PERCHE’ SONO EBREO ? UNA SERATA ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA EBRAICA

TALAMONA 27 gennaio 2014 Giornata della Memoria

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Proposte di libri, letture commentate e un dibattito sulla falsariga dei simposi degli antichi greci. Questi gli ingredienti con cui, questa sera a partire dalle ore 20.30, la biblioteca e i suoi volontari hanno voluto commemorare, per il secondo anno consecutivo, la giornata della memoria, istituita a partire dal 2000 per ricordare i crimini perpetrati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale in Germania e nei Paesi da essi via via occupati nel corso del conflitto. Crimini perpetrati soprattutto contro gli Ebrei, ma non solo. Crimini riguardo ai quali ogni anno in questa data vengono proposti film, documentari e a volte anche dibattiti televisivi con testimonianze dirette fatte di parole e immagini cruente che fotografano l’orrore allo stato puro. Crimini riguardo ai quali sono stati scritti e continuano ad essere scritti molti libri. Essendo la biblioteca fatta soprattutto di libri, non si poteva certo organizzare una serata prescindendo da essi ed è dunque attorno ai libri che ha ruotato un po’ tutto, a partire dai libri sull’argomento che la biblioteca custodisce e che sono stati pazientemente ricercati e messi a disposizione questa sera e a partire da un libro in particolare PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter di cui questa sera sono stati letti dei brani (gli interventi preparati da Stefano Ciaponi sono stati letti da Sonia Sassella, Luca Della Fonte e Germano). Una scelta dettata da lunghe e profonde riflessioni che partono da una domanda che sempre ricorre quando si tratta di presentare questi argomenti. In che modo è più corretto parlarne? Come si può fare in modo che un argomento tanto complesso possa essere ben compreso da tutti senza incorrere nel rischio di una sua banalizzazione? “Il primo passo” ha affermato l’assessore alla cultura Simona Duca nel corso della sua presentazione “potrebbe consistere nell’andare oltre il limitarsi a chiedersi che cosa è successo poiché dopo molti anni di commemorazione della giornata della memoria questa domanda ha avuto già le sue risposte esaustive. Da questa domanda bisognerebbe partire per porsene delle altre. Perché è successo? Come è potuto accadere? Per colpa di chi? E sono proprio queste domande che stasera ci devono guidare mentre andiamo a tirar fuori dalle pagine dei libri i personaggi e le storie che hanno vissuto. E’ in particolar modo alla domanda per colpa di chi che bisogna porre una speciale attenzione in quanto non è più possibile credere, come si è creduto per troppo tempo, che la situazione tedesca ed anche europea tra gli anni Trenta e Quaranta (della quale la Shoah rappresenta la punta di un iceberg) sia opera del delirio di un pazzo o di un gruppo di pazzi o anche della follia collettiva di un intera nazione, una nazione che a ben guardare settant’anni fa aveva uno dei più elevati tassi di alfabetizzazione al Mondo. Quando si pensa a chi abbia dato inizio a tutto cio bisogna pensare che Hitler non ha e non avrebbe mai potuto fare tutto da solo e che coloro che hanno contribuito a creare il nazifascismo, che hanno diffuso le teorie sulla razza e che hanno pianificato a tavolino con lucida freddezza lo sterminio di tante persone erano ingegneri, medici, scienziati, persone colte e, seppur a modo loro, anche intelligenti che sapevano perfettamente cio che facevano, che hanno scelto di farlo consapevolmente. Se follia c’è stata è stata una follia lucida nel contesto di un Paese uscito praticamente rovinato dal primo conflitto mondiale che cerca di risollevarsi e vuole a tutti i costi trovare un colpevole cui imputare la sua terribile situazione. Nel corso della Storia i colpevoli per antonomasia, a prescindere dalla colpa attribuita, sono sempre stati gli Ebrei, sin dal Medioevo e anche prima se pensiamo che anche la Bibbia reca testimonianza di persecuzioni al popolo ebraico fatto schiavo in Egitto, deportato in Mesopotamia da Nabucodonosor. L’Olocausto in questo senso è stato il più recente su una lista di soprusi e quello forse meglio pianificato, l’intelligenza al servizio del male. L’intelligenza degli architetti che hanno costruito le strutture, degli ingegneri che hanno realizzato i forni, dei chimici che hanno messo a punto il gas tossico, veloce ed economico che permettesse di portare avanti lo sterminio come una qualsiasi catena di montaggio industriale. L’intelligenza degli psicologi che usavano la loro capacità di manipolare la mente anziché a scopo di cura a scopo distruttivo. Il tutto realizzato quasi come un business plain avente la morte come obiettivo da raggiungere efficacemente e con poco dispendio di risorse all’interno di un regime totalitario. Ci vogliono solo tre ingredienti per creare e sviluppare un regime totalitario: la violenza, la capacità di manipolare l’informazione e la capacità di agire sulla mente delle persone soprattutto le più giovani sovvertendo i valori e scambiando il giusto con l’ingiusto”. Il libro che è stato letto dopo la presentazione dell’assessore alla cultura, PERCHE’ SONO EBREO però non parla di tutto questo. Il concetto fondamentale sul quale i volontari della biblioteca hanno ragionato nel preparare questa serata è stato il seguente: tutti bene o male sappiamo come gli Ebrei sono sempre stati vittime della storia e vittime di eventi negativi dei quali spesso venivano considerati, ovviamente a torto, fautori, ma che cosa sappiamo degli Ebrei, della loro cultura tra i fondamenti della nostra stessa civiltà? È giusto parlare degli Ebrei solo in relazione alle loro sofferenze, alle segregazioni (che non furono affatto un’invenzione nazista in quanto il primo ghetto lo si trova a Venezia nel 1516) alle discriminazioni subite spesso senza che i persecutori conoscessero davvero i loro “nemici”? La civiltà