TRADIZIONI CULINARIE VALTELLINESI – LA BISCIOLA E GLI SCIATT

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Dietro alla nascita di questo dolce tipico Valtellinese c’è una bellissima leggenda! Essa narra che nel 1797, quando le truppe napoleoniche invasero il nord Italia avanzarono fino in Valtellina dove si fermarono per una tappa. In quell’occasione, Napoleone, chiese al proprio cuoco di cucinargli un dolce usando ingredienti trovati in questa valle. Da questa richiesta nasce la Bisciola, un dolce di antiche tradizioni Valtellinesi, tramandato da oltre 200 anni.

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Ancora oggi in Valtellina, in occasione delle feste natalizie o feste tradizionali o anche come dessert, i valtellinesi preparono questo dolce usando gli stessi ingredienti genuini di sempre: farina, fichi, uvetta, noci, zucchero, burro, tuorlo d’uovo e miele. La lavorazione prevede la lievitazione della pasta usando solo lievito naturale, un procedimento che avviene in 36 ore. In questo modo si ottiene un dolce facilmente digeribile che può essere accompagnato con panna montata o una buona grappa bianca.

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GLI SCIATT

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Gli sciatt, nel dialetto valtellinese, significa letteralmente” rospo”, ma con questo animale hanno ben poco a che fare. In realtà sono frittelle tonde con un saporito cuore di formaggio filante. L’ingrediente base è il grano saraceno, un cereale molto resistente alle condizioni climatiche più avverse. Molto probabilmente è arrivato qui grazie agli scambi commerciali tra i veneziani e i mercanti orientali. Una seconda ipotesi, invece, attribuisce la diffusione del grano saraceno in Valtellina alle migrazioni delle popolazioni mongole in Europa.

In Valtellina la cultura del grano saraceno risale al 1600, diventando presto l’ingrediente fondamentale delle cucine valtellinesi.

Gli sciatt non richiedono una preparazione molto elaborata o di lunga durata, infatti la pastella  (grano saraceno insaporito con un bicchierino di grappa o acquavite e diluito con un bicchierino di birra) dopo una mezz’ora di riposo può essere modellata in forme rotonde, ripiene di formaggio rigorosamente “Valtellina Casera”.

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Cosi formati, gli sciatt si buttano subito nell’olio bollente per brevissimo tempo. Vengono solitamente serviti su un piatto d’insalata tagliata fine.

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Una cosa è certa, gli sciatt sono sfiziosi e saporiti, e uno tira l’altro!

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi, studenti classe 3°, secondaria, primo grado

 

L’INTERVISTA di Marta Francesca Spini

Impressioni, riflessioni, pensieri sulla guerra

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Domanda: “Che cosa ti è stato raccontato dal nonno in merito a questa guerra”?

Risponde PIERANGELO RIGAMONTI, residente in provincia di Bergamo, figlio di Erminio Rigamonti, mio nonno:

“Nel 1944, all’età di diciannove anni Erminio ha dovuto prestare servizio militare obbligatorio nel reparto della Repubblica di Salo’. A seguito di un attacco delle forze nemiche e allo scoppio di una bomba, rimase ferito mentre prestava servizio nelle linee della contraerea.
Successivamente ha prestato servizio sul lago di Garda presso la divisione tedesca e gli ordini impartiti erano molto severi e rischiosi. Se questi non venivano eseguiti la pena da subire era la fucilazione. Il 25 aprile 1945, in seguito alla  fine della guerra è ritornato a casa e non è stato “disturbato” dai partigiani, che lo conoscevano. Anche il padre di mio padre ha partecipato alla prima guerra mondiale.”

La testimonianza di mia mamma, ROSALBA RIGAMONTI, residente a Talamona:

“Mi ricordo che mio padre mi raccontava episodi che erano accaduti durante il secondo conflitto mondiale ma dato il tempo i ricordi sono sfuocati…uno di questi riguardava l’avvistamento di aerei nemici  che se segnalati in tempo utile venivano contrastati e per questo motivo mio padre (mio nonno) riceveva premi in denaro.”

La testimonianza dei miei nonni paterni: LEVI SPINI E ELIDE SALINI, residenti a Talamona:

“Al tempo della guerra ero un bambino e mi ricordo che le mamme e le mogli dei soldati aspettavano e temevano la consegna di una cartolina portata dal postino che richiamava al servizio militare. Mi ricordo anche quando le persone partivano lasciando mogli, figli e famigliari e non tornavano più, come mio fratello partito per la Russia e rimasto disperso, probabilmente morto.”

“Anche io, come mio marito ero una bambina e mi ricordo molto bene che nella piccola frazione di Ardenno, Piazzalunga ,c’era un coprifuoco deciso dai soldati fascisti da rispettare. Oltre una certa ora, le dieci di sera, non si poteva girare liberamente senza un permesso. Mio padre lavorava ad Ardenno, in una fabbrica e terminava alle dieci e trenta, la prima sera venne fermato dai fascisti e rischio’ la morte, successivamente gli venne dato il permesso che tutte le volte veniva controllato.”

