IL TESORO DI PIETROASA

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The Pietroasele Treasure (or the Petrossa Treasure) found in Pietroasele, Buzău, Romania, in 1837, is a late fourth-century Gothic treasure that included some twenty-two objects of gold, among the most famous examples of the polychrome style of Migration Period art. Of the twenty-two pieces, only twelve have survived, conserved at the National Museum of Romanian History, in Bucharest: a large eagle-headed fibula and three smaller ones encrusted with semi-precious stones; a patera, or round sacrificial dish, modelled with Orphic figures surrounding a seated three-dimensional goddess in the center; a twelve-sided cup, a ring with a Gothic runic inscription, a large tray, two other necklaces and a pitcher. Their multiple styles, in which Han Chinese styles have been noted in the belt buckles, Hellenistic styles in the golden bowls, Sasanian motifs in the baskets, and Germanic fashions in the fibulae, are characteristic of the cosmopolitan outlook of the Cernjachov culture in a region without defined topographic confines.


More about the treasure and the bowl at http://www.videoguide.ro/tezaurul-ist… und http://romanianhistoryandculture.webs.

Il Tesoro di Pietroasele (o Tesoro di Petrossa), ritrovato nel 1837 a Pietroasele,Romania, risale al IV secolo ed è composto di ventidue oggetti gotici comprendenti alcuni manufatti in oro. È considerato uno dei migliori esempi di stile policromo di arte barbarica.

Il tesoro originale, scoperto all’interno di un tumulo noto come Istriţa, nei pressi di Pietroasele, Romania, consisteva di 22 pezzi, compreso un grande assortimento di oggetti in oro, piatti e coppe oltre alla gioielleria, e due anelli completi di iscrizioni runiche. Quando fu scoperto, gli oggetti erano tenuti insieme da una non identificata massa scura, il che porta a credere che il tesoro sia stato ricoperto da qualche genere di materiale organico (ad esempio tessuti o pelle) prima di essere interrato. Il peso totale del tesoro era di circa 20 kg.

Dieci oggetti, tra cui uno dei due anelli, furono rubati poco dopo il ritrovamento. Quando i restanti oggetti furono ritrovati, si scoprì che l’altro anello era stato tagliato in almeno quattro parti da un orafo di Bucarest, ed uno dei caratteri runici era irrimediabilmente rovinato. Fortunatamente sono sopravvissuti dei disegni dettagliati, un calco in gesso ed una fotografia fatta dall’Arundel Society di Londra, il che ha permesso di stabilire l’identità del carattere perduto con relativa sicurezza.

Gli oggetti rimasti nella collezione mostrano un’altra qualità dell’artigianato, tanto che gli studiosi dubitano che gli oggetti abbiano origini locali. Isaac Taylor (1879), in uno dei suoi primi lavori parla della scoperta, ipotizzando che gli oggetti potrebbero rappresentare parte di un bottino recuperato dai Goti durante le scorribande in Mesia e Tracia (238-251). Un’altra delle prime teorie, probabilmente la prima proposta da Odobescu (1889) e ripresa da Giurascu (1976), identifica Atanarico, re pagano dei Tervingi, come probabile originario proprietario del tesoro, presumibilmente acquisito grazie al conflitto con l’imperatore romano Valente nel 369. Il catalogo Goldhelm (1994) suggerisce l’ipotesi che gli oggetti possano essere visti come un regalo fatto dai capi romani ai principi germanici alleati.

Recenti studi mineralogici svolti sugli oggetti indicano almeno tre differenti origini geografiche per l’oro utilizzato: Urali meridionali, Nubia(Sudan) e Persia. L’ipotesi dell’origine Dacia per l’oro è stata esclusa. Nonostante Cojocaru (1999) rifiuti la possibilità che monete romane siano state fuse e forgiate per dare vita a questi oggetti, Constantinescu (2003) giunge alla conclusione opposta.

Una comparazione della composizione mineralogica, delle tecniche di fusione e forgia, ed analisi tipologiche indicano che l’oro venne usato per creare le iscrizioni runiche all’interno dell’anello, classificate come celto-germaniche, non è puro come quello usato solitamente dai greco-romani, né quello in lega usato per gli oggetti germanici. Questi risultati sembrano indicare che almeno parte del tesoro (tra cui l’anello) venne creato con oro estratto nel nord della Dacia, e potrebbe quindi rappresentare oggetti in possesso dei Goti prima della migrazione verso sud (appartenenti alla Cultura di Cernjachov). Dato che queste ipotesi possono sembrare dubbie per la tradizionale teoria dell’origine romano-mediterranea dell’anello, ulteriori ricerche sono necessarie prima di dichiarare con certezza da dove proviene il materiale usato per la costruzione.