ebraica si è costituita all’incirca nello stesso periodo in cui si sono costituite tutte le altre civiltà conosciute (Egizi, Assiro-Babilonesi eccetera) ma mentre queste civiltà sono pian piano scomparse gli Ebrei sono con noi ancora oggi con la loro cultura intatta da circa cinquemila anni (non è un caso se gli Ebrei contano gli anni in modo diverso e se per loro quest’anno siamo nel 5000 e qualcosa proprio perché la loro storia dura da così tanto tempo) una cultura che questa sera il numeroso pubblico accorso ha cominciato a conoscere attraverso la voce di Marek Halter che nel suo libro (uscito per la prima volta in Francia nel 1999) racconta la sua vita (con l’intento di spiegare il dramma della Shoah ai suoi tre figliocci), la ricerca della sua identità, del suo essere ebreo. Un percorso che dunque non è stato posto come accademico, ma che si snoda attraverso la memoria, un concetto molto caro alla cultura ebraica e cui lo stesso Halter cerca di accostarsi non in maniera negativa, ma cercandone il significato universale. Memoria come trasmissione di tutti gli eventi positivi e negativi e del sapere.  Memoria come motore principale di qualunque cultura. Un percorso che per Marek Halter comincia a Varsavia, la sua città natale che egli ha dovuto abbandonare all’età di cinque anni in seguito all’occupazione nazista vagando con la famiglia per tutta Europa (a nove anni lo troviamo in Uzbekistan a vivere di espedienti per necessità con una banda di teppisti che lo rispettano per la sua fama di racconta storie che si è costruito leggendo molto nonostante tutto) fino ad approdare nell’immediato dopoguerra in Francia dove ha cominciato ad interrogarsi, anche con l’aiuto di filosofi, sul significato dell’essere Ebreo, una domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita e che lo ha portato a sviscerare la millenaria cultura ebraica. Una cultura basata sulla sapienza orale che coesiste fianco a fianco con la sua trasmissione scritta (nel Talmud). Una cultura che porta gli Ebrei a dialogare alla pari con Dio fino a poterlo sfidare e lottare con lui al punto da impedire loro di concepire il cristiano concetto di peccato sostituendolo con quello di disobbedienza. Una cultura dove importanza fondamentale rivestono l’insegnamento, la trasmissione puntuale e precisa delle conoscenze acquisite altrettanto precisamente e puntualmente, la parola, una cultura dove i libri sono oggetti di culto aventi pari dignità con gli uomini al punto che se un libro si consumava eccessivamente veniva sepolto con un rituale esattamente come una persona. Una cultura da cui Gesù stesso (che non dimentichiamolo era a tutti gli effetti un Ebreo) ha preso spunto per elaborare i suoi messaggi di pace, amore, fratellanza (che, ricordiamo anche questo, non ebbero mai alcun intento dichiarato di fondare una nuova religione). Una cultura che è alla base della nostra stessa identità culturale europea. Una cultura i cui seguaci chiamano se stessi Popolo del Libro, di tutti i libri, ma di un libro in particolare, la Bibbia, che Halter definisce il libro più conosciuto al Mondo ma nel contempo quello letto peggio, un libro che mette in luce in primo luogo la natura umana, la sua aspirazione al bene, ma nel contempo la capacità quasi innata di commettere il male, un libro che spiega l’esistenza del male e delle leggi che possono fungere da antidoto al male. Una cultura che non si può ridurre ad una semplice religione perché se così fosse per salvarsi dai nazisti agli Ebrei sarebbe bastato convertirsi o fingere di farlo (come avvenne per esempio nella Spagna dei re cattolici Ferdinando e Isabella) e invece i nazisti non risparmiarono nemmeno Ebrei che si erano convertiti ad altri credo. Una cultura che apre un vasto Mondo insospettabile Una cultura e un’identità che altri scrittori Ebrei (e anche non) hanno provato a tracciare. Dopo l’appassionante lettura commentata del libro PERCHE’ SONO EBREO la parola è nuovamente passata a Simona Duca che ha proposto alcuni passaggi de IL SISTEMA PERIODICO di Primo Levi nonché alcune riflessioni che hanno dato inizio a un dibattito stimolante. Con Primo Levi si è potuto apprendere che essere Ebreo in Italia a quell’epoca equivaleva ad essere emarginato, ad essere promosso con lode ma sempre con la postilla EBREO scritta sulla pagella, significa essere mandato in una cava d’amianto nonostante la laurea con lode in chimica, significa arrivare ad essere pian piano demoliti come esseri umani essere ridotti a vivere come bestie a tirar fuori il peggio di sé per riuscire ad avere poco meno dell’indispensabile minimo sindacale. A questo punto è venuto il momento del dibattito da cui sono emersi spunti interessanti. Abbiamo ad esempio scoperto come il desiderio degli Ebrei di riavere finalmente la loro patria abbia influenzato gli equilibri geopolitici europei tra le due guerre. Abbiamo scoperto come un chimico Ebreo abbia inventato un esplosivo alternativo alla dinamite da vendere agli inglesi in cambio della promessa di vincere la guerra e prodigarsi poi nella creazione dello Stato d’Israele. Abbiamo scoperto come l’economia in qualche modo si ritrova sempre alla base di ogni ideologia. Ci siamo chiesti se Ebrei si nasce o se si può anche diventare e abbiamo scoperto che solo recentemente gli Ebrei accolgono chi non è Ebreo di nascita all’interno della loro comunità se si converte al loro credo, ma in realtà anche la Bibbia riporta testimonianze di conversioni. Più di tutto ci siamo scoperti particolarmente coinvolti nello scoprire le sfumature della cultura ebraica e le riflessioni che da essa possono scaturire. Per questo motivo Simona Duca ha annunciato che il gruppo dei volontari sta preparando una serie di serate di approfondimento religioso ancora tutte da definire per poter continuare il discorso che questa sera è stato avviato con tanto successo. Appuntamento alla prossima puntata dunque e naturalmente tra un anno per una nuova commemorazione.

