COLOSSO DI RODI

Vi presentiamo la terza meraviglia del mondo antico- Il Colosso di Rodi. Quest’opera venne costruita dai rodiesi in onore di Helios, il loro dio protettore.

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Nel 305 a.C., a seguito della vittoria degli abitanti dell’isola di Rodi sul generale Demetrio I Poliorcete, figlio di un successore di Alessandro Magno, venne costruita quest’opera per celebrare l’impresa. La costruzione terminò nel 293 a.C.

Demetrio I Poliorcete, fu re di Macedonia dal 294 a.C. fino alla morte e re di Grecia. Figlio di Antigono Monoftalmo e padre di Antigono II Gonata, fu uno dei più potenti sovrani macedoni appartenente alla dinastia degli Antigonidi.

Demetrio I Poliorcete, fu re di Macedonia e della Grecia dal 294 a.C. fino alla morte.

L’esecuzione della statua fu commissionata all’architetto Carete di Lindo, noto per aver già costruito statue di grandi dimensioni.

La statua alta circa 32 metri era costituita da colone di pietra con delle grosse travi di ferro inserite        all’interno, a cui venivano agganciate le piastre di bronzo del rivestimento esterno.

Sono state proposte diverse teorie per quanto riguarda la forma della statua. Secondo le ricostruzioni tradizionali, il Colosso di Rodi doveva presentarsi con le gambe divaricate e i piedi poggiati sulle due estremità del porto di Mandraki.

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L'isola di Rodi. Il Colosso di Rodi doveva essere posizionato all'estremità nordica dell'isola.

L’isola di Rodi. Il Colosso di Rodi doveva essere posizionato all’estremità nordica dell’isola.

A tutt’oggi sono ancora presenti le due colonne su cui la statua poggiava i piedi. Ad ogni modo la statua rispecchiava il modello classico della scultura antica in cui si sommavano i tre principi: armonia,proporzione, equilibrio.

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Negli anni 223-224 a.C. il Colosso di Rodi crollò in mare a seguito di un terremoto, spezzandosi all’altezza delle ginocchia. Secondo lo storico Strabone, la statua non fu restaurata per un divieto sacro. I pezzi si trovavano ancora sparsi per tutta l’isola quando nel 673 d.C. Rodi fu conquistata dagli Arabi. Quest’ultimi vendettero i pezzi della statua ad un ebreo di Emesa (Constan.Porphyr., De administr.imp., 20; Theophanes, Chronogr., ed.Classens, p.527; Michele Siriano, Cronaca, ed.Chabot, pp442-443)

Ai giorni nostri si è pensato a diverse ipotesi di ricostruzione dell’opera, tuttavia nessuna di queste ha avuto un seguito.

Nel 2000, l’allora sindaco di Rodi George Iannopoulos annunciò un bando pubblico per la ricostruzione della statua, nella speranza di ultimarla in tempo per l’inaugurazione delle Olimpiadi di Atene del 2004.(Antonio Ferrari, Grecia, rivivrà il Colosso di Rodi).

L’ultimo progetto risalente al 2008, stimato a 200 milioni di Euro è guidato dal dottor Dimitris Koutoulas in Grecia e portato avanti dall’artista tedesco Gert Hof (Helena Smith, Colossus of Rhodes to be rebuilt as giant light sculture).

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Marta Francesca Spini, studentessa classe 3°, secondaria, primo grado

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TRADIZIONI CULINARIE VALTELLINESI – LA BISCIOLA E GLI SCIATT

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Dietro alla nascita di questo dolce tipico Valtellinese c’è una bellissima leggenda! Essa narra che nel 1797, quando le truppe napoleoniche invasero il nord Italia avanzarono fino in Valtellina dove si fermarono per una tappa. In quell’occasione, Napoleone, chiese al proprio cuoco di cucinargli un dolce usando ingredienti trovati in questa valle. Da questa richiesta nasce la Bisciola, un dolce di antiche tradizioni Valtellinesi, tramandato da oltre 200 anni.

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Ancora oggi in Valtellina, in occasione delle feste natalizie o feste tradizionali o anche come dessert, i valtellinesi preparono questo dolce usando gli stessi ingredienti genuini di sempre: farina, fichi, uvetta, noci, zucchero, burro, tuorlo d’uovo e miele. La lavorazione prevede la lievitazione della pasta usando solo lievito naturale, un procedimento che avviene in 36 ore. In questo modo si ottiene un dolce facilmente digeribile che può essere accompagnato con panna montata o una buona grappa bianca.

