MOSAICO DELL’ESEDRA

 

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Il prefetto della Biblioteca Ambrosiana Giovanni Galbiati (1881-1966), negli anni 1930-31, in occasione del bimillenario virgiliano, fece realizzare nell’abside della Sala dell’Esedra un grande mosaico, opera dei pittori Carlo Bocca(1901-1997) e Giovanni Buffa(1871-1954) e del mosaicista Rodolfo Gregorini. Il mosaico riproduce fedelmente la celebre miniatura che Francesco Petrarca commissionò a Simone Martini come tavola di apertura del manoscritto contenente le opere di Virgilio e che il Petrarca teneva come libro prezioso e quasi come diario personale, come dimostra il fatto che proprio sul primo foglio egli annotò il triste evento della morte di Laura.

Tale manoscritto è uno dei cimeli più preziosi conservati nella Biblioteca Ambrosiana e volutamente il prefetto Galbiati volle, nell’abside dell’Esedra, la riproduzione a mosaico della miniatura di Simone Martini perché tutti potessero conoscerla, non potendo ammirare l’originale.

Si tratta di un’allegoria: Virgilio è rappresentato nell’atto di comporre, mentre Servio, il commentatore medievale del poeta latino, con atto simbolico discosta il velo, come per indicare che attraverso i suoi commenti egli ha “svelato” i significati più profondi della poesia virgiliana. Attorno troviamo le tre figure allegoriche che rimandano alle tre opere principali di Virgilio: il pastore che allude alle Bucoliche, l’agricoltore che allude alle Georgiche e l’eroe in armi(Enea) che allude all’Eneide.

 

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Fonte: Guida alla Pinacoteca Ambrosiana, De Agostini, 2013

In architettura, un’esedra è un incavo semicircolare, sovrastato da una semi-cupola, posto spesso sulla facciata di un palazzo (ma usato come apertura in una parete interna). Il significato greco originale (un sedile all’esterno della porta) afferiva a una stanza che si apre su un portico, circondata tutt’intorno da banchi di pietra alti e ricurvi: un ambiente aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione filosofica. Un’esedra può anche risaltare da uno spazio vuoto ricurvo in un colonnato, magari con una sede semicircolare. L’esedra fu adottata dai Romani, per poi affermarsi in epoche storiche successive (a partire dall’architettura romanica e da quella bisantina)

LA GRANDE BIBLIOTECA AMBROSIANA

 

 

FedericoBorromeo.Cardinal

 

 

La grande Biblioteca lombarda fondata dal cardinale Federico Borromeo fu una delle prime che per il gesto di un illustre mecenate venisse aperta alla pubblica lettura (1609).Fu concepita dal fondatore come un centro di studio e di cultura: volle infatti che vi fiorissero a lato altre istituzioni come il Collegio dei Dottori, l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca.Il cardinale raccolse per la sua Biblioteca, che dal santo protettore di Milano chiamò Ambrosiana, un largo numero di codici greci, latini, volgari e nelle diverse lingue orientali. In essi si comprendono i fondi preziosi derivanti da istituzioni religiose come il monastero benedettino di Bobbio, il convento agostiniano di Santa Maria Incoronata e la biblioteca del Capitolo Metropolitano di Milano; così pure quelli provenienti da importanti collezioni private come quella di Gian Vincenzo Pinelli, Francesco Ciceri e Cesare Rovida, illustri studiosi e bibliofili del ‘500. Fra gli innumerevoli donatori che arricchirono in seguito l’Ambrosiana, si segnalano Mellerio, che nel secolo XIX, legarono la Biblioteca delle loro straordinarie raccolte librarie.Per la vastità delle raccolte e per il numero e il pregio dei codici, l’Ambrosiana è indubbiamente una delle prime biblioteche italiane e del mondo. Ebbe illustri bibliotecari quali lo storico milanese Giuseppe Ripamonti, Ludovico Antonio Muratori, Giuseppe Antonio Sassi, il cardinale Angelo Mai, Antonio Maria Mercati e Achille Ratti divenuto pontefice con il nome di Pio XI.La Biblioteca ha carattere storico, letterario, religioso, particolarmente classico retrospettivo, ossia volto allo studio del passato; è retta da due Collegi, uno dei Dottori – presieduto dal Prefetto – che sovraintende alla sua attività culturale, e l’altro dei Conservatori, preposto alla sua amministrazione.Fra le ricchissime collezioni ambrosiane si ricordano il fondo arabo ed orientale, di eccezionale importanza; la biblioteca glottologica-dialettale di Carlo Salvioni e la raccolta araldica di Eugenio Casanova. Si contano numerosi palinsesti (con pezzi pregevolissimi come gli unici frammenti superstiti della Vidularia di Plauto, risalenti al V secolo, e parte della versione gotica del Vangelo compiuta dal vescovo ariano Ulfila) e molti manoscritti splendidamente miniati come il Libro d’ore Borromeo, di mano di Cristoforo De Predis, o il Gellio decorato e firmato da Guglielmo Giraldi.