Antonella Alemanni

 

Biblioteca di Talamona, 27 gennaio 2014

Giornata della Memoria

Un’introduzione all’ebraismo a partire dal libro” Perché sono ebreo “di Marek Halter (in corsivo i brani tratti dal libro )

 

 

 

Introduzione

Come tutti ormai sanno fin dalle scuole elementari, il ventisette gennaio di ogni anno ricorre la Giornata della Memoria. Come quasi tutti sanno, la memoria che tale ricorrenza ci richiama è quella delle vittime del nazifascismo, fra le quali al popolo ebraico spetta il triste primato per numero di vittime e persecuzioni subite. Ciò che forse non tutti sanno è che cosa sia il popolo ebraico.

Quest’anno, dunque, a fianco delle doverose commemorazioni, si è pensato di offrire una breve introduzione all’ebraismo, una cultura che, per quanto sia tra i fondamenti della nostra stessa civiltà, rimane sostanzialmente sconosciuta. Lo si farà senza pretese storiche o teoriche o religiose, né pretendendo di essere esaustivi, ma semplicemente prendendo le mosse da un libro di Marek Halter, Perché sono ebreo, recentemente apparso tra i titoli a catalogo nella nostra biblioteca.

La tentazione di parlare del popolo ebraico attraverso la storia delle sue persecuzioni è forte: oltre alle più recenti e note, va ricordato che il popolo ebraico fu spesso oggetto di vessazioni più o meno sistematiche. Alcune di esse sono narrate già dal testo biblico: basti pensare alla schiavitù in Egitto o alla cattività babilonese; altre sono posteriori, e vanno dal medioevo all’Ottocento, ben prima cioè del nazismo, che del resto non fece che intercettare un antisemitismo diffuso. Su tutte valga la constatazione che il primo ghetto non fu invenzione nazista, ma veneziana, dell’anno 1516.

Se si vuole ottemperare al dovere della memoria è utile tener presente che essa, come si vedrà, è un elemento centrale della cultura ebraica. Al contempo è però necessario fare una considerazione, che già da sola fa comprendere come la memoria di cui si parla nella tradizione ebraica non sia soltanto quella delle persecuzioni, bensì quella dell’identità; e questa non può essere definita solamente per contrarietà.

L’autore  insiste spesso su questo punto:

La memoria, lo sappiamo tutti, non serve a ricordare solamente le tragedie. Eppure, dai tempi dell’ultima guerra, la parola memoria è divenuta soltanto sinonimo di Shoah, Olocausto. Ed è comprensibile, poiché rappresenta il riferimento più significativo del ventesimo secolo.

Tuttavia, […] fra le motivazioni che mi hanno spinto a diventare ebreo, non compare la Shoah, nonostante abbia rappresentato lo sfondo terrificante della mia infanzia, nonostante il fatto che la realtà non offrisse altro orizzonte possibile prima che io raggiungessi l’età adulta.

