BIBLIOTECA ANCORA VIVA

TALAMONA bilancio stagione culturale 2013-2014

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IL RACCONTO DEL RAPPORTO SEMPRE PIU’ STRETTO TRA POPOLO E BIBLIOTECA, SEMPRE PIU’ CUORE PULSANTE DEL PAESE
Con l’arrivo dell’estate si è chiusa una nuova stagione culturale che ha avuto ancora una volta il suo centro nevralgico nella biblioteca. Mentre la stagione calda vede tutti impegnati in passatempi più leggeri e spensierati, per i volontari, che con passione si occupano della vita culturale talamonese è tempo di bilanci e di riflessioni per garantire ai propri utenti sempre la migliore offerta possibile. Ecco perché nel corso della stagione ci si è preoccupati di distribuire questionari ai partecipanti delle serate per sondare preferenze ed umori. In realtà tali iniziative non incontrano un’ampia adesione ed è un peccato perché sarebbe invece molto importante che tali sondaggi siano un’espressione il più possibile ampia e generale dell’intera popolazione e non solo di una piccola parte. In questo caso ad esempio sono stati compilati solo nove questionari da donne in età compresa tra i 51 e i 70 anni (più quelli compilati da me) che hanno espresso un livello di gradimento medio-alto anche tenendo conto del fatto che non tutti hanno partecipato a tutti gli eventi, c’è chi ha partecipato solo a uno, ma tutti sembrano aver apprezzato l’impegno dei volontari nell’organizzazione delle serate attraverso le quali la cultura diventa parte integrante della vita quotidiana ben coniugata a momenti di socialità che permettono di confrontarsi su argomenti di vario e pubblico interesse permettendo di allargare le proprie vedute verso una prospettiva mondiale e temi etici dei quali diventa sempre più importante parlare. In questo senso molto apprezzate sono state le serate dedicate ai monoteismi. Trovare punti di contatto tra le maggiori religioni del mondo è fondamentale anche per non alterare gli equilibri geopolitici in atto, per impedire ai ciechi fanatismi di prendere il sopravvento e soffocare valori universali come la libertà e la vita. E pensare che queste serate sono state inserite in calendario quasi all’improvviso sulla scia del successo avuto nel corso della serata per la memoria dell’Olocausto durante la quale si è pensato di mettere il punto più che sugli orrori inflitti al popolo ebreo, sulla cultura ebraica stessa per rendersi conto di quanto poco la si conosce e quanto poco la conoscevano anche quelli che la volevano sterminare. Una serata anch’essa rimasta in forse per molto tempo, ma che era troppo importante per essere saltata. Una serata realizzata a partire da un libro (PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter) facente parte di una serie che comprende anche proprio la serata di apertura della nuova stagione durante la quale è stato raccontato, attraverso un libro, il cammino di Santiago e quella dedicata alla ricorrenza del 4 novembre. Dopotutto la biblioteca è pur sempre fatta dai libri ed è in primo luogo attraverso i libri che la cultura si conserva e si trasmette per poi farsi viva e pulsante tra la gente anche attraverso altri canali. Attraverso i libri e attraverso gli archivi come quello storico recentemente restaurato e trasportato proprio nella Casa Uboldi. Questo evento, celebrato con una mostra richiesta anche per l’expo del 2015 e da esso patrocinata, è stato quello su cui si sono investiti maggior tempo ed energie anche a scapito di altre iniziative, come la primavera culturale, che quest’anno non sono state ripetute e di una forse minore frequenza di eventi, complice anche il rinnovo dell’amministrazione comunale. Ma per un’iniziativa che purtroppo è saltata un’altra è stata introdotta. Il comune di Talamona ha infatti aderito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti partendo dal presupposto che fare cultura significa anche trasmettere tutta una serie di valori dei quali fa parte anche la coscienza ambientale e l’importanza della tutela della conservazione degli ecosistemi e della biodiversità come patrimonio per le generazioni future, un patrimonio che in un certo qual modo si può considerare anche culturale e dei quali la nostra specie umana è solo una piccola parte non la padrona assoluta. Valori questi sempre più importanti vista la sempre maggiore sovrappopolazione e il disequilibrio delle risorse che è imperativo imparare a gestire in maniera più accorta e soprattutto sostenibile per l’ambiente. Insomma una stagione che nonostante tutto sembra non aver deluso tutti quelli che vi hanno preso parte (se si eccettua qualche piccola lamentela sull’acustica) una stagione che ha spaziato da temi classici (come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia) fin dai temi di scottante attualità dai quali non si può prescindere per riuscire a creare una cultura che sia davvero viva.

Antonella Alemanni

LEGGERE… CHE PASSIONE!

Biblioteca scolastica

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Le biblioteche hanno bisogno dei lettori, e non solo perché i libri senza chi li sfoglia e li ama non hanno senso di esistere, ma anche perché l’anima di una biblioteca è formata da tutti coloro che gli varcano l’ingresso, che si soffermano un’attimo a prendere un libro, che si scambiano opinioni, riflessioni, contribuendo così a diffondere il messaggio della biblioteca, a volte “nascosto”dentro i libri: un luogo per eccellenza di cultura, di incontro, di crescita insieme.

L’anno scolastico appena concluso ha visto impegnati nel progetto culturale “LEGGERE…CHE PASSIONE!”, volto alla “scoperta” della biblioteca, la classe quarta elementare dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni” di Talamona. Ecco alcuni dei titoli di questi laboratori: La carta fatta in casa, Il mio libro nascondiglio, Anima di carta, Sono bibliotecario. In conclusione del progetto, abbiamo raccolto le testimonianze dei bambini della classe quarta in merito a quello che ha significato per ogni uno di loro questa esperienza.

                                                                                                                La biblioteca è…
La nostra biblioteca è situata a Talamona, in provincia di Sondrio. In questa biblioteca si possono trovare libri interessanti e divertenti, anche per i più anziani.
A noi piace stare in questa biblioteca perché è molto divertente imparare a leggere certi libri molto istruttivi anche per prepararsi per le verifiche. Vi consigliamo di leggere molto libri perché possono trascinarvi in un’avventura magnifica che ricorderete per tutta la vita. 
                                                                                                                                                                                     Giulia Motta, Giulia Piazza, Angelica Valsecchi

Quest’anno scolastico abbiamo avuto la fortuna di andare in Biblioteca con il volontario per la cultura Lucica. I primi giorni ci siamo conosciuti e abbiamo preso in prestito i libri; dopo alcune settimane invece abbiamo iniziato vari progetti molto divertenti e utili. Il progetto che preferiamo è “IL LIBRO DA COSTRUIRE”, ma ci è piaciuto anche fare il laboratorio “LA CARTA FATTA IN CASA”.
Consigliamo ai nostri coetanei di venire in Biblioteca e leggere i molti libri che contiene. 
                                                                                                                                               Alessia Colombini, Melissa Mariani, Sarah Acquistapace Bertolini

 

                                                                                                                        L’anno dei libri
E’ stato molto bello in quest’ anno scolastico andare in biblioteca una o due volte al mese. E’ stato molto interessante fare i laboratori come “La carta fatta in casa”,” Il libro nascondiglio” e “Il nostro libro”. Poi qualche volta i bibliotecari siamo stati noi: abbiamo messo i libri nel giusto ordine sugli scaffali seguendo i simboli che sono diversi a seconda della tipologia di libri. 
                                                                                                                                                                         Giosuè Sassella, Michele Gusmeroli, Tommaso Maffia

 

                                                                                                                   I libri fanno storia
Ci è piaciuto venire in Biblioteca, perché i libri contengono storie e argomenti molto interessanti e anche perché servono per studiare. Noi vi consigliamo di venire qui, ci sono libri per tutti, grandi e piccoli, di paura e di cose inventate e molti altri libri.
Qui, c’è il gusto della scelta fra tantissimi libri. Abbiamo fatto anche alcuni laboratori: “La carta-come si fa?” , “Il libro nascondiglio”, e con la carta abbiamo costruito dei libri…e tanti altri ancora! 
                                                                                                                                                                                                                     Sara Falcetti, Leonardo Bulanti

 

                                                                                                                                   I libri
In quest’anno scolastico la maestra Flavia ci ha fatto conoscere la Biblioteca portandoci una volta ogni tre settimane. In questi giorni ci ha aiutato Lucica, che ci ha fornito delle tessere per poter ordinare i libri e scoprire novità interessanti.
Abbiamo scoperto perché la Biblioteca è utile e che dobbiamo farla conoscere agli altri in modo che possano vivere nuove avventure fantastiche e imparare nuove informazioni.
I nostri libri preferiti sono stati: “Lupo chi sei”, “La gatta magica” e “Un cucciolo da salvare”. Abbiamo vissuto un’esperienza fantastica! 
                                                                                                                                                                                                   Elisa Bonetti, Alice Papoli, Anita Ciaponi

Quest’anno abbiamo cambiato il sistema del prestito dei libri, non lo abbiamo più fatto a scuola ma siamo venuti in biblioteca, abbiamo conosciuto Lucica, la nostra guida. Ci ha insegnato tutti i simboli dei libri; con lei abbiamo fatto molti laboratori: “La carta fatta in casa”, “Il libro nascondiglio”, “Sono bibliotecario”, e poi abbiamo anche scritto noi un libro: il nostro si intitola “La nonnina con il porto d’armi”.
Ci è piaciuto venire in biblioteca, vi consigliamo di venire qui, poi c’è anche l’Internet! 
                                                                                                                                                                                                                           Fabio Bulanti, Dennis Callina

 

Che bello venire in biblioteca e poter leggere molti libri! Abbiamo gradito i vari laboratori, tra cui quello della “Carta fatta in casa”. C’è piaciuto stare in Biblioteca a riordinare gli scaffali durante il progetto “Leggere che passione”. I nostri libri preferiti sono stati: “Il grande libro dei dinosauri”, “Sandokan”, “Parlo subito inglese”, “Il quarto viaggio nel regno della fantasia”.
                                                                                                                                                                          Luca Lombardi, Giorgio Bertolini, Giovanni Popescu

 

Quest’anno in biblioteca abbiamo imparato che i libri sono molto belli da leggere, fanno imparare cose nuove. Ci sono tanti tipi di libri: di avventure, di cose paurose, di astronomia, di fiabe ecc…In biblioteca abbiamo imparato a fare la carta riciclata, abbiamo visto una mostra del legno, abbiamo riordinato gli scafali, abbiamo fatto un libro nuovo e preso in prestito altri per leggerli a casa. In biblioteca si può anche studiare. E’ stato bellissimo, vorremmo farlo anche l’anno prossimo, perché leggere è bellissimo! 
                                                                                                                                                                       Simone Petrelli, Alan Colombini, Francesco Simonetta

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foto di gruppo: Classe Quarta Elementare, Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Talamona

galleria immagini laboratori in biblioteca

GIOVINARTE

                                                              TALAMONA 17 maggio 2014 mostra estemporanea alla Casa Uboldi

I RAGAZZI DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO “G.GAVAZZENI” DI TALAMONA ESPONGONO I LORO LAVORI ARTISTICI

Quadri di tutti i tipi ma soprattutto di soggetto astratto riprodotti con le tecniche più varie (tra cui dei contenitori di cartoni per le uova disposti su tela a formare una composizione cromatica e geometrica) e sui più vari supporti (come ad esempio i sacchi di tela soprattutto per le figure umane abbigliate con classici costumi di Cino, Delebio e altri angoli della Valtellina) riproduzioni di quadri e autori famosi fedeli o anche reinventate (IL BACIO di Klimt, GUERNICA di Picasso, due tele dell’Arcimboldo, due ritratti fruttati, opere di Van Gogh, Gauguin, Mirò, Kandinsky e l’immancabile Orlando Furioso in due scene tratteggiate a carboncino. Tutto questo è GIOVANINARTE la mostra estemporanea presentata quest’oggi dalle 15 alle 19 alla sala mostre della Casa Uboldi con un piccolo rinfresco e intrattenimento a cura dei giovani artisti e col patrocinio della Pro Loco. Proprio la presidentessa della Pro Loco, Savina Maggi, ha avuto l’idea di mettere in mostra i lavori che i ragazzi realizzano a scuola e che finora li rimanevano, esposti nei corridoi tuttalpiù alla vista di genitori e insegnanti, ma che, anche a detta dell’assessore alla cultura Simona Duca, sarebbe positivo valorizzare meglio. Ecco dunque la possibilità di ammirare quest’oggi(con l’apertura per la settimana seguente nei orari della biblioteca) una selezione dei migliori lavori realizzati dai ragazzi negli ultimi cinque anni. L’idea originale prevedeva anche i lavori di quest’anno, ma non è andata in porto per motivi di spazio. Questo lascia ben sperare in una prossima edizione.
Antonella Alemanni

PERCHE’ SONO EBREO ? UNA SERATA ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA EBRAICA

