LA LATTERIA VALENTI DI TALAMONA: UNA STORIA DI SAPERI E DI SAPORI

TALAMONA 19 settembre 2015 seconda e ultima serata dell’iniziativa “TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA”, nel contesto delle GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO 

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l’allestimento per la serata 

IN OCCASIONE DELLA SECONDA E ULTIMA GIORNATA EUROPEA DEL PATRIMONIO UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DEL CIBO TIPICO COME MOTORE DI CIVILTA’ E IDENTITA’ CULTURALE di Antonella Alemanni

Nell’edizione di quest’anno la coincidenza delle giornate europee del patrimonio con l’evento internazionale di EXPOMILANO 2015 dedicato al cibo offre svariate opportunità di progettare eventi, momenti di riflessione, di condivisione o di dibattito intorno al tema dell’alimentazione, ma non soltanto dal punto di vista di sostentamento, ma anche come patrimonio tradizionale e identitario di una comunità. Il cibo ha da sempre occupato un posto centrale nel rapporto tra uomo e natura, tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Questa è una realtà caratterizzata da una forte dimensione sociale che si rifletteva non solo in tavola, ma anche nei rapporti di convivenza e di lavoro all’interno di una comunità. In questa chiave di lettura l’alimentazione nonché la produzione del cibo si presenta come un fenomeno alquanto sfaccettato e composto nel suo interno da un insieme di aree funzionali che rendono il cibo un vero e proprio fatto sociale estremamente ricco e rispondente ad una forma plastica di rappresentazione collettiva. Su queste premesse, l’evento di stasera si propone attraverso un suggestivo itinerario di esplorare il mondo della produzione casearia nei suoi aspetti sociali e culturali mettendone in risalto da un lato le complesse relazioni con le emozioni individuali e simboliche e dall’altro le caratteristiche di consumo, di elemento economico e identitario. Così Lucica Bianchi, assessore alla cultura di Talamona ha presentato i contenuti di questa serata alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.45 “un viaggio che parte dal nostro passato per traghettarci nel presente” lo ha definito il sindaco Fabrizio Trivella, intervenuto subito dopo “un percorso per organizzare il quale tutti in amministrazione abbiamo messo impegno e passione”. Un viaggio svoltosi con la partecipazione di Vincenzo Cornaggia, presidente del consorzio per la tutela del Bitto storico e Casera, ma soprattutto in compagnia di un Virgilio d’eccezione: Simona Duca ex assessore alla cultura e ora volontaria animatrice della biblioteca e di molte sue serate (quelle che non anima le presenta) che questa sera ha illustrato la storia della latteria Valenti argomento della sua tesi di laurea.

Breve intervento di Vincenzo Cornaggia

Il consorzio per la tutela del bitto e del casera è nato da un’esigenza dei produttori e delle loro cooperative di proteggere dei prodotti che fanno parte della tradizione come appunto il Bitto e il Valtellina Casera. Quest’ultimo risale al Cinquecento mentre il Bitto ha origini addirittura celtiche, ma senza una denominazione che permette di identificarlo sul mercato non avrebbe il potenziale che ha invece avuto. Il consorzio è nato grazie all’impegno di tutti coloro che fanno parte della filiera produttiva di questi prodotti tipici dagli stagionatori ai commercianti. È nato nel 1995 quindi è un consorzio relativamente giovane. Nel 1996 siamo riusciti ad ottenere la DOP (denominazione origine protetta) per i nostri prodotti e questo ha comportato un ulteriore impegno del consorzio che ha dovuto dotarsi di un organismo di controllo che è il CSQA, ha dovuto supportare tutti i soci per quanto riguarda le pratiche burocratiche e dare una mano nella produzione. Oggi questa scelta sta pagando in modo giusto e corretto perché chi fa parte di questo circuito riesce tutt’ora ad avere un prezzo decoroso del latte mentre chi purtroppo resta fuori in questo momento è veramente in sofferenza quindi ben vengano le tradizioni e i modi giusti e corretti di valorizzarle.

