LA VIRTU’ COME MISURA

“Chi semina virtù fama raccoglie”

Leonardo da Vinci

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Agesandros, Athenodoros e Polydoros, Laocoonte, II sec. a.C., copia romana, marmo, alt m. 2,42, Musei Vaticani, Roma

Oggi per noi il termine virtù vuole indicare una qualità di eccellenza morale e si riferisce ad una parte caratteriale che è comunemente intesa in modo positivo. Questo significato specificamente etico gli è stato attribuito nel corso degli anni, originariamente infatti virtù deriva dal latino “virtus” e dal greco “aretè” che indicano la capacità di una persona di eccellere in qualcosa. Nel tempo ci si è sempre interrogati sul vero valore della virtù, essa è davvero in grado di portare l’uomo al raggiungimento dell’equilibrio, rifiutando gli eccessi e riuscendo così a condurre un’esistenza serena e tranquilla? Nell’epoca rinascimentale si è sviluppato il concetto di virtù come una qualità in grado di far individuare all’uomo la giusta via di mezzo. Questo tipo di concezione ha così un grande successo in questo periodo grazie alla presenza di una mentalità antropocentrica basata sull’esaltazione della virtù umana,ritenendola capace di far rifiutare all’uomo ogni tipo di eccesso e condurre così una vita felice e soddisfacente, Uno dei più celebri pensatori greci ad appoggiare questa teoria e a parlare di virtù come concezione dell’equilibrio fu Aristotele. Costui riteneva che le passioni umane erano esperienze caratterizzate dall’eccesso e dal difetto ed era quindi importante imparare a viverle “quel tanto che basta”, ciò era possibile solo grazie alla virtù che avrebbe permesso di provare le emozioni in modo equilibrato. Questa concezione aristotelica viene poi ripresa successivamente da un filologo tedesco M. Pohlenz, il quale sosteneva che “il meglio è sempre ciò che sta nel mezzo”. Il giusto “mezzo” consiste perciò in un comportamento virtuoso in grado di controllare gli impulsi,oltre a sottolineare l’importanza in ambito etico, Pohlenz lo fa anche in ambito politico individuando nella virtù l’unico mezzo per ottenere “un’intelligenza propriamente politica”.

La funzione della virtù era quindi quella di portare l’uomo all’individuazione del giusto mezzo proprio come sosteneva il poeta Orazio. Lui riteneva che soltanto un “animo temperato” potesse porsi in modo adeguato davanti alla sorte e fosse in grado di rifiutare ogni tipo di dismisura, dato che il vero equilibrio risiede nella moderazione. In sostanza, il concetto di virtù tra classicità e rinascimento ha una certa continuità, data la ripresa della cultura classica nel Cinquecento. Prima di questa data però, la virtù non aveva una tale importanza, a causa della presenza di una mentalità teocentrica, sostenuta dalla Chiesa, la quale affermava che il mondo fosse governato da una legge divina. Con ciò si vuole sottolineare che l’ideale di virtù ha subito molteplici variazioni nel corso del tempo per i cambiamenti avvenuti in ambito storico e sociale.

Oggi la virtù non è più un concetto denominato e definito in determinati canoni, ma viene comunemente intesa come quella qualità che rispecchia in qualche modo i nostri valori, le nostre idee e ci spinge a superare i nostri problemi. E’ quella capacità in grado di distinguere i “grandi uomini” da quelli comuni.

 

Micol Bianchi, studentessa 4^,Scienze Umane,

 Liceo G.Piazzi – C.Lena Perpenti, Sondrio

LA RELIGIONE ROMANA

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Scultura in bronzo raffigurante Marte, Veneto XVI sec., su base in marmo bianco, altezza cm 25, con base cm 34. Ritenuto padre di Romolo, il leggendario fondatore di Roma, Marte fu particolarmente caro ai Romani, che lo veneravano con feste solenni all’inizio della primavera e in ottobre. Ciò era dovuto sia alle sue relazioni con gli eventi del mondo agricolo, sia al fatto che a primavera si allestivano le imprese militari, che terminavano con l’autunno.