Ma sopra tutti eccellono l’Ilias picta del V sec., il famoso Virgilio con annotazioni marginali di Francesco Petrarca, miniato da Simone Martini, il Giuseppe Flavio, nella versione latina, su papiro, il codice irlandese e quello provenzale. Vi sono poi diversi codici autografi come il De prospectiva pingendi di Piero della Francesca, l’Aristotele con il commento trascritto dal Boccaccio, la Vita di Guidobaldo di Montefeltro di mano di Pietro Bembo e gli autografi di S. Tomaso d’Aquino, dell’Ariosto, del Machiavelli, del Tasso, di Galileo per arrivare all’intero fondo pariniano e di Cesare Beccaria.

Pregevolissimi, poi, sono molti degli incunaboli (da non dimenticare la rara edizione del Decamerone di Cristoforo Valdarfer, Venezia 1471) e le non poche edizioni principi.

La Biblioteca inoltre possiede molte legature di pregio di manoscritti come di stampati, di cui una addirittura in pelle umana. Fra le collezioni speciali sono infine da segnalare quelle degli statuti, delle edizioni aldine, cominiane e bodoniane, nonché la ricchissima collezione delle incisioni e delle stampe di circa 12.000 unità.

 

In questa sezione si succedono in ebook singoli capitoli tratti
dalla
Storia dell’Ambrosiana edita da Cariplo Banca Intesa.
Non sono in ordine di indice.
Si ripropongono solo argomenti ricollegabili
ad elementi rilevanti temporaneamente sul Sito.
 

 