Intervento di Simona Duca: il lungo cammino della latteria Valenti 

Simona Duca ha raccolto, nel corso di tre anni di lavoro per la sua tesi di laurea, l’avventura umana, sociale e culturale della latteria Valenti tuttora attiva. Una storia che stasera ha condiviso col pubblico tramite una presentazione interattiva e una narrazione animata. Una storia che Simona ha fatto partire da una data, quella dell’Expo di Milano del 1881. In quell’occasione la latteria Valenti, aperta ufficialmente da un anno, ha ricevuto un importante riconoscimento per la più che ottima qualità del suo burro: una medaglia d’oro di prima categoria e un premio in denaro di mille lire che all’epoca erano una cifra non indifferente. Un risultato per nulla scontato, punto di arrivo di un’avventura travagliatissima che parte da lontano. Bisogna tornare indietro di circa trent’anni per capire questa storia, nella Valtellina di metà Ottocento, una terra alla deriva sotto tutti i punti di vista: ambientale, sociale, umano, culturale. A quell’epoca il nostro territorio faceva ancora parte dell’impero austroungarico. L’imperatore, a seguito di una ispezione territoriale, istituisce una commissione di inchiesta formata da vari studiosi, scrittori, soprattutto agronomi, capeggiata dall’agronomo Stefano Iacini, uno dei migliori nel suo campo all’epoca, il quale conclude che lo sfruttamento intensivo dei boschi e l’abbattimento scellerato degli alberi ha portato ad un vero e proprio cambiamento climatico (e pensare che nel Cinquecento, almeno a Talamona c’erano statuti avanzatissimi per disciplinare lo sfruttamento dei boschi, possibile che sono bastati poco meno di tre secoli per dimenticarseli? Ndr) un cambiamento che ha avuto come conseguenze più alluvioni e grandinate che hanno devastato i raccolti. La popolazione si è trovata dunque indebolita dalle carestie e dunque più esposta alle malattie, dovute appunto in parte al clima pessimo e in parte alla scarsa alimentazione, malattie come tubercolosi, scrofolosi, pellagra, rachitismo. Una popolazione talmente sofferente che ha fatto si che proprio in quegli anni la parola cretino entrasse nel vocabolario come sinonimo di valtellinese. Come se non bastassero le malattie delle persone, anche le viti e i bachi da seta, le risorse economiche principali, si ammalavano. Come conclusione della sua inchiesta Iacini scrisse: il 90% della popolazione valtellinese vive in condizioni di poca fortuna (il che voleva dire arretratezza e indigenza con la gente che arava persino i pochi campi coltivati senza usare gli animali per la maggior parte). Fino al 1859 occuparsi di queste problematiche era competenza degli austriaci. Dopo il 31 maggio 1859 diventa competenza del Regno d’Italia del quale la Valtellina entra a far parte un paio d’anni prima dell’unificazione e della proclamazione ufficiale il 17 maggio 1861. A chiunque se ne occupi comunque resta il problema di capire come bisogna agire per risolvere la situazione. Gli austriaci finchè il compito è toccato a loro hanno provveduto a rimboschire abbassare le tasse e ad istituire una lotteria per i poveri nell’ambito della quale tutti quanti erano obbligati a comprare almeno un biglietto, persino i religiosi. Dal 27 luglio 1860 ha inizio il Risorgimento in Valtellina anche grazie all’operato di Luigi Torelli colui il quale ha issato la bandiera sulla cima del Duomo durante le Cinque Giornate di Milano e che in quella data di luglio istituì una sorta di commissione, un Consorzio Agrario, che strappò al governo italiano la promessa di abbassare le tasse e di poter trattenere sul territorio valtellinese il 48% delle riscossioni da reinvestire per il rilancio. Di questa commissione faceva parte anche Clemente Valenti. A questo punto bisognava accordarsi circa le risorse su cui puntare per il rilancio territoriale. Il territorio valtellinese già dal Quattro-Cinquecento era per la maggior parte coltivato a vite a terrazza (che svettano orgogliosamente ancora oggi lungo la strada verso Sondrio ndr) ma facendo parte di un’Italia unita non era pensabile riuscire a porsi sul mercato col vino dovendo competere coi vigneti piemontesi, toscani e quant’altro anche se per la maggior parte i consorziati erano proprietari di viti ed era nei loro interessi tentare questa strada. Nemmeno i bachi da seta risultarono una risorsa praticabile. Ci voleva qualcosa di peculiare del territorio. Di certo non i prodotti agricoli, assolutamente improponibili vista la vicinanza con la ricca e fertile pianura padana. Restava a questo punto l’allevamento. I pascoli crescevano spontanei e non si ammalavano, erano abbondanti, la transumanza era una tradizione di lunga data. Le bestie sane e nutrite producevano latte da cui i valtellinesi sapevano trarre ottimi prodotti derivati. Ecco dunque la risorsa giusta su cui puntare: i prodotti caseari considerando che i valtellinesi si ritenevano i migliori casari sulla piazza. Il primo banco di prova per testare questa risorsa si presentò in occasione dell’Expo di Parigi del 1878 una delle prime manifestazioni a dare ampio spazio alla produzione di formaggi anche perché pure i francesi coi loro 150 mila tipi di formaggi diversi avevano un certo talento in materia e oltretutto la furbizia di organizzare l’Expo in primavera- estate in un’epoca senza frigoriferi che rendeva impossibile a tutti i Paesi partecipanti (tranne ovviamente il loro) trasportare formaggi freschi. Va da sé che i francesi si regalarono praticamente una vittoria schiacciante. Il secondo posto lo ebbero a pari merito Inghilterra e Svizzera che presentavano formaggi stagionati, invecchiati anche di molti anni giudicati innovativi che più invecchiavano più acquisivano qualità. Al terzo posto Olanda e Austria. Gli olandesi avevano introdotto un nuovo tipo di margarina chiamato burrina e gli austriaci un burro fatto di autentico burro per il 40% e poi arricchito per il restante con polvere di patate. L’Italia ottenne una menzione speciale per la vasta tipologia di formaggi grazie alla quale avrebbero potuto tener testa ai francesi se non fosse che si trattava di prodotti non commerciabili perché non vi erano metodi precisi per produrli. Ogni casaro lavorava autonomamente con metodi empirici nella sua cantina ognuno si faceva la sua forma diversa dalle altre. Questo è stato l’aspetto penalizzante. La peggio comunque l’hanno avuta i formaggi spagnoli giudicati letteralmente insipidi e dall’aspetto zozzo. Dopo l’esperienza tutto sommato incoraggiante dell’Expo al Ministero dell’Agricoltura ci si industriò a rendere commerciabili i prodotti caseari introducendo delle normative e dei protocolli di produzione unificati e istituendo tre scuole di formazione per casari e direttori di latteria. Una scuola superiore di agricoltura a Milano e due stazioni sperimentali, una a Reggio Emilia e una a Lodi. Da queste scuole i migliori passavano direttamente agli stage in Svizzera e poi in Danimarca a studiare Chimica poiché le università nordeuropee