TALAMONA 27 gennaio 2014 Giornata della Memoria

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Proposte di libri, letture commentate e un dibattito sulla falsariga dei simposi degli antichi greci. Questi gli ingredienti con cui, questa sera a partire dalle ore 20.30, la biblioteca e i suoi volontari hanno voluto commemorare, per il secondo anno consecutivo, la giornata della memoria, istituita a partire dal 2000 per ricordare i crimini perpetrati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale in Germania e nei Paesi da essi via via occupati nel corso del conflitto. Crimini perpetrati soprattutto contro gli Ebrei, ma non solo. Crimini riguardo ai quali ogni anno in questa data vengono proposti film, documentari e a volte anche dibattiti televisivi con testimonianze dirette fatte di parole e immagini cruente che fotografano l’orrore allo stato puro. Crimini riguardo ai quali sono stati scritti e continuano ad essere scritti molti libri. Essendo la biblioteca fatta soprattutto di libri, non si poteva certo organizzare una serata prescindendo da essi ed è dunque attorno ai libri che ha ruotato un po’ tutto, a partire dai libri sull’argomento che la biblioteca custodisce e che sono stati pazientemente ricercati e messi a disposizione questa sera e a partire da un libro in particolare PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter di cui questa sera sono stati letti dei brani (gli interventi preparati da Stefano Ciaponi sono stati letti da Sonia Sassella, Luca Della Fonte e Germano). Una scelta dettata da lunghe e profonde riflessioni che partono da una domanda che sempre ricorre quando si tratta di presentare questi argomenti. In che modo è più corretto parlarne? Come si può fare in modo che un argomento tanto complesso possa essere ben compreso da tutti senza incorrere nel rischio di una sua banalizzazione? “Il primo passo” ha affermato l’assessore alla cultura Simona Duca nel corso della sua presentazione “potrebbe consistere nell’andare oltre il limitarsi a chiedersi che cosa è successo poiché dopo molti anni di commemorazione della giornata della memoria questa domanda ha avuto già le sue risposte esaustive. Da questa domanda bisognerebbe partire per porsene delle altre. Perché è successo? Come è potuto accadere? Per colpa di chi? E sono proprio queste domande che stasera ci devono guidare mentre andiamo a tirar fuori dalle pagine dei libri i personaggi e le storie che hanno vissuto. E’ in particolar modo alla domanda per colpa di chi che bisogna porre una speciale attenzione in quanto non è più possibile credere, come si è creduto per troppo tempo, che la situazione tedesca ed anche europea tra gli anni Trenta e Quaranta (della quale la Shoah rappresenta la punta di un iceberg) sia opera del delirio di un pazzo o di un gruppo di pazzi o anche della follia collettiva di un intera nazione, una nazione che a ben guardare settant’anni fa aveva uno dei più elevati tassi di alfabetizzazione al Mondo. Quando si pensa a chi abbia dato inizio a tutto cio bisogna pensare che Hitler non ha e non avrebbe mai potuto fare tutto da solo e che coloro che hanno contribuito a creare il nazifascismo, che hanno diffuso le teorie sulla razza e che hanno pianificato a tavolino con lucida freddezza lo sterminio di tante persone erano ingegneri, medici, scienziati, persone colte e, seppur a modo loro, anche intelligenti che sapevano perfettamente cio che facevano, che hanno scelto di farlo consapevolmente. Se follia c’è stata è stata una follia lucida nel contesto di un Paese uscito praticamente rovinato dal primo conflitto mondiale che cerca di risollevarsi e vuole a tutti i costi trovare un colpevole cui imputare la sua terribile situazione. Nel corso della Storia i colpevoli per antonomasia, a prescindere dalla colpa attribuita, sono sempre stati gli Ebrei, sin dal Medioevo e anche prima se pensiamo che anche la Bibbia reca testimonianza di persecuzioni al popolo ebraico fatto schiavo in Egitto, deportato in Mesopotamia da Nabucodonosor. L’Olocausto in questo senso è stato il più recente su una lista di soprusi e quello forse meglio pianificato, l’intelligenza al servizio del male. L’intelligenza degli architetti che hanno costruito le strutture, degli ingegneri che hanno realizzato i forni, dei chimici che hanno messo a punto il gas tossico, veloce ed economico che permettesse di portare avanti lo sterminio come una qualsiasi catena di montaggio industriale. L’intelligenza degli psicologi che usavano la loro capacità di manipolare la mente anziché a scopo di cura a scopo distruttivo. Il tutto realizzato quasi come un business plain avente la morte come obiettivo da raggiungere efficacemente e con poco dispendio di risorse all’interno di un regime totalitario. Ci vogliono solo tre ingredienti per creare e sviluppare un regime totalitario: la violenza, la capacità di manipolare l’informazione e la capacità di agire sulla mente delle persone soprattutto le più giovani sovvertendo i valori e scambiando il giusto con l’ingiusto”. Il libro che è stato letto dopo la presentazione dell’assessore alla cultura, PERCHE’ SONO EBREO però non parla di tutto questo. Il concetto fondamentale sul quale i volontari della biblioteca hanno ragionato nel preparare questa serata è stato il seguente: tutti bene o male sappiamo come gli Ebrei sono sempre stati vittime della storia e vittime di eventi negativi dei quali spesso venivano considerati, ovviamente a torto, fautori, ma che cosa sappiamo degli Ebrei, della loro cultura tra i fondamenti della nostra stessa civiltà? È giusto parlare degli Ebrei solo in relazione alle loro sofferenze, alle segregazioni (che non furono affatto un’invenzione nazista in quanto il primo ghetto lo si trova a Venezia nel 1516) alle discriminazioni subite spesso senza che i persecutori conoscessero davvero i loro “nemici”? La civiltà ebraica si è costituita all’incirca nello stesso periodo in cui si sono costituite tutte le altre civiltà conosciute (Egizi, Assiro-Babilonesi eccetera) ma mentre queste civiltà sono pian piano scomparse gli Ebrei sono con noi ancora oggi con la loro cultura intatta da circa cinquemila anni (non è un caso se gli Ebrei contano gli anni in modo diverso e se per loro quest’anno siamo nel 5000 e qualcosa proprio perché la loro storia dura da così tanto tempo) una cultura che questa sera il numeroso pubblico accorso ha cominciato a conoscere attraverso la voce di Marek Halter che nel suo libro (uscito per la prima volta in Francia nel 1999) racconta la sua vita (con l’intento di spiegare il dramma della Shoah ai suoi tre figliocci), la ricerca della sua identità, del suo essere ebreo. Un percorso che dunque non è stato posto come accademico, ma che si snoda attraverso la memoria, un concetto molto caro alla cultura ebraica e cui lo stesso Halter cerca di accostarsi non in maniera negativa, ma cercandone il significato universale. Memoria come trasmissione di tutti gli eventi positivi e negativi e del sapere.  Memoria come motore principale di qualunque cultura. Un percorso che per Marek Halter comincia a Varsavia, la sua città natale che egli ha dovuto abbandonare all’età di cinque anni in seguito all’occupazione nazista vagando con la famiglia per tutta Europa (a nove anni lo troviamo in Uzbekistan a vivere di espedienti per necessità con una banda di teppisti che lo rispettano per la sua fama di racconta storie che si è costruito leggendo molto nonostante tutto) fino ad approdare nell’immediato dopoguerra in Francia dove ha cominciato ad interrogarsi, anche con l’aiuto di filosofi, sul significato dell’essere Ebreo, una domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita e che lo ha portato a sviscerare la millenaria cultura ebraica. Una cultura basata sulla sapienza orale che coesiste fianco a fianco con la sua trasmissione scritta (nel Talmud). Una cultura che porta gli Ebrei a dialogare alla pari con Dio fino a poterlo sfidare e lottare con lui al punto da impedire loro di concepire il cristiano concetto di peccato sostituendolo con quello di disobbedienza. Una cultura dove importanza fondamentale rivestono l’insegnamento, la trasmissione puntuale e precisa delle conoscenze acquisite altrettanto precisamente e puntualmente, la parola, una cultura dove i libri sono oggetti di culto aventi pari dignità con gli uomini al punto che se un libro si consumava eccessivamente veniva sepolto con un rituale esattamente come una persona. Una cultura da cui Gesù stesso (che non dimentichiamolo era a tutti gli effetti un Ebreo) ha preso spunto per elaborare i suoi messaggi di pace, amore, fratellanza (che, ricordiamo anche questo, non ebbero mai alcun intento dichiarato di fondare una nuova religione). Una cultura che è alla base della nostra stessa identità culturale europea. Una cultura i cui seguaci chiamano se stessi Popolo del Libro, di tutti i libri, ma di un libro in particolare, la Bibbia, che Halter definisce il libro più conosciuto al Mondo ma nel contempo quello letto peggio, un libro che mette in luce in primo luogo la natura umana, la sua aspirazione al bene, ma nel contempo la capacità quasi innata di commettere il male, un libro che spiega l’esistenza del male e delle leggi che possono fungere da antidoto al male. Una cultura che non si può ridurre ad una semplice religione perché se così fosse per salvarsi dai nazisti agli Ebrei sarebbe bastato convertirsi o fingere di farlo (come avvenne per esempio nella Spagna dei re cattolici Ferdinando e Isabella) e invece i nazisti non risparmiarono nemmeno Ebrei che si erano convertiti ad altri credo. Una cultura che apre un vasto Mondo insospettabile Una cultura e un’identità che altri scrittori Ebrei (e anche non) hanno provato a tracciare. Dopo l’appassionante lettura commentata del libro PERCHE’ SONO EBREO la parola è nuovamente passata a Simona Duca che ha proposto alcuni passaggi de IL SISTEMA PERIODICO di Primo Levi nonché alcune riflessioni che hanno dato inizio a un dibattito stimolante. Con Primo Levi si è potuto apprendere che essere Ebreo in Italia a quell’epoca equivaleva ad essere emarginato, ad essere promosso con lode ma sempre con la postilla EBREO scritta sulla pagella, significa essere mandato in una cava d’amianto nonostante la laurea con lode in chimica, significa arrivare ad essere pian piano demoliti come esseri umani essere ridotti a vivere come bestie a tirar fuori il peggio di sé per riuscire ad avere poco meno dell’indispensabile minimo sindacale. A questo punto è venuto il momento del dibattito da cui sono emersi spunti interessanti. Abbiamo ad esempio scoperto come il desiderio degli Ebrei di riavere finalmente la loro patria abbia influenzato gli equilibri geopolitici europei tra le due guerre. Abbiamo scoperto come un chimico Ebreo abbia inventato un esplosivo alternativo alla dinamite da vendere agli inglesi in cambio della promessa di vincere la guerra e prodigarsi poi nella creazione dello Stato d’Israele. Abbiamo scoperto come l’economia in qualche modo si ritrova sempre alla base di ogni ideologia. Ci siamo chiesti se Ebrei si nasce o se si può anche diventare e abbiamo scoperto che solo recentemente gli Ebrei accolgono chi non è Ebreo di nascita all’interno della loro comunità se si converte al loro credo, ma in realtà anche la Bibbia riporta testimonianze di conversioni. Più di tutto ci siamo scoperti particolarmente coinvolti nello scoprire le sfumature della cultura ebraica e le riflessioni che da essa possono scaturire. Per questo motivo Simona Duca ha annunciato che il gruppo dei volontari sta preparando una serie di serate di approfondimento religioso ancora tutte da definire per poter continuare il discorso che questa sera è stato avviato con tanto successo. Appuntamento alla prossima puntata dunque e naturalmente tra un anno per una nuova commemorazione.

Antonella Alemanni

 

Biblioteca di Talamona, 27 gennaio 2014

Giornata della Memoria

Un’introduzione all’ebraismo a partire dal libro” Perché sono ebreo “di Marek Halter (in corsivo i brani tratti dal libro )

 

 

 

Introduzione

Come tutti ormai sanno fin dalle scuole elementari, il ventisette gennaio di ogni anno ricorre la Giornata della Memoria. Come quasi tutti sanno, la memoria che tale ricorrenza ci richiama è quella delle vittime del nazifascismo, fra le quali al popolo ebraico spetta il triste primato per numero di vittime e persecuzioni subite. Ciò che forse non tutti sanno è che cosa sia il popolo ebraico.

Quest’anno, dunque, a fianco delle doverose commemorazioni, si è pensato di offrire una breve introduzione all’ebraismo, una cultura che, per quanto sia tra i fondamenti della nostra stessa civiltà, rimane sostanzialmente sconosciuta. Lo si farà senza pretese storiche o teoriche o religiose, né pretendendo di essere esaustivi, ma semplicemente prendendo le mosse da un libro di Marek Halter, Perché sono ebreo, recentemente apparso tra i titoli a catalogo nella nostra biblioteca.

La tentazione di parlare del popolo ebraico attraverso la storia delle sue persecuzioni è forte: oltre alle più recenti e note, va ricordato che il popolo ebraico fu spesso oggetto di vessazioni più o meno sistematiche. Alcune di esse sono narrate già dal testo biblico: basti pensare alla schiavitù in Egitto o alla cattività babilonese; altre sono posteriori, e vanno dal medioevo all’Ottocento, ben prima cioè del nazismo, che del resto non fece che intercettare un antisemitismo diffuso. Su tutte valga la constatazione che il primo ghetto non fu invenzione nazista, ma veneziana, dell’anno 1516.

Se si vuole ottemperare al dovere della memoria è utile tener presente che essa, come si vedrà, è un elemento centrale della cultura ebraica. Al contempo è però necessario fare una considerazione, che già da sola fa comprendere come la memoria di cui si parla nella tradizione ebraica non sia soltanto quella delle persecuzioni, bensì quella dell’identità; e questa non può essere definita solamente per contrarietà.

L’autore  insiste spesso su questo punto:

La memoria, lo sappiamo tutti, non serve a ricordare solamente le tragedie. Eppure, dai tempi dell’ultima guerra, la parola memoria è divenuta soltanto sinonimo di Shoah, Olocausto. Ed è comprensibile, poiché rappresenta il riferimento più significativo del ventesimo secolo.

Tuttavia, […] fra le motivazioni che mi hanno spinto a diventare ebreo, non compare la Shoah, nonostante abbia rappresentato lo sfondo terrificante della mia infanzia, nonostante il fatto che la realtà non offrisse altro orizzonte possibile prima che io raggiungessi l’età adulta.

[…]

Non è per fedeltà ai morti che mi dichiaro ebreo, ma per la memoria che condivido con loro.

Abbiamo dunque voluto soffermarci su questa memoria primaria, più ancora che su quella a cui ci obbliga la storia; e ciò anche in riferimento a un dato che non smette di apparire, in tutta la sua drammaticità, sorprendente: il segno più nero della barbarie nazista, di cui mezza Europa fu complice, fu tracciato sul libro della storia senza che neppure si sapesse cosa fosse veramente un ebreo – e, del resto, non molti di noi oggi potrebbero dire di saperlo, con tutto che con gli ebrei abbiamo in comune il libro su cui riposa la nostra cultura, ossia la Bibbia.

Conoscere la cultura ebraica non sarebbe probabilmente servito a cambiare il corso degli eventi, e certo non servirà a comprendere fino in fondo le ragioni di una persecuzione che ha avuto nel nazifascismo il suo esito più nefando; ma, d’altra parte, forse mai nulla riuscirà a farlo. Quel che invece è certo è che, come lo stesso Halter ribadisce più volte nel suo libro, l’identità del popolo ebraico non è determinata dalle persecuzioni che esso ha subito.

L’intento della serata sarà dunque quello di restituire, nel nostro piccolo, una parte di questa identità che troppo spesso è nota solo in quanto calpestata.

 L’autore e l’opera

Il testo che stasera presentiamo, Perché sono ebreo, è apparso per la prima volta in Francia nel 1999. L’intento dichiarato dell’autore è quello di spiegare l’ebraismo ai suoi tre figliocci. Si tratta dunque un testo pensato per un pubblico di ragazzi, e di conseguenza, almeno nella forma espositiva, risulta di facile lettura. Esso affronta le principali tematiche dell’ebraismo in agili capitoli tematici, nei quali l’autore fa confluire la sua personale vicenda di uomo alla sua rivendicata formazione di ebreo. Il volume è inoltre corredato di un pratico glossario nel quale sono raccolti e spiegati i termini principali della tradizione ebraica.

Marek Halter, classe 1936, nei primi anni della sua infanzia ha vissuto l’occupazione nazista di Varsavia. Fuggito all’età di cinque anni dalla città natale, ha intrapreso con la famiglia una serie di peregrinazioni attraverso l’Europa che infine lo portano, nell’immediato dopoguerra, in Francia. Qui, adolescente, inizia a riflettere sul senso della sua identità, interrogando sé e gli altri (compreso il filosofo Jean-Paul Sartre, come si narra in un episodio del libro) su cosa significhi essere ebreo. Questa interrogazione, lungi dall’offrire risposte semplici o consolazioni, lo ha accompagnato per tutta la vita.

 

 

Perché sono ebreo

 

 La domanda di fondo che dà origine all’intero discorso è molto semplice: Che cosa significa essere ebrei? La risposta, tuttavia, è tutt’altro che scontata, tant’è vero che, come ricorda l’autore:

Nel corso della mia esistenza ho imparato e constatato più volte che dichiararsi ebrei non significa necessariamente sapere cosa sia l’ebraismo o perché vi si aderisca.

La questione appare dunque intricata fin da subito, e anche laddove ci si aspetterebbe di trovare delle risposte, esse sono perlopiù contraddittorie.

Talmente contraddittorie che nei primi anni di vita dello Stato di Israele, la Knesset, il parlamento israeliano, ha rinunciato definitivamente ad aprire un dibattito per definire e istituire l’identità ebraica.

Non c’è dunque da meravigliarsi se l’ebraismo, per quanto sia sempre stato assai diffuso in tutta Europa e sia parte integrante della nostra civiltà (basti pensare che la Bibbia degli ebrei non è altro che quello che noi chiamiamo Antico Testamento), resta uno sconosciuto.

L’unico modo per addentrarsi in questa selva è quello di seguire la via aperta dal piccolo Marek, cinque anni, ebreo del ghetto di Varsavia.

Un giorno il nonno Abraham, da dietro la sua barba bianca, gli legge una sentenza del Talmud, ossia il libro che raccoglie il sapere orale della tradizione ebraica:

«Dio creò solo Adamo, i cui discendenti popolano tutta la terra, per insegnarci come colui che salva un solo essere umano salva il mondo intero, e colui che partecipa alla perdita di un solo essere è simile a colui che perde l’intera umanità

Queste parole si imprimono nella mente del piccolo Marek, che da quel giorno, nonostante i pericoli a cui questa scelta lo sottoporrà, rivendicherà la propria identità di ebreo ed intraprenderà un cammino alla scoperta delle proprie radici.

A nove anni Marek è nell’allora provincia sovietica dell’Uzbekistan. È dovuto fuggire fino in quella remota regione per scampare alle persecuzioni naziste. Egli è dovuto fuggire perché è diverso, ossia ebreo. Ciò che tuttavia il piccolo Marek comprende fin da subito è che la sua identità non potrà mai essere definita dalla semplice differenza con gli altri: essa ha infatti una specificità che deve essere ricercata altrove.

Sono tempi duri. La sorella minore di Marek, Berenice, muore di stenti, e anche i genitori rischiano di fare la stessa fine. Così il ragazzo decide di prendere in mano la situazione: per sopravvivere si dà ai piccoli furti, guadagnandosi presto la fama di teppista.

Si unisce così a una banda di ragazzini che, come lui, vivono di espedienti. Essendo il più piccolo, per essere accettato deve ritagliarsi un ruolo.

Quella sera, […] per evitare di farmi pestare, mi misi a raccontare I tre moschettieri. All’alba, mi ero guadagnato  una certa reputazione. Divenni […] Marek il raccontastorie.

Marek è l’unico ebreo della banda, ma nonostante questo isolamento dalla comunità dei suo avi, riesce comunque a ricavare dall’esperienza del gruppo dei preziosi insegnamenti sulla sua cultura:

Grazie alla loro compagnia, scoprii quindi inconsciamente il fondamento stesso del pensiero ebraico: il potere prestigioso della parola.

Ma scopre anche qualcosa che solo in futuro, da adulto, confermerà appieno le sue prime impressioni di bambino:

[…] Scoprii anche che cosa significasse l’assenza della parola.

I miei compagni risolvevano spesso i loro litigi a pugni o a coltellate. […] I combattimenti seguivano un preciso rituale. Dapprima, i ragazzi si studiavano da lontano, come i galli. Si sfidavano con lo sguardo, con i gesti, poi prendevano a insultarsi, a parlare, a discutere. E come sempre accadeva, chi si trovava a corto di argomentazioni colpiva per primo. Così, nel modo più prosaico e pragmatico, scoprii un altro elemento fondamentale della tradizione ebraica: la certezza che la violenza inizia dove finisce la parola.

Ecco dunque il primo risultato del giovane Marek: se la violenza da cui era fuggito non era bastata a definire l’ebraismo, ora l’ebraismo era riuscito a definire la violenza.

Frattanto, Marek legge molti libri: gli sono necessari, se vuole avere storie da raccontare alla banda. Ed è così che incontra anche il libro dei libri, la Bibbia. Ma il primo incontro col testo sacro darà un esito ben diverso dall’aspettativa.

 Il mio primo incontro con la Bibbia fu scioccante. In realtà, a una prima lettura rimasi sconcertato. Pensavo di trovare storie di angeli, come in tutti i libri religiosi. Scoprii una storia «colma di rumore e di furore». Gli uomini si uccidono fra loro. Le figlie seducono i padri. Un fratello ne uccide un altro. […] Una simile violenza mi turbò.

In effetti la Bibbia è una lettura che rivela molte sorprese. Halter lo definisce «il libro più conosciuto al mondo» e al contempo «il libro letto peggio» – quando almeno sia letto.

