LA CHIESA DI SAN SEPOLCRO, Milano

 

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LA CHIESA DI SAN SEPOLCRO sorge su due livelli -uno sotterraneo e uno esterno- nella omonima piazza a Milano, non distante da piazza Duomo e sull’area di quello che fu il Foro di Milano in epoca romana.

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È santuario della parrocchia di San Satiro dell’arcidiocesi di Milano.La chiesa venne fondata come privata nel 1030 con il titolo di Santissima Trinità, dal Magister Monetæ Benedetto Ronzone o Rozone, Maestro della Zecca, e costruita su un terreno della famiglia dello stesso nei pressi della sua abitazione.Il 15 luglio 1100, in piena epoca di Crociate, l’arcivescovo di Milano Anselmo da Bovisio nel giorno delle celebrazioni del primo anniversario della spedizione crociata lombarda che nel 1099 prese Gerusalemme e alla vigilia della seconda spedizione del 1100, ridedica la chiesa della Santissima Trinità al San Sepolcro di Gerusalemme, proprio per via dell’importanza assunta in quegli anni dai luoghi Santi (lo stesso Anselmo parteciperà e morirà nella Crociata del 1101). La chiesa viene pesantemente rimaneggiata al fine di conferirle le forme del Santo Sepolcro di Gerusalemme.I rimaneggiamenti sono d’altronde tantissimi nel corso dei secoli, a partire dall’aggiunta dei due campanili nel corso del XII secolo.La chiesa di San Sepolcro fu eletta nel 1578 da Carlo Borromeo a sede principale della congregazione degli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo da egli stesso fondata; lo stesso Borromeo istituì la cerimonia del Santo Chiodo che, annualmente, si snoda dal Duomo a San Sepolcro.Nel 1605 Federico Borromeo chiamò l’architetto Aurelio Trezzi a trasformarne l’interno alla maniera barocca e fece erigere al fianco e nel retro della chiesa la Biblioteca Ambrosiana.La chiesa fu poi ulteriormente modificata e restaurata tra il 1713 e il 1719.La facciata attuale, è frutto di una ricostruzione degli anni 1894 – 1897 ad opera di Gaetano Moretti e Cesare Nava, in stile romanico lombardo, in linea col gusto anacronistico di quei tempi. In tale occasione i due campanili vennero resi gemelli, e l’affresco del Bramantino che era collocato sopra il portale venne staccato e trasferito all’interno della chiesa.L’interno è rimasto fino ai giorni nostri in stile barocco. L’atrio è attribuito a Francesco Maria Richino e chiuso da due cappelle decorate dagli affreschi di Carlo Bellosio San Carlo al Sepolcro e San Filippo Neri presentato a San Carlo. Nelle due cappelle a lato dell’altare due pregevoli gruppi scultorei in terracotta con una bella Ultima Cena a sinistra e un trittico sulla Morte di Cristo a destra attribuiti a Agostino De Fondulis. Posto davanti all’abside un sarcofago opera forse di maestri della prima parte del XIV secolo e che doveva contenere alcune reliquie di Terrasanta ivi portate dai crociati lombardi (terra di Gerusalemme e alcuni capelli di Maria Maddalena).Nel 1928 la chiesa fu acquistata dalla Biblioteca Ambrosiana e cessò così il suo status di parrocchia.

 

nelle immagini: l’altare maggiore e le statue in terracotta

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Compagnie di pittori a Milano nella seconda metà del Quattrocento e il caso della decorazione della cappella ducale nel Castello di Porta Giovia

Il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” è lieto di presentarvi un nuovo collaboratore: Dott.ssa ROBERTA DELMORO.
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico (orientamento storia delle tecniche artistiche con una tesi su Stefano da Verona e Jean d’Arbois) presso l’Università degli Studi di Milano, ha compiuto il master di D.E.A. in Storia dell’Arte Medievale all’Ecole Doctorale d’Histoire de l’Art dell’Università della Sorbona (Paris IV) e la Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il suo ambito di specializzazione di studi verte sull’arte lombarda in età visconteo-sforzesca e sugli scambi artistici con la Francia. Ha esperienza pluriennale di perizie su dipinti e sculture dal Trecento al Novecento, per antiquari e collezionisti privati e un dottorato in storia dell’arte moderna conseguito alla Sapienza, Roma( novembre 2014). Ha frequentato per due anni la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Milano, specializzandosi nella lettura, trascrizione e interpretazione dei documenti antichi (particolarmente nell’ambito notarile tra Trecento e Quattrocento) e nell’indagine paleografica delle iscrizioni.
I Tesori alla fine dell’arcobaleno presenta alcuni articoli e ricerche della dott.ssa Roberta Delmoro, con la gentile concessione dell’autrice.
Abstract 
Alcuni documenti inediti, inerenti i rapporti tra il pittore milanese Ambrogio Zavattari e artisti del suo entorurage, permettono di focalizzare le diverse tipologie contrattuali di società  o compagnie di pittori che si organizzavano a Milano nella seconda metà del Quattrocento: in bottega con società a lungo termine, in occasione di committenze di rilievo con compagnie a breve termine. È il caso, nello specifico, dei patti di società stesi con Luchino Candi da Vercelli, pittore del filone tardogotico, collaboratore in bottega dello Zavattari per diversi anni, e di collaborazione con Leonardo Ponzoni, pittore probabilmente già rinascimentale col quale Ambrogio iniziò a stipulare accordi per le decorazioni della salla nel Palazzo di Luigi Sanseverino, palazzo che si affacciava sulla piazza del Castello di Milano, passato in eredità al nipote Ugone Sanseverino (1466-1468 ca.).

