I NOSTRI MAGGENGHI

Un bene paesaggistico da preservare

                                                                                                                                                                                                                        Guido Combi (GISM)

 

I nostri maggenghi talamonesi, che, sul versante settentrionale delle Alpi Orobie, si estendono numerosi, già in mezzo alle prime selve, appena sopra le contrade abitate del paese, come Sassella e Civo, e giungono fino ai 1500 metri di Madrera, stanno ad indicare l’operosità dei nostri antenati per strappare il terreno al bosco per farne prato da fieno. Dimostrano la cura con cui tenevano il territorio e i luoghi montani da cui sono scesi a formare nuovi nuclei abitati in zone meno impervie e più coltivabili, a partire da quelle più vicine alle selve, sul conoide del Torrente Roncaiola.
Questo, che il corso d’acqua principale del comune, raccoglie, sopra San Gregorio, la maggior parte della acque delle valli del bacino delimitato a Sud, alle spalle di Talamona, dalle creste che vanno dalla Cima del Pizzo Piscino (Piz Uolt per noi) al Monte Baitridana, toccando il punto più meridionale nel Monte Lago, punta estrema del nostro comune, e separandolo, come una barriera naturale, dalla più meridionale Val Corta di Tartano e dal resto della catena orobica.
In questa grande ventaglio compreso tra i 230 m del Fiume Adda a Nord e le cime più alte a Sud, che toccano i 2353 m del Monte Lago, possiamo individuare una grande varietà di aspetti nel paesaggio che Stefano Tirinzoni, ha ben descritto in un suo studio, pubblicato sul volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere”, al quale abbiamo lavorato assieme. L’architetto Stefano Tirinzoni, prematuramente scomparso, era l’ultimo discendente maschio di una famiglia di origini talamonesi, trasferitasi a Sondrio all’inizio del secolo scorso, ed è stato uno studioso del versante orobico valtellinese a cui era legato anche affettivamente. Era infatti il proprietario degli alpeggi Madrera e Pedroria, che ha lasciato, nel 2011, in eredità, al F.A.I. (Fondo Italiano per l’Ambiente), per una loro idonea valorizzazione. E’ stato anche uno dei promotori del Parco delle Orobie Valtellinesi e l’estensore del Piano del Parco.
Ecco le sue parole: “LE UNITÀ DI PAESAGGIO”

Possiamo classificare i vari orizzonti paesaggistici in cinque diverse unità tipologiche:
1) Il paesaggio sommitale e delle energie di rilievo: interessa l’ambito compreso fra le creste delle Alpi Orobie e le praterie d’altitudine.
E’ un paesaggio aperto, dai grandi orizzonti visivi che si frammenta nel complesso articolarsi delle energie di rilievo, con i circhi glaciali, le emergenze rocciose, le vette, i crinali, i passi, le pareti, e nel diversificarsi dei sottostanti elementi paesistici con i ghiacciai, i nevai, i piccoli laghi, gli ambienti umidi, i corsi d’acqua, la vegetazione rupicola e nivale, le praterie d’altitudine caratterizzate dalla festuca.
2) Il paesaggio dei boschi subalpini e degli alpeggi: interessa un complesso di ambiti compresi fra le praterie d’altitudine ed il bosco delle conifere. E’ un paesaggio di versante caratterizzato dall’alternarsi di ampie superfici a pascolo con episodi di peccete subalpine e lariceti radi. La varietà paesistica é arricchita da cespuglieti a rododendro, da ambienti umidi e palustri, da torbiere, da vallette e corsi d’acqua e da segni della attività di carico degli alpeggi, con gli episodi puntuali degli edifici rurali isolati o a piccoli nuclei e con forme di paesaggio a rete costituite dai recinti dei “müràchi” (dei “bàrek” in particolare) e dai sentieri.

3) Il paesaggio delle conifere e dei maggenghi:interessa la parte più elevata dei fondivalle aperti, caratterizzati dalle superfici delle praterie falciate che spiccano nel rivestimento dei versanti a peccete montane.

Elemento determinante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di conifere. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali, a supporto delle attività di carico e cultura dei maggenghi, sia in episodi isolati che in nuclei, i segni del paesaggio a rete quali le recinzioni a “müràchi” ed i sentieri, le vallette con i corsi d’acqua ed alcuni frammenti di ambienti umidi.

4) Il paesaggio delle latifoglie e dei maggenghi: interessa la parte inferiore dei fondivalle aperti caratterizzati dai prati di versante che emergono nel rivestimento dei versanti a latifoglie. Elemento caratterizzante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di latifoglie. Faggete e castagneti si alternano a boschi misti di aceri, frassini e tigli e compongono un quadro vegetazionale-paesistico di grande varietà. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali a supporto delle attività agro-pastorali con agglomerati e nuclei anche consistenti, arricchiti da edifici religiosi di interesse monumentale. Recinzioni, delimitazioni dei fondi, sentieri, vallette e corsi d’acqua compongono la struttura a rete.