Molto prima che avesse inizio la documentazione storica, le tribù latine della costa centro-occidentale d’Italia credevano in un gran numero di spiriti impersonali e di numi (forze soprannaturali). I numi abitavano luoghi e cose particolari, per una ragione o per l’altra misteriose o sacre (per esempio, il legno e i boschetti, i fiumi e la casa). I Latini si servivano di vari riti per respingere il male che gli spiriti e i numi emanavano o per incoraggiare le loro buone disposizioni. Con lo sviluppo di Roma, dal VI secolo a.C.circa, i numi e gli spiriti ricevettero gli attributi di dèi personificati, specialmente il gran dio del cielo Iuppiter (cioè Giove), Marte (in origine uno spirito della vegetazione, poi dio della guerra), Giunone (la sposa di Giove e, come la greca Era, molto interessata alle faccende delle donne) e Minerva (di origine etrusca e protettrice delle arti e dei mestieri, nonché, come Marte, dea della guerra).

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Statua della dea Minerva, Museo del Louvre,Parigi. Minerva fu una dea romana identificata con la greca Atena. Figurava nella triade capitolina a fianco di Giunone e Giove, ma non sembra che appartenga alla divinità del primitivo pantheon latino. Il termine Minerva fu importato dagli etruschi che la chiamavano Menrva. I romani ne confusero il nome straniero con il loro “lemma mens”(mente) visto che la dea governava non solo la guerra, ma anche le attività intellettuali.

Dal IV secolo a.C. circa, la religione latina si sviluppò su due linee, di cui una tra gli agricoltori e l’altra nella città di Roma, che cresceva rapidamente. I contadini continuarono i culti animistici (spiriti e numi), mentre in città la religione di Stato politeistica assumeva particolare importanza. La divinazione, per esempio, derivava in parte dai rituali etruschi: il popolo credeva che gli dèi rivelassero la loro volontà per mezzo delle grida degli uccelli, dei fulmini, dei sogni, delle interiora di animali, degli oracoli e così via. I sacerdoti avevano il compito di decifrare tali segni, e nessun capo cittadino avrebbe preso una decisione importante senza una divinazione favorevole.

Alla fine del III secolo a.C. entrò in gioco un’altra forza: Roma conquistò l’Italia Meridionale, dove l’influenza culturale greca era molto forte. Gli dèi greci vennero allora uguagliati a quelli di Roma: Poseidone fu Nettuno, Demetra Cerere, Ermes Mercurio, Zeus Giove e così via, il che confermò e accentuò la tendenza degli spiriti e dei numi a mutarsi in dèi con attributi umani.

I Romani pii di quel tempo coltivavano due atteggiamenti: la religio o sacro timore alla presenza degli spiriti e degli dèi, e la pietas o devozione e rispetto verso gli dèi, la patria, i genitori. Essi sottolineavano il lato formale, rituale della religione al fine di rafforzare i vincoli dello Stato e della famiglia, e non definirono chiaramente alcuna fede nell’immortalità fino al I secolo a.C., quando le speculazioni dei filosofi greci cominciarono a far breccia nel pensiero romano. Gli spiriti dei morti erano per loro simboleggiati dai Mani, originariamente affini alle divinità infernali.

La filosofia greca ebbe un duplice effetto, portando innanzi tutto allo scetticismo religioso. Il poeta Lucrezio (I secolo a.C.) espresse questo scetticismo nel suo De Rerum Natura con questi versi, scritti sotto l’influenza della dottrina epicurea:

“Tutti gli uomini sono stretti da paura quando osservano molti fenomeni terrestri e celesti di cui non riescono in alcun modo a scorgere le cause: allora essi ritengono che avvengano per volontà di un dio”.

Secondo e più importante effetto della filosofia greca fu l’adozione dello stoicismo da parte di molte persone illustri, mentre altri se ne lasciarono comunque influenzare. Questa filosofia fortemente morale spinse alla reinterpretazione dei valori tradizionali religiosi ed etici. Per gli stoici il cosmo era un tutto unitario: come un organismo, esso aveva qualità intellettuali e materiali. Un essere umano è così un microcosmo e dovrebbe automaticamente vivere in armonia col tutto. Lo scopo degli stoici nella vita era il raggiungimento della virtù perfetta, la quale rende l’uomo saggio e autosufficiente conferendogli una libertà simile a quella dell’intelligenza cosmica. Ma lo stoicismo assunse nella sua forma romana maggiore praticità: per esempio, l’ideale greco del saggio come persona tanto autosufficiente da poter vivere staccata dal mondo fu sostituito dall’ideale dell’uomo coraggioso e padrone di sé che esegue meticolosamente i propri doveri sociali e religiosi.