[…]

Non è per fedeltà ai morti che mi dichiaro ebreo, ma per la memoria che condivido con loro.

Abbiamo dunque voluto soffermarci su questa memoria primaria, più ancora che su quella a cui ci obbliga la storia; e ciò anche in riferimento a un dato che non smette di apparire, in tutta la sua drammaticità, sorprendente: il segno più nero della barbarie nazista, di cui mezza Europa fu complice, fu tracciato sul libro della storia senza che neppure si sapesse cosa fosse veramente un ebreo – e, del resto, non molti di noi oggi potrebbero dire di saperlo, con tutto che con gli ebrei abbiamo in comune il libro su cui riposa la nostra cultura, ossia la Bibbia.

Conoscere la cultura ebraica non sarebbe probabilmente servito a cambiare il corso degli eventi, e certo non servirà a comprendere fino in fondo le ragioni di una persecuzione che ha avuto nel nazifascismo il suo esito più nefando; ma, d’altra parte, forse mai nulla riuscirà a farlo. Quel che invece è certo è che, come lo stesso Halter ribadisce più volte nel suo libro, l’identità del popolo ebraico non è determinata dalle persecuzioni che esso ha subito.

L’intento della serata sarà dunque quello di restituire, nel nostro piccolo, una parte di questa identità che troppo spesso è nota solo in quanto calpestata.

 L’autore e l’opera

Il testo che stasera presentiamo, Perché sono ebreo, è apparso per la prima volta in Francia nel 1999. L’intento dichiarato dell’autore è quello di spiegare l’ebraismo ai suoi tre figliocci. Si tratta dunque un testo pensato per un pubblico di ragazzi, e di conseguenza, almeno nella forma espositiva, risulta di facile lettura. Esso affronta le principali tematiche dell’ebraismo in agili capitoli tematici, nei quali l’autore fa confluire la sua personale vicenda di uomo alla sua rivendicata formazione di ebreo. Il volume è inoltre corredato di un pratico glossario nel quale sono raccolti e spiegati i termini principali della tradizione ebraica.

Marek Halter, classe 1936, nei primi anni della sua infanzia ha vissuto l’occupazione nazista di Varsavia. Fuggito all’età di cinque anni dalla città natale, ha intrapreso con la famiglia una serie di peregrinazioni attraverso l’Europa che infine lo portano, nell’immediato dopoguerra, in Francia. Qui, adolescente, inizia a riflettere sul senso della sua identità, interrogando sé e gli altri (compreso il filosofo Jean-Paul Sartre, come si narra in un episodio del libro) su cosa significhi essere ebreo. Questa interrogazione, lungi dall’offrire risposte semplici o consolazioni, lo ha accompagnato per tutta la vita.

 

 

Perché sono ebreo

 

 La domanda di fondo che dà origine all’intero discorso è molto semplice: Che cosa significa essere ebrei? La risposta, tuttavia, è tutt’altro che scontata, tant’è vero che, come ricorda l’autore:

Nel corso della mia esistenza ho imparato e constatato più volte che dichiararsi ebrei non significa necessariamente sapere cosa sia l’ebraismo o perché vi si aderisca.

La questione appare dunque intricata fin da subito, e anche laddove ci si aspetterebbe di trovare delle risposte, esse sono perlopiù contraddittorie.

Talmente contraddittorie che nei primi anni di vita dello Stato di Israele, la Knesset, il parlamento israeliano, ha rinunciato definitivamente ad aprire un dibattito per definire e istituire l’identità ebraica.

Non c’è dunque da meravigliarsi se l’ebraismo, per quanto sia sempre stato assai diffuso in tutta Europa e sia parte integrante della nostra civiltà (basti pensare che la Bibbia degli ebrei non è altro che quello che noi chiamiamo Antico Testamento), resta uno sconosciuto.

L’unico modo per addentrarsi in questa selva è quello di seguire la via aperta dal piccolo Marek, cinque anni, ebreo del ghetto di Varsavia.

Un giorno il nonno Abraham, da dietro la sua barba bianca, gli legge una sentenza del Talmud, ossia il libro che raccoglie il sapere orale della tradizione ebraica:

«Dio creò solo Adamo, i cui discendenti popolano tutta la terra, per insegnarci come colui che salva un solo essere umano salva il mondo intero, e colui che partecipa alla perdita di un solo essere è simile a colui che perde l’intera umanità

Queste parole si imprimono nella mente del piccolo Marek, che da quel giorno, nonostante i pericoli a cui questa scelta lo sottoporrà, rivendicherà la propria identità di ebreo ed intraprenderà un cammino alla scoperta delle proprie radici.