Quanti di noi, in piena onestà, possono dire di aver letto la Bibbia? Eppure è il libro che definisce almeno una buona metà della nostra identità culturale. E da qui in avanti inizierebbero le sorprese anche per il lettore cristiano: si scopre infatti che le parole di Cristo stesso (il quale, d’altra parte, storicamente altro non fu se non un ebreo) erano perlopiù citazioni letterali dell’Antico Testamento, comune tanto a noi quanto agli ebrei:

Molti pensano che l’Antico Testamento sia una sorta di catalogo dei princìpi di giustizia e di vendetta. Sono sicuro che anche voi […] credete che la celebre esortazione: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», provenga dal Nuovo Testamento.  Eppure, è una delle frasi fondamentali della Bibbia! È contenuta nella Torah, e in particolare nel Levitico. […]

Dice il Levitico: «Il forestiero dimorante presso di voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati  forestieri nel paese d’Egitto». Questa norma di solidarietà, fondamento di qualsiasi relazione umana e alla quale ancora oggi si fa spesso riferimento (segno che è rispettata pochissimo) divenne, oltre tremila anni fa, una delle prime leggi dell’ebraismo.

Ecco dunque che, rilettura dopo rilettura, il Marek bambino cede il passo all’adulto, che a poco a poco si avvicinerà  sempre più al vero significato della Bibbia:

Solo molto tempo dopo ho colto la vera grandezza di questo libro, insita giustamente nelle verità che rivela. Meglio di tutte le testimonianze sulle immense atrocità commesse dagli uomini nel ventesimo secolo, ancora più efficace delle immagini di guerre sanguinose combattute quotidianamente contro i nostri simili e trasmesse quotidianamente dalle televisioni, la Bibbia rispecchia, con una brutalità senza filtro, noi stessi e ciò di cui siamo capaci.

E ciò di cui siamo capaci è fare il male.

 Così si spiega l’apparente crudezza della Bibbia. Ma non è questa, naturalmente, a determinarne la grandezza. Per non dire degli innumerevoli interrogativi generati da una tale implacabilità narrativa: ad esempio, perché Dio permette il male?

La Bibbia racconta la Storia, una Storia che per gli ebrei deve essere esemplare e didascalica. E lo è. Esemplare perché racconta l’evoluzione degli uomini creati «a immagine di Dio». Didascalica perché mette in luce gli sforzi e gli errori di questi stessi uomini. Raffigurando un movimento costante, una storia in continua evoluzione, la Bibbia è fonte infinita di speranza, persegue il tempo del bene che è sempre raggiungibile.  Nulla è mai precluso.

Procedendo nella lettura della Bibbia, ossia ripercorrendo le vicende storiche del popolo ebraico, ogni cosa si illumina, e si arrivano a comprendere due cose: la prima è che, se la Bibbia rivela il male connaturato nell’uomo, essa rappresenta anche l’antidoto a questo male;  e la seconda è che il popolo ebraico non è soltanto un popolo fra i tanti, ma assurge a simbolo dell’intera umanità. Ciò che, ancora una volta, conferma il Marek ormai adulto nella sua scelta di bambino.

L’antidoto al male che sembra senza risposta ha un nome: Legge.

La Legge nomina il male, lo rende visibile, e al contempo indica la via sempre percorribile del bene: «Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te».

[…]

In questo modo, la Bibbia imprime nel cuore dell’uomo la dimensione etica del bene per raggiungere, come dice il Talmud, il suo fine ultimo: dare agli uomini la capacità di vincere il male, di cui essi sono al contempo gli agenti, gli esecutori e le vittime.

La Legge è contenuta nei primi cinque libri della Bibbia, ossia la Torah (termine ebraico che significa appunto “Legge”). Tuttavia, essa non si apprende sotto forma di sterili regolamenti e prescrizioni, ma si desume dalle vicende terrene di uomini esemplari. Esemplari sì, ma tutt’altro che perfetti:

 La Bibbia non cerca di nascondere i difetti degli uomini, al contrario. Non dimenticate, Adamo era un po’ vigliacco, Caino completamente irresponsabile, Noè un debole, Giacobbe ha partecipato a un’azione fraudolenta contro il fratello Esaù. E persino il più grande, il re Davide, ha commesso atti imperdonabili, fra cui far uccidere il marito di una donna di cui si era infatuato.

Nonostante ciò è dalle vicende di questi uomini, i quali, pur camminando nella Legge, sovente la infrangono, che si desume il senso di questa legge; ed esso non può prescindere dalla libertà dell’uomo, e quindi anche dalla sua disobbedienza, e addirittura dalla possibilità per l’uomo di ingaggiare un testa a testa con Dio.

 Nell’ebraismo, a differenza che nel cristianesimo, gli uomini con le loro debolezze e i loro errori non commettono peccato, ma disobbediscono. Per i redattori della Bibbia, il concetto è chiaro: l’uomo ha la possibilità di sfidare Dio.

Del resto, il popolo di Israele porta impresso nel suo stesso nome questa idea di lotta con Dio. Nel libro della Genesi, in uno dei passi più suggestivi e insieme più oscuri della Bibbia, si narra di come Giacobbe abbia avuto un combattimento con l’Angelo del Signore, al termine del quale l’Angelo, non vinto ma neppure vincitore, pone al patriarca il nome di Israele, che in ebraico significa appunto: “Colui che lotta con Dio”.

In seguito, il Talmud dirà che la Legge aveva preceduto Dio. Di conseguenza, l’uomo può sfidare il Signore, e viceversa, perché esistono norme e princìpi al di sopra di entrambi.

Un’obbedienza, dunque, che non è né scontata né frutto di cieca sottomissione, bensì il risultato di un percorso dove non è negata la libertà, e al termine del quale per l’uomo si apre «l’alleanza con Dio». La conseguenza di questo modo di intendere la Legge è che, se da una parte essa può essere rifiutata, anche a discapito dell’uomo, dall’altra, una volta accettata, non può mai essere una mera conformazione allo stato di cose o una convenienza, ma è ogni volta il risultato di una scelta che investe l’intera vita di una persona.

Sarà per questo che, millecinquecento anni dopo la Legge dettata da Mosè, Cristo, da ebreo, si scaglierà contro i farisei, ossia contro coloro che della legge intendevano soltanto la lettera e non lo spirito: coloro che «dicono e non fanno.»

Tra le figure di rilievo che si incontrano nella Bibbia, una in particolare assume un’importanza notevole per la definizione della cultura ebraica: Esdra, un uomo che, secondo il Talmud, «avrebbe meritato di ricevere la Legge, se Mosè non l’avesse preceduto.»

 L’ebraismo considera fondamentale la trasmissione della conoscenza e della saggezza insegnate all’uomo in epoca biblica. Di generazione in generazione, il dovere di insegnare costituisce parte integrante dell’identità ebraica e al contempo, rianimando l’insegnamento originario della saggezza e del bene, diventa strumento di lotta contro il male. Esdra fu il primo a cogliere l’importanza dell’insegnamento e  della trasmissione […].

Esdra vive in un periodo storico drammatico, tanto drammatico da rischiare di determinare la scomparsa del popolo ebraico. Nel 579 a.C., dopo che Nabucodonosor invade la Giudea, gli ebrei vengono deportati in Babilonia. Quando infine la cattività babilonese ha termine, coloro che ritornano alla terra dei padri non trovano altro che distruzione: il tempio di Gerusalemme è stato raso al suolo, e la decadenza della civiltà ha reso gli ebrei dimentichi della Legge. Qui subentra l’azione riformatrice del sacerdote Esdra, deciso a non lasciare che la memoria di un popolo si disperda.

Esdra affianca [al culto all’interno del tempio] un secondo rituale che può essere officiato in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: la lettura pubblica e obbligatoria, per ciascuna comunità, del Libro di Mosè.

Una disposizione apparentemente banale che sconvolge la storia ebraica e presenta nuove modalità rituali che arriveranno fino ai giorni nostri. Il culto sacrificale, antico retaggio di pratiche idolatre, viene definitivamente cancellato dalla conoscenza e dal rispetto dei testi sacri, che trasformano un intero popolo in lettori e letterati. I sacerdoti non sono più i custodi esclusivi della Legge. Gli ebrei, nella loro globalità, diventano il popolo del Libro.

È nel peculiare rapporto con la pagina scritta, che da qui in avanti definirà la cultura ebraica, che quella stessa cultura ha potuto salvarsi allora, ai tempi di Esdra, e poi:

Con il ripetersi di esìli sempre più lontani dalla terra di Israele, gli ebrei, in mancanza di campi da zappare, decisero di coltivare la lingua. Ogni parola divenne un grano da seminare, ogni testo un giardino da arare.

[…]

Dietro ogni libro vi è un nome, una persona. Quindi, distruggere un libro equivale a distruggere una vita umana. Per tale motivo, gli ebrei conservano anche i libri consumati dal tempo, corrosi dall’umidità o disseccati. Quando un testo diventa davvero inutilizzabile, viene sepolto recitando una preghiera proprio come per un essere umano. 

 Il libro, tuttavia, resta pur sempre un mezzo: il fine ultimo di questo imprescindibile strumento è, più ancora della conservazione della memoria, la sua trasmissione.

Il trattato dei padri dice: «Mosè ha ricevuto la Legge sul Sinai e l’ha trasmessa a Giosuè. E Giosuè agli anziani. E gli anziani ai profeti. E i profeti l’hanno trasmessa ai membri della Grande Assemblea che hanno detto tre cose: ‘Siate cauti nei vostri giudizi, istruite numerosi discepoli e costruite una siepe intorno alla Legge’».

La genialità di Esdra […] e di coloro che hanno seguito il suo esempio è stata capire che non era sufficiente racchiudere la saggezza ultima nei libri. Certo, occorre studiare, ma nello stesso tempo e con altrettanta tenacia, bisogna trasmettere.

Ebbene, per trasmettere occorre rimanere in relazione continua con il sapere. L’assiduità dello studio diventa in sé un mezzo di trasmissione. «Un uomo», dice il Talmud, «deve sempre studiare, anche se dimentica ciò che legge, anche se non capisce…» In altre parole, chi trasmette apprende, e chi apprende trasmette. Sono due azioni imprescindibili che formano il popolo del Libro, il popolo delle domande e della memoria, il popolo della Legge e delle risposte.

[…]

E allora […] ogni ebreo diventa un libro.

Ancora duemilatrecento anni dopo Esdra, la storia confermerà nel modo più duro che l’importanza attribuita al libro dalla tradizione ebraica non è casuale:

L’amore per i testi genera l’amore per il sapere, la memoria, il pensiero e infine per la libertà. La Storia non ha mancato occasione per ricordarcelo. Quando un governo combatte i libri, mette a repentaglio la libertà e l’essenza stessa dell’uomo.

Nel 1938, dopo la notte dei cristalli a Berlino, durante la quale i nazisti diedero fuoco a migliaia di libri ebraici o influenzati dall’ebraismo, Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, decide di lasciare Vienna per rifugiarsi in Gran Bretagna. Una folla di giornalisti lo aspetta a Victoria Station, a Londra. Alla domanda: «I tedeschi bruciano i vostri libri. Che cosa faranno ancora?» Lui risponde: «Dopo i libri, bruceranno le persone.»

Fin qui abbiamo avuto modo di apprezzare, tramite alcuni esempi, la sapienza di un popolo; tuttavia non abbiamo ancora risposto alla domanda di partenza: Che cosa significa essere ebrei?  A questo punto l’autore ci accompagna in un percorso dove si enumerano e si spiegano le principali usanze del popolo ebraico: le celebrazioni, i passaggi rituali, gli aspetti della vita quotidiana. Si comprende così che anche quegli aspetti dell’ebraismo che sembrano avere un aspetto meramente esteriore hanno in realtà un profondo significato che li lega alla memoria tramandata nelle Scritture. Vengono poi introdotti gli altri testi che, accanto alla Bibbia, contengono il patrimonio di questo popolo, come il Talmud e la Cabala. Quindi si procede a dare una serie di definizioni a vari termini che spesso ingenerano confusione: ad esempio, si dice quali differenze sussistano fra i termini israeliano e israelita, o tra giudeo ed ebreo. Tutto questo si trova nel libro presentato, e lasciamo a quanti di voi lo desiderassero la possibilità di cercare tali definizioni tra le sue pagine.  Dopo aver fornito le dovute spiegazioni, però, è l’autore stesso a ritenere necessario fare un passo indietro:

[…] Non ho la pretesa di tracciare un ritratto esaustivo di noi ebrei. Una tale ambizione sarebbe folle e persino impropria. E anche voler descrivere l’ebraismo a grandi linee è un’impresa destinata al fallimento. Da secoli, numerosi teologi e filosofi, ebrei e non, si sono cimentati in una simile avventura con rara ostinazione. Tuttavia, nessuno è mai riuscito a dare una definizione dell’ebraismo.

Ciò che mi sorprende non è tanto il fallimento quanto la volontà di riuscire a tutti i costi. Certo, è comprensibile che un’antichissima civiltà come quella ebraica desti grande interesse a livello teologico, storico, antropologico, archeologico, sociologico e persino linguistico. Ma l’idea di ingabbiare un pensiero, una cultura, un popolo vivente e poliedrico dentro definizioni che si presumono irrevocabili mi sembrava alquanto malsana.

Forse perché chi cercò di «ingabbiare» questo popolo dentro maldestre definizioni con deviate pretese scientifiche poi tentò anche, fuor di metafora, di ingabbiare e quindi cancellare per sempre la memoria dei suoi rappresentanti. Ma, come sappiamo, anche quell’aberrante tentativo è fallito.

 

Stefano Ciaponi

 

VOLONTARI…AMO

TALAMONA 1 dicembre 2013 un pomeriggio di divertimento e creatività presso la Biblioteca Comunale

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DEL VOLONTARIATO UNA RASSEGNA DELLE ATTIVITA’ E DEI PROGETTI IN ATTO SUL NOSTRO TERRITORIO ATTRAVERSO MOSTRE PROIEZIONI E ALTRO MATERIALE

Talamona si è colorata e animata nel corso di questa giornata che saluta l’arrivo del mese di dicembre quando l’aria già si impregna del profumo delle feste. Ed ecco dunque come il centro storico per tutto il pomeriggio dalle 14 alle 18 si è trasformato in una sorta di mercato rionale con una moltitudine di bancarelle variegate e variopinte offerte dai vari esercizi commerciali, da artigiani anche non talamonesi e aventi scopi benefici. Una festa cui anche la biblioteca ha voluto aderire allacciandosi ad un’altra importante ricorrenza: la giornata internazionale del volontariato, il 5 dicembre, una ricorrenza in occasione della quale i volontari della biblioteca hanno pensato di allestire una mostra che rimarrà aperta potenzialmente per tutto il mese di dicembre negli orari di apertura della biblioteca con alcune modifiche logistiche in corso d’opera per lasciare spazio anche ad altre attività sotto le feste. Una mostra che racconta come viene portata avanti la realtà del volontariato nel nostro territorio, le associazioni esistenti, cio di cui si occupano. Gli amici degli anziani che si occupano principalmente di raccontare la vita di una volta nelle scuole, di teatro (con la compagnia del signor Cesare Ciaponi). Il gruppo della gioia che si occupa del sostegno ai diversamente abili, ma anche degli anziani e dei bambini attraverso la creazione e la gestione della ludoteca e del centro ricreativo, le gite organizzate eccetera. Il coro, la filarmonica. I volontari che ogni anno allestiscono i presepi e il presepe vivente. Il gruppo alpini. Infine naturalmente i volontari della biblioteca con tutte le attività organizzate, le conferenze, le mostre ed il giornale culturale on-line.

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Il tutto raccontato attraverso cartelloni, immagini, memorie, materiale d’archivio e audiovisivo, vecchi temi scolastici e altri lavori affini, targhe commemorative, e allestito con cura dai volontari della biblioteca con l’intento di creare uno spazio di incontro e dialogo tra le varie associazioni, ma anche tra volontari e non volontari. Una mostra che è stata inaugurata quest’oggi con una giornata dedicata ai bambini attraverso letture recitate e laboratori creativi volti a realizzare, con materiali di riciclo e molta fantasia, le decorazioni per l’albero di Natale che già troneggiava nella piazzetta del municipio.

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Una giornata che ha attirato molti bambini e che li ha intrattenuti con allegria facendo loro scoprire il bello di inventare con le mani e riallacciandosi in parte ai temi trattati nel corso della settimana dei rifiuti.

Antonella Alemanni

Volontario per la cultura, Biblioteca di Talamona

“Una comunità è viva quando i suoi componenti agiscono una partecipazione consapevole rivolta a un cambiamento virtuoso e collettivo. Il volontariato esprime partecipazione sociale in senso ampio, esprime cioè desiderio di solidarietà e collaborazione, di esserci ed incidere nelle scelte, di contribuire facendo la propria parte. Il tutto  dentro un’anima e un’azione in cui riecheggia un  sentimento di appartenenza.  Da soli o insieme riconosciamo il nostro bisogno di offrire tempo, energie e impegno a favore di altri,  come elemento di contributo per qualcosa che individuiamo come necessità di singoli o della nostra comunità nel suo complesso. Ognuno può trovare la dimensione partecipativa che meglio risponde alle proprie esigenze ed al contempo destinare capacità e competenze in base ai propri saperi ed esperienze. La vita della comunità ha bisogno di partecipazione e di volontariato  per continuare un percorso di crescita in cui ci si riconosce come appartenenti. Senza espressioni di volontariato e partecipazione c’è aridità e non c’è comunità. Grazie a tutti quelli che partecipano e contribuiscono.”