L’Ambrosiana: “Per un servizio universale”
Queste parole, secondo l’Atto di fondazione dell’Ambrosiana stilato nel 1607, riassumono lo spirito del suo fondatore, confermato nel Breve papale dell’anno 1608. Nel 1604 l’arcivescovo Federico Borromeo aveva presentato a papa Clemente VIII il suo primo progetto di fondare a Milano una grande biblioteca pubblica. L’amore per i libri gli era stato instillato quando, in giovane età, aveva sperimentato a Roma l’importanza fondamentale della scienza e dell’arte, per una nuova evangelizzazione mediante il dialogo e lo studio della cultura moderna. A Federico il cardinale Agostino Valier scriveva nel 1587: «I buoni libri non ci portano via il tempo come la gran parte delle persone che ci vengono a trovare: i libri sono amici che ci possono arricchire quanto ne abbiamo voglia. Tu, quindi, o cardinale Federico, dovrai raccogliere una grande quantità di libri, dovrai costruire una biblioteca degna del tuo nobile animo, spendendovi senza risparmio tutto il danaro che sarà necessario».
L’acquisizione dei manoscritti
Un programma che il giovane erudito non tardò a realizzare, raccogliendo in pochi anni migliaia di manoscritti con le opere principali di tutti i letterati e scienziati allora conosciuti.
Mentre procedeva agli acquisti, tra il 1603 e il 1609 aveva già scelto alcuni giovani ecclesiastici di ingegno, come candidati alla Schola o Collegio dei Dottori, che intendeva istituire quale colonna portante del disegno culturale ambrosiano.
Un inviato dell’arcivescovo, il nobile canonico Gian Giacomo Valeri, riuscì nel 1605 ad assicurare all’Ambrosiana i codici dell’antichissimo convento di san Colombano a Bobbio: tra questi, molti palinsesti dei secoli V-VI, con gli Atti del I Concilio di Calcedonia nel 451, e il Canone che poi sarebbe stato chiamato “muratoriano” con il più antico elenco dei libri biblici, risalente ai secoli II-III.
Il colpo più grosso gli riuscì grazie all’abilità di Fabio Leuco, che per suo incarico ad un’asta pubblica in Napoli il 14 giugno 1608 si aggiudicò per 3000 scudi i 700 codici preziosissimi che erano appartenuti aGian Vincenzo Pinelli: tra questi, la celeberrima Ilias picta, miniata probabilmente per la Biblioteca di Alessandria d’Egitto verso la fine del V secolo.
Avido di conoscenze, Federico coltivava personalmente studi in moltissimi campi, interessandosi alla Sacra Scrittura, all’ebraico, all’arabo, al siriaco.
Il fondo ebraico più antico comprendeva originariamente circa un centinaio di codici, alcuni splendidamente miniati, fatti acquistare o copiare in tempi e modi vari, in conformità al piano scientifico della erigenda biblioteca, nel quale si privilegiavano, accanto agli studi classici e storici, gli argomenti biblici e talmudici, qabbalistici e filosofici secondo la prospettiva di Mosè Maimonide, pioniere del dialogo fra mondo antico e moderno.
La passione di Federico per gli studi orientali
Federico, mosso da una «incredibile passione per gli studi orientali», fu sensibile anche alla cultura araba, della quale volle apprendere non solo alcune nozioni di lingua, ma anche elementi fondamentali di quel sistema religioso e civile. Tra i testi letterari persiani figurano celebri poemi quali il Bustan e il Gulistan diSa‘di da Širaz, ed un piccolo gruppo a parte, non meno significativo, comprende tre codici cristiani, tutti recanti il Vangelo secondo Matteo in persiano: due di questi vennero copiati nel 1598 e 1601 da Tuma Jan, armeno di Aleppo, già alunno del Collegio dei Neofiti in Roma.
La raccolta ambrosiana di codici e stampe arabe, persiane e turche riflette un orientamento in armonia con le contemporanee fitte relazioni diplomatiche che andavano intessendosi tra la Santa Sede e l’oriente sotto il pontificato di Clemente VIII (1592-1605), in particolare con lo scià di Persia, il safavideAbbas I (1581-1629). In un suo scritto, stampato in versione latina nel 1626, il cardinale sostiene la dipendenza della cultura occidentale dalle civiltà asiatiche ed orientali:
«Anche gli autori di scienze non ecclesiastiche dovrebbero convenire sul fatto, che le nazioni europee hanno accolto più tardi le leggi e le tradizioni civili, ricevendole dai popoli asiatici, perciò i popoli occidentali sono stati educati da quelli orientali».
L’autore esprimeva anche – insieme a dure critiche – un apprezzamento positivo circa le origini dell’Islam, sostenendo che «Dio ha tollerato la setta maomettana, per distogliere i pagani dal culto degli idoli, e perché il male peggiore venisse meno fino a scomparire del tutto, grazie al male minore, Dio volle recare al mondo un rimedio, così che il maggior male non fosse accolto».
Federico svolge poi una riflessione circa eventuali possibili cause di crollo dell’impero ottomano, mostrandosi attento osservatore della crisi dinastica degli Osmani, culminata nel 1622 con la rivolta dei giannizzeri che trucidarono il giovane sultano Osman II.
Quasi anticipando giudizi e considerazioni che torneranno di attualità dopo due secoli e mezzo, al tempo della spartizione dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale, il Borromeo esprime un punto di vista che all’inizio del Novecento sarà quello dell’arabista linceo, il principe Leone Caetani (1869-1935), poi vigoroso antifascista; il Borromeo è favorevole alla stabilità garantita da tale impero, al punto da augurarsi che uno dei possibili giovani eredi di stirpe osmana, da lui personalmente incontrato ancora fanciullo (forse il futuro Murat IV) in Italia, possa divenire «più favorevole verso la Chiesa».
I rapporti di Federico con gli umanisti del suo tempo
Amico personale di umanisti e scienziati come Galileo Galilei e Johann Schreck, il naturalista svizzero nominato a Roma accademico linceo, divenuto poi gesuita e missionario in Cina, Federico intratteneva rapporti con studiosi da tutto il mondo. Quando, nel 1615, tornò il Europa da Pechino il successore diMatteo Ricci, l’umanista belga Nicola Trigault, insistette per riceverlo più volte a Milano, e ne ricevette i primi rarissimi libri cinesi, tra i quali figura un esemplare del Da Ming guan zhi, opera forse oggi unica rimasta, nella quale si descrive il sistema della Prefetture del Celeste Impero. A Trigault e Schreck in partenza per la Cina, dopo aver loro fatto visitare la biblioteca, Federico fece dono di un cannocchiale, che fu poi offerto all’imperatore nel 1634. Dalla Cina Schreck nel 1624 gli inviò un dettagliato resoconto sui Libri principali de’ Cinesi con breve argomento della filosofia loro, manoscritto appena riscoperto in Ambrosiana, nel quale gli riferisce che «La divisione generale della scientia, nella quale studiano li Cinesi ordinandola al governo, et conservatione della loro Repubblica (per lasciare da parte le arti liberali, e meccaniche) conforme ad essi contiene due membri principali, quali dicono esser necessari alla Repubblica, come due rote al carro per andare, e le due ali all’uccello per volar, delle quali se una manca, non si può muovere. Questi due membri sono scientia per il governo del regno, e arte militare per la sua difesa, castigo de tristi, e rebelli. Si che per dir che un’homo nella loro repubblica è perfetto, l’addimandano homo consumato nelle due scienze, arme, e lettere».
Il programma culturale di Federico
Il programma culturale di Federico, che Alessandro Manzoni celebrò nei Promessi sposi, rappresentava quattrocento anni fa quanto di più avanzato si potesse immaginare a proposito di incontri di culture e civiltà; nelle sue Direttive ai Dottori così li esortava: «Non credo, che alcuno sin’hora habbia esposto il Catalogo compito de i libri, Siriaci, né Arabi, né pure Hebrei; de gli Armani, de gli Illirici, de i Persiani, de i Chinesi, de gli Indiani, non ve ne è quasi cognitione. Et pure utile sarà la fatica. Massimamente se non sarà puro, et semplice Indice, ma che si dia ragguaglio, et mezzana Cognitione della qualità del libro, et di che cosa egli parla. Vi sono parimente quelli che sono in uso presso al Prete Janni. Et quelli de’ Moscoviti, et de Tartari? Né questa sarà impossibile impresa. Et se alcun’ libro non si potesse havere, si habbi di esso una fedele relatione. Né Tolomeo il Grande, poté vedere tutti quanti i luoghi, che egli descrisse nelle sue Tavole».
Bellezza, scienza, pietas
Il grande cardinale, accanto alla Biblioteca, tracciò norme esemplari per l’attività artistica nel suo Museo, ed eresse uno straordinario polo di carattere universitario e politecnico, istituendo quell’Accademia di pittura, scultura ed architettura, dalla quale Maria Teresa d’Austria nel 1773 cavò la sua Imperial Accademia di Brera. I tre pilastri sui quali volle innalzare l’Ambrosiana – bellezza scienza pietas – sono emblematicamente espressi al mezzo dello scalone d’onore, dove tra due calchi del Laocoonte e della Pietà michelangiolesca troneggia l’epigrafe dedicata al Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci, munificamente donato con altri undici manoscritti leonardeschi, nel 1637, dal conte Galeazzo Arconati. Da quattro secoli l’Ambrosiana sorge, nel cuore di Milano, sulle fondamenta del Foro romano, quale simbolo più alto dell’incontro tra fede e ragione, tradizione e modernità, speranza di dialogo e di pace.