sono state le prime a mettere a punto prodotti chimici destinati all’industria casearia. Da queste scuole uscirono grandi nomi del settore come Gaetano Cantoni (che disse la storica frase il progresso si fa dove si produce il formaggio) e Carlo Pisona da Milano Luigi Manetti da Lodi e Luigi Zanelli da Reggio Emilia, autori di trattatelli molto efficaci sui metodi di produzione casearia. Una volta istituite le scuole bisognava fondare le latterie che andavano incentivate, così si istituirono con esse dei premi in denaro per la somma di 250 lire (una somma non da poco se si considera che per fondare la latteria Valenti ce ne sono volute 350) da assegnarsi alle latterie che rispettavano tre criteri di garanzia: in primo luogo la commerciabilità data da allevatori esperti e bestiame sano da metodi di produzione unificati e approvati a livello nazionale e dalla sperimentazione scientifica. Queste metodologie prevedevano la creazione di locali appositamente adibiti per la produzione e lavorazione del latte, un associazionismo rurale (il che voleva dire che i casari dovevano mettere insieme le loro risorse e il loro latte senza più fare ognuno per sé come si era sempre fatto precedentemente) sulla base delle quali fondare latterie a sistema sociale e non più turnario dove per sistema sociale si intendeva un unico casaro che per tutta la stagione seguisse interamente la produzione casearia, uno scelto tra tutti gli associati e non tutti gli associati a turno. Sulla carta insomma c’erano tutti gli elementi volti a favorire una maggiore commerciabilità dei prodotti. Tutte queste innovazioni però non significavano semplicemente dei ritorni economici, ma nelle intenzioni di chi li aveva messi a punto essi avrebbero dovuto portare anche a dei progressi socio culturali. Nuove metodologie unificate non potevano prescindere da una buona istruzione di base e dunque non erano più pensabili casari analfabeti. Ora per imparare il mestiere si studiava, si progrediva socialmente, associandosi si condividevano le risorse, le si ottimizzava, più risorse significava per gli stessi casari in primo luogo più ricchezza e benessere. Ormai il territorio lo si poteva considerare ufficialmente rilanciato e a confermare cio fu la definitiva consacrazione all’Expo del 1881. Bisogna però considerare che se le cose sulla carta sono abbastanza semplici da sistemare una volta trovato un percorso, non lo sono altrettanto nella realtà. La reticenza dei contadini che non si aprono alle innovazioni, alle collaborazioni, alla possibilità di imparare si è rivelata un ostacolo non da poco per Clemente Valenti che più di chiunque altro ha combattuto per portare nel territorio tutte le innovazioni finora citate, per creare la latteria di Talamona e renderla competitiva a livello nazionale in modo da concorrere per i premi messi in palio e ottenere tutti i vantaggi economici e socioculturali finora descritti. Una lotta che ha dovuto tener conto anche delle “lobby delle viti” all’interno del Consorzio Agrario che avevano tutto l’interesse di veder fallire il progetto della latteria per riportare l’attenzione nuovamente sulla produzione del vino. Tuttavia Baridelli, presidente del consorzio agrario e proprietario lui stesso di viti, decide, nel 1874 di dare un’opportunità a Valenti incaricandolo di occuparsi del progetto latteria per provare a portare in Valtellina le nuove normative e metodologie varate a livello nazionale per la produzione casearia un’opportunità che Valenti coglie al volo essendo fortemente convinto che il futuro è nelle latterie e potendo contare anche sull’aiuto e il pieno sostegno di Don Pietro Tirinzoni membro del comizio agrario che non ha interessi nel campo della viticoltura. Per prima cosa, affinchè tutto funzioni, bisogna prendersi cura delle mucche, perché sono loro a fornire materia prima. Valenti sfrutta la tradizione già presente sul territorio di far crescere tra le viti un po’ di erba per le mucche e si fa recapitare dalla Danimarca semi di trifoglio viola, una pianta che le mucche amano, per piantarla tra le viti. Nel 1875 poi è la volta della stesura, sempre da parte di Valenti, del primo statuto organico per le latterie sociali di tutta la Valtellina e della fondazione, nei locali a pianterreno di Palazzo Valenti, del primo nucleo di quella che diventerà la latteria Valenti che però chiuderà dopo tre settimane. Motivo? I contadini, come si è accennato prima. Reticenti, diffidenti gli uni verso gli altri, ma anche verso queste spinte progressiste, poco inclini ad attenersi ai regolamenti. Perdipiù visto che i finanziamenti regionali tardavano, Valenti, per avviare il tutto, si era visto costretto a richiedere a tutti i contadini 5 lire di tassa che nessuno poteva dare. A completare l’opera giunge, nel 1875, la morte di Pietro Tirinzoni. Sarebbe stata la fine se quell’anno le viti non si fossero ammalate di filossera permettendo a Valenti di continuare il suo progetto, perché, essendo le viti ammalate, il latte era ancora l’unica risorsa su cui puntare. Gli anni dal 1876 al 1879 vedono Valenti impegnato a scrivere lettere ai comizi agrari e al ministero dell’agricoltura e a prendere contatti (tramite uno zio, Geremia Valenti che vive a Milano) con la realtà delle scuole tecniche superiori di cui si è parlato precedentemente, in particolar modo con Gaetano Cantoni affinchè tenesse delle conferenze in Valtellina per indottrinare la popolazione. Simona a questo punto ha letto un estratto di una delle lettere febbrili scritte dal Valenti in quel periodo di lotta per un sogno. Le latterie sociali, convenientemente sviluppate, sono destinate a mutare le attuali infelici condizioni del nostro commercio del formaggio e ad apportare un benefico vantaggio alle popolazioni della nostra vallata. Gaetano Cantoni non verrà mai in Valtellina, manderà a sostituirlo Luigi Manetti che terrà due conferenze una a Morbegno e una a Grosotto per coinvolgere sia l’alta che la bassa valle. La reticenza dei contadini (e in parte anche dei membri del comizio agrario) giocherà un ruolo anche qui insieme ad una sfortunata combinazione di fattori. I comizi si sono tenuti dapprima in una domenica delle palme e comunque in periodo di fienagione. Un po’ per onorare le feste, un po’ per non trascurare i campi, quasi nessun contadino si presenta ai comizi del Manetti che dunque parla a Valenti al comizio agrario e a quei pochi contadini che si sono presentati, ma, a sorpresa, parla in dialetto e questo trasforma l’iniziale diffidenza in una certa simpatia anche se in realtà si trattava di interventi pieni di critiche. Manetti fa notare una cosa semplice. D’estate quando ci si ritrova tutti insieme in alpeggio si condividono le mucche, il latte, i locali per fare il formaggio la resa è maggiore rispetto che in inverno quando ognuno fa per conto suo e dunque perché non comportarsi tutto l’anno come in estate, associandosi permanentemente? A fornire ulteriori stimoli di miglioramento arrivano nel 1879 dapprima