IO VOLONTARIO PER LA CULTURA

TALAMONA 3 ottobre 2014 il punto sul volontariato

 

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IN PROSSIMITA’ DELLA TERZA ANNUALITA’ ALLA CASA UBOLDI UN MEETING DI TUTTI I VOLONTARI DELLA BASSA VALLE PER FARE UN BILANCIO DI QUESTO IMPORTANTE PROGETTO

Pochi ma buoni, dice un adagio popolare che questa sera, alle ore 17 nella sala conferenze della Casa Uboldi ha trovato una ulteriore applicazione. Sono sicuramente molti di più i volontari della bassa valle coinvolti nel progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA (del quale a breve partirà la terza annualità) ma non molti quelli che hanno risposto all’invito di questo incontro per discutere di come effettivamente questo progetto si è svolto, dei progetti che grazie all’apporto dei volontari sono stati effettivamente messi in campo, dei benefici per tutta la comunità.

A presiedere questa tavola rotonda Gloria Busi, referente del servizio cultura per la provincia di Sondrio e Francesca Menaglio che si occupa del monitoraggio dell’attività attraverso colloqui personali con i volontari e la distribuzione di questionari on line che in forma anonima (chi li compila non è obbligato a scrivere il proprio nome) raccolgono, tra i vari partecipanti al progetto, umori, opinioni, idee, eventuali proposte di nuove attività di miglioramento ed eventuali segnalazioni di cio che non funziona in modo da valutare, tra le altre cose, anche l’effettivo contributo dei volontari ai progetti messi in campo.

Ad aprire il discorso Gloria Busi la quale ha spiegato che “molta importanza ha nell’ambito di questo progetto il fatto di coniugare la cultura e le politiche sociali poiché la socialità è un aspetto fondamentale del volontariato, anche nella percezione stessa dei volontari e anche nell’ambito del volontariato della cultura perché la cultura può diventare essa stessa veicolo di socialità. Il progetto lavora di pari passo con la LAVOPS che si occupa dei servizi per il volontariato nonché della formazione dei volontari. La formula del progetto si è costruita nel tempo attraverso la collaborazione tra la provincia, che promuove l’attività e garantisce tra le altre cose a tutti i partecipanti un’assicurazione in caso di infortunio, e i vari referenti delle biblioteche e dei musei del territorio per i quali mette in campo corsi di formazione che consentono l’acquisizione di competenze che non sono direttamente connesse col ruolo ricoperto (come la gestione dei volontari).

 

 

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Nel corso della seconda annualità il progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha visto l’adesione di quindici biblioteche e sei musei. L’adesione è naturalmente volontaria a partire da quella del comune. Una volta che il comune attiva il progetto aderiscono le strutture e poi si procede col reclutamento dei volontari ognuno dei quali presta la sua opera in relazione alle proprie capacità e al proprio tempo libero. Chi promuove il progetto, ai volontari non chiede altro che impegno, interesse, consapevolezza di cio che si andrà a svolgere, senza imporre altri vincoli di sorta come può accadere ad esempio nelle associazioni più codificate. I volontari contattati per la seconda annualità sono stati 250, quelli che hanno effettivamente aderito sono stati 150, di cui 76 presenti sin dalla prima edizione del progetto.

Le dinamiche che si creano in un contesto di volontariato non sono le stesse che si creano in un ambito professionale, si creano relazioni più distese che diventano amicizie che durano nel tempo anche tra generazioni diverse che creano connessioni speciali all’interno delle comunità. La presenza dei volontari apporta creatività e qualità oltreché nuove iniziative. Si può dire che senza i volontari non sarebbe la stessa cosa. A tal proposito Gloria Busi nel corso della sua presentazione (coadiuvata da diapositive di power point) ha mostrato la fotografia di una vendita di libri di una biblioteca, libri che per vari motivi non potevano rientrare in catalogo e che sono stati venduti in una maniera molto interessante, allestendo una bancarella con una bilancia d’epoca per valutarne il peso. Giocando sul detto “la cultura ha un suo peso”, i libri sono stati venduti proprio così, a peso.

A questo punto sono stati i volontari presenti ad illustrare in modo specifico come hanno messo in pratica il progetto nelle biblioteche e nei musei dei loro comuni.

Patrizia Pasina, responsabile della biblioteca di Ardenno (e nonostante il cognome talamonese, originaria di Paniga) ha parlato di un progetto chiamato SOS COMPITI creato con la collaborazione di tre volontari (quelli che ad Ardenno hanno aderito al progetto) e due maestre delle elementari. “il progetto vorrebbe essere esteso anche alle medie, ma occorrono più volontari” e anche di un progetto chiamato SOS COMPUTER che si occupa della parte digitale e telematica della biblioteca di Ardenno offrendo servizi di consulenza agli utenti grazie all’opera di volontari esperti che spiegano a tutti come usare i computer.

Il progetto SOS COMPITI è un progetto attivato da molte biblioteche del territorio perché necessario in tutte le comunità. In particolar modo Delebio con una vasta percentuale di stranieri non cristiani che dunque non frequentano l’oratorio, ha particolarmente bisogno di un progetto del genere che viene sperimentato già da diversi anni con risultati positivi anche per quanto riguarda i rapporti tra le volontarie e i bambini i quali realizzano lavoretti di Natale in omaggio all’aiuto ricevuto. Anche Dubino ha attuato un progetto simile e Talamona anche in collaborazione con associazioni di volontariato estranee a questo progetto di IO VOLONTARIO PER LA CULTURA.

Per quanto riguarda le attività di Talamona, l’onere e l’onore di illustrarle è andato a Simona Duca, ex assessore alla cultura e dunque figura fondamentale nella coordinazione del progetto e nei rapporti tra volontari e amministrazione che ora, dopo il commissariamento del comune, continua a far parte del progetto come volontaria vera e propria.

“nel corso degli anni molti progetti sono stati realizzati a Talamona” ha raccontato Simona Duca “ma nessuno ha preso piede come questo, non soltanto grazie all’appoggio congiunto della provincia e di tutti coloro che hanno partecipato e continuano a partecipare ma anche per il clima familiare e amichevole che si creato che fa si che quando ci si ritrova periodicamente per mettere le idee sul tavolo esse nascono molto spesso in un’atmosfera molto allegra, un po’ buttate li dicendo si potrebbe fare questo e quello e solo una volta che ci si trova per le serate ci si rende conto di come tutto sia maledettamente serio. Da non sottovalutare l’importanza dei volontari che permettono di tenere aperta la biblioteca cinque giorni a settimana in modo da consentire tra le altre cose aperte collaborazioni con l’istituzione scolastica”

Per quanto riguarda Morbegno non era presente nessun referente diretto e dunque è stata Gloria Busi a spiegare i progetti messi in campo come l’organizzazione di gruppi di lettura in biblioteca con molte adesioni soprattutto tra i giovani e il trasferimento dell’archivio del tribunale in biblioteca (con sentenze dell’Ottocento che costituiscono un importante documento storico che offre spaccati di vita quotidiana dell’epoca) ad opera di un’archivista che già vi lavora. È questa una cosa molto significativa il fatto che in ambito di volontariato si portino avanti le stesse attività svolte in ambito lavorativo, denota una grande passione per quello che si fa. Molto spesso invece i volontari vorrebbero essere reclutati per fare qualcosa di diverso rispetto a cio che fanno abitualmente.