L’influenza delle religioni dell’Asia occidentale si accrebbe col passar del tempo. primi a distinguersi-nei secoli II e I a.C.- furono i culti della dea frigia Cibele, la “Gran Madre” o Magna Mater, e della dea della Cappadocia Ma (identificata con la dea della guerra Bellona).

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Statua in marmo di Cibele del I secolo a.C. da Formia, Lazio.
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Lucus Bellonae. Tre templi pare sorgessero in Roma, dedicati a questa divinità antichissima, più tardi identificata con la dea Lunare, culto molto diffuso nell’Asia Minore, con il suo centro in Cappadocia, e introdotto in Roma dopo le guerre contro Mitridate (88-85 a.C.)

Si diffusero anche i misteri di Iside e poi il culto di Mitra. Il loro successo, ottenuto a dispetto dell’opposizione della religione ufficiale dello Stato, sta a testimoniare della necessità che si sentiva di culti che avessero un significato individuale e non facessero parte della religione tradizionale allora ampiamente screditata. Quella religione che riprese vita, quando, seguendo i rituali delle dinastie ellenistiche orientali, i Romani cominciarono ad adorare i loro imperatori. Tale pratica le conferì un ruolo universale in tutto l’Impero. Ciò nonostante le religioni misteriche continuarono a rivaleggiare con essa, fino a che il Cristianesimo, divenuto la religione ufficiale, le soppiantò definitivamente.

Lucica

 

LA RELIGIONE GRECA

Nel secondo millennio a.C. la religione dei popoli di Creta e di Micene consisteva principalmente nel culto della fecondità e fertilità collegato alla dea madre.

Dea dei Serpenti dal Tesoro Sacro del palazzo di Cnosso, 1600 a.C.

Dea dei Serpenti dal Tesoro Sacro del palazzo di Cnosso, 1600 a.C

Dea dei Serpenti, Egeo, Creta, 1600 a.C.

Dea dei Serpenti, Egeo, Creta, 1600 a.C.

Nel 1100 a.C. tale culto fu sconvolto dai Dori, popolo invasore proveniente dalla Grecia Centrale, la cui religione si imperniava sugli dèi dell’Olimpo. Al tempo di Omero (intorno al IX secolo a.C.) la forma che la religione greca doveva mantenere poi per più di sei secoli era già ben determinata: il culto della dea-madre si era offuscato e, benché sopravvissero tracce della primitiva religione, erano gli dèi dell’Olimpo con a capo Zeus ad avere il sopravvento.

Busto di Zeus esposto al Museo archeologico Nazionale di Napoli

Busto di Zeus esposto al Museo archeologico Nazionale di Napoli

Benché il Zeus fosse il sommo, i Greci lo consideravano più il governatore del mondo che il suo creatore. In verità, persino la sua supremazia era limitata dal fatto che gli altri dèi possedevano volontà e funzioni indipendenti. Fra essi i più importanti erano: Apollo (identificato anche con Febo, il dio della luce), che si interessava di medicina, di animali, di musica e dell’oracolo di Delfi; Era, sposa di Zeus e protettrice del matrimonio; Poseidone, dio del mare e provocatore dei terremoti; Atena, patrona della città stato di Atene e dell’ arte; Afrodite, dea dell’amore. Ancora poco importante ai tempi di Omero, giunse più tardi a occupare uno dei primi posti Dionisio, divinità della vegetazione e figura centrale di culti misterici.  Atena e Afrodite sono probabilmente superstiti del culto preolimpico della dea madre, che assunse importanza nei misteri eleusini, riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi.

Placca votiva in terracotta, ritrovata nel santuario di Eleusi, Grecia, IV secolo a.C.

Placca votiva in terracotta, ritrovata nel santuario di Eleusi, Grecia, IV secolo a.C.

Man mano che la città-stato si sviluppava, la religione si mescolava sempre più alla vita politica e civica. Il culto pubblico veniva disciplinato dalla comunità, più che da una casta sacerdotale, e le numerose feste (70 all’anno) diventavano occasioni per atti ufficiali, come il ricevimento di ambasciatori, le onoranze a cittadini e così via. Questo formalismo spiega in parte perché certi culti misterici- l’orfismo e i misteri eleusini, per esempio- presero piede: essi appagavano i bisogni individuali come non erano in grado di fare le cerimonie civiche. Molti Greci, inoltre, erano sempre più scontenti della mitologia omerica, perché gli dèi dell’Olimpo rispecchiavano i costumi di un’aristocrazia conquistatrice. La mitologia olimpica venne sottoposta ad una critica severa durante l’età classica (V e IV secolo a.C.) soprattutto da Platone.

La disputa tra Appolo e Ercole per il tripode. Pelike attica(tipo di anfora greca con corpo rigonfio nella parte inferiore, usato nella ceramica attica dal 6° al 4° sec. a. C.) a figure rosse, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma

La disputa tra Apollo ed Ercole per il tripode.
Pelike attica(tipo di anfora greca con corpo rigonfio nella parte inferiore, usato nella ceramica attica dal 6° al 4° sec. a. C.) a figure rosse, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma

Dipinto vascolare raffigurante Zeus che invia un'aquila a divorare il fegato di Prometeo.

Dipinto vascolare raffigurante Zeus che invia un’aquila a divorare il fegato di Prometeo.

Il busto di Platone( 427-347 a.C. circa), il filosofo che rilevò l'assoluta mancanza di valori etici della mitologia greca.

Il busto di Platone( 427-347 a.C. circa), il filosofo che rilevò l’assoluta mancanza di valori etici della mitologia greca.

Ciò nonostante, la religione formale comprendeva una serie di feste importanti dal punto di vista spirituale e culturale: il teatro ad esempio, traeva le sue origini da rappresentazioni religiose e culti misterici. Alcune di queste manifestazioni erano panelleniche e promuovevano in questo modo l’unità delle popolazioni greche. Fra esse le due più significative erano i giochi olimpici e quelli pitici, i quali comprendevano gare atletiche e concorsi di musica e di poesia.

A incoraggiare l’unità greca c’era un’altra forza religiosa- l’oracolo di Delfi. Qui la sacerdotessa dava, in veste di portavoce di Apollo, consigli enigmatici su questioni religiose, etiche e politiche ai postulanti provenienti dalle diverse città-stato.

Gli scrittori delle tragedie classiche seguirono i dettami della religione formale ed espressero certe idee chiave che nei miti olimpici di Omero si possono vagamente intravedere. Così Eschilo personificò nelle sue opere i concetti di fato – la forza che controlla le faccende umane sia tramite la volontà degli dèi, sia attraverso le passioni degli uomini- e di hybris – ciò che spinge l’uomo a cercare l’uguaglianza con gli dèi, attirando perciò le catastrofi.

Ma alla fine dell’età classica, l’influenza della religione tradizionale sui cittadini greci colti andava diminuendo: ci si volgeva o ai vari culti misterici, che offrivano una partecipazione personale, o ai credi razionalistici dei filosofi. Dopo la conquista e l’unificazione della Grecia da parte di Alessandro Magno questo processo si accentuò, cosi che stoicismo e epicureismo giunsero a esercitare un forte fascino; contemporaneamente i culti ufficiali incorporarono quello dei nuovi governanti, un costume persiano adottato da Alessandro. Questo tipo di culto politico fu più tardi tributato agli imperatori romani per alcuni secoli.

Se tuttavia al livello mitologico gli dèi dell’Olimpo finirono col non avere più molto significato spirituale per i Greci colti, la loro brillante mondanità si dimostrò il meraviglioso modello sul quale venne plasmata l’arte greca: il naturalismo e le proporzioni della scultura greca riproducevano infatti la descrizione omerica degli dèi come uomini trasfigurati.

Matilde,Marta Francesca,Lucica