un concorso del Ministero dell’Agricoltura con il premio in palio all’EXPO di Milano del 1881 (quello che, come abbiamo già detto è stato vinto) e poi sempre dal ministero un aiuto economico di 250 lire stanziate per chiunque intendesse aprire una latteria. In Valtellina sorgono quelle di Talamona, Bormio e Grosotto che però per avere il premio in denaro devono fornire garanzie. Clemente Valenti nel frattempo è diventato sindaco di Talamona e può così garantire attraverso il comune. Nel 1880 scrive un nuovo statuto per la latteria sociale di Talamona togliendo dal regolamento le cinque lire di tassa che comparivano nel primo regolamento e aggiunge ai finanziamenti statali 140 lire di tasca propria. Nel complesso le spese serviranno a risistemare i locali di lavoro al prezzo di 233 lire e a prendere a noleggio i macchinari con tutto il restante. I locali li fornirà il pittore Giovanni Gavazzeni amico e dirimpettaio di Clemente Valenti che fornirà al prezzo d’affitto di 100-110 lire annue i locali al pianterreno della sua casa. Per lavorare nella sua nuova latteria Clemente Valenti vorrebbe casari che sappiano leggere e scrivere, ma in quegli anni il massimo cui può aspirare sono i semianalfabeti. Il primo assunto si chiamava Carlo Ciaponi che se la cavava coi numeri al punto che ogni allevatore portava in latteria la sua parte di latte contrassegnata da un numero, un’usanza che si è mantenuta nel tempo. Il regolamento della latteria è stato firmato il 18 gennaio 1880, la latteria sociale nasce ufficialmente il 27 febbraio (a Grosotto nacque qualche tempo prima, ma ancora con sistema turnario) e conta 41 soci e 65 mucche cifre destinate col tempo ad aumentare soprattutto dopo il successo all’EXPO Milano 1881. Un successo che se non si traduce in effettiva commerciabilità dei prodotti non serve. La produttività della latteria negli anni Ottanta dell’Ottocento si aggirava intorno a 50 kg di burro a settimana lasciando il restante latte per la lavorazione di formaggi magri e semigrassi che si vendevano a Morbegno e tuttalpiù a Lecco. Come espandersi? Preparando meglio i casari ad esempio. Nel 1883 la latteria Valenti diventa il secondo Regio Osservatorio di caseificio in Italia (il primo è Portici) cioè una scuola che prevedeva corsi teorici e pratici con tanto di stage da cui uscivano i migliori casari cui tutte le latterie, perlomeno dei dintorni, facevano riferimento, una delle prime scuole italiane ad ammettere dal 1885 anche donne molte delle quali madri che educando i figli trasmettevano loro quello che avevano imparato. Per studiare da Valenti arrivavano da tutt’Italia. A questo punto Simona ha letto un estratto della sua tesi, un aneddoto relativo ad un ragazzo sardo con tanto di lettera scritta dal medesimo. Nominati all’ultimo momento non fu semplice raggiungere Talamona (per i praticanti casari ndr). In particolar modo non tutti avevano le idee chiare sul corso, sullo svolgimento e soprattutto sul viaggio per raggiungere il paese. In particolar modo questo ragazzo scrive: sono stato nominato almeno per il prossimo trimestre del corso pratico e teorico di caseificio di codesta latteria con assegno di 50 lire mensili per pagare vitto e alloggio e mi dovrò trovare da lei entro il 15 corrente. Io non conosco codesti luoghi ne alcuno sa dirmi condizioni a riguardo del corredo del mio collocamento perciò mi rivolgo a lei, onorevole direzione, pregandola della gentilezza di indicarmi se gli alunni vengono alloggiati in uno stabilimento, in un albergo o in case private, quale bagaglio si deve portare cioè solo gli abiti o se sono necessari anche materasso e biancheria da letto e prego anche di indicarmi quali pratiche sono necessarie per procurarmi vitto e alloggio. Praticamente si andava alla ventura iscrivendosi già maggiorenni. Fortunatamente Clemente Valenti aveva molti riguardi verso i suoi allievi. I maschi alloggiavano nelle case nei dintorni della latteria mentre le ragazze al terzo piano del Palazzo Valenti con la servitù. Una  di queste ragazze, originaria di Osopo, anni dopo scriverà una lettera al Valenti per ringraziarlo di averla fatta sentire a casa e per mandare gli auguri di Natale con anche dei doni: un carretto giocattolo per il figlio Guido e una lingua salmistrata per lui e la sua gentil signora (i maschi invece scrivevano solo per richiedere lettere di raccomandazione quando volevano concorrere come direttori di latteria). Luigi Zanelli, formatosi a Reggio Emilia in visita nel 1885 in Valtellina dovette riconoscere gli alti standard di qualità raggiunti. Ma restava ancora da risolvere la questione della commercializzazione su larga scala dei prodotti. In tal senso un trampolino di lancio lo fornisce un’esposizione nazionale organizzata a Lodi nell’ambito della quale la Valtellina entra in contatto con ditte e commercianti a livello nazionale. Un po’ grazie a questi contatti un po’ tramite il passaparola i prodotti circolano, in particolar modo il burro, fiore all’occhiello, che nel 1886 sta sulle tavole degli alberghi di Montecarlo, ma che fa la sua bella figura anche negli alberghi valtellinesi in particolar modo alle terme di Bormio dove giunge un notaio di Roma, tale Cerretti,  che farà conoscere alla sua cerchia di conoscenti il burro valtellinese e contribuirà ad aprire i commerci con Roma. Col tempo i commerci si espandono in tutto il Piemonte, la Liguria parte della Francia, a Terni al Grand Hotel Europe e all’estero, a Londra ad Atene per circa un anno e ad Alessandria d’Egitto per poco meno (il problema era il trasporto, non c’erano le celle frigorifere, bisognava avvolgere il burro in stracci umidi e riporli in tole di latta rivestite con paglia). Fu anche per seguire queste rotte commerciali che  Clemente Valenti volle la stazione di Talamona. Gli inizi come sempre furono un po’ difficili. Un tale Melchiorre Sordi non riteneva il burro di Talamona commerciabile perché era di colore giallino e perdipiù aveva insinuato il dubbio che fosse impastato. Valenti si arrabbiò e il resto è storia. Una storia che lascia spazio anche alla leggenda, una leggenda che vuole che il nostro burro sia arrivato anche a Calcutta. In realtà era successo che una ditta londinese che commerciava anche a Calcutta avesse avanzato questa proposta, ma non se ne fosse fatto nulla poi. Sempre da Londra giunsero proposte per modernizzare la produzione, per adeguarsi ai gusti della gente che apprezzava i formaggi grassi, per fare i quali però bisognava non produrre il burro che era il prodotto di punta. Si pensò allora di innovare il burro, creando il burro salato. Da Londra avevano preparato le etichette, Valenti ha preso contatti coi direttori di latteria, ma gli allevatori non volevano saperne. C’è sempre nella popolazione questa tendenza a bloccarsi di fronte alla prospettiva di fare i salti di qualità veri e propri. Ma non si può non dare comunque merito al Valenti e all’avventura della latteria senza la quale noi tutti oggi saremmo molto diversi.

Non ho potuto fare a meno di pensare, mentre ascoltavo, a come il latte in questa storia abbia assunto un’ulteriore motivazione per essere definito fonte di vita. Non solo perché nutre gli infanti, ma perché l’ha resa migliore a tutti e a tutti ha dato l’opportunità di essere migliori.

Antonella Alemani

TRADIZIONI TALAMONESI

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 LA LATTERIA  CENTRO DI VITA SOCIALE

                                                                               Guido Combi (GISM)

A Talamona di latterie sociali ce n’erano tre, ora ne è rimasta una sola: la latteria Coseggio. Le altre due, quella di via Cerri e la Valenti, la più antica, prima una, poi l’altra hanno cessato la loro attività.

I piccoli allevatori sono diminuiti di numero, fino quasi a sparire. Sono sorte, invece, poche grandi aziende di allevamento e questo fenomeno ha segnato la sorte delle latterie sociali.

Eppure queste latterie hanno svolto una funzione molto importante nella nostra società talamonese fino a non molto tempo fa.

Sono nate, appunto, come latterie sociali, mentre in altri paesi valtellinesi erano sorte latterie turnarie che avevano una struttura organizzativa diversa: Quando? Perché? Chi le ha fatte nascere? Qual era l’ambiente sociale in cui sono sorte? Come erano strutturate?  Che tipo di statuto hanno adottato ciascuna di esse? Quali erano i poteri dell’ assemblea dei soci e del consiglio? Quando si riunivano? Quanti erano i soci di ciascuna? Quanto latte lavoravano?…e si potrebbe continuare con i quesiti.