MARCO DUCA

Assessore Servizi Sociali, Comune di Talamona

A partire da quest’anno, grazie all’azione svolta dalla John Hopkins University e  dal CEV (Centri europei di volontariato), anche in Italia è possibile stabilire quanto vale il lavoro volontario e quanto incide sull’economia e la crescita del Paese. In Europa questo processo si sta già avviando. L’Italia sarà, infatti, il quarto paese, dopo la Polonia, l’Ungheria e la Norvegia, ad adottare il “Manuale sulla misurazione del lavoro volontario” pubblicato dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e predisposto dal Center for Civil Society Studies della John Hopkins University.

Questo importante traguardo sarà possibile grazie al progetto MESV (Misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario) realizzato dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), Fondazione Volontariato e Partecipazione e CSVnet (Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato), il quale si inserisce nell’ambito della rilevazione sugli “Aspetti della vita quotidiana“. Recentemente infatti l’Istat ha siglato una convenzione con CSVnet e la Fondazione Volontariato e Partecipazione, che forniranno un supporto per la realizzazione di questo progetto, il cui obiettivo è quello di rilevare e diffondere dati armonizzati a livello internazionale sul fenomeno del volontariato, sulla base delle linee guida contenute nel Manuale dell’ILO.

In base alla convenzione, la rete dei CSV collaborerà alla realizzazione della rilevazione sulla partecipazione dei cittadini alle attività di volontariato.I Centri di Servizio per il Volontariato saranno coinvolti nella formazione dei rilevatori Istat impiegati sul territorio, che acquisiranno competenze sul mondo del volontariato e le metodologie di misurazione del lavoro volontario. La Fondazione Volontariato e Partecipazione, dal canto suo, metterà a disposizione risorse umane e strumenti tecnici per lo svolgimento dell’indagine e le competenze del CNV (Centro Nazionale per il Volontariato), valorizzando il contributo dei propri fondatori, esperti e dei saperi di cui già dispone.

La Giornata Internazionale del Volontario offre un’opportunità alle organizzazioni di volontari e ai singoli volontari di rendere visibile i loro contributi – a livello locale, nazionale ed internazionale – al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Nel corso degli anni, parate, progetti di volontariato delle comunità, coscienza ambientale, assistenza sanitaria gratuita e campagne di sensibilizzazione sono state tutte messe in evidenza nella Giornata Internazionale del volontario.

Volontariato: la spina dorsale di uno sviluppo dinamico 

Incoraggiare le azioni di volontariato per lo sviluppo va al cuore dei procedimenti di lungo termine di capacity building (potenziamento delle modalità di attuazione dello sviluppo) nelle persone e nelle istituzioni.

“Se dobbiamo accelerare il progresso verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OMS) e mantenere la promessa che il mondo ha fatto di creare una vita migliore e più giusta, dobbiamo aumentare i nostri sforzi per disporre le politiche e le risorse necessarie per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.”

Kemal Dervis
Amministratore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) 

Come è dimostrato nel mondo, i volontari hanno un ruolo unico e importante da svolgere come partecipanti attivi nel processo di sviluppo. Volontari, organizzazioni di volontari, reti di volontari sono risorse importanti che hanno bisogno di essere riconosciute propriamente come partner legittimi nello sviluppo. Negli anni a venire, le energie e la creatività di milioni di persone in tutto il mondo che vogliono come volontari, dare un significativo contributo allo sviluppo e alla pace saranno fondamentali. In occasione dell’Assemblea Generale del CEV che si è tenuta a Bruxelles nel mese di dicembre 2010, i componenti del Centro europeo per il volontariato hanno adottato un documento di Presa di Posizione sulla Crisi Economica e Finanziaria.

 

Centro Europeo del Volontariato (CEV)
Documento di presa di posizione sulla Crisi Economica e Finanziaria
La crisi economica e finanziaria globale impatta fortemente su tutti gli ambiti della società, attenenti sia alla spesa pubblica sia a quella privata, come anche sui singoli individui e sulle organizzazioni della società civile. La recessione economica tocca quasi tutti gli individui e coinvolge tutte le sfere della società.
La chiamata rivolta al volontariato in questo periodo di crisi deve essere gestita con cautela. Il volontariato è un potente strumento per alleggerire gli effetti della crisi. Tuttavia, è necessario che tutti gli stakeholders coinvolti siano consapevoli delle sfide, ma anche delle possibili trappole che l’impatto della crisi attuale può tendere al panorama del volontariato.
La visione del CEV è quella di un volontariato che, in Europa, gioca un ruolo centrale nella costruzione di una società coesa e inclusiva, fondata sulla solidarietà e sulla cittadinanza attiva. In quanto rete europea dei centri di volontariato e delle organizzazioni di supporto al volontariato che ad oggi conta 83 aderenti in 33 paesi e che raggiunge più di 17000 organizzazioni a livello locale, il CEV lavora per creare un contesto politico, sociale ed economico che costituisca un terreno fertile allo sviluppo delle piene potenzialità del volontariato.
Attraverso il dialogo con i propri aderenti, il CEV ha preso coscienza di un fenomeno che sembra essere in significativa crescita in numerosi paesi dell’UE. Il volontariato sembra poter costituire una alternativa immediata per tutti coloro che si trovano a confrontarsi, inaspettatamente, con la disoccupazione, consentendo loro di mantenere attive e in esercizio le proprie competenze, di svilupparne di nuove, di mantenere vivo il senso di appartenenza a una comunità locale e di creare legami sociali e reti. In questo senso, il volontariato aumenta l’occupabilità delle persone. Molte attività di volontariato sono, in fondo, eventi sociali di incontro reciproco che infondono e facilitano nell’individuo la percezione di essere utili e di costituire una risorsa per la società. Vale la pena sottolineare, anzi andrebbe maggiormente valorizzato, l’impatto che queste attività producono in termini di benessere personale e di prevenzione del rischio di esclusione e depressione.
Il volontariato può mostrare i suoi punti di forza e le sue potenzialità solo nel momento in cui viene visto come ciò che è sempre stato: una modalità attraverso cui i cittadini possono esprimere e vivere la solidarietà e, attraverso ciò, contribuire alla coesione sociale, con tutti gli effetti positivi che questo provoca sul benessere delle persone e sulla salute dell’intera società.

Lucica Bianchi

Volontario per la cultura, Biblioteca di Talamona

 

RIFIU-TAL-0 AL VIA

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TALAMONA 16 novembre 2013 inaugurazione della settimana europea per la riduzione dei rifiuti

ATTRAVERSO LA PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO SHOK TRASHED UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE ANCORA UNA VOLTA SULLE NEFASTE CONSEGUENZE DELLO SVILUPPO E DELLO SPRECO E PER RENDERSI CONTO DI QUANTO TUTTI SIAMO INTERCONNESSI

I recenti aumenti della TARES e le lamentele che ne sono conseguite da parte della popolazione sono stati lo spunto che ha portato l’amministrazione comunale a decidere di aderire alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti, attraverso l’iniziativa RIFIU-TAL-0 (acronimo di rifiuti Talamona zero) per fare il punto su quello che è ormai divenuto un grave problema mondiale “perché l’amministrazione non può diminuire le tasse, ma la popolazione può impegnarsi a diminuire i rifiuti prodotti” ha detto l’assessore per l’ambiente e il territorio Renato Ciaponi introducendo la serata e presentando una settimana variegata e ricca di eventi che, partendo da questa sera alla casa Uboldi alle ore 20.30, si protrarrà sino a domenica 24 coinvolgendo, con una serie di appuntamenti, il più possibile tutti gli strati della popolazione a partire dalle scuole, nell’ambito delle quali sono previsti laboratori creativi ed educativi per insegnare ai bambini e ai ragazzi, in modo divertente, tutto ciò che bisogna sapere su raccolta differenziata, riciclo, riduzione degli sprechi e conseguenze di una cattiva gestione delle risorse. Tutto questo perché, come ha detto il sindaco Italo Riva, “il senso civico della popolazione si forma sui banchi di scuola e informare le fasce più giovani della popolazione è il modo migliore di far si che tutti i cittadini siano informati e consapevoli. Tutto ciò che i più giovani imparano viene infatti trasmesso all’interno delle famiglie che a poco a poco, a loro volta, imparano ad adeguarsi a determinate norme di comportamento”. Una consapevolezza, una cultura ambientalista che anche il cinema e i nuovi media contribuiscono a formare e questo ci porta al cuore della serata, la proiezione del film documentario TRASHED gia comparso nel mese di giugno di quest’anno in varie sale cinematografiche in contemporanea mondiale, scritto e diretto da Candida Brady e narrato da Jeremy Irons e introdotto questa sera da Patrizia Balbo della commissione ambiente. Un giro del mondo in 97 minuti circa attraverso le discariche, attraverso la spazzatura che l’uomo produce e che si accumula negli anni deturpando sempre più il paesaggio, persino in angoli del pianeta dove non si penserebbe mai di trovare dei rifiuti e attraverso le conseguenze che lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti, soprattutto la pessima gestione di queste pratiche, ripercuotono sull’ambiente e la salute. Un documentario shock, un pugno nello stomaco che ci costringe a fermarci e a riflettere per chiederci “che cosa stiamo facendo?” . Un viaggio alla conclusione del quale è stato disposto un rinfresco organizzato, in modo sostenibile con tovaglie di stoffa e bicchieri di vetro, da tutte le associazioni che hanno contribuito a rendere possibile questa iniziativa: Amici degli Anziani, Associazione VentiVenti, Biblioteca di Talamona, Circolo ACLI Talamona, Cooperativa Orizzonte, Filarmonica Talamonese, Gas-Cambio, Gruppo della Gioia, Gruppo MOICA, Oratorio di Talamona, Protezione Civile di Talamona, Vigili del Fuoco Volontari,  WWF Valtellina e Valchiavenna. Un viaggio che non dovrebbe fermarsi solo a questa sera o a questa settimana, ma che dovrebbe rimanere sempre impresso come monito nella quotidianità in cui siamo assorbiti, perché spesso a fare la differenza sono solo le nostre piccole abitudini della nostra vita di ogni giorno, modificando le quali, un passo alla volta, potremmo fare molto per il futuro dei nostri ecosistemi.

Antonella Alemanni

TALAMONA 17 novembre 2013 mercatino dell’usato

QUESTO NON LO BUTTO

UN’INIZIATIVA PER COMPRENDERE COME MOLTO DI CIO’ CHE BUTTIAMO PUO’ ESSERE IN REALTA’ RESTITUITO A NUOVA VITA

Il problema dei rifiuti è in primo luogo un problema culturale. Ciò su cui bisogna intervenire è la mentalità delle persone la loro consapevolezza, la loro informazione sia a livello locale che globale. Ciò che bisogna fare è dare degli strumenti che aiutano a mettere a fuoco il problema, cercare nuove modalità di soluzioni, nuovi approcci, educare a pratiche quotidiane sostenibili. È questo il principale messaggio che emerge dall’iniziativa RIFIU-TAL-0  e che quest’oggi si è concretizzato in un nuovo appuntamento, un mercatino allestito dalle 14 alle 18 nel tendone presso la palestra comunale con il contributo delle associazioni partecipanti coordinate da Patrizia Balbo della commissione ambiente, che hanno portato libri, abiti, scarpe giocattoli e vari accessori per contribuire a creare una cultura dell’incontro e dello scambio che aiuti a scoprire come spesso ciò che si considera ormai senza più valore e da buttare può invece avere ancora valore per qualcun altro. Incontri e scambi con una discreta adesione della popolazione per cercare di arginare gli effetti deleteri che ha avuto il consumismo sulla vita e il modo di pensare delle persone e che tanta parte ha di conseguenza avuto sugli attuali problemi ambientali. Incontri e scambi per riscoprire il valore delle cose e per rendere tutti sempre meno propensi a trasformarle in scarti, per rendere sempre meno automatico quel gesto entrato con troppa disinvoltura nella nostra vita quotidiana: aprire in continuazione i secchi e i bidoni dell’immondizia senza soffermarsi a pensare alle conseguenze.

Antonella Alemanni

 

Il mercatino del baratto e dell’usato

organizzato all’interno della settimana talamonese per la Riduzione dei Rifiuti, è stata l’occasione per adulti e bambini, gruppi informali ed associazioni, di incontrarsi, conoscersi, ed informarsi, per scambiare beni dei quali non hanno più bisogno e che possono essere utili ad altri, a costo zero o limitato e trattabile. Sotto un tendone di 200 mq., è stata allestita un’area dedicata al baratto dei bambini, e un altro spazio più ampio per il mercato dell’usato di gruppi, singoli ed associazioni.

L’area del baratto è stata frequentata da una ventina di bambini/e e ragazzini/e che hanno così potuto scambiare i loro oggetti, libri, giochi, supportati dai volontari e dai genitori presenti. L’appuntamento con loro si è chiuso con una “asta finale”per l’attribuzione degli oggetti del “tavolo comune” ed una merenda con dolcetti, torte e tisane calde, offerti dalle associazioni promotrici. Molti dei giocattoli e dei libri rimasti dopo le contrattazioni, sono stati donati dai bimbi alle associazioni presenti che li proporranno nei loro prossimi mercatini.

Nello spazio del mercato dell’usato si sono allestiti una decina di banchetti gestiti da singoli che per passione o per semplice desiderio di liberarsi (senza farne rifiuti) di oggetti vari, hanno messo in mostra e scambiato/venduto la loro mercanzia. Nello spazio centrale si è allestito lo spazio per le associazioni GFB Onlus (Gruppo Famigliari Beta-Sarcoglicanopatie) di Talamona e la Onlus “Vado al Massimo – Cose per l’altro mondo” di Delebio. Entrambe presenti con molti volontari e parecchi articoli, finanziano i loro progetti di ricerca e di sostegno alle missioni, raccogliendo e vendendo prodotti usati nei loro magazzini e in varie occasioni pubbliche.

Nella bacheca allestita all’ingresso, si è avviata la raccolta di annunci “cerco, offro, vendo, regalo…” che si vorrebbe rendere fruibile sul sito del comune, ma anche concretamente visibile in uno spazio pubblico, per facilitare riuso e scambio di beni che così non si trasformeranno in rifiuti. Tra i suggerimenti raccolti, quello di riproporre in modo regolare, questo tipo di iniziative, sia per i bambini, sia per gli adulti.

Visitato da un centinaio di persone, il mercatino di RIFIU-TAL-Ø è stato un modo di sperimentare pratiche che aiutano la comunità a ridurre lo spreco e quindi i rifiuti, di riflettere sulle potenzialità di riuso di tanti oggetti ancora integri o riparabili con poco, sull’inutilità per chi se ne vuole disfare, e l’interesse o bisogno di chi li cerca, sul risparmio e la riduzione dell’impatto ambientale, e non ultima, sull’opportunità di incontrare e conoscere altre persone, gruppi ed associazioni, rafforzando la rete di relazioni solidali.

Patrizia Bavo

Mercoledì 20 novembre, alle ore 20.30

all’Auditorium delle Scuole Medie di Talamona

I RIFIUTI IN COMUNE

Incontro con Alessio Ciacci

Nato a Lucca nel 1980, Alessio Ciacci è attivo da quindici anni nei movimenti a livello locale e nazionale per la pace, contro la privatizzazione dei beni comuni, per la tutela dell’ambiente. Nel 2012 è stato nominato Personaggio Ambiente italiano dell’anno. Membro del consiglio direttivo dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, del direttivo nazionale del Coordinamento Enti Locali Agende 21 per Kyoto e del Coordinamento Enti Locali per l’Acqua Pubblica, dal 2007 al 2013 è stato Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori (prov. Di Lucca – 46.000 abitanti), il primo comune in Italia ad aver aderito alla strategia internazionale “Rifiuti Zero”.

Proprio per conoscere e valorizzare questa sua straordinaria esperienza amministrativa, gli organizzatori di RIFIU-TAL-Ø, la settimana talamonese di iniziative per la Riduzione dei Rifiuti, con il sostegno della Comunità Montana Morbegnese, gli hanno dedicato il terzo appuntamento che ha visto riuniti nell’auditorium delle Scuole Medie, un’ottantina di cittadini valtellinesi, tra i quali molti amministratori, rappresentanti delle associazioni locali e di attività economiche, interessati alla tematica, ma soprattutto alle buone pratiche che si possono adottare per ridurre il grande impatto ambientale, economico e sociale che ne deriva.

Ciacci è stato generoso di informazioni, analisi, consigli e documentazione riguardanti il percorso “verso rifiuti zero” che il suo comune, con altri 200 in tutta Italia, sta promuovendo nel proprio territorio con un complesso ed appassionante lavoro di coinvolgimento della cittadinanza, delle imprese, delle associazioni, nel perseguire l’obiettivo della riduzione massima della produzione di rifiuti.

Il programma della strategia Rifiuti Zero, si snoda in dieci passi che partono dalla prevenzione della produzione del rifiuto con un lavoro di sensibilizzazione e adozione di stili di vita più civili e responsabili, alla separazione alla sorgente, cioè ad una sempre più attenta differenziazione, dalla raccolta porta-porta, quindi dall’abbandono del generico “cassonetto”, alla diffusione della pratica del compostaggio domestico (ma anche collettivo), dal riciclaggio dei vari materiali, quindi dall’allungamento della loro vita in altre tipologie di prodotti, alle iniziative per la riduzione dei rifiuti, come mercatini dell’usato e altre occasioni di scambio di beni ancora utilizzabili, o ancora laboratori e magazzini di recupero e riparazione di tanti prodotti che per minimi danni o semplice perdita di interesse, vengono declassati a rifiuti.

Già mettendo in campo queste pratiche, una comunità può raggiungere risultati notevoli, stimabili in una significativa riduzione della quantità di rifiuti e nel raggiungimento del 70-80 % di raccolta differenziata (ricordiamo che la direttiva europea sui rifiuti e la legislazione nazionale hanno definito come obiettivo al 2012 il raggiungimento del 65%); ma per superare anche questo obiettivo occorre utilizzare incentivi economici che aggancino i costi alla effettiva produzione di rifiuti, facendo pagare di più chi ne produce maggiormente e premiando con sconti significativi chi si comporta in modo virtuoso.

E’ importante inoltre affrontare il tema rifiuti con un approccio scientifico e con metodo, attivando un osservatorio sul territorio che monitori la situazione, studiandola dai vari punti di vista, attivando ricerca e sperimentazione, condizionando anche scelte produttive (impiego di residui del riciclo), commerciali e di design, in particolare riguardo gli imballaggi e formule alternative di vendita.

Tutto questo riducendo progressivamente fino a dismettere le pratiche di raccolta in discarica e di combustione in inceneritori, intercettando e reimpiegando i beni e i materiali pronti per essere utilizzati da altri e in diversi modi, per ridurre entro il 2020, prima tappa temporale della strategia, l’insostenibile impatto dei rifiuti sull’ambiente e per intraprendere un lavoro di recupero sullo sfruttamento di risorse dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione e che vorremmo lasciare alle prossime generazioni in condizioni pari, se non migliori, a quelle di quando l’abbiamo avuto in prestito.

Con i numerosi stimoli avuti in questo incontro e nelle iniziative fatte ed in programma nei prossimi giorni, si potrà continuare sul territorio il confronto su questi temi, auspicando il coinvolgimento non solo degli enti locali e delle comunità relative, ma anche di SECAM e di altri soggetti espressione del mondo dell’impresa, dell’economia solidale e del volontariato che si stanno attivando a vario titolo sulla questione rifiuti.

(eventuale riferimento ai prossimi appuntamenti)

 

Patrizia Bavo

TALAMONA 20 novembre 2013 una conferenza all’auditorium delle scuole medie

RIFIUTI IN COMUNE

L’INTERVENTO DI ALESSIO CIACCI DEL COMUNE DI CAPANNORI (LU) E IL CONTRIBUTO DELLA COMUNITA’ MONTANA DI MORBEGNO PER DISCUTERE SULLE BUONE PRATICHE AMMINISTRATIVE DELLA GESTIONE DEI RIFIUTI E SULLA CAMPAGNA RIFIUTI ZERO

Nel corso dell’iniziativa RIFIU-TAL-0 stiamo scoprendo come una cattiva gestione dei rifiuti e un approccio superficiale alla questione si ripercuotono negativamente su tutta la terra, stiamo scoprendo come nessuno possa permettersi di chiamarsi fuori e dire “non mi riguarda”. Ma all’atto pratico oltre tutti i discorsi e le campagne di sensibilizzazione possibili, le istituzioni, i comuni, come stanno gestendo il problema, che soluzioni stanno provando a mettere in atto? È quello che abbiamo potuto scoprire questa sera facendo la conoscenza di un comune virtuoso, Capannori in provincia di Lucca, attraverso la voce del suo assessore all’ambiente, Alessio Ciacci che ha fortemente promosso l’adesione del comune alla campagna rifiuti zero e che ha sempre dimostrato una particolare attenzione per le tematiche ambientali. Una serata che introduce un’importante novità: a partire da questa sera infatti l’iniziativa RIFIU-TAL-0 si convenziona ad un’altra importante iniziativa che è quella dedicata alle vittime del femminicidio dal titolo IL POSTO OCCUPATO, un’iniziativa cui aderiscono biblioteche scuole, sale cinema, ambulatori, semplicemente occupando una sedia con abiti e accessori femminili e il volantino dell’iniziativa a ricordo delle troppe donne uccise. Ad introdurre la serata l’ideatore dell’iniziativa l’assessore all’ambiente di Talamona Renato Ciaponi, che ha evidenziato l’appoggio di tutte le associazioni che hanno aderito al progetto e che si stanno prodigando per promuovere la cultura del riuso contro la dannosa e purtroppo dominante pratica dell’usa e getta. Ha poi preso la parola il rappresentante della Comunità Montana di Morbegno che ha contribuito a patrocinare l’evento, un intervento volto a sottolineare l’importanza della condivisione di tante buone pratiche che oltre a giovare all’ambiente comportano non pochi vantaggi economici. E’ a questo punto che Alessio Ciacci ha potuto cominciare il suo racconto di come la sua campagna per la gestione dei rifiuti abbia trasformato il Comune di Capannori in un comune virtuoso. Per troppo tempo si è andati avanti a produrre e consumare e produrre di nuovo attingendo dalla Terra come se fosse un serbatoio inesauribile e questo ha provocato oltre ad un accumulo di scarti (che da soli sono responsabili del 45% dell’impatto ambientale) anche un impoverimento delle risorse. A tutto questo si può porre rimedio applicando una visione circolare della materia. Una volta che un oggetto ha terminato il suo ciclo vitale non deve uscire di scena diventando rifiuto, ma deve poter essere immesso nuovamente nel ciclo riutilizzato così com’è oppure trasformato. Un percorso che già diverse città e piccoli comuni stanno mettendo in atto. La prima metropoli in assoluto a ragionare su un percorso circolare per la gestione dei materiali è stata S. Francisco. Una visione che ha come obiettivo quello di ridurre sempre più il numero di rifiuti prodotti fino ad arrivare un giorno a tagliare il traguardo dei rifiuti zero. Un obiettivo che non è poi così impensabile se ci si attiene ad una tabella di marcia ben precisa articolata in vari punti:

La separazione dei rifiuti alla sorgente cioè prima che vengano gettati via attraverso la differenziazione delle varie tipologie e la raccolta porta a porta.

Compostaggio collettivo dei rifiuti organici sia ad opera delle industrie che dei privati.

Riciclaggio e riutilizzo

Migliorare le tecnologie industriali per quanto riguarda appunto lo smaltimento degli scarti.

Eliminare progressivamente i cassonetti comuni e introdurne una tipologia che permette di misurarne il contenuto.

Vendita alla spina e riduzione degli imballaggi

Abbandono progressivo delle discariche (nelle quali attualmente finisce il 65% dei rifiuti) che si prevede entro il 2020 di far diventare temporanee cioè siti di stoccaggio dei rifiuti in attesa che essi subiscano trattamenti più adeguati.

Riparazione degli oggetti e separazione del residuo e cercare tecnologie alternative a discariche ed inceneritori per trattare rifiuti non riciclabili istituendo a tal scopo centri di ricerca specifici.

Introdurre tariffe che tengono conto dei rifiuti effettivamente prodotti.

Sacchi neri col microchip per sapere quanti ne vengono effettivamente riempiti ogni giorno e operatori che si occupino di verificarne il contenuto e togliere i rifiuti che per sbaglio vi sono stati posti (anche incautamente in buona fede).

Una strategia che nel comune di Capannori pare stia gia dando i suoi buoni frutti, ma che per essere messa in atto necessita non solo dell’impegno delle amministrazioni che eventualmente vogliano seguire l’esempio, ma anche della buona volontà dei cittadini di far proprie queste modalità nella loro vita di tutti i giorni. Una strategia che forse eviterà che un giorno gli archeologi del futuro, per studiare la nostra civiltà, debbano andare a scavare nelle discariche. Sempre che, nel frattempo, sulla storia dell’umanità non sia calato il sipario.

Antonella Alemanni con la collaborazione di Lucica Bianchi e Simona Duca

TALAMONA 22 novembre 2013 alla casa Uboldi il punto sulla questione dei rifiuti

RIFIU-TAL-O… SE VUOI!

ATTRAVERSO LA VISIONE DEL FILMATO LA STORIA DELLE COSE E LA DIVULGAZIONE DEI DATI RELATIVI ALLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI DEL COMUNE DI TALAMONA, UNA SERATA DI INCONTRO E CONFRONTO PER METTERE SUL TAVOLO SPECIFICHE PROBLEMATICHE E PROPOSTE RISOLUTIVE

Per una strana coincidenza questa serata è ricaduta proprio nel giorno del lutto nazionale per gli alluvionati della Sardegna. Un disastro che ben si colloca all’interno dei discorsi portati avanti nel corso di questa iniziativa riguardo all’impatto ambientale e alla gestione delle risorse, un discorso nel quale ben si collocano anche i rifiuti che contribuiscono non poco ad impattare e che sono il risultato di una gestione scellerata delle risorse. Oggi inoltre si celebra il cinquantenario dell’attentato al presidente Kennedy il cui fratello pubblicò uno scritto nel quale illustrò come il PIL di una nazione dipenda anche dal benessere effettivo, dalla felicità dei suoi abitanti determinati da tutta una serie di fattori soprattutto sociali che vanno oltre la falsa idea di felicità propagandata dalla cultura del consumismo che ci spinge ad avere sempre cose nuove e ci convince che solo quando compriamo siamo felici cosa che ci porta a comprare e buttare facilmente per essere pronti a comprare di nuovo. Con questo discorso Patrizia Bavo, principale promotrice dell’iniziativa RIFIU-TAL-0 ha introdotto il video attorno al quale tutta la serata ruotava intitolato LA STORIA DELLE COSE realizzato nel 2006 da Annie Leonard, attivista ambientalista americana tra i primi operativi di Greeenpeace, un video  che a tutt’oggi ha avuto 12 milioni di visualizzazioni su You tube in 200 nazioni. Un video che tra le altre cose affronta proprio il discorso degli inganni della cultura consumista responsabile non solo dell’aumento esponenziale dei rifiuti, ma anche in effetti di una diminuzione della felicità e della soddisfazione generale. Un video che affronta in modo chiaro e diretto tutti i temi di cui l’iniziativa si occupa per comprendere cosa c’è effettivamente dietro agli oggetti che fanno parte della nostra quotidianità in particolar modo dopo che vengono gettati via troppo spesso a cuor leggero. Un video che permette di riflettere, capire, informarsi e che, al pari di TRASHED, visto la scorsa settimana, permette di sviluppare una maggiore coscienza civile. Un video cui ha fatto seguito l’analisi dei dati del 2012 relativi ai costi di gestione e smaltimento dei rifiuti del comune di Talamona che ha destato particolare interesse nei presenti i quali spontaneamente hanno intavolato una sorta di dibattito in cui ognuno metteva in evidenza problematiche e proposte di soluzioni anche riguardo a tematiche corollarie a quella principale dei rifiuti. C’è chi ad esempio ha fatto notare come si stia perdendo la cultura della raccolta della frutta spontanea. Chi ha detto che qui nel nostro territorio lo smaltimento dell’umido non dovrebbe essere un così grande problema perché molti possiedono spazi verdi presso le loro case, spazi dove l’umido potrebbe trovare la sua collocazione. C’è chi ha fatto notare come costi di più smaltire la terra con cui si copre la neve per non scivolare che non la terra stessa. C’è chi ha fatto notare il problema dei depliant pubblicitari fonte principale della maggioranza dei rifiuti cartacei: dire che non si vuole riceverli non basta questo non risolve il fatto che comunque circolano. Il risultato è stato una tavola rotonda che si spera non si esaurisca in una serata, ma che sia lo spunto per un riflettere (e ancor più per un agire) che venga portato avanti nel tempo.

Antonella Alemanni

TALAMONA 23 novembre 2013 una cena alle scuole elementari

METTIAMO INSIEME LA CENA

IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA EUROPEA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI UN INIZIATIVA CONCRETA PER SENSIBILIZZARE ALLA TERRIBILE REALTA’ DEGLI SPRECHI

Alla presenza dell’assessore alla cultura Simona Duca (con famiglia al seguito) dell’assessore all’ istruzione Ernestina Cerri, dell’assessore per l’ambiente e il territorio Renato Ciaponi, dei rappresentanti delle associazioni che hanno collaborato al progetto e di simpatizzanti tra il pubblico dei cittadini, si è tenuta, sabato 23 novembre alle ore 19.30 nell’atrio delle scuole elementari una cena conviviale e in qualche modo anche solidale. Ognuno dei partecipanti ha portato qualcosa da mangiare ed è con tutte queste pietanze che è stata messa insieme la cena come dice il titolo stesso dell’iniziativa. L’idea era quella che ognuno portasse avanzi di pranzi e cene precedenti (certo, non più vecchi di uno o due giorni) per esprimere con un’azione concreta l’importanza di educare al valore del minimo spreco possibile e per sradicare l’ormai troppo diffusa cultura (o sottocultura o controcultura) dell’usa e getta che, nei cosiddetti Paesi ricchi, si estende anche al cibo buttato in gran quantità mentre nel resto del Mondo la fame rimane un flagello più presente e terribile che mai. Il risultato è stato una serata di convivialità, ma con più di un valore aggiunto.

Antonella Alemanni

TALAMONA 24 novembre 2013 conclusione della settimana europea per la riduzione dei rifiuti

E ALLA FINE LO SO FARE?

LABORATORI CREATIVI ALLA PRESENZA DEI VOLONTARI E DEI BAMBINI DELLE SCUOLE ELEMENTARI PER RIUSCIRE AD APPROCCIARSI IN MODO RIGOROSO, MA DIVERTENTE AL TEMA DEI RIFIUTI 

La ricca e variegata iniziativa talamonese in merito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti è giunta oggi, 24 novembre, al termine con un pomeriggio all’insegna del divertimento, ma sempre e comunque anche dell’educazione e della sensibilizzazione a questo tema di grandi e piccini. Un pomeriggio che ha avuto luogo nell’atrio delle scuole elementari dalle 14 alle 18 attraverso giochi e attività ricreative attraverso cui si possono imparare piccoli semplici trucchi innanzitutto per smaltire correttamente i propri rifiuti, ma ancor più per produrne meno (parole d’ordine riutilizzo e riciclo) e adottare uno stile di vita più verde.

vita piu verde

La principale attrazione della giornata è stato il gioco RIFIUTOPOLI preparato dagli alunni delle scuole elementari (che ne sono stati anche i principali animatori) nell’ambito dei laboratori creativi che, durante lo svolgimento dell’iniziativa, sono stati dedicati a loro. Si tratta di una sorta di gioco dell’oca con molte caselle associate a domande per mettere alla prova la conoscenza pregressa in materia di rifiuti dei giocatori. Chi non lo sapesse gia, grazie a questo divertente gioco ha potuto imparare quali sono i rifiuti che si possono riciclare e quali no (ad esempio la carta si ricicla solo se pulita così come le bottiglie di vetro e gli imballaggi di plastica i piatti e i bicchieri), ha potuto approfondire il concetto di rifiuti speciali perché più pericolosi di tutti gli altri (batterie, lampadine, farmaci scaduti) e che necessitano quindi di trattamenti particolari, ha potuto scoprire che il vetro delle finestre non è uguale a quello delle bottiglie e quindi non si deposita nelle apposite campane, ma si porta all’isola ecologica dove si portano anche gli oli esausti da cucina e da motore. Un gioco il cui unico premio è l’incremento della conoscenza e dunque in qualche modo della coscienza civile.

2 della conoscenza

Uno dei primi laboratori che si potevano notare una volta entrati era quello per la produzione dei detersivi bio. Tutti potevano provare a preparare con le proprie mani dei campioncini deposti in vasetti di yogurt da portare a casa insieme con dispense dettagliate ricche di informazioni circa gli ingredienti, le dosi e quant’altro. La volontaria responsabile di questo stand, Francesca, raccontava come i detersivi bio (che si possono comunque trovare nei supermercati specializzati in prodotti biologici) siano addirittura più efficaci in minori concentrazioni rispetto a quelli comuni diminuendo nettamente il problema dei flaconi vuoti. Inoltre dispersi nell’ambiente (per esempio attraverso le tubature del lavandino) riducono notevolmente l’impatto ambientale e l’inquinamento con tutte le loro spiacevoli conseguenze. Ho provato anche io a creare i miei campioncini di biodetersivo. Una crema pulente per sanitari mescolando bicarbonato con detersivo bio per i piatti finchè non diventa appunto cremoso e un detersivo liquido per i vetri ottenuto con due parti di acqua e una di alcool (puro o denaturato) acido citrico in polvere reperibile nei consorzi agrari poche gocce di detersivo bio per i piatti e di oli essenziali per aromatizzare e coprire l’odore pungente dell’alcool.

3 dell'alcool

Un altro stand vicino all’ingresso proponeva la creazione di collanine e braccialetti partendo da tessuti di recupero. Si tagliavano vecchi indumenti li si riduceva in striscioline e li si intrecciava con fantasia. Un laboratorio creativo apprezzato particolarmente dai bambini che, con l’attenta supervisione dei volontari, creavano questi gioielli soprattutto con l’intento di regalarli alle loro madri.

4 alle loro madri

Uno stand molto simile a questo si trovava nell’angolo più lontano dalla porta d’ingresso. Un laboratorio che aveva sempre l’intento di dare nuova vita ai rifiuti in modo creativo, ma in modo molto più variegato attraverso la creazione di vari oggetti decorativi, pupazzetti, bigliettini di natale e scatole colorate.

5 scatole colorate

Simile al laboratorio per la creazione dei detersivi bio è stato quello per la creazione del sapone bio. Un sapone che ha il solo svantaggio di essere un po’ più delicato rispetto a quello prodotto chimicamente e che per questo non deve essere lasciato troppo a lungo nel portasapone bagnato per non rischiare che si sciolga, ma a parte questo non ha nulla da invidiare, in quanto a qualità generali, al suo omologo industriale. Il sapone bio si prepara a partire dall’olio. È possibile usare sia lo strutto sia l’olio extravergine di oliva che quello esausto recuperato dalle fritture il che è un ottimo modo di riutilizzare questo materiale. L’olio va riscaldato ad una temperatura di circa 50° dopodiché si aggiunge la soda caustica sciolta nell’acqua più o meno alla stessa temperatura in un contenitore di vetro resistente al calore. Per lavorare con la soda caustica è consigliabile munirsi di guanti e mascherina per non rischiare di respirare pericolose esalazioni. La quantità di soda consigliata è di 204 g per 1 kg di olio. Il tutto va mescolato finchè non assume l’aspetto e la consistenza della crema pasticcera. Con l’olio esausto il miscuglio ci mette di più per amalgamarsi bene. Tale miscuglio può essere aromatizzato con oli essenziali o riducendo in polvere calendula, lavanda, limoncina e altre  piante profumate. Una volta ridotte in polvere tali piante devono essere usate subito o perdono l’aroma. Una volta ottenuto il fluido aromatizzato va immerso negli stampi e tenuto a riposo. Dopo quarantotto ore si solidifica e dopo due mesi giunge a piena maturazione.

Un ultimo stand se lo è riservato la principale promotrice di questa iniziativa, Patrizia Bavo, che ha esposto i suoi libri relativi alle tematiche inerenti l’iniziativa stessa.

Ed ecco dunque come questa importante iniziativa è giunta alla sua conclusione.

Antonella Alemanni

TALAMONA 20 dicembre 2013  riunione in comune

IL PUNTO SUI RIFIUTI

UNA TAVOLA ROTONDA CON GLI ORGANIZZATORI E I SIMPATIZZANTI DELL’INIZIATIVA RIFIU-TAL-0 PER FARNE UN BILANCIO E CERCARE SPUNTI DI RIFLESSIONE

Con l’iniziativa RIFIU-TAL-0 si è cercato di aprire un ulteriore squarcio sui problemi ambientali che da anni affliggono il mondo intero. L’ambiente sempre più invaso dai rifiuti umani che si ritrovano persino in zone non abitate dall’uomo perché trasportati dalle correnti marine è un problema molto serio che richiede l’interesse, la collaborazione e l’impegno di tutti per poter essere risolto una volta per tutte. Non sarà una cosa facile e sicuramente non si risolverà in tempi brevi, ma bisogna seriamente cominciare a preoccuparsene. Ignorare il problema, non informarsi, non cercare nemmeno di capire in che modo i rifiuti potrebbero essere gestiti al meglio non farà altro che ingigantire il problema cui sarà sempre più difficile far fronte. L’iniziativa RIFIU-TAL-0, attraverso cui il comune di Talamona ha aderito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti grazie all’impegno delle varie associazioni che vi operano, ha avuto proprio questo scopo: sensibilizzare ed informare la popolazione lanciando tra le altre cose un messaggio fondamentale secondo cui tutti nella propria quotidianità possono contribuire a migliorare le cose, differenziando, smaltendo correttamente i rifiuti a seconda della loro tipologia e soprattutto diminuendo la propensione a buttare favorendo il riciclo e il riuso. La riunione di questa sera alle ore 17.30 ha avuto lo scopo di raccogliere i frutti di questa iniziativa, di riflettere su quanto è emerso dalle serate e dalle varie iniziative organizzate e cosa effettivamente sia rimasto a chi ha partecipato, di provare a fare di questa iniziativa un punto di partenza per dei cambiamenti positivi più concreti e duraturi, di provare a capire come tutto cio che è stato appreso possa essere portato avanti, provare sulla base di cio a fare proposte e capire come metterle in atto. E’con tali propositi che si sono trovati l’assessore all’istruzione Ernestina Cerri, quello per l’ambiente e del territorio Renato Ciaponi (giunto in ritardo per motivi di lavoro), alcuni volontari della biblioteca (tra i quali la sottoscritta e la signora Lucica Bianchi), alcuni rappresentanti delle varie organizzazioni che hanno dato il loro contributo, alcuni tra i semplici cittadini che sono intervenuti come pubblico nel corso della settimana di attività e naturalmente Patrizia Bavo che è stata un po’ l’anima nonché la principale promotrice del progetto. A lei il compito, dopo essere stata introdotta dall’assessore all’istruzione, di aprire la tavola rotonda illustrando il bilancio effettivo dell’iniziativa che ha avuto un discreto numero di partecipanti anche se non tutte le attività hanno avuto egual successo ed eguale adesione, soprattutto da parte dei talamonesi. La proiezione del documentario TRASHED ad esempio è stata riproposta a Sondrio e tutti i presenti nel corso della riunione sono stati concordi nel dire che tale proiezione è stato un metodo molto efficace per cominciare a far concentrare la gente sul problema perché nessuno è riuscito a restare indifferente a cio che ha visto. I mercatini dell’usato invece hanno avuto scarso successo, molta gente non ne era informata e quel giorno a Talamona erano in corso di svolgimento anche altre iniziative. La risposta più positiva l’hanno data i bambini nel corso dei laboratori organizzati per loro a scuola coronati dall’iniziativa conclusiva E ALLA FINE LO SO FARE con laboratori ricreativi e il gioco RIFIUTOPOLI appositamente creato dai bambini. Questo ha fatto riflettere gia durante lo svolgimento dell’iniziativa e ancora di più questa sera sull’opportunità di puntare molto sui bambini per educare l’intera popolazione a nuovi modi di pensare e agire. I bambini infatti per loro natura sono più recettivi, aperti alle novità e sono in grado di imparare tutto se proposto loro nel modo giusto come appunto è stato nel corso delle attività ricreative. A tal proposito Lucica Bianchi ha parlato delle attività scolastiche cui collabora e ha detto che affinchè i bambini possano essere davvero un veicolo di educazione al senso civico anche per gli adulti è necessaria una maggiore comunicazione tra scuola e famiglie. Grande successo la serata con Alessio Ciacci e le sue proposte per un comune virtuoso che tutti i comuni d’Italia e nel Mondo dovrebbero mettere in atto per ottenere risultati. Grande affluenza di pubblico, ma scarsa adesione dei talamonesi che si sono invece ritrovati alla cena solidale e alla serata informativa circa i costi di smaltimento dei rifiuti nel comune di Talamona due serate che già si possono considerare come due tavole rotonde con la possibilità di proporre idee e soluzioni possibili, due serate delle quali la riunione di questa sera ha raccolto in qualche modo il testimone. Dopo l’intervento di Patrizia Bavo è stata data infatti a tutti i presenti la possibilità di dire la propria, di dire per esempio a quale delle iniziative ha partecipato, cosa è piaciuto e cosa no, di aggiungere qualcosa che non è stato ancora detto, dire la sua sulla questione in generale. Bisogna dire che sono emerse cose molto interessanti. C’è chi ha sottolineato ancora una volta l’impegno messo nell’iniziativa, chi ha detto che andrebbe organizzata in modo diverso organizzando eventi e frequenti richiami dilazionati nel tempo anziché concentrare tutto in un arco di tempo ristretto e che tutto questo è necessario perché bisogna scuotere la popolazione dal torpore e dal disinteresse in quanto basta davvero poco per fare la differenza purché quel poco sia portato avanti con costanza e impegno dal maggior numero di persone possibile. C’è chi a tal proposito ha sottolineato l’importanza di non sottovalutare l’aspetto comunicativo, il modo in cui le cose vengono presentate. Bisogna cercare di risultare accattivanti e di coinvolgere nomi che hanno un richiamo sulla gente (SAVIANO, SAVIANO, SAVIANO, SAVIANO, SAVIANO!!!!! Ndr) e bisogna fare in modo che la gente interiorizzi quello che si fa che si prodighi per renderlo parte integrante della propria vita, non deve succedere, come invece purtroppo succede, che la gente partecipa ad un evento poi dopo un po’ non ci pensa più. Qualcuno già questa sera ha detto di essersi reso conto di avere un approccio errato alla questione di non averla compresa fino in fondo prima di aderire a questa iniziativa e che dunque è fondamentale che i canali di comunicazione con la popolazione si mantengano sempre aperti per diffondere il più possibile obiettivi condivisi e condivisibili. Non è poi così utopico pensare infatti che, partendo dalle piccole realtà poco per volta si possa arrivare a ragionare su larga scala, sempre più larga fino a portare tutto su un piano globale come dovrebbe essere. Per fare cio è necessaria però la coerenza in primo luogo. A tal proposito c’è stato anche chi ha sottolineato come aver utilizzato le luminarie di Natale sia stata una dimostrazione di incoerenza rispetto alle tematiche affrontate poiché le luminarie non sono certo un grande esempio di attenzione verso l’ambiente, verso il problema dell’inquinamento e la necessità del risparmio energetico. Tra le varie impressioni relative all’iniziativa e alle tematiche espresse ha gia cominciato questa sera ad emergere qualche proposta concreta, come ad esempio costituire un gruppo stabile che si occupi attivamente delle problematiche ambientali, una associazione costituita da tutti coloro i quali hanno già aderito all’iniziativa RIFIU-TAL-0, oppure la possibilità di creare un sistema di compostaggio dei rifiuti organici su scala comunale, investendo in apposite attrezzature e coinvolgendo la popolazione con partecipazioni dirette e obbligate, oppure la necessità di variegare le iniziative per indirizzarle a varie tipologie di target (come in parte è già stato fatto). Nel corso della serata si è notato che il tempo era davvero poco per tutto quello che sarebbe stato necessario dire. Si è dunque deciso di indire un’altra riunione. Prossimo aggiornamento mercoledì 8 gennaio.

Antonella Alemanni

TALAMONA 8 gennaio 2014 riunione in comune

IL PUNTO SUI RIFIUTI: NUOVO AGGIORNAMENTO

DOPO LA PRECEDENTE RIUNIONE PREFESTIVA UN NUOVO SLANCIO AL PROGETTO DI CREARE UN GRUPPO DI VOLONTARI PER UNA SORTA DI MONITORAGGIO LOCALE CIRCA LA SPINOSA QUESTIONE DEI RIFIUTI

Un successo ancora maggiore rispetto alla volta precedente ha coronato la riunione tenutasi in comune questa sera alle 20.30. Sebbene qualcuno che era presente la scorsa volta stasera non c’era, nel complesso il numero di partecipanti, tra volontari, amministratori, cittadini e rappresentanti di varie associazioni talamonesi era addirittura maggiore. Un successo che fa riflettere una volta di più e che funge da stimolo per continuare questo percorso con proposte e idee da rendere al più presto operative. Per prima cosa però è stato necessario aggiornare gli assenti alla riunione precedente su cio che è stato detto in modo che tutti i presenti si potessero poi confrontare alla pari. Poi è stato necessario consentire di esprimersi a chi non ha potuto farlo nel corso dell’incontro precedente. Sono emersi ancora diversi pareri in merito all’iniziativa RIFIU-TAL-0. Chi non ha trovato assolutamente cattiva l’idea di concentrare tutto in una settimana perché in questo modo si è creata condivisione. Chi ha osservato che sarebbe stato meglio unire in qualche modo l’iniziativa dei mercatini con quella dei laboratori per bambini. Chi pur sottolineando l’importanza dell’impegno preso ha consigliato di non indulgere a prendersi troppo sul serio. Il risultato è stato un dibattito che si è rivelato ancora una volta molto vivo da cui sono emerse molte note positive, ma anche tutta una serie di problematiche dalle quali non si può prescindere nell’impostazione di un piano di sensibilizzazione generale. Tra le note positive il fatto che Talamona sia stato l’unico comune in tutta la provincia ad aderire alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti, una nota che si può definire positiva e negativa allo stesso tempo: positiva in quanto nota di merito per il nostro comune (e soprattutto per la cooperativa ORIZZONTI che ha confermato il suo impegno nella promozione di iniziative in tal senso e per tutti coloro che, dopo aver preso parte alle iniziative, hanno diffuso il messaggio ad amici parenti e conoscenti contribuendo già in questo modo a creare una rete) ma negativa se si considera il complessivo scarso interesse dimostrato dalla provincia per queste tematiche molto importanti e molto delicate. Uno dei nodi cruciali del dibattito di questa sera è stato proprio il senso civico che manca nella gente, soprattutto a causa di un modello sociale che spinge all’individualismo nel senso più negativo, quell’individualismo che porta la gente a pensare cose tipo “se fanno tutti così perché io mi devo sbattere più degli altri?” oppure “non sono problemi miei, non sono ambientalista io nella vita ho altre priorità, non vedo perché dovrei interessarmene” e altre cose simili che, senza essere telepatici, si possono facilmente indovinare osservando gli atteggiamenti di chi ci circonda, il degrado e il menefreghismo impregnato nell’aria. Durante il dibattimento stasera c’è stato chi ad esempio ha fatto notare come molte persone sono talmente pigre o talmente idiote da non saper nemmeno usare i contenitori della raccolta differenziata da arrivare li appresso al contenitore con la loro plastica, la loro carta o il loro vetro e anziché inserirli nel contenitore lasciarli ai piedi del contenitore stesso finchè non si accumulano al punto che se qualcuno che passa di li con l’intenzione di usare correttamente il contenitore è impossibilitato a farlo. Qualcun altro ha fatto notare come invece in altri Paesi, come ad esempio la Svizzera, non solo il senso civico è più sviluppato, ma è anche supportato da un sistema di leggi e burocrazia intelligenti che anziché svilirlo lo stimolano. In Italia se qualcuno vuole segnalare alle autorità comportamenti poco corretti come vandalismi o strade che vengono sporcate deve sopportare poi una lunga trafila di pratiche, processi e procedimenti vari, quando non addirittura la querela del vandalo o dell’incivile che è stato segnalato. È una guerra persa in partenza per la quale qualcuno ha proposto come soluzione un efficace sistema di videosorveglianza multe più severe ma nel contempo una campagna di sensibilizzazione da svolgersi in vari modi: in forma di gioco (una delle prime iniziative che il gruppo di volontari per la questione dei rifiuti potrebbe fare una volta costituito dovrebbe essere commercializzare il gioco RIFIUTOPOLI come gioco in scatola da tavolo, anche per autofinanziarsi) ma anche andando più volte nelle case dei cittadini a spiegare loro i comportamenti corretti e le conseguenze di quelli non corretti come già viene fatto nel virtuoso comune di Capannori e come viene fatto in altri comuni che stanno cominciando a seguirne l’esempio come Ariccia, una sensibilizzazione, che come è già stato detto in precedenza, può passare attraverso le scuole, attraverso i bambini che, prendendo esempio da figure di riferimento che non sono sempre e solo insegnanti, ma anche figure esterne talvolta più efficaci, possono contribuire a sensibilizzare le loro famiglie. Ma siamo davvero sicuri che questa cosa funziona? È davvero una strategia vincente puntare sulla sensibilità della gente? Siamo così sicuri che questa sensibilità esiste? Non si corre il rischio di sentirsi opporre dei netti rifiuti tipo “non accetto che mi si venga a dire come devo comportarmi in casa mia” oppure che neanche i bambini riescano a portare il loro messaggio perché potrebbero sentirsi dire cose tipo “come ti permetti di dirmi che non faccio niente per il Mondo o che non mi comporto bene quando ti metto un tetto sopra la testa”? Purtroppo non si possono considerare le questioni emerse dall’iniziativa RIFIU-TAL-0  e dagli incontri successivi senza tener conto di questi fattori spiacevoli, della grettezza mentale diffusa più di una malattia infettiva e che colpisce diverse fasce d’età dalle più mature alle più giovani (i quali per altro si fa molta fatica a coinvolgerli). Non si può non tenerne conto tanto più se si pensa e si ribadisce ancora una volta che questo è un problema collettivo e che dunque anche le soluzioni devono essere collettive, devono nascere dalla volontà di ognuno di fare la sua piccola parte nel quotidiano devono prescindere dal colore politico e da qualsiasi barriera che gli esseri umani possono mettere tra loro e tra loro e la buona riuscita del progetto come ad esempio il fatto di mettere convenienza e profitto al primo posto anche a scapito dell’ambiente e della salute  e che tutto deve essere considerato come una questione morale che deve avere però anche un certo peso legale, che comporta informazioni corrette (come ad esempio il fatto che se il consumo di metano continua di questo passo, secondo gli studiosi entro il 2075 sarà esaurito del tutto) corretta gestione delle risorse e norme che non siano di ostacolo (come quella assurda che vieta il compostaggio nei condomini). Insomma un dibattito dal quale si può prendere spunto se non altro in vista dell’organizzazione di iniziative future delle quali a Talamona si dovrà occupare una nuova amministrazione che sarà eletta nel mese di maggio e riguardo alla quale bisogna assicurarsi che non faccia venire meno l’impegno portato avanti sinora, un impegno che dovrà comunque continuare indipendentemente dal comune e dall’ente gestore dei rifiuti. Un impegno di tutti che è a favore di tutti. Un impegno per ricordare che abbiamo un solo pianeta e che se è vero che il pianeta è in grado di sopportare condizioni anche peggiori rispetto a quelle cui è attualmente sottoposto, la biosfera, l’ambiente, gli ecosistemi e dunque l’umanità non ne sono più in grado. Un impegno per ricordare a chi dice “tanto il pianeta sopravvivrà” che si il pianeta sopravvivrà ma che finirà col somigliare a Venere, un pianeta senza vita.

Antonella Alemanni

VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni

QUANDO IL LEGNO DIVENTA ARTE

TALAMONA 29 settembre 2013 inaugurazione di una mostra di scultura lignea alla casa Uboldi

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DELLO SCULTORE DOTTO G ABRAM UN POMERIGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA ARTIGIANALE

In occasione della seconda giornata del patrimonio, quest’oggi a partire dalle 17. 30 alla Casa Uboldi è stata di scena l’arte. L’arte a tutto tondo. L’arte del fare. L’arte artigianale. La scultura. L’affresco. La musica. Una giornata variegata e ricca di contenuti animata da numerosi interventi.

I mille volti del legno: l’introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca

Protagonista della giornata il legno, un materiale molto caro ai talamonesi così come a tutte le popolazioni montane per le quali il legno rappresenta la matrice della cultura materiale.

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Il legno un po’ come l’uomo si può trovare ovunque, sotto diversi aspetti e in diverse situazioni. In primo luogo come struttura portante degli alberi che ci danno l’ossigeno col quale respiriamo. In questo senso il legno è vita anche perché accompagna la vita dell’uomo dalla sua nascita (di legno sono le culle che ci accolgono quando veniamo al Mondo) fino alla morte (di legno sono le bare che accompagnano l’ultimo viaggio) passando per la quotidianità. Con il legno si possono costruire le case, gli arredi, gli utensili usati nei lavori tipici montani praticando i quali si è sempre in contatto con questo materiale.

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Il legame tra l’uomo e il legno può essere dunque sintetizzato dal verbo FARE o anche CREARE. L’uomo con il legno crea forme nuove e sviluppa la manualità. Un legame misterioso come il legno stesso che in qualche modo fa da maestro all’uomo, il quale, prima di lavorare il legno, deve imparare a conoscerlo, capire come crescono gli alberi come tagliarli, distinguere le varie tipologie di legno, ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, ragionare e così impostare il proprio lavoro, a modellare il legno restando inizialmente fedele alle forme originarie e poi imparando col tempo a creare forme sempre più elaborate e complesse.

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Il legno è arte, ma anche scienza e tecnica. Con il legno l’uomo crea forme artistiche, ma anche, come abbiamo visto, strumenti di utilità quotidiana. Nascono l’intaglio, l’intreccio e le tecniche base per costruire strumenti anche con altri materiali, strumenti coi quali il lavoro diventa sempre più preciso e aperto a varie possibilità, strumenti coi quali l’uomo può progredire ulteriormente. Di legno sono fatti i telai per la tessitura, una delle prime manifatture della Storia, l’embrione delle successive società industriali.

Il legno è fantasia. Se la fantasia è molta basta veramente poco per darle forma attraverso il legno, per trasformarlo da maestro a compagno di viaggio, un viaggio di crescita personale, un viaggio durante il quale l’uomo ha continuamente arricchito il suo sapere e le sue capacità.

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A questo punto del viaggio alla scoperta del legno è stato interessante osservare alcuni esempi. Osservare ad esempio come l’inventiva dell’uomo trasforma un tronco cavo in una fontana, come il legno una volta fosse presente ovunque non solo, come abbiamo già visto, negli strumenti del lavoro e della vita quotidiana, ma anche nelle serrature, come il legno è utile attraverso i collari (in dialetto gambis) attraverso i quali ciascuno sapeva identificare le proprie bestie e come il legno rappresenti il contatto con la natura, la possibilità per l’uomo di esprimere la propria personalità (attraverso le decorazioni sugli oggetti, in particolar modo gli stampini del burro, decorazioni a motivi floreali o con la forma del cuore che simboleggiano la purezza della vita) e di stabilire un perenne contatto con la natura e con la terra, per molto tempo lavorata solo con l’ausilio di strumenti di legno che entra anche nel linguaggio gergale dei contadini, nella loro sapienza ancestrale (significativo è stato scoprire, da questo punto di vista, l’abitudine di appendere nelle baite rametti di abete o di sambuco contornati da delle tacche, rametti che si spostavano a seconda dell’umidità segnalando così il brutto o il bel tempo, igrometri artigianali), nonché di stabilire, attraverso il legno una sorta di collegamento tra il mondo materiale e quello spirituale come se il legno fosse uno strumento col quale creare una sorta di magia che solleva l’uomo ad un livello più vicino a Dio permettendo all’uomo di replicare su piccola scala il processo di creazione, ma anche accompagnando le liturgie e le feste (di legno ad esempio erano fatte le raganelle suonate nel periodo del carnevale e il giorno del venerdì santo quando non suonavano le campane).

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4cUn viaggio, quello attraverso il legno, che è anche un viaggio attraverso un mondo di conoscenze anche immateriali, che, col progresso della tecnologia e l’avvento dei nuovi materiali, rischia ogni giorno di più di diventare un mondo perduto.

Un viaggio che dal legno ha portato a seguire a tutto tondo molteplici itinerari attraverso le arti.

L’arte lignea in Valtellina e in Valchiavenna. L’intervento di Lucica Bianchi

La Valtellina ha sempre rivestito un ruolo strategico fondamentale per la conformazione geografica del territorio e per la posizione cruciale che ne faceva la principale via di comunicazione europea. Si tratta dunque di una regione prevalentemente montuosa e in qualche modo separata dai grandi centri culturali sia nel Medioevo che nell’età moderna. Ad ogni modo nel cuore di un Rinascimento in fiore nell’Europa del XV secolo (il periodo cui facciamo riferimento) le manifestazioni artistiche valtellinesi appaiono tutt’altro che sporadiche e periferiche. Per ovvie ragioni la Valtellina e la Valchiavenna sono il territorio ideale per studiare la scultura in legno e questo non solo per la facile reperibilità del legno in questa zona. Teniamo presente, come ha sottolineato anche la professoressa Duca poco fa, che un tempo il legno si trovava un po’ dappertutto ed era parte integrante della vita e della cultura di queste popolazioni. Superate le prestazioni tipicamente costruttive e pratiche dal legno può nascere anche un’enorme capacità di dar vita ad espressioni di alto livello artistico. In termini assoluti, in base ad una ricerca fatta dagli specialisti del settore, la Valtellina possiede il maggior patrimonio di opere lignee di tutta la Lombardia. A marcare la differenza tra questo patrimonio e il resto dell’arte in Italia nel Rinascimento è in primis l’importante ruolo sociale economico e politico nonché religioso raggiunto dalle famiglie nobili valtellinesi che prediligono e commissionano materialmente la realizzazione di tali opere in legno. D’altro canto si ha l’applicazione dei decreti in materia di arte sacra promulgati dal Concilio di Trento del 1545. Questo concilio affermava delle linee guida che sconsigliavano l’utilizzo di un materiale umile e deperibile, come il legno era, sia per la costruzione che per la decorazione delle chiese, un’esigenza peraltro sostenuta dagli ambienti classicisti del Cinquecento che prediligevano i materiali nobili, duraturi e di discendenza classica come il marmo e il bronzo. Mentre Milano perse così gran parte delle sue opere in legno, le diocesi limitrofe sono state meno propense ad applicare i decreti tridentini. Ecco perché più ci si allontana da Milano sia in direzione nord che in direzione sud, più si trovano chiese che conservano ancora opere sacre in legno. Nella maggior parte dei casi non si tratta davvero di opere valtellinesi. Gli artefici delle importanti ancone e statue lignee che tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento sono state realizzate a Morbegno, Ponte, Tirano, Grosio e in tutti i maggiori centri urbani della Valtellina, sono artisti milanesi e pavesi, appartenenti alle botteghe di Del Maino, De Donati, Pietro Bussolo e Andrea da Saronno oppure artisti germanici come Strigel e Echart. Alcune delle loro opere richieste dalle comunità valligiane oltre ad altre più numerose esiliate dai loro luoghi d’origine dopo l’affermazione del credo protestante sono giunte così fino alle popolazioni cattoliche. A cominciare dalla metà del Cinquecento vengono chiamati i migliori esperti e specialisti del momento e a loro vengono affidate la doratura e la policromia delle opere in legno. Valtellina e Valchiavenna sono regioni geografiche periferiche, ma anche snodi commerciali, politici e militari costituendo anche l’avamposto della fede cattolica contro l’avanzare del protestantesimo. Quanto questo abbia influito sulla commissione di opere, come il santuario della Madonna di Tirano, è noto a tutti e probabilmente tante delle opere commissionate in quei tempi e nei tempi a seguire hanno avuto alla base proprio questa esigenza strategica di fede.

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Se si vuole studiare l’arte del legno in Valtellina , un punto di partenza valido è la grande ancona di Giacomo del Maino per la cappella dell’Immacolata della chiesa di san Maurizio a Ponte. Va detto che la monumentale ancona di Ponte è la prima testimonianza di arte lignea pienamente rinascimentale giunta pressoché integra sino a noi. All’epoca della sua esecuzione, nel 1520 circa, Giacomo del Maino era un artista affermato, artefice di importanti commissioni, dal coro di S. Ambrogio a Milano fino alla celebre, ma purtroppo distrutta ancona dell’Immacolata di S. Francesco sempre a Milano che ospitò tra i suoi pali dorati la tavola della Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci. Alla bottega di Giacomo del Maino verranno commissionate le ancone del santuario di Morbegno (1516-19) quello di Tirano (1521-24) e infine quella di Ardenno (1536). Tutte queste sono opere di grande impegno e qualità artistica, veri capolavori d’arte lombarda. La bottega concorrente, quella dei fratelli milanesi de Donati, molto prolifica e organizzata a ritmi quasi industriali predilige località minori, lontane dai grandi santuari, ma i loro risultati sono comunque sorprendenti per espressione e complessità come testimoniano i tre altari che la bottega realizzò per la chiesa di san Bartolomeo a Caspano dove si celebra la resurrezione di san Lazzaro e dove è presente un’ancona dedicata a san Bartolomeo. L’altro protagonista dell’intaglio ligneo rinascimentale è Piero Bussolo che era solito firmarsi MEDIOLANENSIS e che realizzò a Grosio la magnifica ancona della Natività. Per quanto riguarda le rappresentazioni figurative di questi artisti esse sono pienamente rinascimentali. È un Rinascimento dai canoni stabiliti da Leon Battista Alberti e Vitruvio che troviamo nelle proporzioni naturalistiche delle figure, nell’abbondanza di elementi dell’architettura classica romana (candelabri, grottesche, medaglioni, profili all’antica e una ricchissima di grifi, vasi e corni ornati di foglie e frecce). Lo studio della scultura in legno in Valtellina non risponde semplicemente ad una qualche ricerca didattica che pure è necessaria per la conservazione, ma è piuttosto il frutto di una profonda ricerca teologica. La struttura delle grandi ancone ad esempio si presenta come un vero programma coi dogmi della fede, i santi protettori, riferimenti ecclesiali, biblici ed allegorici. Le statue lignee valtellinesi nella loro perfezione formale e nella straordinaria carica emotiva non vogliono semplicemente svelare un sentimento effimero, ma piuttosto un’autentica partecipazione agli eventi narrati. Tornando per un’ultima volta al legno, questo materiale povero, semplicemente scelto per via della sua facile reperibilità, diventa un supporto versatile e prestigioso perché attraverso sofisticate tecniche di lavorazione della foglia d’oro con l’utilizzo di lacche traslucide e smalti permette straordinari effetti luminosi e cromatici divenendo così non solo prezioso, ma anche sacro. Basti un accenno al simulacro più venerato della Valtellina, quello della Madonna di Tirano, la figura celeste che si china in avanti quasi a riproporre l’intimo colloquio avvenuto la mattina del 29 settembre 1504 col beato Mario Omodei.

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L’immagine della Madonna grazie al artista Del Maino non solo sembra viva, ma sembra splendere di una luce celeste, scolpita in un legno realmente sacro.

Lezioni di arte e creatività. L’intervento di G. Abram

Giuseppe Abramini in arte G. Abram vive a Delebio e fa lo scultore da quarant’anni affiancando a questa attività quella di pittore (nei momenti di depressione) e quella di narratore (nei momenti di totale sconforto) rievocando piccole storie e personaggi della grande Storia in modo casuale, ma con brio e rigore storico in una serie di libri intitolata IL TRIONFO DI KAINO una serie in vendita nella sala conferenze e che Abram ha presentato con entusiastico fervore ad un pubblico numeroso e partecipe. Quest’oggi è intervenuto per mostrare il suo lavoro (oltre ai libri alcune sculture di vari colori e materiali) e parlare di arte, del suo mondo creativo e di tutto cio che ha ritenuto opportuno per arricchire questa già ricca giornata, un intervento istrionico e appassionante, una lezione su cosa significhi essere un artista. Una lezione di vita.

Un artista, un po’ come accade oggi ai nostri politici, rimane tale fino all’ultimo giorno della sua vita senza mai andare in pensione. Michelangelo morì alla veneranda età di 89 anni e negli ultimi giorni della sua vita ancora lo si sentiva dare colpi di scalpello a quella che divenne la Pietà Rondanini oggi esposta al castello sforzesco.

L’artista è colui che è toccato dal dono della creatività, un dono che, a seconda delle credenze, si può considerare dato da Dio oppure direttamente dalla natura. Solo una persona su un centinaio si può considerare un artista creativo e sono rari i casi in cui è possibile trovare più artisti riuniti in un solo luogo. Talamona da questo punto di vista rappresenta un’isola felice. A Talamona si contano 4632 abitanti. Su questi 46 sono artisti creativi di poesia, di letteratura, di musica, di scultura, pittura eccetera.

Un artista è colui che concepisce idee nuove e realizza cose nuove oppure con novità. Per diventare artisti occorrono tre passaggi fondamentali.

In primo luogo bisogna possedere un vasto immaginario nella mente e nel cuore, un immaginario che si coltiva con le letture e in generale le esperienze della vita, quello che si osserva, quello che si ascolta. Più l’immaginario è vasto più è possibile sviluppare una vasta creatività e operatività artistica.

Avere un vasto immaginario non serve se non c’è il desiderio di esprimerlo, di raccontarlo, di esporsi, di mettersi in gioco. Un artista deve essere forte, un po’ narcisista, si deve assumere dei rischi.

Tutto questo è importante, ma bisogna possedere anche la padronanza tecnica della propria arte. C’è chi dice che l’atto creativo in se consiste nel limitarsi a concepire nella propria mente l’opera, ma il signor Abram ritiene invece che l’artista deve essere anche un artigiano, che l’arte si compone anche di saper fare, in particolar modo la scultura, la sua arte, un’arte faticosa, dove ci si sporca.

La vita di Caravaggio prima parte

A questo punto è venuto il momento di Sonia Sassella che ha letto un brano tratto dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO dedicato alla vita di Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi). Nella prima parte di questa lettura abbiamo seguito gli esordi artistici di Caravaggio le sue peregrinazioni dalle quali già emergono i chiaroscuri che caratterizzeranno per intero la personalità e il cammino terreno di quello che fu uno dei più grandi e al tempo stesso dei più tormentati artisti di ogni tempo.

Primo intermezzo musicale

Dopo tutta questa cultura ci vuole un momento di pausa per meditare su quanto sinora ascoltato. Niente di meglio di un po’ di buona musica offerta da Damiano Bertolini. Un’esecuzione del minuetto in sol minore di Bach.

La tecnica dell’affresco. Secondo intervento di Lucica Bianchi

Col termine a fresco o buon fresco si intende la pittura murale nella quale i colori sono stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora fresco. È una tecnica che non permette ripensamenti perché i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco per via della reazione chimica che si instaura tra l’anidride carbonica dei colori e la calce dell’intonaco, un processo che prende il nome di carbonatazione e che fa si che i colori acquisiscano una forte vivacità e solidità.

L’origine della tecnica dell’affresco può essere fatta risalire a 30 mila anni fa ai dipinti murali presenti nelle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux e Chaveux in Francia. I più antichi esempi di affresco su intonaco umido conosciuti, furono ritrovati sull’isola di Creta intorno al 1500 a. C. In Italia questa tecnica risale al IV secolo a.C. come testimoniano gli affreschi di Paestum nella parte orientale del golfo di Salerno, nella cosiddetta tomba del tuffatore.

The_Tomb_of_the_Diver_-_Paestum_-_Italy

Un affresco si compone di quattro elementi: il supporto, il disegno preparatorio o sinopia, l’intonaco, i colori.

La prima fase della creazione di un affresco prevede la stesura su un muro bagnato di uno strato spesso circa 1 cm di ariccio cioè una mescolanza di sabbia dura di fiume, calce spenta e acqua. Una volta che l’ariccio si è asciugato su di esso viene tracciato il disegno preparatorio, chiamato sinopia, nome che deriva dalla città turca di Sinope da dove proviene un pigmento colorato chiamato appunto terra di Sinope. Su questa base viene steso un o strato di intonaco composto da sabbia fine di fiume, calce e acqua. Sull’intonaco vengono stesi colori macinati e mescolati all’acqua in quantità ben precise.

La principale difficoltà di questa tecnica consiste nel fatto che, come già abbiamo detto, non permette ripensamenti perché una volta stesi i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco. Per ovviare a questo inconveniente gli artisti realizzano piccole porzioni di affresco che una volta venivano chiamate giornate. Una volta che l’affresco è asciutto vi si possono apportare eventuali correzioni utilizzando comunissimi colori a tempera che però sono più facilmente degradabili.

Con il Rinascimento la tecnica dell’affresco conosce il momento di maggiore diffusione. In Italia viene abbandonato l’uso della sinopia e introdotto l’uso del cartone preparatorio. L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone e le linee che componevano le figure venivano puntellate, dopodiché il cartone veniva appoggiato sull’intonaco e spolverato con polvere di carbone di modo che essa, passando attraverso i fori lasciasse la traccia del disegno da seguire poi coi colori.

La pittura a fresco, che costituisce la gloria dell’arte italiana è considerata la più impegnativa tra le tecniche pittoriche benché i materiali utilizzati, come abbiamo visto, sono semplicissimi. L’esecuzione comunque esige una prontezza e un’abilità che devono tradursi in quel modo puro e risoluto di cui parlava Michelangelo che definì l’affresco la pittura degli uomini volendo significare con cio che essa impiega al massimo le capacità e l’esperienza dell’artista.

Parlando dell’affresco non si può che concludere con la presentazione di quello che è il capolavoro assoluto di quest’arte nonché uno dei maggiori capolavori, una delle opere più monumentali dell’arte universale: la cappella Sistina, la volta e il giudizio universale dietro l’altare principale, due opere facenti parte dello stesso sistema, di uno stesso cicli, ma eseguite da Michelangelo in due momenti diversi della sua vita. Egli rappresentò in gioventù le storie della Genesi sulla volta e venne in seguito richiamato per dipingere la parete dietro l’altare col tema del giudizio universale realizzato tra il 1536 e il 1541. Quest’opera subì le durissime critiche del concilio di Trento, per via della folta presenza di nudi che un anno dopo la morte di Michelangelo, nel 1565, si decise di ricoprire. Ad eseguire questo compito venne chiamato Daniele da Volterra passato alla Storia con l’appellativo di braghettone. In seguito queste censure sono state quasi totalmente tolte.

Sulla cappella Sistina è stato proiettato un video poi commentato da G. Abram che ha posto l’accento su alcuni dettagli del monumentale affresco.

La Madonna di via Don Cusini. Intervento di Simona Duca

Questo affresco rappresenta l’emblema della sacralità talamonese, della sintesi tra materia e spiritualità. Il soggetto rappresentato, la Madonna, è comune al 90% delle rappresentazioni sacre talamonesi siano esse dipinti murali, affreschi, edicole, gisoi eccetera.

La figura della Madonna molto spesso viene associata al legno di quercia. Entrambi rappresentano la forza e un saldo senso di protezione dall’alto di cui i talamonesi sembrano avere un particolare e disperato bisogno. Originariamente incastonata in una baita in quel di Ransciga, ha subito in seguito vari spostamenti e ora necessita del nostro aiuto per continuare a mantenersi nel tempo a trasmettere questo connubio tra semplicità dell’esecuzione e maestà del dipinto, del soggetto, reso dalla brillantezza dei colori. L’azzurro del vestito e degli occhi della Madonna, un tipo di blu così brillante e inalterato nel tempo che, come ha osservato G. Abram, potrebbe benissimo essere stato realizzato con lapislazzuli dell’Afghanistan macinati, gli stessi usati da Michelangelo per lo sfondo azzurro del giudizio universale anche se ovviamente qui non siamo a questi livelli ne per quanto riguarda il pittore ne per quanto riguarda la committenza (entrambi sconosciuti).

Un dipinto che spinge ad una riflessione. La grandezza dell’arte può arrivare ai massimi eccessi e far sentire gli artisti vicini agli dei, ma in ogni opera si annida sempre quel tocco delicato in grado di riportare tutti con piedi per terra.

Lezioni di scultura. Intervento di G. Abram

Per fare lo scultore ognuno deve trovare il materiale che gli è più congeniale. Il signor Abram ha scelto il bronzo perché ne apprezza la versatilità che permette di ampliare la creatività artistica spaziando tra molteplici soggetti. Non conta il fatto che il materiale scelto sia nobile o grezzo. Un artista con un grande immaginario e buona tecnica saprà tirar fuori in ogni caso da ogni materiale opere di pregio. A questo proposito il signor Abram ha citato la famiglia quattrocentesca dei Della Robbia in grado di realizzare opere meravigliose con la terracotta.

Una volta che il materiale è stato scelto bisogna imparare a conoscerlo e a lavorarlo in base alle caratteristiche peculiari. Nel caso specifico degli scultori del bronzo, molti si appoggiano ad una fonderia mentre il signor Abram ne ha una propria. Quando ha cominciato ne ha affittata una a Milano e ora invece ne ha una a Delebio dove vive. Attraverso tentativi ed errori ha imparato le tecniche di fusione in modo tale da creare le proprie opere in ogni fase del processo produttivo.

Per lavorare il bronzo bisogna sapere che esso fonde a circa 900° e che una scultura in bronzo nasce dall’arte dell’aggiungere a differenza di quanto accade nel caso del legno e del più classico marmo che si lavorano con l’arte del togliere. In ogni caso sia che l’artista rimuova il materiale in eccesso sia che lo coli fuso dentro uno stampo è ovviamente necessario avere bene in mente l’opera da creare. I veri artisti a tal scopo utilizzano modellini in creta (si possono anche usare altri materiali per i modellini come il gesso o la plastilina). Persino Michelangelo, il più grande scultore di tutti i tempi, per cui la sua arte era tutta giocata sulla perenne ossessione di liberare opere che sentiva essere gia presenti nel marmo, lavorava con modellini preliminari. Così ha affrontato il David prima di scolpirlo da un gigantesco blocco acquistato a poco prezzo perché precedentemente rovinato da un altro scultore. L’opera d’arte insomma va costruita.

La scultura in generale offre più possibilità. La scultura a tutto tondo che è quella classica con la figura ben definita su tutti i lati (il David, il Mosè e le Pietà di Michelangelo, le opere di scultori della Grecia classica come la Venere di Milo la Nike di Samotracia, il Discobolo, il Pensatore sono tutti esempi di sculture a tutto tondo una lista che potrebbe continuare). La scultura a mezzo tondo, quasi definita, ma con una piccola porzione non staccata da una parete (le decorazioni all’ingresso di alcune cattedrali gotiche) l’altorilievo e il basso rilievo, una commistione tra scultura e figura disegnata (i fregi del Partenone oggi al British Museum di Londra sono esempi di rilievi).

Per fare una scultura in bronzo sono necessari diversi passaggi. Il primo passaggio è ovviamente l’idea estrapolata dal proprio immaginario personale, idea che può essere prima disegnata e poi modellata oppure modellata direttamente a seconda della metodologia specifica che ognuno intende adottare. Dal modello non si può prescindere. Il modello in creta su cui si posa uno strato di negativo in gesso. Lo strato in gesso si rimuove si divide in due parti per staccare dalla creta. I negativi in gesso vanno poi riuniti in un unico pezzo dopo averli lavati. La forma va capovolta e si esegue poi una seconda colata di gesso. Sul modellino di gesso si realizza una controforma in gomma da tagliare anch’essa in due metà nelle quali va pennellata la cera liquida che a contatto con la gomma fredda si solidifica e forma uno strato dentro cui colare del refrattario per poi rimuovere la gomma. Sul positivo in cera ottenuto da quest’ultimo passaggio si realizzano le colate e gli attacchi di fusione con un secondo strato di refrattario. È a questo punto che la statua è pronta per la fornace ove la cera brucia e rimangono i due strati di refrattario che bisogna interrare  per far si che quando giunge il momento di colare il bronzo fuso poi non esploda. Nel frattempo bisogna fondere il bronzo. A 150° assume una colorazione azzurrina (che può essere accentuata con piccole parti di fosforo). A questo punto è giunto il momento di colare il bronzo all’interno della forma refrattaria. Il bronzo seguirà le linee guida della forma refrattaria espandendosi dal basso verso l’alto. La scultura a questo punto è pronta, ma è necessario che si raffreddi poiché il bronzo caldo è fragilissimo. Una volta che il bronzo è freddo la scultura può essere ripulita dagli strati interrati e di refrattario e cesellata. Da ricordare che le forme preparatorie devono essere realizzate con un’ apertura in alto a mo’ di sfiatatoio.

Una scultura in bronzo appare naturalmente di colore verde. Il bronzo è composto in media da un 85% di rame, che è il responsabile della colorazione, e da un 15% di stagno, che fluidifica il tutto. Per fare una scultura in bronzo è importante che il materiale di partenza non scarseggi in stagno poiché molto rame e poco stagno rende il bronzo fuso di consistenza troppo pastosa per poter essere utilizzata. L’unica scultura che si conosce realizzata con appena l’1% di stagno sono i famosi cavalli di Venezia realizzati ciascuno in un blocco unico tranne la testa e il collo unita al resto del corpo con dei finimenti. Per lavorare il bronzo con poca percentuale di stagno nella composizione bisogna aggiungerci del piombo e comunque su questi cavalli, inizialmente pensati per una successiva doratura, si possono notare delle imprecisioni.

I Greci furono grandi scultori di bronzo oltreché di marmo. Era molto difficile trovare del bronzo già pronto però. I Greci si procuravano separatamente i due metalli che lo formavano. Trovavano il rame a Cipro (il cui nome significava proprio isola del rame cuprum in greco) e acquistavano lo stagno carissimo dai Fenici i quali lo trovavano in un gruppo di isole nei pressi dell’Inghilterra. I Fenici a quel tempo viaggiavano più degli altri. Si spingevano persino nei Paesi Baltici per trovare l’ambra lungo le coste occidentali dell’Africa per trovare l’oro. Potrebbero essere stati loro a diffondere la leggenda delle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) come limite del Mondo oltre il quale le acque precipitano e questo per impedire che altri potessero venire a conoscenza delle loro rotte commerciali.

Anche i Romani realizzarono sculture in bronzo. L’esempio più famoso è la statua equestre di Marco Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma salvata dalla furia distruttrice dei Cristiani verso i retaggi del paganesimo perché scambiata per una statua di Costantino colui che legalizzò il Cristianesimo.

Michelangelo fece solo una statua in bronzo (e pare un crocifisso in legno di dubbia attribuzione) una statua di san Petronio che si trova a Roma nella chiesa dedicata al santo commissionatagli da papa Giulio II della Rovere, un papa terribile, guerrafondaio, irascibile e sempre in ritardo coi pagamenti, ma che dal canto suo esigeva la pigione da Michelangelo, il quale comunque è morto ricco perché sapeva comunque farsi pagare e bene.

Il più grande bronzista della Storia dell’arte dopo i Greci fu senz’altro Donatello.

La vita di Caravaggio. Seconda parte.

È venuto poi il momento di conoscere gli ultimi atti, più tormentati che mai, della vita di Caravaggio, letti sempre da Sonia Sassella e tratti dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO.

Secondo intermezzo musicale

Questa volta il pianoforte di Damiano Bertolini ci ha regalato un brano orientale.

I ringraziamenti del sindaco

In chiusura della giornata non poteva non intervenire il sindaco Italo Riva con i ringraziamenti al gruppo dei volontari.

Ultimo intermezzo musicale

Per salutare l’apertura della mostra la sonata di Beethoven al chiaro di Luna

Quando il legno diventa arte. La mostra.

È giunto finalmente il momento di inaugurare la mostra che proseguirà fino al 13 ottobre da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 17.30 il sabato dalle 15 alle 18 e dalle 20.30 alle 22 e la domenica dalle 15 alle 18, una mostra collettiva di vari intagliatori valtellinesi (Sergio Bertolini, Franco Bianchini, Dante Bonelli, Quirino Ciaponi, Battista Duca, Egidio Ruffoni, Remo Ruffoni, Cirillo Zuccalli). Una mostra caratterizzata da un allestimento intelligente dove ogni autore trova il suo spazio e può esprimere il suo potenziale e dove l’arte del legno si esprime attraverso varie tipologie di linguaggio (dal classico, al rustico, all’avanguardistico) di soggetti e di interpretazioni. Un percorso che va meditato con molta calma ed osservato più e più volte per ascoltare il legno che parla al cuore raccontando le sue storie attraverso l’immaginario di coloro che, modellandolo, prima e meglio di tutti hanno saputo interpretarlo a volte dando un titolo alle loro opere, ma molto più spesso no.

Un percorso che parte da Quirino Ciaponi cui il legno ha suggerito forme prese dalla natura nonché forme umane stilizzate modellate a formare sculture vere e proprie, ma anche tazze.

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Un percorso proseguito poi con Battista Duca che ripercorre la lunga tradizione della cultura materiale (con legno che fa da materia prima nella creazione di oggetti quotidiani) virando però anche verso forme astratte.

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Si continua poi con Cirillo Zuccalli e la sua personale interpretazione dell’arte del legno come arte sacra, ma anche come amarcord e come personale celebrazione del rapporto tra le popolazioni valligiane e la natura attraverso fiori e grappoli d’uva dorati. Un percorso arricchito da vecchie lettere e fotografie nonché da un libricino con tavole illustrative di tutte le stanze di una casa (cucine, soggiorni, camere da letto, bagni) arredate con mobili e stili antichi (di fattura settecentesca pare).

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Di scena poi Fausto Bertinelli e le sue opere su tavola che sembrano ispirate alla pop art e che più che mai evidenziano come l’arte di creare col legno sia soprattutto l’arte del togliere.

In queste sottili tavole di legno l’immagine prende forma proprio dal legno rimosso

 

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A seguire Sergio Bertolini offre allo spettatore una finestra su un tempo passato in cui il legno serviva anche a divertire i bambini che con piacere ricevevano giocattoli intagliati da padri, zii o nonni. Giocattoli che Sergio Bertolini qui propone ricchissimi di dettagli. Due Pinocchio interpretati in maniera originale, modellini di auto motorini, elicotteri aerei, un quod, accanto a strumenti atti alla lavorazione artigianale della lana anch’essi riprodotti fedelmente e probabilmente funzionanti.

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È il turno ora di due scultori Franco Bianchini e Dante Bonelli accomunati da grande fantasia e versatilità nel rendere il legno materia viva con cui plasmare il proprio immaginario creando opere che spaziano da comuni oggetti d’uso quotidiano talvolta decorati (suppellettili e posate) ad opere che ricordano le avanguardie contemporanee. Opere che mescolano il sacro e il profano nel caso di Dante Bonelli che espone tavole di legno incise con rappresentazioni sacre (la Sacra Famiglia), ma anche istantanee di vita quotidiana e opere che, com’è il caso di Franco Bianchini, non dimenticano la natura. È il caso di una scultura elaborata come un’installazione che rappresenta alcuni animali del bosco innestati su un tronco lungo e sinuoso che lo fa somigliare ad un serpente.

Istantanea di vita quotidiana incisa su legno da Dante Bonelli

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A seguire sacra famiglia incisa su legno da Dante Bonelli

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La vita nel bosco secondo Franco Bianchini

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A seguire alcune immagini che illustrano l’esposizione generale delle opere dei due artisti

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La quotidianità, la fatica del lavoro è il tema dominante di Egidio Ruffoni. Il suo proporre gerle, cestini come quelli per la frutta, zangole, carrozzine, trasfigurandoli da oggetti di uso quotidiano a opere d’arte ha un che di dadaista.

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È interessante notare come l’ultimo (ma non per importanza) degli scultori presentati, Remo Ruffoni, partendo praticamente dallo stesso spunto, abbia però elaborato soluzioni diverse (se si eccettua la scelta di creare un bassorilievo sul ripiano di un tavolo, un bassorilievo che rappresenta la lotta in volo tra due galli forcelli). Nelle sue opere (sculture a tutto tondo e bassorilievi) il legno si fa quasi carnale ed è come se le figure rappresentate prendano davvero vita. Figure che rappresentando la dura vita di montagna si trasfigurano in parte in una dimensione di sogno mostrando la vita ad un livello più generale e trasversale. In particolar modo i bassorilievi di questo artista ricordano delle vere e proprie istantanee che paiono animarsi come dei tableau vivant. Due tra questi bassorilievi mi hanno colpito in modo particolare, scolpiti su entrambi i lati come a voler raccontare la stessa storia in due momenti e da punti di vista differenti. Un discorso che mi ha ricordato molto il concetto di simultaneità della scena preso in esame nell’ambito della giornata sull’Orlando Furioso. Il primo dei due bassorilievi intitolato SOPRAVVIVENZA racconta da un lato il tentativo dell’uomo di sopravvivere in una scena di guerra che vede coinvolti gli alpini e dall’altro la spietata e caotica lotta per la sopravvivenza della fauna selvatica, in assoluto l’opera che ho più amato tra quelle esposte. C’è poi l’altro bassorilievo dublefax che rappresenta i due atti dell’importante momento che perpetua l’atto primordiale della creazione attraverso la generazione di una nuova vita prima e dopo la nascita di un nuovo bambino.

Da notare l’opera lunga e stretta al centro dell’immagine chiamata Evoluzione.

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Ignoranza e Estasi e  altre due opere senza titolo

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Il sogno del pastore

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Sopravvivenza (lato a)

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Sopravvivenza (lato b)

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                                                                                            Senza titolo (lato a)

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Senza titolo (lato b)

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                                                      Tavolo con il duello tra le maestose aquile

Ad arricchire la mostra una presentazione fotografica dedicata all’arte sacra lignea valtellinese che richiama il discorso di Lucica Bianchi durante la presentazione.

Un percorso, quello di questa ricca mostra che è il degno coronamento di un’iniziativa che segna un altro importante capitolo della vita culturale talamonese

Antonella Alemanni