GIOTTO, L’ITALIA

 La mostra su Giotto a Milano.

di Roberta Delmoro

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Nell’immagine un dettaglio del polittico Baroncelli

Si è aperta la mostra a Palazzo Reale a Milano Giotto, l’Italia (2 settembre 2015 – 10 gennaio 2016). L’evento conclude il semestre Expo 2015 con lo spessore culturale di un progetto scientifico lungamente meditato dai curatori, Pietro Petraroia (Éupolis, Milano) e Serena Romano (Université de Lausanne), studiosa di alto profilo e autrice di notevoli, recenti studi di approfondimento sui pittori giotteschi a Milano e in Lombardia in relazione alla committenza viscontea (la medesima ha curato con Mauro Natale la precedente mostra a Palazzo Reale: Arte lombarda dai Visconti agli Sforza. Milano al centro dell’Europa, 12 marzo – 28 giugno 2015).

L’esposizione si è avvalsa di un comitato scientifico di notevole spessore, composto dal presidente Antonio Paolucci, da Cristina Acidini, Davide Banzato, Giorgio Bonsanti, Caterina Bon Valsassina, Gisella Capponi, Marco Ciatti, Luigi Ficacci, Cecilia Frosinini, Marica Mercalli, Angelo Tartuferi, e dell’allestimento sapiente di Mario Bellini. Il catalogo, Electa editore, conta 150 illustrazioni, accessibile al costo di 35 euro in libreria e di 32 euro in mostra.

Ci si può domandare: perché Giotto a Milano? L’originalità e al contempo l’unicità di questa mostra, che raccoglie per la prima vola ben 14 capolavori del maestro, esposti con sensibilità e discrezione, lasciando trasparire tutta la sacralità delle opere nel rispetto di una corretta gradazione della luce e di una giusta collocazione rispetto allo sguardo del visitatore, sta nell’aver scelto una sede che può apparire periferica relativamente alle origini fiorentine del pittore. In verità la sede di Palazzo Reale simboleggia il momento della più tarda attività del maestro, che ormai vecchio, e col suo seguito di aiuti, approdava infine a Milano, lungamente desiderato e convocato dal signore Azzone Visconti, onde affrescare la perduta sala magna della sua splendida dimora, il cosiddetto Broletto Vecchio. Fatto demolire in buona parte su ordine di Galeazzo II Visconti, ma risorto in età sforzesca, l’edificio venne poi radicalmente trasformato nell’attuale Palazzo Reale e le sale espositive della mostra si collocano idealmente a pochi passi dall’antica sala magna di Azzone. Il cronista milanese Galvano Fiamma descrive una Vanagloria Mondana, accompagnata da un ciclo, probabilmente, di Uomini Illustri, che coi loro colori saturi e preziosi, con la lucentezza degli smalti e la concretezza delle carni mutarono, anche in Lombardia, il corso della storia dell’arte.

L’arrivo di Giotto a Milano, così come era accaduto nel resto d’ Italia, dal cantiere di Assisi, a Roma, a Rimini, a Padova, a Firenze, a Napoli, comportò un rapido aggiornamento della pittura locale sui suoi modelli e sul suo stile e qui si coglie il senso della mostra e del suo titolo: Giotto, l’Italia. Il pittore, con la sua bottega e coi suoi seguaci, rappresentò l’unificazione del linguaggio della storia dell’arte italiana, prepotentemente riapertasi al naturalismo, dopo i linearismi sinuosi e i preziosismi della pittura bizantina, e similmente alla pittura romana, presa a modello e lungamente studiata da Giotto. Le opere esposte, tra cui si contano il polittico di Badia, assieme ai successivi frammenti provenienti dagli affreschi giotteschi della chiesa fiorentina di Badia (1295-1310 ca.), il polittico di Santa Reparata, lo strepitoso polittico Stefaneschi (secondo decennio del Trecento) per la prima volta nella storia uscito dalla Città del Vaticano, collocato anticamente sull’altare maggiore della vecchia San Pietro in Vaticano, il raffinatissimo polittico Baroncelli (1330) e il polittico di Bologna (1332-1334 ca.) sono capolavori di capitale importanza che documentano il variare e maturare via via dello stile del maestro e della sua bottega negli anni e i modelli che il pittore lasciò nel suo frequente peregrinare e sui quali si formarono tanti artisti e seguaci in giro per l’Italia.

