LE UOVA FABERGE’

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Le Uova Fabergé furono una realizzazione di gioielleria ideata presso la corte dello zar di tutte le Russie ad opera di Peter Carl Fabergé, della omonima compagnia.

Le uova Fabergè sono manufatti splendidi, praticamente perfetti nella loro mancanza di utilità pratica, con l’unico scopo di deliziare e sorprendere chi li riceve in dono. Il guscio esterno, in apparenza compatto, si apre e rivela al centro un oggetto prezioso.

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L’espressione più pura dell’arte per l’arte! La bellezza che allude soltanto a se stessa!

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Il primo uovo della collezione imperiale fu realizzato dalle officine di Carl Fabergè nel 1885 per lo zar di Russia, che ne fece dono all’imperatrice Maria Fedorovna, che aveva visto creazioni simili da bambina, alla corte danese.

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Peter Carl Fabergè nel suo studio nel 1900

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Le officine Fabergè in una foto del 1903

Da quel momento in poi, a Fabergè fu commissionato un uovo all’anno. L’orafo aveva carta bianca nel progettarli, quindi, potendo dare libero sfogo alla propria immaginazione li produceva sempre più elaborati.

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L’unica condizione era che ognuno fosse un esemplare unico e contenesse una sorpresa.

Dopo la morte di Alessandro III, nel 1894, suo figlio Nicola II ha continuato la tradizione di questi gioielli, ma commissionandone due all’anno, uno per la madre e l’altro per la moglie, l’imperatrice Alessandra. In tutto ne sono stati prodotti cinquantaquattro per la famiglia Romanov.

Dopo la rivoluzione del 1917, molti di questi oggetti sono stati confiscati o contrabbandati fuori dalla Russia e venduti a collezionisti.

 Nessun uovo venne fabbricato nel 1904 e nel 1905 per via delle restrizioni imposte dalla guerra russo-giapponese.

La preparazione delle uova occupava un intero anno: una volta che un progetto veniva scelto, una squadra di artigiani lavorava per montare l’uovo.

I temi e l’aspetto delle uova variavano ampiamente. Per esempio, sulla parte esterna, l’uovo del 1900 (dedicato alla costruzione della Transiberiana era decorato da una fascia grigia metallica con inciso il programma dell’itinerario della ferrovia, ma all’interno aveva un intero treno molto piccolo in oro.

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A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione al museo dell’arsenale del Cremlino. Nel mese di febbraio del 2004 l’imprenditore russo Viktor Vekselberg acquistò nove uova precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, facendole ritornare così in Russia. Altre collezioni più piccole sono nel museo delle belle arti della Virginia, nel museo di New Orleans dell’arte e in altri musei nel mondo. Quattro uova sono nelle collezioni private mentre otto mancano ancora.

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L’uovo di cristallo, Museo delle belli arte della Virginia,SUA

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L’uovo di Pietro il Grande, Museo delle belli arte, New Orleans, SUA

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L’uovo del Cremlino, Palazzo del Cremlino, Mosca, Russia

                                                                                 Lucica

UNA NUOVA CAPPELLA PER LA CHIESA DI SAN GIORGIO A TALAMONA

DON VINCENZO E MARIO ALBERTELLA 

La trecentesca chiesa di San Giorgio in Premiana presentava originariamente un solo altare. Nel sedicesimo secolo il ricco talamonese Lorenzo Del Sertore residente a Milano fece costruire, a sinistra rispetto all’entrata, una cappella laterale con un altare dedicato a San Lorenzo Martire. Questi la dotò anche di una casa per il cappellano e di proventi per il suo mantenimento. La chiesa di San Giorgio aveva raggiunto in quegli anni il suo massimo splendore: dalla sua costruzione fino a poi tutto il diciottesimo secolo il servizio religioso era stato continuo e regolare, costatando storicamente che Premiana formava un paese di circa trecento anime, oltre i numerosi fedeli delle frazioni di Dondone, Campo e Tartano che affluivano per le funzioni religiose, specialmente nei giorni festivi, grazie alle comode mulattiere oggi ormai scomparse. Ma verso la fine del settecento iniziò la spopolamento di San Giorgio in quanto gli abitanti, per le migliorate condizioni di Talamona (sia per il brigantaggio di fondo valle che stava scomparendo e per il terreno dell’Adda bonificato) cominciarono a discendere ed accasarsi in paese. I fedeli di Campo e Tartano, che avevano costruito sul posto le loro chiese, non necessitavano più della chiesa di San Giorgio ed anche il prete, non essendoci più famiglie stabili per l’intero anno, lasciò l’antica Chiesa per fissare la sua dimora a Talamona. La chiesa non venne completamente abbandonata: si continuò a celebrare la messa per la festa del Titolare il 23 aprile ed il terzo giorno delle rogazioni, più alcune funzioni estive. Inevitabilmente cominciò così il declino strutturale di questa che era la chiesa più lontana dal centro del paese: dopo un secolo e mezzo la chiesa stava ormai per sfasciarsi per la precarietà del tetto che faceva acqua da ogni parte e per due travi maestre, corrose dal tempo e incrinate in vari punti, che segnavano delle gravi curvature. Il muro a destra entrando era percorso da una crepa spaventosa sia in lunghezza che in profondità ed a giudizio dei periti l’edificio sarebbe presto crollato su sé stesso. Fu allora che don Vincenzo Passamonti, da 15 anni canonico di Talamona, previa la concessione del Vescovo di Como Alessandro Macchi, procedette quasi completamente a sue spese al rifacimento della chiesa: la fabbriceria di Talamona in quegli anni aveva infatti dovuto sostenere la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e don Vincenzo decise di mettere a disposizione della causa la sua pensione di guerra (era stato combattente in Albania durante la prima guerra mondiale). Don Vincenzo affidò i lavori alla ditta Tarabini Giovanni di Talamona che, a partire dagli anni   1939/40 rifece completamente il muro pericolante ed eseguì uno sterro di oltre trenta metri cubi di materiale nel terreno retrostante la chiesa per salvaguardarla il più possibile dal logorio delle acque di scolo della montagna e del torrente Moia che, mediante due condotti trasversali tracciati sotto il pavimento, vennero convogliate e sboccarono sotto il muraglione di cinta del sagrato. All’altezza della cappella di San Lorenzo fece costruire una cappella nuova, dotando la chiesa di un terzo altare e rendendola nuovamente simmetrica. Ricostruì completamente il tetto aggiungendo 80 metri quadri di ardesie e da ultimo fece ornare il muro e la cappella nuova dal decoratore Talamonese Augusto Maggi che riprese i disegni geometrici già presenti sulle pareti antiche dell’edificio.

Nel 1949 commissionò una grande tela al professor Mario Albertella, artista milanese molto attivo nella prima metà del ventesimo secolo.

Mario Albertella, pittore e restauratore, nasce a Milano il 7 maggio 1883. Frequenta l’Accademia di Belle Arti e la scuola Superiore di arte applicata, avendo a maestri Cesare Talloni e Luigi Cavenaghi. Si dedica completamente all’affresco, eseguendo importanti decorazioni nelle cattedrali di Siracusa, Ventimiglia, Caltagirone, Como, nel Belgio e in Svizzera.

Fondatore della Scuola Professionale di Arte Cristiana e del Restauro a Milano, a lui si deve anche la Libera Università per l’Artigianato Artistico. Ha pure fondato e diretto la rivista illustrata “Arte e Restauro” ed è stato pure consulente tecnico presso il Tribunale di Milano. Ha vissuto sino alla morte, sopraggiunta nel 1955, in via del Caravaggio 18 in Milano. Riccardo Albertella (nipote). “

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Il bisnonno Mario Albertella

 

Il professor Albertella era molto stimato dal vescovo della diocesi di Como, monsignor Macchi, che nel 1927 personalmente gli aveva commissionato di affrescare il catino absidale della chiesa della Santissima Annunciata in Como con “Il trionfo della Croce”. Nel 1931 fu a Regoledo dove affrescò la chiesa parrocchiale e probabilmente fu in quell’occasione che conobbe don Cusini ed il clero di Talamona, tant’è che due anni dopo, nel 1933 ci fu uno scambio di lettere fra l’arciprete ed il professore riguardante la decorazione della nostra chiesa parrocchiale.

                                                                                       Roma,8 ottobre 1933

  Rev.mo Sig.Arciprete di Talamona Mi pregio d’informarLa che ieri ho ricevuto in Vaticano un colloquio col Rev.mo Monsignore Chiappetta, Presidente della Commissione Pontificia d’Arte Sacra, al quale mostrai le fotografie delle mie pitture eseguite lo scorso mese a Regoledo, e che ebbi da lui informale invito di eseguire un bel progetto per la decorazione della Chiesa di Talamona, disegnata dal Monsignore stesso. Mons.Chiappetta vuole che la sua architettura sia integrata dalla decorazione ma non soverchiata o alterata di carattere e mi ha esposto i suoi concetti in merito. Ho accettato l’invito e studierò il progetto, giacchè qualcosa stavo già studiando in merito. Vuole dire che per la sua realizzazione sarà questione di circostanze e di mezzi. Non appena sarò da quelle parti mi farò dovere di venirLa a visitare e a darLe schiarimenti. Intanto mi valgo dell’occasione per riverirLa distintamente. Dev.mo

Albertella M.

 

Don Cusini però, ormai anziano ed infermo, non portò avanti nessun progetto di decorazione della chiesa. Don Vincenzo, che aveva conosciuto e molto apprezzato l’artista milanese, decise di commissionargli l’opera destinata a completare la cappella nuova. Fu scelto di realizzare una tela perché, nonostante i lavori di bonifica, l’affresco era sconsigliabile a causa della marcata umidità del muro sud della chiesa di San Giorgio. La grande tela raffigura, da sinistra, i santi Bartolomeo Apostolo, Bernardo e Vincenzo de Paoli. San Bartolomeo fu un martire del primo secolo; a causa della sua fede fu scorticato vivo e poi crocifisso. Don Vincenzo lo volle raffigurato per ricordare l’amato padre, Bartolomeo Passamonti, morto pochi anni prima. Immagine San Bernardo abate fu un santo e dottore della chiesa dell’undicesimo secolo; a lui era dedicata la chiesetta di Talamona distrutta dall’alluvione del 1911 e da questa don Vincenzo riceveva il beneficio ecclesiastico. San Vincenzo de Paoli fu un prete francese che visse a cavallo fra il 1500 ed il 1600 ed è considerato il più importante riformatore della carità della Chiesa cattolica. E’ ritratto con due fanciulli e don Vincenzo lo considerava il suo santo protettore. Immagine.jpg 2

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Opere censite del Professor Mario Albertella

1923-CARAVAGGIO (Bg) affreschi nella chiesa di San Fermo e Rustico

1924-NOVARA, frazione di Pernate, chiesa parrocchiale di Sant’Andrea apostolo, presbiterio.

       -TORRE PALLAVICINA (Bg) chiesa parrocchiale di Santa Maria in Campagna

1926-BOGNANCO (Vb) chiesa parrocchiale di San Lorenzo

1927-SESTO SAN GIOVANNI (Mi) chiesa di Santo Stefano, affresco di presbiterio e cappelle.

       -COMO chiesa della Santissima Annunciata

1930-COMO chiesa di Sant’Eusebio

1931-REGOLEDO DI COSIO (So), chiesa parrocchiale

1933-CANNOBIO, chiese di Santa Marta e San Gottardo

1936-ROVELLASCA, CHIESA DI Santa Marta e chiesa parrocchiale

1937-BELLINZAGO NOVARESE (No) chiesa parrocchiale di San Clemente

1944-TURBIGO chiesa Beata Vergine Assunta

1945-GAGGIANO

1946-BARZIO (Lc) chiesa parrocchiale di Sant’Alessandro, pareti e cupola.

1949-TALAMONA (So) chiesa di San Giorgio.

Opera inoltre a ROTTOFRENO (chiesa di San Nicola), LISSONE (chiesa di santi Pietro e Paolo), TRECATE (chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta), ROSATE, TAINATE, GUDO VISCONTI, CORNO GIOVINE (Lodi, nella chiesa parrocchiale di san Biagio), SIRACUSA, VENTIMIGLIA, CATALGIRONE, in Svizzera e Belgio. Ci sono sue vetrate nelle chiese di Milano, Novara, Gatteo, Cremona, Montevideo, Genova.

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Studio di Albertella a Milano, distrutto durante la seconda guerra mondiale

Il 3 novembre 2011 Poste Italiane emette un francobollo celebrativo dell’ordine equestre del Santo Sepolcro del valore di 60 centesimi. La vignetta riproduce l’arazzo dipinto dall’artista Mario Albertella, agli inizi del Novecento, dal titolo “SAN PIO X E L’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME” andato distrutto durante il bombardamento dello studio dell’artista durante la seconda guerra mondiale; fortunatamente era già stato riprodotto nel 1935 sulla rivista  ”Crociata”. In alto a destra è rappresentato l’emblema dell’Ordine. E’ il primo francobollo italiano che raffigura Papa San Pio X: vi appare come Gran Maestro dell’ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme mentre consegna una distinzione al cavaliere Mario Albertella e questi ha perpetuato il momento in un dipinto che è anche il suo autoritratto.

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Mariarosa Rizzi

Galleria foto Chiesa di San Giorgio, Talamona

THOMAS BECKET

G.  A B R A M – C O R N E R

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Era il 1155 quando Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra, discendente da Guglielmo il Conquistatore, nominò Thomas Becket suo cancelliere, la più alta carica dello stato dopo quella del re.

Thomas era nato nel 1118 a Londra, figlio di mercanti, e dopo aver studiato ad Oxford, Londra e Parigi, aveva raggiunto grande fama di giurista e magistrato e nell’assumere la nuova carica, manifestò un’assoluta devozione agli interessi della corona.