Marta Francesca Spini, studentessa classe 3°, secondaria, primo grado

                                                                                                                                                        

 

LA SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO NEGLI ANTICHI STATUTI TALAMONESI (seconda parte)

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Dati storici sulla popolazione ai tempi degli statuti:

Il Vescovo di Como Feliciano Ninguarda nella sua visita pastorale in Valtellina del 1589, subito dopo la stesura degli Statuti del 1562, annota i seguenti dati: ...il centro di Talamona conta circa 200 famiglie tutte cattoliche  eccetto il medico… A mezzo miglio oltre Talamona c’è Serterio con circa  50 famiglie tutte cattoliche…un miglio a monte c’è la chiesa di S. Giorgio con il paese dello stesso nome, che conta  40 famiglie…a un miglio abbondante da Serterio, ai piedi del Monte c’è Nimabia con circa 15 famiglie sparse. Su un altro monte..c’è Campo con  90 famiglie tutte cattoliche. A due miglia..c’è Tartano con  65 famiglie, tutte cattoliche…a un miglio e mezzo oltre…c’è Sparavera con poche famiglie.  …Questa comunità (di Talamona) annovera…oltre  4.000 anime, tutte cattoliche.

 

Mi sembrano opportune tre annotazioni e un piccolo glossario di alcuni termini non più in uso:

1) La Valtellina nel 1589 era sotto il dominio dei Grigioni che cercavano di diffondere il protestantesimo e la visita del  vescovo Ninguarda doveva servire a contrastare la deviazione religiosa con un censimento preciso delle famiglie cattoliche, e soprattutto con una pastorale che sostenesse la fede dei valtellinesi. Dalle cronache, non risulta che la visita del vescovo ci sia stata anche in Valchiavenna.

2)  Le frazioni permanentemente abitate, chiamate  vicinìe o anche vicinanze, erano sicuramente molte di più di quelle elencate, che  sono state raggruppate, per necessità di cronaca. Non sono elencate ed esempio: Premiana Alta, Premiana Bassa, Dondone, Faedo alto e basso, Civo, Sassella e altre minori che pure erano abitate.

3)  Come si può vedere, la popolazione, escludendo Tartano e Campo, era  abbastanza numerosa, anche se inferiore a quella attuale, che  ora non sta più sulla montagna.

Piccolo glossario:

Isola: località in riva sinistra dell’Adda, alla base del conoide.

Tenso: proprietà generalmente boschiva o forestale bandita: territorio vincolato, regolato da leggi comunali,normalmente assai severe.

Premestino: Terreni a pascolo comunali, aperti a tutti e regolati dagli ordinamenti comunali.

Masseria : famiglia  e abitazione di agricoltori in proprio.

Vicinìa o vicinanza: contrada o frazione del comune.

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Sono certo che tutti i “talamun” hanno letto gli Statuti.

Ci sono però delle parti, come quella che parla del territorio e della sua salvaguardia e conservazione che sono importanti ancora adesso, per tutti noi che amiamo il nostro paese. In più, sono molto attuali in periodi come il nostro di continuo assalto al territorio e  di spreco indiscriminato  del terreno, soprattutto di fondovalle con speculazioni che sono sotto gli occhi di tutti, anche a non voler fare gli ambientalisti a tutti i costi.

Basta  percorrere la Valtellina per rendersene conto.

Vale la pena allora di tornare, con la memoria, alla saggezza dei nostri padri “legislatori” che, nella stesura degli statuti, si sono occupati in modo particolare della salvaguardia del loro territorio, sia montano, sia di fondovalle.

Appare evidente la loro convinzione di considerarsi custodi e non unici proprietari di un patrimonio ricevuto in affidamento, con il dovere di tramandarlo ai discendenti nelle condizioni migliori possibili, almeno così come lo hanno trovato, se non migliore.

E’ da tener presente che tutti i boschi e i pascoli erano comunali.

Ecco allora che gli Statuti  provvedono, oltre che a regolamentare la vita civile e religiosa della comunità, anche alla “…difesa del territorio,  e regolano l’uso dei pascoli, dei boschi e delle acque…” su tutta la giurisdizione comunale che, tra l’altro, è molto diversificata con valli, pendii più o meno ripidi e zone pianeggianti, anche molto distanti tra loro.

Su questi argomenti, che sono condensati nel quarto dei sei temi, o capitoli, in cui è suddiviso il testo, è illuminante, esaustivo e chiaro il  commento  di padre Abramo Bulanti, che ha avuto il grande merito di tradurre  il testo latino, come sappiamo,  tanto che vale la pena di  leggerlo, per chi non lo avesse ancora fatto, e di rileggerlo, per coloro che l’ avessero già scorso.

Lo ripropongo all’attenzione di tutti coloro che vorranno leggerlo nella sua integralità, certo che Padre Abramo mi vorrà perdonare questa piccola invasione nel suo testo.

Gli articoli 68-86 trattano esplicitamente i problemi della conservazione  del patrimonio forestale e dei provvedimenti che i saggi (prudentes) uomini di Talamona prendono affinché i boschi, le selve e le piantagioni siano rispettati e aumentati e perché il disboscamento indiscriminato non sia causa di frane e di impoverimento.

Ecologisti ante litteram, gli amministratori comunali dimostrano di conoscere perfettamente il territorio e il suo valore ambientale.

Curano il bosco perché è fonte di prodotti indispensabili: legname da opera, legna da ardere, foglie da strame, ma sanno anche  che “la grande cupidigia” di pochi può diventare povertà di molti. E perciò leggi severissime ne regolano la conservazione.

E’ facile immaginare le selve, i boschi, le foresta della Talamona del ‘500 come immensi giardini fitti di piante, puliti della legna secca e delle foglie morte, attraversati da sentieri comodi e perfettamente agibili.

Questa parte dello Statuto potrebbe essere presa ad esempio per una politica ecologica e costituire una lettura assai proficua per tutti coloro che hanno a cuore la conservazione del territorio e dell’ambiente naturale.

Il primo provvedimento riguarda il “tenso” di S. Giorgio. Il bosco di Premiana e San Giorgio è tensato già da molto tempo: “non si trova nella memoria degli uomini”. La nuova ordinanza lo dichiara ancora tensato, e per sempre, unitamente ai luoghi di Gromo, Ronco e Bonanotte, perchè i suddetti luoghi “ non rovinino e vadano alla malora”. I bosci delle predette località devono rimanere intatti: è proibito bruciare, tagliare, scortecciare, sbroccare alberi di qualsiasi specie, sotto pena di lire 6 imperiali per ogni pianta tagliata e di soldi 10 per ogni ramo asportato. E questa ordinanza sia osservata “con destrezza e precisione”.

Constatato che la cupidigia di certe persone metteva a repentaglio boschi e selve, creando le premesse per frane e scoscendimenti che minacciavano campi e beni del Comune e dei privati, i “prudenti uomini” di Talamona avevano già mandato degli esperti a vedere, a rendersi conto e a tensare, a loro discrezione, selve e boschi e a mettere “termini” ai pascoli o premestino, per evitare risse e liti, specialmente nelle zone di confine sugli alpeggi. Una commissione di uomini, nel 1559, aveva provvisto di termini, ponendo le croci, dividendo chiaramente il premestino dagli alpeggi, e tensato alcuni  boschi. Ora in quei boschi tensati dalla commissione e ben segnalati, è proibito qualsiasi taglio di piante o di rami e asportarli, per nessun motivo. La multa è salatissima, tre scudi aurei per ogni pianta, uno scudo per ogni ramo tagliato e portato via, da ripartirsi così: un terzo al comune, un terzo al console o ai sindaci, e un terzo ai denuncianti dei contravventori, e senza alcuna remissione.

In questo boschi tensati tuttavia, gli abitanti del comune, per proprio uso, possono raccogliere e portar via, senza pena, rami e legni caduti e secchi.

Gli alpeggiatori non devono sconfinare con le mandrie oltre i termini fissati: se sorpresi oltre i confini segnati, pagheranno tre scusi aurei ogni volta e per persona, oltre il danno causato a terzi stimato dagli ufficiali comunali. Non si può asportare dagli alpeggi il letame, che deve servire per concimare i pascoli. E in  particolare si ordina di non deteriorale gli stabili dell’alpe, ma anzi di averne cura e di migliorarli senza per questo, richiedere ricompensa. I danneggiamenti agli stessi sono severamente multati. E’ consentito bruciare i cespugli verdi (s’ciosseri), le immondizie e i brughi, ma solo per fare pascolo e avendo cura di non causare franamenti.

Ritorna spesso questo richiamo alle “ruine” che dovevano preoccupare assai le amministrazioni comunali, perchè, insieme alle pietre dei fiumi, erano causa di deterioramento del territorio e di sconvolgimento dell’ambiente naturale.

L’art. 71 richiama un’ordinanza del 1539 e ribadisce il tenso privato dei pascoli e dei prati nel piano e suo monti, ma solo quelli a catasto ed estimo. In un periodo congruo dell’anno, non specificato, queste proprietà private devono essere tenute chiuse e nessuno vi potrà far pascolare mandrie di nessuna specie: in caso contrario si pagherà 40 soldi imperiali pe ogni bestia grossa e 7 per ogni piccola. E’ chiara l’allusione al fatto che i prati e i pascoli, anche quelli privati, devono “riposare” e rifarsi. (continua)

 

                                                                               Guido Combi

 

LE UOVA FABERGE’

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Le Uova Fabergé furono una realizzazione di gioielleria ideata presso la corte dello zar di tutte le Russie ad opera di Peter Carl Fabergé, della omonima compagnia.

Le uova Fabergè sono manufatti splendidi, praticamente perfetti nella loro mancanza di utilità pratica, con l’unico scopo di deliziare e sorprendere chi li riceve in dono. Il guscio esterno, in apparenza compatto, si apre e rivela al centro un oggetto prezioso.

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L’espressione più pura dell’arte per l’arte! La bellezza che allude soltanto a se stessa!

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Il primo uovo della collezione imperiale fu realizzato dalle officine di Carl Fabergè nel 1885 per lo zar di Russia, che ne fece dono all’imperatrice Maria Fedorovna, che aveva visto creazioni simili da bambina, alla corte danese.

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Peter Carl Fabergè nel suo studio nel 1900

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Le officine Fabergè in una foto del 1903

Da quel momento in poi, a Fabergè fu commissionato un uovo all’anno. L’orafo aveva carta bianca nel progettarli, quindi, potendo dare libero sfogo alla propria immaginazione li produceva sempre più elaborati.

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L’unica condizione era che ognuno fosse un esemplare unico e contenesse una sorpresa.

Dopo la morte di Alessandro III, nel 1894, suo figlio Nicola II ha continuato la tradizione di questi gioielli, ma commissionandone due all’anno, uno per la madre e l’altro per la moglie, l’imperatrice Alessandra. In tutto ne sono stati prodotti cinquantaquattro per la famiglia Romanov.

Dopo la rivoluzione del 1917, molti di questi oggetti sono stati confiscati o contrabbandati fuori dalla Russia e venduti a collezionisti.

 Nessun uovo venne fabbricato nel 1904 e nel 1905 per via delle restrizioni imposte dalla guerra russo-giapponese.

La preparazione delle uova occupava un intero anno: una volta che un progetto veniva scelto, una squadra di artigiani lavorava per montare l’uovo.

I temi e l’aspetto delle uova variavano ampiamente. Per esempio, sulla parte esterna, l’uovo del 1900 (dedicato alla costruzione della Transiberiana era decorato da una fascia grigia metallica con inciso il programma dell’itinerario della ferrovia, ma all’interno aveva un intero treno molto piccolo in oro.

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A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione al museo dell’arsenale del Cremlino. Nel mese di febbraio del 2004 l’imprenditore russo Viktor Vekselberg acquistò nove uova precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, facendole ritornare così in Russia. Altre collezioni più piccole sono nel museo delle belle arti della Virginia, nel museo di New Orleans dell’arte e in altri musei nel mondo. Quattro uova sono nelle collezioni private mentre otto mancano ancora.

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L’uovo di cristallo, Museo delle belli arte della Virginia,SUA

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L’uovo di Pietro il Grande, Museo delle belli arte, New Orleans, SUA

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L’uovo del Cremlino, Palazzo del Cremlino, Mosca, Russia

                                                                                 Lucica

UNA NUOVA CAPPELLA PER LA CHIESA DI SAN GIORGIO A TALAMONA

DON VINCENZO E MARIO ALBERTELLA 

La trecentesca chiesa di San Giorgio in Premiana presentava originariamente un solo altare. Nel sedicesimo secolo il ricco talamonese Lorenzo Del Sertore residente a Milano fece costruire, a sinistra rispetto all’entrata, una cappella laterale con un altare dedicato a San Lorenzo Martire. Questi la dotò anche di una casa per il cappellano e di proventi per il suo mantenimento. La chiesa di San Giorgio aveva raggiunto in quegli anni il suo massimo splendore: dalla sua costruzione fino a poi tutto il diciottesimo secolo il servizio religioso era stato continuo e regolare, costatando storicamente che Premiana formava un paese di circa trecento anime, oltre i numerosi fedeli delle frazioni di Dondone, Campo e Tartano che affluivano per le funzioni religiose, specialmente nei giorni festivi, grazie alle comode mulattiere oggi ormai scomparse. Ma verso la fine del settecento iniziò la spopolamento di San Giorgio in quanto gli abitanti, per le migliorate condizioni di Talamona (sia per il brigantaggio di fondo valle che stava scomparendo e per il terreno dell’Adda bonificato) cominciarono a discendere ed accasarsi in paese. I fedeli di Campo e Tartano, che avevano costruito sul posto le loro chiese, non necessitavano più della chiesa di San Giorgio ed anche il prete, non essendoci più famiglie stabili per l’intero anno, lasciò l’antica Chiesa per fissare la sua dimora a Talamona. La chiesa non venne completamente abbandonata: si continuò a celebrare la messa per la festa del Titolare il 23 aprile ed il terzo giorno delle rogazioni, più alcune funzioni estive. Inevitabilmente cominciò così il declino strutturale di questa che era la chiesa più lontana dal centro del paese: dopo un secolo e mezzo la chiesa stava ormai per sfasciarsi per la precarietà del tetto che faceva acqua da ogni parte e per due travi maestre, corrose dal tempo e incrinate in vari punti, che segnavano delle gravi curvature. Il muro a destra entrando era percorso da una crepa spaventosa sia in lunghezza che in profondità ed a giudizio dei periti l’edificio sarebbe presto crollato su sé stesso. Fu allora che don Vincenzo Passamonti, da 15 anni canonico di Talamona, previa la concessione del Vescovo di Como Alessandro Macchi, procedette quasi completamente a sue spese al rifacimento della chiesa: la fabbriceria di Talamona in quegli anni aveva infatti dovuto sostenere la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e don Vincenzo decise di mettere a disposizione della causa la sua pensione di guerra (era stato combattente in Albania durante la prima guerra mondiale). Don Vincenzo affidò i lavori alla ditta Tarabini Giovanni di Talamona che, a partire dagli anni   1939/40 rifece completamente il muro pericolante ed eseguì uno sterro di oltre trenta metri cubi di materiale nel terreno retrostante la chiesa per salvaguardarla il più possibile dal logorio delle acque di scolo della montagna e del torrente Moia che, mediante due condotti trasversali tracciati sotto il pavimento, vennero convogliate e sboccarono sotto il muraglione di cinta del sagrato. All’altezza della cappella di San Lorenzo fece costruire una cappella nuova, dotando la chiesa di un terzo altare e rendendola nuovamente simmetrica. Ricostruì completamente il tetto aggiungendo 80 metri quadri di ardesie e da ultimo fece ornare il muro e la cappella nuova dal decoratore Talamonese Augusto Maggi che riprese i disegni geometrici già presenti sulle pareti antiche dell’edificio.