Molto utile a Morbegno l’apporto di volontari anche per quanto riguarda la gestione del museo civico di Storia Naturale nonché di quasi tutti i musei ed ecomusei della Valtellina che tramite questo progetto, ma anche il servizio civile e la dote comune possono contare sempre su un personale vario e dinamico, anche attraverso soluzioni innovative come quella adottata dal museo vallivo Valfurva che da quando si è convenzionato col comune e ha preso parte al progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha risolto il problema, che andava avanti da diverso tempo, di non riuscire a trovare nuove leve.

A questo punto la parola è passata a Francesca Menaglio che ha tracciato il bilancio della seconda annualità del progetto illustrando i risultati dei questionari di monitoraggio.

Gli elementi di maggior successo di questo progetto secondo i volontari, i referenti e gli utenti sono la possibilità di potersi esprimere e mettere in campo le proprie conoscenze e attitudini, ma anche la possibilità di sperimentarsi con tutta una serie di attività stimolanti che permettono l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze (ad esempio nel caso dei gruppi di lettura la possibilità di scoprire nuovi titoli e autori), dunque di crescere personalmente, ma anche di rinnovare l’immagine della biblioteca e del museo in cui si presta la propria opera, di creare un contesto dinamico e accattivante che risponde ai bisogni di tutti, che crea gruppo, integrazione con le famiglie e le scuole e che con poche flessibili regole permette a chi vi rientra di potersi investire in un qualcosa di utile per la comunità senza sentirsi troppo condizionato, cosa che consente in un certo qual modo una personalizzazione dei servizi che diventano meno schematici e burocratici e più umani. È esemplare il fatto che siano soprattutto le donne a diventare volontarie in maggior numero rispetto agli uomini, tra cui molte madri di famiglia che dichiarano di sentire il bisogno di esprimersi in un contesto diverso al di fuori della quotidianità dell’ambito familiare delle dinamiche di cura dei figli e dell’ambiente domestico.

Dai sondaggi sono emersi anche aspetti su cui bisogna ancora lavorare come ad esempio aspetti logistici dovuti a locali troppo piccoli o comunque inadeguati (un problema che la biblioteca di Grosio ha recentemente risolto avendo ristrutturato la sua sede storica, il palazzo Visconti-Venosta, rendendolo adeguato a tutte le necessità) o il problema di un coinvolgimento dell’utenza che spesso non va oltre le attività specificatamente programmate.

Di tutto questo se ne terrà conto nel corso della terza annualità il cui successo dipenderà molto dalla campagna promozionale (on line e tramite passaparola e grande impegno dei comuni per massicce campagne informative) per quanto riguarda il reclutamento di nuovi volontari e dall’impegno di questi ultimi per far si che il tutto proceda col successo delle annualità precedenti. Un successo che di certo sarà maggiormente garantito da volontari energici e ben nutriti. Ed ecco come a questo punto si è concluso il meeting per dare inizio al rinfresco.

Antonella Alemanni

 

Per tutte le informazioni, manifestazioni,archivio della Biblioteca” Ines Busnardi Luzzi” nonchè altri articoli di Antonella Alemanni, clicca qui:

http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577

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L’INFINITA MUSICA DEL VENTO

TALAMONA 18 settembre 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

IL LIBRO SCRITTO DA LORENZO DELLA FONTE INTRODUCE AD UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA SOSPESA TRA STORIA E LEGGENDA

 