A nove anni Marek è nell’allora provincia sovietica dell’Uzbekistan. È dovuto fuggire fino in quella remota regione per scampare alle persecuzioni naziste. Egli è dovuto fuggire perché è diverso, ossia ebreo. Ciò che tuttavia il piccolo Marek comprende fin da subito è che la sua identità non potrà mai essere definita dalla semplice differenza con gli altri: essa ha infatti una specificità che deve essere ricercata altrove.

Sono tempi duri. La sorella minore di Marek, Berenice, muore di stenti, e anche i genitori rischiano di fare la stessa fine. Così il ragazzo decide di prendere in mano la situazione: per sopravvivere si dà ai piccoli furti, guadagnandosi presto la fama di teppista.

Si unisce così a una banda di ragazzini che, come lui, vivono di espedienti. Essendo il più piccolo, per essere accettato deve ritagliarsi un ruolo.

Quella sera, […] per evitare di farmi pestare, mi misi a raccontare I tre moschettieri. All’alba, mi ero guadagnato  una certa reputazione. Divenni […] Marek il raccontastorie.

Marek è l’unico ebreo della banda, ma nonostante questo isolamento dalla comunità dei suo avi, riesce comunque a ricavare dall’esperienza del gruppo dei preziosi insegnamenti sulla sua cultura:

Grazie alla loro compagnia, scoprii quindi inconsciamente il fondamento stesso del pensiero ebraico: il potere prestigioso della parola.

Ma scopre anche qualcosa che solo in futuro, da adulto, confermerà appieno le sue prime impressioni di bambino:

[…] Scoprii anche che cosa significasse l’assenza della parola.

I miei compagni risolvevano spesso i loro litigi a pugni o a coltellate. […] I combattimenti seguivano un preciso rituale. Dapprima, i ragazzi si studiavano da lontano, come i galli. Si sfidavano con lo sguardo, con i gesti, poi prendevano a insultarsi, a parlare, a discutere. E come sempre accadeva, chi si trovava a corto di argomentazioni colpiva per primo. Così, nel modo più prosaico e pragmatico, scoprii un altro elemento fondamentale della tradizione ebraica: la certezza che la violenza inizia dove finisce la parola.

Ecco dunque il primo risultato del giovane Marek: se la violenza da cui era fuggito non era bastata a definire l’ebraismo, ora l’ebraismo era riuscito a definire la violenza.

Frattanto, Marek legge molti libri: gli sono necessari, se vuole avere storie da raccontare alla banda. Ed è così che incontra anche il libro dei libri, la Bibbia. Ma il primo incontro col testo sacro darà un esito ben diverso dall’aspettativa.

 Il mio primo incontro con la Bibbia fu scioccante. In realtà, a una prima lettura rimasi sconcertato. Pensavo di trovare storie di angeli, come in tutti i libri religiosi. Scoprii una storia «colma di rumore e di furore». Gli uomini si uccidono fra loro. Le figlie seducono i padri. Un fratello ne uccide un altro. […] Una simile violenza mi turbò.

In effetti la Bibbia è una lettura che rivela molte sorprese. Halter lo definisce «il libro più conosciuto al mondo» e al contempo «il libro letto peggio» – quando almeno sia letto.

Quanti di noi, in piena onestà, possono dire di aver letto la Bibbia? Eppure è il libro che definisce almeno una buona metà della nostra identità culturale. E da qui in avanti inizierebbero le sorprese anche per il lettore cristiano: si scopre infatti che le parole di Cristo stesso (il quale, d’altra parte, storicamente altro non fu se non un ebreo) erano perlopiù citazioni letterali dell’Antico Testamento, comune tanto a noi quanto agli ebrei:

Molti pensano che l’Antico Testamento sia una sorta di catalogo dei princìpi di giustizia e di vendetta. Sono sicuro che anche voi […] credete che la celebre esortazione: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», provenga dal Nuovo Testamento.  Eppure, è una delle frasi fondamentali della Bibbia! È contenuta nella Torah, e in particolare nel Levitico. […]

Dice il Levitico: «Il forestiero dimorante presso di voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati  forestieri nel paese d’Egitto». Questa norma di solidarietà, fondamento di qualsiasi relazione umana e alla quale ancora oggi si fa spesso riferimento (segno che è rispettata pochissimo) divenne, oltre tremila anni fa, una delle prime leggi dell’ebraismo.

Ecco dunque che, rilettura dopo rilettura, il Marek bambino cede il passo all’adulto, che a poco a poco si avvicinerà  sempre più al vero significato della Bibbia:

Solo molto tempo dopo ho colto la vera grandezza di questo libro, insita giustamente nelle verità che rivela. Meglio di tutte le testimonianze sulle immense atrocità commesse dagli uomini nel ventesimo secolo, ancora più efficace delle immagini di guerre sanguinose combattute quotidianamente contro i nostri simili e trasmesse quotidianamente dalle televisioni, la Bibbia rispecchia, con una brutalità senza filtro, noi stessi e ciò di cui siamo capaci.

E ciò di cui siamo capaci è fare il male.

 Così si spiega l’apparente crudezza della Bibbia. Ma non è questa, naturalmente, a determinarne la grandezza. Per non dire degli innumerevoli interrogativi generati da una tale implacabilità narrativa: ad esempio, perché Dio permette il male?

La Bibbia racconta la Storia, una Storia che per gli ebrei deve essere esemplare e didascalica. E lo è. Esemplare perché racconta l’evoluzione degli uomini creati «a immagine di Dio». Didascalica perché mette in luce gli sforzi e gli errori di questi stessi uomini. Raffigurando un movimento costante, una storia in continua evoluzione, la Bibbia è fonte infinita di speranza, persegue il tempo del bene che è sempre raggiungibile.  Nulla è mai precluso.

Procedendo nella lettura della Bibbia, ossia ripercorrendo le vicende storiche del popolo ebraico, ogni cosa si illumina, e si arrivano a comprendere due cose: la prima è che, se la Bibbia rivela il male connaturato nell’uomo, essa rappresenta anche l’antidoto a questo male;  e la seconda è che il popolo ebraico non è soltanto un popolo fra i tanti, ma assurge a simbolo dell’intera umanità. Ciò che, ancora una volta, conferma il Marek ormai adulto nella sua scelta di bambino.

L’antidoto al male che sembra senza risposta ha un nome: Legge.

La Legge nomina il male, lo rende visibile, e al contempo indica la via sempre percorribile del bene: «Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te».

[…]

In questo modo, la Bibbia imprime nel cuore dell’uomo la dimensione etica del bene per raggiungere, come dice il Talmud, il suo fine ultimo: dare agli uomini la capacità di vincere il male, di cui essi sono al contempo gli agenti, gli esecutori e le vittime.

La Legge è contenuta nei primi cinque libri della Bibbia, ossia la Torah (termine ebraico che significa appunto “Legge”). Tuttavia, essa non si apprende sotto forma di sterili regolamenti e prescrizioni, ma si desume dalle vicende terrene di uomini esemplari. Esemplari sì, ma tutt’altro che perfetti:

 La Bibbia non cerca di nascondere i difetti degli uomini, al contrario. Non dimenticate, Adamo era un po’ vigliacco, Caino completamente irresponsabile, Noè un debole, Giacobbe ha partecipato a un’azione fraudolenta contro il fratello Esaù. E persino il più grande, il re Davide, ha commesso atti imperdonabili, fra cui far uccidere il marito di una donna di cui si era infatuato.

Nonostante ciò è dalle vicende di questi uomini, i quali, pur camminando nella Legge, sovente la infrangono, che si desume il senso di questa legge; ed esso non può prescindere dalla libertà dell’uomo, e quindi anche dalla sua disobbedienza, e addirittura dalla possibilità per l’uomo di ingaggiare un testa a testa con Dio.

 Nell’ebraismo, a differenza che nel cristianesimo, gli uomini con le loro debolezze e i loro errori non commettono peccato, ma disobbediscono. Per i redattori della Bibbia, il concetto è chiaro: l’uomo ha la possibilità di sfidare Dio.

Del resto, il popolo di Israele porta impresso nel suo stesso nome questa idea di lotta con Dio. Nel libro della Genesi, in uno dei passi più suggestivi e insieme più oscuri della Bibbia, si narra di come Giacobbe abbia avuto un combattimento con l’Angelo del Signore, al termine del quale l’Angelo, non vinto ma neppure vincitore, pone al patriarca il nome di Israele, che in ebraico significa appunto: “Colui che lotta con Dio”.

In seguito, il Talmud dirà che la Legge aveva preceduto Dio. Di conseguenza, l’uomo può sfidare il Signore, e viceversa, perché esistono norme e princìpi al di sopra di entrambi.

Un’obbedienza, dunque, che non è né scontata né frutto di cieca sottomissione, bensì il risultato di un percorso dove non è negata la libertà, e al termine del quale per l’uomo si apre «l’alleanza con Dio». La conseguenza di questo modo di intendere la Legge è che, se da una parte essa può essere rifiutata, anche a discapito dell’uomo, dall’altra, una volta accettata, non può mai essere una mera conformazione allo stato di cose o una convenienza, ma è ogni volta il risultato di una scelta che investe l’intera vita di una persona.

Sarà per questo che, millecinquecento anni dopo la Legge dettata da Mosè, Cristo, da ebreo, si scaglierà contro i farisei, ossia contro coloro che della legge intendevano soltanto la lettera e non lo spirito: coloro che «dicono e non fanno.»

Tra le figure di rilievo che si incontrano nella Bibbia, una in particolare assume un’importanza notevole per la definizione della cultura ebraica: Esdra, un uomo che, secondo il Talmud, «avrebbe meritato di ricevere la Legge, se Mosè non l’avesse preceduto.»

 L’ebraismo considera fondamentale la trasmissione della conoscenza e della saggezza insegnate all’uomo in epoca biblica. Di generazione in generazione, il dovere di insegnare costituisce parte integrante dell’identità ebraica e al contempo, rianimando l’insegnamento originario della saggezza e del bene, diventa strumento di lotta contro il male. Esdra fu il primo a cogliere l’importanza dell’insegnamento e  della trasmissione […].

Esdra vive in un periodo storico drammatico, tanto drammatico da rischiare di determinare la scomparsa del popolo ebraico. Nel 579 a.C., dopo che Nabucodonosor invade la Giudea, gli ebrei vengono deportati in Babilonia. Quando infine la cattività babilonese ha termine, coloro che ritornano alla terra dei padri non trovano altro che distruzione: il tempio di Gerusalemme è stato raso al suolo, e la decadenza della civiltà ha reso gli ebrei dimentichi della Legge. Qui subentra l’azione riformatrice del sacerdote Esdra, deciso a non lasciare che la memoria di un popolo si disperda.

Esdra affianca [al culto all’interno del tempio] un secondo rituale che può essere officiato in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: la lettura pubblica e obbligatoria, per ciascuna comunità, del Libro di Mosè.

Una disposizione apparentemente banale che sconvolge la storia ebraica e presenta nuove modalità rituali che arriveranno fino ai giorni nostri. Il culto sacrificale, antico retaggio di pratiche idolatre, viene definitivamente cancellato dalla conoscenza e dal rispetto dei testi sacri, che trasformano un intero popolo in lettori e letterati. I sacerdoti non sono più i custodi esclusivi della Legge. Gli ebrei, nella loro globalità, diventano il popolo del Libro.

È nel peculiare rapporto con la pagina scritta, che da qui in avanti definirà la cultura ebraica, che quella stessa cultura ha potuto salvarsi allora, ai tempi di Esdra, e poi:

Con il ripetersi di esìli sempre più lontani dalla terra di Israele, gli ebrei, in mancanza di campi da zappare, decisero di coltivare la lingua. Ogni parola divenne un grano da seminare, ogni testo un giardino da arare.

[…]

Dietro ogni libro vi è un nome, una persona. Quindi, distruggere un libro equivale a distruggere una vita umana. Per tale motivo, gli ebrei conservano anche i libri consumati dal tempo, corrosi dall’umidità o disseccati. Quando un testo diventa davvero inutilizzabile, viene sepolto recitando una preghiera proprio come per un essere umano. 

 Il libro, tuttavia, resta pur sempre un mezzo: il fine ultimo di questo imprescindibile strumento è, più ancora della conservazione della memoria, la sua trasmissione.

Il trattato dei padri dice: «Mosè ha ricevuto la Legge sul Sinai e l’ha trasmessa a Giosuè. E Giosuè agli anziani. E gli anziani ai profeti. E i profeti l’hanno trasmessa ai membri della Grande Assemblea che hanno detto tre cose: ‘Siate cauti nei vostri giudizi, istruite numerosi discepoli e costruite una siepe intorno alla Legge’».

La genialità di Esdra […] e di coloro che hanno seguito il suo esempio è stata capire che non era sufficiente racchiudere la saggezza ultima nei libri. Certo, occorre studiare, ma nello stesso tempo e con altrettanta tenacia, bisogna trasmettere.

Ebbene, per trasmettere occorre rimanere in relazione continua con il sapere. L’assiduità dello studio diventa in sé un mezzo di trasmissione. «Un uomo», dice il Talmud, «deve sempre studiare, anche se dimentica ciò che legge, anche se non capisce…» In altre parole, chi trasmette apprende, e chi apprende trasmette. Sono due azioni imprescindibili che formano il popolo del Libro, il popolo delle domande e della memoria, il popolo della Legge e delle risposte.

[…]

E allora […] ogni ebreo diventa un libro.

Ancora duemilatrecento anni dopo Esdra, la storia confermerà nel modo più duro che l’importanza attribuita al libro dalla tradizione ebraica non è casuale:

L’amore per i testi genera l’amore per il sapere, la memoria, il pensiero e infine per la libertà. La Storia non ha mancato occasione per ricordarcelo. Quando un governo combatte i libri, mette a repentaglio la libertà e l’essenza stessa dell’uomo.

Nel 1938, dopo la notte dei cristalli a Berlino, durante la quale i nazisti diedero fuoco a migliaia di libri ebraici o influenzati dall’ebraismo, Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, decide di lasciare Vienna per rifugiarsi in Gran Bretagna. Una folla di giornalisti lo aspetta a Victoria Station, a Londra. Alla domanda: «I tedeschi bruciano i vostri libri. Che cosa faranno ancora?» Lui risponde: «Dopo i libri, bruceranno le persone.»

Fin qui abbiamo avuto modo di apprezzare, tramite alcuni esempi, la sapienza di un popolo; tuttavia non abbiamo ancora risposto alla domanda di partenza: Che cosa significa essere ebrei?  A questo punto l’autore ci accompagna in un percorso dove si enumerano e si spiegano le principali usanze del popolo ebraico: le celebrazioni, i passaggi rituali, gli aspetti della vita quotidiana. Si comprende così che anche quegli aspetti dell’ebraismo che sembrano avere un aspetto meramente esteriore hanno in realtà un profondo significato che li lega alla memoria tramandata nelle Scritture. Vengono poi introdotti gli altri testi che, accanto alla Bibbia, contengono il patrimonio di questo popolo, come il Talmud e la Cabala. Quindi si procede a dare una serie di definizioni a vari termini che spesso ingenerano confusione: ad esempio, si dice quali differenze sussistano fra i termini israeliano e israelita, o tra giudeo ed ebreo. Tutto questo si trova nel libro presentato, e lasciamo a quanti di voi lo desiderassero la possibilità di cercare tali definizioni tra le sue pagine.  Dopo aver fornito le dovute spiegazioni, però, è l’autore stesso a ritenere necessario fare un passo indietro:

[…] Non ho la pretesa di tracciare un ritratto esaustivo di noi ebrei. Una tale ambizione sarebbe folle e persino impropria. E anche voler descrivere l’ebraismo a grandi linee è un’impresa destinata al fallimento. Da secoli, numerosi teologi e filosofi, ebrei e non, si sono cimentati in una simile avventura con rara ostinazione. Tuttavia, nessuno è mai riuscito a dare una definizione dell’ebraismo.

Ciò che mi sorprende non è tanto il fallimento quanto la volontà di riuscire a tutti i costi. Certo, è comprensibile che un’antichissima civiltà come quella ebraica desti grande interesse a livello teologico, storico, antropologico, archeologico, sociologico e persino linguistico. Ma l’idea di ingabbiare un pensiero, una cultura, un popolo vivente e poliedrico dentro definizioni che si presumono irrevocabili mi sembrava alquanto malsana.

Forse perché chi cercò di «ingabbiare» questo popolo dentro maldestre definizioni con deviate pretese scientifiche poi tentò anche, fuor di metafora, di ingabbiare e quindi cancellare per sempre la memoria dei suoi rappresentanti. Ma, come sappiamo, anche quell’aberrante tentativo è fallito.

 

Stefano Ciaponi

 

L’INTERVISTA di Marta Francesca Spini

Impressioni, riflessioni, pensieri sulla guerra

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Domanda: “Che cosa ti è stato raccontato dal nonno in merito a questa guerra”?

Risponde PIERANGELO RIGAMONTI, residente in provincia di Bergamo, figlio di Erminio Rigamonti, mio nonno:

“Nel 1944, all’età di diciannove anni Erminio ha dovuto prestare servizio militare obbligatorio nel reparto della Repubblica di Salo’. A seguito di un attacco delle forze nemiche e allo scoppio di una bomba, rimase ferito mentre prestava servizio nelle linee della contraerea.
Successivamente ha prestato servizio sul lago di Garda presso la divisione tedesca e gli ordini impartiti erano molto severi e rischiosi. Se questi non venivano eseguiti la pena da subire era la fucilazione. Il 25 aprile 1945, in seguito alla  fine della guerra è ritornato a casa e non è stato “disturbato” dai partigiani, che lo conoscevano. Anche il padre di mio padre ha partecipato alla prima guerra mondiale.”

La testimonianza di mia mamma, ROSALBA RIGAMONTI, residente a Talamona:

“Mi ricordo che mio padre mi raccontava episodi che erano accaduti durante il secondo conflitto mondiale ma dato il tempo i ricordi sono sfuocati…uno di questi riguardava l’avvistamento di aerei nemici  che se segnalati in tempo utile venivano contrastati e per questo motivo mio padre (mio nonno) riceveva premi in denaro.”

La testimonianza dei miei nonni paterni: LEVI SPINI E ELIDE SALINI, residenti a Talamona:

“Al tempo della guerra ero un bambino e mi ricordo che le mamme e le mogli dei soldati aspettavano e temevano la consegna di una cartolina portata dal postino che richiamava al servizio militare. Mi ricordo anche quando le persone partivano lasciando mogli, figli e famigliari e non tornavano più, come mio fratello partito per la Russia e rimasto disperso, probabilmente morto.”

“Anche io, come mio marito ero una bambina e mi ricordo molto bene che nella piccola frazione di Ardenno, Piazzalunga ,c’era un coprifuoco deciso dai soldati fascisti da rispettare. Oltre una certa ora, le dieci di sera, non si poteva girare liberamente senza un permesso. Mio padre lavorava ad Ardenno, in una fabbrica e terminava alle dieci e trenta, la prima sera venne fermato dai fascisti e rischio’ la morte, successivamente gli venne dato il permesso che tutte le volte veniva controllato.”

Marta Francesca Spini, studentessa classe 3°, secondaria, primo grado

                                                                                                                                                        

 

VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni