GALLERIA FOTO CODICI DI LEONARDO

I 3 MISTERI DI LEONARDO

Se qualcuno pensasse di spiegare il carattere, la vita e l’opera di Leonardo, dovrebbe immaginarlo come la figura di uno dei Re Magi, che guidati da una stella, secondo il racconto evangelico, vennero ad offrire i loro doni al Cristo neonato e, presentato il loro omaggio al divino infante, fecero ritorno in Oriente. Questo racconto potrebbe almeno servire di profezia alla carriera del grande artista, divinatore dell’anima moderna e ne sarebbe come lo schema e l’immagine simbolica.

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca reale

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca Reale

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Il pensiero e l’opera di Leonardo da Vinci furono segretamente dominati dall’ansia di tre profondi misteri: Il mistero del Male nella Natura e nell’Umanità, Il mistero della Donna, Il mistero del Cristo e del Verbo divino nell’uomo.

A prima vista, divisa com’è tra il tormento della scienza ed il sogno dell’arte, l’opera di Leonardo appare come un caos di frammenti ineguali ed incompleti. Ma considerata alla luce di queste tre idee che ne sono il motore, essa si rischiara, si coordina e si armonizza in un disegno completo.

Se proviamo a seguire queste tre meteore che tendono ad un medesimo fine e finiscono per fondersi in una sola stella, riusciremo così ad abbracciare in un sol colpo  il fondo tragico sul quale agiscono i personaggi evocati dal grande artista e le radianti verità che dominano la sua opera.

Questo è il prologo di un viaggio che intrapprenderemo sui 3 misteri nei prossimi articoli dei “I tesori alla fine dell’arcobaleno”

                                                          Lucica

I PRESOCRATICI

I primi scienziati-filosofi furono di Mileto, il fiorente centro ionico sulla costa dell’Egeo.

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Il teatro di Mileto

Essi cercarono di dare una spiegazione generale del mondo, di come è fatto e del modo in cui si trasforma. Talete, il fondatore della scuola di Milete, è ricordato soprattutto per aver affermato che tutte le cose sono fatte di acqua (si può osservare come dalla superficie del mare il calore solare faccia evaporare l’acqua che poi ricade in forma di pioggia). Che questa concezione si sia in seguito rivelata erronea non è rilevante nel nostro caso. Anzi, si può quasi dire che costituisca un vantaggio, in quanto non avendo più queste teorie un interesse scientifico, è più facile studiare il meccanismo logico con cui sono state costruite.

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Talete di Mileto

Quello che a noi preme è infatti il metodo seguito per formulare il principio generale, il procedimento adottato per elaborare l’ipotesi, procedimento che è sempre rimasto lo stesso.

Eraclito di Efeso, vissuto intorno al 500 a.C., non era un filosofo particolarmente interessato alla ricerca scientifica, ma partendo dalla teoria della lotta dei contrari avanzata dal successore di Talete, Anassimandro, e dalla nozione di armonia elaborata da Pitagora, escogitò una nuova teoria per dimostrare che cosa fa andare avanti il mondo; la ragione cioè, per cui il mondo non soccombe di fronte alla lotta, ai contrasti e al caos.

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Eraclito, olio su tavola di Hendrick Brugghen, 1628, Rajksmuseum, Amsterdam

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Anassimandro

                                                                                                                                                                                                                    Pitagora

 La risposta a tutto questo è che i numerosi e continui cambiamenti che si verificano nel mondo accadono in base a determinati rapporti o proporzioni. Ciò che a prima vista ci sembra lotta e contrasto, nasconde invece una profonda armonia, un ordine. Mantenendosi entro tali rapporti, il mondo continua ad andare avanti. Esso è cioè un processo, per il quale, la lotta o il cambiamento sono essenziali. Questo voleva dire Eraclito quando affermò:” la lotta è la genitrice di tutto.” Tutto cambia continuamente, così come quando uno scende nello stesso fiume per la seconda volta, ma l’acqua è diversa, e il fiume non è più esattamente lo stesso. Per Eraclito la sostanza base è il fuoco; nel guizzar della fiamma e nei cambiamenti che accompagnano il processo della combustione egli vede impersonato il suo principio di eterno divenire.

Una concezione del tutto opposta fu affermata da Parmenide di Elea, città della Magna Grecia. Secondo lui, nulla si muove. Scrivendo intorno al 470 a.C., Parmenide afferma: “l’essere è, il non essere non è”. In altre parole, se tutte le cose sono fatte di una qualche sostanza base,  non può esistere una cosa che si chiami spazio vuoto, o non ente.

Parmenide di Elea

Parmenide di Elea

Il filosofo di Elea conclude perciò che il mondo è un solido uniforme- egli lo chiama l’Uno- e di forma sferica, dato che esso deve essere in un qualsiasi luogo come in un’altro, uguale. Questa è la conclusione logica della teoria della sostanza base. Una teoria, che cerca di spiegare tutto in termini di una sola sostanza, viene detta monista.

La critica di Parmenide suggerisce per la prima volta che abbiamo bisogno di una qualche nozione di spazio vuoto in cui possa avvenire il moto. Diversi furono i tentativi fatti per controbattere la critica eleatica. In Sicilia, Empedocle (490 circa-430 a.C.) affermò che l’acqua, l’aria il fuoco e la terra erano tutte sostanze base. Queste quattro radici delle cose si combinano e si separano in base ai principi dell’amore e dell’odio. Ma anche una semplice moltiplicazione di sostanze non aiuta in realtà a risolvere il problema. Anassagora, uno ionico stabilitosi ad Atene (500 circa-428 a.C.), si avvicinò di più al nocciolo del problema, parlando di una divisibilità all’infinito, che però è solo una proprietà della spazio.

Anaxagoras

Anaxagoras

L’ultimo passo lo fecero gli atomisti, i quali, adottata la sostanza base di Parmenide, spezzarono il suo solido mondo sferico in tante piccole particelle, o atomi di varie forme e tali da non poter essere ulteriormente divisi. Atomo significa infatti qualcosa che non può essere cambiato. Prendendo poi a prestito da Eraclito la teoria del perpetuo divenire, gli atomisti spiegarono il cambiamento come dovuto al moto, nello spazio, di atomi immutabili. In essenza, il mondo cambia col mutare della disposizione dei atomi.

Il primo ad avanzare la teoria atomista fu Leucippo di Mileto, vissuto, sembra, verso la metà del V secolo. Ma il vero rappresentante dell’atomismo fu Democrito. Tale dottrina doveva diventare, circa un secolo più tardi, il fulcro della filosofia di Epicuro e trovare nel I secolo a.C., la più completa elaborazione col filosofo romano Lucrezio.

Leucippe

Leucippe

Democrito, olio su tela, Peter Paul Rubens, Museo del Prado, Madrid, Spagna

Democrito, olio su tela, Peter Paul Rubens, Museo del Prado, Madrid, Spagna

Tito Lucrezio Caro

Tito Lucrezio Caro

UNA STORIA DI EMIGRAZIONE

Leggendo il pregevole volume “Talamonesi nel mondo” di Daniela Larraburu, edito dal Comune di Talamona nel 2008, mi sono ricordato che da parecchi anni, sono in  possesso di alcuni documenti originali molto interessanti che provengono dalla famiglia Manzoni. Adesso che la famiglia è estinta, con la morte dell’ultima delle tre sorelle avvenuta nel 1972, nessuna delle quali ha avuto figli, ritengo sia possibile pubblicare, per ora, una parte della documentazione.

Essa  è costituita da lettere, fatture, autorizzazioni, rendiconti e documenti vari inerenti la vita della famiglia, proveniente dalla zona di Lecco, come attestano i primi documenti che risalgono all’inizio del 1700, legati all’attività del mulino di proprietà.

A quei tempi,  l’attività del mugnaio rappresentava una realtà economica di grande importanza nella società contadina.

Il mulino ha svolto le sue funzioni fino a metà degli anni cinquanta del secolo scorso e si trova all’inizio della via S. Giorgio, appena sotto la latteria sociale Coseggio. Sopra la porta di accesso al mulino, ancora adesso, si può vedere un affresco, parecchio deteriorato dal tempo, di S. Vinnoco con la scritta: “ O San Vinnoco di Voromolt, protettor de’ molinari, fate che a prò dei poveri tapini non manchi mai farina alli forni”. Purtroppo non esistono più nè le macine, nè le impalcature, nè le ruote che facevano funzionare il mulino, mosse dall’acqua del “fiüm” opportunamente incanalate.

Tutte le lettere, che ho passato alla Casa della Cultura, dovranno essere tradotte e penso potranno essere oggetto di una interessante pubblicazione.

Per ora mi limito a proporre all’attenzione dei lettori talamonesi due lettere, provenienti dal’Argentina, scritte da parenti della famiglia Manzoni, come si capirà, datate  “lui, 19 del 1881” e “li 6 abril 1897”.

Sono state scritte rispettivamente: la prima da “Luzzi Lurenzu” e, nella parte finale dalla “mulglie” Simonetta Rosa; la seconda,a distanza di 16 anni, dalla stessa Simonetta Rosa.

Ritengo opportuno che le due lettere vengano pubblicate integralmente, così come sono state scritte, alla fine del 1800, perchè rappresentano uno spaccato di vita dei nostri emigranti con i loro affetti, i loro stretti legami familiari con i parenti in patria, le loro aspettative e soprattutto i loro sacrifici e le loro difficoltà, quando con le prime ondate di emigrazione verso l’America Latina, cui ne sono seguite altre fino alla fine degli anni 50 del ‘900, affrontavano l’ignoto verso la ricerca di una vita migliore per i loro figli, dopo aver abbandonato praticamente tutto: la loro terra natia, i parenti, gli amici e le proprietà.

Leggendo queste lettere, riusciremo forse a capire meglio, coloro che oggi fuggono dalla guerra e da condizioni di vita che non presentano speranze per l’avvenire, affrontando pericoli e disagi enormi e, troppo spesso, anche la morte.

Nella prima lettera, scritta su carta listata a lutto, (il lettore capirà il perchè) viene riportato un fatto curioso e doloroso assieme successo al Luzzi e alla sua “familglio” nei primi due anni di permanenza in Argentina, che spero sia chiaro nel significato dei termini pusteru, gaioffa ecc. essendo il contesto sufficientemente esplicativo.

Nel modo di scrivere, si può notare l’influenza della lingua spagnola in certe parole e, in altre, il ricordo del dialetto talamonese, che normalmente veniva parlato in famiglia  dagli emigrati.

Nella seconda, si intuisce il lavoro fatto dalla famiglia nei 18 anni dalla partenza da Talamona e le difficoltà incontrate.  E’ messa in evidenza con dispiacere, la volontà dei figli  “baruni” di dedicarsi ad altri lavori e quindi di non voler proseguire quello paterno nella “panaderia” , che costringe “Lorenzu e Rosa” ad affittare la piccola azienda messa in piedi da loro stessi, tanti anni prima.

Può darsi che qualche “regiur” riconosca nelle persone che vengono nominate qualche lontano parente e penso possa, in questo caso, essere fiero di quello che hanno fatto i nostri emigranti più di un secolo fa.

Ritengo che nessuno possa offendersi se vengono pubblicati “interess” che ormai, a distanza di tanti anni, non sono più notizia “secreta”.

Lascio al lettore le considerazioni sui vari aspetti, rapporti, sentimenti, a volte appena accennati, espressi nelle due lettere e soprattutto sulla capacità di affrontare le mille difficoltà dell’ignoto e di superarle con una tenacia tipica della nostra gente.

Un’ultima considerazione riguarda la capacità di esprimersi  per iscritto e di farsi capire in modo corretto in tempi in cui l’analfabetismo in Italia toccava percentuali altissime.

Anche se, a prima vista, può sembrare un po’ difficoltoso capire il modo di esprimersi dei protagonisti, una volta “fatto l’orecchio”, il lettore vedrà che riesce con una certa facilità a “entrare nei panni”  di Lorenzu e di Rosa, che esprimono, tra l’altro, una grande nostalgia di Talamona e dei parenti lontani.

Ecco allora il testo integrale delle due lettere, così come sono state scritte più di un secolo fa e che testimoniano, anche se indirettamente, come tanti, tantissimi italiani, con il loro lavoro, abbiano anche contribuito in modo  rilevante alla crescita della nazione argentina, come risalta anche nel volume citato.

Queste mie righe vogliono essere un omaggio e un ricordo dei tanti “Talamun” che hanno dovuto lasciare la patria.

Guido Combi (GISM)

Prima lettera:

lui 19, del 1881

Cara Cugniata Mariangela e cugniatu batista Manzoni contutta la vostra preziosa familglio

Dopu di mandarvi ipiu sincieri e cordiali saluti io vengo a darvi notizia di nostra regular salute come spero ilsimile  anche di voi tutti. Io ontesu che non avete ricevutu le mie lettere mandate da me la prima lomandata il 12 diciembre del 1879 dieci giorni dopu il miu arivu in la merico e non o potutu sapere selavete ricievuta che era la lettere del miu lungu e tristu viagiu duncuve temu che sara persa per la gran guvera che aveva alura e laltra mandata dellamiamuglie il 16 giugnu del 1880 che era il riscuntru della vostra che mi avete scrittu il 8 Marsu e di piu nel cientru della lettera omessu un bigliettu di 5 franchi moneda italiana che mi e avanzatu del miu viagiu era una riconoscienza della fiosie nostre e mia scrittu il miu procurador che non avete ricievutu nesuna risposta duncuve per me e un destinu disgraziatu sobratutte le mie cose perche in febreru delanu corente no mandatu unaltra de inportanza:  a una persona che aveva dinteresu e nolanricievuta che era sulu la distanza di 6 ure di dove vivu iu e io ocercato di sapere cone era cuvestu  e ofatu scuprire la cosa era il pusteru che ricievia le carte e li dinari delle carte fronchiate selometeva in gaiofa e le carte le meteva nel fuoco duncuve duncuve lannu messu nelle calciere seriamente e aora sono cambiatu e deve caminarbene con la posta e insedeno le andrà male di più delaltru ancora duncuve senoavete ricievutu le miecarte siguru sono andate nel focu della medesima manu che sono poi 3 che mesea persu duncuve mi presentaro in giustizia a far raportu che elmerita. Caru cugniatu e cogniata non credete che io sia statu capaci di far cuvestu di non scrivervi sino aora saria ilpiu indegniu el piu crudele del mundu avaria fatu pecatu murtale dopu tantu bene ricievutu da voi caru cugniatu e de la mia cara cugniata e de tutti i vostri figli nostri fiosi e nipoti cari allora avaresti occasione di portarmi unagran rabia sobra cuvestu che credu asolutamente di non aver culpa e vidicu laverita come fusse inconfesione generale abenche il miu faratellu ha dettu che lui mi comprava e mi vendeva e me e nonevera non ano dinari sificiente per cuvestu se fuse busie ne avaria multi il miu fratellu.