Mi sembrano domande interessanti che giro agli studenti dell’Istituto comprensivo, perché possano indagare, alla ricerca di documenti che le latterie conservano e di testimonianze dirette da parte di vecchi soci, di una parte  sicuramente importante di vita e di storia economico-sociale  del nostro paese.

Essendo stata la componente contadina di primaria importanza nella realtà talamonese e non solo, fino verso la fine del secolo scorso, anche l’allevamento delle mucche, di solito da una a  quattro/cinque, per ogni nucleo familiare, secondo la composizione e secondo l’estensione dei terreni a prato posseduti, salvo poche aziende con numeri maggiori, era importante.

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In moltissime famiglie di coltivatori diretti, la consistenza della stalla, ha influito sulla  strutturazione e sui rapporti all’interno della singola famiglia e sul suo tenore di vita, evitando a volte l’emigrazione della nostra gente. Ricordo che eravamo ancora nel periodo della famiglia patriarcale, nel mondo contadino.

Qui, come si sarà capito, non intendo affrontare il tema dal punto di vista storico-sociale, come ho già spiegato, ma, sulla base dei ricordi, ricostruire la vita che si svolgeva attorno  e dentro  una latteria, anche  per la  conoscenza diretta che ho avuto, ricoprendo l’incarico di segretario della Latteria Valenti  per due  anni sociali  dal 1959 al 1961.

Bacini di utenza

Come sappiamo, le latterie erano tre, ciascuna con un bacino di utenza territorialmente abbastanza vasto.

Sulla latteria Cerri gravitavano le contrade Barri, Cerri, Serterio, Cà di Feree. Alcuni contadini di Case Barri avevano le mucche alla Torraccia, sul confine col Comune di Forcola, e da lì portavano il latte ogni giorno.

La latteria Coseggio era il punto di conferimento delle contrade Ursìn, Cusécc suro e sut, Ca di Giuàn , Saràc, Batirìn, Culumbìn, Perlìn, Mariöi, Munt Mars. Alcuni avevano le mucche, in certi periodi,  in Ciif e in Sasélo. C’erano anche soci di Cà di Gado e Cà di Ferèe. Il latte veniva portato anche da Cà di Risc e da Cà dul Màrtul, nel periodo autunnale e primaverile, quando le mucche vi venivano portate per il pascolo e il consumo de fieno.

La latteria Valenti, la più grossa, serviva i soci di via Mazzoni, Via Valenti, Via Torre, Ranciga fino a Cà la  Vulp, la zona della Piazza, i Tarabìn, cioè via Erbosta.

Se si pensa ai tanti soci che conferivano il latte, mattino e sera, da Ottobre a Maggio, è facile immaginare come le strade di Talamona, allora libere dalle auto, selciate col “grisc”, fossero percorse da moltissime persone dirette verso i tre punti di raccolta del latte. I recipienti usati era vari: i “brentéi”, “i baldi” (i secchi per i non talamonesi), “el segi”, a volte due, portate “cul bàgiul” quando il latte era tanto. Poi c’erano molte persone, in prevalenza  ragazzi, che, di solito alla sera, pochi al mattino, si recavano alla latteria a comperare il latte fresco appena munto, o il burro fresco.

Luogo di ritrovo

La sera, soprattutto, al mattina andavano tutti di fretta perché c’erano ancora i lavori della stalla da fare, la latteria era un punto  di aggregazione, di incontro di amici, di scambio di notizie, di esperienze, di battute, di complimenti alle ragazze e anche di “filarini”, lontano dal controllo dei genitori.

Io abitavo di fronte al mulino Manzoni e vedevo passare questa processione tutte le sere davanti a casa mia.

Da ragazzino, andavo a prendere il latte alla latteria Coseggio, che è a due passi e, fuori, nel cortile o sulla strada, appoggiati al muro di cinta, sostavano sempre  parecchi giovanotti, in  camicia, con le maniche rivoltate, col secchio vuoto infilato nell’ avambraccio o appoggiato sul muretto o col “brentél”  vuoto sulle spalle. Il gruppo variava sempre, perché c’erano quelli arrivati prima che tornavano a casa per gli ultimi lavori nella stalla  i quali erano sostituiti da nuovi arrivati appena appena usciti dalla latteria. Quelli che arrivavano col carico del latte entravano rapidi nel locale di conferimento, per fare in fretta e fermarsi dopo con gli amici per rilassarsi  un momento. Era un via vai continuo.

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Appena entrati ci si trovava in un locale piuttosto grande che fungeva da ricevitoria e vendita del latte e poi, al mattino presto,  serviva anche per la lavorazione del latte, essendo dotato di un grande focolare per la caldaia dove il bianco prodotto veniva scaldato, cagliato e trasformato in ottime forme di formaggio semigrasso. Al mattino, i soci   che arrivavano, siccome il casaro aveva già finito di cagliare, e aveva tolto la  “culdèro dal fugulaar”,  si fermavano volentieri vicino al fuoco a scaldarsi, anche perché, ai piedi, portavano i “sciapèi” e, con la neve, i “sciapèei feràa”,  o i “tumùn” (sorta di scarponi con la suola in legno e la tomaia in cuoio, fatti artigianalmente che qualcuno si faceva da sé), con le calze di lana fatte in casa, belle grosse, pochi i fortunati che avevano gli scarponi di cuoio.