La logica espositiva della mostra, a opera di Bellini, è stata giocata su due elementi: il ferro e la luce. Tonnellate di “ferro nero” – e il riferimento, e l’omaggio diremmo alla famiglia di Giotto, figlio e fratello di fabbri ferrai, sono sottintesi – rivestono pavimenti e pareti creando un’oscurità appena solcata dalle venature bluastre che sono proprie di questo materiale “grezzo” e che ripropongono le dimensioni e altezze degli altari sui quali sono stati collocati i polittici e i pannelli. Sui pavimenti a terra sono state riportate in grossi caratteri bianco su nero le didascalie e la planimetria della chiesa di Badia, in modo da non obbligare l’osservatore all’avvicinarsi ed allontanarsi dai soliti “scomodi” cartellini. La luce: che rompe l’oscurità illuminando solo i capolavori, che risaltano così di luce propria e della giusta dimensione cultuale restituita, spesso perduta nelle affollate sale espositive dei musei…

Iniziano e concludono la mostra le sale didattiche, attente e didascaliche, pensate per spiegare Giotto e per renderlo in un certo qual modo, come la lingua italiana, alla portata di tutti.

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info utili: Giotto, l’Italia. Palazzo Reale a Milano, fino al 10 gennaio 2016.

Orari Lunedì 14.30-19,30 – gli altri giorni della settimana orario continuato dalle 9,30 alle 19,30; giovedì e sabato chiusura alle 22.30.

Catalogo Electa (32 euro in mostra). Ingresso (intero) euro 12, comprensivo di audioguida. Riduzioni per giovani inferiori a 26 anni, ultrasessantacinquenni, gruppi adulti, riduzioni speciali per gruppi organizzati da Fai e Touring.

Altre tariffe speciali per famiglie. Informazioni, prenotazioni e prevendita biglietti 0292800821 – visite guidate e didattica 0239469837 – 0220404175

LE BELLE ARTI

Cristo crocifisso in un dipinto italiano del XIII secolo, le cui caratteristiche stilizzate seguono il disegno e gli schemi tradizionali.

Cristo crocifisso in un dipinto italiano del XIII secolo, le cui caratteristiche stilizzate seguono il disegno e gli schemi tradizionali.

La definizione delle “belle arti” si adatta a quel tipo di musica, di poesia, di prosa, di pittura, di scultura, di architettura eccetera, in cui sentiamo la forte influenza della personalità dell’artista.

Questo termine distingue ad esempio la letteratura dal giornalismo, una sinfonia da una canzone di successo, un capolavoro della pittura da un manifesto e una scultura in marmo da una statuina di cera.

sotto, Cristo dipinto da Giotto, l'artista fiorentino che ruppe la tradizione medioevale e seppe infondere nelle proprie opere la sua personalità creativa e una piena conoscenza della validità della realtà umana.

Cristo dipinto da Giotto, l’artista fiorentino che ruppe la tradizione medioevale e seppe infondere nelle proprie opere la sua personalità creativa e una piena conoscenza della validità della realtà umana.

Tali distinzioni sono ovviamente esatte solo in linea molto astratta e generica. E’ la qualità dell’idea dell’artista e della relativa realizzazione in una forma d’arte che giustifica l’uso della definizione “belle arti” per descrivere quell’opera.

Lo scopo ci dà un altro mezzo per capire la definizione di cui sopra: le “belle arti”, infatti, non hanno uno scopo immediato e facilmente definibile. Un buon lavoro di ebanisteria è in fondo un mobile e ha uno scopo preciso, ma molti buoni dipinti non hanno una funzione così immediata e ovvia, se si eccettua un certo fine decorativo, che è tuttavia sempre limitato.