Caru cugniatu Batista e cogniata Mariangela io vengu a darvi notizia della mia numerosa famiglia abiamo 7 figli e la piupiupicula anno gia prestu 10 mesi.Bene el procurador miu le mandi unaletera anche a lui e vi pregu e  vi repitto di star uniti con lui che credi che el fara ilgiudtu anche per noi sevoi volete comprare la parte della mia muglie vi do la preferenzo a voi prima e se no disponi di vendere a cuvalunque che si puo presenta e che paga di piu e se non puo vendere e sulu fitamu voi siete il primu intra tantu che seincuntra cumpradori di piu vi pregu solamente di farghi comprendere al miu procurador della parte della stalla che ne partiene del pover pietru di piu  i farete il piaicere a oservare bene cuvanti giornate che ocupa in cuvesti interes per mia regula pero vi pregu che la cosa sia secreta che non abia di sapere niente nesuni e se per casu elvende cuvalche cosa mifarete ilpiacere a tener unapuntu voi per vedere se la cosa vanno bene un qualche giornu alafenitiva perche la mia mulglie volvedere il tuttu e se fanno cuvalche cose malfati alura la mia mulglie taglia inmediatamente la catena perche intra le vendite e cuvel che annu fattu a parte al michelangil alora lialtri non pigliamo cuvasi niente el pover padri lanu fatu fare delle cose malfati infine in unaltra lettera vi spiegaro piu bene e in cuvesta nono potutu scrivervi tantu chiaru perche hola mulglie disperata aver persu il suvu padre altru non mi resta che rilasiarvi con i piu sincieri e cordiali saluti tutti in familglia e vi saluta tutti i miei filgli adiu e mi dichiaru Luzzi Lurenzu”.

La lettera continua con un’altra calligrafia, quella della moglie Rosa Simonetta.

Carissima Sorella Mariangela che mala notizia che o ricevuto da parte del mio procuratore che seamorto  il nostro Caro Padre a che desgrazia per io di non poterlo vedere anti di morire ora o piu speranza di vederlo. Caro sorella vengo a ripetere il riscontro de tuo unico carta che oricevuto io non poso fenire di ringraziarti tu e tuo caro famiglio il bene che ciavete voluto al mio Lorenzo io no podero rivare a pagare lobligazione pero da Dio non perdarete niente. Cara sorella e cogniato Batista le mie due care fiose e li altri nipoti tutti vi saluto caldamente adio cari e me salutarete il Michelangelo e tutta la sua familglia ellantonietta e la familglia adio te mando milla bacci mi dichiaro tuo sorella Simonetta Rosa.”

 

Seconda lettera.

“lì 6 abril de 1897

Caru nipute michele e batista conle vostre sagradi familie e fiosini  ursula e rosa con le vostre sagradi familie e antoni mio fratellu antoni con la suva famili e tutti i nostri parenti conla bella occasione che viene a casa duca andrea vimandi quvesti duve righe a farvi sapere la nostra regular salute tutti in gieneral tutti in casa e quvelli fora di casa e così desideriamo e speriamo di tutti voi.

Vi fo sapere che pochissimi giorni prima della partenza de duca pumpeo e saputu de pasina batista che ritorna allamerico che e morta mia sorella mariangela quvanti elme rincrese a non poter vederla  mai piu cara mia sorella cari miei niputi fatevi di coragiu e rasegniatevi al voler dedio che non perite mai

Caru nipute michele vengu a predirti un favore a farmi sapere come sono la sunto de la selva che resta da vendedere dentro sura la gierra se  voialtri avete intensione di comprala  siono  se avete intensione coprala ve la vendo por el prezi di duve marenghini e mezu in oru dico 2 1/2 marenghini oru e se voialtri noavete interes di comprare mi farete il piaciere a cercare  de vendela al miu fratellu antoni o a quvalunque duni altri se potete guvadagnare  quvalche cosa di più ve lo lasi aviotri per la vostra comisione che gia sapete che sono stata stimata 60 £ dunquve duncuve de cuvel tempu a sta ura credemu che li arbuli sono cresuti dunquve sono sempre a benefizi del compradore caru nupute michele tirego di farmi il piaciere a fare tuttu lo posibile a ajiutarmi sopra quvesta granda vendita

Caru nipute michele per elustrumentu se pudara rangiarsa con el esatur per poco dineru perche a mandare una procura e poi mandarla a roma viene a custar il valore che la vendi dunque non mi resta niente per me caru nupute abiamo metutu panaderia in nostra casa j abiamo travallatu 5 anni e siamo trasati e adessu abiamo afitatu per 10 anni per potere pagare la nostra perdita per no lienare i beni. Dunquve quvesta selva in talamona sono puse disposta da vendere che altra cosa sempriper aiutarne un pocu caru nipute i nostri figli baruni non ano piaciere nesuni a lavorare in la panaderia e per quvestu lo afitata quvesta estata la mia desfortuna el ghi piacie di piu quvalunquve altri lavori

 Altra non mi resta che racomandarvi  di unpruntu riscuntru e rilasiarvi con ipiù cordiali saluti tutti con la vostra apresiada familia e il vostru fratellu batista e le mie fiosie ursula e rosa e meneghina e mariangela e antoni mio fratello con la suva familia e tutti quvei de la famili di riva lorenzu dettu benedet e mi salutarete tutti quveli della mia casa paterna e materna adiu adiu adiu

Mi dichiaro la vostra zia Simonetta Rosa maritata Luzzi adiu cari miei niputi

E vostru ziu Lorenzu Luzzi

   Adiu Adiu Adiu

QUANDO IL LEGNO DIVENTA ARTE

TALAMONA 29 settembre 2013 inaugurazione di una mostra di scultura lignea alla casa Uboldi

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DELLO SCULTORE DOTTO G ABRAM UN POMERIGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA ARTIGIANALE

In occasione della seconda giornata del patrimonio, quest’oggi a partire dalle 17. 30 alla Casa Uboldi è stata di scena l’arte. L’arte a tutto tondo. L’arte del fare. L’arte artigianale. La scultura. L’affresco. La musica. Una giornata variegata e ricca di contenuti animata da numerosi interventi.

I mille volti del legno: l’introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca

Protagonista della giornata il legno, un materiale molto caro ai talamonesi così come a tutte le popolazioni montane per le quali il legno rappresenta la matrice della cultura materiale.

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Il legno un po’ come l’uomo si può trovare ovunque, sotto diversi aspetti e in diverse situazioni. In primo luogo come struttura portante degli alberi che ci danno l’ossigeno col quale respiriamo. In questo senso il legno è vita anche perché accompagna la vita dell’uomo dalla sua nascita (di legno sono le culle che ci accolgono quando veniamo al Mondo) fino alla morte (di legno sono le bare che accompagnano l’ultimo viaggio) passando per la quotidianità. Con il legno si possono costruire le case, gli arredi, gli utensili usati nei lavori tipici montani praticando i quali si è sempre in contatto con questo materiale.

4b.

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Il legame tra l’uomo e il legno può essere dunque sintetizzato dal verbo FARE o anche CREARE. L’uomo con il legno crea forme nuove e sviluppa la manualità. Un legame misterioso come il legno stesso che in qualche modo fa da maestro all’uomo, il quale, prima di lavorare il legno, deve imparare a conoscerlo, capire come crescono gli alberi come tagliarli, distinguere le varie tipologie di legno, ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, ragionare e così impostare il proprio lavoro, a modellare il legno restando inizialmente fedele alle forme originarie e poi imparando col tempo a creare forme sempre più elaborate e complesse.

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Il legno è arte, ma anche scienza e tecnica. Con il legno l’uomo crea forme artistiche, ma anche, come abbiamo visto, strumenti di utilità quotidiana. Nascono l’intaglio, l’intreccio e le tecniche base per costruire strumenti anche con altri materiali, strumenti coi quali il lavoro diventa sempre più preciso e aperto a varie possibilità, strumenti coi quali l’uomo può progredire ulteriormente. Di legno sono fatti i telai per la tessitura, una delle prime manifatture della Storia, l’embrione delle successive società industriali.

Il legno è fantasia. Se la fantasia è molta basta veramente poco per darle forma attraverso il legno, per trasformarlo da maestro a compagno di viaggio, un viaggio di crescita personale, un viaggio durante il quale l’uomo ha continuamente arricchito il suo sapere e le sue capacità.

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A questo punto del viaggio alla scoperta del legno è stato interessante osservare alcuni esempi. Osservare ad esempio come l’inventiva dell’uomo trasforma un tronco cavo in una fontana, come il legno una volta fosse presente ovunque non solo, come abbiamo già visto, negli strumenti del lavoro e della vita quotidiana, ma anche nelle serrature, come il legno è utile attraverso i collari (in dialetto gambis) attraverso i quali ciascuno sapeva identificare le proprie bestie e come il legno rappresenti il contatto con la natura, la possibilità per l’uomo di esprimere la propria personalità (attraverso le decorazioni sugli oggetti, in particolar modo gli stampini del burro, decorazioni a motivi floreali o con la forma del cuore che simboleggiano la purezza della vita) e di stabilire un perenne contatto con la natura e con la terra, per molto tempo lavorata solo con l’ausilio di strumenti di legno che entra anche nel linguaggio gergale dei contadini, nella loro sapienza ancestrale (significativo è stato scoprire, da questo punto di vista, l’abitudine di appendere nelle baite rametti di abete o di sambuco contornati da delle tacche, rametti che si spostavano a seconda dell’umidità segnalando così il brutto o il bel tempo, igrometri artigianali), nonché di stabilire, attraverso il legno una sorta di collegamento tra il mondo materiale e quello spirituale come se il legno fosse uno strumento col quale creare una sorta di magia che solleva l’uomo ad un livello più vicino a Dio permettendo all’uomo di replicare su piccola scala il processo di creazione, ma anche accompagnando le liturgie e le feste (di legno ad esempio erano fatte le raganelle suonate nel periodo del carnevale e il giorno del venerdì santo quando non suonavano le campane).

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4cUn viaggio, quello attraverso il legno, che è anche un viaggio attraverso un mondo di conoscenze anche immateriali, che, col progresso della tecnologia e l’avvento dei nuovi materiali, rischia ogni giorno di più di diventare un mondo perduto.

Un viaggio che dal legno ha portato a seguire a tutto tondo molteplici itinerari attraverso le arti.

L’arte lignea in Valtellina e in Valchiavenna. L’intervento di Lucica Bianchi

La Valtellina ha sempre rivestito un ruolo strategico fondamentale per la conformazione geografica del territorio e per la posizione cruciale che ne faceva la principale via di comunicazione europea. Si tratta dunque di una regione prevalentemente montuosa e in qualche modo separata dai grandi centri culturali sia nel Medioevo che nell’età moderna. Ad ogni modo nel cuore di un Rinascimento in fiore nell’Europa del XV secolo (il periodo cui facciamo riferimento) le manifestazioni artistiche valtellinesi appaiono tutt’altro che sporadiche e periferiche. Per ovvie ragioni la Valtellina e la Valchiavenna sono il territorio ideale per studiare la scultura in legno e questo non solo per la facile reperibilità del legno in questa zona. Teniamo presente, come ha sottolineato anche la professoressa Duca poco fa, che un tempo il legno si trovava un po’ dappertutto ed era parte integrante della vita e della cultura di queste popolazioni. Superate le prestazioni tipicamente costruttive e pratiche dal legno può nascere anche un’enorme capacità di dar vita ad espressioni di alto livello artistico. In termini assoluti, in base ad una ricerca fatta dagli specialisti del settore, la Valtellina possiede il maggior patrimonio di opere lignee di tutta la Lombardia. A marcare la differenza tra questo patrimonio e il resto dell’arte in Italia nel Rinascimento è in primis l’importante ruolo sociale economico e politico nonché religioso raggiunto dalle famiglie nobili valtellinesi che prediligono e commissionano materialmente la realizzazione di tali opere in legno. D’altro canto si ha l’applicazione dei decreti in materia di arte sacra promulgati dal Concilio di Trento del 1545. Questo concilio affermava delle linee guida che sconsigliavano l’utilizzo di un materiale umile e deperibile, come il legno era, sia per la costruzione che per la decorazione delle chiese, un’esigenza peraltro sostenuta dagli ambienti classicisti del Cinquecento che prediligevano i materiali nobili, duraturi e di discendenza classica come il marmo e il bronzo. Mentre Milano perse così gran parte delle sue opere in legno, le diocesi limitrofe sono state meno propense ad applicare i decreti tridentini. Ecco perché più ci si allontana da Milano sia in direzione nord che in direzione sud, più si trovano chiese che conservano ancora opere sacre in legno. Nella maggior parte dei casi non si tratta davvero di opere valtellinesi. Gli artefici delle importanti ancone e statue lignee che tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento sono state realizzate a Morbegno, Ponte, Tirano, Grosio e in tutti i maggiori centri urbani della Valtellina, sono artisti milanesi e pavesi, appartenenti alle botteghe di Del Maino, De Donati, Pietro Bussolo e Andrea da Saronno oppure artisti germanici come Strigel e Echart. Alcune delle loro opere richieste dalle comunità valligiane oltre ad altre più numerose esiliate dai loro luoghi d’origine dopo l’affermazione del credo protestante sono giunte così fino alle popolazioni cattoliche. A cominciare dalla metà del Cinquecento vengono chiamati i migliori esperti e specialisti del momento e a loro vengono affidate la doratura e la policromia delle opere in legno. Valtellina e Valchiavenna sono regioni geografiche periferiche, ma anche snodi commerciali, politici e militari costituendo anche l’avamposto della fede cattolica contro l’avanzare del protestantesimo. Quanto questo abbia influito sulla commissione di opere, come il santuario della Madonna di Tirano, è noto a tutti e probabilmente tante delle opere commissionate in quei tempi e nei tempi a seguire hanno avuto alla base proprio questa esigenza strategica di fede.