La caldaia in rame, di dimensioni notevoli, conteneva  parecchi quintali di latte, fino a 12-15 quella più grande,  ed era  sostenuta dalla “masno”: un palo verticale girevole con un braccio che la sosteneva,  per cui  poteva essere messa sul fuoco, e tolta, senza sforzo da parte del casaro: semplicemente  facendola girare sui perni.

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Il casaro era il re della latteria.

Tutto il lavoro era svolto da lui e solo nella latteria Valenti aveva un aiutante. Veniva nominato ogni anno in base a una valutazione, da parte del consiglio della latteria, basata su vari elementi, non tanto di tipo economico (lo stipendio richiesto) quanto sull’abilità, l’affidabilità e la bravura nella produzione del formaggio. Erano perciò una garanzia determinante i risultati che aveva ottenuto nella sua carriera casearia precedente, anche in altre latterie, e la diretta conoscenza personale e soprattutto la fiducia che riscuoteva tra i consiglieri, che solito erano persone molto esperte che godevano la piena fiducia dei soci.

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Alla sera, nel locale descritto, il casaro riceveva il latte dei soci in grandi “baldi” di alluminio su uno dei quali veniva posto un grande  colo in rame, con un buco in mezzo, dove veniva inserito un riccio di castagno, o due, che trattenevano le impurità del latte facendo da filtro. I ricci furono in seguito sostituiti da una fitta retina.  Quando un secchio era pieno, il casaro lo portava in un locale adiacente e lo versava dentro una conca.

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Appena il socio aveva versato il proprio latte, il casaro lo pesava su una stadera appesa al muro e lo registrava. Il latte veniva versato in un altro secchio e su quello rimasto vuoto veniva posto il colo, pronto per il prossimo socio.

La quantità di ciascuno veniva segnata ogni giorno  su due libretti appositi che portavano il numero assegnato a ciascuno: uno rimaneva in latteria e il secondo al socio.

C’erano anche due scaffali  idonei a contenere i libretti, con stretti scomparti verticali pure numerati, uno dei quali era posto sopra il tavolo del casaro e l’altro all’entrata. Lì infatti era lasciato il proprio libretto dai soci che non volevano portalo a casa per non perderlo o rovinarlo. Era anche un dimostrazione di fiducia generale.

I soci rimanevano sempre all’esterno di una specie di recinto formato da secchi, oltre il quale il casaro serviva anche coloro che comperavano il latte con le misure in alluminio o in ferro da un quarto, da un mezzo e da un litro. Gli acquirenti portavano tutti il “sidelìn” più o meno grande, con o senza coperchio. Quest’ultimo dipendeva dalla distanza dalla casa alla latteria, per evitare di versare il latte con movimenti bruschi o inciampando o scivolando sulla neve, essendo di solito i ragazzi che erano incaricati dalle famiglie di questo servizio.

Ogni tanto, a sorpresa, c’erano i controlli sul latte. Alcuni funzionari dell’Ispettorato dell’agricoltura si sedevano ad un tavolino appartato, durante il conferimento e prelevavano dal latte di ciascun socio una piccola quantità, la  mettevano in una provetta  per controllare, con appositi strumenti, la densità e altre caratteristiche.

Ricordo che di solito era sempre tutto regolare, salvo una volta in cui il ragazzotto incaricato dalla famiglia del trasporto del latte, lungo la strada, si era fermato alla fontana e aveva aggiunto un po’ d’acqua per aumentarne la quantità. Ovviamente gli strumenti avevano rilevato l’irregolarità.

Dopo che era stata riferita la marachella al padre, lascio al lettore immaginare le conseguenze.

Le conche

Il secondo locale importante era quello delle conche. Ampio, aveva una struttura muraria della larghezza di circa un metro, alta poco meno, che girava attorno alle pareti, addossata su uno o due lati.

Il ripiano superiore era incavato per contenere le conche in fila una vicina all’altra. In questo spazio, una specie di largo canale, veniva fatta scorrere continuamente l’acqua   nella quale le conche erano immerse.

Il latte veniva versato in questi recipienti  del diametro da 80 a 100 cm, alti  attorno ai  20  cm, in modo che si allargasse, ottenendo una notevole superficie superiore.

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La spannatura

L’acqua fresca che lambiva le conche favoriva la risalita in superficie dei grassi che formano la panna e il casaro, il giorno, dopo con la “spanarölo”, un “ciapel” molto sottile, largo e pochissimo fondo, oppure una specie di “cazzarölo” sfiorando la superficie, prelevava la panna che metteva nella zangola (ul penacc) che si trovava nel locale attiguo dove veniva fatto girare per fare il burro.

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Il latte rimasto, dopo la spannatura, veniva versato nella caldaia (la culdéro), vi veniva versato caglio e poi scaldato per ricavarne il formaggio.  Rimaneva  quindi il siero (ul lazerùn), che i soci portavano a casa per nutrire i vitelli e i maiali, dopo che il casaro con la “pato” aveva tolto “ul cüc” e posto nella “fasèro”, con un peso sopra.