L’artista, sempre inteso nel significato pieno del termine, usa questa libertà per cercare nuove idee, per trovare nuove forme di espressione. In questo senso, lo studio di un artista è come un laboratorio scientifico: come lo scienziato tenta incessantemente di estendere con nuove scoperte i confini della conoscenza, così l’artista nel suo lavoro cerca continuamente di trovare migliori e nuovi modi d’espressione. E ancora, come le scoperte dello scienziato sono sfruttate dai tecnici e dall’industria, così l’opera dell’artista favorisce nuovi sviluppi delle arti di massa.

Dato che l’opera dell’artista è spesso sperimentale, è difficile capirla a prima vista e questa asserzione è particolarmente vera per quanto riguarda le arti del XX secolo. Le opere del Rinascimento, del resto, contenevano  elementi immediatamente interpretabili, ma anche elementi che erano contemporaneamente profondi e sottili, cosa non facile a essere spiegata in poche parole. Per capire esattamente, dobbiamo infatti passare parecchio tempo in una galleria di dipinti del Rinascimento. Dopo un certo periodo, ci accorgiamo di aver progredito dallo stadio iniziale, in cui vedevamo i dipinti come pure e semplici illustrazioni di certi avvenimenti, a uno stadio in cui incominciamo a intravedere il mondo sotto una nuova prospettiva, una prospettiva che è in certo qual modo espressa dai quadri.

Se si vuole apprezzare l’opera di un artista, bisogna perciò rinunciare ai giudizi-lampo e studiarla con pazienza. Questo è vero, particolarmente oggi, quando l’artista, come accade in molte altre professioni, è divenuto uno specialista: cinquecento anni fa un uomo colto si poteva interessare di quasi tutto lo scibile del suo tempo, mentre oggi sono pochi gli industriali che pretendono di capire che cosa fanno i loro impiegati-scienziati. Ciò è valido anche per l’artista: non possiamo aspettarci di capire la sua opera ad un primo sguardo.

Data la difficoltà di spiegare in termini semplici le creazioni delle “belle arti”, molti critici d’arte ripiegano sull’idea che si debba essere nati con una speciale “simpatia”(cioè compartecipazione) per poter capire l’opera di un artista. Ma la comprensione non è così semplice: richiede una grande pazienza, la buona volontà di apprendere dall’opera d’arte stessa, di ascoltare e di leggere a lungo.

Marta Francesca,Matilde,Lucica

PERCHE’ E’ NATA LA MODA?

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Il termine moda deriva dal latino modus che significa maniera, norma. Nel 1645, l’abate Agostino Lampugnani, nel suo trattato “La carrozza da nolo”, ovvero del vestire alla moda, utilizzò per la prima volta il termine moda.

                                                             Perché è nata la moda?
La moda è nata principalmente per motivi di sopravvivenza, poi successivamente per distinguere le diverse classi sociali.
Dal XIV secolo il lavoro del sarto si sviluppò molto. Un buon sarto doveva saper soddisfare ogni necessità dei suoi clienti. Il sarto doveva essere un uomo ed era servo del cliente presso cui viveva. Ogni vestito era un pezzo unico, infatti, i sarti cucivano abiti su misura per i loro padroni.
Alcuni pittori, come Giotto e Antonio del Pollaiolo creavano anche modelli di abiti e tessuti.
Dopo la rivoluzione francese del 1789, il nuovo governo abolì le regole rigidi della corte, stabilendo che ognuno poteva vestirsi a suo piacimento, quindi il sarto esprimeva nei modelli e nei tessuti tutta la sua creatività.
Le prime basi della moda furono dettate dalla Francia. Nei prossimi numeri vedremmo l’evoluzione della moda a partire dal fastoso stile di Luigi XV.

Sara Bulanti, Alessandra Luzzi, Giada Ciraulo