FRANCESCO PETRARCA

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Foto: Francesco Petrarca, “Il Canzoniere”.

Pace non trovo et non ò da far guerra

et temo, et spero; et ardo et son un ghiaccio;

et volo sopra’l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto’l mondo abbraccio”

Francesco Petrarca, Il Canzoniere, sonetto CXXXIV

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Foto: Andrea del Castagno, Ritratto di Francesco Petrarca, 1449-1450 ca., affresco staccato e riportato su tela, 257×153, Galleria degli Uffizi, Firenze

Francesco Petrarca, scrittore italiano (Arezzo 20.7.1304 – Arquà, Padova 18.7.1374), figlio di ser Petraccolo (notaio come da tradizione di famiglia, guelfo di parte bianca, cacciato da Firenze nel 1302), trascorse la prima infanzia all’Incisa, presso Arezzo, dove nacque, trasferendosi quindi a Pisa, nel 1310, e poco dopo in Provenza, ad Avignone. Col fratello Gherardo iniziò i primi studi a Carpentras, dove si erano stabiliti con la madre; maestro fu un buon latinista, Convenevole da Prato. Passò in seguito all’Università di Montpellier, per gli studi di legge, poi, ancora col fratello, completò la sua formazione a Bologna, dove rimase tre anni e strinse amicizia con poeti come Cino da Pistoia e Giacomo Colonna. La morte del padre (1326) lo costrinse a rientrare in Provenza.

Il 1327 fu un anno importante, perché il 6 aprile, com’egli stesso riferisce, giorno di venerdì santo, incontrò per la prima volta, nella chiesa di S. Chiara in Avignone, la tanto celebrata Laura, amore di tutta la vita , simbolo nella sua poesia di purezza e virtù. Da Laura non ricevette grandi attenzioni, ma nella tradizione letteraria divenne fulcro d’ogni ispirazione, e dette l’estro per tutte quelle meditazioni e riflessioni sull’amore terreno e sull’amore divino, che, così profonde si trovano nell’opera poetica di Petrarca. Dal contrasto tra il divino e l’umano, tra le cose celeste e terrene nasce quel sentimento di tristezza che lo accompagna sempre, a volte manifestandosi in atteggiamenti meditativi, a volte in decisa ricerca della solitudine, lontano dalla vita animata e accattivante delle città. Così, Il Canzoniere riflette, più d’ogni altra opera, trent’anni di desideri, di speranze, di angosce, immutabili nel tempo ma connesse con il ricordo di quel primo e vano incontro con la sempre sognata Laura.

Ad Avignone ebbe vita culturale intensa, piena di rapporti e di contatti. Nei anni Trenta si concede lunghi viaggi, dettati da inquietudine e sete di conoscenze (per tutta la vita gli spostamenti e i viaggi saranno frequenti).

L’amore per Laura non escluse in Petrarca l’amore per la gloria, e a testimoniarlo sono i progetti per due opere di estremo impegno, L’Africa e il De viris illustribus, entrambe in latino, entrambe a lungo rimaneggiate e praticamente incompiute.

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Foto: Francesco Petrarca, Africa

Sull’Africa, scritta con l’intento di glorificare la Roma repubblicana (un concetto politico più tardi ribadito in varie forme), sarebbe ritornato in un altro ritiro campestre, Selvapiana (nella valle dell’Enza), dopo esser stato ricondotto a Roma da un solenne invito che si concluse con l’incoronazione poetica in Campidoglio (8 aprile 1341). Fu anche ospite a Parma, di Azzo da Correggio. Onori e gloria gli giungevano da ogni parte. Ma nel 1342 è ancora ad Avignone, dove Clemente VI succedeva a Benedetto XII. Nei pensieri politici di Petrarca c’è anche l’auspicio di un ritorno del papato a Roma, per riportare la città agli antichi splendori e alla naturale funzione di fulcro della cristianità.

Il 1343 segna una crisi spirituale: l’amatissimo fratello Gherardo entra in convento, a Francesco nasce una figlia (Francesca, che amorevolmente consolerà la sua vecchiaia), e dalla sua penna esce un dialogo latino tra San Francesco e Sant’ Agostino, il Secretum, un’opera portata a termine durante un soggiorno a Milano (tra 1353 e 1358). Tra un viaggio e l’altro, contrassegnati dalle solite crisi di malinconia, ebbe incarichi ufficiali, presso varie corti (Napoli, Parma ecc.), al servizio più o meno del papato avignonese. Sono di questi anni De otio religioso, De vita solitaria, Bucolicum carmen. In quest’ultima opera, un dialogo col fratello, riprende il tema del contrasto tra la vita pubblica e la quiete del chiostro. Un’opera in cui ribadisce i fondamenti del suo pensiero politico, ma si parla anche della morte di Laura, avvenuta, secondo quanto è detto, un 6 aprile, lo stesso giorno del loro primo incontro.

Gli anni seguenti lo vedono ancora vagare per varie corti, finché nel 1353 accetta l’invito dell’arcivescovo Giovanni Visconti e si stabilisce a Milano. Un soggiorno operosissimo, in cui mise ordine nelle lettere, dividendole in ventiquattro libri- De rebus familiaribus libri. Altre opere milanesi, l’Invenctiva contra medicum quendam  e De suis ipsius et multorum ignorantia  affrontano il contrasto tra la cultura scientifica di tipo aristotelico e la tradizione scolastica. Siamo in anni di crisi, in cui i valori medievali, soprattutto a livello filosofico, sembrano dissolversi di fronte a un sempre più presente platonismo; a Tommaso e al formalismo della Scolastica si contrappone Agostino e Cicerone; più che la natura, si tende a capire l’animo umano. L’Umanesimo è alle porte. In questo contesto culturale, filosofico, s’inseriscono tutte le future opere di Petrarca. Sono anni d’intenso lavoro, soprattutto di sistemazione di opere iniziate in precedenza, nonché di riordinazione del monumentale Canzoniere.

Ma la ricerca del luogo tranquillo, la ricerca di quella solitudine tanto aperta alla meditazione, lo condusse, dopo brevi soggiorni a Padova e Pavia, a ritirarsi sui colli Euganei, ad Arqua, ultima sua dimora. Lavorò ai Trionfi, un’opera in volgare, in cui elogia il trionfo dell’Amore, dell’Eternità, della Divinità, ma di cui non si conosce con esattezza una edizione definitiva né una precisa cronologia.

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Ma il grande lavoro di questi anni, praticamente tra il 1366 e il 1374 è quello compiuto sul Canzoniere, dove tutta la vicenda dell’amore per Laura, cristallizzata nella perfezione di una liricità assoluta, condizionerà per secoli la poesia italiana e universale. Una poesia, quella di Petrarca, senza luogo e senza tempo, che ritroviamo ampiamente ancora in pieno Ottocento.

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Bibliografia

U. Foscolo, Saggi sopra il Petrarca, 1821 (in ed. a cura di M. Fubini, Torino 1926)

F.de Sanctis, Saggio sul Petrarca, 1869 (in ed. a cura di E. Bonora, Bari 1954

F. Montanari, Studi sul Canzoniere del Petrarca, Roma 1958

A. Noferi, L’esperienza poetica di Petrarca, Firenze 1962

                                                                                Lucica Bianchi