Sir Thomas Becket

Sir Thomas Becket

Ora accadde che nel 1161 morì l’Arcivescovo di Canterbury, ed Enrico pensò di elevare a questa importantissima carica il suo fidato cancelliere, allo scopo non troppo nascosto di esercitare un controllo sugli uomini della Chiesa, che già in passato gli avevano dato notevoli preoccupazioni, esercitando costoro una giurisprudenza canonica indipendente e parallela a quella laica, sottraendo al re potere e prestigio. 

Thomas Becket divenuto Arcivescovo di Canterbury e nuovo Primate d’Inghilterra, dopo aver consegnato al re il sigillo di stato, indispensabile per la convalida di un qualsiasi documento e simbolo della totale fiducia di cui godeva presso il sovrano, dichiarò che da quel momento egli avrebbe difeso unicamente gli interessi della Chiesa, in ogni caso e a qualsiasi prezzo.

Forse Enrico non era un gran conoscitore di uomini, forse sopravvalutava il debito di riconoscenza che Becket avrebbe dovuto nutrire verso di lui, sta di fatto che gli attriti fra l’Arcivescovo e il sovrano iniziarono subito. Infatti accadde che Becket, invocando il privilegio che gli usi e la tradizione riconoscevano agli ecclesiastici, sottrasse al tribunale civile un prete colpevole di omicidio, giudicandolo secondo il diritto canonico. Il re reagì a quella che lui riteneva una provocazione, facendo approvare da nobili e prelati conniventi un documento: gli Statuti di Clarendon, in cui veniva sancita la supremazia del potere civile del re sul clero cattolico.

Ora avvenne che l’Arcivescovo di Canterbury sottoscrisse il documento, manifestando di accettare la nuova “Costituzione”, ma allorché il Papa Alessandro III la condannò apertamente, Becket, in obbedienza a Roma si sentì in dovere di ritrattare la propria approvazione, e questo fu percepito dal re come un tradimento.

Da tutto ciò derivò una lunga contesa, un braccio di ferro fra potere laico e religioso che costrinse Becket alla fuga dall’Inghilterra ed al suo successivo ritorno attraverso la mediazione del re di Francia.

Ma tutto questo era solo il primo atto della tragedia che si compì allorché l’Arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, rientrato nella pienezza dei suoi poteri, lanciò la scomunica contro i vescovi che si erano schierati a suo tempo col re, a danno della Chiesa, sicuramente su pressione della curia romana, la quale era ben lontana dall’aver compreso la reale situazione politica inglese e che pensava di imporre le proprie condizioni col solo peso della sua autorità.

Ormai fra il re e l’Arcivescovo si era scavato un solco profondo di disgusto, incomprensione ed odio, e la molla della congiura che sarebbe stata fatale a Becket, furono le parole di Enrico pronunciate in un momento di sconforto:”sono ben disgraziato, se fra tanta gente che io mantengo non ve n’è una che sappia vendicarmi degli affronti che ogni giorno ricevo da un miserabile prete”. Non era né un mandato, né un invito ad uccidere, bensì un amaro sfogo, ma ci fu chi lo raccolse e lo mise in atto.

Era il terzo giorno dopo Natale dell’anno 1170 quando quattro nobili: Reginaldo Fitzurse, Guglielmo Tracy, Ugo de Morville e Riccardo Brito uccisero a colpi di spada Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury durante gli uffici funebri, sui gradini dell’altare, senza che alcuno corresse in soccorso dell’Arcivescovo.

Il dramma di Becket destò orrore in tutta Europa, sia per la modalità sacrilega del delitto, sia per l’autorità di cui godeva il prelato, e l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio gravò a lungo su Enrico II, anche se nessuna prova concreta della sua connivenza coi congiurati venne mai alla luce.

Questo fatto di sangue, come tutti i delitti politici, fu inutile e dannoso per entrambe le parti, per la Chiesa che perse un uomo di grande valore, e per la monarchia che vide di molto scemare il suo prestigio ed autorità.

Enrico tentò di riparare al danno, non si sa se con sincero rimorso e pentimento, con comportamenti distensivi, digiuni e perfino infliggendosi castighi corporali, che però mai cancellarono il sospetto della colpa.

La tragedia ispirò poeti come Thomas Eliot, e musicisti come Ildebrando Pizzetti, che fecero di Becket il simbolo della resistenza cattolica all’assolutismo politico delle monarchie nascenti.

Molti si chiederanno come potesse un laico come Becket diventare Arcivescovo di Canterbury. Ebbene quando la necessità politica lo esigeva, la carriera ecclesiastica poteva diventare fulminea, e nessuno stava a cavillare sull’autenticità della vocazione, né sull’intensità della fede, né sulle qualità morali del soggetto.

AFORISMA. Solo i deboli di intelletto ricorrono alla forza per far valere le loro verità.

G. Abram, “Il trionfo di Kaino“, Ediz. El Tiburòn, Sondrio, luglio 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

I SOFISTI

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Pianta della Pnice, ( in greco antico Πνύξ, traslitterato in Pnýx; in greco Πνύκα‎) è una collina di Atene, situata a ovest dell’Acropoli) ove si radunava l’Assemblea ateniese, e particolare con la tribuna dell’oratore.Buon cittadino, dicevano i sofisti, è chi sa influenzare l’Assemblea; e buon cittadino equivale a uomo buono; perciò, insegnando a parlare in pubblico, essi insegnavano la “bontà”- concezione negata da Socrate.

Di fronte a idee e concezioni contrastanti fra loro, si possono adottare due atteggiamenti: o cercare di vedere quanto di verità si trovi eventualmente nelle varie asserzioni onde arrivare alla fine a una concezione più esatta e completa, oppure tralasciare ogni ricerca della verità, affermando che è impossibile trovarla, da qualsiasi parte si cerchi, e che nel migliore dei casi possiamo semmai giungere a formarci opinioni personali valide per il disbrigo dei nostri affari.

La speculazione presocratica aveva, con le sue divergenti concezioni, prodotto esattamente questa situazione. Alcuni avevano infatti affermato che il mondo doveva essere fatto di un’unica sostanze base, altri, di molte.Qualcuno aveva sostenuto che nulla si muove, altri che tutto era in movimento. Quale allora la via da seguire?

I sofisti (dal greco sophòs, “sapiente”) non costituiscono una vera e propria scuola, né ebbero in tal senso vincoli che li unissero fra loro. Ciò che ne fa un gruppo ben distinto è la loro comune attività, in quanto esercitavano la professione di precettori che si spostavano qua e là insegnando dietro ricompensa. Il sapere che essi dispensavano era di un genere di tutto pratico: come riuscire nella vita e in particolare nella vita politica delle città-stato, la forma di organizzazione allora dominante in Grecia. Un cittadino doveva essere in grado di “trascinare” la folla durante le elezioni e di difendersi in tribunale.

In quanto fornirono un sistema educativo ai cittadini benestanti della Grecia, i sofisti fecero opera indubbiamente utile. Meno certo è invece il valore del contributo che essi diedero alla speculazione filosofica. Il loro atteggiamento circa la possibilità di giungere alla verità compare già nei poeti dell’epoca: Pindaro (522 circa-443 a.C.) aveva detto che le usanze sono quelle che hanno il sopravvento su tutto. E data la varietà di queste, la validità e l’utilità di ognuna di esse nel proprio ambiente, era facile giungere a negare l’esistenza di verità universali e a legare il valore di ogni cosa all’individuo.  Immagine

Busto di Pindaro

Il più noto fra i sofisti fu Protagora, nato ad Abdera (antica città della Grecia situata sulla costa della Tracia) verso il 481 a.C., per il quale “L’uomo è la misura di tutte le cose.Di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.” (Protagora, fr.1, in PlatoneTeeteto, 152a)

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 Protagora. Influenzato dal pensiero di Eraclito e amico riconosciuto di Euripide e Pericle, Protagora (481 cca-415 a.C.) fu maestro in molte città. Ad Atene si scontrò con la tradizione religiosa, pagando con l’esilio dalla città per empietà.(la trascuratezza del culto di una religione, ovverosia della totalità della pratica religiosa esteriore). Scrisse “Ragionamenti demolitori” e “Antilogie.

La filosofia di Protagora voleva dire che per ciascuno è vera la concezione del mondo che ha; non c’è davvero alcun motivo per mettersi a cercare una verità universale e indipendente dal singolo. Ci piaccia o no, noi siamo immersi negli affari della vita quotidiana, e ciò che conta è se le nostre concezioni sono utili o no. Dunque, non ha alcun senso dire che le idee di uno sono più vere di quelle di un altro, mentre ha un significato ben preciso dire che esse sono migliori.

Un esempio tipico del modo di ragionare dei sofisti si ha nel primo libro della Repubblica, il dialogo di Platone in cui Socrate cerca di giungere a una definizione della giustizia. Nel corso della discussione il sofista Trasimaco afferma che la giustizia è ciò che fa comodo al più forte: tale è, almeno, il comportamento dei governanti. Socrate questo lo sa benissimo, ma ciò che egli chiede è la definizione della natura della giustizia, non ciò che gli uomini possono o non possono praticare.

La Sofistica, come detto, fu un movimento disomogeneo, e ogni sofista differiva dagli altri per interessi e posizioni personali. Tuttavia, è possibile riconoscere in questi autori alcuni caratteri comuni.

  • Centralità dell’uomo. I sofisti si interessarono prevalentemente di problematiche umane ed antropologiche, tanto che gli studiosi parlano di antropocentrismo sofistico. Essi approfondirono i temi legati alla vita dell’uomo, che venne analizzata soprattutto dal punto di vista gnoseologico (ciò che l’uomo può conoscere e ciò che non può conoscere),etico (ciò che è bene e ciò che è male) e politico (il problema dello Stato e della giustizia). L’essere umano veniva considerato a partire dalla sua condizione di individuo posto all’interno di una comunità, caratterizzata da determinati valori culturali, morali, religiosi e via dicendo. Essi insegnavano pertanto a osservare formalmente le leggi e le tradizioni della polis, così da diventare cittadini rispettati e di successo – quindi virtuosi.
  • Rottura con la “fisiologia” presocratica. Come conseguenza del punto precedente, i sofisti in genere trascurarono le discipline naturalistiche e scientifiche, che invece erano state tenute in grande considerazione dai filosofi precedenti. Per questa ragione alcuni studiosi hanno definito “cosmologica” la filosofia precedente ed “umanistico” o “antropologico” il pensiero sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per certi versi limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide (che, mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi scientifici, tra cui  matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale, studioso dei testi ipocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia.
  • Relativismo ed empirismo. I sofisti concepivano la verità come una forma di conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo rapporto con l’esperienza. Non esiste un’unica verità, poiché essa si frantuma in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative, finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla pertanto di relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli ambiti della conoscenza, dall’etica alla politica, dalla religione alle scienze della natura.
  • Dialettica e retorica. Le tecniche dialettiche dell’argomentare (cioè dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e del confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell’antitesi, l’affermazione contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone all’interno della scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si affermarono e si affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica essenziale e influenzò profondamente la retorica, ponendo l’accento sull’aspetto persuasivo dei discorsi, fino a scadere nell’eristica. (l’arte del disputare attraverso schermaglie dialettiche volte a far prevalere la propria tesi, indipendentemente dal suo contenuto di verità). 

Alla luce di tutto ciò, alcuni studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una sorta di “illuminismo greco” ante litteram: in altre parole la Sofistica avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici di quel movimento culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, l’Illuminismo appunto.

I sofisti volsero in genere la propria attenzione più ai problemi pratici che a quelli teoretici; pur tuttavia contribuirono anch’essi a imprimere una nuova direzione al pensiero greco: i primi filosofi si erano interessati soprattutto di cosmologia e di matematica, i sofisti, al pari dei grandi tragici del V secolo a.C.- Eschilo(525-456), Sofocle (496-406) ed Euripide (480-406)-, pongono invece l’uomo al centro della loro attività speculativa. Si affacciano così alla ribalta problemi etici e sociali, e anche Socrate condivise in parte gli interessi dei sofisti. Come lui, anch’essi gettarono il dubbio sulle convenzioni stabilite, il che valse loro la censura dei conservatori e dei tradizionalisti. Minando credenze e principi ormai affermati, i sofisti adombrarono in parte quello che diventerà più tardi il pensiero degli scettici.

                                                                                                        Lucica

Bibliografia

La storiografia moderna considera comunemente i sofisti come filosofi. Si veda a proposito: M. Untersteiner, Le origini sociali della sofistica, appendice a: I sofisti, Milano 2008, pp. 537-585; W.K.C. Guthrie, The Sophists, Cambridge 1969, p. 176-181; G.B. Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna 1988, pp. 15-25; G. Reale, Il pensiero antico, Milano 2001.

M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007

Dal punto di vista del contenuto, nella” Repubblica” si possono individuare due blocchi connessi tra di loro: i Libri I-V e i Libri VIII-IX sono di carattere etico-politico e trattano il tema della giustizia, mentre il blocco che va dalla seconda metà del Libro V ai Libri VI-VII tratta di argomenti più squisitamente filosofici. Il Libro X, infine, che riprende i temi dell’educazione e dell’arte, e narra il celebre mito di Er, sembrerebbe avere una funzione di appendice.

F. de Luise, G. Farinetti, L’infelicità del giusto e la crisi del socratismo platonico, in Platone, La Repubblica, a cura di M. Vegetti, Bibliopolis, Napoli 1998-2007.

VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni

CRISTO REDENTORE

La seconda meraviglia del mondo moderno di cui vogliamo parlarvi è il Cristo Redentore, (in portoghese Cristo Redentor). Questa statua rappresenta Gesù Cristo , Redentore dell’umanità.

CRISTO REDENTORE

CRISTO REDENTORE

La statua è situata in cima alla montagna del Corcovado, che si erge 700 metri s.l.m., sulla baia di Rio de Janeiro in Brasile. E’ alta 38 metri, di cui 8 metri fanno parte del basamento. 

LA STORIA. Nel 1850, un prete cattolico di nome Pedro Maria Boss propone alla principessa Isabella l’idea di un grande monumento religioso. Isabella non accoglie la proposta, che venne poi definitivamente abbandonata nel 1889. In quell’anno, il Brasile divenne una Repubblica, in seguito, lo Stato e la Chiesa si separarono.

Il prete Pedro Maria Boss

Il prete Pedro Maria Boss

Nel 1921 l’arcidiocesi della città di Rio de Janeiro ripropone la costruzione del monumento e per questo, si organizzò un evento chiamato “Settimana del Monumento”, per la raccolta dei fondi necessari per la costruzione. Inizialmente il progetto prevedeva la rappresentazione di Cristo con un globo in mano, poggiato su un basamento rappresentante il mondo.

Il Cristo Redentore, il progetto iniziale del 1924

Il Cristo Redentore, il progetto iniziale del 1924

Tuttavia, fu scelto un progetto con il Cristo con le braccia aperte. Lo scultore francese Paul Landowski fu incaricato della progettazione, e per la parte della costruzione fu nominato l’ingegnere locale Heitor da Silva Costa.

L'ingegnere Heitor Silva Costa

L’ingegnere Heitor Silva Costa

Lo scultore Paul Landowski, foto del 1913

Lo scultore Paul Landowski, foto del 1913

Il materiale usato per la costruzione del monumento è il calcestruzzo, essendo questo il materiale adatto a questo tipo di struttura. All’esterno è ricoperto di un materiale impermeabile e resistente alle condizioni climatiche estreme.

Il 12 ottobre 1931 il presidente brasiliano Getulio Vargas inaugurò l’opera in una grande e sontuosa cerimonia.

Nell’ ottobre del 2009, in occasione del 73° anniversario della statua, l’arcivescovo Eusebio Oscar Scheid consacrò una cappella sotto la statua.

Fino al 2002, il monumento poteva essere raggiunto percorrendo 222 gradini che la dividevano dal terminal della linea ferroviaria.  Una barriera architettonica insuperabile per i visitatori disabili. Da quell’anno invece, c’è stato un grande processo di rinnovamento della zona per risolvere questo problema: sono stati montati 3 elevatori panoramici e 8 scale mobili.

CURIOSITA’. Il 12 ottobre del 1831, da Roma, lo scienziato italiano Guglielmo Marconi (inventore del telefono), mandò  un’impulso radio che fece accendere le lampade della statua. Nel 1974, in occasione del centenario della nascita di Guglielmo Marconi, la comunità italiana della città di Rio de Janeiro pose una targa ai piedi del monumento per commemorare l’impresa dello scienziato italiano.

La targa posta ai piedi della statua di Cristo Redentore dalla comunità italiana della città di Rio de Janeiro

La targa posta ai piedi della statua di Cristo Redentore dalla comunità italiana della città di Rio de Janeiro

È stata la statua di Gesù più alta al mondo fino novembre  2010, quando è stata superata di 6,5 metri dalla statua di Cristo Re innalzata a Swiebodzin, nell’ovest della Polonia. 

Il base jumper austriaco Felix Baumgartner si è buttato con il paracadute dalla mano destra della statua.

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi, studenti classe 3°, secondaria, primo grado

I BUCHI NERI. LE PRIME TEORIE

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Una ricostruzione artistica del centro di un buco nero. Esso è dotato di un campo gravitazionale così intenso da impedire a qualsiasi oggetto e perfino alla luce di allontanarsi da esso: per questo non può essere osservato direttamente e viene detto, appunto, nero.

Pensiamo ai buchi neri come a una scoperta del 20 ° secolo, più precisamente nel 1916, quando Albert Einstein pubblicò la sua teoria della relatività generale e il fisico Karl Schwarzschild usò quelle equazioni per immaginare una sezione sferica dello spazio-tempo così deformata intorno ad una massa estremamente densa da essere invisibile al mondo esterno.

Il primo a suggerire l’esistenza di “stelle oscure” dalla forza di gravità tanto grande da poter impedire la fuga perfino alla luce, fu John Michell, nel lontano 1783.

Nato nel 1724, Michell frequentò l’Università di Cambridge e insegnò lì per un tempo, prima di diventare rettore di Thornhill, vicino alla città di Leeds. Egli è descritto dai suoi contemporanei come “un uomo molto ingegnoso, e un filosofo eccellente.” Gli interessi di ricerca di Michell si espandevano in diverse aree della scienza. Iniziò esaminando il magnetismo, dimostrando che la forza magnetica esercitata da ogni polo di un magnete diminuisce con il quadrato della distanza. Dopo il terremoto di Lisbona del 1755, ipotizzò che i terremoti si propagassero come onde attraverso il terreno, contribuendo in tal modo allo sviluppo della sismologia. Questa intuizione gli valse l’elezione alla Royal Society.

Nel campo della fisica, ha ideato e progettato l’apparato sperimentale in seguito usato da Cavendish per misurare la forza di gravità tra le masse in laboratorio, in modo da ottenere il primo valore preciso per la costante gravitazionale (“G”). E fu il primo ad applicare metodi scientifici per l’astronomia. Ha studiato come le stelle sono distribuite nel cielo notturno. La sua analisi ha fornito la prima prova di stelle binarie e ammassi stellari.

Ma è in un documento che Michell ha scritto nel mese di novembre 1783 al Cavendish, poi pubblicato nel Royal Society Journal che lo stesso si è rivelato “preveggente”.

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Il suo intento non era quello di “inventare” oggetti esotici, ma di scoprire un metodo utile per determinare la massa di una stella. Michell aderiva alla teoria corpuscolare della luce di Isaac Newton, e dal momento che la luce era fatta di particelle, pensò che la forza gravitazionale della stella emettente avrebbe ridotto la velocità della luce in maniera dipendente dalla massa dell’astro. Misurando la velocità della luce delle stelle poteva pertanto calcolare le loro rispettive masse.

Un’idea errata come sappiamo oggi, ma abbastanza ragionevole in base a ciò che era noto al momento: Ole Roemer aveva misurato la velocità della luce nel secolo precedente, quindi Michell aveva una cifra approssimativa con cui lavorare. Comprendeva anche il concetto di “velocità di fuga”, e che questa velocità critica era determinata dalla massa e dalle dimensioni della stella. In particolare, Michell si domandava che cosa sarebbe successo se una stella fosse stata così massiccia, e la sua gravità così forte, che la velocità di fuga fosse stata equivalente alla velocità della luce.

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Effetto lente gravitazionale causato dal passaggio di una galassia dietro a un buco nero in primo piano

Michell suppose che le particelle della luce fossero soggette alla forza di gravità come qualsiasi altro oggetto. Egli partì dalla constatazione che la velocità di fuga della superficie del Sole è solo lo 0,2% rispetto alla velocità della luce, ma che per oggetti di dimensioni progressivamente maggiori, aventi sempre la densità del Sole, la velocità di fuga aumenta notevolmente. Michell arrivò così a poter ipotizzare che, un oggetto di diametro 500 volte superiore a quello del Sole (grande pressappoco come tutto il Sistema Solare) avrebbe una velocità di fuga maggiore della velocità della luce, e che se un tale oggetto esistesse, la luce non potrebbe uscire da esso, risultando così buio e invisibile. Michell scriveva: “Pur essendo tali oggetti invisibili, se qualche corpo luminifero dovesse orbitare intorno ad essi noi potremmo forse dal moto di questi corpi orbitanti, notare l’esistenza dei corpi centrali.” In altri termini egli suggerì che i buchi neri potevano essere facilmente individuati qualora facessero parte di sistemi binari. In tal caso potremmo osservare una stella che sta ruotando intorno ad un “nulla”.

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Probabile aspetto di un buco nero, se posto davanti ad uno sfondo ricco di stelle. Da notare la luce distorta dalla gravità e l’orizzonte degli eventi. Il buco è pensato con una massa pari a dieci volte quella del Sole, e visto da 600 km di distanza.

Su posizioni sostanzialmente identiche era giunto per vie del tutto indipendenti anche il francese Pierre Simon  Laplace, che pubblicò le sue teorie nella prima edizione del l‘Esposition du systéme du monde nel 1796.

Pierre Simon Laplace

Pierre Simon Laplace

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Rappresentazione artistica dell'ipotesi della nebulosa di Laplace (detta anche "Teoria di Kant-Laplace")

Rappresentazione artistica dell’ipotesi della nebulosa di Laplace (detta anche “Teoria di Kant-Laplace”)

La teoria corpuscolare della luce di Newton perse il favore della comunità scientifica dopo che Thomas Young nel suo  esperimento del 1799 dimostrò che la luce si comporta come un’onda, e poiché la “stella oscura” di Michell si basava sul presupposto della luce fatta di particelle, anch’essa fu abbandonata. Tuttavia, l’intuizione inattesa di Michell a proposito di particelle di luce “intrappolate” ha resistito alla prova del tempo. Il termine “buco nero” fu coniato dal fisico John Wheeler nel 1968 in una conferenza alla American Astronomical Society.

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Un buco nero in una rappresentazione artistica della NASA

Si potrebbe dire che John Michell, nacque sotto una stella oscura. Le sue idee non hanno mai raggiunto la velocità di fuga sufficiente per uscire da Thornhill. È morto nell’oscurità tranquilla, e la sua idea di una “stella oscura” è stata dimenticata fino a quando i suoi scritti sono ri-emersi nel 1970. Infine, le sue idee hanno trovato la loro strada verso la luce.

Tuttavia, la nozione di stelle oscure  fu  ripresa solo nel contesto della teoria della relatività di Einstein, quando gli astronomi accettarono l’idea che poteva essere davvero un modo per dare vita alla creazione di singolarità, con caratteristiche simili a quelle dei buchi neri.    (segue...)

Lucica

Bibliografia

John Michell, On the means of discovering the distance, magnitude etc. of the fixed stars, Philosophical Transactions of the Royal Society (1784)

Introduzione nella Teoria dei Buchi Neri, Institute for Theoretical Physics / Spinoza Institute.

Wald Robert M. ,  Relatività Generale, Università di Chicago, 1984

LA RELIGIONE MESOPOTAMICA

La religione della Mesopotamia (letteralmente, il paese “tra i fiumi” Tigri ed Eufrate) ebbe origine fra i Sumeri. Per lingua e ascendenza essi erano estranei ai due gruppi principali antichi dell’Asia occidentale, i Semiti e gli Indoeuropei.

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Stele recante le principali divinità mesopotamiche con i loro simboli

Furono tre gli dèi che dominarono il pantheon sumerico: Anu, il dio del cielo, Enlil, il dio del vento, e Enki o Ea, il dio delle acque. Essi governavano dunque le tre divisioni del cosmo: Anu, benché in teoria il sommo, aveva un’influenza minima nelle cose umane ed era Enlil, il suo braccio destro, che governava la Terra. I Sumeri riconoscevano centinaia di altri dèi, i cui nomi e le cui qualità variavano da una città stato all’altra. Con i mutamenti di potere politico questi dèi minori assunsero sempre maggiore importanza e furono aggiunti ai tre dèi principali, giungendo talvolta persino a prenderne il posto. Fu così che nel corso del II millennio a.C. il dio babilonese del Sole e della vegetazione, Marduk, usurpò il posto di Enlil. Marduk era l’eroe del poema “Enuma elish” – Epopea della Creazione- (che risale a un originale sumerico del II millennio, ma ci è giunto solo in una versione del VII secolo a.C.), nel quale è narrato come egli sopraffacesse la dea Tiamat e divenisse re degli dèi. Marduk organizzò poi l’universo e creò l’uomo dalla creta e dal sangue della dea Tiamat.

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Foto della stele contenente l’ Epopea della Creazione”

Ogni anno, durante le feste di primavera, sacerdoti e popolo tornavano a recitare questo mito della creazione, che simboleggiava il rinnovarsi della natura, assieme al mito che narrava la morte e la resurrezione di Marduk. In esso Marduk riceve gli attributi del dio della vegetazione, Tammuz, marito e figlio della dea-madre Ishtar. La dea Ishtar compare anche nella mitologia ebraica, e fusa con la dea Iside, nel tardo mondo ellenistico.

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La dea Ishtar

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Il dio della saggezza Enki  (accadico Ea), tradizionalmente raffigurato con la barba lunga e flutti di acqua e di pesci che sgorgano dalle sue spalle mentre risale una montagna. Alla sua sinistra la dea alata  Inanna (sumero, babilonese Ishtar) in forma antropomorfa e con le ali.Parte di una impronta di sigillo cilindrico risalente al XXIII secolo a.C. conservato presso il  British Museum, Londra.

Più tardi, sotto gli Assiri, il dio Ashshur eclissò Marduk, ma successivamente il potere si spostò nuovamente e Marduk fu riabilitato. Questa volta tuttavia c’era una differenza importante, perché Marduk aveva ottenuto come nome proprio il titolo di Bel,Signore“. Sotto questo riguardo la religione mesopotamica dava segno di avvicinarsi a una fede in un unico sommo Dio. Gli scritti assiri e babilonesi dimostrano chiaramente che il popolo considerava quei cambiamenti politici il risultato di movimenti nel regno degli dèi. Si riteneva infatti che la posizione dei grandi dèi influisse sul potere delle città e degli Stati ai quali quegli dèi erano più legati.

Benché le feste di primavera e i miti connessi fossero simili al mito egizio di Osiride, l’atteggiamento della religione mesopotamica verso la morte era alquanto diverso. I Mesopotamici si identificavano col morente e risorgente Tammuz (Marduk) al fine di recuperare la salute piuttosto che per assicurarsi l’immortalità. Il poema epico babilonese “Gilgamesh” dimostra infatti che essi alla fine si adattavano alla morte del corpo.