Come per molti altri ritrovamenti dello stesso tipo, resta incerto il motivo per cui gli oggetti siano stati posti nel tumulo nonostante siano state avanzate ipotesi plausibili. Taylor afferma che il tumulo in cui sono stati ritrovati gli oggetti era probabilmente la sede di un tempio pagano, e che secondo l’analisi delle iscrizioni rimaste faceva parte di un’offerta votiva che farebbe pensare ad un paganesimo ancora attivo. Nonostante questa teoria sia stata ignorata per molto tempo, le recenti ricerche,  hanno dimostrato che tutti gli oggetti rimasti hanno un “carattere decisamente cerimoniale”. Particolarmente importante è la patera decorata con disegni di divinità probabilmente germaniche.

L’ipotesi secondo cui gli oggetti sarebbero di proprietà di Atanarico suggerisce l’idea che l’oro fosse stato sepolto nel tentativo di nasconderlo agli Unni, che avevano sconfitto i Grutungi a nord del Mar Nero, iniziando a spostarsi nel 375 verso la Dacia abitata dai Tervingi. Resta comunque incerto il motivo per cui l’oro sia rimasto sepolto, dato che il trattato di Atanarico con Teodosio I (380), gli permise di assicurare al suo popolo la protezione dei Romani prima della sua morte, avvenuta nel 381. Altri ricercatori hanno suggerito che il tesoro fosse appartenuto ad un re ostrogoto che Rusu (1984) identifica con Gainas, generale gotico dell’esercito romano ucciso dagli Unni attorno al 400. Nonostante questo possa spiegare il motivo per cui il tesoro non sarebbe stato dissotterrato, non spiega perché un vistoso tumulo sia stato scelto per contenere un così ricco tesoro.

Sono state ipotizzate numerose datazioni per la sepoltura del tesoro, spesso derivate da considerazioni riguardo l’origine degli oggetti stessi ed il tipo di sepoltura, nonostante l’iscrizione sia stato uno dei fattori più importanti. Taylor considera un intervallo tra il 210 ed il 250. Studi più recenti hanno portato gli studiosi a spostare leggermente in avanti la datazione. Coloro che sostengono l’ipotesi di Atanarico parlano della fine del IV secolo, data proposta anche da Constantinescu, mentre Tomescu data il tesoro all’inizio del V secolo.

Dei ventidue pezzi, solo dodici sono sopravvissuti, conservati oggi presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest: Una grande fibula con testa d’aquila e tre più piccole, tutte tempestate di pietre semi-preziose; una patera o piatto sacrificale, modellato con figure orfiche, che circondano una dea tridimensionale seduta; una coppa a dodici lati, un anello con un’iscrizione runica gotica, un grande vassoio, due collane ed una brocca.

I loro molteplici stili comprendono caratteristiche tipiche della dinastia Han cinese (fibbie per cinture), dell’Ellenismo (bocce in oro), motivi Sasanidi (cesti) e aspetti germanici(fibule). Questa varietà è tipica dell’aspetto cosmopolita della cultura di Cernjachov, in una regione senza confini topografici definiti.(approssimativamente odierna Ucraina e Bielorussia).

Quando Alexandro Odobescu pubblicò il suo libro sul tesoro, affermò che questo magnifico lavoro sarebbe potuto appartenere solo ad Atanarico (morto nel 381), capo dei Tervingi, uno dei popoli Goti. I moderni archeologi non sono in grado di collegare il tesoro a questo nome altisonante.

Il tesoro venne mandato in Russia nel dicembre 1916, quando l’esercito tedesco avanzò attraverso la Romania durante la prima guerra mondiale, e venne restituito solo nel 1956.