Nel 1949 commissionò una grande tela al professor Mario Albertella, artista milanese molto attivo nella prima metà del ventesimo secolo.

Mario Albertella, pittore e restauratore, nasce a Milano il 7 maggio 1883. Frequenta l’Accademia di Belle Arti e la scuola Superiore di arte applicata, avendo a maestri Cesare Talloni e Luigi Cavenaghi. Si dedica completamente all’affresco, eseguendo importanti decorazioni nelle cattedrali di Siracusa, Ventimiglia, Caltagirone, Como, nel Belgio e in Svizzera.

Fondatore della Scuola Professionale di Arte Cristiana e del Restauro a Milano, a lui si deve anche la Libera Università per l’Artigianato Artistico. Ha pure fondato e diretto la rivista illustrata “Arte e Restauro” ed è stato pure consulente tecnico presso il Tribunale di Milano. Ha vissuto sino alla morte, sopraggiunta nel 1955, in via del Caravaggio 18 in Milano. Riccardo Albertella (nipote). “

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Il bisnonno Mario Albertella

 

Il professor Albertella era molto stimato dal vescovo della diocesi di Como, monsignor Macchi, che nel 1927 personalmente gli aveva commissionato di affrescare il catino absidale della chiesa della Santissima Annunciata in Como con “Il trionfo della Croce”. Nel 1931 fu a Regoledo dove affrescò la chiesa parrocchiale e probabilmente fu in quell’occasione che conobbe don Cusini ed il clero di Talamona, tant’è che due anni dopo, nel 1933 ci fu uno scambio di lettere fra l’arciprete ed il professore riguardante la decorazione della nostra chiesa parrocchiale.

                                                                                       Roma,8 ottobre 1933

  Rev.mo Sig.Arciprete di Talamona Mi pregio d’informarLa che ieri ho ricevuto in Vaticano un colloquio col Rev.mo Monsignore Chiappetta, Presidente della Commissione Pontificia d’Arte Sacra, al quale mostrai le fotografie delle mie pitture eseguite lo scorso mese a Regoledo, e che ebbi da lui informale invito di eseguire un bel progetto per la decorazione della Chiesa di Talamona, disegnata dal Monsignore stesso. Mons.Chiappetta vuole che la sua architettura sia integrata dalla decorazione ma non soverchiata o alterata di carattere e mi ha esposto i suoi concetti in merito. Ho accettato l’invito e studierò il progetto, giacchè qualcosa stavo già studiando in merito. Vuole dire che per la sua realizzazione sarà questione di circostanze e di mezzi. Non appena sarò da quelle parti mi farò dovere di venirLa a visitare e a darLe schiarimenti. Intanto mi valgo dell’occasione per riverirLa distintamente. Dev.mo

Albertella M.

 

Don Cusini però, ormai anziano ed infermo, non portò avanti nessun progetto di decorazione della chiesa. Don Vincenzo, che aveva conosciuto e molto apprezzato l’artista milanese, decise di commissionargli l’opera destinata a completare la cappella nuova. Fu scelto di realizzare una tela perché, nonostante i lavori di bonifica, l’affresco era sconsigliabile a causa della marcata umidità del muro sud della chiesa di San Giorgio. La grande tela raffigura, da sinistra, i santi Bartolomeo Apostolo, Bernardo e Vincenzo de Paoli. San Bartolomeo fu un martire del primo secolo; a causa della sua fede fu scorticato vivo e poi crocifisso. Don Vincenzo lo volle raffigurato per ricordare l’amato padre, Bartolomeo Passamonti, morto pochi anni prima. Immagine San Bernardo abate fu un santo e dottore della chiesa dell’undicesimo secolo; a lui era dedicata la chiesetta di Talamona distrutta dall’alluvione del 1911 e da questa don Vincenzo riceveva il beneficio ecclesiastico. San Vincenzo de Paoli fu un prete francese che visse a cavallo fra il 1500 ed il 1600 ed è considerato il più importante riformatore della carità della Chiesa cattolica. E’ ritratto con due fanciulli e don Vincenzo lo considerava il suo santo protettore. Immagine.jpg 2

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Opere censite del Professor Mario Albertella

1923-CARAVAGGIO (Bg) affreschi nella chiesa di San Fermo e Rustico

1924-NOVARA, frazione di Pernate, chiesa parrocchiale di Sant’Andrea apostolo, presbiterio.

       -TORRE PALLAVICINA (Bg) chiesa parrocchiale di Santa Maria in Campagna

1926-BOGNANCO (Vb) chiesa parrocchiale di San Lorenzo

1927-SESTO SAN GIOVANNI (Mi) chiesa di Santo Stefano, affresco di presbiterio e cappelle.

       -COMO chiesa della Santissima Annunciata

1930-COMO chiesa di Sant’Eusebio

1931-REGOLEDO DI COSIO (So), chiesa parrocchiale

1933-CANNOBIO, chiese di Santa Marta e San Gottardo

1936-ROVELLASCA, CHIESA DI Santa Marta e chiesa parrocchiale

1937-BELLINZAGO NOVARESE (No) chiesa parrocchiale di San Clemente

1944-TURBIGO chiesa Beata Vergine Assunta

1945-GAGGIANO

1946-BARZIO (Lc) chiesa parrocchiale di Sant’Alessandro, pareti e cupola.

1949-TALAMONA (So) chiesa di San Giorgio.

Opera inoltre a ROTTOFRENO (chiesa di San Nicola), LISSONE (chiesa di santi Pietro e Paolo), TRECATE (chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta), ROSATE, TAINATE, GUDO VISCONTI, CORNO GIOVINE (Lodi, nella chiesa parrocchiale di san Biagio), SIRACUSA, VENTIMIGLIA, CATALGIRONE, in Svizzera e Belgio. Ci sono sue vetrate nelle chiese di Milano, Novara, Gatteo, Cremona, Montevideo, Genova.

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Studio di Albertella a Milano, distrutto durante la seconda guerra mondiale

Il 3 novembre 2011 Poste Italiane emette un francobollo celebrativo dell’ordine equestre del Santo Sepolcro del valore di 60 centesimi. La vignetta riproduce l’arazzo dipinto dall’artista Mario Albertella, agli inizi del Novecento, dal titolo “SAN PIO X E L’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME” andato distrutto durante il bombardamento dello studio dell’artista durante la seconda guerra mondiale; fortunatamente era già stato riprodotto nel 1935 sulla rivista  ”Crociata”. In alto a destra è rappresentato l’emblema dell’Ordine. E’ il primo francobollo italiano che raffigura Papa San Pio X: vi appare come Gran Maestro dell’ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme mentre consegna una distinzione al cavaliere Mario Albertella e questi ha perpetuato il momento in un dipinto che è anche il suo autoritratto.

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Mariarosa Rizzi

Galleria foto Chiesa di San Giorgio, Talamona

THOMAS BECKET

G.  A B R A M – C O R N E R

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Era il 1155 quando Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra, discendente da Guglielmo il Conquistatore, nominò Thomas Becket suo cancelliere, la più alta carica dello stato dopo quella del re.

Thomas era nato nel 1118 a Londra, figlio di mercanti, e dopo aver studiato ad Oxford, Londra e Parigi, aveva raggiunto grande fama di giurista e magistrato e nell’assumere la nuova carica, manifestò un’assoluta devozione agli interessi della corona.

Sir Thomas Becket

Sir Thomas Becket

Ora accadde che nel 1161 morì l’Arcivescovo di Canterbury, ed Enrico pensò di elevare a questa importantissima carica il suo fidato cancelliere, allo scopo non troppo nascosto di esercitare un controllo sugli uomini della Chiesa, che già in passato gli avevano dato notevoli preoccupazioni, esercitando costoro una giurisprudenza canonica indipendente e parallela a quella laica, sottraendo al re potere e prestigio. 

Thomas Becket divenuto Arcivescovo di Canterbury e nuovo Primate d’Inghilterra, dopo aver consegnato al re il sigillo di stato, indispensabile per la convalida di un qualsiasi documento e simbolo della totale fiducia di cui godeva presso il sovrano, dichiarò che da quel momento egli avrebbe difeso unicamente gli interessi della Chiesa, in ogni caso e a qualsiasi prezzo.

Forse Enrico non era un gran conoscitore di uomini, forse sopravvalutava il debito di riconoscenza che Becket avrebbe dovuto nutrire verso di lui, sta di fatto che gli attriti fra l’Arcivescovo e il sovrano iniziarono subito. Infatti accadde che Becket, invocando il privilegio che gli usi e la tradizione riconoscevano agli ecclesiastici, sottrasse al tribunale civile un prete colpevole di omicidio, giudicandolo secondo il diritto canonico. Il re reagì a quella che lui riteneva una provocazione, facendo approvare da nobili e prelati conniventi un documento: gli Statuti di Clarendon, in cui veniva sancita la supremazia del potere civile del re sul clero cattolico.

Ora avvenne che l’Arcivescovo di Canterbury sottoscrisse il documento, manifestando di accettare la nuova “Costituzione”, ma allorché il Papa Alessandro III la condannò apertamente, Becket, in obbedienza a Roma si sentì in dovere di ritrattare la propria approvazione, e questo fu percepito dal re come un tradimento.

Da tutto ciò derivò una lunga contesa, un braccio di ferro fra potere laico e religioso che costrinse Becket alla fuga dall’Inghilterra ed al suo successivo ritorno attraverso la mediazione del re di Francia.

Ma tutto questo era solo il primo atto della tragedia che si compì allorché l’Arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, rientrato nella pienezza dei suoi poteri, lanciò la scomunica contro i vescovi che si erano schierati a suo tempo col re, a danno della Chiesa, sicuramente su pressione della curia romana, la quale era ben lontana dall’aver compreso la reale situazione politica inglese e che pensava di imporre le proprie condizioni col solo peso della sua autorità.

Ormai fra il re e l’Arcivescovo si era scavato un solco profondo di disgusto, incomprensione ed odio, e la molla della congiura che sarebbe stata fatale a Becket, furono le parole di Enrico pronunciate in un momento di sconforto:”sono ben disgraziato, se fra tanta gente che io mantengo non ve n’è una che sappia vendicarmi degli affronti che ogni giorno ricevo da un miserabile prete”. Non era né un mandato, né un invito ad uccidere, bensì un amaro sfogo, ma ci fu chi lo raccolse e lo mise in atto.

Era il terzo giorno dopo Natale dell’anno 1170 quando quattro nobili: Reginaldo Fitzurse, Guglielmo Tracy, Ugo de Morville e Riccardo Brito uccisero a colpi di spada Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury durante gli uffici funebri, sui gradini dell’altare, senza che alcuno corresse in soccorso dell’Arcivescovo.

Il dramma di Becket destò orrore in tutta Europa, sia per la modalità sacrilega del delitto, sia per l’autorità di cui godeva il prelato, e l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio gravò a lungo su Enrico II, anche se nessuna prova concreta della sua connivenza coi congiurati venne mai alla luce.

Questo fatto di sangue, come tutti i delitti politici, fu inutile e dannoso per entrambe le parti, per la Chiesa che perse un uomo di grande valore, e per la monarchia che vide di molto scemare il suo prestigio ed autorità.

Enrico tentò di riparare al danno, non si sa se con sincero rimorso e pentimento, con comportamenti distensivi, digiuni e perfino infliggendosi castighi corporali, che però mai cancellarono il sospetto della colpa.

La tragedia ispirò poeti come Thomas Eliot, e musicisti come Ildebrando Pizzetti, che fecero di Becket il simbolo della resistenza cattolica all’assolutismo politico delle monarchie nascenti.

Molti si chiederanno come potesse un laico come Becket diventare Arcivescovo di Canterbury. Ebbene quando la necessità politica lo esigeva, la carriera ecclesiastica poteva diventare fulminea, e nessuno stava a cavillare sull’autenticità della vocazione, né sull’intensità della fede, né sulle qualità morali del soggetto.

AFORISMA. Solo i deboli di intelletto ricorrono alla forza per far valere le loro verità.

G. Abram, “Il trionfo di Kaino“, Ediz. El Tiburòn, Sondrio, luglio 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

I SOFISTI

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Pianta della Pnice, ( in greco antico Πνύξ, traslitterato in Pnýx; in greco Πνύκα‎) è una collina di Atene, situata a ovest dell’Acropoli) ove si radunava l’Assemblea ateniese, e particolare con la tribuna dell’oratore.Buon cittadino, dicevano i sofisti, è chi sa influenzare l’Assemblea; e buon cittadino equivale a uomo buono; perciò, insegnando a parlare in pubblico, essi insegnavano la “bontà”- concezione negata da Socrate.

Di fronte a idee e concezioni contrastanti fra loro, si possono adottare due atteggiamenti: o cercare di vedere quanto di verità si trovi eventualmente nelle varie asserzioni onde arrivare alla fine a una concezione più esatta e completa, oppure tralasciare ogni ricerca della verità, affermando che è impossibile trovarla, da qualsiasi parte si cerchi, e che nel migliore dei casi possiamo semmai giungere a formarci opinioni personali valide per il disbrigo dei nostri affari.

La speculazione presocratica aveva, con le sue divergenti concezioni, prodotto esattamente questa situazione. Alcuni avevano infatti affermato che il mondo doveva essere fatto di un’unica sostanze base, altri, di molte.Qualcuno aveva sostenuto che nulla si muove, altri che tutto era in movimento. Quale allora la via da seguire?

I sofisti (dal greco sophòs, “sapiente”) non costituiscono una vera e propria scuola, né ebbero in tal senso vincoli che li unissero fra loro. Ciò che ne fa un gruppo ben distinto è la loro comune attività, in quanto esercitavano la professione di precettori che si spostavano qua e là insegnando dietro ricompensa. Il sapere che essi dispensavano era di un genere di tutto pratico: come riuscire nella vita e in particolare nella vita politica delle città-stato, la forma di organizzazione allora dominante in Grecia. Un cittadino doveva essere in grado di “trascinare” la folla durante le elezioni e di difendersi in tribunale.

In quanto fornirono un sistema educativo ai cittadini benestanti della Grecia, i sofisti fecero opera indubbiamente utile. Meno certo è invece il valore del contributo che essi diedero alla speculazione filosofica. Il loro atteggiamento circa la possibilità di giungere alla verità compare già nei poeti dell’epoca: Pindaro (522 circa-443 a.C.) aveva detto che le usanze sono quelle che hanno il sopravvento su tutto. E data la varietà di queste, la validità e l’utilità di ognuna di esse nel proprio ambiente, era facile giungere a negare l’esistenza di verità universali e a legare il valore di ogni cosa all’individuo.  Immagine

Busto di Pindaro

Il più noto fra i sofisti fu Protagora, nato ad Abdera (antica città della Grecia situata sulla costa della Tracia) verso il 481 a.C., per il quale “L’uomo è la misura di tutte le cose.Di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.” (Protagora, fr.1, in PlatoneTeeteto, 152a)

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 Protagora. Influenzato dal pensiero di Eraclito e amico riconosciuto di Euripide e Pericle, Protagora (481 cca-415 a.C.) fu maestro in molte città. Ad Atene si scontrò con la tradizione religiosa, pagando con l’esilio dalla città per empietà.(la trascuratezza del culto di una religione, ovverosia della totalità della pratica religiosa esteriore). Scrisse “Ragionamenti demolitori” e “Antilogie.

La filosofia di Protagora voleva dire che per ciascuno è vera la concezione del mondo che ha; non c’è davvero alcun motivo per mettersi a cercare una verità universale e indipendente dal singolo. Ci piaccia o no, noi siamo immersi negli affari della vita quotidiana, e ciò che conta è se le nostre concezioni sono utili o no. Dunque, non ha alcun senso dire che le idee di uno sono più vere di quelle di un altro, mentre ha un significato ben preciso dire che esse sono migliori.

Un esempio tipico del modo di ragionare dei sofisti si ha nel primo libro della Repubblica, il dialogo di Platone in cui Socrate cerca di giungere a una definizione della giustizia. Nel corso della discussione il sofista Trasimaco afferma che la giustizia è ciò che fa comodo al più forte: tale è, almeno, il comportamento dei governanti. Socrate questo lo sa benissimo, ma ciò che egli chiede è la definizione della natura della giustizia, non ciò che gli uomini possono o non possono praticare.

La Sofistica, come detto, fu un movimento disomogeneo, e ogni sofista differiva dagli altri per interessi e posizioni personali. Tuttavia, è possibile riconoscere in questi autori alcuni caratteri comuni.

  • Centralità dell’uomo. I sofisti si interessarono prevalentemente di problematiche umane ed antropologiche, tanto che gli studiosi parlano di antropocentrismo sofistico. Essi approfondirono i temi legati alla vita dell’uomo, che venne analizzata soprattutto dal punto di vista gnoseologico (ciò che l’uomo può conoscere e ciò che non può conoscere),etico (ciò che è bene e ciò che è male) e politico (il problema dello Stato e della giustizia). L’essere umano veniva considerato a partire dalla sua condizione di individuo posto all’interno di una comunità, caratterizzata da determinati valori culturali, morali, religiosi e via dicendo. Essi insegnavano pertanto a osservare formalmente le leggi e le tradizioni della polis, così da diventare cittadini rispettati e di successo – quindi virtuosi.
  • Rottura con la “fisiologia” presocratica. Come conseguenza del punto precedente, i sofisti in genere trascurarono le discipline naturalistiche e scientifiche, che invece erano state tenute in grande considerazione dai filosofi precedenti. Per questa ragione alcuni studiosi hanno definito “cosmologica” la filosofia precedente ed “umanistico” o “antropologico” il pensiero sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per certi versi limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide (che, mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi scientifici, tra cui  matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale, studioso dei testi ipocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia.
  • Relativismo ed empirismo. I sofisti concepivano la verità come una forma di conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo rapporto con l’esperienza. Non esiste un’unica verità, poiché essa si frantuma in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative, finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla pertanto di relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli ambiti della conoscenza, dall’etica alla politica, dalla religione alle scienze della natura.
  • Dialettica e retorica. Le tecniche dialettiche dell’argomentare (cioè dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e del confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell’antitesi, l’affermazione contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone all’interno della scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si affermarono e si affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica essenziale e influenzò profondamente la retorica, ponendo l’accento sull’aspetto persuasivo dei discorsi, fino a scadere nell’eristica. (l’arte del disputare attraverso schermaglie dialettiche volte a far prevalere la propria tesi, indipendentemente dal suo contenuto di verità). 

Alla luce di tutto ciò, alcuni studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una sorta di “illuminismo greco” ante litteram: in altre parole la Sofistica avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici di quel movimento culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, l’Illuminismo appunto.

I sofisti volsero in genere la propria attenzione più ai problemi pratici che a quelli teoretici; pur tuttavia contribuirono anch’essi a imprimere una nuova direzione al pensiero greco: i primi filosofi si erano interessati soprattutto di cosmologia e di matematica, i sofisti, al pari dei grandi tragici del V secolo a.C.- Eschilo(525-456), Sofocle (496-406) ed Euripide (480-406)-, pongono invece l’uomo al centro della loro attività speculativa. Si affacciano così alla ribalta problemi etici e sociali, e anche Socrate condivise in parte gli interessi dei sofisti. Come lui, anch’essi gettarono il dubbio sulle convenzioni stabilite, il che valse loro la censura dei conservatori e dei tradizionalisti. Minando credenze e principi ormai affermati, i sofisti adombrarono in parte quello che diventerà più tardi il pensiero degli scettici.

                                                                                                        Lucica

Bibliografia

La storiografia moderna considera comunemente i sofisti come filosofi. Si veda a proposito: M. Untersteiner, Le origini sociali della sofistica, appendice a: I sofisti, Milano 2008, pp. 537-585; W.K.C. Guthrie, The Sophists, Cambridge 1969, p. 176-181; G.B. Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna 1988, pp. 15-25; G. Reale, Il pensiero antico, Milano 2001.

M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007

Dal punto di vista del contenuto, nella” Repubblica” si possono individuare due blocchi connessi tra di loro: i Libri I-V e i Libri VIII-IX sono di carattere etico-politico e trattano il tema della giustizia, mentre il blocco che va dalla seconda metà del Libro V ai Libri VI-VII tratta di argomenti più squisitamente filosofici. Il Libro X, infine, che riprende i temi dell’educazione e dell’arte, e narra il celebre mito di Er, sembrerebbe avere una funzione di appendice.

F. de Luise, G. Farinetti, L’infelicità del giusto e la crisi del socratismo platonico, in Platone, La Repubblica, a cura di M. Vegetti, Bibliopolis, Napoli 1998-2007.