5) Il paesaggio di transizione al piano alluvionale con insediamenti: interessa la fascia di versante dal limite dei maggenghi fino al fondovalle alluvionale e si caratterizza per il persistere dei boschi di latifoglie con i caratteristici castagneti, anche terrazzati, e con i prati di versante: è il contesto maggiormente insediato dove sorgono i nuclei abitati permanenti di più rilevante consistenza. Si caratterizza per la presenza degli ambienti di forra che sono posti principalmente allo sbocco dei torrenti sulle conoidi di deiezione.”

 

Entro questo quadro e in questa varietà di ambienti montani sono incastonati i nostri maggenghi, dove stanno le nostre radici. I Talamùn scendono da lì. Basta scorrere gli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, del 1525 e la cronaca della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda del 1589, dove si parla delle vicinìe o vicinanze. Il paese si era sviluppato, o stava sviluppandosi, dove si trova ora, con altre contrade o colondelli, ed è facile intuire come, in origine, gli abitati fossero tutti sulla montagna, soprattutto quando l’uomo non era ancora intervenuto a modificare il paesaggio di fondo valle invaso dal Fiume Adda e dai torrenti che scendevano dal versante orobico e a proteggerlo dalle loro inondazioni improvvise e devastanti, che si susseguivano con frequenza.

Come abbiamo già avuto modo di vedere i maggenghi come Premiana di Sotto e di Sopra, San Giorgio, Faedo Sopra e Sotto,  per citarne solo alcuni, sono le contrade storiche da cui, pian piano, nei secoli, i nostri antenati sono scesi  verso il basso, dove hanno trovato maggiori possibilità di coltivazioni e di allevamenti.  Stiamo parlando, e non solo per Talamona, di una società prettamente contadina basata sulla coltivazione della terra e sulla pastorizia. Non che con questa discesa  al piano siano stati abbandonati maggenghi e alpeggi. Tutt’altro. Essi sono diventati i luoghi di permanenza  primaverile ed estiva per le  famiglie con le bestie e, aggiunti ai terreni  del fondovalle, hanno rappresentato la possibilità di allevare un numero maggiore di bestie, soprattutto mucche.  I maggenghi erano il momento di passaggio primaverile  con le bestie, prima della salita agli alpeggi, dai quali poi, a fine Agosto o ai primi di settembre, si tornava per l’ultimo pascolo, prima di ridiscendere al piano. In alcuni testi il maggengo è chiamato anche premestino, nel senso di prima dell’estate, ma di questo parleremo più diffusamente in un prossimo articolo.

Un duro lavoro

Abbiamo accennato al fatto che i prati verdi, che circondano le baite e le case, sui maggenghi, sono stati strappati alla selva con un lavoro costante e faticoso.

A dimostrarlo abbiamo dei toponimi che lo testimoniano. Sotto il Monte Baitridana abbiamo il maggengo “Pràtaiado”, in altri posti, abbiamo el Taiàdi o la Taiàdo, come in Premiana e altrove. Questi toponimi, che si riferiscono a prati o a maggenghi, dati a luoghi ben precisi, stanno a dimostrare come i prati per la coltivazione dell’erba, siano il frutto di grandi operazioni di taglio del bosco  e conseguente utilizzo del legname, sia da costruzione che da fuoco. Seguiva poi  il lavoro di estirpazione dei ceppi, di spietramento (i sassi venivano usati per la costruzione di muretti di sostegno o anche per le baite), di pulizia da radici e arbusti vari, quindi di livellamento del terreno, per quanto ripido, e di semina (cul bgécc) e coltivazione del prato, da cui ricavare una ulteriore quantità di fieno, con la possibilità di aumentare il numero delle mucche per un miglior sostentamento della famiglia.

Bisogna pensare che gli arnesi per questi lavori erano molto semplici e il lavoro manuale degli uomini e delle donne, e per quanto possibile, anche dei ragazzi che partecipavano sempre, era preponderante, molto faticoso e con tempi molto lunghi. Per capire le fatiche che costavano queste opere per un migliore utilizzo del terreno, dobbiamo trasportarci con la mente a quando non esistevano mezzi meccanici come motoseghe, scavatori, mezzi di trasporto del materiale ecc. Tutto veniva fatto a mano. La pazienza e la costanza e la forza fisica non mancavano ai nostri avi.

E avevano, a volte, nonostante tutto, anche uno spiccato senso dell’ironia e dell’umorismo, se, ad esempio, in Premiana, un prato, ricavato dal bosco  e dalla pendenza impossibile, è stato chiamato la Pianezzo o el Pianezzi. Si poteva falciare solo usando i sciapéi feràa, e il fieno, perchè si potesse portar via, doveva essere fatto rotolare in basso dove c’era il sentiero sostenuto da un muretto. Solo lì si potevano caricare i cämpàcc  e fare  i mäzz dal fée.

I toponimi

Anche i toponimi dei nostri maggenghi sono interessanti, nel loro significato. Vediamone alcuni. Quagél deriva da quagià, cioè cagliare il latte. Scalübi: mi pare evidente che possa riferirsi alle scalinate scavate nella roccia che bisogna percorrere per raggiungerlo da Cà di Risc, unica via d’accesso dal basso. Canalècc: che si trova tra i canaletti che confluiscono nel Torrente Malasca. La Foppa e le Foppe: si riferiscono alla loro posizione in una conca ben riparata come una tana (in altri posti troviamo la Fopo del’urs o dul luf) e di solito anche ricca d’acqua sorgiva, che favoriva la vita delle persone e degli animali e l’irrigazione di prati e di piccole coltivazioni orticole. Bunänocc, potrebbe avere pure un significato ironico, vista la posizione della baita e i prati estremamente ripidi che la circondano: “se tu lisèt: buno nocc”. Runc si riferisce chiaramente all’operazione del “roncare”, cioè scavare il terreno in profondità per mettere le pietre sul fondo e coprirle con un abbondante (per quanto possibile) strato di terra. Per Pradalacquo il riferimento al prato ricco d’acqua mi pare chiaro vista anche la posizione, nel punto dove la Val de Faìi, in Taìdo,  si unisce alla Roncaiola, aumentando la portata del torrente principale anche con possibilità di esondamenti. Inoltre al confine Est  del maggengo, si trova la Möio, zona notoriamente umida, dove passa il sentiero scorciatoia da Sän Rigori per SänGiorsc. Ul Fuu del’ustario: deriva dalla presenza di alcuni grossi faggi, che ho sempre visto, e dal fatto probabile che qualche proprietario della baita avesse avuto l’idea di vendere qualche bicchiere di vino per togliere la sete a coloro che salivano in Pigòlsa, a Madréra o a Pedròria.  Faìi (Faedo) deriva dal latino fagus “faggio”, quindi zona di faggete. Toponimo molto diffuso (Faedo Valtellino, Faedo nel Trentino, Faido nel Canton Ticino…) è documentato anche nelle forme de Faedo, Faedum, Faiedum e Faye.

Per la Baitélo o la Baito dul Crüin, la Baito dul Tumun, Ca la Vulp, Ca di Risc, Ca dul Märtul (da martora?), Cà ruti, Ursàt (la leggenda degli orsacchiotti), Faìi d’Ars,  Sän Giorsc e Sän Rigori,  dai nomi dei santi cui sono dedicate le rispettive chiese, le origini dei toponimi sono abbastanza evidenti, come per  ul Baitun Bgiänc.

Pigolso  è  un nome  che richiama l’altalena in dialetto talamonese; non saprei però se riferito al fatto che esistesse qualche altalena appesa i rami di qualche pèsc o ad altro fatto o fenomeno.

Premiana o meglio Prümgnäno, pare derivi (vedi Giampaolo Angelini in Itinerari talamonesi) dalla sua  “preminenza”  rispetto agli altri maggenghi-vicinìe, dovuta anche alla residenza,  storicamente provata, della famiglia del Massizi o Masizio, predominante per censo e potere, anche a San Giorgio, chiamato appunto San Giorgio di Premiana. Ca Lisèp significa casa del Giuseppe, Isèp nel vecchio dialetto.

Chignöol èpiantato  proprio come un  cuneo (chignöol in dialetto) tra la valle di Valéna e la montagna di Madrera, su un piccolo conoide di terreno alluvionale.

Per el Crusèti posso  fare un paio di ipotesi: la prima è basata sul fatto che si trova  proprio all’incrocio delle valli di Valéna e di Zapéi; la seconda, forse un po’ azzardata, è che nei pressi fosse posto il cimitero di San Giorgio, del quale non ho mai sentito parlare nè letto, ma che pur doveva esserci da qualche parte. Visti i ripidi pendii della zona attorno alla vicinìa, questo potrebbe essere il luogo più idoneo; poi forse con le sue croci (crocette appunto), che segnavano le tombe, è stato portato via da qualche alluvione non infrequente. Non so, però, fino a che punto possano reggere queste mie supposizioni.  Sasélo deriva da sasso, rupe. Péciarùs  da  pettirosso.

Per Mädrèro, (forse da madre?), Pédrorio (monte del Pietro, Pedru in dialetto?), Lünigo, Urtesìdo, Rusèro e per gli altri non azzardo ipotesi. Qualcuno potrebbe avere notizie più complete.

I cambiamenti nel tempo

Tutti questi maggenghi, che fino agli anni 1970/80 venivano abbastanza regolarmente abitati d’estate, con una presenza piuttosto  numerosa, soprattutto per quelli più grossi con parecchie case e baite, erano anche tenuti in ordine  soprattutto nei ripidi prati che venivano regolarmente falciati con notevole fatica, in quanto c’era ancora una certa quantità di bestiame, soprattutto di mucche, con qualche capra e qualche pecora.

Allora, osservando la montagna dal basso, si potevano vedere chiaramente i prati di color verde chiaro  che spiccavano in mezzo al verde scuro delle selve e delle peghère,  come gemme incastonate a creare un paesaggio quasi da favola con al centro del bacino il campanile trecentesco di S. Giorgio a fare da punto centrale di riferimento.

Da quegli anni in poi sono state riattate molte baite e case, ne sono state costruite nuove, mentre molte altre sono state abbandonate, forse perchè costava troppo ristrutturarle, e ora cadono in rovina, come a Premiana Sopra e non solo lì.

Soprattutto sono sparite, o vanno sparendo, “le gemme” verde chiaro, color smeraldo a contornare gli abitati costituiti a volte di più costruzioni, baite con stalle e fienili, a volte di poche casette o anche di una sola abitazione. Il perchè di questo degrado è dovuto al fatto che i prati non vengono più falciati con cura e il loro verde ha lasciato il posto al marrone e al giallo dell’erba seccata in piedi. Cosa ne fanno del fieno coloro che frequentano le varie località, a volte solo con andata e ritorno in basso in giornata, se non ci sono più le mucche che lo mangiano? E allora, come conseguenza, il bosco che circonda i prati avanza, anno dopo anno, sostituendosi ai coltivi e togliendo la vista dal basso sui vari nuclei sparsi sulla montagna. E’ cambiato il paesaggio per un mancato intervento dell’uomo  o per  interventi fatti a caso,  come certi recinti per pecore e capre che hanno sostituito i falciatori di un tempo e hanno eliminato le stagioni della fienagione con i tagli del mägenc (primo taglio del fieno), de l’adigöor (secondo taglio),  dul terzöol (nei prati posti in basso) e dul pàscul con le mucche appena arrivate da munt in autunno. Non c’è più, di conseguenza, nemmeno la fatica del trasporto a spalla del fieno fino al fienile con i cämpàcc e cul fraschéri, su o giù per i ripidi pendii.

Ovviamente è stata eliminata anche la fatica da‘ngrasà i praa. Fatica ingrata, col trasporto a spalla,  cul gerlu  su quei pendii, veramente in pée, tanto da dover portare i sciapéi feràa e magari la gianèto  cui appoggiarsi, per poter riuscire a salire col carico, senza correre il rischio di scivoloni che avrebbero potuto rivelarsi molto pericolosi. Poi c’era da distribuire la graso in modo uniforme su tutta la superficie del prato, se si voleva avere il fieno l’anno successivo. Oggi tutto questo, come si è visto, non avviene più. Sono fatiche di tempi passati quando anche il prato del maggengo costituiva una ricchezza per la famiglia, come il bosco, per il quale si può fare un discorso simile.

“O tempora o mores” dicevano i latini. Cambiano i tempi, la società si evolve e cambiano i costumi, i modi di vita.

Per raggiungere i maggenghi sono state costruite le strade consorziali, certo per la comodità di tutti, ma con quali criteri? I vecchi sentieri e le mulattiere costruite con tanta fatica dai nostri predecessori e, va detto, con molta oculatezza sul modo e sulla scelta dei percorsi, in sintonia con l’andamento delle pieghe della montagna, spesso sono state distrutte con la ruspa senza rispettare gli antichi percorsi che ora non si trovano più. Ora l’escursionista appassionato di andare a cercare i luoghi caratteristici, le maestose peghère con i loro magnifici esemplari di pèsc e di avèz, i fregèer, le tipiche bedülère, i gisöi, i tanti affreschi di Madonne e di Santi sui muri delle case, le condotte per il legname dette uue e reviùn, i ruscelli che convergono nelle valli minori con le loro bellissime cascatelle, con la possibilità di vedere nidi, vari esemplari di uccelli, scoiattoli (el gusi) e tutta una serie di altri abitatori delle selve e delle abetaie, deve andare a cercare i sentieri che non ci sono più perchè invasi dal bosco, in stato di abbandono, in quanto non più frequentati.

Quei percorsi che collegavano i maggenghi sono ora sostituiti dalla strada che si percorre, velocemente chiusi in auto. Anche la frequentazione dei maggenghi è cambiata. E’ venuta a mancare la vita, che soprattutto d’estate vi si svolgeva, le seconde case spesso sono frequentate solo di giorno, come abbiamo detto sopra, vista la facilità di raggiungerle e il breve tempo necessario. E gli incontri di amici e conoscenti che  si facevano sui sentieri in salita e in discesa? Pure quelli sono finiti. Come le soste per salutare parenti e amici passando per i vari maggenghi.

E’ cambiato il modo di frequentare la nostra montagna, e di conseguenza  è cambiata anche la montagna stessa : il paesaggio non è più  lo stesso.

E quanti sono coloro che si prendono la briga di visitare i numerosi maggenghi alla ricerca di antiche abitazioni, di segni della nostra storia e del lavoro dei nostri avi, della loro religiosità, della loro vita?

E quanti giovani conoscono il numero e i nomi e la posizione esatta dei maggenghi?

Un modo per portare all’attenzione questa nostra realtà forse ci sarebbe, per quanto di non facile realizzazione. Attraverso il recupero dei principali antichi sentieri e una  apposita segnaletica, forse sarebbe possibile  invogliare gli appassionati a effettuare visite di carattere etnografico di studio e di conoscenza uniti alla bella passeggiata nel verde e nel silenzio delle selve, alla riscoperta di un territorio ancora  vivibile. Non credo sia una cosa impossibile da fare.

A conclusione, propongo qui, ora, un elenco dei maggenghi talamonesi, con l’avvertenza che potrebbe mancarne qualcuno.

Galleria immagini Talamona e maggenghi Talamonesi

 

MAGGENGHI  POSTI ENTRO I CONFINI COMUNALI DI TALAMONA

 

Tra   il confine con Morbegno e la Val de Faii 

Ca la ulp (sul piano) – Baito fregio – Mamùnt – Urtesìdo – Ruséro -Peciarùs – Faii d’Ars – Mürado – Ul Praa – Ciif – Sasélo – Cabbetùi- Pra Taiàdo – Faii zut – Faii zuro – Lunigo.

Munt : El Curteséli

 

Tra la Val de Faii e la Val di Zapéi

Praa d’Olzo – Olzo – La Baitélo – Baito dul Cruìn.

 

Tra la Val di Zapéi e la Val Valéno

El Crusèti – Ul Chignöol – Ul Fuu de l’Ustario – Pigolso zuro – Pigolso zut – Ul Baitun Bgiänc- Valéno – Turìcc.                       

Munt:  Mädrèro  e Pedròrio.

 

Sotto San Giorgio

Ursatt- San Rigori – Praa da l’acquo- Sän Giorsc.

 

Tra la Val di Valéno e la Val Mälasco

Prümgnano zut – Prümgnano Zuro (con Cà Lisèp e la Cà de légn) – El Cà ruti – La Fopo –

Ul Runc – Bunanòcc – Grum -El Fopp – La Curt dul Beladro –  La Curt  del’Austin – Ul Curnél-La Bgiänco

 

Tra la Val Mälasca  e la Val  dul Tarten

Scalübi e Dundùn e Canälècc  ‘n de la Val de la Mälasco

Cà di Risc e Cà dul Martul, considerati maggenghi una volta, ora stanno popolandosi con abitazioni fisse.

 

De là dul Tàrten

Ul Quagèl – Sulla costa  dul Dos de la Cruus, poco sopra l’inizio della vecchia mulattiera per Tartano.

La Turascio – sul piano, senza abitazioni fisse.

 

I munt

El Curteséli – Mädrèro – Pèdròrio

 

N.B. -Per saperne di più sui possibili itinerari, vedasi su Internet, in “Paesi di Valtellina e Valchiavenna” di Massimo Dei Cas: http://www.Alpeggi di Talamona.it

 

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PERSONAGGI CHE HANNO RESO CELEBRI LE ALPI OROBIE VALTELLINESI

Alla fine del 1800, quando era in atto l’esplorazione delle montagne e delle loro valli nelle parti più elevate, anche grazie alla nascita del Club Alpino Italiano,  la loro “pubblicizzazione”  che le ha portate alla conoscenza  generale avvenne, normalmente, per opera di personaggi di cultura appassionati della montagna e curiosi   di  approfondirne la  conoscenza in tutti i loro aspetti. Questi personaggi diffondevano le loro scoperte con scritti  vari su giornali locali e nazionali e con altre pubblicazioni, come abbiamo visto con Bruno Galli Valerio.

La stessa nascita del CAI era stata  opera di questi personaggi e fino ai primi del novecento furono praticamente solo loro a frequentare la montagna, ma non da soli. Le loro  curiosità e la loro passione erano in parte fermate dalle difficoltà nell’affrontare le asperità delle cime  e delle terre alte, dove, peraltro, vivevano i montanari. Molti di loro erano  pastori, e soprattutto i cacciatori,  ed erano abituati a muoversi su questi aspri terreni con   disinvoltura per la dimestichezza che avevano con  l’ambiente che abitavano e che percorrevano continuamente  per svolgere i loro lavori.

E’ quindi a loro che si rivolsero i cittadini aspiranti alpinisti, ma anche i cartografi che erano incaricati di stendere le mappe delle zone montuose, per la  conoscenza che essi avevano della loro zona e per l’abilità con cui si muovevano su questi terreni rocciosi e senza sentieri. I cittadini a loro volta, il CAI in particolare, formarono i loro accompagnatori, dando loro le conoscenze tecniche  sull’uso di attrezzi nuovi come, corde, piccozze, ramponi necessari per potersi muovere  in ambienti rocciosi e ghiacciati. Furono quindi istituiti dei corsi  per la formazione delle “Guide Alpine” col rilascio di apposti titoli per poter esercitare la nuova professione.

In Valtellina nacquero le celebri guide della Valmasino, della Valmalenco, di Bormio e della Valfurva, e altre sporadicamente come a Delebio, Ponte Valtellina e Piateda dove troviamo  Giovanni Andrea Bonomi che fu, praticamente l’unica guida delle Alpi Orobie Valtellinesi, molto nota nell’ambiente alpinistico dell’epoca per le sue doti di abilità, sicurezza e affidabilità.

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Giovanni Andrea Bonomi

Come si vedrà, Giovanni Andrea deve a Bruno Galli Valerio il fatto di essere diventato Guida Alpina, professione che gli portò un po’ di benessere.

Anche  grazie  alle Guide Alpine, le nostre montagne, le nostre valli e le popolazioni che vi abitavano furono portate alla conoscenza del grande pubblico.

GIOVANNI ANDREA BONOMI (1860-1939)

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Giovanni Bonomi (l’ultimo a destra), nella foto di gruppo delle guide del corso CAI 1899.

Nasce a Piateda, nella frazione di Agneda, a 1228 m di altitudine, in una della convalli della val Venina. Il papà, Giovanni Angelo, alla fine degli anni ’70, accompagnava occasionalmente, alpinisti della neonata sezione C.A.I. di Sondrio e cacciatori, sulle sue montagne. Giovanni Andrea seguiva queste comitive, portando i bagagli, dando così una mano al padre e facendo i primi guadagni. Cresciuto, iniziò a svolgere autonomamente l’attività di guida ad alpinisti e cacciatori, ma la sua attività alpinistica si sviluppò soprattutto negli anni ’90 ed è legata a Bruno Galli Valerio, che si dedicò all’esplorazione sistematica delle Alpi Orobie e a descriverne le bellezze negli articoli che pubblicava sul giornale “La Valtellina”. La sua attività di guida, diventata ufficiale, dopo che aveva frequentato, nel 1899, in Grigna, il primo corso per la formazione della Guide alpine organizzato dal CAI Milano, si sviluppò, nel primo periodo sulle Orobie, per poi allargarsi ai gruppi del Disgrazia, del Bernina, al Badile, al Cengalo, al monte Bianco e al Rosa.

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Marino Amonini  ha recuperato, fra i documenti personali conservati dagli eredi Bonomi, anche la documentazione degli attestati di guida alpina, che di per sé sono un certo pregio archivistico (si tratta infatti dei primi attestati di guida alpina rilasciati dal CAI di Sondrio).

Nella sua carriera, il Bonomi accompagnò anche personaggi famosi come D. W. Freshfield sul pizzo Redorta e il principe Scipione Borghese sullo Scais e sul Redorta, nello stesso giorno. Dopo il 1900, il suo rapporto alpinistico con Bruno Galli Valerio, di cui era anche molto amico, si affievolì per allargarsi ad altri alpinisti del CAI di Milano. Nel 1898, in occasione di una salita al Cengalo in Val Masino, il Bruno Galli Valerio scriveva : …“è sufficiente non aver paura e seguire esattamente i suoi ordini”. La sua attività si sviluppò per circa un ventennio e seppe guadagnarsi una meritata fama di guida affidabile, prudente e sicura. Era impareggiabile nell’individuare sempre, in ogni salita, la via più logica per raggiungere la vetta. Ecco un giudizio dell’alpinista Enrico Ghisi del CAI di Milano: “…Giovanni Andrea Bonomi, tipo di forza e di intelligenza alpinistiche straordinarie, congiunte ad una semplicità di costumi, ad un ingenuo candore, ad una modestia così intensa che davvero se ne rimane ammirati. Splendido arrampicatore, imperturbato per nevi e per ghiacci, la sua  celebrità alpinistica sarebbe grande se il suo domicilio non lo rilegasse in una valle così ingiustamente negletta”. Infine, di lui così scrive Giuseppe Miotti: “…il Bonomi continuò un’intensa carriera che conobbe solo i limiti imposti dalla sua infelice residenza che lo teneva fuori dal grande giro della clientela. Ciò nonostante fu una guida leggendaria… per qualche anno fu seguito anche dal figlio Bortolo che però, dovette smettere per scarsità di clienti”. La carriera di  Giovanni Bonomi fu, tra alti e bassi, molto longeva.

Morì ad Agneda nel 1939, dove fu sepolto.

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La “Via Bonomi” alla vetta dello Scais.

Bibliografia

– Marino Amonini: “Giovanni Bonomi, guida alpina”- Biblioteca Civica Piateda-1985.

-G.Miotti, G.Combi, GL.Maspes: “Dal Corno Stella al K2 e oltre, storia dell’alpinismo valtellinese” – CAI Valtellinese, Sondrio 1996.

Guido Combi (GISM)

PERSONAGGI CHE HANNO RESO CELEBRI LE ALPI OROBIE

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Talamona, Il nostro paese, sorge ai piedi delle Alpi Orobie, sul conoide formato nei millenni dal Torrente Roncaiola che iniziando al Ponte dei Frati presso la chiesetta di San Gregorio, si estende verso nord, allargandosi  a est fino a incontrarsi con quello del Torrente Tartano e  ovest unendosi a quello minore del torrente Ranciga, arrivando a nord fino al Fiume Adda.

I nostri confini non raggiungono lo spartiacque  con il versante bergamasco, perchè sono  separati dalla Val Tartano, in particolare dalla Val Corta, e dalla Val Gerola.

Le nostre montagne, che abbiamo visto tanto protette e curate nelle norme degli antichi statuti, sono una conca che va da la costiera dei maggenghi Scalübi e Dondone  a est, fino al Pitalone  e la costiera di Baitridana che ci divide con la Valle di Albaredo a ovest, culminando  nel punto più a sud con il Monte Lago a 2353 m.

La  “nostra” parte  di Orobie è molto più “addomesticata” rispetto alle 14 valli che solcano da sud a nord la catena che vale la pena di conoscere per la loro bellezza unica.

Le valli e le cime principali delle Orobie, furono praticamente sconosciute al grande pubblico fino alla seconda metà del 1800. Gli unici a frequentarle erano gli abitanti locali e, nelle parti più alte, i pastori e i cacciatori.

Dal 1880, circa, in poi, furono progressivamente esplorate e descritte sulla stampa locale da eminenti personaggi che non si limitavano alla ricerca alpinistica, ma cercavano di conoscere soprattutto gli abitanti dei paesini che sorgevano nelle parti più interne e nascoste delle valli,  con i loro usi e costumi, lavoro e tutto il territorio.

Iniziamo dal professore che le ha esplorate maggiormente, studiate e fatte conoscere,  formando anche come Guida Alpina, un abitante di Agneda, un paesino in Val di Scais, che  poi operò anche in altre parti della Alpi, essendo molto stimato nel mondo alpinistico del Club Alpino Italiano.

 

BRUNO GALLI VALERIO

L’esploratore delle Alpi Orobie Valtellinesi

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Nella storia della Alpi Orobie, soprattutto nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, vi furono alcuni eminenti personaggi che con esse e con la gente che le abitavano ebbero un rapporto particolare di conoscenza e attaccamento. Esplorarono sistematicamente le valli, salirono le cime, valicarono i passi e scalarono le pareti e i canaloni, compiendo imprese memorabili.  In particolare, i primi  pionieri, se, come al solito, escludiamo pastori e cacciatori, furono: Bruno Galli Valerio, Antonio Cederna, Alfredo Corti e la guida Giovanni Bonomi.  Altri più tardi  le frequentarono con assiduità, le studiarono e aprirono nuove vie, come Bruno Credaro, Peppo Foianini e i fratelli Messa. Le Alpi Orobie, che, ancora fino verso la metà del secolo scorso, furono spesso chiamate Prealpi, probabilmente per la loro posizione spostata  verso Sud, rispetto alle Alpi Retiche, contrariamente al resto delle Alpi, non videro la presenza  esplorativa e la conquista sistematica da parte degli inglesi. La loro presenza, per altro sporadica, la troviamo solo nel 1894 con il grande alpinista D. W. Freshfield, che fu accompagnato in una lunga scarpinata, proprio da Bruno Galli Valerio sul Pizzo Redorta, come vedremo più sotto.

Bruno Galli Valerio fu, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, uno dei più  assidui frequentatori e certamente il più profondo conoscitore delle montagne valtellinesi. Noi però parleremo in particolare del suo rapporto con le Alpi Orobie Valtellinesi e con le genti che abitavano le loro valli, delle quali ci ha lasciato, nelle sue opere, dei ritratti e degli scorci di vita indimenticabili. Lasceremo al lettore il piacevole compito di approfondire questi aspetti nella pubblicazione dello stesso alpinista citata nella bibliografia.

Bruno Credaro, altro grande frequentatore e conoscitore delle Alpi Orobie   nella prima metà del novecento, scive di lui: “Il Galli Valerio era un ometto basso e asciutto, di quelli che vanno più a forza di nervi che di muscoli; aveva un profilo aquilino con una barbetta un po’ brizzolata che lo faceva assomigliare molto a Giuseppe Verdi… era un famoso camminatore”. Salì quasi tutte le cime delle valli Venina-Caronno, d’Ambria e del Liri e alcune della Val Malenco, come il Cassandra e il Giumellino, partendo direttamente da Sondrio e superando dislivelli fortissimi. “Il professor Bruno Galli Valerio era originario della Provincia di Como e quando decise di venire in Valtellina a passare le vacanze estive se ne innamorò. Dopo le prime passeggiate, nei cui resoconti sono prevalenti le descrizioni e le notazioni a carattere scientifico, le osservazioni dei fenomeni naturali come le rane e i tritoni del Lago della Casera e un uragano sul Meriggio, si dedicò poi brillantemente alla semplice descrizione delle varie località, delle loro attrattive e dei loro abitanti.

Il professore iniziò le sue passeggiate sui nostri monti nel 1888 e dallo stesso anno iniziò anche una assidua collaborazione con i giornali locali e in particolare con “La Valtellina”, che, soprattutto nel periodo estivo, ospitò i suoi articoli alpinistici. In questa sua attività divulgativa delle scoperte e delle notizie alpinistiche, si dimostrò molto più moderno di altri personaggi dell’epoca, come Alfredo Corti, che riservavano i loro scritti alle riviste specializzate, mentre lui aprì il dialogo con il più vasto pubblico di un giornale”. Forse, scrive ancora Giuseppe Miotti, perché non si sentiva un alpinista, come lui stesso affermò nel suo primo articolo: “Non sono un alpinista né mai mi sono piccato di esserlo. Sono semplicemente un dilettante di scienze naturali che ama le gite sui monti, perché su di essi si può studiare la natura in tutta la sua maestà”. Nel giro di pochi anni, dopo questo inizio tranquillo, divenne un frequentatore assiduo, delle nostre valli. In particolare con le sue peregrinazioni, le sue salite, le sue scarpinate nelle valli e sulle cime orobiche. Nel 1891, in estate, avvenne l’incontro con la “Guida Bonomi Seniore e di suo figlio” quando l’8 Settembre, con Antonio Facetti e Attilio Villa, Galli Valerio salì il Pizzo Porola e fece la sua prima traversata fra i bacini delle vedrette di Porola e del Lupo. E’ qui il primo accenno a quella che sarà la sua guida preferita, compagno e amico in tante scalate: “Era Giovanni Andrea, figlio della Guida Bonomi Seniore”, destinato a divenire in breve una delle più brave guide valtellinesi. Il loro rapporto durò fino al 1898, quando divenne meno intenso. Nel 1894, mantenendo fede ad una promessa fatta al giovane Bonomi in vetta al Rodes, Galli Valerio si fece accompagnare sulla Punta Scais, sulla quale, non sappiamo se volutamente o per mancanza di indicazioni, i due aprirono una nuova via. Nell’ Agosto dello stesso anno, fu la volta delle “Punte di Coca”. Nel 1894, l’inglese D. W. Freshfield, uno dei massimi alpinisti del momento, presidente dell’ Alpine Club e segretario della Geographic Society, trovandosi a passare da Sondrio, volendo conoscere le Alpi Orobie, volle farsi accompagnare in una ascensione sul Rodes. In un’epica ascensione, a causa di una ferita ad un piede, il Galli Valerio accompagnò il celebre alpinista, assieme alla sua Guida Francois Devouassoud e a Giovanni Bonomi, in cima al Pizzo Redorta, il 25 luglio.

L’esplorazione delle Orobie, delle valli e delle cime, proseguì, dal Legnone al Torena, con lunghissime camminate e ascensioni, sempre puntualmente riportate su “La Valtellina”, fino al 1910, aprendo numerose vie nuove.

I suoi articoli, fino a quel periodo, documentarono anche le sue ascensioni negli altri gruppi montuosi della Valtellina come quelli della Val Masino, del Disgrazia, del Bernina, della Val Grosina e dell’Ortles-Cevedale.

Fra le ascensioni che si susseguirono a ritmi impensabili e il suo lavoro di insegnante all’università di Losanna, il Galli Valerio trovò anche il tempo di scrivere un piccolo opuscolo dal titolo “Guida medica per l’alpinista” che venne pubblicato nel 1898 da Emilio Quadrio a Sondrio. Antonio Facetti (celebre alpinista) lo recensì sulla rivista del CAI e oltre ai dati salienti del volume rilevò che: “… l’autore, un appassionato alpinista, benché non socio del CAI, si augura che questo manualetto possa riuscire di qualche utilità”. Alla fine del secolo, come abbiamo accennato, si affievolì sempre più il suo rapporto con la Guida Bonomi, forse per adeguarsi alla moda del momento dell’alpinismo senza guide, contrariamente a quanto era avvenuto fin dalla nascita del CAI. Era nata intanto, in quegli anni una buona amicizia con un altro che diverrà un grande dell’alpinismo valtellinese: Alfredo Corti, che però era destinata a durare non molto. Compirono comunque qualche ascensione assieme con la Guida di Antonio Cederna, Luigi Valesini. A partire dal 1900, cambiò anche lo stile della sua collaborazione con “La Valtellina”. Più che prime ascensioni, l’autore racconta le sue lunghe peregrinazioni e la sua “immersione completa nel mondo delle Alpi, quasi una sua fuga dalla gente e dalla civiltà” come scrive ancora di lui Giuseppe Miotti. Nascono, in questo periodo, lunghi racconti di viaggio e descrizioni dei paesaggi, degli abitanti dei luoghi visitati. Come sognava le sue vacanze tra i monti come una fuga dalla vita convenzionale di tutti i giorni! Queste sue “cavalcate” si susseguirono fino alla vigilia della prima guerra mondiale, quando, come uomo di grande cultura e sensibilità, disapprovando l’entrata in guerra dell’Italia, esprimendo le sue idee, si trovò aspramente contestato in pubblico e dileggiato da un gruppo di giovani interventisti. Il giorno dopo una manifestazione sotto le sue finestre, partì per la Svizzera e non fece più ritorno in Valtellina, nonostante le preghiere di amici carissimi che lo andavano a trovare a Losanna. Morì nel 1943 a Losanna e pochi ricordarono la sua figura. Sul “Popolo Valtellinese” apparve un necrologio a firma A. P. (forse Amedeo Pansera?) che concludeva così: “… Da quasi trent’anni Bruno Galli Valerio non tornava tra noi; ma noi sappiano che, mentre i suoi occhi erano velati dalla morte hanno visto ancora, limpidi e puri, i profili delle sue montagne e li ha salutati sereno per l’ ultima volta. Quando era vivo e assente, abbiamo mantenuto con lui un contatto ideale per questa sua segreta passione: oggi che è morto ci sembra doveroso ricordarlo; anche, e soprattutto, a chi non lo ha conosciuto”.

I suoi scritti alpinistici pubblicati sul giornale “La Valtellina”, erano stati da lui riveduti e dati alle stampe in un volume “Cols e sommets” nel 1912 a Losanna in lingua francese. Il CAI Valtellinese nel 1998 ha provveduto alla traduzione del libro, per opera di Antonio Boscacci e Luisa Angelici, dandogli il titolo che lo stesso Galli Valerio aveva indicato di “Punte e passi”.

 

 

     Guido Combi (GISM) *

 

*Past president CAI Valtellinese

Bibliografia:

-Bruno Galli Valerio- Punte e passi – Ed. CAI Valtellinese Sondrio. 1998.

-G. Miotti, G. Combi, GL. Maspes -Dal Corno Stella al K2 e oltre, storia dell’ alpinismo dei valtellinesi. Ed. CAI Valtellinese Sondrio. 1996.

-G.Combi – Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere. Ed. Fondazione Luigi Bombardieri Sondrio. 2011.