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L’infinita musica del vento. Un titolo simile su una locandina fa pensare che l’evento cui ci si riferisce è un evento musicale. Di certo di musica si parlerà molto questa sera. L’infinita musica del vento è però quella di un libro, scritto da Lorenzo Della Fonte che questa sera, coadiuvato da Donatella Quadrio, ci trasporterà sulle ali del vento attraverso un’avventura umana straordinaria. Così Simona Duca, ex assessore alla cultura, ha introdotto l’evento di questa sera alle ore 20.45, seguito da un nutrito pubblico, per poi passare la parola a Della Fonte il quale, dopo i ringraziamenti di rito alla biblioteca di Talamona e al suo staff, alla libreria di Alice, al Maestro Boiani della Filarmonica di Talamona e alla Maestra Rizzi del coro (che hanno spostato le prove per essere presenti questa sera) e appunto alla signora Donatella Quadrio “metà talamonese e metà di Berbenno, con la quale proprio a Berbenno mesi fa feci una presentazione di questo libro, critica eccellente e avida lettrice che non conoscevo prima di imbarcarmi nell’avventura di questo libro” è passato ad introdurre il suo libro che narra la storia in parte romanzata, ma assolutamente vera di Francesco Scala, clarinettista vissuto all’incirca a metà Ottocento che nel 1841 si imbarca su un mercantile in partenza da Napoli diretto verso Washington. Il libro dunque è diviso in tre parti. La prima è ambientata nella Napoli dei Borboni, la seconda durante la traversata in mare e la terza in America. “è stato molto difficile trovare informazioni su questo personaggio” ha dichiarato l’autore “esistono poche fonti storiche certe. Per esempio nessuno conosce il motivo vero per cui Francesco Scala decise ad un certo punto di imbarcarsi per le americhe, ho dovuto cercarmi un pretesto inventato, ma che potesse essere in qualche modo plausibile” qual è questo pretesto lo si è scoperto nel corso dell’efficace presentazione, ma intanto la parola è passata a Donatella Quadrio, che ha presentato l’opera come “un meccanismo a molle e ad ingranaggi i quali devono stare al loro posto esattamente come gli strumenti musicali. Questo libro ha ingranaggi che marciano a partire dal titolo dalla sua musicalità e in generale si rivela essere un racconto molto vivace. Come già anticipato dall’autore un racconto diviso in tre parti ricostruite con grande fedeltà storica, dalla Napoli dei Borboni che allora era un centro di eccellenza della cultura europea prima che arrivassero i piemontesi a farne scempio, passando dalla rocambolesca traversata che comprende l’episodio di un attacco pirata (i pirati soprattutto di nazionalità africana in quel momento furono combattuti per tre anni dalla marina americana) fino ad arrivare agli episodi americani narrati con le atmosfere degli western di una volta. Un libro che si può definire un romanzo storico con un linguaggio elegante quasi old fashion, dalla struttura moderna, ma con un personaggio superclassico. Un romanzo da una parte biografico che ricostruisce la storia di questo straordinario personaggio Francesco, che poi una volta fatta fortuna in America si chiamerà Frances, ma parallelamente un romanzo musicale non solo nei sensi del linguaggio, ma perché inframmezzato da una serie di interludi, ciascuno con una sua particolare tonalità che raccontano in modo rigoroso l’evolversi della musica, degli strumenti, delle tonalità, un libro insomma godibile, per tutte le età, ma dal quale si può anche imparare perché infondo è anche per questo motivo che si legge no? Un libro che mostra la profondità della cultura musicale del Maestro Della Fonte” che ha ripreso a questo punto la parola “ritenevo importante per lo sviluppo stesso del romanzo parlare delle innovazioni degli strumenti musicali che hanno avuto luogo proprio in quegli anni e che hanno permesso un salto di qualità dalla musica più datata, di stampo Settecentesco ad una musica più moderna, un salto di qualità che coinvolgerà anche le bande” “insomma” ha ancora sottolineato Donatella Quadrio “un romanzo delicato con una sua grazia e liricità che lungi dall’essere gratuite vogliono dimostrare qualcosa. Interessante per esempio il modo in cui Rossini (uno dei tanti grandi che si incontrano tra le pagine di questo romanzo) viene qui reso con la sua passione per i tartufi e con l’episodio dove lo si trova a Parigi a suonare per pagarsi un allevamento di maiali. Un romanzo storico popolare che affronta tematiche sociali come la povertà e l’emigrazione passando attraverso la storia della musica. Un romanzo che racconta in modo specifico come le bande, partite come complessi di serie B nell’immaginario pubblico siano riusciti con fatica a conquistarsi una loro dignità. Esemplare a questo proposito l’interludio che racconta di un grande compositore, Henderson, che scrive un overture che non si riesce a vendere. Interpellato a riguardo Henderson risponde che non vuole che il suo pezzo finisca per essere acquisito dalle bande perché le bande suonano male. Gli viene ribattuto che non sono le bande che suonano male, ma che non vengono date alle bande occasioni per esprimersi al meglio e maturare. Un’altra curiosità che si trova nel libro riguarda il pregiudizio che vuole i componenti delle bande e soprattutto i maestri sempre ubriachi” “il grande merito di Francesco Scala è stato proprio questo” ha ripreso Della Fonte “quello di essere arrivato, anche per fortunata coincidenza, al momento giusto in un Paese che in quel momento non aveva cultura, era un Paese ancora in formazione, giovane, in cui città come Washington valevano come i nostri villaggi valtellinesi. I primi centri che si stavano formando erano altri, Boston ad esempio. Li si sono formati i primi fermenti di un Paese che, proprio perché mancava di una cultura propria, ne era affamato. Sul piano musicale a soddisfare questa fame è arrivato, con ottimo tempismo, Francesco Scala che ha fatto conoscere la musica europea in America finendo col diventare direttore della banda dei Marines di Washington. Lincoln addirittura creerà il titolo di maestro di Banda apposta per lui. Lincoln è stato amico personale di Scala così come lo furono altri otto presidenti (tra cui anche Jefferson, creatore della banda dei marines) e delle loro mogli deputate proprio alla gestione degli eventi soprattutto musicali.Anche per questo, per tali notevoli vicissitudini oltreché per meriti personali questa figura merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto possibile” a questo punto il Maestro Della Fonte ha accompagnato il suo racconto con una serie di immagini raccolte durante la lunga ricerca, durata un anno, per questo libro, materiale reperito via internet attraverso contatti con esponenti del corpo dei Marines e con i bibliotecari del Congresso presso cui Scala è sepolto insieme ai grandi nomi della politica americana.

La prima foto ritrae la banda dei Marines nel 1864 quando Scala era in America già da tredici anni. È questa la prima foto ufficiale della banda dei marines dove compare Scala che suona il clarinetto e un ancora giovanissimo, praticamente bambino John Philip Susa, forse il più grande autore di marce “dal libro Scala può apparire come un personaggio fittizio” ha spiegato Della Fonte “ed ecco come vederlo qui ritratto in foto, capire che è realmente vissuto, costituisca una grande emozione, capire come la sua vita ricercando la fortuna sapendo di trovarla (per via di quel discorso che si faceva prima sulla cultura, sulla fame di cultura che ben accoglieva chiunque sapesse soddisfarla) sia stata una vita reale e straordinaria”

La seconda immagine mostra un ritratto di Scala di corporatura non molto imponente così come nessuno se lo immaginerebbe mai leggendo il libro. Nel ritratto ha in mano un clarinetto piccolo strumento del quale divenne un grande virtuoso venendo appunto da una grande tradizione, quella del Teatro San Carlo di Napoli, il maggior centro di eccellenza della musica europea ancor più della Scala di Milano. Se alla Scala di Milano la gente entrava portandosi da mangiare e spesso si intratteneva in chiacchiericci al San Carlo il pubblico entrava con lo specifico intento di ascoltare la musica. È a questo punto che ritorna la questione sul perché Scala abbia deciso di lasciare questa Napoli così sviluppata, paradiso dei musicisti. “nel libro ho immaginato che Scala fosse allievo del grande clarinettista Ferdinando Sebastiani, cosa plausibile” ha ripreso Della Fonte “ho immaginato che ad un certo punto Sebastiani si dimette dall’incarico di direttore d’orchestra del San Carlo e che viene indetto un concorso per sostituirlo, un concorso cui Scala partecipa, ma che è pieno di imbrogli e che Scala non vince ed è per questo che deciderà di imbarcarsi per le americhe.

La terza immagine riporta un censimento della città di Washington dove Scala è registrato con la moglie e sette figli. In realtà avrà in tutto venti figli da due mogli diverse la prima delle quali lo lascia vedovo in circostanze sconosciute mentre la seconda gli sopravvivrà avendola lui sposata quindicenne alla matura età di quarant’anni. Su questo personaggio esistono pochi documenti tra cui una cronaca dei suoi funerali svoltisi nel 1903 (è morto ad ottant’anni) e un’intervista rilasciata negli ultimi anni della sua vita nella quale racconta aneddoti personali e familiari, intervista sulla quale si è tornati in seguito.

La quarta immagine riporta un acquarello che è stata pretesto per raccontare qualche aneddoto cui si è fatto cenno poc’anzi. Scala prima di diventare direttore della banda dei marines è stato piffero maggiore e poi majur nelle parate militari prima che lo promuovesse Lincoln.