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GLI SCIATT

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Gli sciatt, nel dialetto valtellinese, significa letteralmente” rospo”, ma con questo animale hanno ben poco a che fare. In realtà sono frittelle tonde con un saporito cuore di formaggio filante. L’ingrediente base è il grano saraceno, un cereale molto resistente alle condizioni climatiche più avverse. Molto probabilmente è arrivato qui grazie agli scambi commerciali tra i veneziani e i mercanti orientali. Una seconda ipotesi, invece, attribuisce la diffusione del grano saraceno in Valtellina alle migrazioni delle popolazioni mongole in Europa.

In Valtellina la cultura del grano saraceno risale al 1600, diventando presto l’ingrediente fondamentale delle cucine valtellinesi.

Gli sciatt non richiedono una preparazione molto elaborata o di lunga durata, infatti la pastella  (grano saraceno insaporito con un bicchierino di grappa o acquavite e diluito con un bicchierino di birra) dopo una mezz’ora di riposo può essere modellata in forme rotonde, ripiene di formaggio rigorosamente “Valtellina Casera”.

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Cosi formati, gli sciatt si buttano subito nell’olio bollente per brevissimo tempo. Vengono solitamente serviti su un piatto d’insalata tagliata fine.

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Una cosa è certa, gli sciatt sono sfiziosi e saporiti, e uno tira l’altro!

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi, studenti classe 3°, secondaria, primo grado

 

L’INTERVISTA di Marta Francesca Spini

Impressioni, riflessioni, pensieri sulla guerra

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Domanda: “Che cosa ti è stato raccontato dal nonno in merito a questa guerra”?

Risponde PIERANGELO RIGAMONTI, residente in provincia di Bergamo, figlio di Erminio Rigamonti, mio nonno:

“Nel 1944, all’età di diciannove anni Erminio ha dovuto prestare servizio militare obbligatorio nel reparto della Repubblica di Salo’. A seguito di un attacco delle forze nemiche e allo scoppio di una bomba, rimase ferito mentre prestava servizio nelle linee della contraerea.
Successivamente ha prestato servizio sul lago di Garda presso la divisione tedesca e gli ordini impartiti erano molto severi e rischiosi. Se questi non venivano eseguiti la pena da subire era la fucilazione. Il 25 aprile 1945, in seguito alla  fine della guerra è ritornato a casa e non è stato “disturbato” dai partigiani, che lo conoscevano. Anche il padre di mio padre ha partecipato alla prima guerra mondiale.”

La testimonianza di mia mamma, ROSALBA RIGAMONTI, residente a Talamona:

“Mi ricordo che mio padre mi raccontava episodi che erano accaduti durante il secondo conflitto mondiale ma dato il tempo i ricordi sono sfuocati…uno di questi riguardava l’avvistamento di aerei nemici  che se segnalati in tempo utile venivano contrastati e per questo motivo mio padre (mio nonno) riceveva premi in denaro.”

La testimonianza dei miei nonni paterni: LEVI SPINI E ELIDE SALINI, residenti a Talamona:

“Al tempo della guerra ero un bambino e mi ricordo che le mamme e le mogli dei soldati aspettavano e temevano la consegna di una cartolina portata dal postino che richiamava al servizio militare. Mi ricordo anche quando le persone partivano lasciando mogli, figli e famigliari e non tornavano più, come mio fratello partito per la Russia e rimasto disperso, probabilmente morto.”

“Anche io, come mio marito ero una bambina e mi ricordo molto bene che nella piccola frazione di Ardenno, Piazzalunga ,c’era un coprifuoco deciso dai soldati fascisti da rispettare. Oltre una certa ora, le dieci di sera, non si poteva girare liberamente senza un permesso. Mio padre lavorava ad Ardenno, in una fabbrica e terminava alle dieci e trenta, la prima sera venne fermato dai fascisti e rischio’ la morte, successivamente gli venne dato il permesso che tutte le volte veniva controllato.”

Marta Francesca Spini, studentessa classe 3°, secondaria, primo grado