I patti stipulati tra Ambrogio Zavattari e Leonardo Ponzoni per le decorazioni nella sala di Palazzo Sanseverino, che venivano compiute nel corso del trasferimento della corte ducale dall’Arengo Vecchio di Milano al ricostruito Castello, costituiscono un esempio di come, successivamente, possono essersi associati i pittori per l’impresa decorativa della cappella ducale nel Castello di Porta Giovia (1473). Si approfondiscono, nella seconda tranche dell’articolo, sulla base di un’attenta rilettura delle carte d’archivio, e riprendendo in esame alcune foto della cappella prima e dopo i restauri del 1921, 1922-24 (Milano, Civico Archivio Fotografico), le diverse personalità artistiche attive nel ʻgiroʼ della committenza ducale, offrendo in particolare una nuova proposta di lettura per la fisionomia artistica di Zanetto Bugatto, ritrattista ufficiale del quinto duca di Milano, e individuando le tracce per una collaborazione degli Zavattari a tale impresa
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CHIESA DI SANTA MARIA PRESSO SAN SATIRO, MILANO

L’illusione è perfetta.

Si entra nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro, a Milano, e pare che, dietro l’altare, ci sia un grande spazio, un’abside regolare, ben completata da colonne e decorazioni.

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Invece no, non è così: ma l’illusione dura a lungo, e per accorgersi che si tratta solo di un’illusione ottica bisogna arrivare proprio vicino all’altare, quasi toccare con mano: dietro l’altare non si passa, c’è poco meno di un metro di spazio. Insomma, l’abside che vedete nelle foto nella realtà non esiste.
L’artefice di questa meraviglia prospettica è uno dei nostri più grandi architetti, Donato Bramante.
Come è intuibile, dietro a questo strano capolavoro c’è una necessità pratica: al momento di costruire la chiesa, la diocesi non ebbe i necessari permessi. Lo spazio ridotto, anzi annullato, avrebbe ormai richiesto un altro progetto oppure reso impossibile l’opera; Bramante invece accettò la sfida e riportò in scala le stesse misure che aveva previste in origine. E difatti la finta abside realizzata misura 97 centimetri invece dei 9 metri e 70 previsti nel disegno originale; e da questo impedimento Bramante è riuscito a trarre un capolavoro inaspettato.
San Satiro era il fratello di Sant’Ambrogio (339-397 circa), e quindi contemporaneo di Sant’Agostino. A lui fu dedicata la chiesa originaria, fatta costruire probabilmente su un luogo di culto preesistente dall’arcivescovo Ansperto da Biassono, che fu a capo della diocesi di Milano dall’anno 868 all’anno 882. Al vescovo Ansperto si devono grandi lavori, la costruzione di nuove chiese, interventi sulla basilica di Sant’Ambrogio e sulle mura romane, e anche la basilica di San Satiro.
Nel 1242 l’immagine devozionale della Madonna col Bambino, conservata da sempre nella basilica, venne profanata; le cronache raccontano di un giovane,Massazio di Vigonzone, che pugnalò il Bambino, e del sangue che sgorgò subito da quell’immagine. Nella chiesa è ancora conservato il pugnale di Massazio, e l’immagine miracolosa divenne meta di pellegrinaggi.

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Per onorare quest’immagine miracolosa, si decise, nel 1480, di costruire la nuova chiesa. L’incarico verrà affidato al Bramante, e la chiesa prenderà il nome di Santa Maria presso San Satiro, inglobando l’antica basilica. Al centro dell’altare c’è ancora oggi l’immagine miracolosa.

Lucica Bianchi

Il LEGGENDARIO SFORZA-SAVOIA

Il Leggendario Sforza-Savoia è uno dei codici più preziosi della miniatura italiana. Realizzato nel 1476 per volontà del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e di sua moglie, Bona di Savoia, il libro è una raccolta di storie – o leggende, da cui il nome Leggendario – tratte dal Nuovo Testamento e dai Vangeli Apocrifi: sono narrate le vicende di Gioacchino e Anna, di Maria, di Gesù e del Battista, con una parte conclusiva dedicata al Giudizio Universale. Il testo in volgare è accompagnato da un apparato illustrativo ricchissimo: ben 324 grandi scene miniate (spesso due per pagina) realizzate da Cristoforo de’ Predis. La vena narrativa delle illustrazioni e la spiccata potenza visiva dell’insieme fanno del Leggendario un vero e proprio racconto per immagini. Oggi il manoscritto è conservato nel caveau blindato della Biblioteca Reale di Torino – dove pervenne nel 1841 – accanto ad altri capolavori come il Codice sul volo degli uccelli di Leonardo e il suo celebre Autoritratto.
IL PRINCIPE MAGNIFICENTISSIMO

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Principe gaudente, esteta “magnificentissimo”, uomo incline all’ostentazione del lusso più sfrenato: con queste parole veniva descritto dai contemporanei Galeazzo Maria Sforza, durante il cui ducato (1466-1476) la corte milanese divenne “una de le più resplendente de l’universo”.
Il suo mecenatismo si manifestò soprattutto nelle grandi opere pubbliche, come la decorazione delle cappelle dei castelli di Milano e Pavia o la fondazione di Santa Maria degli Angeli a Vigevano.
Raffinato bibliofilo, Galeazzo Maria Sforza disponeva di una ricca biblioteca composta da oltre cento volumi, molti dei quali da lui stesso commissionati.
Nelle pagine del Leggendario Sforza-Savoia le insegne del duca si alternano alle armi di Casa Savoia, in onore alla consorte Bona: il codice può dunque considerarsi una sorta di suggello allegorico dell’unione tra le due famiglie, ma anche un segno del riavvicinamento tra Galeazzo Maria Sforza e il re di Francia (Bona era cognata di Luigi XI), cui rimandano i tre gigli dorati raffigurati nel libro.
UNA STORIA ROCAMBOLESCA
Ma com’è arrivato a Torino il Leggendario Sforza-Savoia? Secondo una fonte antica, quando Galeazzo Maria Sforza dovette allontanarsi dalla città per motivi guerreschi, affidò il libro a una monaca di un convento milanese: alla morte improvvisa del duca, nessuno reclamò il codice, che passò in seguito alla famiglia del conte Toesca. Nel 1841 il codice fu poi donato al re Carlo Alberto di Savoia, e da allora fa parte della Biblioteca Reale di Torino.

Lucica Bianchi

VERDI – “UN GIORNO DI REGNO”, “NABUCCO”,” LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA “

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Foto: Teatro Scala di Milano, “Un giorno di regno” di Giuseppe Verdi

Verdi è alla Scala di Milano nei primi anni Quaranta. La sua seconda opera, “Un giorno di regno“, concepita come melodramma con un tono giocoso, è un insuccesso totale e verrà cancellata dal cartellone la sera stessa della sua esecuzione. Verdi non è nello spirito d’una opera leggera: ha appena perso la moglie, Margherita Barezzi e i due figli. Poco dopo inizia a frequentare la giovane diva nascente Giuseppina Strepponi, che diventerà la sua seconda moglie. Sarà lei a cantare nel “Nabucco”, che dal 1842 segna il trionfo del giovane compositore, con 64 repliche in un anno. L’atmosfera melanconica e drammatica dei canti e la loro facile identificazione con la pulsione d’emancipazione italiana, trasformano l’opera in un mito immediato.

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   Foto:  Teatro Scala di Milano,  “Nabucco” di Giuseppe Verdi

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Foto: Teatro Scala di Milano, “Nabucco” di Giuseppe Verdi

Le tematiche teatrali diventano da quel momento sempre duplici, vicine nei significati e lontane nei collocamenti geografici, per passare così il vaglio della censura imperiale. Dalla Mesopotamia del “Nabucco “si passa l’anno successivo all’esotismo di Antiochia, dove s’incrociano passioni personali e collettive, di fede e di popolo nell’opera “ Lombardi alla Prima Crociata.” Questa è la quarta opera di Verdi, andata in scena al Teatro Scala l’11 febbraio 1843. Una nuova versione, in francese, intitolata “Jérusaleme” andrà in scena nel 1847.

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Foto: Teatro Scala di Milano “Lombardi alla Prima Crociata” di Giuseppe Verdi

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Locandina dell’opera “Lombardi alla Prima Crociata” di Giuseppe Verdi