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Se si vuole studiare l’arte del legno in Valtellina , un punto di partenza valido è la grande ancona di Giacomo del Maino per la cappella dell’Immacolata della chiesa di san Maurizio a Ponte. Va detto che la monumentale ancona di Ponte è la prima testimonianza di arte lignea pienamente rinascimentale giunta pressoché integra sino a noi. All’epoca della sua esecuzione, nel 1520 circa, Giacomo del Maino era un artista affermato, artefice di importanti commissioni, dal coro di S. Ambrogio a Milano fino alla celebre, ma purtroppo distrutta ancona dell’Immacolata di S. Francesco sempre a Milano che ospitò tra i suoi pali dorati la tavola della Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci. Alla bottega di Giacomo del Maino verranno commissionate le ancone del santuario di Morbegno (1516-19) quello di Tirano (1521-24) e infine quella di Ardenno (1536). Tutte queste sono opere di grande impegno e qualità artistica, veri capolavori d’arte lombarda. La bottega concorrente, quella dei fratelli milanesi de Donati, molto prolifica e organizzata a ritmi quasi industriali predilige località minori, lontane dai grandi santuari, ma i loro risultati sono comunque sorprendenti per espressione e complessità come testimoniano i tre altari che la bottega realizzò per la chiesa di san Bartolomeo a Caspano dove si celebra la resurrezione di san Lazzaro e dove è presente un’ancona dedicata a san Bartolomeo. L’altro protagonista dell’intaglio ligneo rinascimentale è Piero Bussolo che era solito firmarsi MEDIOLANENSIS e che realizzò a Grosio la magnifica ancona della Natività. Per quanto riguarda le rappresentazioni figurative di questi artisti esse sono pienamente rinascimentali. È un Rinascimento dai canoni stabiliti da Leon Battista Alberti e Vitruvio che troviamo nelle proporzioni naturalistiche delle figure, nell’abbondanza di elementi dell’architettura classica romana (candelabri, grottesche, medaglioni, profili all’antica e una ricchissima di grifi, vasi e corni ornati di foglie e frecce). Lo studio della scultura in legno in Valtellina non risponde semplicemente ad una qualche ricerca didattica che pure è necessaria per la conservazione, ma è piuttosto il frutto di una profonda ricerca teologica. La struttura delle grandi ancone ad esempio si presenta come un vero programma coi dogmi della fede, i santi protettori, riferimenti ecclesiali, biblici ed allegorici. Le statue lignee valtellinesi nella loro perfezione formale e nella straordinaria carica emotiva non vogliono semplicemente svelare un sentimento effimero, ma piuttosto un’autentica partecipazione agli eventi narrati. Tornando per un’ultima volta al legno, questo materiale povero, semplicemente scelto per via della sua facile reperibilità, diventa un supporto versatile e prestigioso perché attraverso sofisticate tecniche di lavorazione della foglia d’oro con l’utilizzo di lacche traslucide e smalti permette straordinari effetti luminosi e cromatici divenendo così non solo prezioso, ma anche sacro. Basti un accenno al simulacro più venerato della Valtellina, quello della Madonna di Tirano, la figura celeste che si china in avanti quasi a riproporre l’intimo colloquio avvenuto la mattina del 29 settembre 1504 col beato Mario Omodei.

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L’immagine della Madonna grazie al artista Del Maino non solo sembra viva, ma sembra splendere di una luce celeste, scolpita in un legno realmente sacro.

Lezioni di arte e creatività. L’intervento di G. Abram

Giuseppe Abramini in arte G. Abram vive a Delebio e fa lo scultore da quarant’anni affiancando a questa attività quella di pittore (nei momenti di depressione) e quella di narratore (nei momenti di totale sconforto) rievocando piccole storie e personaggi della grande Storia in modo casuale, ma con brio e rigore storico in una serie di libri intitolata IL TRIONFO DI KAINO una serie in vendita nella sala conferenze e che Abram ha presentato con entusiastico fervore ad un pubblico numeroso e partecipe. Quest’oggi è intervenuto per mostrare il suo lavoro (oltre ai libri alcune sculture di vari colori e materiali) e parlare di arte, del suo mondo creativo e di tutto cio che ha ritenuto opportuno per arricchire questa già ricca giornata, un intervento istrionico e appassionante, una lezione su cosa significhi essere un artista. Una lezione di vita.

Un artista, un po’ come accade oggi ai nostri politici, rimane tale fino all’ultimo giorno della sua vita senza mai andare in pensione. Michelangelo morì alla veneranda età di 89 anni e negli ultimi giorni della sua vita ancora lo si sentiva dare colpi di scalpello a quella che divenne la Pietà Rondanini oggi esposta al castello sforzesco.

L’artista è colui che è toccato dal dono della creatività, un dono che, a seconda delle credenze, si può considerare dato da Dio oppure direttamente dalla natura. Solo una persona su un centinaio si può considerare un artista creativo e sono rari i casi in cui è possibile trovare più artisti riuniti in un solo luogo. Talamona da questo punto di vista rappresenta un’isola felice. A Talamona si contano 4632 abitanti. Su questi 46 sono artisti creativi di poesia, di letteratura, di musica, di scultura, pittura eccetera.

Un artista è colui che concepisce idee nuove e realizza cose nuove oppure con novità. Per diventare artisti occorrono tre passaggi fondamentali.

In primo luogo bisogna possedere un vasto immaginario nella mente e nel cuore, un immaginario che si coltiva con le letture e in generale le esperienze della vita, quello che si osserva, quello che si ascolta. Più l’immaginario è vasto più è possibile sviluppare una vasta creatività e operatività artistica.

Avere un vasto immaginario non serve se non c’è il desiderio di esprimerlo, di raccontarlo, di esporsi, di mettersi in gioco. Un artista deve essere forte, un po’ narcisista, si deve assumere dei rischi.

Tutto questo è importante, ma bisogna possedere anche la padronanza tecnica della propria arte. C’è chi dice che l’atto creativo in se consiste nel limitarsi a concepire nella propria mente l’opera, ma il signor Abram ritiene invece che l’artista deve essere anche un artigiano, che l’arte si compone anche di saper fare, in particolar modo la scultura, la sua arte, un’arte faticosa, dove ci si sporca.

La vita di Caravaggio prima parte

A questo punto è venuto il momento di Sonia Sassella che ha letto un brano tratto dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO dedicato alla vita di Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi). Nella prima parte di questa lettura abbiamo seguito gli esordi artistici di Caravaggio le sue peregrinazioni dalle quali già emergono i chiaroscuri che caratterizzeranno per intero la personalità e il cammino terreno di quello che fu uno dei più grandi e al tempo stesso dei più tormentati artisti di ogni tempo.

Primo intermezzo musicale

Dopo tutta questa cultura ci vuole un momento di pausa per meditare su quanto sinora ascoltato. Niente di meglio di un po’ di buona musica offerta da Damiano Bertolini. Un’esecuzione del minuetto in sol minore di Bach.

La tecnica dell’affresco. Secondo intervento di Lucica Bianchi

Col termine a fresco o buon fresco si intende la pittura murale nella quale i colori sono stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora fresco. È una tecnica che non permette ripensamenti perché i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco per via della reazione chimica che si instaura tra l’anidride carbonica dei colori e la calce dell’intonaco, un processo che prende il nome di carbonatazione e che fa si che i colori acquisiscano una forte vivacità e solidità.

L’origine della tecnica dell’affresco può essere fatta risalire a 30 mila anni fa ai dipinti murali presenti nelle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux e Chaveux in Francia. I più antichi esempi di affresco su intonaco umido conosciuti, furono ritrovati sull’isola di Creta intorno al 1500 a. C. In Italia questa tecnica risale al IV secolo a.C. come testimoniano gli affreschi di Paestum nella parte orientale del golfo di Salerno, nella cosiddetta tomba del tuffatore.

The_Tomb_of_the_Diver_-_Paestum_-_Italy

Un affresco si compone di quattro elementi: il supporto, il disegno preparatorio o sinopia, l’intonaco, i colori.

La prima fase della creazione di un affresco prevede la stesura su un muro bagnato di uno strato spesso circa 1 cm di ariccio cioè una mescolanza di sabbia dura di fiume, calce spenta e acqua. Una volta che l’ariccio si è asciugato su di esso viene tracciato il disegno preparatorio, chiamato sinopia, nome che deriva dalla città turca di Sinope da dove proviene un pigmento colorato chiamato appunto terra di Sinope. Su questa base viene steso un o strato di intonaco composto da sabbia fine di fiume, calce e acqua. Sull’intonaco vengono stesi colori macinati e mescolati all’acqua in quantità ben precise.

La principale difficoltà di questa tecnica consiste nel fatto che, come già abbiamo detto, non permette ripensamenti perché una volta stesi i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco. Per ovviare a questo inconveniente gli artisti realizzano piccole porzioni di affresco che una volta venivano chiamate giornate. Una volta che l’affresco è asciutto vi si possono apportare eventuali correzioni utilizzando comunissimi colori a tempera che però sono più facilmente degradabili.

Con il Rinascimento la tecnica dell’affresco conosce il momento di maggiore diffusione. In Italia viene abbandonato l’uso della sinopia e introdotto l’uso del cartone preparatorio. L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone e le linee che componevano le figure venivano puntellate, dopodiché il cartone veniva appoggiato sull’intonaco e spolverato con polvere di carbone di modo che essa, passando attraverso i fori lasciasse la traccia del disegno da seguire poi coi colori.

La pittura a fresco, che costituisce la gloria dell’arte italiana è considerata la più impegnativa tra le tecniche pittoriche benché i materiali utilizzati, come abbiamo visto, sono semplicissimi. L’esecuzione comunque esige una prontezza e un’abilità che devono tradursi in quel modo puro e risoluto di cui parlava Michelangelo che definì l’affresco la pittura degli uomini volendo significare con cio che essa impiega al massimo le capacità e l’esperienza dell’artista.

Parlando dell’affresco non si può che concludere con la presentazione di quello che è il capolavoro assoluto di quest’arte nonché uno dei maggiori capolavori, una delle opere più monumentali dell’arte universale: la cappella Sistina, la volta e il giudizio universale dietro l’altare principale, due opere facenti parte dello stesso sistema, di uno stesso cicli, ma eseguite da Michelangelo in due momenti diversi della sua vita. Egli rappresentò in gioventù le storie della Genesi sulla volta e venne in seguito richiamato per dipingere la parete dietro l’altare col tema del giudizio universale realizzato tra il 1536 e il 1541. Quest’opera subì le durissime critiche del concilio di Trento, per via della folta presenza di nudi che un anno dopo la morte di Michelangelo, nel 1565, si decise di ricoprire. Ad eseguire questo compito venne chiamato Daniele da Volterra passato alla Storia con l’appellativo di braghettone. In seguito queste censure sono state quasi totalmente tolte.

Sulla cappella Sistina è stato proiettato un video poi commentato da G. Abram che ha posto l’accento su alcuni dettagli del monumentale affresco.

La Madonna di via Don Cusini. Intervento di Simona Duca

Questo affresco rappresenta l’emblema della sacralità talamonese, della sintesi tra materia e spiritualità. Il soggetto rappresentato, la Madonna, è comune al 90% delle rappresentazioni sacre talamonesi siano esse dipinti murali, affreschi, edicole, gisoi eccetera.

La figura della Madonna molto spesso viene associata al legno di quercia. Entrambi rappresentano la forza e un saldo senso di protezione dall’alto di cui i talamonesi sembrano avere un particolare e disperato bisogno. Originariamente incastonata in una baita in quel di Ransciga, ha subito in seguito vari spostamenti e ora necessita del nostro aiuto per continuare a mantenersi nel tempo a trasmettere questo connubio tra semplicità dell’esecuzione e maestà del dipinto, del soggetto, reso dalla brillantezza dei colori. L’azzurro del vestito e degli occhi della Madonna, un tipo di blu così brillante e inalterato nel tempo che, come ha osservato G. Abram, potrebbe benissimo essere stato realizzato con lapislazzuli dell’Afghanistan macinati, gli stessi usati da Michelangelo per lo sfondo azzurro del giudizio universale anche se ovviamente qui non siamo a questi livelli ne per quanto riguarda il pittore ne per quanto riguarda la committenza (entrambi sconosciuti).

Un dipinto che spinge ad una riflessione. La grandezza dell’arte può arrivare ai massimi eccessi e far sentire gli artisti vicini agli dei, ma in ogni opera si annida sempre quel tocco delicato in grado di riportare tutti con piedi per terra.