Proprio un biglietto autografo di Lincoln è l’immagine proiettata successivamente ed è a questo biglietto che è legato un aneddoto che Scala avrebbe raccontato nella famosa intervista di cui si diceva un aneddoto riguardante il fratello Raffaele (durante l’intervista Scala non disse mai il nome del fratello, Della Fonte lo scoprirà dopo molte affannose ricerche) che dopo pochi anni lo raggiunge in America e si arruola durante una guerra in Messico. Rimasto ferito chiede a Francesco Scala di intercedere per lui presso il Presidente per farsi promuovere ed allontanare dal fronte. Scala inizialmente non vuole, ma il fratello insiste e allora lui ottiene il tanto agognato documento per il fratello. Dopo molti anni scoprirà che il fratello non lo avrà mai utilizzato talmente prezioso lo considerava con la firma autografa di Lincoln il quale tra l’altro incrocerà i destini della famiglia Scala anche il giorno in cui verrà assassinato. Nel teatro dove gli spararono si metteva in scena un’opera di Shakespeare accompagnata da un’orchestra nella quale suonavano i fratelli della seconda moglie di Scala. Questa è solo una delle tante coincidenze che Della Fonte troverà nel suo viaggio di conoscenza tra archivi, siti internet e faldoni. Un viaggio durato tre anni per la stesura e uno per la ricerca nei ritagli di tempo della sua attività di maestro di musica. Un viaggio cominciato durante un soggiorno in Giappone. In quell’occasione a Della Fonte venne in mente di rieditare una sua opera precedente, un saggio tecnico utilizzato come testo di studio nelle scuole di musica ormai fuori catalogo. In quel libro un trafiletto parlava già di Scala. Della Fonte volle saperne di più e cominciò a fare ricerche che lo appassionarono sempre di più al punto che al momento di terminare il libro e congedarsi dal personaggio ne fu commosso. “da sottolineare come il momento della morte di Scala sia accostato ad una fuga essendo quell’ultimo capitolo del romanzo intitolato FUGA SUL TEMA DI PIU’ PRESSI A TE che venne suonata ai funerali di Scala, ma anche, anni dopo, dall’orchestra del Titanic mentre la nave affondava” hanno raccontato insieme Della Fonte e Quadrio “un personaggio che” ha proseguito ancora una volta Della Fonte “può costituire un grande modello per tutti i giovani che verranno a conoscerlo, anche e soprattutto spero, attraverso il mio libro. È grazie anche a lui che gli Stati Uniti d’America sono passati dal non avere una cultura ad essere un modello di eccellenza dove la musica è radicata nella formazione scolastica e personale di ognuno. In America chiunque sa suonare almeno uno strumento e i manuali di musica sono molto diffusi perché diffusa è la concezione che la cultura deve essere patrimonio di tutti da diffondere a più persone possibile” “il problema della Vecchia Europa” ha sottolineato la signora Quadrio “consiste nell’avere eccellenze, ma nell’essere poco comunicativi ed efficaci quando si tratta di farle conoscere. La cultura degli States è molto più disinvolta. Un quartiere non funziona, è degradato o altro? Lo si butta giù senza tanti complimenti e si riedifica. C’è crisi? La quando c’è crisi si stampano dollari, qui si aumentano le tasse. I problemi tra loro li hanno risolti una volta per tutte con la guerra di Secessione noi i nostri continuiamo a portarceli dietro” “una disinvoltura che ha le sue radici proprio negli anni che sono stati teatro dell’avventura umana di Francesco Scala” ha ripreso Della Fonte “e che si è sviluppata su un impalcatura culturale ben riassunta nel termine WASP coniato dagli americani per indicare come doveva essere il perfetto americano: bianco, anglosassone e protestante. Il libro tocca anche questi temi, la Guerra di Secessione è stato un massacro su ampia scala, forse la prima guerra moderna in anticipo sui tempi rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Da tutto questo è nata la cultura americana ed è stato appassionante per me capire e rendere nei vari interludi, questo cammino, il percorso che ha portato la cultura musicale europea in America anche attraverso Scala ma non solo. La musica tutti la amano, ma non tutti la capiscono e non tutti sanno il suo percorso evolutivo, la progressiva raffinazione degli strumenti e delle sonorità. Attraverso la storia di Scala si può conoscere ad esempio l’evoluzione dello strumento da lui suonato, il clarinetto, il più importante all’interno di un organo bandistico col quale ha realizzato l’inno dei marines su adattamento di un’opera di Hoffenback. In quegli anni la banda dei marines era la più importante anche se esistevano bande di altri reggimenti si trattava ancora di realtà minori e poi cominciavano a formarsi le prime bande civili professionistiche, come quelle dell’irlandese Gilmore che fu grande avversario di Scala e come lui seppe sfruttare il particolare momento storico (totalmente scevro dalle complicazioni di oggi) per diventare ricchissimo con la musica, o come quella del già citato Susa, che divenne il maggior esponente ed interprete della musica per banda. Insomma un racconto costituito da un amalgama di musica, storia, epica e humor (esemplare da questo punto di vista l’episodio della traversata oceanica durante il quale Scala si accorse di soffrire di mal di mare e ritirò dunque la sua richiesta di adesione alla marina per arruolarsi nei marines) che ha animato una serata vivace dalla quale Simona Duca ha saputo trarre un efficace insegnamento “se volete conoscere bene la storia leggete romanzi”

Antonella Alemanni

 

 

Lorenzo Della Fonte (Sondrio, 1960) è musicista, compositore e insegnante al Conservatorio di Torino. Gira il mondo come direttore di orchestre di fiati o, come si diceva una volta, di bande. Studioso del repertorio originale per fiati, è autore del fortunato saggio “La Banda: Orchestra del nuovo millennio”.

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CURIOSANDO – LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI

Chi fu il primo ad enunciare la teoria eliocentrica, a sostenere cioè che la Terra ruota intorno al Sole?

Fu Aristarco di Samo un brillante astronomo che visse e studiò ad Alessandria  d’Egitto tra il IV e il III secolo a.C. (dunque ben diciannove secoli circa prima di Niccolò Copernico e Galileo Galilei) del quale ci è pervenuta integralmente una sola opera, che riguarda le misurazioni con cui stimò, con un piccolo margine di errore, la distanza tra la Terra il Sole e la Luna. Per quanto riguarda l’opera che riporta la teoria eliocentrica essa è pervenuta solo attraverso citazioni di altri studiosi coevi e successivi.

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Aristarco di Samo ritratto in un dipinto seicentesco

 

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Terra, Luna e Sole durante una quadratura

 

Chi fu l’inventore della prima macchina a vapore della Storia?

Fu Erone di Alessandria brillante scienziato ed inventore (che, al pari di Archimede di Siracusa si può definire una sorta di Leonardo da Vinci dell’antichità) vissuto nel I secolo d. C. (dunque diciotto secoli prima di James Watt e della Rivoluzione industriale). La sua invenzione si chiamava Eliopilia (sfera di Eolo) conosciuta anche come motore di Erone. Si trattava di una sfera cava di rame alla quale erano collegati due tubi cui uno saldato alla sfera e l’altro staccabile per poter riempire la sfera di acqua. Una volta riempita la sfera l’acqua si riscaldava con una fiamma e produceva un moto opposto a quello dei getti di vapore prodotti dal riscaldamento stesso.

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Erone di Alessandria

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Ricostruzione dell’eliopilia di Erone

È vero che ai tempi di Colombo la gente credeva che la Terra fosse piatta?

Assolutamente no. Sin dall’antichità era ben chiaro che la terra avesse forma sferica sebbene a questa conoscenza mancassero alcune lacune (oggi ad esempio sappiamo che chi si trova nella parte sottostante della sfera terrestre non cade per effetto della forza di gravità, lo stesso effetto che ci fa percepire l’orizzonte rettilineo). Ci fu chi, addirittura, con metodi empirici, seppe calcolare, con un trascurabile margine di errore, la circonferenza della Terra. Si tratta di Eratostene di Cirene vissuto ad Alessandria nel III secolo a.C. il quale osservò che il giorno del solstizio d’estate la luce del sole riusciva a penetrare fino in fondo in un pozzo di Siene (l’attuale Assuan) e che nello stesso giorno l’ombra di un obelisco di Alessandria formava un angolo di 7° e 10’ tra la posizione dell’osservatore e quella del sole nel cielo. Partendo da questi dati e sapendo che le due città sorgono all’incirca sullo stesso meridiano, Eratostene stimò la distanza tra le due città e attraverso una serie di misurazioni più complesse (basate su una campagna di misurazioni del territorio egizio voluta dai funzionari regi per fini fiscali) riuscì a stimare con straordinaria precisione la circonferenza della Terra.

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Eratostene di Cirene

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La dimostrazione di Eratostene

Antonella Alemanni

Fonti:

Wikipedia

Atlante di storia dell’astronomia a cura di Luigi Viazzo Demetra editore   

CENERENTOLA , UNA FIABA IN TEATRO

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TALAMONA 25 gennaio 2014 spettacolo al teatro dell’oratorio

La storia la conosciamo tutti, avendoci fatto sognare da bambini. Una ragazza, orfana di madre, si ritrova presto orfana anche di padre e in balia della donna che nel frattempo quest’ultimo ha sposato e delle sue figlie viziate, egoiste e malvagie che la riducono ad uno stato di servitù fino al provvidenziale ballo e all’incontro con il principe. Una storia della quale esistono più versioni. In alcune il padre di Cenerentola non muore ma si fa complice più o meno consapevole delle cattiverie della matrigna e delle sorellastre. Una storia di cui si è appropriato il cinema (d’animazione e non) il teatro dell’opera, il balletto classico, il teatro classico. Una storia che ha dato luogo a diverse rivisitazioni (cinematografiche) in chiave moderna è che è stata presentata, con manzoniani stratagemmi, anche come vera (esemplare da questo punto di vista la pellicola del 1998 intitolata LEGGENDA DI UN AMORE CINDERELLA con Drew Barrymore nella parte della protagonista e Leonardo Da Vinci al posto della fata madrina, pellicola in cui la storia viene raccontata, con non poche licenze, ambientandola in Francia nel XVI secolo, durante il regno di Francesco I). Questa sera alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio la compagnia Buglio in Monte ha voluto offrire un’ulteriore sfumatura a questa fiaba immortale raccontandola attraverso il teatro dialettale. Uno spettacolo a scopo benefico a favore del gruppo della gioia attivo da molti anni nel campo del volontariato sociale a favore di bambini diversamente abili ed anziani. Uno spettacolo che ha richiesto molto impegno e una lunga preparazione. Uno spettacolo che è un mix tra una commedia dialettale (recitata in parte in dialetto e in parte anche in italiano soprattutto per quanto riguarda le parti cantate) e un musical coloratissimo e vivacissimo che comprende anche un coro sotto il palco come nel teatro greco, ma nel contempo elementi assolutamente moderni come l’iterazione degli attori col pubblico che in questo modo diventano parte integrante della scena. Uno spettacolo all’interno del quale, oltre ai classici personaggi della fiaba ne troviamo altri singolari (la marchesa di Case Barri, il conte di Casa Giovanni, la nobile di Ursin eccetera tutti invitati al ballo del re). Uno spettacolo ricco delle più varie citazioni musicali (dalle canzoni dello zecchino d’oro alle arie della AIDA passando per NEL BLU DIPINTO DI BLU di Domenico Modugno, la colonna sonora di BALLA COI LUPI e LA MARCIA DI RADEZKY). Uno spettacolo che ha saputo divertire grandi e piccini stemperando l’atmosfera fiabesca con non poche sfumature comiche fino all’immancabile lieto fine.