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“Ul dì de pago

I prodotti della latteria erano sostanzialmente tre: il formaggio, il burro e il siero. Il formaggio ogni mese, in proporzione alla quantità di latte portato, veniva assegnato a ciascun socio, assieme al burro e a una  somma in denaro.

Il denaro era il frutto della vendita ai clienti del latte e del burro. I soci tenevano molto alle loro forme di formaggio pregiato e di solito le ritiravano tutte. Quelle non ritirate venivano vendute dalla latteria e il socio riceveva il valore corrispondente in denaro.

Ogni mese  il segretario calcolava il valore del latte al litro con una semplice operazione. La somma mensile di denaro incassata veniva divisa per il totale dei litri di latte conferiti, che veniva desunto sommando i dati dei libretti di  di ciascun socio di quel mese.

Il Consiglio della latteria  si riuniva  una volta al mese e verificava e ratificava i calcoli del segretario. Quindi ogni mese, un pomeriggio, c’era “ul dì de pago” e i soci si recavano alla latteria per ritirare la loro parte di prodotti e di denaro.

 La tradizione di “casér” talamonesi

Il casaro, essendo l’unico dipendente, non aveva il tempo materiale per fare anche altri prodotto come la ricotta o altri tipi di formaggio.  C’era poi anche un problema di mentalità e di affezione ai prodotti genuini da parte dei soci. Infatti la tradizione dei casari talamonesi e la qualità del formaggio delle nostre latterie erano, e sono, meritatamente famose in tutta la Valtellina e la Valchiavenna.

I nostri casari venivano chiamati a lavorare in tutta la provincia.

Come si vede, era una lavorazione molto tradizionale, che si tramandava nel tempo, come lo erano i recipienti. L’unica macchina, se così si può chiamare, era la zangola che nella latteria Coseggio era fatta girare idraulicamente prima che fosse istallato un motore elettrico.

A fianco della latteria infatti passava “ul fiüm”, la cui acqua  faceva girare una ruota a pale che trasmetteva il movimento all’interno. Era praticamente una piccola ruota da mulino. L’acqua della  “roggia” (così è chiamata negli Statuti)  serviva anche, con una apposita deviazione, il locale delle conche per tenere fresco il latte.

La pulizia

Una caratteristica essenziale dei vari recipienti e attrezzi era la grande pulizia. Par evitare che i prodotti facilmente deperibili, come il latte, la panna e il burro andassero a male, tutti   “i vasèi” (recipienti) usati dovevano essere lavati con l’acqua bollente, subito dopo l’uso. Dovevano essere “sbruiàa”, trattati  con acqua “sbruiènto”, come si dice in talamun.

La “caséro”

Nella latteria c’era poi il locale casera dove, su apposite scaffalature, erano poste le forme di formaggio, che, stagionate, andavano dai 5/6 chili di peso ai 10.

Quelle fresche dentro  “el fasèri” venivano salate in presenza di umidità e, una volta raggiunta una certa maturazione, tolte e messe a stagionare. Per una giusta maturazione in modo uniforme, il formaggio doveva  essere pulito periodicamente, cioè “raspato” e le forme voltate ogni settimana. Queste cure davano prodotti di ottima qualità, apprezzati ovunque.

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Il casaro, per questa operazione, si recava in latteria al pomeriggio. Noi ragazzi che abitavamo vicino, quando vedevamo il portone aperto, andavamo a trovarlo mentre lavorava e lui ci dava “la raspo” da mangiare  con “el guarduli”, cioè quelle escrescenze esterne alla superficie della forma che venivano tagliate.  Così la “furmagio” risultava più regolare e poteva essere pulita meglio.

I cambiamenti nella società talamonese

Queste note, desunte da ricordi, in cui qualcuno forse può ritrovarsi, vogliono essere uno spaccato di vita talamonese: quella che ruotava intorno alle latterie  verso la metà del secolo scorso e negli anni precedenti. Il progredire della società ha provocato grandi cambiamenti anche, e forse soprattutto, nella vita contadina, facendo scomparire i piccoli allevatori. La mucca, che è sempre stata un supporto e un bene prezioso, che serviva a mantenere la famiglia, ha perso valore,  sostituita da altri tipi di lavoro più redditizi. In questo modo sono stati abbandonati anche molti lavori legati all’allevamento e all’agricoltura. E su questo tema il discorso potrebbe essere molto lungo, ma non è questo né il luogo né il momento per approfondirlo.

Oggi i piccoli allevatori sono pochissimi e questo ha provocato la chiusura della latterie sociali, sorte per sostenerli.

Quindi non ci resta che  richiamare alla memoria questi avvenimenti, per non dimenticarli,  perchè fanno parte del nostro vissuto comunitario  venendo noi da quel tipo di organizzazione sociale. Queste sono le nostre radici e per ricordarle dobbiamo scrivere  di loro, metterle nero su bianco, anche per tramandare ciò che i nostri vecchi hanno saputo costruire.

Nel nostro caso, le latterie sociali, che hanno dato fama al nostro paese  e hanno creato benessere per i soci e per “i talamun”, in tempi più duri di quelli odierni.

Lascio quindi ai nostri giovani, se lo vorranno, il  compito di approfondire il tema “latterie talamonesi”.

ndr (Tutte le fotografie inserite nell’articolo sono puramente a scopo figurativo, non si riferiscono a personaggi di Talamona)