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Gilgamesh che domina un leone, fregio dal palazzo di Sargon II, Museo del Louvre

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 Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI in argilla, con la storia del Diluvio Universale, scritta in caratteri cuneiformi in lingua accadica, British Museum, Londra

L’eroe Gilgamesh parte alla ricerca di Utnapishtim (il corrispondente babilonese di Noè), al quale è stato svelato da Enlil il segreto dell’immortalità, dono che gli dèi della Mesopotamia tenevano di solito con gran cura celato agli uomini. Utnapishtim era perciò l’unico che possedesse la vita eterna. Egli parla a Gilgamesh di una pianta che dà l’eterna giovinezza, e Gilgamesh trova la pianta ma solo per venirne derubato da un serpente. E’ costretto quindi a prendere la via di ritorno e ad affrontare l’ineluttabilità della morte. La stessa concezione appare nel mito di Adapa, il quale rappresenta il genere umano: Adapa offende Anu, dio del cielo, e si reca da lui per spiegargli il suo atto, dopo aver ricevuto da Ea, dea delle acque,  l’avvertimento di non mangiare o bere nulla. Anu rimane colpito da Adapa a tal punto che gli offre il cibo e l’acqua della vita, ma Adapa li rifiuta senza rendersi conto di perdere così l’immortalità.

Ciò nonostante i popoli mesopotamici credevano in un certo genere di vita dopo la morte, ma i loro documenti descrivono l’aldilà come un triste, oscuro paese da cui non si ritorna, abitato da esseri “adorni d’ali”, che si cibano di terra e di creta. Questa non è tanto fede nell’immortalità, quanto in un’esistenza che prosegue, dopo la morte, sottoterra. La religione mesopotamica si accentrava insomma sulla vita in questo modo, dove i destini umani erano decisi dagli dèi.

                                                                                                                                                                       Lucica

SCINTILLE – UN LIBRO DI FABIO SALVATORE PASCALE

Listener

PREFAZIONE

a cura di Teresa Radesca

          “Scintille” è il titolo della raccolta di poesie con cui Pascale Fabio Salvatore esordisce nel panorama della letteratura italiana contemporanea. La sua poesia nasce, infatti, come una scintilla, una fulminazione, improvvisa ed ineludibile; il titolo, dunque, allude alla folgorazione ed al suo effetto, il bagliore rischiarante di cui i versi sono portatori una volta fuoriusciti dall’animo del poeta.

Le sue faville sono distribuite in due sezioni dell’opera, “Scintille” si compone, infatti, di due parti, la prima dal titolo “La mia anima è come il vento”, la seconda dal titolo “Riflessioni”. Come testimoniano i titoli, si passa da una poesia più fluttuante ed istantanea ad una più meditata ed assorta, pur senza rinunciare alle sue peculiarità; gli interrogativi che nascono dalla riflessione si placheranno in un animo più consapevole. Pur amando i grandi autori classici ed ispirandosi ad essi a livello semantico, il Dott. Pascale crea una lirica che non segue le forme metriche tradizionali, liberi sono i versi, così come libere sono le rime che, seppur molto frequenti, non seguono uno schema fisso. I componimenti spesso presentano pochi versi molto incisivi, la penna è uno scalpello che incide le parole come un marchio nell’anima. A volte le poesie risultano essere più lunghe e disegnare con il loro fluire il corso di un fiume in piena che sa dove andare, conosce il punto d’arrivo in cui il tutto si chiarirà e nuove consapevolezze prenderanno forma. Alla domanda “cosa rappresenta la poesia per lei?” il Dott. Pascale risponde “un battito d’ali che innalza dal grigiore” e continua spiegando “ho delegato ai miei versi il compito di trasporre su carta ciò che si agita nel cuore umano, ciò che non trova chiarimento se non in poesia, la bellezza delle piccole cose che regalano “la rara felicità”, in esse è già poesia, se si osserva con occhi non distratti la si troverà ovunque intorno a noi; mi piace considerarmi come un mezzo di cui la poesia si serve – e non il contrario – per esprimere a parole ciò che crea nel mondo”. Il “battito d’ali” è un’espressione molto cara al poeta e con essa esprime la forte volontà di librarsi in volo, il cuore alato che batte valicando confini ed esplorando nuovi orizzonti, il senso di leggerezza con cui si accarezza l’aria, il vento.

La mia anima è come il vento,

nascosta nel gambo

d’un girasole

che volge il suo cuore

nell’infinito spazio.

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La mia anima è come il vento, / nascosta nel gambo / d’un girasole / che volge il suo cuore / nell’infinito spazio”: questa è la poesia con cui si apre tutta l’opera e che fa ben comprendere il titolo della prima sezione; l’anima dell’autore è il cuore del girasole che racchiude nel suo movimento delizia e tormento. Il volgersi dell’anima nell’infinito spazio ben rappresenta la leggerezza dell’essere, la mutevolezza, la gioia del ricercare, il coraggio di osare, di spingersi oltre, ma d’altro canto, la leggerezza è anche indice del dissidio interiore, della ricerca estenuante di un orizzonte incerto, della precarietà dell’uomo che lo rende un filo d’erba al vento. Sembra quasi di scorgere in lontananza nei versi citati il vorticoso movimento di Paolo e Francesca che “paion sì al vento esser leggeri”, in questo caso trattasi di una leggerezza dettata da un destino ineluttabile che rende l’essere inconsistente di fronte al suo volere. Altro riferimento alla sventurata coppia, questa volta suggeritoci dal poeta stesso, lo si evince in “Amore clandestino”, nella seconda parte dell’opera.

           La sezione che prende il nome dall’omonima poesia, “La mia anima è come il vento”, si compone di 39 componimenti, i temi più ricorrenti sono l’amore e i conflitti dell’animo umano, il tempo con il suo celere passo o con le sue infinite attese, la notte illuminata dalla luna riflessa nelle acque del mare, i colori del tramonto, la natura silenziosa e il mistero che racchiude, il sibilo del vento fino al suo ultimo soffio; la vita stessa viene definita “un soffio di vento / in un respiro lento”. Non manca il filone patriottico, ad esso s’ispira un numero importante di poesie costituito da: “Un sogno per la pace”, “Ultimo soffio”, “Dimenticati”, “Tricolore”, “Italia, “Soldato”, “Vessillo”, “Patria”, “Idi di marzo”, “Al tempo dei padri”. Profondamente sentito dal poeta, il tema della patria tocca la sensibilità di tutti coloro che portano nel cuore il peso di ciò che è stato ed è. Il tricolore sventola il dolore per quanti “caduti nella gelida terra / rimangono insepolti”; i figli caduti vivono negli occhi delle mamme che piovono lacrime nere; il vessillo è intriso del “prezzo bagnato / da fresche creature”. Al grido “Italia o morte” irrompe l’audacia del cuor che combatte, alla sua giovinezza rubata vanno l’encomio ed il pianto. Ed ecco che l’amore per la patria si ricollega sempre al sangue di chi l’ha resa libera e grande, il Dott. Pascale celebra nei suoi inni al tricolore l’amore per il “suolo natìo”, ma in essi sale l’impeto di un dolore che cerca di affrancarsi dagli spettri di sangue che turbano il nostro sonno.  L’Italia stessa piange i suoi figli, ha il cuore colmo di una sofferenza che non le dà tregua, ha il volto di una mamma ferita, consunta e malinconica, ormai libera, ma schiava di un passato indelebile. Ricordare il passato per capirlo e imparare da esso dovrebbe essere un dovere civico per ogni bravo cittadino, fare in modo che i vetusti sacrifici non siano resi vani dalle vanità del nostro tempo dovrebbe essere una prerogativa della collettività; anche se mancano espliciti riferimenti al presente, al lettore viene spontaneo porsi alcuni interrogativi e se fossimo scrupolosi come “il pastore errante dell’Asia” ci chiederemmo se ciò che è stato trova fondamento in ciò che oggi siamo, “a che tante facelle?”

Ed è proprio il motivo patriottico che chiude l’intera raccolta, “Patria Favillarum” e “Fenice Italia” sono gli ultimi dei 32 componimenti della seconda sezione “Riflessioni”, quest’ultima sviluppa varie tematiche, mentre quella dell’amata patria si cela per svelarsi poi solo in fondo. Poniamo l’attenzione sulla lirica, “Fenice Italia”, che fa da sigillo a tutta l’opera e che risponde ai quesiti che ci si poneva poc’anzi. La riflessione critica del nostro autore si snoda su temi portanti della storia patria: l’unità della stessa nonché la nascita della Repubblica. Il componimento in versi liberi si apre con una scena di chiara bellezza poetica e intrisa di velata memoria leopardiana. Di ascendenza leopardiana è, indubbiamente, il chiarore dell’immagine lunare, nonché il vocabolo “inargentato”; il verbo “biancheggia” ci riporta alla mente il vate Carducci; ma è sull’incipit, dunque sul verbo “sorge” che, a parer mio, va focalizzata l’attenzione. E’ l’astro lunare che sorge, ma senza dubbio nelle intenzioni del poeta vi è l’auspicio che la propria patria possa (ri)sorgere, sollevarsi dalla propria decadenza per tornare agli antichi splendori. Senza voler mettere a confronto le fasi storiche che il nostro Paese ha conosciuto – per giungere, forse, ad infruttuosi paragoni – quello del Dott. Pascale è un accorato appello alla sensibilità ed alla coscienza italiana da rintracciare nella stessa immagine della luna. Alla calma delle acque fanno da contrasto i tumulti di un cuore oppresso e quello che all’inizio appariva come un quadro di quiete esteriore ed interiore si trasforma in tutt’altro scenario. Non è la purezza della “candida” luna a biancheggiare, ma il pallore generato dai lamenti per i “figli caduti”, dalla speranza estinta, dal tremolio di luci che ha illuso la patria. La poesia attraversa 3 fasi: ad un’apertura di segno positivo e di apparente calma, segue la seconda fase in cui si stagliano sullo sfondo l’ “entusiasmo vinto” ed i “fanciulli inermi” con cui quasi si perde “la speranza de l’altezza”, fino a giungere al culmine del tormento interiore: la luna è “ingrata al cuor di Roma”. La lirica si avvia alla sua conclusione, ma cambia di nuovo segno. Questa terza parte è dominata da una figura del tutto positiva e ben auspicante: il sole! Il cuore è ancora “silente”, ma nell’attesa il sole “ristora l’animo gentil” preparandolo ed incitandolo all’approdo ad una “Italia Nuova”. La poesia ha un andamento circolare, è l’ultimo verso ad esplicare il titolo: come l’uccello mitologico, l’Italia risorgerà dalle sue ceneri, dai crateri che oggi le affliggono il cuore, proprio com’è accaduto nel passato, tra i cui esempi è da annoverare, per l’appunto, la proclamazione della Repubblica. Il vocabolo “fenice” crea, inoltre, una significativa assonanza con l’aggettivo “felice” ed in questo gioco di termini si cela l’interrogativo di fondo: “conoscerà l’Italia un domani nuovo e felice?” La poesia del Dott. Pascale, pur incentrandosi su un tema tutt’altro che vergine, è in grado di suscitare vivo interesse e di generare nuovi ed originali spunti di riflessione.

“Riflessioni”  è un canzoniere incentrato sull’uomo, sulla conoscenza di sé e dell’altro, è un ampio respiro sulle sensazioni, sulle emozioni, sugli stati d’animo che l’uomo vive in quanto tale. L’uomo guarda dentro di sé e per farlo ha lo sguardo proiettato in alto, è un gabbiano che erra sulla sabbia mirando il cielo plumbeo, è una foglia nel fruscio, è il contadino che mira il cielo stellato per scrutare i segni del destino, è colui che cammina seguendo la luce della luna, è colui che ama vincendo la distanza, il suo tempo si placa nei ricordi o nell’orizzonte su cui si staglia l’oceano.

Con quest’ultima immagine e con commossa partecipazione mi congedo dai lettori, ormai impazienti di entrare del vivo della raccolta che proietta in maniera lampante il florido cammino compositivo che già s’intravede a chiare lettere per il Nostro giovane Poeta – già vincitore della seconda edizione del Premio “Giovanni Paolo II” con la poesia “Pace a questa notte” e del Premio  “E-vviva la mamma” con la poesia “Lode a te Mamma”, di queste ultime leggerete molto presto, lo promette il poeta!

 

Prof.ssa Teresa Radesca

Il anteprima assoluta, il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” pubblica alcune poesie del libro “SCINTILLE”, scritto dal poeta Fabio Salvatore Pascale, per gentile concessione dell’autore.

Lasciami Amare

Lasciami amare,

nell’imbrunire della notte,

al canto d’estate

d’ una folata di vento.

Le spighe di grano,

di fresca rugiada,

sono rivolte alla sorte

d’umani pensieri;

ed io

contemplo il loro cuore,

mentre cade il mio amore

in una folata di vento

Tempo

Se lo sguardo

è

il vostro silenzio;

il vento di mare

mi conduca a Voi.

Notte Insonne

Calme acque

scintillano nel suono

del mare.

Il pallore della candida Luna,

mira un pescatore assorto.

               Egli, d’incanto posto,

Circe riposa

nei suoi pensieri.

E  ora inizio a sorridere

Ora inizio a sorridere,

perché la mia terra

ha smesso di lacrimare;

ha smesso di pensare

alle sue figlie vestite di nero.

Oggi

il ricordo è chiuso

In un fiore

germogliato tra i cannoni

 e la rondine ritorna

a far il nido.

Tronco

Nelle strette piaghe

d’un tronco,

mi guardo intorno

tra papaveri rossi.

Un sogno per la pace

Non so se la bandiera,

che sventola sul mio viso,

nasconde la vergogna

d’un pensiero.

Le nostre madri,

i nostri cari,

vittime di polvere nell’aria,

passano nel silenzio della nostra coscienza.

Quello che penso,

non risparmia il mio dolore;

ma ascolta il fruscio del mare

in questo deserto.

 

Riflessioni

Fabio Salvatore Pascale

Immagine di copertina di

Marinella Albora

 

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Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?

E quando conosci te stesso, tu sei l’altro

 Nisargadatta Maharaj

Nota dell’autore  

Un grazie a coloro che

credono costantemente nei miei lavori,

nelle mie passioni,

nel mio modo d’essere

così come sono.

 

La poesia, figlia dei sentimenti,

possa essere sempre presente nell’animo

di chi ha letto questi versi.

Fabio Salvatore Pascale