Antonella Alemanni

SUONATE PER LE FESTE

TALAMONA 7 dicembre 2013 concerto della filarmonica presso la palestra comunale

DUE BANDE UNITE IN UN UNICO CONCERTO PER SALUTARE INSIEME L’ARRIVO DEL NATALE

Quest’anno, per il tradizionale concerto d’inverno,alla palestra comunale alle ore 21, la filarmonica di Talamona ha voluto fare le cose in grande invitando ad allietare la serata degli affezionati talamonesi anche un’altra banda, il corpo musicale Giuseppe Verdi proveniente dalla provincia di Como precisamente da Anzano del Parco, e dividendo dunque il concerto letteralmente in due parti. Il corpo musicale Giuseppe Verdi è stato creato nel 1922 e inizialmente intitolato ad un’antica famiglia di Anzano: gli Ortelli.  Nel 1970, la denominazione venne mutata e la banda prese il nome di “Giuseppe Verdi”, con regolare statuto. I 90 anni di attività, di crescita e di soddisfazione sono segno non solo della passione per il suono, ma anche di impegno civile e sociale. Suonare nella Banda è un momento di forte aggregazione che favorisce lo scambio di opinioni, di idee e di conoscenze, perché ancora oggi la Banda sotto la passione per la musica riunisce diverse generazioni, uomini e donne, ragazze e ragazzi di diverse età. Dal 2009 i ragazzi provenienti dalle scuole primarie di Anzano e dintorni si sono costituiti in una banda giovanile che può contare anche su una scuola estiva di formazione musicale. Ma è soltanto nel corso della seconda parte della serata che il pubblico ha potuto conoscere bene gli ospiti. Come vogliono le regole della buona educazione, il compito di iniziare il concerto è spettato ai padroni di casa che, sotto l’egida del maestro Pietro Boiani, hanno proposto quattro brani magistralmente eseguiti ed efficacemente presentati. Il primo brano si intitola NOBLES OF MYSTIC SHIRE ed è una marcia del compositore americano John Philip Sousa il quale, dopo essere stato violinista nell’orchestra di Offembach, in turneè negli USA dal 1876 al 1877 divenne direttore d’orchestra della marina americana. Questo suo nuovo incarico lo portò a dedicare gran parte delle sue composizioni al genere della marcia (tra le sue più famose THE STARS AND STRIPES FOREVER, THE WASHINGTON POST e HAND ACROSS THE SEA) fino a diventare il re indiscusso di questo genere che ben si presta all’esecuzione anche da parte degli organi bandistici grazie ai raffinati arrangiamenti di Frederick Fennel. Il brano eseguito questa sera è stato composto da Sousa nel 1923 ed è caratterizzato da un forte stile orientale e dal fatto che è l’unico tra i 120 brani composti in tutto da Sousa ad avvalersi anche dell’arpa. Il secondo brano è stato PRIMA SUITE IN MIb di Gustav Holt, compositore inglese vissuto tra il 1874 e il 1934 e che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica per fiati. Con questo brano, composto nel 1909, ha sancito la strumentazione che le bande avrebbero usato da allora sino ai giorni nostri. Stranamente mai eseguito fino al 1920 è un brano che si caratterizza per eleganza e fascino pur mantenendo una grande semplicità e trasparenza. I temi utilizzati, sempre identificabili, vengono proposti in diverse forme utilizzando tutti i colori che l’organico di una banda può offrire. In particolare questa sera la banda ha proposto il primo movimento di questo brano, la Ciaccona. Il terzo brano è stato BROOKSHIRE SUITE  di James Barnes, un altro compositore che molto sta lasciando alla musica per banda. Questo suo brano in particolare si caratterizza per lo stile complessivo perfettamente adatto agli strumenti a fiato, scandito da tre movimenti in tre diversi stili. Il primo è quello denominato fanfara e marcia e introduce il brano con carattere marziale, facilmente accostabile allo stile delle formazioni bandistiche. Il secondo denominato piccola canzone jazz avvicina in maniera elegante la banda allo stile swing. Il terzo tempo, denominato fuga propone appunto la forma tipica della fuga, con un tema introdotto dalla sezione delle trombe e ripreso in seguito come imitazione dalle altre sezioni. L’ultimo brano proposto dalla filarmonica di Talamona è stato HOLLYWOOD MILESTONES un coktail di colonne sonore famose di altrettanti famosi film (per citare solo alcuni titoli LO SQUALO, RITORNO AL FUTURO, LA BELLA E LA BESTIA, MOMENTI DI GLORIA, FORREST GUMP, ET, INDIANA JONES, STAR TREK, APOLLO 13, LOVE STORY). A questo punto il testimone è passato al corpo musicale Giuseppe Verdi diretto, dal 2008, da Chiara Tagliabue, impegnatissima anche nel tenere corsi di formazione per insegnare ai bambini di classe terza e quarta elementare di Anzano a suonare il flauto (un corso che si concluderà con un’esibizione dei bambini il prossimo sabato il 14 dicembre) che questa sera ha proposto altri quattro  brani suonati altrettanto magnificamente, ma con una certa carenza per quanto riguarda le presentazioni, un modo invece utile secondo me per entrare in modo più approfondito nel vasto mondo della musica. Il primo si intitola HIGHLAND CATHEDRAL di Michael Korb arrangiata da Siegfried Rundel.  Il secondo brano si intitola CHORAL AND ROCK OUT un brano melodico composto da due tempi del compositore olandese Henk Van Lijnshooten meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ted Huggens che si ispira, nel comporre questa armonia, ai motivi della musica classica. Il terzo brano si intitola CONTEST MUSIC di Lorenzo Pusceddu, originario, come si può intuire, della Sardegna, direttore della banda della sua città che ha al suo attivo più di trecento brani e tiene corsi formativi per giovani musicisti. Il brano eseguito questa sera è articolato in tre variegati momenti che lo rendono adatto come brano da concorso. Il quarto e ultimo brano previsto in programma si intitola JESUS CHRIST SUPERSTAR composto da Andy Lloyd Webber ed è ispirato alle vicende dell’ultima settimana di Gesù alla passione alla morte, alla resurrezione. Abbinata ai testi di Tim Rice quest’opera ha come punto di forza l’originalità di essere narrata dal punto di vista di Giuda Iscariota e di proporre una sorta di confronto ideologico tra i due personaggi principali. Al termine dell’esecuzione di questo brano la banda di Anzano ha voluto ringraziare la nostra filarmonica e il nostro comune per averla ospitata il sindaco di Anzano Rinaldo Meroni e la presidentessa Giovanna Marchetti. Un momento di scambio di piccoli regali, ma anche di impressioni e di emozioni relative a questa serata con interventi anche del presidente della nostra filarmonica Stefano Cerri e del maestro Pietro Boiani, interventi volti a sottolineare la positività di questa serata e il ruolo molto importante che la musica può avere nella formazione dei giovani. Prima di concludere la serata c’è stato il tempo per l’esecuzione, da parte del corpo musicale Giuseppe Verdi di altri due brani. Il primo THE STAR WARS SAGA altro non è che la famosa colonna sonora dei film altrettanto famosi di George Lucas. Le musiche sono state composte da John Williams e sono state presentate questa sera con l’arrangiamento di Mike ? . Si tratta di un miscuglio dei vari brani delle varie puntate della saga. Il secondo brano invece si intitola WHITE CHRISMAS uno dei brani natalizi più famosi che non poteva certo mancare in occasione di un concerto organizzato in prossimità delle feste natalizie. Il brano è stato scritto da Irving Berling e ne sono circolate nel corso del tempo diverse versioni e traduzioni tra cui l’italiana BIANCO NATALE. Il suo autore quando la compose si convinse da subito di aver scritto la sua migliore canzone. L’incisione più famosa del brano è quella di Bing Crosby del 1942 che nel 1943 si classificò come migliore canzone di un disco che risulta ancora oggi il più venduto nella storia della musica e che dal 1942 ad oggi non è mai uscito di produzione. E con questo ultimo brano si è concluso questo ricchissimo e variegato doppio concerto che ha sicuramente regalato al pubblico accorso una serata indimenticabile.

Antonella Alemanni

TALAMONA OMAGGIA VERONICA BERTOLINI

TALAMONA 22 dicembre 2013 saggio di ginnastica ritmica alla palestra comunale

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foto dall’archivio 2011

UN POMERIGGIO DI SPORT E SPETTACOLO PER CELEBRARE IL TALENTO ANCORA ACERBO E QUELLO GIA’ MATURO

All’incirca ogni anno, a partire dal 2009, la palestra comunale di Talamona ospita un evento patrocinato dalla Pro Loco con la collaborazione del gruppo sportivo del Comune. Si tratta di un saggio di ginnastica offerto dall’associazione VERA (acronimo di vigore energia ritmo agonismo) costituitasi nel 2011 come vera e propria associazione che si occupa soprattutto di ginnastica ritmica (partecipando con successo a gare di serie c, d e ai vari campionati di categoria) ma anche di ginnastica estetica da quest’anno, con la partecipazione ai campionati di Cesenatico e la qualificazione delle atlete a campionesse italiane nella categoria allieve. Un saggio dove sfilano bambine e ragazzine di ogni età compresa tra i 6 e i 16 anni tutte accomunate dalla passione per questo sport molto vicino ad una disciplina artistica di danza e tutte col grande sogno di emulare lei, la star della giornata, nonché un motivo d’orgoglio per la nostra comunità: Veronica Bertolini, classe 1995, che si allena coi maestri dell’associazione VERA fin da molto prima che essa si costituisse coi connotati odierni, da quest’anno campionessa italiana assoluta di ginnastica ritmica che ha raccolto su di se le più calde ovazioni del pubblico, prima, durante e dopo le esibizioni quando è giunto per lei il momento di firmare autografi e concedersi ai flash dei numerosi fan come una diva del cinema. Un successo meritatissimo frutto di una vita di disciplina e sacrifici volta ad investire si sul proprio corpo, ma come strumento di pratica sportiva volta ad ottenere risultati di alto livello in campo agonistico, come strumento da plasmare e disciplinare al fine di mettere in scena l’armonia, la bellezza e la perfezione del movimento. Un successo ancor più degno di nota se si pensa a quanto, nel mondo di oggi, il concetto di successo abbia assunto connotazioni molto elastiche e relative, se si pensa a quante persone (tra cui purtroppo proprio molte ragazze) ricevono applausi e attenzioni mediatiche immeritate. Questo è uno dei tanti punti a favore dello sport: il fatto che in quest’ambito la meritocrazia è d’obbligo. Al di la di tutte le scommesse e le corruzioni che gravitano intorno ad alcune discipline sportive (prime fra tutte calcio e pugilato) è davvero impossibile mettere in campo atleti che risultano scarsi al di la di ogni ragionevole dubbio solo perché raccomandati da qualcuno e quant’altro. La ginnastica possiede l’ulteriore pregio di non essere truccabile e chissà che non sia questo uno dei motivi per cui rimane uno sport ai margini, di nicchia, che rispetto ad altri sport più popolari riceve pochissimi finanziamenti. Ma non è di questo che oggi ci importa. Tutti coloro che oggi sono intervenuti a partire dalle ore 16 sono accorsi, come di già nelle precedenti edizioni, per acclamare le loro figlie e nipoti, per ammirare il talento che stanno coltivando con impegno e fatica e per distribuire applausi meritati a loro e alla nostra campionessa che dopo il saggio ho avuto modo di conoscere meglio rivolgendo le qualche domanda cui lei ha risposto con molta disponibilità. Ed è con la trascrizione dell’intervista che voglio ora chiudere il racconto di questa giornata.

Veronica Bertolini - Campionessa Italiana di Ginnastica Ritmica

Veronica Bertolini – Campionessa Italiana di Ginnastica Ritmica

Per cominciare ti chiederei un breve riassunto di vita e carriera di Veronica Bertolini

Ho iniziato a fare ginnastica a otto anni quando frequentavo la terza elementare. Ho iniziato con i corsi base poi la ginnastica promozionale e poi la ginnastica per tutti. All’età di 11 anni ho lasciato casa e mi sono trasferita a Desio perché volevo proseguire gli allenamenti ad un più alto livello gareggiando a livello regionale ed interregionale fino a raggiungere il livello più alto nel 2010 quando è cominciata la scalata verso le gare nazionali ed internazionali e la carriera da professionista con partecipazioni a coppe del mondo vari tornei soprattutto europei fino al conseguimento del titolo di campionessa italiana e al passaggio, l’anno successivo, alla categoria senior con la riconferma del titolo italiano e altre vittorie fino a sfiorare il campionato mondiale che non ho potuto fare a causa di un infortunio. Il 2012 è stato l’anno della svolta in cui ho cominciato ad essere notata da vari giudici internazionali fino ad arrivare a quest’anno pieno di sorprese ed emozioni a partire dal campionato assoluto col conseguimento del titolo fino agli europei e al mondiale e al secondo posto nel campionato di serie A.

Insomma una carriera in ascesa. Chissà che un giorno non ti vedremo anche nella squadra nazionale delle libellule o delle farfalle ora non ricordo come si chiamano…

Io sono già nella Nazionale Italiana. Non sono in squadra con loro però perché faccio esercizi da solista.

Wow. Ebbene a questo punto ritorniamo per un momento alle origini. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada, c’è stato un evento, un fattore scatenante in particolare, la voglia di seguire le orme di qualcuno, magari un personaggio dei cartoni animati oppure qualcuno di reale come succede a molti ragazzi, ad esempio a queste ragazze che sognano di essere un giorno come te?

Prima di scegliere la ginnastica ritmica ho praticato diversi sport e quando mi sono accostata poi alla ginnastica non ne sapevo assolutamente nulla tanto che ho avuto un approccio inizialmente titubante. Poi appena ho visto gli attrezzi e ho cominciato a prendere confidenza con essi mi sono proprio innamorata di questa disciplina e di tutto cio che con essa ha a che fare, l’idea di tenere uno strumento in mano, la palla, la fune, il nastro eccetera, uno strumento che si muove con me a tempo di musica mi sono appassionata e non ho più smesso. È stato dunque un approccio diretto alla disciplina il punto di partenza un approccio non mediato da persone da modelli da imitare, una passione che mi ha spinto a concentrarmi esclusivamente su questa disciplina.

Se non avessi fatto questo che cosa avresti fatto?

Non lo so. Sinceramente forse avrei continuato con danza moderna che era quello che facevo prima oppure col nuoto, ma in realtà non saprei perché sono ormai sei anni che sono via da casa per fare ciò che faccio e non saprei descrivere la mia vita senza la ginnastica, senza la ginnastica non sarei me stessa.

E invece la tua vita con la ginnastica com’è? Parliamo un po’ della tua giornata tipo.

La mia giornata tipo è molto impegnativa perché mi alzo alle otto poi alle nove sono subito in palestra e fino alle cinque e mezzo della sera mi alleno e poi dalle sei alle otto vado a scuola.

Durante lo spettacolo la tua maestra raccontava proprio del tuo far conciliare studio e sport diceva che studi molto da privatista.

Si privatista in una scuola serale che ogni anno richiede di dare esami in tutte le materie. Quest’anno tra l’altro ho la maturità dunque incrociamo le dita.

Un momento in cui hai detto “basta mollo tutto chi me lo ha fatto fare”?

Ce ne sono tanti di momenti simili quando magari non riesci a dare il massimo in palestra o non vanno le cose come vorrei è proprio quello il momento in cui pensi “ma chi me lo fa fare di andare in palestra tutti giorni?” e capita molte volte anche in relazione al periodo, alle condizioni fisiche in cui ci trova, ma poi in palestra ci vai e ci ripensi perché è davvero impossibile per me stare senza ginnastica, immaginare di lasciarla e dunque faccio il mio allenamento e penso “non mollo niente perché mi piace”

Invece un momento in cui hai detto “ne è valsa la pena?”