Lucica Bianchi

Note, fonti e bibliografia

La fotografia della Arundel Society, rimasta sconosciuta agli studiosi per circa un secolo, venne ripulita da Bernard Mees nel 2004.Cfr. Mees (2004:55-79). Per altre informazioni sulle prime vicende del ritrovamento, vedere Steiner-Welz (2005:170-175)

Taylor (1879,80) scrisse: “Il grande valore intrinseco dell’oro sembra indicare una provenienza di bottino di una grande vittoria e potrebbe trattarsi del saccheggio del campo dell’imperatore Decio, o del riscatto della ricca città di Marcianopoli”. Per altri studi sull’iscrizione vedere Massmann (1857)

Op.cit. Odobescu (1889), Giurascu (1976), Constantinescu (2003), Tomescu (1994)

Constantinescu (2003) descrive l’oggetto come “una patera con rappresentazioni di dei pagani (germanici)”. Analizzando l’immagine della patera Todd (1992) scrive: “al centro si trova una figura femminile su un trono circolare, con un calice nelle mani a coppa. Il fregio circolare rappresenta un gruppo di divinità, alcune in vesti classiche, altre con attributi più tipici dei pantheon germanici. Un potente dio maschio brandisce mazza e cornucopia, e siede su un trono dalla forma di testa di cavallo, ed è probabilmente più accostabile a Donar che ad Ercole. Un guerriero eroico in armatura completa, e con tre nodi nei capelli, è chiaramente un importante dio barbaro, mentre un trio di divinità femminili rappresenta probabilmente le Disir. Anche la dea seduta che presiede l’intero insieme non è facilmente classificabile come classica. Piuttosto sarebbe da vedere come una madre barbara degli dei”. (Fotografie della patera sono osservabili qui e qui.)

Michael Schmauder, Richard Corradini, The Construction of Communities in the Early Middle Ages: Texts, Resources and Artifacts, dicembre 2002

Alexandru Odobescu, Le trésor de Petrossa: Étude sur l’orfèvrerie antique, Parigi-Lipsia, J. Rotschild, 1889

Joseph Campbell, The Masks of God: Creative Mythology, 1968

M. Rusu, Cercetãri Arheologice, 1984

Herbert Kühn, Asiatic Influences on the Art of the Migrations, Parnassus

Avram Alexandru, Goldhelm, Schwert und Silberschätze: Reichtümer aus 6000 Jahren rumänischer Vergangenheit, Francoforte sul Meno, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 1994

Malcolm Todd, The Early Germans, Blackwell Publishing, 1992

Dorina Tomescu, Der Schatzfund von Pietroasa, 1994, Goldhelm, Schwert und Silberschätze, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 230–235, Francoforte

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VLAD TEPES E’ IL CONTE DRACULA?

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Questo articolo metterà davanti agli occhi dei lettori due mostri sacri – uno della letteratura e l’altro della storia – Il conte Dracula. Per quanto riguarda Dracula letterario tutti noi abbiamo qualche notizia, informazione, abbiamo magari letto il libro o visto una delle numerose produzioni cinematografiche.Per quanto riguarda invece il principe Vlad Dracula, le cose sono diverse. Vi presentiamo quindi, la figura di questo personaggio storico, realmente esistito, un personaggio rappresentativo per la storia della Romania e del popolo rumeno.

Nel 1488 a Norimberga in Germania, venne pubblicato un manoscritto, intitolato “Storie tedesche del voievoda Dracula”, che si apre cosi:

Ecco la storia crudele e terribile di un uomo selvaggio e assetato di sangue, Dracula il voievoda. Da come impalò e arrosti gli uomini e li fece a pezzi come cavoli. Arrosti anche bambini e costrinse le madri a mangiarli. Molte altre cose sono scritte in questo libello, anche sulla terra su cui regnò.

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Nel 1897 lo scrittore irlandese Abraham Stoker crea il suo più famoso personaggio – il conte Dracula, antagonista dell’omonimo romanzo. L’ispirazione per il celebre personaggio con cui diventa poi famoso in tutto il mondo gli venne grazie ad un incontro avvenuto nel 1892 con il professore di nazionalità ungherese Arminius Vambery, che gli narrò la leggenda del principe rumeno Vlad Tepes, trasfigurato poi da Stoker nel Conte Dracula.

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Lo scrittore Abraham  (Bram) Stoker

Tuttavia, il personaggio Dracula letterario ha ben poco in comune con il Dracula storico, considerato un eroe patriotico dal popolo rumeno, ed inoltre nel romanzo non viene specificato se i due siano effettivamente la stessa persona (anche se ci sono numerosi indizi che danno conferma a questa ipotesi).

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La prima edizione del libro “Dracula” di Bram Stoker

Bram Stoker non è il primo scrittore che ha collocato il suo personaggio in Transilvania. Alexandre Dumas-padre, nel libro “Les mille et un fantomes” del 1860, racconta la storia di un vampiro che si aggira per le montagne di Carpati, la principale catena montuosa che attraversa la Romania dal nord, circondando la Transilvania per finire in Valacchia. Jules Verne nel suo romanzo “Il Castello di Carpati”, del 1892, parla delle credenze in una serie di creature soprannaturali provenienti da queste montagne.

A ogni modo, molte autorità storiche ritengono che il personaggio Dracula nel romanzo di Stoker si basi sulla figura storica di Vlad Tepes, che ha governato in modo intermittente una zona dei Balcani, chiamata Valacchia, nell’ odierna Romania, alla metà del XV secolo.

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Vlad Tepes (1431-1476)

Castelli minacciosi e montagne rocciose fanno dalla Romania lo scenario perfetto e ideale per le leggende sui vampiri. Nel libro “Dracula”, Jonathan Harker, uno dei protagonisti, dice: “ho letto che ogni superstizione del mondo si raccoglie nel ferro di cavallo dei Carpazi, come se fosse il centro di una sorte di vortice di fantasia.” 

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Ma se guardiamo sotto i sentieri e fortezze in rovine, troviamo la vera storia di Vlad Dracula.

Vlad III Dracula, soprannominato Tepes , nacque a Sighisoara, il 2 novembre del 1431 nella zona sassone della Transilvania, una regione che allora era vassalla, sotto il dominio dell’ Impero Ungherese. Tutt’oggi, la città ricorda i natali del principe con una lapide commemorativa apposta alle mura esterne dell’edificio dove è venuto al mondo.

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La casa natale del principe Vlad Tepes

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Lapide commemorativa con i periodi del regno di Vlad Tepes

                                         

 E’ stato voievoda (titolo reale attribuito al principe regnante in Romania del XV secolo) della Valacchia in tre periodi diversi, nel 1448, dal 1456 al 1462, e infine nel 1476 l’anno della sua morte, diventando uno dei sovrani più temuti della storia.

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Mappa geografica della Romania con le regioni

Da imponenti castelli e fortezze medievali, alle prigioni nelle quali le vittime aspettavano la loro morte, fino alle caverne piene di pipistrelli da dove sono nate le leggende sui vampiri, il territorio della Romania trabocca di segreti e misteri. Nel libro, Stoker descrive la Transilvania come una regione arretrata, abitata dai animali selvaggi  e dai contadini superstiziosi, una residenza adeguata per un mostro che esce dalla sua tana per minacciare la popolazione. Il romanzo si apre e si chiude in Transilvania, e quindi questa regione ha lasciato un impronta indelebile sul lettore. Un mondo di cose oscure e terribili che assume le dimensioni di un mito e metafora, una terra al di là della comprensione umana.

Il padre di Vlad Dracula, Vlad II, si unì all’ Ordine del Drago – ORDO DRAGONIS – un ordine cavalleresco creato all’inizio del XV secolo dal Re d’Ungheria, Sigismondo.

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Lo stemma dell’ordine del Drago

                                                                                                                  

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La spada dei cavalieri appartenenti all’ordine del Drago

L’onore di ricevere dall’ imperatore le insegne del Drago era elevatissimo, se si considera la fama internazionale acquistata in quei anni dall’ordine, al quale chiesero di poter aderire sovrani lontani tra loro per civiltà e cultura, come Ladislau II Jagellone, Re di Polonia, e Alfonso II d’Aragona e Sicilia, il conquistatore di Napoli.

Lo scopo dell’ordine era di proteggere la Cristianità e lottare contro i turchi ottomani. Vlad II venne chiamato “Diavolo” – Dracul in lingua rumena, e tale divenne il suo stemma e il suo simbolo. Il figlio, Vlad III prende il nome di” Vlad Draculea“, cioè il “Figlio del Diavolo”. Il suo epiteto più famoso fu però” Tepes”,” l’Impalatore”, causa la sua predilazione per questo tipo di supplizio nell’eliminazione dei suoi nemici e dei criminali, che venivano puniti dal principe dolorosamente, cioè impalati. A partire dal 1550 tutti i documenti circolanti nel Impero Ottomano chiamavano il principe Vlad – “Kaziglu Bey”, principe impalatore in lingua turca.

Per apprezzare e soprattutto per capire la storia di Vlad Tepes è essenziale comprendere le forze sociali e politiche della regione nel XV secolo. In termini generali si tratta di una storia di lotte per ottenere il controllo della Valacchia, una zona direttamente interessata alle due forze potenti all’epoca: Ungheria e L’Impero Ottomano.

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L’assetto politico nella regione dei Balcani nel XV secolo. Si nota la posizione geografica della Valacchia tra l’Ungheria e l’Impero Ottomano

 Per quasi mille anni, Costantinopoli era rimasto come l’avanposto di protezione dell’Impero Romano Orientale, bloccando l’accesso dell’Islam in Europa. Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 e l’arrivo sulla scena politica del sultano Maometto, il Conquistatore, tutta la Cristianità fu improvvisamente minacciata dalla forza armata dei turchi ottomani. Il regno ungherese a nord e ovest della Valacchia, un regno che raggiunse il suo apice nel corso di questo stesso tempo, assunse il mantello di difensore della Cristianità. I governanti della Valacchia, quindi, sono stati costretti a placare i due imperi per mantenere la loro sopravvivenza, spesso alleandosi con l’uno o con l’altro, a seconda di ciò che era utile ai loro interessi.

Un altro fattore che influenzava la vita politica era la modalità di successione al trono della Valacchia. I ricchi proprietari terrieri ed i nobili rumeni (chiamati boieri) avevano il diritto di eleggere il principe sovrano tra i vari membri della famiglia reale. Questo ha permesso la successione al trono di principi che usavano la corruzione, la violenza o addirittura il crimine (eliminando i rivali) come mezzi per essere eletti. Infatti sia  Vlad padre che  suo figlio, Vlad III hanno assassinato i loro concorrenti per impossessarsi del trono della Valacchia.

E’ questa la scena sulla quale cresce il futuro principe valacco, Vlad Tepes! La violenza e il crimine, ma anche forti giochi di potere hanno sempre accompagnato la sua esistenza.

Nel 1442 i turchi aiutano Vlad II, a conquistare il trono della Valacchia, ma come compenso lui deve mandare due dei suoi tre figli in ostaggio preso gli ottomani, quindi se il padre dovesse tradirli, i turchi si vendicherebbero sui ragazzi. I due figli minori Radu e Vlad rispettivamente di 11 e 12 anni, restano ostaggi del sultano per 6 anni, mentre il padre ritorna in patria. In quelle terre orientale, i due principi adolescenti conobbero grandi piaceri ma anche tremende crudeltà: quasi sicuramente Vlad ebbe modo di assistere agli impalamenti, praticati con grande frequenza e che ne condizionarono profondamente il suo carattere. Mentre Radu, detto “Il Bello”, ebbe una sorte diversa , entrando a far parte dell’ harem maschile del sultano Murad.

Intanto in patria, Vlad II e il figlio maggiore Mircea, si distinsero nella lotta contro l’avanzata ottomana. La fedeltà all’Ordine del Drago del voievoda Vlad e la sua relazione con i sovrani d’Occidente, uniti contro l’espansione ottomana, naturalmente non hanno contribuito ad alleviare la sorte dei due  giovani prigionieri.

Nel 1447, gli ungheresi circondano la Valacchia e si preparano ad attaccare. A peggiorare le cose è il fatto che l’anziano Vlad è odiato dal popolo su cui regna. I suoi sudditi si uniscono agli ungheresi e rovesciano la situazione. Il figlio maggiore, Mircea venne sepolto vivo, mentre il padre venne ucciso per decapitazione dai suoi stessi uomini. Dopo la morte del genitore, i turchi liberano il giovane Vlad, ma solo per metterlo a capo di una delle loro armate con lo scopo di vendicare la morte del padre e riconquistare il trono della Valacchia. Nell’ ottobre del 1448, all’età di soli 17 anni, Vlad Tepes grazie ad una congiura e aiutato dall’armata ottomana, sale al trono per alcune settimane, ma un altro pretendente, Vladislau II, appoggiato dall’Impero Ungherese, ha la meglio su di lui. Vlad è costretto a fuggire in esilio in Transilvania e attendere il 1456. Quest’anno segna l’inizio del suo principato più lungo – 6 anni. Dall’esilio rientra in patria con un cospicuo numero di soldati e fedeli, uccide Vladislau II e s’impossessa del trono della Valacchia. A soli 25 anni, Vlad sta per fare qualcosa di molto più terrificante di quanto raccontano le leggende sui vampiri.

Nel principato di Valacchia con la capitale a Targoviste, il principe Vlad Tepes ha preso il potere, suo padre è morto così come il fratello maggiore. E’ circondato dai nemici, ottomani al sud, ungheresi a ovest, e innumerevoli assassini tra la sua gente. Per difendere i suoi titoli e il trono, Vlad fortifica la capitale Targoviste contro gli attacchi, e pianifica una vendette così brutale, così sanguinosa contro coloro che hanno partecipato all’assassinio del padre e  del fratello,che questa gli darà un nuovo soprannome: L’Impalatore! Lo storico rumeno Constantin Cantacusino (1650-1716) nelle sue “Cronache”, lasciò una ricostruzione drammatica del massacro compiuto da Vlad ed entrato nella storia con il nome “Pasqua di sangue a Targoviste”.

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Una litografia dell’epoca che mostra il principe Vlad che mangia sul campo d’impalamento nel giorno di “Pasqua di sangue a Targoviste”

Intanto, anziani, donne e bambini erano deportati nella Valle di Arges, a 60 km dalla capitale Targoviste, dove avrebbero costruito il castello di Poenari, un castello che si trova in cima ad una montagna rocciosa a 860 m. Anche se la letteratura colloca il castello di Dracula in Transilvania (Castello Bran), ciò è dovuto alla propaganda dei mercanti di origine sassone. La vera fortezza di Vlad è quella di Poenari, che è anche il teatro del suicidio della moglie del voievoda- Elisabeta- che si gettò da una torre per non essere catturata dall’armata ottomana durante uno dei loro innumerevoli attacchi.

Il video a disposizione mostra le rovine della fortezza di Poenari.

La tortura e l’impalamento sono metodi che Vlad Tepes usa di continuo per mantenere l’ordine nel suo regno!

Nel 1459, durante il giorno di San Bartolomeo, in una città della Transilvania – Brasov – Dracula fece invitare a palazzo alcuni mercanti che avevano mostrato odio e disprezzo nei confronti della sua persona. Decise di farli saziare di cibo, e quindi fece sventrare il primo, e obbligò il secondo a mangiare ciò che il collega, ormai senza vita, aveva nello stomaco. L’ultimo mercante venne fatto bollire e la sua carne fu data in pasto ai cani.

Nella città di Sibiu, sempre in Transilvania, nel 1460, Vlad Tepes fece impalare 10.000 persone colpevoli di aver appoggiato Vladislau II, e cosparse i corpi con miele per attirare ogni tipo di insetto. Le donne macchiatesi di tradimento nei confronti del marito venivano impalate davanti alla loro casa e ai loro famigliari. I ricchi venivano impalati stendendoli più in alto degli altri o facendo ricoprire l’asta d’argento.

Nel 1461 due ambasciatori del sultano turco Mehmed arrivarono al palazzo, poiché quella era l’occasione  per Vlad di fare la pace con il sultano, che era il suo nemico più potente e poteva distruggere la Valacchia senza il minimo sforzo. Quando si prostrarono ai piedi di Vlad, chinarono la testa ma non si vollero togliere il turbante, perché rappresentava il simbolo della loro religione. Ma quel gesto fu fatale, perché era un segno di disprezzo per Dracula, che irritato, ordinò di inchiodare il turbante alla testa dei ambasciatori.

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Gli ambasciatori ottomani davanti al principe Vlad Tepes

 A dimostrazione di come Vlad Tepes abbia combattuto a lungo e senza pietà i turchi ottomani si può citare una lettera da lui scritta al re d’Ungheria, Mattia Corvino l’11 febbraio 1462, in cui lo informa “di aver giustiziato ben 23.883 turchi solo negli ultimi tre mesi”.

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Lettera di Vlad Tepes a Mattia Corvino

Ora Vlad è nemico dei turchi ottomani e nell’aprile del 1462 questi attaccano, invadendo la provincia di Valacchia con un’armata tre volte superiore a quella del principe rumeno. Lui si ritira nella fortezza di Targoviste, una fortezza che a quei tempi era sulla misura del nome del principe che l’aveva scelta come capitale! Parti di questa fortezza sono tutt’ora in piedi, anche se rappresentano solo un terrificante ricordo! Quello che succederà qui segnerà la sinistra reputazione di Vlad!

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La fortezza di Targoviste

Ritirandosi, fa terra bruciata alle sue spalle, mettendo a fuoco i villaggi, avvelenando i pozzi d’acqua in modo da non lasciare niente da mangiare e da bere ai suoi nemici. Quando l’esercito ottomano arriva alle mura della fortezza si trova davanti una scena d’incubo! Vlad ha impalato 20.000 prigionieri tra cui molte donne e bambini! Ha utilizzato addirittura i tronchi d’alberi! Si gode la scena dal punto più alto della fortezza, una torre che tutt’oggi è ancora in piedi. I turchi si fermano inorriditi urlando: “Setyan Aramizda Uldugunu” ! “Il Diavolo è qui tra noi“! La tattica di Vlad funziona, i turchi si ritirano perché a Targoviste hanno incontrato il Diavolo in persona.

Comunque la città è distrutta, le forze di Vlad ridotte ai minimi termini, e un nuovo voievoda venne messo sul trono di Valacchia : Radu il Bello, il fratello minore di Vlad, che era rimasto presso la corte del sultano, abbracciando la religione musulmana.

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Il principe Radu detto “Il Bello”

L’odio profondo che lui mostrava nei confronti di Vlad, costrinse quest’ultimo a rifugiarsi nella provincia di Transilvania, e a confidare in una possibile alleanza con il re d’Ungheria. Ma la situazione era mutata a suo svantaggio. Il re ungherese Mattia Corvino si trovava ad aver molto bisogno dell’appoggio dei ricchi mercanti tedeschi che erano stati in passato duramente perseguitati dal voievoda. Mentre Vlad cerca di raggiungere il castello di Poenari dove sarebbe stato al sicuro, fu fermato da alcune truppe ungheresi, che lo arrestarono e lo condussero prigioniero nel castello di Bran.

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Castello Bran nella regione della Transilvania. Costruito nel 1431 sullo spuntone di una roccia, doveva difendere e controllare la strada commerciale che univa la provincia di Valacchia alla Transilvania. Era anche un posto di dogana. Fu il re Ludovico d’Anjou che accordò il diritto agli abitanti della città di Brasov di costruire questa fortezza in pietra, per permettere la sorveglianza della strada commerciale tra le due più importante province rumene.  

Due anni dopo Vlad fu portato nella fortezza di Visegrad, in Ungheria dove rimasse per ben 12 anni come prigioniero.

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La fortezza di Visegrad, Ungheria

Nel 1476 i turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldova, un’altra della regioni della Romania. Il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guerresche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia dove riusci a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco aveva sostituito Radu il Bello. Ancora una volta, la sua vendetta si compì e per tredici mesi, innumerevoli nemici furono impalati su un bosco di pertiche erette ovunque.

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Ritratto d’epoca di Vlad Tepes

Niccolo Modrussa, un delegato del papa Paulus II ,vedendo Vlad Tepes, lo descrive come un nobile pieno di mistero,”non troppo alto di statura, ma forte e robusto, freddo e terribile di aspetto, con un gran naso aquilino, narici larghe, un volto magro e rossiccio, con grandi occhi verdi spalancati e incorniciati da nere ciglia, molto folte e lunghe, che davano agli occhi un aspetto terrificante. Il viso e il mento erano rasati ma portava i baffi. Le tempie larghe aumentavano l’ampiezza della fronte. Un collo taurino univa la testa alle sue larghe spalle coperte da ciocche dei suoi lunghi capelli neri”. 

Non sappiamo con certezza come avvenne la morte di questo inquietante personaggio. Sono tante le leggende che raccontano la sua fine. Una di esse ci dice che fu ucciso dagli ottomani durante una battaglia, la sua testa tagliata ed inviata insieme alla sua spada a Costantinopoli, dove il sultano Mehmet II le nasconde in una prigione segreta… per impedirgli di tornare in vita!

                                                                                                                                Lucica