Lezioni di scultura. Intervento di G. Abram

Per fare lo scultore ognuno deve trovare il materiale che gli è più congeniale. Il signor Abram ha scelto il bronzo perché ne apprezza la versatilità che permette di ampliare la creatività artistica spaziando tra molteplici soggetti. Non conta il fatto che il materiale scelto sia nobile o grezzo. Un artista con un grande immaginario e buona tecnica saprà tirar fuori in ogni caso da ogni materiale opere di pregio. A questo proposito il signor Abram ha citato la famiglia quattrocentesca dei Della Robbia in grado di realizzare opere meravigliose con la terracotta.

Una volta che il materiale è stato scelto bisogna imparare a conoscerlo e a lavorarlo in base alle caratteristiche peculiari. Nel caso specifico degli scultori del bronzo, molti si appoggiano ad una fonderia mentre il signor Abram ne ha una propria. Quando ha cominciato ne ha affittata una a Milano e ora invece ne ha una a Delebio dove vive. Attraverso tentativi ed errori ha imparato le tecniche di fusione in modo tale da creare le proprie opere in ogni fase del processo produttivo.

Per lavorare il bronzo bisogna sapere che esso fonde a circa 900° e che una scultura in bronzo nasce dall’arte dell’aggiungere a differenza di quanto accade nel caso del legno e del più classico marmo che si lavorano con l’arte del togliere. In ogni caso sia che l’artista rimuova il materiale in eccesso sia che lo coli fuso dentro uno stampo è ovviamente necessario avere bene in mente l’opera da creare. I veri artisti a tal scopo utilizzano modellini in creta (si possono anche usare altri materiali per i modellini come il gesso o la plastilina). Persino Michelangelo, il più grande scultore di tutti i tempi, per cui la sua arte era tutta giocata sulla perenne ossessione di liberare opere che sentiva essere gia presenti nel marmo, lavorava con modellini preliminari. Così ha affrontato il David prima di scolpirlo da un gigantesco blocco acquistato a poco prezzo perché precedentemente rovinato da un altro scultore. L’opera d’arte insomma va costruita.

La scultura in generale offre più possibilità. La scultura a tutto tondo che è quella classica con la figura ben definita su tutti i lati (il David, il Mosè e le Pietà di Michelangelo, le opere di scultori della Grecia classica come la Venere di Milo la Nike di Samotracia, il Discobolo, il Pensatore sono tutti esempi di sculture a tutto tondo una lista che potrebbe continuare). La scultura a mezzo tondo, quasi definita, ma con una piccola porzione non staccata da una parete (le decorazioni all’ingresso di alcune cattedrali gotiche) l’altorilievo e il basso rilievo, una commistione tra scultura e figura disegnata (i fregi del Partenone oggi al British Museum di Londra sono esempi di rilievi).

Per fare una scultura in bronzo sono necessari diversi passaggi. Il primo passaggio è ovviamente l’idea estrapolata dal proprio immaginario personale, idea che può essere prima disegnata e poi modellata oppure modellata direttamente a seconda della metodologia specifica che ognuno intende adottare. Dal modello non si può prescindere. Il modello in creta su cui si posa uno strato di negativo in gesso. Lo strato in gesso si rimuove si divide in due parti per staccare dalla creta. I negativi in gesso vanno poi riuniti in un unico pezzo dopo averli lavati. La forma va capovolta e si esegue poi una seconda colata di gesso. Sul modellino di gesso si realizza una controforma in gomma da tagliare anch’essa in due metà nelle quali va pennellata la cera liquida che a contatto con la gomma fredda si solidifica e forma uno strato dentro cui colare del refrattario per poi rimuovere la gomma. Sul positivo in cera ottenuto da quest’ultimo passaggio si realizzano le colate e gli attacchi di fusione con un secondo strato di refrattario. È a questo punto che la statua è pronta per la fornace ove la cera brucia e rimangono i due strati di refrattario che bisogna interrare  per far si che quando giunge il momento di colare il bronzo fuso poi non esploda. Nel frattempo bisogna fondere il bronzo. A 150° assume una colorazione azzurrina (che può essere accentuata con piccole parti di fosforo). A questo punto è giunto il momento di colare il bronzo all’interno della forma refrattaria. Il bronzo seguirà le linee guida della forma refrattaria espandendosi dal basso verso l’alto. La scultura a questo punto è pronta, ma è necessario che si raffreddi poiché il bronzo caldo è fragilissimo. Una volta che il bronzo è freddo la scultura può essere ripulita dagli strati interrati e di refrattario e cesellata. Da ricordare che le forme preparatorie devono essere realizzate con un’ apertura in alto a mo’ di sfiatatoio.

Una scultura in bronzo appare naturalmente di colore verde. Il bronzo è composto in media da un 85% di rame, che è il responsabile della colorazione, e da un 15% di stagno, che fluidifica il tutto. Per fare una scultura in bronzo è importante che il materiale di partenza non scarseggi in stagno poiché molto rame e poco stagno rende il bronzo fuso di consistenza troppo pastosa per poter essere utilizzata. L’unica scultura che si conosce realizzata con appena l’1% di stagno sono i famosi cavalli di Venezia realizzati ciascuno in un blocco unico tranne la testa e il collo unita al resto del corpo con dei finimenti. Per lavorare il bronzo con poca percentuale di stagno nella composizione bisogna aggiungerci del piombo e comunque su questi cavalli, inizialmente pensati per una successiva doratura, si possono notare delle imprecisioni.

I Greci furono grandi scultori di bronzo oltreché di marmo. Era molto difficile trovare del bronzo già pronto però. I Greci si procuravano separatamente i due metalli che lo formavano. Trovavano il rame a Cipro (il cui nome significava proprio isola del rame cuprum in greco) e acquistavano lo stagno carissimo dai Fenici i quali lo trovavano in un gruppo di isole nei pressi dell’Inghilterra. I Fenici a quel tempo viaggiavano più degli altri. Si spingevano persino nei Paesi Baltici per trovare l’ambra lungo le coste occidentali dell’Africa per trovare l’oro. Potrebbero essere stati loro a diffondere la leggenda delle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) come limite del Mondo oltre il quale le acque precipitano e questo per impedire che altri potessero venire a conoscenza delle loro rotte commerciali.

Anche i Romani realizzarono sculture in bronzo. L’esempio più famoso è la statua equestre di Marco Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma salvata dalla furia distruttrice dei Cristiani verso i retaggi del paganesimo perché scambiata per una statua di Costantino colui che legalizzò il Cristianesimo.

Michelangelo fece solo una statua in bronzo (e pare un crocifisso in legno di dubbia attribuzione) una statua di san Petronio che si trova a Roma nella chiesa dedicata al santo commissionatagli da papa Giulio II della Rovere, un papa terribile, guerrafondaio, irascibile e sempre in ritardo coi pagamenti, ma che dal canto suo esigeva la pigione da Michelangelo, il quale comunque è morto ricco perché sapeva comunque farsi pagare e bene.

Il più grande bronzista della Storia dell’arte dopo i Greci fu senz’altro Donatello.

La vita di Caravaggio. Seconda parte.

È venuto poi il momento di conoscere gli ultimi atti, più tormentati che mai, della vita di Caravaggio, letti sempre da Sonia Sassella e tratti dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO.

Secondo intermezzo musicale

Questa volta il pianoforte di Damiano Bertolini ci ha regalato un brano orientale.

I ringraziamenti del sindaco

In chiusura della giornata non poteva non intervenire il sindaco Italo Riva con i ringraziamenti al gruppo dei volontari.

Ultimo intermezzo musicale

Per salutare l’apertura della mostra la sonata di Beethoven al chiaro di Luna

Quando il legno diventa arte. La mostra.

È giunto finalmente il momento di inaugurare la mostra che proseguirà fino al 13 ottobre da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 17.30 il sabato dalle 15 alle 18 e dalle 20.30 alle 22 e la domenica dalle 15 alle 18, una mostra collettiva di vari intagliatori valtellinesi (Sergio Bertolini, Franco Bianchini, Dante Bonelli, Quirino Ciaponi, Battista Duca, Egidio Ruffoni, Remo Ruffoni, Cirillo Zuccalli). Una mostra caratterizzata da un allestimento intelligente dove ogni autore trova il suo spazio e può esprimere il suo potenziale e dove l’arte del legno si esprime attraverso varie tipologie di linguaggio (dal classico, al rustico, all’avanguardistico) di soggetti e di interpretazioni. Un percorso che va meditato con molta calma ed osservato più e più volte per ascoltare il legno che parla al cuore raccontando le sue storie attraverso l’immaginario di coloro che, modellandolo, prima e meglio di tutti hanno saputo interpretarlo a volte dando un titolo alle loro opere, ma molto più spesso no.

Un percorso che parte da Quirino Ciaponi cui il legno ha suggerito forme prese dalla natura nonché forme umane stilizzate modellate a formare sculture vere e proprie, ma anche tazze.

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Un percorso proseguito poi con Battista Duca che ripercorre la lunga tradizione della cultura materiale (con legno che fa da materia prima nella creazione di oggetti quotidiani) virando però anche verso forme astratte.

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Si continua poi con Cirillo Zuccalli e la sua personale interpretazione dell’arte del legno come arte sacra, ma anche come amarcord e come personale celebrazione del rapporto tra le popolazioni valligiane e la natura attraverso fiori e grappoli d’uva dorati. Un percorso arricchito da vecchie lettere e fotografie nonché da un libricino con tavole illustrative di tutte le stanze di una casa (cucine, soggiorni, camere da letto, bagni) arredate con mobili e stili antichi (di fattura settecentesca pare).

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Di scena poi Fausto Bertinelli e le sue opere su tavola che sembrano ispirate alla pop art e che più che mai evidenziano come l’arte di creare col legno sia soprattutto l’arte del togliere.

In queste sottili tavole di legno l’immagine prende forma proprio dal legno rimosso

 

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A seguire Sergio Bertolini offre allo spettatore una finestra su un tempo passato in cui il legno serviva anche a divertire i bambini che con piacere ricevevano giocattoli intagliati da padri, zii o nonni. Giocattoli che Sergio Bertolini qui propone ricchissimi di dettagli. Due Pinocchio interpretati in maniera originale, modellini di auto motorini, elicotteri aerei, un quod, accanto a strumenti atti alla lavorazione artigianale della lana anch’essi riprodotti fedelmente e probabilmente funzionanti.

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È il turno ora di due scultori Franco Bianchini e Dante Bonelli accomunati da grande fantasia e versatilità nel rendere il legno materia viva con cui plasmare il proprio immaginario creando opere che spaziano da comuni oggetti d’uso quotidiano talvolta decorati (suppellettili e posate) ad opere che ricordano le avanguardie contemporanee. Opere che mescolano il sacro e il profano nel caso di Dante Bonelli che espone tavole di legno incise con rappresentazioni sacre (la Sacra Famiglia), ma anche istantanee di vita quotidiana e opere che, com’è il caso di Franco Bianchini, non dimenticano la natura. È il caso di una scultura elaborata come un’installazione che rappresenta alcuni animali del bosco innestati su un tronco lungo e sinuoso che lo fa somigliare ad un serpente.

Istantanea di vita quotidiana incisa su legno da Dante Bonelli

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A seguire sacra famiglia incisa su legno da Dante Bonelli

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La vita nel bosco secondo Franco Bianchini

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A seguire alcune immagini che illustrano l’esposizione generale delle opere dei due artisti

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La quotidianità, la fatica del lavoro è il tema dominante di Egidio Ruffoni. Il suo proporre gerle, cestini come quelli per la frutta, zangole, carrozzine, trasfigurandoli da oggetti di uso quotidiano a opere d’arte ha un che di dadaista.

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È interessante notare come l’ultimo (ma non per importanza) degli scultori presentati, Remo Ruffoni, partendo praticamente dallo stesso spunto, abbia però elaborato soluzioni diverse (se si eccettua la scelta di creare un bassorilievo sul ripiano di un tavolo, un bassorilievo che rappresenta la lotta in volo tra due galli forcelli). Nelle sue opere (sculture a tutto tondo e bassorilievi) il legno si fa quasi carnale ed è come se le figure rappresentate prendano davvero vita. Figure che rappresentando la dura vita di montagna si trasfigurano in parte in una dimensione di sogno mostrando la vita ad un livello più generale e trasversale. In particolar modo i bassorilievi di questo artista ricordano delle vere e proprie istantanee che paiono animarsi come dei tableau vivant. Due tra questi bassorilievi mi hanno colpito in modo particolare, scolpiti su entrambi i lati come a voler raccontare la stessa storia in due momenti e da punti di vista differenti. Un discorso che mi ha ricordato molto il concetto di simultaneità della scena preso in esame nell’ambito della giornata sull’Orlando Furioso. Il primo dei due bassorilievi intitolato SOPRAVVIVENZA racconta da un lato il tentativo dell’uomo di sopravvivere in una scena di guerra che vede coinvolti gli alpini e dall’altro la spietata e caotica lotta per la sopravvivenza della fauna selvatica, in assoluto l’opera che ho più amato tra quelle esposte. C’è poi l’altro bassorilievo dublefax che rappresenta i due atti dell’importante momento che perpetua l’atto primordiale della creazione attraverso la generazione di una nuova vita prima e dopo la nascita di un nuovo bambino.

Da notare l’opera lunga e stretta al centro dell’immagine chiamata Evoluzione.

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Ignoranza e Estasi e  altre due opere senza titolo

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Il sogno del pastore

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Sopravvivenza (lato a)

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Sopravvivenza (lato b)

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                                                                                            Senza titolo (lato a)

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Senza titolo (lato b)

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                                                      Tavolo con il duello tra le maestose aquile

Ad arricchire la mostra una presentazione fotografica dedicata all’arte sacra lignea valtellinese che richiama il discorso di Lucica Bianchi durante la presentazione.

Un percorso, quello di questa ricca mostra che è il degno coronamento di un’iniziativa che segna un altro importante capitolo della vita culturale talamonese

Antonella Alemanni

I TEMPLI EGIZI – LE CERIMONIE RELIGIOSE

Il tempio era per una città egiziana un centro spirituale, l’unico edificio destinato a durare per secoli in mezzo alle casupole di mattoni crudi in cui gli Egiziani trascorrevano la loro vita, e che i secoli hanno cancellato.

Oggi, le gigantesche rovine si elevano silenziose, lontane dai centri abitati. Ma dobbiamo immaginarci che una volta erano circondate da grandi città, le cui esistenze trascorrevano in gran parte all’aperto. Tuttavia la folla della gente comune era tenuta lontana dal tempio: esso era protetto da un alto muro che doveva impedire che la purità della casa degli dei venisse contaminata da contatti profani, e che ne faceva un luogo di silenzio e di pace.

Per comprendere l’arte egizia bisogna innanzitutto premettere che essa è di tipo evocativo cioè vuole intendere che ogni disegno o scultura, una volta terminato, vive di vita propria. Questo tipo di concetto è diffuso ancora oggi in molte popolazioni che sono contrarie a farsi fotografare poichè temono di perdere la propria immagine.
L’arte, come tutte le altre cose, vide un certo sviluppo durante gli oltre 3000 anni di storia dell’Egitto. Ad esempio risale all’inizio della II dinastia, il concetto di dipingere le tombe con delle immagini “evocative” invece, prima, alla morte del re, anzichè dipingere venivano uccisi i servitori. Dal Nuovo Regno si iniziano a decorare i soffitti.
Alcune immagini erano puramente simboliche come la rappresentazione dell’inferno che, per gli Egizi, era un luogo dove gli uomini annegavano con le mani legate e la testa tagliata, o come i bambini che sono riconoscibili per la caratteristica “treccia dell’infanzia”. Per indicare il tempo gli artisti prendevano spunto dagli animali più importanti: i babbuini, ad esempio, venivano raffigurati per rappresentare il giorno e la notte. Quando erano seduti indicavano le ore notturne, mentre quelli in movimento il giorno.
Nei templi le immagini sono scolpite in due modi: rilievi emergenti oppure incavi. I rilievi incavi furono introdotti da Akhenaton che li faceva scolpire all’esterno, mentre con Ramses II essi furono realizzati anche all’interno dei templi.
                                                                                                                          

Il faraone Akhenaton, XVIII dinastia, Nuovo Regno.

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 Il faraone Ramses II,in carica dal 1279 a.C.-1212 a.C.

                                                                                                             

Gli Egiziani erano soliti raffigurare le persone in maniera un po’ particolare. Il volto era sempre disegnato di profilo, mentre gli occhi erano raffigurati di fronte. Le spalle sono anch’esse di fronte, mentre le gambe sono disegnate di lato. Delle mani e dei piedi è invece disegnato il dorso, ma entrambe le mani e entrambi i piedi sono destri o sinistri per evidenziare il pollice l’arco del piede. Insomma, sebbene questi disegni possano sembrare maldestri, essi erano fatti per evidenziare le parti del corpo che identificano meglio la persona.
Così anche il colore della pelle era rossastro per gli uomini e biancastro per le donne (forse perchè erano solite rimanere in casa), mentre i Nubiani erano colorati di nero.
I disegnatori egizi non conoscevano la prospettiva per cui la rappresentavano a loro modo mettendo su più strati la stessa scena.
Nel campo della statuaria alcuni preziosi ritrovamenti permettono di risalire alle tecniche usate dagli antichi scultori. Essi, per la maggior parte dei lavori, utilizzavano utensili di diorite, un materiale molto resistente che permetteva di lavorare la renaria (la pietra con cui furono edificati molti templi), il calcare ed il granito. Un esempio su tutti è la statua che 
Chefren si fece costruire interamente in diorite.

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La statua del faraone Chefren, Il Cairo, Museo Egizio.

IV dinastia egizia, incoronazione 2570 a.C.

Per realizzarla furono utilizzati strumenti di dulurite, un materiale ancora più duro della diorite. Questo fa capire di quale abilità e di quali raffinate tecniche erano dotati gli artisti egiziani.
Anche il materiale usato per scolpire un’immagine aveva una sua precisa importanza : la pietra era utilizzata per dare all’opera un simbolo di eternità e potenza, mentre il legno veniva scelto per dare un senso di movimento e dinamicità.
Gli antichi Egizi dicevano che la statua veniva fatta per vedere e non per essere vista. Lo scultore era chiamato “colui che tiene in vita”.
Per quanto riguarda lo stile, con Amenofi III si passa da un’arte fine e raffinata, ad una, cosiddetta imponente.

Il faraone Amenofi III, Berlino, Museo Egizio. Incoronazione 1387 a.C. Morte 1348 a.C.,

Il faraone Amenofi III, Berlino, Museo Egizio.
Incoronazione 1387 a.C.
Morte 1348 a.C.,

I piloni dei templi assumono dimensioni enormi, vengono inventati gli obelischi e i templi occupano grandi spazi (vedi il tempio di Karnak, il tempio funerario di Hatshepsut e quello dello stesso Amenofi III che oggi conserva solo due colossi del faraone, e il tempio di Abu Simbel). Di quest’arte grande costruttore è Ramses II le cui costruzioni sono sparse in tutto il regno d’Egitto.
Le statue erano tutte scolpite da un unico blocco da cui si ricavava l’immagine del soggetto. Le spalle e la schiena sono appoggiate ad una colonna che permetteva di apporre le iscrizioni in geroglifico. Le statue che rappresentavano il faraone raccontano del tipo di politica attuata dal faraone stesso. Se infatti il faraone viene rappresentato con le mani chiuse significa che era un faraone forte e potente, mentre se le mani sono aperte vuol dire che era buono con il popolo. Nel caso in cui possedeva una mano chiusa ed una aperta significa che era stato sia forte che buono.
Quasi tutte le statue sono state fatte con la gamba sinistra in avanti. Questa caratteristica, ancora oggetto di discussioni, viene giustificata da alcuni dicendo che rappresenta il riposo militare, altri vedono il significato del valore del cuore nella vita e quindi dell’amore, altri ancora affermano più semplicemente che fu una caratteristica tramandata dal primo artigiano che usava raffigurare i suoi soggetti con la gamba sinistra in avanti, mentre altri la identificano come un segno di azione e quindi di potere. Altra caratteristica delle statue reali è la barba posticcia, che nella realtà non esiste, e che indica se al momento della costruzione del monumento o del sarcofago il faraone era in vita o no. Se la barba posticcia è dritta significa che il faraone era vivo, mentre se è arricciata vuol dire che il faraone era già morto.
Ma non tutte le statue umane sono state fatte in questo modo. Infatti, unica nel suo genere e diffusa solo nell’antico Egitto, vi è uno speciale stile di scolpire l’uomo all’interno di un cubo sulla cui faccia superiore viene posta la testa. Questo tipo si scultura non ha ancora trovato una risposta valida per giustificarne la stranezza.

IL TEMPIO DI ABU SIMBEL

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Situato sulla riva occidentale del Nilo, il tempio di Abu Simbel è di enormi dimensioni: 30m di facciata, 63m di profondità, 20m di altezza per le statua esterne e 10m per quelle interne. Il resto dell’estensione del tempio, che ne caratterizza l’originalità, è stato ricavato dentro la montagna. Originariamente l’ingresso al tempio avveniva dal Nilo, mentre oggi, a causa della costruzione della diga di Assuan, esso è stato smontato e ricostruito fedelmente in una zona più interna e sicura. Abu Simbel fu realizzato da Ramses II tra il 1290 e il 1224 a.C. per mostrare ai Nubiani la sua potenza. Le quattro statue dominanti raffigurano Ramses II ai cui piedi vi sono la moglie Nefertari Meretenmut e altri membri della famiglia. Al di sotto, in una nicchia, vi sono delle statue al confronto minuscole, ma in realtà alte 2 metri, che raffigurano il dio Ra, le dea Maat e lo scettro User (User-Maat-Ra era il soprannome dello stesso Ramses II). All’interno del tempio nella cella, scolpiti nella roccia, sono raffigurati Ptah, Amon, lo stesso Ramses II e Ra. Il tempio fu costruito in modo tale che due volte l’anno,  più precisamente il 21 febbraio ed il 21 ottobre (forse la data della nascita e dell’incoronazione di Ramses II), il sole sorgendo illumini le quattro statue della cella. Questa operazione era permessa dai 24 babbuini scolpiti sopra l’ingresso del tempio che “aiutavano” il sole ad entrare. Davanti all’ingresso del tempio vi è la cosiddetta “stele del matrimonio” che narra delle nozze tra Ramses II e la figlia del re ittita Hattusil al termine della famosa battaglia di Kadesh. All’interno del tempio, sulla parete di destra, vi è una dettagliata raffigurazione (9m x 17m) della lotta tra Egizi ed Ittiti con la rappresentazione di 1100 soldati. Sulla parete opposta, invece, ci sono i due inganni fatti a Ramses II durante la sua marcia verso Kadesh e che gli furono fatali. Con queste rappresentazioni Ramses II intende consolidare la sua regalità facendo credere che, dopo la sconfitta del suo esercito caduto in un’imboscata, lui da solo con l’aiuto di Ra avrebbe sconfitto gli Ittiti.

IL TEMPIO DI KARNAK

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Karnak venne riscoperto all’inizio del XVIII secolo dal capitano Norden e dal reverendo Pococke. Essi ne fornirono i primi disegni e le prime mappe. Fu però la spedizione di Napoleone a dare il via alle esplorazioni e allo studio del sito.
Il tempio di Karnak si trova a Luxor, l’antica Tebe, e viene anche chiamato la fortezza di Amon-Ra. Fu eretto durante la XII dinastia e terminato nell’epoca Tolemaica.
La struttura del tempio è fatta di tre parti: il tempio di Montu (forse risalente addirittura alla III dinastia dell’Antico Regno), il tempio di Amon-Ra e il tempio di Mut (costruito da Amenofi III).
Le prime notizie certe del tempio di Amon-Ra risalgono al faraone Antef II. Il tempio in origine era costituito dal santuario a da altre due sale. Karnak rimase così sino al regno di Thutmosi I che iniziò ad ampliare il tempio grazie all’architetto Ineni. Ineni fece descrivere nella sua tomba di Sheikh Abd el-Gurna le opere realizzate per il suo sovrano tra cui le due cinte (IV e V pilone) che racchiudono il tempio, detto ipet-sut. Ipetsut, “colei che restituisce i luoghi”, era quindi il nome classico del tempio che identificava la zona compresa tra il IV pilone e la sala delle feste di Thutmosi III.
All’interno del tempio, nel “cortile maggiore”, si trovano il tempio di Seti II contenente tre cappelle dedicate ad Amon, Mut e Khonsu e le rispettive barche solari, il chiosco del faraone etiope Taharqo della XXV dinastia, sorretto in origine da 21 colonne, il tempio di Ramses III dedicato ad Amon-Ra , due statue di Ramses II e un pilone eretto da Horemheb ultimo faraone della XVIII dinastia.
Dopo il “cortile maggiore” c’è la “sala ipostila” iniziata da Amenofi III e terminata da Ramses II. Grande circa 5000 mq è composta da 134 colonne che reggono il soffitto.
Il “cortile centrale” contiene uno dei quattro obelischi voluti da Thutmosi I e precede quello che allora era l’ingresso del tempio.
La parte più antica è circondata dal cosiddetto “muro di cinta” di Ramses II decorato da scene che raffigurano il faraone insieme alle varie divinità. Il “piccolo vestibolo”, realizzato da Thutmosi I, contiene un obelisco alto 30m e fatto costruire da Hatshepsut per celebrare la propria incoronazione.
Il tempio termina con il santuario costruito nella XII dinastia e contenente le barche cerimoniali di Amon. Alle sue spalle Thumosi III fece erigere il “grande salone delle feste” suddiviso in tre navate.
All’altezza del “muro di cinta” di Ramses II, il tempio si estende verso oriente dove si trova il secondo tempio funerario di Thutmosi III e il tempio di Ptah iniziato dallo stesso Thutmosi III e terminato dai Tolomei.
Sul lato meridionale del tempio si trova il “lago sacro” e, accanto, lo scarabeo sacro dedicato da Amenofi III al dio Sole.
Inoltre, all’interno del tempio di Karnak, si trovano altre opere tra cui varie statue di faraoni del Medio Regno, il colosso di Amenofi I, due piloni di Horemheb, i resti di un tempio di Akhenaton costruito prima del trasferimento a Tell El-Amarna e altri templi dedicati a Khonsu (figlio di Amon), Opet (madre di Osiride) e Mut (moglie di Amon). Nell’avancorte vi sono statue di Sekhmet.
Oltre il “muro di cinta” sorge il tempio di Montu, dio guerriero con la testa di falco, fatto costruire da Amenofi III su una precedente costruzione voluta da Amenofi II, mentre la cinta che lo racchiude fu edificata nella XXX dinastia. All’interno troviamo il tempio di Harpra, che è di origine etiopica.
Dall’altra parte del tempio di Amon-Ra si trova il tempio di Maat datato alla XVIII dinastia.

IL TEMPIO DI LUXOR

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Il tempio di Luxor, dedicato al ka reale,( Ka era un’espressione per l’energia vitale creatrice e protettiva)  è di dimensioni più modeste rispetto a quello di Karnak, fu fondato da Amenofi III in onore del dio Amon-Ra, della moglie Mut e del figlio Khonsu e fu poi completato da vari faraoni successivi. La parte più antica è costituita dal santuario e dalla sala ipostila alle quali lo stesso Amenofi III aggiunse il cortile con i portici ed il colonnato. I muri del santuario sono coperte di dipinti che vedono Amenofi III intento a rendere omaggio alle divinità. A sinistra del santuario c’è “la camera della nascita di Amenofi III” con le pareti decorate da bassorilievi raffiguranti la madre di Amenofi III che, durante la gravidanza, riceve l’annuncio da parte degli dèi della prossima nascita di un dio.
Altre aggiunte furono fatte da Tutankhamon, Ramses II e Nectanebo. Ramses II, non a caso soprannominato “il costruttore”, fece costruire un grande cortile con un nuovo ingresso contraddistinto dalle tre enormi statue raffiguranti lo stesso Ramses II e da due obelischi. Il cartiglio di Ramses II appare un po’ ovunque anche se sembra molto probabile che sia stato posto su costruzioni realizzate da faraoni precedenti.
All’interno del tempio esiste un piccolo tempio detto “della triade tebana” fatto erigere da Thutmosi III, nonno di Amenofi III che pare abbia preso spunto da esso per costruire il tempio di Luxor.

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(clicca sulla foto per ingrandimento)

Come abbiamo notato, il “cammino di dio”, la via che portava al monumentale ingresso del tempio, era fiancheggiata da lunghe file di statue: leoni, arieti, sfingi e altri animali sacri, vere sentinelle di pietra che tenevano lontano ogni estraneo e ogni influenza malefica.

Un’altra legge singolare appare sempre rispettata nella struttura del tempio egizio: l’altezza delle varie parti che lo compongono e la luminosità delle sale,  vanno diminuendo dall’ingresso al sacrario: il cortile è inondato di sole, la sala a colonne riceve ancora luce dalla porta e da aperture nel soffitto, mentre nel santo dei santi regna una profonda oscurità, rotta da un ‘unica lampada posta dinnanzi alla cappella che conteneva l’immagine divina. Sulla statua della divinità che vi era custodita  veniva a posarsi l'”anima del dio“. E ciò spiega le gelose cure di cui venivano circondate le preziose immagini. Queste non erano del resto, come si potrebbe immaginare, pesanti statue di pietra (che sarebbe stato molto difficile trasportare nelle frequenti processioni), ma piccole figure in legno, alte forse un metro, rese comunque di valore da ornamenti e intarsi di metalli preziosi e di gemme.

I templi egiziani, vere fortezze di granito elevate contro gli assalti del tempo e degli uomini, hanno in molti casi superato quasi indenni i secoli, continuando ancor oggi a parlare della loro storia millenaria.

                                                                                                   Lucica

LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA

TALAMONA 28 settembre 2013 in scena l’Orlando Furioso alla casa Uboldi

L’ASSOCIAZIONE BRADAMANTE  IN OCCASIONE DELLE GIORNATE DEL PATRIMONIO EUROPEO PROPONE UN PERCORSO CHE PARTE DAGLI AFFRESCHI DI PALAZZO VALENTI FINO AD ARRIVARE ALL’OPERA TEATRALE E TELEVISIVA DI LUCA RONCONI

Anche quest’anno Talamona partecipa alle giornate europee del patrimonio (che lo scorso anno hanno coinciso con l’inaugurazione ufficiale della casa Uboldi con la sua sala conferenze da quel momento in poi prodiga di eventi) e anche quest’anno sceglie di farlo con l’Orlando Furioso, un personaggio ormai di casa, parte integrante della cultura valtellinese secondo dinamiche che, nell’incontro avvenuto lo scorso anno, sono state ben approfondite grazie agli esperti dell’associazione Bradamante che da anni, con pochi fondi e molta passione, si dedicano a questi studi portando la loro opera in giro un po’ per tutt’Italia con eventi e mostre dedicate. In occasione di queste giornate molto importanti, l’associazione ha organizzato un ricco calendario di eventi da Teglio sino a Talamona col racconto in presa diretta degli affreschi sulla facciata di Palazzo Valenti a partire dalle ore 17 e proseguito alla casa Uboldi con una conferenza intitolata LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA, un percorso che indaga la trasfigurazione dell’Orlando Furioso nell’iconografia partendo dalle figure stampate sulle prime edizioni del poema e quelle dipinte sino ad arrivare a quelle rese coi linguaggi teatrale e cinematografico.

Presentazione degli affreschi della facciata di palazzo Valenti

L’itinerario è cominciato di fronte a palazzo Valenti le cui origini sono molto più antiche di quelle della sua facciata. Il palazzo venne costruito nel XII secolo e in epoca rinascimentale subì degli interventi migliorativi che lo hanno trasformato nel palazzo che tuttora possiamo ammirare, tuttora abitato dalla famiglia Valenti.

A raccontare tutto questo (dopo l’immancabile introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca) Silvana Onetti, presidente dell’associazione Bradamante che ha collaborato di recente al restauro della facciata affrescata del palazzo. Un restauro che, nonostante l’impegno profuso, ha permesso di recuperare integralmente e di rendere visibili e comprensibili solo gli affreschi della prima fila in alto che si sono conservati tenacemente, mentre il resto della facciata è risultato essere non più recuperabile.

Osservando attentamente gli affreschi rimasti integri in alto sulla facciata si può notare come essi ricordino delle scene rappresentate a teatro tratte dalle edizioni a stampa del poema della seconda metà del Cinquecento (in particolar modo l’edizione del 1542). A determinare lo spazio della scena è la dimensione della facciata. Incastonate tra architetture dipinte rivivono, animate da pennellate vivaci e monocromatiche tendenti al giallo arancione (che, se illuminate dal Sole al tramonto paiono davvero prendere vita) le scene raccontate negli episodi dei canti primo secondo e ventunesimo essenzialmente duelli tra i vari personaggi in guerra per il re Carlo Magno e all’inseguimento di Angelica la donna di cui tutti o quasi sono innamorati o si innamorano durante il dipanarsi della vicenda. Ecco dunque combattere sotto gli occhi dello spettatore Ferraù e Argalia sulle rive di un ruscello, Bradamante con due personaggi diversi in due riquadri diversi, Gradasso e Rinaldo mentre sullo sfondo l’Ippogrifo si materializza uscendo dal castello di Atlante (un dettaglio scoperto durante i restauri), Rinaldo e Sacripante che si contendono il cavallo che il secondo ha rubato al primo mentre Angelica fugge sullo sfondo portando con sé l’elmo di Orlando (una scena che viene riprodotta in Sicilia sugli involucri dei prodotti tipici; da quelle parti l’Orlando Furioso è molto conosciuto e amato, soggetto preferito del teatro dei pupi). Scene che, circondate da finte colonne, sembrano sculture oppure personaggi reali congelati nel tempo come in certe storie maledette dove i morti non trovano requie e sono condannati a ripetere perpetuamente le azioni che stavano compiendo quando morte li colse. Tra queste compare anche un’immagine sacra. Una madonna aggiunta nella seconda metà del Seicento.

L’ Orlando Furioso: la simultaneità della scena dal testo all’immagine

Il discorso è proseguito alla casa Uboldi con una presentazione multimediale delle immagini via via analizzate, prese da varie fonti e comparate, intervallate dalla lettura di brani del testo corrispondenti all’immagine di volta in volta in discussione ad opera della bravissima Elena Riva che già lo scorso anno aveva saputo coinvolgere il pubblico con la sua lettura del lamento di Bradamante.

La prima immagine è stata un ritratto di Ludovico Ariosto, autore dell’Orlando Furioso, eseguita dal Tiziano e facente parte di una serie di ritratti tizianeschi a vari personaggi che in quell’epoca animavano la corte estense, personaggi di spicco della cultura e dell’arte all’epoca particolarmente vivace come mai più, purtroppo, sarebbe riuscita ad essere. Ludovico Ariosto scrisse il poema su commissione proprio della famiglia degli Estensi. Un poema che conobbe sin da subito un’immensa fortuna e conobbe tre versioni ed edizioni diverse. La prima è quella del 1516, la più semplice con un linguaggio padano. La terza del 1532 è quella con i quarantasei canti e il linguaggio più ufficiale ed aulico, giunta sostanzialmente inalterata fino a noi ed è stata l’ultima edizione uscita con Ariosto ancora in vita. Egli infatti morì nel 1533 a 56 anni.

La seconda immagine è stata un frontespizio dell’Orlando Furioso che oltre ad essere il capolavoro assoluto di Ludovico Ariosto è anche uno dei massimi capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi.

La terza immagine ritraeva i torrioni del castello di Ferrara che ai giorni i nostri appare diverso rispetto a com’era ai tempi di Ariosto per via di successivi interventi. Particolare attenzione all’ingresso caratterizzato da un arco a tutto sesto.

A seguire la casa di Ariosto che egli acquistò negli ultimissimi anni della sua vita con un bellissimo giardino e un boschetto sul retro ai quali Luca Ronconi si ispirerà ricreandoli molto simili per il suo sceneggiato televisivo tratto dall’Orlando, un’opera che, sebbene con un linguaggio diverso, applica la massima fedeltà al testo, dal quale nessuna iconografia e trasfigurazione può naturalmente prescindere. Simultaneità che si ritrova sorprendentemente anche tra lo sceneggiato televisivo e le scene dipinte sulla facciata di palazzo Valenti.

L’immagine successiva era proprio un particolare della facciata raffigurante la fuga di Angelica, comparata col brano del poema da cui è tratta, magistralmente letto e spiegato da Elena Riva. Angelica è un personaggio in continua fuga nel corso del poema mentre tutti intorno a lei sono intenti a guerreggiare contro il nemico cui il re Carlo Magno ha dichiarato guerra, Agramante, ma anche a duellare tra loro e ad inseguire la stessa Angelica offerta come dono da Carlo Magno al cavaliere che si dimostrerà più valoroso.

A questo punto ecco un’immagine della facciata totale del Palazzo Valenti in due versioni. La fotografia e il disegno architettonico.

Ed ecco poi due versioni dell’immagine del duello tra Bradamante e Sacripante. La versione a stampa e quella degli affreschi dove compare anche un’immagine di Ferraù ripresa in corso di restauro e così inserita nella presentazione. Un’immagine dove Ferraù compare di spalle con l’elmo calcato in testa, dettagli che inizialmente hanno reso difficile l’interpretazione dell’immagine che poteva benissimo rifarsi ad altri poemi eroico – cavallereschi anche più antichi.

A seguire un’immagine del duello tra Rinaldo e Sacripante in tre versioni. La prima tratta dall’edizione Zoppino, la seconda tratta dall’edizione Valdrisi e la terza dall’affresco di palazzo Valenti. Tre versioni caratterizzate da un elemento comune. Le figure del trentacinquesimo canto sono state utilizzate per raccontare un episodio del primo canto. A riprova di cio la presenza sullo sfondo di Angelica in fuga.

Le scene delle edizioni a stampa sono delle xilografie dapprima semplici che ritraggono due personaggi per volta (quelle delle edizioni a stampa di Zoppino per esempio) poi via via sempre più elaborate con più personaggi, dettagli di paesaggio e più scene del poema in una stessa immagine tanto che gli incisori dovevano indicare i personaggi con le loro iniziali a scopo orientativo. È qui che si comincia a notare la simultaneità della scena espressa ancor meglio in un’immagine ove Bradamante compare due volte protagonista di due duelli contemporaneamente: quello con Ferraù e quello con Rodomonte.

Gran parte di queste immagini sono comparse anche nelle mostre allestite qualche anno fa a Teglio e a Talamona. Una ricca galleria di immagini tratte e comparate da varie fonti è parte di uno studio dedicato della scuola normale superiore di Pisa, in particolare dal settore della ricerca sulla elaborazione e comparazione delle immagini letterarie che all’iconografia dell’Orlando Furioso ha dedicato mostre ed eventi culturali.

L’ultima immagine presa in esame prima di passare all’intervento successivo ritraeva Orlando e Ferraù in una stampa acquerellata dell’edizione Messer e sull’affresco di Palazzo Valenti. Due immagini quasi identiche. Nella prima Angelica che fugge sullo sfondo è ritratta sulla sinistra, mentre nella seconda è ritratta sulla destra e questo oltre ai colori è l’unico dettaglio evidente che le differenzia.

A conclusione di questo excursus sull’Orlando Furioso nell’arte figurativa (un percorso sempre aperto a conferme, ma anche a smentite e a sempre nuovi riscontri ed interpretazioni)  Elena Riva ha letto il brano relativo al duello di Bradamante e Sacripante, scena che sarebbe stata proiettata nell’ultima parte della serata, tratta dallo sceneggiato di Luca Ronconi. In questa scena Sacripante incontra Angelica, ma deve vedersela con l’improvvisa irruzione di Bradamante, mentre Angelica ne approfitta per fuggire di nuovo.

 

 

L’Orlando Furioso e il teatro. L’avventura di Luca Ronconi

A questo punto la parola è passata a Mira Andriolo attrice, regista e pedagoga teatrale che ha lavorato con Luca Ronconi (il periodo più fecondo di questa collaborazione risale al 2000 al piccolo teatro di Milano) dopo essersi diplomata con lui all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico e fa parte di un associazione culturale chiamata Spartiacque. Il suo intervento, attraverso una carrellata tra le tappe fondamentali della storia del teatro e della biografia di Luca Ronconi, e stato chiarificatore su come il maestro Ronconi sia arrivato a concepire e a portare avanti le idee circa l’allestimento e la messa in scena del suo spettacolo teatrale prima e dello sceneggiato televisivo poi.

Parlare di Luca Ronconi richiederebbe un discorso lungo e complesso che riempirebbe ore ed ore tanto la sua vita è stata lunga e variegata e la sua attività estesa.

Luca Ronconi è il più grande regista italiano. Nato nel 1933 a Susa in Tunisia dove la madre Fernanda insegnava letteratura. I due torneranno in Italia qualche anno dopo quando per il piccolo Luca è tempo di iscriversi alla scuola elementare dimostrandosi dotato e precocissimo una dote che lo porterà, una volta divenuto adulto, ad apportare innovazioni mai viste prima in ambito teatrale, innovazioni che di molto avrebbero anticipato i tempi. Conseguì la maturità classica al liceo Tassi di Roma sempre sotto l’egida della madre che impronterà l’istruzione del figlio sulla memoria. Lo stesso Ronconi racconterà che sua madre gli faceva imparare a memoria persino la matematica, formule e spiegazioni, allenandogli la memoria in modo maniacale.

La vita di Ronconi è stata una vita particolare non soltanto per la presenza di questa madre dalla personalità così forte e singolare, ma anche per via di tutta una serie di episodi dolorosi come l’assenza della figura paterna. Il padre di Ronconi scomparve dalla sua vita un giorno mentre tutta la famiglia stava viaggiando in treno. Scoppiò un diverbio tra i genitori, il padre scese alla prima fermata e ne la moglie ne il figlio lo rividero più. Episodi come questo incisero profondamente anche nel suo modo di concepire e di fare teatro un po’ come accade nel caso di tutti gli artisti.

La madre di Ronconi desiderava che il figlio studiasse Giurisprudenza, ma egli dopo qualche mese lascerà l’università per iscriversi all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico dove si diplomerà come attore dopo aver frequentato i corsi di Orazio Costa che ha allevato generazioni intere di attori. A Ronconi però fare l’attore non piaceva. Essendo molto emotivo risentiva particolarmente del cosiddetto panico da palcoscenico. Lavorerà comunque per qualche tempo con Luigi Squarzina, un grande regista appartenente al filone cosiddetto neorealista o dei registi dissidenti filone di cui facevano parte anche Luchino Visconti e Aldo Trionfo che operarono nel campo teatrale importanti rivoluzioni. Dopo la guerra si ritrovarono in Svizzera (alcuni di loro come Aldo Trionfo vi erano fuggiti perché ebrei) per fare il punto sullo stato di salute del teatro.

A partire dall’Ottocento il teatro era in via di decadenza. Era divenuto un tipo di teatro capocomicale caratterizzato da compagnie girovaghe ove il primo attore, che era anche capocomico, svolgeva anche il ruolo che in seguito sarebbe diventato di competenza del regista teatrale (che in realtà somigliava più ad un semplice supervisore) e nel contesto del quale i testi rappresentati non avevano elaborati studi alle spalle ed erano rappresentati più o meno tutti allo stesso modo, con una recitazione roboante e declamata sempre nello stesso stile, partendo da testi con una drammaturgia precisa e sviluppati in un unico filone. Un momento di caduta di tono del teatro quindi, soprattutto se si considerano gli esordi di quest’arte che mosse i suoi primi passi nell’antica Grecia intorno al V secolo a.C. con funzione politica, civica e didattica di trasmissione della cultura e dell’universo della mitologia, resa con modalità ben precise. Un’arte la cui apoteosi coincise con la nascita della Grecia classica e tutti i suoi elementi caratteristici (il progresso nelle leggi, la poesia, lo sport) nonché gli eventi salienti della sua Storia. Un’arte che conobbe un periodo di declino col tramonto dell’antichità classica per poi rifiorire nel Medioevo attraverso le rappresentazioni sacre laddove ancora si mescolavano sacro e profano, liturgia e spettacolo (le messe ad esempio venivano cantate intervallandole con cori di angeli e rappresentazioni di scene tratte dai brani delle Scritture letti in quel momento e le prime vie crucis venivano officiate in forma di spettacolo: ogni stazione corrispondeva ad un palchetto e ad una scena ben precisa) finchè questi due aspetti assunsero connotazioni ben precise e differenti. Lo spettacolo occorre che sia preparato e messo in scena dinnanzi ad un pubblico ben preciso e dunque ad un certo punto il teatro assumerà un’identità indipendente dai rituali liturgici, nasceranno i luoghi deputati alla messa in scena degli spettacoli. Nel Cinquecento in Inghilterra nasce il cosiddetto teatro elisabettiano con il palco rialzato e il pubblico in piedi sotto ad osservare la rappresentazione degli attori. Dopo due secoli, nel Settecento nascerà il teatro all’italiana che conosciamo ancora oggi, completamente diverso dai teatri greco-romani delle origini. Anche in questo caso il palco è rialzato e il pubblico a seconda del ceto sociale trova posto nella platea (il popolo) o nelle tribune a palchetto (i nobili). Da qui sino al Novecento la struttura portante della drammaturgia rimarrà sostanzialmente invariata, ma caratterizzata da progressive cadute di tono e di stile. E qui torniamo al discorso iniziale delle compagnie girovaghe e le loro rappresentazioni eccessivamente arbitrarie e poco studiate. Il Novecento sarà il secolo in cui la situazione stagnante del teatro subirà una serie di rivoluzioni a 360° grazie principalmente ad un movimento chiamato strutturalismo che comprendeva studi filologici, filosofici e antropologici e che portava avanti l’idea di un teatro che doveva basarsi su una messa in scena di testi solo dopo averli attentamente studiati e contestualizzati con rigore interpretativo, un’idea che prendeva avvio dall’assurto secondo cui, così come ciascun individuo, anche ciascun testo possiede una propria identità peculiare dalla quale non si può prescindere, in primo luogo l’attore non può prescindervi nella costruzione del personaggio e dello stile recitativo, dell’intonazione. La rivoluzione del teatro nel Novecento consisteva proprio nel considerare il copione come uno spartito musicale che, sebbene lasciasse all’attore un certo margine di libertà interpretativa, richiedeva comunque di essere rispettato nei suoi tempi e nella sua struttura e mai tradito. Il compito che i cosiddetti registi dissidenti si sono posti è stato dunque questo. Il rinnovamento del teatro e il passaggio da una tipologia capocomicale ad un teatro di regia riscoprendo la figura del regista. Squarzina, Trionfo e tutti gli altri di questa corrente non si limitavano ad essere registi erano uomini di teatro a tutto tondo ed era così che volevano riscoprire il valore della regia teatrale. Il regista non è solo colui che fa da supervisore al lavoro degli attori, che li guarda dall’esterno, ma è anche colui che accompagna gli attori durante la creazione dei personaggi, durante lo studio filologico e strutturale del testo da recitare. Anche la figura dell’attore e il modo di concepire la recitazione e lo stare in scena si rivoluzionano. In un’epoca in cui la recitazione era ancora molto esteriore con gli attori truccati come maschere, visse e lavorò Eleonora Duse una delle più grandi attrici di tutti i tempi che però non si truccava mai prima di entrare in scena, dove si manteneva quasi sempre sullo sfondo e di spalle. Lo strutturalismo che si proponeva di rivoluzionare il teatro era fondamentalmente una riscoperta del valore delle parole del loro essere significato (cioè la forma che tutti comprendono che le identificano) e significante (un valore in più che ognuno si immagina). Su questo ad esempio si basano gli studi di Roland Bart che si propongono di rispondere ad una domanda fondamentale: quando si mette in scena uno spettacolo che cosa arriva alla gente, che cosa viene comunicato?

È in questo contesto culturale che Luca Ronconi si forma arrivando al teatro come attore poco convinto e iniziando poi a fare il regista per caso strutturando il suo modo di concepire e fare teatro senza mai prescindere dal pubblico, domandandosi sempre: quando comunico a chi comunico, che cosa percepisce chi ascolta, che cosa rimane dentro ad uno spettatore di uno spettacolo? Per Ronconi il pubblico non è un elemento passivo che si limita a fruire della rappresentazione, ma anzi è parte integrante del sistema teatro che diventa teatro vero solo nel momento in cui si verifica l’incontro tra attori e pubblico. Nel corso della sua lunga vita, attraversata da tutti i più importanti avvenimenti del Novecento, Luca Ronconi ha sempre covato dentro di se questi principi, condizionati anche dal fatto che nel corso del tempo è sempre più difficile capire il tipo di pubblico cui ci si rivolge. Se una volta le comunità erano ben definite, ciascuna col suo background culturale e di vissuto comune che ne determina la sensibilità a un certo tipo di spettacoli e non ad altri, ora le comunità sono sempre più multietniche ed eterogenee. Ecco perché Ronconi ad un certo punto sviluppa una ricerca volta a creare un tipo di teatro aperto dove i testi da recitare vengono messi in scena in modo che a tutti, a seconda della personale sensibilità, del vissuto, del livello culturale, possa arrivare qualcosa dello spettacolo. Per Ronconi ogni individuo costituisce un pubblico a sé stante e ognuno deve avere la possibilità di creare dentro di sé il proprio spettacolo, uno spettacolo che può prendere avvio da qualunque spunto. Per Ronconi tutto il Mondo è un grande teatro che diventa così teatro dell’infinito dove la ricerca è a tutto tondo dallo studio sui testi, ai dialoghi agli spazi, compresi quelli mentali. Ronconi in un’intervista dichiara che il suo teatro non è fatto di progetti, ma di idee, di elementi, di materiali che si combinano strada facendo in modi anche sorprendenti a volte, naturalmente sempre partendo da un testo  che non deve essere per forza un testo appositamente pensato per una trasposizione teatrale, un testo che deve potersi esprimere liberamente senza forzature da cui ognuno può trarre le proprie conclusioni personali, un teatro dunque che non prevede delle vere e proprie metodologie per essere portato avanti, un teatro che gli spettatori devono leggere come un libro diventando essi stessi degli attori attraverso la capacità che ogni individuo ha di dare una propria lettura ed interpretazione della realtà che lo circonda attraverso la capacità che ognuno ha di modificare la propria coscienza in base a cio che guarda, che legge, di farsi coinvolgere.

Con queste premesse si arriva al 1969, anno in cui Ronconi mette in scena l’Orlando Furioso. È solo da pochi anni che si dedica alla regia, ha gia messo in scena due spettacoli che hanno avuto un discreto successo (tra cui uno intitolato INFINITIES tratto da un libro di teoremi matematici perché secondo Ronconi, come già prima si accennava, tutto può essere teatro, anche ad esempio un articolo di giornale) e a questo punto Luigi Squarzina gli offre la possibilità di partecipare al festival dei due mondi di Spoleto.

Di questi anni anche l’incontro con Edoardo Sanguineti, uno scrittore, intellettuale d’avanguardia, appartenente al gruppo 63, un movimento che si ispira ad un altro analogamente rivoluzionario chiamato gruppo 47 (i numeri si riferiscono ai rispettivi anni di fondazione 1963 e 1947). Sanguineti applica alla letteratura gli stessi principi che Ronconi ricerca nel teatro. Anche la letteratura è naturalmente influenzata dallo strutturalismo e dalle rivoluzioni culturali che il Novecento ha portato. Nel Novecento si ha la relatività di Einstein, la psicanalisi di Freud, i movimenti di rottura avanguardista (futurismo, dadaismo, beat generation). Accadono più cose nell’arco del Novecento che nell’arco di tutti i secoli precedenti, il mondo e le società umane si modificano con un ritmo mai visto prima, ma più di tutto si percepisce la perdita del senso dell’identità monolitica che fa posto ad un’identità multiforme, poliedrica, ad una molteplicità di punti di vista, ad una realtà frammentaria e non più così facilmente definibile. Ed è così che si modifica anche la cultura. Anche i concetti di identità culturale e cultura di appartenenza si trasformano. I gruppi d’avanguardia come quelli sopra citati prendono l’avvio da questi fermenti e credono che anche la letteratura debba essere in grado di raccontare fedelmente questa realtà così come si è evoluta e deve pertanto abbandonare i canoni precisi che l’hanno sempre caratterizzata sino a quel momento per spaziare ed aprirsi ad infinite possibilità di sperimentazione.

Quando Ronconi incontra Sanguineti e ne legge l’innovativo romanzo intitolato IL GIUOCO DELL’OCA, che ben esprime l’idea della vita come un percorso labirintico che ad ogni passo è soggetto a modifiche ed è un susseguirsi di casualità, coincidenze, simultaneità prive di schema e linearità (esattamente come un romanzo di Italo Calvino ad esso contemporaneo intitolato IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI), si può dire che la letteratura incontra il teatro ed è un incontro favorito dalla comune esigenza di rinnovamento. Ronconi vorrebbe inizialmente portare in scena al festival dei due mondi di Spoleto proprio il libro di Sanguineti perché ben si confà alle sue esigenze di provare un teatro destrutturato che rappresenti esattamente la vita com’è. Poi però ad un certo punto cambia idea. A un certo punto avviene l’incontro tra Ronconi e l’Orlando Furioso un testo che appartiene ad una tradizione classica di opere in versi, ma che è comunque nelle corde di questi autori alla ricerca di novità per via della storia che esso racconta e soprattutto per la modalità con cui si dipana. Calvino una volta commentò l’Orlando con questi termini “si tratta di un poema di movimento tortuoso, di scene che si intrecciano, il cui tema principale è la continua ricerca di un oggetto del desiderio che non viene mai totalmente raggiunto” questa del desiderio e dell’appagamento è, tra l’altro, proprio una delle grandi utopie dell’uomo che non è felice se non desiderando e una volta appagato un desiderio se ne crea un altro, un meccanismo interno all’uomo che è anche la struttura portante di quella macchina infernale che è il sistema consumismo-capitalismo che crea desideri in continuazione che ne ha fatto l’oggetto di contestazione dei movimenti studenteschi. Ronconi dunque si innamora di questo testo e lo sceglie anche perché è un testo presente nell’immaginario collettivo e dunque adatto a raggiungere un pubblico ampio. Ci lavora esattamente nel modo con cui avrebbe voluto lavorare sul testo di Sanguineti, modificando la struttura ma senza uccidere il testo anzi facendo in modo di tirar fuori dal testo tutte le potenzialità, il suo meccanismo intrinseco, basato sulla simultaneità delle storie. In questo è aiutato da Sanguineti stesso che collabora al lavoro rileggendo il poema come un romanzo inserendovi dei dialoghi e trasfigurandolo nella dimensione drammaturgica lasciandone intatta l’essenza individuando i quattro filoni essenziali: erotico, epico, avventuroso e fantastico. Nel preparare questo spettacolo la ricerca consiste nell’armonizzare questi filoni facendo in modo che ciascuno di essi possa esprimersi. Ed ecco dunque che inizialmente prende corpo l’idea di un palco rotante, abbandonata perché non rende bene la simultaneità. Si passa poi ad un teatro fatto di più palchi per rendere bene non solo la simultaneità, ma anche per ricreare il contesto culturale in cui il poema fu creato inizialmente, un contesto fatto di piazze di mercati, di cantori ad ogni angolo, una tradizione che a Spoleto e un po’ in tutte quelle zone di Umbria e Toscana si mantiene viva ancora oggi perché ancora oggi i vecchi nei paesini da quelle parti praticano la poesia estemporanea, le gare di ottave. Ecco che dunque, in uno spazio di 18 metri per 25, Ronconi allestisce quattro palchi barocchi sul lato corto e due americane sul lato lungo ove le attrezzature sono messe ben in evidenza spostate da tecnici in costume o dagli attori stessi che anche quando non sono in scena sono comunque attori e partecipanti attivi dello spettacolo che contribuiscono a creare semplicemente con la loro presenza fisica anche muta sulla scena. Uno spettacolo innovativo, volto a dare un senso di straniamento, di dispersione, una centrifuga di idee, di scene di simultaneità di storie, uno spettacolo che deve essere visto più volte per potersi creare lo spettacolo dentro di sé che mescola attori e pubblico nello stesso spazio e che ben esprime l’esigenza di Ronconi di fare del teatro come un gesto civico e politico, esattamente lo spirito con cui il teatro venne creato millenni or sono. Un lavoro che anticipa l’era della multimedia e degli ipertesti in contemporanea con una pietra miliare epocale della storia dell’umanità. Il 1969 è anche l’anno in cui l’uomo sbarca sulla Luna.

L’Orlando Furioso nello sceneggiato tv

Nel 1975 Ronconi decide di portare il suo lavoro sull’Orlando anche sul piccolo schermo, ma questo significa rinunciare a tutto il lavoro di ricerca portato avanti per lo spettacolo teatrale. Lo sceneggiato tv in cinque puntate, trasmesso di domenica dalla RAI da poco divenuta a colori, è caratterizzato da scene lineari ambientate in uno spazio interno, quello di Palazzo Caprarola in parte ricostruito a CINECITTA’. Per dare un tocco di innovazione e ritrovare l’idea di simultaneità che aveva caratterizzato lo spettacolo teatrale, Ronconi propose di trasmettere lo sceneggiato in contemporanea su due canali in modo che la gente per seguirlo fosse costretta a fare zapping da un canale all’altro. L’idea però venne giudicata troppo azzardata e non se ne fece nulla.

Gli ultimi minuti della conferenza sono stati dedicati alla proiezione di alcune parti dello sceneggiato corrispondenti alle scene prese in esame durante l’analisi dell’iconografia e ai brani letti. Vedendolo sono rimasta perplessa dall’idea di ambientare un poema che io mi immaginavo ambientato in spazi aperti e con colori vivaci in un’ambientazione interna e con luce cupa. L’ho trovato molto simile ad una versione del Rigoletto allestita a Palazzo Te a Mantova nel 2010 e trasmessa in diretta da RAIUNO in tre atti in orari diversi.

A conclusione della giornata ricca di contenuti è stato allestito un rinfresco a base di formaggio salumi, bisciola e frutta innaffiati con vino e aperol soda. Tanto di cappello ai solerti organizzatori che dopo aver pensato a nutrire le anime hanno provveduto a nutrire anche i corpi.

Antonella Alemanni

LA BIBLIOTECA INAUGURA

                                                                                               

Listener

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TALAMONA  5 ottobre 2013 biblioteca in allegria

UN POMERIGGIO DI FESTA PER SCOPRIRE NOVITA’ E SERVIZI DELLA BIBLIOTECA

 

Già a partire dallo scorso anno la Provincia di Sondrio ha aderito ad una campagna di raccolta fondi stanziata dalla fondazione Cariplo, fondi di cui hanno beneficiato, per la ristrutturazione ed il rinnovamento generale, le biblioteche di Morbegno, di Chiuro, di Montagna e naturalmente di Talamona. La Provincia di Sondrio ha seguito con molto interesse il percorso di miglioramento di queste biblioteche al termine del quale ha richiesto l’organizzazione di piccoli eventi per festeggiare questo nuovo inizio.

La biblioteca di Talamona ha raccolto questo invito organizzando, sabato 5 ottobre a partire dalle ore 15, una giornata dedicata ai bambini, a quelli che sono già utenti affezionatissimi e a quelli che si sono avvicinati a questa realtà per la prima volta. Un pomeriggio all’insegna del divertimento e della creatività in ambito del quale gli spazi della biblioteca sono stati, per un giorno, teatro di momenti ludici, ma comunque intelligenti ed istruttivi. Gli spazi esterni, con aree verdi particolarmente piacevoli per i pomeriggi di lettura durante la stagione calda, dove i bambini, sotto la sorveglianza dei volontari e dei genitori, hanno potuto giocare liberamente e consumare un piccolo rinfresco. La sala dedicata alle letture per l’infanzia coi tavoli messi a disposizione per coloro che portano compiti o ricerche da svolgere divenuta un laboratorio dove i bambini hanno realizzato piccoli lavoretti con le loro mani coadiuvati dalle educatrici Alicja Paluch ed Elisa Lecchini e alla presenza di un gruppo di signore che hanno svolto una dimostrazione sulla lavorazione della lana coi metodi di una volta. Infine una sala a pianterreno dove è gia in corso una mostra collettiva dedicata all’arte dell’intaglio e dove è stata allestita un’installazione musicale interattiva intitolata MATITA a cura del signor Fabio Bonelli e del suo team, un esempio d’arte come partecipazione democratica dei grandi come dei piccini, di chiunque avesse voglia di fare quest’esperienza singolare di disegnare la musica su fogli posti sopra tavole di legno collegati a microfoni con un accompagnamento alla pianola.

Un pomeriggio per vivere in allegria gli spazi della biblioteca resi ancora più festosi dalle opere colorate e divertenti di Guido “Bau” Scarabottolo, grafico ed illustratore, nato nel 1947 a Sesto San Giovanni che ha lavorato per tutti gli editori italiani, per la RAI e per le maggiori aziende pubblicitarie nonché per Giappone e Stati Uniti e che ha tenuto mostre in tutto il mondo.

Un pomeriggio che ha contribuito una volta di più a sottolineare come gli spazi della biblioteca siano spazi di tutti e per tutti, da avvicinare con gioia e viva curiosità, ma anche col massimo rispetto.

Antonella Alemanni

LE RELIGIONI ANTICHE

Tutte le teorie circa le origini della religione si basano necessariamente sulle congetture: poiché gli uomini primitivi non hanno lasciato tante testimonianze in merito, a noi non resta infatti che ricercare analogie tra le loro credenze e quelle dei popoli primitivi odierni.

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Un momento della danza rituale degli “uomini di bambù“, in uso tra i Papua della Nuova Guinea.

Alcuni ricercatori hanno tentato di spiegare il sorgere delle religioni storiche con teorie evoluzionistiche, altri sono ricorsi a spiegazioni sociologiche e psicologiche. Qualunque forma abbia assunto agli inizi, la religione resta comunque l’espressione del senso umano del santo o del sacro, sentimento che l’uomo ha manifestato attraverso miti, riti, simboli e filosofie. Più ancora, questo senso del sacro si è sempre ricollegato strettamente ai valori morali e alla struttura della società.

Le prime notizie storiche risalgono al IV millennio a.C., quando gli stanziamenti agricoli portarono alla fondazione di città in Egitto e in Mesopotamia e poi alle sviluppo di gerarchie sacerdotali, e di elaborati cerimoniali religiosi.

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Stelle raffigurante l’offerta d’incenso di un sacerdote al dio Ra-Harakhty-Atum

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Enkil, dio della saggezza dell’area mesopotamica 

Le varie fedi erano in genere politeistiche, ma alcuni fra gli dèi e le dee assursero a posizioni di preminenza: in Egitto dominavano le divinità solari, mentre la religione greca attribuiva grande importanza agli dèi celesti, come Zeus. In diverse parti del Mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale era vivissimo il culto della dea-madre, patrona, fra l’altro, della fecondità e fertilità.

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Venere di Willendorf, Paleolitico, 23.000-19.000 a.C. , roccia calcarea, Vienna, Museo di Storia Naturale.

Credenze indoeuropee sopravvissero nella religione degli Ari della Persia e dell’India come in quella greco-romana, e più tardi le influenze reciproche fra la religione greco-romana e quelle dell’Asia occidentale ebbero ripercussioni nei misteri di Iside e Mitra che si diffusero in tutto l’Impero Romano.

                                                                                                                                                                  Lucica

L’ANELLO DEL VESCOVO

        G.  A B R A M – C O R N E R

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Tutti sanno che gli artisti appartengono alla scheletrica e famigerata categoria dei creativi. I creativi sono quelli che producono pensiero autonomo, idee innovative, inventano cose strane e compiono gesti dissacranti, altri invece riciclano con abilità e destrezza cose vecchie e stantie realizzando opere grottesche di sapore schizofrenico fino ad ottenere un grande successo di pubblico e di critica. Quasi tutti gli artisti hanno di sé un concetto sterminato nel senso che nutrono un’ autostima esagerata, a volte fino al delirio. De Chirico aveva di sé una considerazione così imponente da firmare le sue opere con l’appellativo stentoreo di “Pictor Maximus”, il maggiore fra tutti i pittori e quindi si ritraeva abbellendosi in maniera inquietante…in verità De Chirico era un buon pittore, senza essere il massimo, ma allo stesso tempo era tirchio come uno scozzese e vanaglorioso oltre ogni limite.

Molti artisti hanno ricevuto da Dio o dalla Natura oltre al dono della creatività un tarlo velenoso che li scaglia nella paranoia più inquietante consistente in quel malanno pernicioso che è l’ansia da riconoscimento, il desiderio sfrenato di essere riconosciuti come tali, che avvelena la vita a gran parte della folta tribù degli artisti. Ma non è finita perché la Natura regala a molti, soprattutto ai migliori, il dono velenoso dell’autocritica più spietata, crudele ed autodistruttiva e una nodosa frusta per auto-flagellarsi.

Dopo questo preambolo, passiamo alla narrazione miracolosa. Quasi tutti gli artisti hanno avuto dei cambiamenti nella loro produzione artistica, delle evoluzioni spettacolari o delle involuzioni terrificanti, dei mutamenti stilistici, tecnici, concettuali… Picasso ha attraversato il periodo blu per entrare in quello rosa o viceversa, altri sono passati dal naturalismo al surrealismo per entrare nell’espressionismo e sfociare infine nell’astrattismo più bieco e inquietante. Anch’io come scultore ho attraversato uno strano periodo, il periodo “vescovile”, durante il quale ebbi occasione di produrre con continuità sculture di soggetto “prelatizio” in bronzo, in bassorilievo e a tutto tondo. Fu un periodo teologicamente sterile ma produttivamente fecondo. vado ora a narrarvi l’evento prodigioso accadutomi anni fa quando produssi un piccolo bassorilievo in bronzo raffigurante un vescovo in atteggiamento docente. Tutti sanno che i vescovi in “pompa magna” tengono il pastorale nella mano sinistra mentre all’anulare destro portano un corposo anello in quanto sposi alla Chiesa di Cristo, che tutti i fedeli baciano con reverenza. Orbene preparando la cera per la fusione, dimenticai colpevolmente l’anello che “miracolosamente” apparve nella versione bronzea al suo posto, sull’anulare destro del prelato…! Qualcuno gridò al miracolo, mentre i più scettici ipotizzarono l’inganno. In realtà era successo che durante la copertura in refrattario della cera si era casualmente formata una bolla d’aria che successivamente era stata occupata dal bronzo fuso. La ” querelle” ebbe seguito poiché i più accaniti dell’evento miracoloso affermavano che il prodigio non consisteva nella formazione casuale di una fantomatica bolla insignificante, bensì nel fatto che la bolla si fosse formata proprio all’altezza dell’anulare destro del prelato. Sta di fatto che dopo più di un quarto di secolo la questione è ancora teologicamente irrisolta…

In Italia gli artisti che hanno ricevuto il dono della creatività rappresentano forse l’uno per mille della popolazione, la maggior parte dei quali sono misconosciuti, emarginati, depressi, infelici ed affamati. L’Italia ha il record europeo negativo della perdita della memoria storica, dell’ignoranza delle cose dell’arte, accompagnato da un analfabetismo scientifico di massa, pur possedendo un patrimonio artistico sconfinato.Secoli fa quando si inaugurava l’opera di un’artista, sia di carattere religioso che civile, il popolo accorreva in massa per ammirare, giudicare, criticare, discutere, confrontare…Anche noi una volta abbiamo inaugurato un’opera religiosa al cospetto di una folta schiera del popolo di Dio…eravamo il prete, il sagrestano, suor Clementina, due chierichetti, quattro fedeli ed io…bisogna tener conto però che quella sera c’era la partita di coppa…

                                                                                                                  G.Abram