Agli assoluti perché quest’anno non mi aspettavo assolutamente di vincere il campionato italiano assoluto. Quando hanno detto il mio nome per salire sul primo gradino del podio ero talmente emozionata che non capivo più niente.

Quante eravate?

Eravamo in quindici se non mi sbaglio e ho battuto campionesse che non credevo si potessero battere come Giulietta Cantalupi che è andata alle olimpiadi ed era sette volte campionessa italiana finché quest’anno sono arrivata io ad aggiudicarmi questo titolo. Un’emozione grandissima che mi ha fatto sentire davvero ripagata di tutto dei sacrifici, della fatica eccetera. Quella settimana oltre alle gare avevo pure gli esami.

Una vita di sacrifici significa anche tenersi in forma, mangiare in un certo modo…

Noi non abbiamo un dietologo che ci segue però dobbiamo mangiare in modo sano una dieta che non esclude dolci, fritti e schifezze varie, ma che comporta il doverli assumere con molta moderazione. Insomma si mangia un po’ di tutto (ma soprattutto frutta e verdura) ma senza abbuffarsi, io per esempio sono abituata a mangiare un primo di pasta o riso senza pane e un secondo di carne o di pesce a cena.

Cosa farai quando arriverai a fine carriera?

Il mio sogno sarebbe diventare fisioterapista perché questo lavoro mi ha sempre appassionata, me ne hanno fatto appassionare i fisioterapisti e dottori che seguono noi atlete, mi hanno in qualche modo spinto ad incuriosirmi e ad affascinarmi riguardo al funzionamento del corpo, dei muscoli, dei tendini, però c’è anche un altro sogno accanto a questo che è quello di diventare allenatrice per continuare comunque in qualche modo questa passione.

E dunque quando dici che pensi di fare la fisioterapista anche in quel caso pensi di specializzarti in ambito sportivo oppure faresti la fisioterapista per tutti?

No per tutti però certo seguire le atlete sarebbe bellissimo. Già ora vedo i terapisti che ci seguono e che hanno la possibilità in questo modo di girare il mondo e dunque fare la fisioterapista delle atlete sarebbe un modo per continuare a far parte di questo mondo.

Bene direi che possiamo concludere. Ti ringrazio!

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Antonella Alemanni

LAVORAZIONE ARTIGIANALE DEL LATTE

DAL RACCONTO DI MIA NONNA LA RIEVOCAZIONE DI UN MONDO ARCANO (ANCHE SE NON COSI’ LONTANO NEL TEMPO) OVE L’INDUSTRIA CASEARIA ERA UNA FACCENDA CASALINGA

 

Un tempo, quando i nostri nonni erano ancora bambini, non esistevano grandi negozi dove trovare ogni ben di Dio. Tutto cio che era necessario ognuno se lo produceva a casa sua con le sue mani. Prendiamo ad esempio il latte. Ognuno aveva la sua stalla con le sue mucche munte ogni mattina e portate regolarmente a fare la transumanza su per i più alti pascoli d’estate e nelle stalle d’inverno.

Adiacenti alle stalle ognuno possedeva anche i locali adibiti alla lavorazione del latte con metodi dove il lavoro dell’uomo aveva ancora una netta prevalenza sull’azione delle macchine. Si trattava di locali con ampie vasche nelle quali c’era sempre dell’acqua affinchè il latte si mantenesse fresco

Il latte appena munto veniva versato in un recipiente ampio e basso di rame le cui dimensioni potevano variare a seconda della quantità di latte che ciascuna mucca offriva. Il recipiente veniva adagiato nelle vasche e lasciato a riposare per un giorno e una notte, un procedimento necessario a far affiorare la componente grassa o panna che poteva essere consumata pronta oppure essere trasformata in burro non prima però di averla separata dal latte. A tal scopo si adoperava una paletta di metallo facendo attenzione a non immergerla troppo in profondità cosa che avrebbe potuto causare il rimescolamento di latte e panna. Questo processo veniva denominato spanatura ed era l’equivalente artigianale dell’odierna scrematura industriale. Una volta separata la panna veniva riposta in un recipiente cilindrico di legno chiuso da un coperchio con un foro al centro attraverso il quale veniva fatto passare un bastone munito di cerchio che fungeva da rudimentale frullatore che funzionava a olio di gomito. Tale strumento si chiamava zangola (penagia in dialetto talamonese). Con il bastone della zangola si mescolava e si rimescolava la panna fino a quando essa non assumeva una consistenza burrosa. Per facilitare il processo, denominato zangolatura, esistevano anche strumenti a manovella. Una volta ottenuto il burro esso veniva prelevato dal recipiente lavorato a mano e versato in uno stampo. Il latte che rimaneva impregnato andava rimosso altrimenti avrebbe reso amaro il burro. Questo latte rimosso era denominato latte del burro, in sé molto dolce, ma privo di nutrimento.

Col latte rimasto nel recipiente di rame una volta rimossa la panna era possibile fare il formaggio travasandolo in un recipiente di rame più grande e facendolo scaldare ad una temperatura di circa 30° poi, una volta tolto dal fuoco, arricchito col caglio, una sorta di polvere che ne causa la progressiva coagulazione e successiva solidificazione. Il formaggio veniva fatto riposare poi per circa 30 minuti prima di tagliare la cagliata (della quale veniva favorita la formazione con uno strumento denominato in gergo lira) fino a ridurla in poltiglia che veniva lasciata riposare ancora per 30 minuti in modo tale che la pasta del formaggio si separasse e decantasse sul fondo per poi essere recuperata con l’ausilio di una pezza di canapa poggiata su uno strumento particolare chiamato in gergo carot. La pezza di canapa era necessaria affinchè il siero scolasse completamente dalla pasta di formaggio.

Col siero avanzato dalla lavorazione del formaggio che rimaneva impregnato nella canapa si realizzava la ricotta. Il siero veniva rimosso dalla canapa strizzandola per poi essere posto all’interno di un utensile particolare chiamato fasera uno stampo rotondo che avrebbe dato forma alla ricotta ottenuta riscaldando il siero a 30° e aggiungendo, dopo averlo tolto dal fuoco, una particolare sostanza chiamata lum de roc per conferire il sapore e la consistenza.

Ovviamente il latte poteva essere consumato così com’era appena munto senza passare attraverso il locale della lavorazione.

Il latte cagliato senza prima procedere alla spanatura permetteva di ottenere formaggi grassi.

Antonella Alemanni

GALLERIA IMMAGINI LAVORAZIONE DEL LATTE E BURRO

Il casaro versa la panna nella zangola

Il casaro versa la panna nella zangola

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira