titoli in quelle regioni, allora territorio della Repubblica di Pisa. Ugolino difende dapprima la posizione dei ghibellini in Italia per poi passare alla fazione guelfa dopo una serie di frequentazioni e un’amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti (darà addirittura una sua figlia in sposa a Giovanni Visconti proprio in virtù di questa amicizia). Ugolino fu nominato dapprima podestà e poi capitano del popolo. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica. Approfittando infatti della semi distruzione della flotta pisana Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città. Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze che pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, le più alte cariche della città. In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatto con i Lucchesi che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Vali, Ripafratta e Viareggio. Pur sapendo che per Pisa si sarebbe trattato di una concessione troppo ampia, essendo queste piazzeforti fondamentali per il sistema difensivo cittadino, egli accettò. In definitiva nel corso di queste trattative Ugolino riuscì ad accontentare tutti meno che Pisa e i Pisani. I ghibellini cominciarono a guardarlo come un traditore in battaglia come in politica, mentre i guelfi lo consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per via delle sue origini ghibelline e della concessione facile ai nemici, nonché troppo avido di ricchezza e potere per costituire una guida sicura per la città. Le tensioni che si crearono tra le grandi famiglie pisane causarono  una serie di rivolte e scontri nei quali le famiglie della maggioranza ghibellina appoggiata da Ruggeri degli Ubaldini si oppose alla minoranza guelfa appoggiata da Ugolino. Dopo un’accanita resistenza, sopraffatto coi suoi dai ghibellini Ugolino si chiuse verso mezzogiorno coi suoi familiari nel palazzo del comune e ci restò fino a sera uscendone solo quando venne appiccato fuoco all’edificio per poi essere rinchiuso coi figli nella torre della Muda, una torre adibita alla custodia dei falconi da caccia di proprietà della famiglia Guarandi alleata di Ruggeri e dunque, di conseguenza, nemica di Ugolino.

Una storia, quella di Ugolino caratterizzata da tradimenti, da fiducie tradite soprattutto. Ugolino aveva tradito i ghibellini ed è stato a sua volta tradito dall’arcivescovo Ruggeri di Pisa. È proprio così che si esprime Ugolino parlando con Dante fidandomi del vescovo ne venni tradito e sarà l’unico frangente in cui userà la parola “fidandomi”. Il vero racconto di Ugolino a Dante, il vero dramma che egli vuol confessare, ha a che fare con ciò che accadde dopo che egli si ritrovò rinchiuso nella torre. Nella sua prigione per molti mesi gli era rimasta come unico contatto col mondo esterno una piccolissima feritoia. Una notte fece un sogno terribile in cui vide l’arcivescovo Ruggeri dirigere una partita di caccia contro un lupo e i suoi piccoli, un sogno che egli presenta a Dante come profetico in relazione agli avvenimenti che sarebbero accaduti in seguito. Nel sogno comparivano anche delle cagne magre e i membri delle famiglie alleate di Ruggeri (non solo i Guarandi, proprietari della torre-prigione, ma anche i Colafranchi e i Cosismondi). Ad un certo punto le cagne magre stanno per assalire il lupo e i suoi piccoli ed è a quel punto che Ugolino si sveglia sentendo i suoi figli lamentarsi nel sonno per la fame. Essi sognavano di mangiare e si rivelerà anche questo un sogno anticipatore di cio che poi sarebbe accaduto. Una situazione per la quale non si può fare a meno di piangere, una situazione drammatica sulla quale egli cerca di attirare l’attenzione di Dante il quale, da par suo, ascolta attentamente e tace. Dopo il padre si svegliano i figli e tutti attendono il cibo che viene portato loro ogni giorno. In virtù dei loro inquietanti sogni cominciano a sospettare che il cibo non arriverà. Proprio nel momento in cui dovrebbe essere portato il cibo si sente chiudere l’uscio di sotto, l’ingresso della torre. I figli cominciano a piangere, Ugolino rimane impietrito, sul suo volto si dipinge un’espressione che non sfugge al più piccolo dei suoi figli, i quali sono sempre più provati dalla fame. Vedendo questo e sempre più attanagliato dalla disperazione Ugolino si morde le mani. I figli credono che questo gesto del padre sia dettato dalla fame così si offrono in sacrificio chiedendo di essere mangiati da lui. Poiché il loro padre ha fatto loro dono del corpo egli può ora riprenderselo in questo momento di necessità. Un sacrificio, quello dei figli di Ugolino, che tutti i critici di Dante hanno paragonato a quello di Cristo verso Dio, il sacrificio estremo della croce. Un sacrificio che Ugolino si rifiuta naturalmente di accettare mettendo in atto, a partire da questo momento, la strategia del silenzio; padre e figli non si parleranno più ognuno se ne starà solo col proprio dolore piangendo in silenzio così come silenzioso fu il pianto di Cristo sulla croce. Tutto ciò va avanti per quattro giorni di totale digiuno finchè di nuovo i figli supplicano il padre di accettare il sacrificio che gli stanno offrendo così come ad un certo punto Cristo dalla croce si rivolse a Dio. Tra il quinto e il sesto giorno poi Ugolino vede morire tutti i suoi figli. Si fa largo la disperazione sulla quale però la fame prende il sopravvento. Nel poema questo momento è rappresentato da un verso sulla cui interpretazione non c’è accordo. Poscia più che il dolor poté il digiuno. Secondo alcuni critici questa è la prova inconfutabile che alla fine Ugolino ha commesso cannibalismo sui corpi dei figli tanto più che il canto che introduce Ugolino nella commedia si apre proprio con una scena di cannibalismo. Ugolino all’Inferno divora il teschio dell’arcivescovo Ruggeri a eterna memoria degli atti compiuti in vita. Secondo altre interpretazioni invece Ugolino non mangiò i figli perché questo atto poco si confà con la sua natura di padre amorevole che sarebbe morto lui stesso per i suoi figli e che dunque di fronte alla loro morte semplicemente si lascia morire anch’esso di dolore. Le più moderne interpretazioni si limitano a porre l’accento più sul dolore che pregna l’intera vicenda che sull’atto in se. Ugolino una volta terminato il suo racconto riprende a mangiare il cranio ormai ridotto all’osso mentre Dante di lascia invadere dalla commozione per ciò che ha appena sentito e si lancia in un’invettiva contro la città di Pisa augurandosi che essa venga sommersa dall’Arno insieme con tutti i suoi abitanti considerandola, in virtù della vicenda del conte Ugolino, la vergogna del Bel Paese dove il si suona (intendendo onorare con questo verso e col riferimento al si, la musicalità di quella che sarebbe presto diventata la lingua italiana originariamente chiamata anche lingua del si) e questo perché, insieme ad Ugolino sono stati puniti anche i suoi figli innocenti e tutti in giovane età. Pisa viene paragonata ad una novella Tebe, una città sulla quale, secondo la mitologia classica, si abbatté una moltitudine di sventure (secondo alcuni invece questo paragone farebbe riferimento a presunte lontane origini tebane di Pisa).

Dante riporta la cronaca storica originale del conte Ugolino con alcune modifiche. Egli scrive ad esempio che Ugolino si ritrovò chiuso nella torre con quattro figli in età molto giovane mentre in realtà si trattava di due figli e due nipoti dei quali solo il minore era quasi un bambino. Inoltre per quanto riguarda i castelli pisani essi furono ceduti per tentare di spezzare l’alleanza anti pisana tra le città di Firenze e Lucca e non venne inteso mai da Ugolino come un gesto di tradimento. Le modifiche che Dante compie trasponendo la cronaca nel canto, hanno lo scopo di creare un maggiore pathos di sottolineare il dramma ed evidenziare la crudeltà dei pisani. Dante vuole si presentare Ugolino con tutte le sue colpe di politico sporco e fraudolento, ma vuole anche ritagliargli uno spazio di umanità genuina nel suo ruolo di padre devoto verso i figli. Dante vuole dipingere una tragedia di cui comunque Ugolino è corresponsabile avendo contribuito con le sue azioni alla decadenza di Pisa.

I personaggi di Dante rappresentano sempre degli esempi, una sorta di figure attraverso le quali Dante vuole trasmettere un messaggio di fiducia e speranza. Nel caso di questo canto, Dante vuole rappresentare la tragedia in agguato quando sono in atto odi civili, scontri politici e gesti scellerati. Emerge l’orrore di Dante verso la lotta politica peraltro a lui contemporanea e il rifiuto del coinvolgimento dei figli nelle questioni dei padri, anche se la legge della sua epoca andava in senso contrario contemplando la corresponsabilità familiare. Una legge che Dante ha sperimentato di persona durante il periodo dell’esilio quando ha dovuto provvedere a spostare dalla città di Firenze anche la sua famiglia, un aspetto della sua vita che lo fa sentire particolarmente partecipe alla vicenda del conte Ugolino del quale chiude il corrispondente canto con due possibili finali che raccontano due diversi dolori e così facendo lo consegna all’eternità.

Canto XXXIII Paradiso: la preghiera di San Bernardo alla Vergine Maria

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Foto: Philipp Veit (1793-1887), San Bernardo di Chiaravalle

Con un volo pindarico si passa dal canto XXXIII dell’Inferno al XXXIII del Purgatorio dopo che Dante ne ha viste di tutti i colori, ha incontrato molti altri personaggi e situazioni.

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Dante e Virgilio

A Virgilio come guida è subentrata Beatrice sulla sommità del Purgatorio dove si trova il Paradiso terrestre (quello da cui furono cacciati Adamo ed Eva tanto per intenderci ndr) e da li Beatrice lo accompagnerà per il resto del tragitto fino all’Empireo.

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Dante e Beatrice

Questo è uno degli ultimi cerchi del Paradiso dove Dante si trova sempre più vicino alla visione di Dio, affidandosi, per questa sua esperienza umanamente impossibile, alla guida di San Bernardo che fu, in vita, un grande teologo mariano e che qui per aiutare Dante si rivolge alla Vergine con una preghiera ricca di contrapposizioni e aggettivi che mettono in evidenza il paradosso della grande potenza e magnanimità di Dio.Contraddizioni come quelle che riguardano ad esempio proprio Maria, vergine e madre, figlia del suo figlio contrarie ad ogni logica umana che solo l’onnipotenza divina rendono possibili, come viene riportato anche nel MAGNIFICAT dove si assiste ad un totale rovesciamento di ogni regola dell’uomo: si rovesciano i potenti si innalzano gli umili si colmano di beni gli affamati. Come il MAGNIFICAT, anche questa preghiera di San Bernardo alla Vergine inserita da Dante nel poema è costruita sul ribaltamento di ogni parametro umano, ma anche sull’amore di Dio per l’uomo e sulla carità della Vergine Maria, tra cielo e terra una fonte autentica di amore, speranza, di tutto ciò che è bontà, il nome con cui si appellano le grandi signore e dame, attributo di nobiltà, vergine dispensatrice di grazia che anticipa sempre ogni richiesta degli uomini, colei che reca in sé misericordia, pietà e magnificenza, l’esempio più grande di amore. In virtù di tutto ciò questo canto è considerato un vero e proprio canto di lode che si trasfigura in un Dante lirico per eccellenza nel momento della visione di Dio. Il tempo delle spiegazioni e delle narrazioni è terminato, Dante sta per giungere al vero e proprio incontro con Dio, scopo ultimo del suo viaggio, riassunto negli ultimi quattro versi che chiudono il poema ed esprimono il suo desiderio di conoscenza e la volontà di comprendere. Due aspetti, conoscenza e volontà, che lo hanno portato a compiere questo lungo viaggio, sostenendolo nel corso delle peregrinazioni e che ora si trovano fusi in totale armonia come i raggi di una ruota che gira, un’armonia che da senso ed energia infinita all’uomo e al suo esistere, alla Storia, al Cosmo, alla Natura, all’Universo, un’armonia il cui motore è l’amore, motore di tutto ciò che esiste e che accade dal minimale al massimale, forza travolgente, il sunto di tutto il cristianesimo (come ben ha espresso il Papa emerito Ratzinger con la sua espressione deus Caritas est cioè Dio è amore), l’amore che dunque da senso al Mondo, l’amor che move il sole e le altre stelle, verso che conclude il poema sull’orlo di una pagina bianca che sta a significare l’impossibilità di una vera e propria manifestazione di Dio che rimane al di là dell’amore che Egli rappresenta, un amore insito in ognuno di noi, ciascuno nel proprio mistero, nel suo rapporto personale con Dio e l’Amore stesso. Una concezione che Dante esprime in modo sublime, lui che ha studiato a memoria Aristotele e San Tommaso nutrendosi di teologia e filosofia ad un livello talmente alto che facilmente potrebbe tener testa a molti intellettuali di oggi.

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Foto: La statua di Dante, posta al di fuori del Museo degli Ufizzi

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Foto: Domenico di Michelino, 1465,  “Dante e il suo poema”, affresco nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze

Per la prima volta il qualificatore “Divina”( riprendendo Boccaccio) è stato inserito al titolo “Commedia” in questa edizione del 1555, prodotta da una delle stampanti più illustre del periodo- quella di Gabriele Giolito de’ Ferrari.

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Foto: La Divina Commedia, L’inferno, Stampa del 1555, Venezia

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Foto: La Divina Commedia, Purgatorio,  Stampa del 1555, Venezia

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Foto: La Divina Commedia, Paradiso, Stampa del 1555, Venezia

Conclusioni

Siamo ora giunti (dopo anche i ringraziamenti di rito a tutti coloro che hanno reso possibile questo evento dai volontari della biblioteca, ai responsabili in comune, alle scuole medie e ai loro omologhi del comune di Ardenno) alla fine di questo viaggio. Un viaggio che, come già anticipato nell’introduzione, è un viaggio attraverso l’amore, attraverso le sue sfumature dalle più carnali alle più auliche, quel ’amore che come ha detto Lucica Bianchi introducendo la serata “si può considerare la forza che da sempre governa ogni aspetto della vita dell’uomo, ogni singola azione e ogni singolo pensiero, una forza che nella Divina Commedia è il movimento naturale verso la perfezione, una tensione spontanea dell’intero genere umano verso quel completamento che porta al raggiungimento dell’armonia e che nella persona di Dante si concretizza in una scalata verso Dio che è il senso stesso di tutto questo viaggio così come del viaggio della vita che si rispecchia in modo diverso in ciascuna delle anime con cui Dante si confronta”.  Un viaggio attraverso un grande capolavoro, forse il più grande della nostra letteratura e tra i maggiori di ogni tempo e Paese che è anche un viaggio attraverso la Storia, attraverso, come abbiamo potuto vedere, cronache reali coeve e precedenti a Dante che vengono da lui sapientemente amalgamate nei suoi inarrivabili versi e rese una sorta di paradigma dell’esistenza umana, delle umane debolezze, di quel cammino costantemente in bilico tra tensione verso il miglioramento e l’elevazione spirituale e la rovinosa caduta nel baratro di vizi e peccati. Un viaggio che non è soltanto la vicenda letteraria di un grande uomo e poeta, ma è un qualcosa che riguarda tutti noi. Un viaggio che in un certo senso attraversa l’intera storia umana a partire dal suo inizio fino al momento in cui giungerà alla fine.

Antonella Alemanni