Rivalutazione della Madonna con Bambino di Dunedin Museum– Nuova Zelanda, Analisi Stilistica e Tecnica

Autori: Annalisa Di Maria, esperta d’arte rinascimentale e membro del Club UNESCO di Firenze; Andrea da Montefeltro, biologo molecolare e scultore, specializzato nell’analisi comparata scientifica e figurativa; Lucica Bianchi, storica dell’arte ed esperta in ricerca documentaria.

Introduzione

L’opera oggetto di studio (fig.1) è un dipinto raffigurante la Madonna con Bambino, appartenente alla tradizione iconografica cristiana e tra i soggetti più rappresentati nella pittura occidentale. La composizione si caratterizza per un’impostazione piramidale, una raffinata resa chiaroscurale e un’attenzione meticolosa al dettaglio decorativo, che suggeriscono una datazione tra il 1455 e il 1460, nel pieno della maturità stilistica di Filippo Lippi.

fig.1

La tavolozza ricca, l’uso illusionistico della luce e la profondità spaziale evocano soluzioni formali avanzate, lontane dagli schemi tardogotici ancora presenti in opere coeve di Zanobi Machiavelli, inizialmente considerato l’autore.

Lo scopo di questo studio è riesaminare l’attribuzione dell’opera attraverso un approccio interdisciplinare che integra analisi stilistica, comparativa e tecnica. Il confronto con dipinti documentati di Lippi e della sua cerchia, unito a dati emersi da indagini diagnostiche (riflettografia IR, radiografia, XRF e studio delle crettature), permette di delineare una nuova ipotesi attributiva. Il dipinto presenta infatti numerosi elementi riconducibili alla prassi operativa lippesca: dalla costruzione prospettica dell’architettura absidale alla modellazione dei volti, fino all’impiego del disegno inciso come tracciato preparatorio.

Attraverso un’analisi sistematica delle componenti formali e materiali, lo studio intende contribuire alla riflessione critica sulla ricezione e circolazione dell’arte italiana, evidenziando anche le dinamiche di attribuzione e riattribuzione nel contesto museale contemporaneo.

Descrizione dell’opera in studio

L’opera in studio è un dipinto rinascimentale raffigurante la Madonna con il bambino, un tema iconografico profondamente radicato nella tradizione iconografica cristiana e tra i più diffusi nell’arte occidentale. A livello stilistico sembra suggerire una datazione tra il tardo Quattrocento e i primi decenni del ‘500, in pieno Rinascimento italiano.

L’immagine mostra la vergine Maria seduta con in grembo il bambino Gesù, che tiene tra le mani, un piccolo uccellino (probabilmente un cardellino, simbolo della passione). Il fondo dell’opera è occupato da un’architettura semicircolare, simile a un’abside, che inquadra le due figure e conferisce profondità e maestosità alla scena. La disposizione delle figure segue una struttura piramidale molto comune nella pittura rinascimentale per conferire stabilità, armonia e ordine all’immagine sacra.

Il vertice è la testa della Madonna, mentre le sue spalle e il corpo del bambino costituiscono la base. L’opera in studio presenta un perfetto bilanciamento tra i pieni e i vuoti, e la posizione della Madonna leggermente inclinata ma centrata guida lo sguardo verso il bambino. La Vergine accarezza dolcemente il bambino con una mano, mentre l’altra lo sostiene. Il piccolo Gesù pur con un’espressione infantile, è rappresentato con uno sguardo consapevole e una posa che prelude alla sua futura sofferenza (richiamata dal simbolo dell’uccellino). La tavolozza dei colori è dominata da colori ricchi e profondi, il blu del manto della Vergine, il rosso porpora della sua veste e l’oro che impreziosisce i bordi. Questi non solo denotano la regalità di Maria, ma sono anche carichi di significati spirituali; infatti, il blu è simbolo del cielo e della purezza, il rosso dell’amore e del sacrificio.

La luce soffusa e uniforme, proveniente da sinistra, modella delicatamente i volti e i corpi conferendo effetti di tridimensionalità. La resa dei volumi è ottenuta anche grazie a un chiaroscuro calibrato e a passaggi tonali morbidi, specialmente sul viso della Vergine. L’aureola della Madonna è ornata da una fitta veste di punti dorati, che creano un effetto di luce sacra. Questa tecnica è probabilmente ispirata alla tradizione bizantina, ma filtrata attraverso il gusto decorativo del Rinascimento. Il volto della Madonna è sereno ma non completamente sorridente, appare assorta, quasi consapevole dal destino del figlio. Il suo sguardo è rivolto verso lo spettatore, creando un ponte diretto tra il sacro e il fedele. Il bambino, al contrario, guarda verso destra, con un’espressione curiosa e riflessiva. Il cardellino, tenuto dal bambino, è un simbolo cristologico; infatti, secondo la tradizione si nutriva tra le spine del cardo, da cui deriverebbe la corona di spine del Cristo. Simboleggiando dunque la futura passione di Gesù e collega la terrena scena alla missione redentrice.

L’opera è un perfetto esempio di come il Rinascimento riuscisse a fondere simbolismo religioso e naturalismo umano. La Madonna è al tempo stesso madre e regina, Gesù è invece Bambino e Redentore. La composizione, i colori, la luce e i simboli concorrono tutti a creare un’immagine di mistero, intimità e sacralità, perfettamente adatta per la contemplazione privata e la devozione liturgica.

L’opera posta sotto studio segue chiaramente i canoni della prospettiva centrale rinascimentale, una tecnica sviluppata per rappresentare lo spazio tridimensionale su una superficie bidimensionale conferendo realismo e profondità. Di seguito vengono descritte le linee che ritroviamo nell’immagine. Il punto di fuga sembra trovarsi al centro della testa della Madonna, leggermente sopra le linee degli occhi del bambino.

Tutte le linee architettoniche, visibili nell’abside che avvolge la scena, convergono idealmente verso questo punto. La linea dell’orizzonte corrisponde pressappoco con gli occhi della Vergine, questo posizionamento guida l’osservatore a stabilire un rapporto diretto con il volto della Madonna, creando empatia e spiritualità. (fig.2)

Per quanto concerne gli elementi architettonici ritroviamo l’abside a curvilinea sul fondo, questo è uno degli elementi chiave della costruzione prospettica. Le linee lignee si restringono leggermente ma mano che salgono verso l’alto. Le curvature e gli archi sono disegnati in scorcio, accentuando la sensazione di uno spazio tridimensionale curvo e profondo. L’effetto della profondità è dato anche dal gioco tonale; le pareti dietro sono più scure, facendo “avanzare” visivamente le figure. Il trono su cui è seduta la Madonna sebbene sia invisibile sembra seduta su un sedile ampio e stabile. La sua centralità e la postura frontale con leggere torsioni danno una sensazione di monumentalità e solidità. Le pieghe del mantello scendono secondo le direttrici convergenti, guidando lo sguardo verso il bambino e poi tornando verso il volto della Madre; un movimento circolare visivo molto tipico. La direttrice centrale parte dalla sommità della testa della Madonna, scende lungo il naso, passa al centro del petto e finisce sulle mani e sul bambino.

Questa direttrice guida lo sguardo in modo naturale dall’alto verso il basso, creando una verticalità sacra. Le direttrici diagonali partono dalle spalle della Madonna e si generano queste diagonali che vanno verso l’esterno ma rientrano sulla figura del bambino. Il manto blu, con le sue pieghe e curvature, forma due archi visivi che abbracciano la scena, creando un effetto “a conchiglia”. Le mani sono come dei punti di convergenza. La mano destra della Madonna (a sinistra per chi osserva) guida lo sguardo verso il cardellino. Le braccia e gambe del bambino creano un intreccio diagonale che rompe la simmetria ma mantiene il baricentro visivo sulla zona centrale. Nel dipinto come già detto in precedenza la luce proviene da sinistra, coerentemente con molte opere rinascimentali, e modella i volumi, in particolare le pareti curve dell’abside accentuano l’effetto di tridimensionalità.

Il chiaroscuro è utilizzato in modo prospettico; infatti, le zone più vicine (come il volto, le mani e il pettorale) risultano essere più illuminate, mentre lo sfondo si oscura gradualmente.

Possiamo concludere dicendo che l’artista ha impiegato la prospettiva non solo per creare uno spazio realistico, ma anche per rafforzare il significato teologico dell’immagine; infatti, abbiamo la convergenza delle linee verso la vergine che enfatizza il suo ruolo di centro cosmico e spirituale.

La rotondità dell’abside suggerisce protezione e sacralità, quasi fosse un’aureola architettonica. Inoltre, lo spazio intimo e raccolto e determina un’accentuazione della dimensione contemplativa e devozionale dell’opera.

L’arte di Zanobi Machiavelli e confronto con l’opera in studio

In passato l’opera posta sotto studio era stata accostata all’operato dell’artista Zanobi Macchiavelli. Questo era un buon artista e un bravo disegnatore, che iniziò la sua carriera sotto Fra Filippo, ma presto cadde sotto l’influenza di Francesco de Stefano, detto Pesellino. Sotto la guida di quest’ultimo dipinse un frammento di una predella che si trovava nella collezione di Lodovico Spiridor a Roma raffigurante San Nicola che salva un giovane dallo strangolamento dell’impiccagione. (fig.3)

In questa Pala la testa della Vergine è stata senza dubbio “migliorata” ma il bambino è tipico dello Zanobi, mentre le altre figure sono quasi sovradimensionate. Successivamente nel tempo fu stimolato da Benozzo Gozzoli, periodo in cui Zanobi dipinse la sua opera forse più importante che è la Pala d’Altare che un tempo si trovava nella Collezione Spiridon a Parigi. (fig.4)

Se andiamo ad effettuare un confronto diretto tra l’opera in studio e quella di Zanobi Macchiavelli della collezione C.Livijn osserveremo una serie di elementi interessanti. (fig.5 e fig.6)

Nell’opera in studio la Madonna presenta un volto ovale con la dolcezza idealizzata e un interessamento sfumato nei contorni. Gi occhi socchiusi, asimmetrici e lo sguardo malinconico rappresentano una tipica cifra stilistica di Filippo Lippi. La corporatura del bambino è naturale ed è modellato con il chiaroscuro. Espressione del volto è materno, introspettivo e sembra dare attenzione ai moti interiori dell’animo.

Confrontando i volti delle due opere ritroviamo che nell’opera della Pala Zanobi troviamo un volto più rigido, nella quale è messo in risalto il tratto più grafico, gli occhi grandi e diretti sono più semplificati. La fisicità del bambino più piatta con la testa più grande rispetto al corpo.

L’espressione è generica e sicuramente meno empatica. Da questo confronto emerge che l’opera in studio presenti una maggiore introspezione psicologica e morbidezza luminosa, tipici elementi che si ritrovano in Filippo Lippi e nella scuola lippesca.

Per quanto concerne un confronto delle vesti, nell’opera in studio abbiamo un drappeggio ricco, volumetrico con pieghe profonde e luminose. Gli ornati con queste bordature dorate e i ricchi ricami richiamano l’influsso fiammingo.

Assistiamo in questo dipinto ad una particolare cura e attenzione al panneggio, alla preziosità e ai chiaroscuri dell’ambiente simili al gusto mediceo post- Beato Angelico.

Nella Pala di Zanobi abbiamo invece un drappeggio molto più schematico e geometrico con meno volume, i decori molto più semplici con minor attenzione ai dettagli. Nell’impostazione scenica si vede una grande diversità nelle due impostazioni. Nel dipinto in studio abbiamo un’architettura curvilinea e profonda, con spazio reale con un uso corretto degli scorci e della profondità nella parete absidale. Notiamo inoltre un dinamismo nell’interazione scenica tra le mani e gli sguardi, complessi e articolati.  A differenza, la Pala presenta uno sfondo piatto, poco articolato, la prospettiva frontale e non presenta la cura della profondità, inoltre i gesti del linguaggio del corpo molto più convenzionali e poco originali. Mentre nell’opera in studio è molto più evoluta la conoscenza dello spazio e la psicologia della scena, infatti nella Pala, emerge la formula quattrocentesca di origine tardo-gotica, con poca invenzione. Da questo semplice e primo esercizio di confronto possiamo già evidenziare come l’opera in studio presenti una dolcezza dei volti e un elaborato dell’impianto spaziale con un chiaroscuro maturo. (fig.7)


Questo panello era parte di altri pannelli facenti parte per realizzazione di una grande Pala d’Altare, realizzata probabilmente per una fondazione agostiniana, forse per la chiesa fiorentina di Santo Spirito. La forma e lo sfondo dorato appaiono leggermente antiquati intorno al 1470, quando Zanobi dipinse questa pala d’altare.

Ricordiamoci che Zanobi Machiavelli era registrato come attivo alla Badia di Fiesole dal 1464. Successivamente nel 1475-76 lavorò a Pisa. (fig.8)In questa Pala di Zanobi Machiavelli abbiamo uno stile gotico fiorentino ben evidente, con uno sfondo dorato discretamente tratteggiato, vediamo come i volti risultino essere schematizzati, con linee semplificate, le vesti lineari, ma i drappeggi piatti con poco volume.

Notiamo la profonda differenza con lo stile dell’artista dell’opera in studio che si associa a Filippo Lippi, nella quale ritroviamo una pluri stratificazione psicologica, con un chiaro scambio emotivo con l’osservatore, i panneggi volumetrici con effetti di luce. La differenza tra l’opera di Machiavelli e quella in studio è data dall’impianto piatto dell’opera senza riferimenti spaziali veri, con una composizione iconica e centrata.

Nell’opera in studio abbiamo un’impostazione rinascimentale profonda, inoltre i toni caldi e realistici con la sfumatura tenuta sulla pelle e una luce morbida rendono un’atmosfera quasi domestica; in contrapposizione con le cromie limitate del Machiavelli, con il fondo oro e ombre ben definite.

L’opera di Machiavelli è fondata su forme convenzionali medievalizzanti con una sobrietà stilistica e un intento prevalentemente decorativo. Al contrario l’opera in studio riflette uno stile lippesco di piena maturità rinascimentale, attraverso un uso sapiente del chiaroscuro, della costruzione spaziale e di un naturalismo emotivo.

Non appena guardiamo i due dipinti a confronto emerge subito una netta divergenza nella funzione e nella resa del decoro. Zanobi Machiavelli si colloca ancora con quest’opera nella visione gotico- devozionale. Il suo ornato infatti presenta una funzione sacralizzante, spesso standardizzata. Le aureole sono punzonate, i fondi dorati lavorati con punzoni floreali ripetuti con i decori tendono a seguire un modello seriale. Nell’opera in studio di chiara individuazione lippesca il decoro acquisisce una sorta di funzione umanizzata con una netta raffinatezza narrativa. Pur mantenendo le aureole ed i rifermenti religiosi, egli li integra in ambienti realistici e domestici, con ricami, stoffe e architetture rinascimentali. Nella realizzazione dei panneggi, Machiavelli utilizza elementi tipici della tradizione gotica che cadevano in modo rigido, poco modulati con linee nette, quasi grafico-decorative.

I decori sulla Vergine sono applicati per fini simbolici e l’effetto decorativo appare bidimensionale, più vicino al tessuto liturgico che ad un abito da indossare. Invece nell’opera di Lippi si analizza un tessuto quasi reale, la trasparenza del velo sulla vergine è resa con raffinatezza, l’oro dei bordi è usato con precisione illusionistica. La veste della Madonna presenta un bordo decorato con motivi geometrici finemente lavorati.(fig.9)

Confronti tra aureole di Zanobi Machiavelli e opera in studio

Da questi confronti diretti si possono ottenere molte informazioni. Nelle aureole di Zanobi ritroviamo la punzonatura presente con grande regolarità, in linea tradizionale tardo- gotica fiorentina. Risultavano piatte, dorate e non modulano la luce. I motivi decorativi all’interno dell’aureola si ripetono con coerenza e hanno una funzione ieratica, servono infatti a distinguere il sacro e a isolare la Madonna con il Bambino in una sfera celeste. Rimangono rigidamente frontali, senza variazioni prospettiche.

Nell’aureola dell’opera a destra risulta essere molto sottile e sofisticata, non è punzonata ma disegnata a pennello, con punti di luce (probabilmente biacca o pigmenti chiari). Questo segue l’orientamento della testa della Vergine e del bambino, con leggere inclinazioni e modellazione luminosa. L’effetto è più naturalistico e meno simbolico, evoca santità attraverso la luce.

La crettatura del dipinto

La crettatura presente in quest’opera (fig.10)si estende in modo omogeneo su tutta la superficie del volto e dello sfondo. Presenta reticoli minuti e irregolari, spesso a forma di poligoni allungati e romboidali; questi elementi indicano un essiccamento progressivo e uniforme del film pittorico. Il reticolo della crettatura non risulta essere sistematico su tutta l’opera questo ad indicare il suo aspetto naturale derivando da una patina antica. La superficie è compatta, la crettatura dunque non produce sollevamenti del film pittorico. Si ritrovano delle microfratture trasversali all’opera, questo ad indicare l’invecchiamento del medium legante e non solo quindi del supporto. Questo elemento suggerisce che la pellicola pittorica è coeva e originale, e che il dipinto non è una copia moderna o una replica con crettature simulate. Sulla base della crettatura presente e per il tipo e la non regolarità osservata ci indica un dipinto della prima metà del ‘400. Il volto del bambino, nel quale è stata analizzata la crettatura conserva una modellazione morbida delle luci e delle ombre, con un tratto calligrafico nei riccioli, quasi inciso.

Analisi stilistica e associazione a Filippo Lippi

Fra Filippo Lippi (1406 -1469) entra nell’ordine dei Carmelitani a Firenze nel 1420 e viene profondamente influenzato da Masaccio, la cui lezione del chiaroscuro e del volume lo colpiranno profondamente. La tecnica da lui utilizzata è la tempera su tavola, spesso su pannelli di pioppo o noce, su strati preparatori di gesso, permettendo dettagli precisi e colori luminosi. Dal 1435-1440 sperimentò degli effetti di trasparenza incrementando la profondità e l’effetto del bagliore, arrivando ad un utilizzo morbido del chiaroscuro.

L’utilizzo della luce in Lippi è diretto e avvolgente, è come se la luce rimbalzasse sulle pareti accentuando la tridimensionalità. Le figure di Filippo Lippi mostrano una sensibilità introspettiva, con volti intensi, sguardi meditativi e posture eleganti presentando un ritmo lineare e raffinato che si evince soprattutto nelle mani velate, nei tocchi sui volti e sui riccioli. I decori da lui eseguiti erano realistici e sono caratterizzati dalla doratura dei tessuti a motivo geometrico, i riflessi metallici e ricami; le punteggiature nelle velature di luce, le decorazioni risultano essere importanti per la narrazione.

Nell’opera in studio possiamo dire in confronto con lo stile di Lippi che, per quanto riguarda i volti, la Madonna ha un volto dolce e intenso, con contorni morbidi e chiaroscurali sugli zigomi e sul collo; gli occhi sono meditativi e orientati verso lo spazio, con sensibilità psicologica tipica di Lippi. Il manto blu mostra sfumature morbide, riflessi oro sui bordi e una modellazione anatomica del corpo. I drappeggi suggeriscono un tessuto vivo, caratteristiche evidenti in molte opere di Lippi della metà del 1400.

Nel dipinto in studio abbiamo un forte risalto dei volumi e dei gesti realistici. La luce plasma, infatti il naso, mento, occhi, conferendo grande naturalezza. Le bordature e i puntini sono sottili e realistici, con riflessi di biacca come si ritrova tipicamente nei codici decorativi lippeschi.

Tutti questi elementi sono aspetti che identificano il tratto di Lippi nella produzione tra il 1435 e il 1460. Da questo studio si rigetta l’attribuzione inizialmente avanzata a Zanobi Machiavelli. Una prima diversità la possiamo riscontrare sotto un profilo tecnico. Zanobi Machiavelli lavorava a tempera e oro su tavola e mantenne uno stile retto verso le convenzioni tardogotiche, come ad esempio le aureole punzonate, sfondi decorativi e oro compatto, drappeggi piatti e bidimensionali, i volti privi di forte chiaroscuro. Lippi, invece, modella il volto e il corpo con sfumature atmosferiche e decoro realistico. Machiavelli vuole separare il sacro dal mondo terreno con simboli astratti e con oro, mentre Lippi con i decori racconta uno spazio vissuto reale psicologicamente coinvolgente.

Tutti gli elementi dell’opera in studio portano chiaramente verso questa direzione. Dunque, lo stile, i materiali, la funzione narrativa e la resa realistica della luce escludono Machiavelli. L’opera coincide appieno con la fase matura e sperimentale di Lippi.

Lo studio analitico sull’opera conferma che il dipinto presenta chiari elementi tecnici e stilistici attribuibili a Filippo Lippi nella sua fase intermedia (1435-1450).

Dunque, tutti i segni estetici, la luce, la pittura, le delicatezze decorative e l’attenzione psicologica si allineano con opere coeve quali la Madonna in Trono e altri dipinti della sua maturità artistica. Al contrario, lo stile formalizzato e bidimensionale di Zanobi non risponde a questa struttura complessa. Per cui l’attribuzione a lui può essere rifiutata con buona certezza.

Linee di Incisione e il disegno preparatorio

Nel dipinto in studio è stato possibile evidenziare attraverso lo studio diagnostico del riflettogramma la presenza di un tratto di incisione. Il disegno ad incisione a secco è una tecnica attraverso la quale l’artista graffia direttamente la superficie preparata della tavola (solitamente preparata con gesso) per tracciare il contorno delle figure e delle strutture principali. Rappresenta una forma di disegno invisibile per quello che sarà la pittura finale.

Questa tecnica era ampiamente utilizzata da Filippo Lippi, soprattutto tra il 1435-1455, nelle sue opere su tavola sono infatti statu ritrovati questi elementi d’incisione.

Filippo Lippi utilizzava il disegno inciso per fissare la posizione delle figure, in particolare della Madonna e del bambino. L’incisione aiuta l’artista a mantenere la coerenza spaziale, soprattutto nei panneggi, nei bordi architettonici e nelle aureole. Le incisioni di Lippi sono delicate e accurate e si distinguono per una certa fluidità e continuità che denotano sicurezza manuale.

Esistono numerose analisi tecnico-scientifiche nella quale si è evidenziano la presenza di un disegno inciso in opere importanti, come nella Madonna con bambino e angeli degli Uffizi (1460) dove il tratto inciso compone nelle aureole (marcate e incise); nelle vesti della Madonna nella quale troviamo tracciati incisi che guidano anche la stesura del colore. La tecnica del disegno inciso presentava tutta una serie di vantaggi, questa tecnica era immediata e manuale, e non necessitava di un disegno intermedio su carta ma veniva eseguito direttamente sulla superficie preparata.

Questo tratto era quasi invisibile dopo la pittura a differenza del disegno a pennello e per poterle osservare è possibile solo con indagini diagnostiche. (fig.11)

Possiamo dunque affermare che il disegno e l’incisione presente rappresentano uno strumento fondamentale per comprendere la pittura di Filippo Lippi; non solo come mezzo tecnico, ma come fase ideativa e strutturale. Permettendo all’artista di costruire le forme con rigore e sensibilità, integrando progettazione e intuizione. L’utilizzo raffinato e consapevole di questa tecnica visibile in molte sue opere in studio rappresenta uno degli indizi distintivi di autografia di Lippi. (fig.12)

Le indagini riflettografiche risultano cruciali per l’osservazione delle modalità di realizzazione del disegno preparatorio. Si evidenziano chiaramente delle linee più scure che si ritrovano sotto gli strati dei colori per rappresentare il disegno preparatorio. Si ritrovano specialmente nei contorni delle figure delle linee scure ben delineate realizzate per definire la posizione degli elementi, queste linee erano fondamentali per l’impostazione anatomica e compositiva; queste linee realizzate con pennello fino ricalcavano in parte il tratto inciso che ritroviamo in molte parti.

In alcune aree ci sono anche sovrapposizioni o piccole modifiche nelle linee ad indicare anche un processo di aggiustamento e perfezionamento del disegno in corso d’opera. Possiamo quindi affermare la presenza di incisioni a punta metallica nell’underdrawing, tecnica impiegata nel ‘400 per il disegno preparatorio, specialmente su preparazioni di gesso, la quale offriva una superficie per trattenere il segno metallico.

In questa immagine riflettografica ritroviamo la presenza di un ripensamento nel decoro dell’abito, si ritrova infatti la presenza di un disegno probabilmente a punta metallica che non è stato poi eseguito. (fig.13)

Questo tipo di segno era utilizzato come primo abbozzo generale o per il trasferimento di un disegno da un cartone, fornendo linee precise e nette; non essendo facilmente cancellabile, implicava una certa sicurezza nel tratto. Le incisioni potevano servire per segnare i contorni principali, elementi architettonici o dettagli importanti, fornendo una guida duratura per il pittore.

Successivamente a questa tecnica avevamo il ripasso con pennello, questo si compiva con una integrazione delle linee incise, l’artista utilizzando un medium liquido (inchiostro o pigmento diluito) rifilava i contorni dell’opera, attraverso un pennello fine. Questo tipo di underdrawing permetteva maggior fluidità, i dettagli più morbidi, e possibilità di modulare lo spessore e l’intensità delle linee. Spesso serviva per affinare il disegno e lo stile aggiungendo dettagli fini, definire le ombre o per tracciare linee più libere e espressive.

La sovrapposizione delle due tecniche indica un processo a stadi; una fase iniziale più rigida e strutturale eseguita ad incisione seguita da una flessibile e pittorica, con pennello fino che permetteva all’artista di definire meglio i volumi e le transizioni cromatiche, prima dell’applicazione degli strati finali di colore.

Questa combinazione di tecniche preparatorie è pienamente compatibile con le conoscenze attuali sulle tecniche di Filippo Lippi, e più in generale con la pittura fiorentina del ‘400. Filippo Lippi era un maestro del disegno fiorentino ed era un pittore profondamente radicato nella tradizione fiorentina, e poneva una forte enfasi sul disegno, infatti, il disegno rappresentava l’ideazione progettuale. In quest’opera Lippi avrebbe usato la punta metallica per le linee principali e il contorno. Questo era seguito da un underdrawing a pennello, che permetteva di affinare i dettagli, stabilire i giochi di luce e ombre e preparare la superficie per la pittura a tempera. Le riflettografie nelle opere di Filippo Lippi rivelano un underdrawing estremamente raffinato e talvolta quasi pittorico, che anticipa la morbidezza e la grazia delle sue forme finali. Il ripasso con il pennello sarebbe stato essenziale per ottenere questa qualità. Dobbiamo ricordare che per Filippo Lippi il disegno preparatorio non rappresentava solamente una guida, ma una parte integrante del processo creativo, che gli permetteva di studiare le pose le espressioni e l’interazione tra e figure con grande cura, prima di tradurle nei ricchi colori e nelle delicate sfumature che caratterizzano il suo stile.

Possiamo concludere dunque che dalle immagini riflettografiche si conferma una sofisticata tecnica preparatoria di un maestro del ‘400 come Filippo Lippi, che combinava la precisione dell’incisione a punta metallica con la flessibilità del disegno a pennello gettando le fondamenta per la bellezza e la grazia delle sue composizioni pittoriche.

Confronto con opere di Filippo Lippi

Da un confronto diretto tra le due opere (fig.14) troviamo delle forti somiglianze. In entrambe le opere i capelli del bambino presentano dei riccioli a spirale e sono definiti da una fitta rete di ricci modellati, questa è una cifra stilistica tipica della bottega di Lippi. Anche la forma dei volti così tondeggiante, con guance prominenti, anche questo è un tratto distintivo delle opere di Lippi.

Per quanto concerne le labbra, in entrambi i casi troviamo delle labbra carnose e sottili con un accenno di sorriso enigmatico ma statico. (fig.15)

Inoltre, le aureole sono costituite tramite questo puntinato dorato, regolare e fitto, secondo una tecnica decorativa già in uso nella sua bottega dal 1435.

Tra queste due opere ritroviamo anche delle sottili differenze. Infatti, nei volti della Pala Barbadori abbiamo un incarnato più neutro, levigato a dei toni freddi, simile all’ocra grigia. Gli occhi sono realizzati più piccoli e infossati e la luce è più diffusa e uniforme.

Mentre nel dipinto in studio il colore delle gote è caldo e rosato, e abbiamo inoltre una maggiore demarcazione luce e ombra. Gi occhi sono più grandi e il tratto grafico presenta contorni più accentuati con un contrasto maggiore tra luce e ombra.

Tra i due volti si possono osservare diverse somiglianze, abbiamo una costruzione del volto allungato, elemento particolarmente evidente nell’opera in studio, con la presenza di fronti alte e lisce e un naso dritto e sottile. Presentano delle espressioni tipiche lippesche, quasi malinconiche, pensose e introspettive; la decorazione dell’aureola è puntinata con dorature regolari e molto fitte. (fig.16)

Il bambino e la Madonna dell’opera in studio mostrano dei tratti saldamente legati allo stile di Lippi degli anni fiorentini. È possibile si tratti di una produzione direttamente derivata dalla sua bottega realizzata tra il 1450-1460. L’opera in studio presenta una straordinaria analogia con le opere di Lippi, soprattutto per la sfumatura, l’incisione e il trattamento del volto. (fig.17)

Ad esempio, posta a confronto con il lavoro di Zanobi Machiavelli abbiamo in quest’ultimo autore un approccio più lineare e decorativo, con minor profondità espressiva e minor tecnica rispetto a Lippi.(fig.18)

Confronto tra Madonna con Bambino della Pala del Noviziato e l’opera in studio.

Sebbene questa Pala rappresenti uno dei suoi grandi dipinti su tavola; Vasari ritenne quest’opera come di rara eccellenza, che sempre stata tenuta in altissima stima dagli uomini dell’arte. Il colore di quest’opera ha probabilmente sofferto il passare del tempo visto questo incarnato, che ricorda in parte un tono verdastro caratteristico di altre opere. Con quest’opera Lippi si è avvicinato all’arte dignitosa del Masaccio, con quest’opera si nota infatti, un notevole progresso di Fra Filippo Lippi. Per quest’opera Lippi ricevette 40 fiorini d’oro nel 1438. La Pala del Noviziato presenta una composizione sobria, con l’architettura in prospettiva e incorniciava rigidamente la figura della Madonna.

Troviamo inoltre ancora una forte componente gotica anche nella schematicità. A confronto con l’opera in studio si ritrova una composizione molto più dinamica e articolata. Il trono ha un effetto avvolgente e scenografico, lo spazio risulta più credibile grazie all’uso calibrato delle architetture e dei panneggi. Nella

Madonna in trono dell’opera in studio troviamo una forte maturità artistica soprattutto nello sviluppo spaziale e narrativo. In questo confronto si ritrova proprio una evoluzione stilistica netta, con un volto reso molto più morbido e delle sfumature chiaroscurali che costruiscono i volumi con profonda eleganza. Il dipinto in studio mostra un controllo della psicologia e della morbidezza del volto decisamente più avanzato.

Questo suggerisce un’opera di Lippi più matura. Il bambino, infatti, presenta delle proporzioni migliori, lo sguardo vivo e il corpo presenta una resa anatomica credibile. I capelli sono morbidamente ondulati e trattati con attenzione. Si noti anche la decorazione delle aureole che presentano elementi più raffinati.

Questo confronto è stato riportato per porre un accento sulle evidenze temporali e qualitative dell’operato di Lippi e di come attraverso un’analisi comparativa si possa anche fornire una collocazione più tarda di Lippi probabilmente databile tra il 1455-1460.

Il Modello dell’opera custodita a Washington è fedele alla tradizione iconografica dell’epoca, molto vicina alla Madonna a mezzo busto di Luca della Robbia. (fig.19)

Cenni biografico sulla vita di Filippo Lippi

Filippo di Tommaso Lippi nacque a Firenze nel 1506 da una famiglia modesta, fra via Seragli e il Convento del Carmine. Rimasto orfano di madre verrà allevato dalla sorella del padre, all’età di due anni morirà anche il padre. All’età di otto anni venne accolto nel Convento del Carmine dai frati, visto le ristrettezze economiche della sorella che non poteva badare più a lui. Filippo segui la sua passione, la pittura visto la sua grande propensione. Nel 1456 fu nominato Cappellano del convento all’epoca aveva ’50 anni e restò folgorato da Lucrezia Buti, una suora che entrò in convento costretta dalla famiglia. Lippi convinse le monache a lasciare posare Lucrezia per la tavola che stava dipingendo per il loro altare. La Pala oggi collocata presso il Museo Civico di Prato “La Madonna che dà la cintola a San Tommaso”. Lucrezia Buti se ne andò dal convento da Fra Lippi dando alla luce due suoi figli, Filippino nato forse nel 1457 e Alessandra arrivata nel 1465. A salvare la situazione legata allo scandalo fu il legame che Lippi aveva con la famiglia dei Medici, ed ottenne da Pio II che il frate e la monaca fossero sciolti dai voti in modo da potersi unire in matrimonio, i due però non si sposarono mia. Lucrezia e Filippo sono stati degli esempi di vittime della monacazione forzata dovuta alla povertà della sua famiglia e dovette essere ben lieta di abbandonare.

Lo sfondo in pietra pregiata come cifra stilistica di Filippo Lippi

Le variazioni stilistiche nel trattamento della simulazione del marmo e pietre pregiate nelle opere di Filippo Lippi presenta un ruolo importante anche al fine di una collocazione temporale, infatti, l’evoluzione che ha avuto per l’aspetto di emulazione e del cambiamento tecnico rientrano appieno nel linguaggio simbolico e decorativo di Lippi e dei suoi mutamenti. (fig.20)

Dettagli sfondo opera in studio

Nelle immagini sopra sono riportate in confronto i dettagli relativi allo sfondo. Nello specifico ritroviamo un dettaglio della Madonna con Bambino di Lippi della Pala di Tarquinia realizzata probabilmente nel 1437. Il dipinto commissionato da Giovanni Vitelleschi colloca la vergine su un trono monumentale. (fig.21)

L’uso della pietra nel contesto del primo Rinascimento era importante per emulare materiali preziosi come il marmo, l’alabastro, il porfido e il diaspro. Queste pietre generavano una sorta di sacralità dell’ambiente e una dignità regale della vergine; inoltre metteva in luce il prestigio e la cultura del committente. Filippo Lippi era un artista versatile e particolarmente sensibile alle innovazioni prospettiche e luministiche, e impiegò questi effetti in molte sue pale, con una maestria pittorica che rifletteva l’influenza dei modelli fiamminghi come Jan Van Eyck, ma anche dei riferimenti al gotico internazionale di Gentile da Fabriano reinterpretati in senso umanistico.

Il tipo di pietra che è stato emulato in queste opere presentano determinate caratteristiche quali ad esempio striature rosse-brune su fondo ocra e arancio con l’uso di pennellate dense e compatte, e piccoli tocchi opachi. L’imitazione risulta essere fedele ma idealizzata. Questa pietra presenta un effetto altamente tridimensionale, sfruttando chiazze irregolari che si sovrappongono. Nello specifico la pietra presente emulata in queste opere è il diaspro, pietra non casuale, simbolo di fermezza e regalità, è spesso associata alla figura della vergine come “Sedes Sapientiae”. Nell’opera in studio l’analogia è forte, dominata da toni caldi e rossastri e presenta dei passaggi più delicati e meno netti rispetto alla Pala di Tarquinia, da notare stratificazioni leggere e sfumature brunastre che suggeriscono un trattamento più pittorico, questi accorgimenti fanno ricordare una fase di Lippi più tarda rispetto alla Pala di Tarquinia.

Il trattamento del marmo fittizio non è solo un elemento utilizzato al fine decorativo ma rappresenta un importante Marcatore stilistico. Nella Pala di Tarquinia Lippi mostra una precisione, una ricerca più sensuale e atmosferica, coerente con la fase matura del pittore.

Dunque, il dettaglio lapideo, insieme ad altri fattori come le aureole, i panneggi rafforzano l’attribuzione a

Lippi. L’imitazione del marmo in Filippo Lippi non è un semplice espediente decorativo, ma un motivo iconografico che evolve con il suo stile. Inizialmente presenta un valore sacrale e simbolico poi nel tempo acquisisce un valore più pittorico e atmosferico, fino a diventare una vera e propria firma di Lippi e della sua bottega.

L‘opera in studio possiamo collocarla in una fase intermedia-tarda di Lippi; mantiene infatti la memoria dell’effetto marmoreo ma la traduce in modo semplificato, con un intento più decorativo e realistico. Lippi inaugura la sua carriera con un uso del marmo ispirato alla scultura e all’architettura di Brunelleschi, riflettendo un’idea di monumentalità classica. Con il tempo questa ricerca si depotenzia tecnicamente, pur restando una cifra distintiva del suo stile. (fig.22)

In questo dipinto rispetto alla Pala di Tarquinia assistiamo a questa progressiva modificazione e calo del dettaglio marmoreo che da funzioni sacrali e monumentali diventa sempre più con funzione spaziale e simbolica. Assistiamo ad una progressiva modificazione durante la carriera di Lippi del trattamento stilistico delle pietre marmorizzate, rappresentando un indicatore anche temporale. (fig.23)

In quest’opera osserviamo questo calo grafico. Nella maturità di Lippi domina la narrazione e il dato materico passo con il tempo in secondo piano. Le venature sono applicate con funzione decorativa, talvolta senza coerenza strutturale.

Anche sulla base degli elementi marmorei di fondo che rappresentano un elemento indiretto dell’evoluzione pittorica di Filippo Lippi si può collocare il dipinto in studio tra il 1455 -1460.

Ripensamenti e variazioni presenti

Nel confronto tra l’immagine radiografica e l’immagine visibile si rivela un pentimento significativo nell’opera attribuita a Filippo Lippi, una variazione riguardante la posizione dell’uccellino tenuto dal bambino. Si tratta di un elemento ricco di implicazioni tecniche, compositive e simboliche.

La radiografia mostra chiaramente un primo posizionamento dell’uccello più in basso e orientato con la testa in modo laterale, probabilmente più disteso sul palmo del bambino. Le ali risultano essere meno distese e la forma più raccolta.

Si nota anche una diversa inclinazione della testa dell’uccello. Il ripensamento significa che Lippi ha modificato in corso d’opera la narrazione emotiva delle scene. L’intento non era solo decorativo o naturalistico, ma fortemente espressivo. Il primo cardellino era strutturato in modo passivo, forse evocando la sofferenza e il destino sacrificale del bambino. La versione finale, quella che vediamo oggi lo rende più vivo, suggerendo la vitalità infantile e una maggiore interazione con la figura materna.

Il pentimento presente in quest’opera non è un elemento strano per Filippo Lippi, che era infatti noto per modificare in corso d’opera gli elementi iconografici minori per rafforzare la composizione emotiva. Il livello di intervento mostrato in radiografia suggerisce l’azione di una mano esperta; infatti, questi pentimenti sono raffinati e mirano a perfezionare la comunicazione emotiva e non solo la forma. Questo elemento rafforza ulteriormente l’ipotesi attributiva che sia un’opera autografa poiché l’idea narrativa e la sua modulazione pittorica sono di alto livello. (fig.24)

Dunque, il ripensamento nella posizione dell’uccello svela un approccio sensibile e narrativo di Lippi, alla composizione, ma trasforma l’intera atmosfera emotiva dell’opera.

Questo pentimento diventa una finestra sul processo creativo dell’artista, confermando la sua capacità di lavorare per sottrazione e aggiustamento fino a ottenere l’equilibrio desiderato tra simbolismo, naturalezza e pathos.

Confronto tra immagine radiografica e visibile. Analisi dei pigmenti

Sull’opera in studio è stata condotta una campagna di analisi chimica attraverso xrf.

Punti di valutazione XRF

Di seguito verranno riportati dei dettagli non su tutti i punti di studio ma solamente su alcuni di essi. Saranno riportati quelli più significativi per il processo di studio analitico. (fig.25)

Il punto 10 fa riferimento al punto di prelievo del Mantello della vergine. Il cuore della composizione originale del manto blu è compatibile con i pigmenti noti e usati da Filippo Lippi nel Quattrocento. (fig.26 e fig.27)

 L’azzurrite è coerente con la prassi del tempo come alternativa economica all’oltremare.

 Il bianco di piombo (biacca) serviva a modulare i toni del blu e a creare le lumeggiature.

 Tracce di orpimento potrebbero indicare una mescolanza cromatica o una base tonale sottostante,

 Terre

Tuttavia, diversi elementi moderni (Ti, Cr, Co, Cd, Zn) suggeriscono la presenza di interventi successivi o restauri, da analizzare criticamente nel contesto della conservazione. (fig.28 e fig. 29)

Il punto 11 fa riferimento al punto di prelievo nelle ali dell’uccello.

Il colore giallo dell’uccello nel dipinto attribuito a Filippo Lippi è riconducibile con buona probabilità a:

 Orpimento, per la brillantezza e la presenza significativa di arsenico.

 Giallo di piombo-stagno (giallolino), per l’elevato piombo rilevato.

 Ocra gialla, come componente terrosa più discreta e per la presenza di ferro.

 Eventuale mescolanza con cinabro per creare toni caldi o dorati, suggerita dalla forte presenza di mercurio, questo può essere stato utilizzato al di sotto del giallo per conferire una tonalità arancio.

 Miscela Azzurrite/malachite

La presenza di pigmenti anacronistici come cadmio, cromo e zinco richiede ulteriori indagini: potrebbero derivare da restauri moderni, contaminazioni o ritocchi non documentati. (fig.30)

Il punto 14 fa riferimento al punto di prelievo del vestito rosso della vergine. (fig.31)

L’analisi chimica nel punto 14 suggerisce che il rosso del vestito della Madonna fu probabilmente ottenuto mediante:

 una base di ocra rossa,

 arricchita da piombo rosso (minium) per luminosità,

 e rifinita in alcuni punti con cinabro per accenti intensi,

 eventualmente orpimento usato in miscela per tonalità calde o in preparazione.

Tutti questi pigmenti sono perfettamente compatibili con la tavolozza usata da Filippo Lippi fino alla metà del Quattrocento. (fig.32)

Il punto 28 fa riferimento al punto di prelievo dello sfondo scuro nella lunetta. (fig.33 e fig.34)

Il colore scuro della lunetta i dati chimici indicano:

 Minium e/o cinabro

 Terre ferruginose (terra d’ombra bruciata)

 Pigmenti neri a base di calcio (es. nero d’osso)

Nel complesso, i pigmenti compatibili sono in linea con la tavolozza di Filippo Lippi nel Quattrocento.

Analisi radiografica

Le immagini radiografiche dell’opera mostrano chiaramente una zona centrale di maggior densità radiopaca (cioè, che si mostra più bianca in radiografia nella parte centrale). Questo può essere causato dalla biacca che risulta essere radiopaca. Nei bordi laterali e superiori si osserva invece una minor radiopacità e una incertezza formale con l’assenza di tracciati sottostanti, questo elemento è un indicatore che il bordo esterno sia stato totalmente ripreso in fase di restauro. La radiopacità intensa nella zona centrale suggerisce dunque a presenza di Biacca (Bianco di Piombo). (fig.35°)

Questo aspetto risulta essere compatibile con la tecnica quattrocentesca e quindi con l’ambito di Filippo Lippi e della sua bottega. La biacca era utilizzata per modellare i volumi, aumentare la luminosità degli incarnati e rinforzare la sotto-pittura e le imprimiture.

Le zone periferiche che sono radiopache mostrano una assenza o scarsissima presenza di biacca, presentando una trama radiografica alterata, con assenza di disegno preparatorio leggibile.

Questa parte potrebbe essere stata realizzata in epoca successiva come integrazioni pittoriche moderne, ampliamento del formato in fase di restauro per creare una squadratura estetica.

Sulla base del radiogramma e non avendo una conferma dei prelievi XRF in questi punti, visto che i punti analitici di prelievo ricadono tutti all’interno dell’area centrale dell’opera, possiamo ipotizzare che la parte centrale sia quella autografa e originale, realizzata con tecniche tradizionali con presenza di biacca, disegni preparatori; mentre le aree laterali appaiono visivamente coerenti nel visibile ma radiograficamente spurie.

Quindi le ipotesi di queste aggiunte o molteplici, possono essere aggiunte ottocentesche o novecentesche, oppure ridipinture su materiale aggiunto, per integrare un’opera danneggiata o ritagliata. (fig.36)

Proprio per tale motivo tutto lo studio affrontato dal punto di vista attribuzionistico, stilistico e tecnico è stato eseguito considerando solamente il nucleo centrale dell’opera, che è sicuramente la parte originale dell’opera, le aree esterne sono state escluse dall’analisi formale, in quanto potenzialmente moderne.

Concludendo questa parte si può dire che il nucleo centrale dell’opera è coerente con la tecnica di Filippo Lippi, per via della forte radiopacità (biacca). Le zone esterne appaiono “aggiunte moderne” o “ridipinture”, per assenza di biacca e tratti preparatori. Questo rafforza l’idea di un formato originale più ridotto, con bordature aggiunte in fase di restauro.

L’Arte Italiana nelle Collezioni Europee in Nuova Zelanda: Trasferimenti culturali, ricezione e prospettive di ricerca

La presenza di opere d’arte italiana nelle collezioni museali della Nuova Zelanda rappresenta un caso emblematico di trasmigrazione culturale, riflesso di dinamiche storiche, estetiche e politiche che si sono sviluppate tra l’Europa e il Pacifico meridionale a partire dal XIX secolo. Le opere italiane custodite in collezioni neozelandesi, sebbene numericamente contenute rispetto ai grandi centri museali europei, assumono un valore culturale e simbolico significativo.

Esse testimoniano il perdurare di una tradizione figurativa che, nonostante la distanza geografica e la differenza di contesto culturale, continua a suscitare interesse, studio e valorizzazione.

Origini del Collezionismo d’Arte Italiana in Nuova Zelanda

Il processo di acquisizione di opere italiane da parte delle istituzioni neozelandesi ha origine in un periodo storico preciso: quello della colonizzazione britannica dell’Oceania. Durante il XIX secolo, il collezionismo d’arte fu alimentato dalla pratica del Grand Tour, un’esperienza educativa e formativa per le élite britanniche e settentrionali europee che prevedeva il viaggio in Italia alla scoperta dell’antichità classica e del Rinascimento. Numerosi viaggiatori accumularono opere, dipinti, disegni e stampe che testimoniavano la magnificenza dell’arte italiana.

Alcune di queste collezioni giunsero in Nuova Zelanda attraverso lasciti familiari, donazioni, acquisti pubblici o privati, contribuendo alla formazione dei primi nuclei museali. La rete di commercianti d’arte e le case d’asta europee, in particolare londinesi, facilitarono il trasferimento di opere di scuola italiana verso i territori coloniali.

Le Principali Istituzioni Museali Neozelandesi sono rappresentate da:

Auckland Art Gallery Toi o Tāmaki. Fondata nel 1888, l’Auckland Art Gallery custodisce un’importante collezione di arte europea, nella quale le opere italiane trovano spazio con esemplari di notevole interesse. Particolarmente rappresentate sono le scuole pittoriche del Cinquecento e del Seicento, tra cui spiccano dipinti di ambito caravaggesco e veneziano. L’interesse della galleria per la valorizzazione dell’arte italiana si esprime attraverso mostre, attività didattiche e collaborazioni internazionali.

Christchurch Art Gallery Te Puna o Waiwhetū. Nonostante le difficoltà imposte dai terremoti che hanno colpito la città nel 2010 e nel 2011, la Christchurch Art Gallery ha saputo mantenere e rilanciare la sua collezione di arte europea. Le opere italiane presenti nella raccolta riflettono il gusto ottocentesco per l’arte storicista e religiosa, con particolare attenzione alle tematiche post rinascimentali. Il nuovo allestimento museale mira a promuovere un dialogo tra le opere italiane e la produzione artistica neozelandese contemporanea.

Dunedin Public Art Gallery. Tra le più antiche gallerie d’arte pubbliche dell’emisfero australe, fondata nel 1884, la Dunedin Public Art Gallery riveste un ruolo centrale nella conservazione dell’arte italiana in Nuova Zelanda. La sua collezione include opere di scuola toscana, emiliana e veneta. Di particolare rilievo è il dipinto “Madonna con il Bambino” attribuito inizialmente a Zanobi Machiavelli, frutto di questo studio di approfondimento a riattribuzione, il quale rappresenta un caso esemplare di ricezione di opere italiane nell’ambito museale oceanico.

Per quanto riguarda i generi e le tematiche predominanti delle opere custodite ritroviamo:

Pittura Religiosa. La maggior parte delle opere italiane giunte in Nuova Zelanda appartiene al genere religioso. Tali dipinti, prodotti tra il Trecento e il Settecento, erano spesso destinati a chiese, confraternite o collezioni private italiane. La loro presenza nei musei neozelandesi riflette la dimensione universale dell’iconografia cristiana, capace di attraversare epoche e culture. Le immagini mariane, i santi e le narrazioni evangeliche costituivano un repertorio iconografico familiare anche per il pubblico protestante e anglicano dell’età coloniale.

Ritrattistica. Il ritratto costituisce un altro genere ben rappresentato. Le opere ritrattistiche italiane presenti in Nuova Zelanda documentano la varietà dei registri espressivi e tecnici sperimentati dai maestri italiani. Dai ritratti di corte di ambito tardo-rinascimentale ai ritratti borghesi del Settecento, questi dipinti offrono una finestra privilegiata sulla società e la cultura materiale dell’Italia d’ancien régime.

Paesaggio e Vedutismo. Il vedutismo settecentesco italiano, in particolare quello veneziano, esercitò una forte attrazione sui collezionisti britannici, che consideravano tali opere simboli di buon gusto e di familiarità con il patrimonio europeo. Le vedute urbane e i paesaggi idealizzati giunsero in Nuova Zelanda come parte integrante di raccolte nobiliari o acquisite tramite canali commerciali dell’epoca vittoriana.

Per quanto concerne la questione delle attributive e metodologie scientifiche, l’attribuzione delle opere italiane presenti nelle collezioni neozelandesi rappresenta una sfida critica per gli studiosi. In assenza di documentazione diretta, la ricerca si basa su metodi comparativi, analisi stilistica e studi tecnico-scientifici.

Tecniche quali la riflettografia infrarossa, la spettrometria a fluorescenza X (XRF) e le analisi stratigrafiche contribuiscono a chiarire la paternità e la cronologia delle opere.

L’incontro tra l’arte italiana e il contesto museale neozelandese genera uno spazio di mediazione e di scambio interculturale. Le opere italiane, originariamente pensate per un pubblico e un contesto religioso e culturale molto diverso, acquisiscono nuove risonanze simboliche nel panorama museale del Pacifico.

Mostre tematiche, percorsi educativi e programmi di collaborazione. L’evoluzione tecnologica ha reso possibile una progressiva digitalizzazione delle collezioni, facilitando l’accesso agli studiosi e al pubblico internazionale. Le piattaforme digitali consentono il confronto tra opere analoghe conservate in Europa e in America, aprendo nuove prospettive per l’attribuzione, la conservazione e la valorizzazione. Le collaborazioni con musei italiani, università europee e progetti di ricerca transnazionali favoriscono la circolazione di conoscenze e la mobilità delle opere.

L’arte italiana custodita nei musei della Nuova Zelanda rappresenta un patrimonio culturale di eccezionale valore, frutto di dinamiche storiche complesse e spesso sottovalutate. Queste opere, oltre al loro valore estetico, offrono un’opportunità unica per esplorare le traiettorie globali dell’arte europea e i processi di ricezione e reinterpretazione in contesti post-coloniali. L’approfondimento scientifico, il dialogo interdisciplinare e la promozione di nuove ricerche sono strumenti indispensabili per valorizzare questo patrimonio e renderlo parte integrante del discorso culturale contemporaneo. In questo senso, l’arte italiana in Nuova Zelanda continua a svolgere una funzione vitale: non solo come testimonianza del passato, ma come motore di dialogo, conoscenza e comprensione reciproca tra culture e generazioni distanti.

L’Arte Italiana nelle Collezioni Neozelandesi: Il Ruolo dei Collezionisti Europei

La presenza dell’arte italiana nelle collezioni neozelandesi rappresenta un fenomeno culturale affascinante che testimonia i complessi flussi artistici e culturali tra Europa e Oceania. Questo elaborato esplora il ruolo dei collezionisti europei come mediatori culturali e protagonisti della diffusione dell’arte italiana in Nuova Zelanda, contribuendo alla formazione di un patrimonio artistico che riflette aspirazioni, influenze e valori transnazionali.

A partire dal XIX secolo, la Nuova Zelanda fu oggetto di una massiccia colonizzazione da parte di popolazioni europee, principalmente britanniche. Oltre a istituzioni politiche e modelli sociali, i coloni importarono con sé un insieme di valori estetici e culturali, incluso il desiderio di ricreare un ambiente artisticamente sofisticato. L’interesse per l’arte europea, e in particolare italiana, si radicava in un più ampio contesto di educazione, prestigio sociale e aspirazioni culturali. Il Grand Tour, viaggio formativo nelle principali città d’arte europee e italiane in particolare, rappresentava un momento cruciale nell’educazione dell’élite europea. Coloro che affrontarono il Grand Tour svilupparono non solo competenze artistiche e culturali, ma anche un gusto collezionistico sofisticato. Alcuni di questi individui, successivamente emigrati in Nuova Zelanda, trasferirono nel nuovo continente non solo opere, ma una visione estetica profondamente radicata nella tradizione artistica italiana.

I Pionieri del Collezionismo in Nuova Zelanda

Tra i primi e più significativi collezionisti figurano: William Fox, primo ministro neozelandese, che acquisì opere italiane di vari secoli durante i suoi soggiorni in Europa; Alfred de Bathe Brandon, immigrato inglese che portò con sé una raffinata collezione di stampe e disegni rinascimentali italiani.

Accanto ai britannici, anche collezionisti continentali come la famiglia von Tempsky (origine prussiana) contribuirono al patrimonio artistico neozelandese, specialmente con opere veneziane del XVII secolo. Inoltre, mercanti d’arte francesi attivarono canali commerciali tra Italia e Nuova Zelanda, incentivando il mercato dell’arte italiana.

Per quanto concerne le tipologie di opere collezionate interessarono principalmente

 Dipinti religiosi di scuole regionali italiane

 Ritratti aristocratici del XVI e XVII secolo

 Vedute veneziane e romane del XVIII secolo

 Sculture neoclassiche italiane in marmo

 Maioliche, ceramiche, mobili e oggetti decorativi italiani

 Stampe e disegni, tra cui incisioni di Piranesi e studi preparatori rinascimentali

Le opere furono acquisite:

 Direttamente in Italia, da mercanti, aste e commissioni a artisti contemporanei

 Attraverso il mercato artistico londinese, tramite Sotheby’s, Christie’s e gallerie specializzate

 Per eredità, donazioni e legati testamentari

Il ruolo dei collezionisti europei nella formazione delle collezioni d’arte italiana in Nuova Zelanda è stato determinante nel costruire ponti culturali tra due mondi apparentemente lontani. Le opere italiane non solo arricchiscono il patrimonio neozelandese, ma incarnano un dialogo culturale in continua evoluzione.

La sfida odierna è quella di preservare, studiare e valorizzare questo patrimonio, promuovendo una riflessione critica sul significato dell’arte italiana in un contesto globale e postcoloniale.

Ricostruzione Storico-Documentaria: Madonna col Bambino di Zanobi Machiavelli

L’opera Madonna col Bambino, attribuita al pittore Zanobi Machiavelli, è attualmente conservata presso la Dunedin Public Art Gallery, in Nuova Zelanda. Il dipinto è stato realizzato nel periodo del primo Rinascimento italiano, precisamente nel Quattrocento. Le fonti archivistiche e bibliografiche consultate collocano la datazione dell’opera tra il 1438 e il 1440, sebbene non esista un’indicazione certa sull’anno esatto di esecuzione. Il dipinto, di piccole dimensioni (57 cmx40cm), è realizzato con la tecnica della tempera su tavola.

L’opera raffigura la Madonna col Bambino, un soggetto sacro frequentemente trattato nel repertorio figurativo del primo Rinascimento. Dal punto di vista stilistico, l’opera è rappresentativa della fase giovanile di Zanobi Machiavelli, in cui risulta evidente l’influenza di Filippo Lippi. Gli elementi che richiamano l’insegnamento del maestro sono visibili nella resa delle forme: le rotondità del volto e delle orecchie del Bambino, le dita affusolate della Vergine e il suo volto assorto, sereno, di una malinconia contenuta ma espressiva. Il celebre storico dell’arte Bernard Berenson riconobbe l’opera come uno dei migliori esempi dell’attività di Machiavelli. Nel numero di dicembre 1950 della rivista The Burlington Magazine, scrisse: “La testa della Madonna ha bellezza, grazia, aspetto degno di un vero artista…”[1]

Berenson confrontò quest’opera con una Madonna col Bambino conservata al Musée des Beaux-Arts di Dijon, individuando significative affinità. In base a questo confronto, egli ipotizzò che il dipinto fosse stato realizzato da Machiavelli durante la sua fase formativa, ancora sotto l’influenza diretta di Filippo Lippi. Secondo Berenson, la figura della Madonna potrebbe rappresentare Lucrezia Buti, modella e compagna del maestro, il cui volto compare in numerose opere di Lippi tra il 1452 e il 1465. Un disegno conservato nella collezione degli Uffizi rafforzerebbe questa ipotesi.

Il dipinto entrò a far parte delle collezioni della Dunedin Public Art Gallery nel 1973, grazie a una donazione della famiglia de Beer: Esmond Samuel de Beer e le sorelle Dora e Maria. La donazione fu effettuata in occasione del centenario della Hallenstein Brothers Ltd., azienda fondata dal nonno della famiglia, Bendix Hallenstein. L’opera è oggi considerata uno dei capolavori delle collezioni pubbliche neozelandesi.

Nel 1975 la ditta Harrison and Sons Limited realizzò una serie limitata di francobolli natalizi utilizzando l’immagine della Madonna col Bambino di Machiavelli. L’iniziativa si ripeté fino al 1997, contribuendo alla diffusione internazionale dell’opera e consolidandone il valore simbolico oltre che artistico.

L’attribuzione dell’opera ha attraversato varie fasi critiche. Quando il dipinto oggi conservato a Dijon entrò nel museo francese, fu inizialmente attribuito genericamente alla scuola di Filippo Lippi. Roberto Longhi, nelle sue note manoscritte del 1922, parlò di un “imitatore povero” di Pesellino[2]. Successivamente, nel 1954, comunicò oralmente a Michel Laclotte l’accettazione dell’ipotesi di Berenson, che proponeva con cautela l’attribuzione a Zanobi Machiavelli.

Nel 1963 Berenson confermò pubblicamente la propria ipotesi. In seguito, anche Luciano Bellosi e Federico Zeri si espressero sul dipinto: Bellosi lo riferì alla cerchia di Pesellino (1970), mentre Zeri lo definì copia da Pesellino, riconoscendone comunque l’importanza documentaria[3]. Questo complesso iter critico, documentato anche nella scheda a cura di Margueritte Guillaume nel Catalogue raisonné du musée des beauxarts: peintures italiennes[4], dimostra la fluidità delle attribuzioni nell’ambito della pittura fiorentina del primo Rinascimento.

Il caso della Madonna col Bambino rappresenta un esempio emblematico di come le ricerche documentarie, l’analisi stilistica e la storia collezionistica contribuiscano congiuntamente alla definizione dell’identità di un’opera d’arte. Il ruolo svolto da studiosi come Berenson, Longhi e Zeri risulta fondamentale nella ricostruzione delle genealogie artistiche e nell’affinamento delle attribuzioni.

Accanto al tradizionale approccio critico, oggi l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e delle metodologie di indagine tecnico-materiale offre nuovi strumenti di interpretazione. Analisi non invasive come l’imaging multispettrale, la riflettografia IR, la radiografia e la spettroscopia XRF permettono di esplorare aspetti prima inaccessibili: dalla struttura del disegno sottostante alla composizione chimica dei pigmenti, fino all’individuazione di pentimenti e modifiche in corso d’opera. In questo contesto, la maggiore conoscenza delle tecniche pittoriche di Filippo Lippi – dal ductus del disegno preparatorio alla scelta di materiali – consente oggi di formulare ipotesi attributive con maggiore solidità.

Alla luce di questi approfondimenti, l’attribuzione dell’opera a Filippo Lippi assume oggi un peso più consistente rispetto al passato, superando la lettura che ne faceva una semplice derivazione dalla sua bottega o cerchia. L’aderenza a tratti stilistici peculiari, la presenza di elementi riconducibili alla prassi esecutiva del maestro, così come indizi emersi dalle analisi diagnostiche, rafforzano l’ipotesi di una sua diretta partecipazione. In tal modo, l’opera non solo conferma l’influenza dell’ambiente lippiano, ma si pone con forza rinnovata come potenziale testimonianza autografa del maestro.

Grazie al contributo dei collezionisti europei in Nuova Zelanda, testimonia infine anche il trasferimento e la valorizzazione del patrimonio artistico rinascimentale italiano in un contesto culturale globale.

Nel recente resoconto di Mary Kisler[5] sui dipinti europei nelle collezioni pubbliche neozelandesi, Angel and Artefacts (2010), l’autrice e curatore ha nominato l’opera come uno dei “due esempi molto pregiati” di dipinti fiorentini di Madonna col bambino della seconda metà del XV secolo, dimostrano l’influenza di un grande maestro fiorentino del tempo, Filippo Lippi (1406-1469).

Cenni biografici su Zanobi Machiavelli. Nacque a Firenze nel 1418 o 1419 e morì a Pisa il 7 marzo 1479. Apparteneva, quindi, alla stessa generazione di artisti di Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli, Andrea del Castagno e Piero della Francesca. Tuttavia, nonostante fosse nativo della città di Firenze, Machiavelli lavorò principalmente fuori città e non è menzionato nei registri dell’Arte dei Medici e Speziali, la corporazione dei pittori fiorentini. Esiste scarsa documentazione della sua attività artistica: ricevette il pagamento per tre dipinti a lunetta per la Badia di Fiesole nel 1451; produsse un dipinto firmato per la Pieve in Virgilio nel 1473 per la Chiesa di Santa Croce in Fossabanda appena fuori Pisa, e più tardi un altro dipinto, una Vergine col bambino con quattro santi, per la stessa chiesa; un dipinto commissionato per il Monastero di Pregaliano vicino a Lucca. Sappiamo che fu pagato quattro volte tra il 1476 e il 1477 dagli amministratori del Duomo di Pisa per il pigmento blu. Si crede che una Madonna col bambino sia stata commissionata nella chiesa di montagna di Sant’Angelo a Cetica nel Casentino. Per gran parte della sua vita Machiavelli sembra aver vissuto in modo nomade nelle piccole città provinciali toscane producendo opere commissionate per le loro chiese. Le Vite degli Artisti di Giorgio Vasari (1550-68) dedicano poco più di una nota a piè di pagina a lui, notando che era un allievo di Gozzoli.

Gli storici dell’arte della fine del XIX secolo Joseph Crowe e Giovanni Cavalcaselle registrarono che Machiavelli doveva affrontare la pura brillantezza della composizione, anche se riconoscevano a malincuore la sua Vergine col bambino con santi (oggi nella National Gallery of Ireland di Dublino) come esempio di “come un artista di nessun grande potere possa a volte avvicinarsi ai maestri”.

Machiavelli fu risvegliato di nuovo dal lungo sonno dell’oscurità critica, solo brevemente, nel 1950 dal critico e conoscitore dell’arte rinascimentale italiana Bernard Berenson, che,  scrive su The Burlington Magazine, credeva che Machiavelli “fosse al suo meglio quando lavorava con o per i suoi superiori”, anche se riconosceva a malincuore della Madonna col bambino di Dunedin che “la testa della Madonna ha una bellezza così gentile e graziosa di un’artista nato, che Machiavelli raramente era”.[6]

Questo è il punto in cui la traccia di Machiavelli sembrava diventare fredda. Il dipinto appare diviso in due – una divisione che è allo stesso tempo stranamente affascinante e inquietante. La luce da una fonte invisibile in alto a sinistra del dipinto è sfumata molto sottilmente sul viso della Madonna, giù per il collo e sopra il viso e il corpo del bambino. Cattura le pieghe esposte del mantello delle maniche della Madonna e rimbalza dal pannello interno curvo destro della nicchia. È suggestivo di luce e oscurità – luce chiara e scura – pelle manifesta; il soffitto a volta scuro e la nicchia – è ulteriormente esaltato dalle simmetrie nella composizione: le due metà della nicchia di sfondo, le due mani della Madonna, le due gambe del bambino, i due sguardi. È come se i quattro assi della croce di Madonna fossero attraversati dalla pittura al centro stesso. È emblematico di un tentativo di Machiavelli di tenere insieme tutte queste dualità, proprio come la sua cintura (cintola virginale) tiene non solo il suo costume ma i due lati della composizione insieme. C’è qualcosa riguardo alle direzioni speculari di questi sguardi che ci attrae. La Madonna è profondamente, squisitamente viva, la sua espressione dimessa eppure introspettiva, con suggestioni di una vita interiore ricca e complessa. I suoi occhi sono dipinti più enfaticamente di qualsiasi altra cosa e sembrano così presenti e vicini a noi che si potrebbe credere che lei sia reale se non fosse per tutto il resto che è dipinto.

Sembra che suo figlio, o il suo futuro, sia quello che sta guardando così intensamente e il bambino risolve il problema pittorico dell’intensità della sua attenzione materna non incontrando il nostro sguardo. Queste due figure si esibiscono; loro, come noi, sono osservatori e poco sfugge loro. Gli effetti misteriosi del dipinto iniziano con le rotture spaziali, ma il parapetto di primo piano segnala un’altra rottura. Il bambino è accuratamente posizionato su un cuscino in uno spazio che si apre al futuro, mentre dietro il parapetto, nel territorio della madre, lo spazio rimane quello di una chiesa. Avendo marcato questi due spazi, l’uccellino fluttua quindi e media tra loro per segnalare le diverse temporalità. La copertina di un libro si appoggia all’indietro (troppo piccola per una Bibbia quindi forse un libro delle ore), le pagine leggermente separate come se fossero fluttuate lì.

Questi sono un altro emblema di quello che ho chiamato il “cardine” del dipinto. Gli spazi incernierati permettono al dipinto di suggerire sia il tempo del dipingere che il tempo della profezia. Il cardellino maschio si aggrappa goffamente al bambino in associazione con la crocifissione – il segno rosso sulla sua testa è preso come una goccia di sangue che cadde su di esso mentre tirava una spina dalla Corona di Spine di Cristo. Qui il cardellino rappresenta la preconoscenza della futura morte violenta di Cristo. Così come simbolicamente, Machiavelli lavorò tecnicamente per creare un senso di continuità tra lo spazio dello spettatore e quello del dipinto e qui la superficie sembra essere stata portata molto vicino a noi. Da una parte, il parapetto esalta il senso della finestra aperta della prospettiva rinascimentale secondo la più famosa metafora prospettica di Leon Battista Alberti: “Disegno un rettangolo di qualsiasi dimensione voglia, che considero come una finestra aperta attraverso la quale il soggetto da dipingere è visto.” Questa dicotomia di distanza è quindi colmata da un focus sulla natura corporea del bambino – la sua carne è leggermente velata, la sua gamba sinistra esposta. I capelli del bambino, i suoi riccioli crespi e arruffati a cavatappi e la sua pancia prominente dalla gamba grassoccia e paffuta sono una sorta di scherzo che offre un altro tipo di vita al dipinto – una diversione simile al cardellino che svolazza, o al modo in cui le pagine del libro si aprono a ventaglio.

Il dipinto riceve questa leggera diversione a causa dell’inerzia della figura principale della Madonna. Lei non è un ritratto di qualcuno vivo nel tempo reale che è stato semplicemente catturato nella pittura.

Piuttosto, la Madonna di Machiavelli è stata spostata dalla pittura in un altro regno. Mentre guardiamo questo dipinto diventiamo consapevoli di un’altra assenza significativa: quella di colori vivaci e variegati. Il vestito della Madonna è del colore dei melograni, così come il cuscino su cui siede il bambino e che mostra un ricamo motivo di melagrano (un simbolo di fertilità e della resurrezione di Cristo); la stessa tonalità trova la sua strada di ritorno nei pannelli di pietra della nicchia, e nelle due fibbie rosse che tengono insieme l’elaborato copricapo della Madonna. Il mantello della Madonna, di un puro e ricco blu indaco, trova anch’esso echi nelle pareti e nei pannelli della volta.

Come per la Madonna, l’espressione dei suoi occhi mostra che lei è altrove. Quell’altrove giace anche sepolto nell’oscurità del mantello che avvolge la figura – dietro le ombreggiature si raccoglie l’oscurità. Il mantello inquadra la visibilità del bambino Cristo come se in qualche modo la sua presenza fosse emersa dall’oscurità come un messaggio – perché questo dipinto parla tutto del presagio di messaggi a venire.

Come osserva Kisler, il velo dipinto è una delle grandi delizie della pittura rinascimentale, e ancora oggi causa allo spettatore di fissare con fascino l’abilità dell’artista, poiché mentre la logica ci dice che il velo è fatto di delicati tratti di pittura bianca, noi accettiamo anche l’illusione di qualcosa di solido ma trasparente. Come tale, il velo serve come metafora per la pittura stessa.

Se la pittura è come un velo, allora questo è un dipinto di veli. I veli sono leggeri, femminili, trasparenti e delicatamente lavorati; coprono il viso e le spalle della Madonna; la complessità dei veli stratificati, ripiegati e agganciati che coprono i suoi capelli; la trasparenza del tessuto di fasciatura allentato attorno al bambino che rivela la forma nuda della metà inferiore del suo corpo; le pieghe scure e sfumate del mantello, anch’esse simili a veli. Questo può spiegare la sovrapposizione dei punti dell’aureola della Madonna sulle stelle dipinte della volta della nicchia: si plasmano e si condividono e quindi riuniscono la profondità della sua figura e la recessione della nicchia dietro di lei.

Il velo dipinto è l’intimazione pittorica di quello che Louis Marin, scrivendo dell’arte quattrocentesca, ha chiamato “l’opacità riflessiva della pittura”[7], quel processo per cui ogni pittura è come un vetro opaco che ci permette di vedere qualcos’altro che sé stesso, attraverso sé stesso, mentre viene osservato. Questa opacità della pittura non significa, tuttavia, che la pittura designi qualcosa che è sempre oltre, qualcosa di spirituale e immateriale, una sostanza sotto i suoi attributi, o che designi l’indefinita vacuità della credenza. Al contrario, per lo spettatore, vedere non è più l’accesso di una sostanza oltre l’ambientazione presente, ma di qualcosa che viene designato ora, qui al presente.

Il dipinto riempie l’ideale momento previsto del suo essere guardato; infatti, il dipinto è il processo di costruzione di un tale momento. Il senso di vibrante calma, sperimentazione spaziale, opacità e lo sfondo di una qualità affettiva e intensiva nella Madonna col bambino – qualità che sembravano non interessanti ai suoi contemporanei – appaiono corrispondere a qualcosa nella nostra sensibilità critica attuale.

Conclusioni finali

Riassumendo possiamo dire che la tavola raffigurante la Madonna col Bambino, attualmente attribuita a Zanobi Machiavelli e conservata alla Dunedin Public Art Gallery in Nuova Zelanda presenta tutta una serie di elementi di ricerca che riconducono l’opera alla figura centrale della pittura fiorentina del primo Rinascimento: Filippo Lippi e aiuti.

Alla luce dell’indagine stilistica e comparativa pittorica, dell’analisi tecnico/scientifica, e lo studio dei pentimenti visibili e delle radiografie che non erano disponibili nel passato per le attribuzioni, si può affermare che tutti questi elementi sono serviti ad andare nelle direzioni di attribuzione al maestro Filippo Lippi con aiuti.

Lo studio stilistico emerso ha messo in evidenza il modello iconografico del volto della Madonna con il bambino riconducibili a Lippi. I tratti raffinati, la delicatezza dell’espressione e l’uso di linee di disegno preparatorio e incisione sono compatibili con la tecnica del maestro.

La presenza di ripensamenti compositivi individuati rappresenta un ulteriore segno di autografia e non di copisti o artisti minori. Le analisi chimiche dei pigmenti hanno evidenziato una tavolozza compatibile con Lippi con la presenza di restauri che l’opera ha subito nel tempo per preservare la bellezza dell’opera. Anche la crettatura documentata in diverse parti va a sostegno di un’autenticità del dipinto. Si propone nella proposta attributiva a Filippo Lippi e aiuti una datazione tra il 1450 e il 1465 periodo coincidente con la sua attività matura ma ancora fortemente personale.


[1] Berenson, Bernard. Zanobi Machiavelli. The Burlington Magazine, vol.92; 1950

[2] Padoa Rizzo, Zanobi Machiavelli miniatore? In Scritti di storia dell’arte, Firenze, 1984

[3] Mario Salmi, Zanobi Machiavelli e il compagno del Pesellino, in Rivista d’arte, Firenze, L.S. Olschki, 1916

[4] Margueritte Guillaume, nel Catalogue raisonné du musée des beaux-arts : peintures italiennes, Dijon Museum of Fine Arts, 1980

[5] Kisler, Mary Angel&Aristocrats, 2010, Random House. In questo libro, la curatrice Mary Kisler si addentra nei depositi dei Musei neozelandesi e ci introduce ai tesori artistici storici e ai collezionisti che hanno donato le loro opere ai Musei. Come la curatrice fa notare, le gallerie d’arte pubbliche della Nuova Zelanda sono riccamente impreziosite da opere raccolte da benefattori negli ultimi 150 anni e generosamente donate alla nazione. Molte sono viste raramente e la ricchezza delle collezioni spesso passa inosservata. Riccamente Illustrato, scritto in modo accessibile e meticolosamente documentato, Angels and Aristocrats è sia una celebrazione di opere importanti, sia una guida indispensabile ed esperta alla storia dell’arte. Angels and Aristocrats merita anche un riconoscimento per il modo in cui questo libro offre una narrazione avvincente e di ampio respiro della storia dell’arte europea esposta in Nuova Zelanda. È il tipo di volume indispensabile per i visitatori dei musei in quel Paese, e anche in Australia.

[6] Berenson, Bernard. “Zanobi Macchiavelli.” The Burlington Magazine, vol. 92, no. 573, 1950, pp. 345–49. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/870650

[7] Louis, Martin, Opacità della pittura, in Saggi sulla rappresentazione nel Quattrocento, pp 23-24, La Casa Usher Editore

LA FIGURA DELLA MADONNA NELLA COLLEZIONE DI FEDERICO BORROMEO

di LOREDANA FABBRI

PREMESSA

Lo scopo di questo lavoro è di “accompagnare” il visitatore in un percorso particolare: la figura della Madonna nei dipinti attualmente esposti nella Pinacoteca Ambrosiana e provenienti dalla collezione privata del Cardinale Federico Borromeo, il quale ne fece dono all’Ambrosiana nel 1618. La descrizione dei quadri, non certamente esaustiva, preceduta da una sommaria biografia dell’autore, è stata realizzata in modo semplice, evitando condizionamenti strettamente tecnici ed accademici, per poter dare un aiuto ai visitatori ad ammirare la bellezza delle opere ed a comprendere il “linguaggio” simbolico dell’iconografia cristiana. Questa “guida” ha una sua peculiarità: non è corredata dalle foto delle opere descritte, perché è stata concepita come una “visita guidata” e, nonostante la struttura, non è e non vuole essere un catalogo, ma vuole, come già detto “accompagnare” il pubblico in uno specifico percorso all’interno di quello molto più ampio che il visitatore può effettuare nella Pinacoteca Ambrosiana.

 

La bibliografia su Federico Borromeo è vastissima, anche se molti scritti su di lui hanno un carattere prevalentemente celebrativo e agiografico: “Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu uno degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grand’opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidirsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume. […]In Federigo arcivescovo appare uno studio singolare e continuo di non prender per sé, delle ricchezze, del tempo, delle cure, di tutto sé stesso insomma, se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva, come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio dé poveri: come poi intendesse in fatti una tal massima, si veda da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo mantenimento e quello della sua seritù; e dettogli che seicento scudi (scudo si chiamava allora quella moneta d’oro che, rimanendo sempre dello stesso peso o titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di quel patrimonio. Del suo poi era così scarso e sottile misuratore a sé stesso, che badava di non mettere un vestito, prima che fosse logoro affatto: unendo però, come fu notato da scrittori contemporanei, al genio della semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili in fatti, in quell’età sudicia e sfarzosa. Similmente, affinché nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa frugale, li assegnò a un ospizio […]. Cure, che potrebbero forse indur concetto d’una virtù gretta, misera, angustiosa, di una mente impaniata nelle minuzie, e incapace di disegni elevati; se non fosse in piedi questa biblioteca ambrosiana, che Federigo ideò con sì animosa lautezza, ed eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornir la quale di libri e di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che poté avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati, e quattordicimila manoscritti. Alla biblioteca unì un collegio di dottori (furon nove, e pensionati da lui fin che visse; dopo, non bastando a quella spesa l’entrate ordinarie, furon ristretti a due); […] v’unì un collegio da lui detto trilingue, per lo studio delle lingue greca, latina e italiana; un collegio d’alunni, che venissero istruiti in quelle facoltà e lingue, per insegnarle un giorno; v’unì una stamperia di lingue orientali, dell’ebraica cioè, della caldea, dell’arabica, della persiana, dell’armena; Una galleria di quadri, una di statue, e una scuola delle tre principali arti del disegno”.[1] Per Manzoni, il Cardinale doveva essere il modello delle virtù che si devono associare ad un’autorità religiosa, trascendendo dai dati storici e dandoci di Federico Borromeo un ritratto idealizzato di uomo avviato alla santità attraverso l’esercizio delle sue virtù, l’antitesi ad una società sfarzosa e “marcia” in cui doveva vivere: una biografia che si può definire una pagina di forte sapore agiografico, [2]

La figura del Cardinale è molto complessa e scrivere su di lui significa implicare molti fenomeni: religiosi, storici, sociali, di costume, culturali, poiché la sua importanza non si limita a quella che fu la sua attività in relazione alle arti, che è l’aspetto che in questa sede interessa maggiormente, quindi per ciò che riguarda la sua vita accenneremo solo  alle tappe più significative.

Federico Borromeo nacque a Milano il 18 agosto 1564 da Giulio Cesare, fratello del padre di San Carlo e da Margherita Trivulsio, mostrò presto interesse e inclinazione per gli studi e fu in questo assecondato dal cugino Carlo che lo inviò, quattordicenne, a Bologna presso il Cardinale Paleotti, Vescovo di quella città e una delle figure più autorevoli della Controriforma, (anche per quanto riguarda i suoi riflessi nell’arte, autore del “Discorso intorno le immagini sacre e profane” 1582), ma lo richiamò presso di sé dopo poco più di un anno, essendosi delineata nel giovane Federico una vocazione religiosa, nel 1580 gli fece vestire l’abito ecclestico e lo mandò a Pavia a completare la sua educazione, dove conseguì, nel 1585, la laurea in Teologia. Nel 1584 la morte del cugino determinò una svolta nella sua vita; i parenti e i molti prelati legati alla memoria di Carlo cominciarono ad adoperarsi perché Federico si trasferisse a Roma, per farsi conoscere ed apprezzare dal neoeletto papa Sisto V. Anche quando fu eletto cardinale, nel 1587, continuò la sua vita di studi e di preghiera sotto la direzione di San Filippo Neri, il quale divenne, dopo Carlo, il suo secondo maestro spirituale, maestro di vita e guida nella sua attività e nelle sue decisioni. Ebbe molti incarichi consoni alla sua vocazione di erudito più che impegni di politica ecclesiastica, sempre a Roma fece parte di un mondo erudito che lo collegava a studiosi italiani ed europei (Baronio, Orsini, Maffei, Strozzi, Marco Welser e Giusto Lipsio furono suoi amici), e nel 1593 divenne Cardinale protettore dell’Accademia di San Luca, appena fondata da Federico Zuccari.[3] Nell’aprile del 1595 Clemente VIII nominò Federico Arcivescovo di Milano, carica a cui si oppose con una certa resistenza sia per le difficoltà obiettive che sapeva di trovare a Milano, sia per il “rilassamento” del clero dopo la morte di Carlo e durante l’episcopato del successore Gaspare Visconti, a tutto questo si univa il ricordo del modello di santità e lo zelo pastorale del cugino che avevano lasciato un’impronta difficilmente ripetibile; solo l’insistenza di San Filippo Neri riuscì a persuaderlo ad accettare tale incarico che ricoprì per trentasei anni, ispirandosi, sin dall’inizio, al  modello di governo di Carlo.[4] Dopo poco più di un anno di episcopato, si assentò da Milano a causa di controversie giurisdizionali con il Governo spagnolo: Federico volle recarsi a Roma per seguire personalmente la sua causa, tornò a Milano nel 1601.[5]

La sua produzione letteraria, oltre alle opere pastorali e spirituali, è imponente e si trovano tutte presso la Biblioteca Ambrosiana, da lui fondata nel 1607 e aperta al pubblico l’8 dicembre 1609, dotata di libri a stampa e manoscritti acquistati con le proprie rendite e le proprie energie, poiché il Cardinale ne fece uno degli impegni fondamentali della sua attività di uomo e di ecclesiastico.[6] E’ noto che queste raccolte continuarono ad ampliarsi anche dopo la sua morte e che anche attualmente fanno della biblioteca Ambrosiana, uno dei più importanti centri mondiali della cultura umanistica.

Secondo la “Costitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae” questa istituzione doveva essere uno strumento per risollevare la cultura, dopo la decadenza delle università e delle accademie di tipo tradizionale, ma anche e soprattutto una cultura alla portata di tutti e per tutti. Creò un Collegio trilingue per diffondere tra i giovani la conoscenza delle lingue antiche ed anche della lingua italiana.[7]

Alcuni anni più tardi, alla Biblioteca Federico affiancò la Pinacoteca (29 aprile 1618), donando ad essa la sua “quadreria” e la sua vasta raccolta d’arte figurativa, che andarono a costituire il nucleo più significativo della Pinacoteca: i dipinti e i disegni prediletti di Federico erano quelli attribuiti ai maestri del Cinquecento, ai leonardeschi lombardi e ai contemporanei italiani e fiamminghi. Il Cardinale completava in tal modo il grandioso progetto iniziato nel 1607 con la creazione della Biblioteca Ambrosiana, vera e propria custode di scienza e cultura nel cuore di Milano, ovviamente in conformità del Concilio tridentino e con le nuove esigenze dell’arte sacra. <<Non s’appagò l’animo grande del Cardinale Federigo d’aver rimesse col Collegio Ambrosiano le lettere più fiorite e d’aver aperta nella Libraria una pubblica scuola di tutte le scienze al mondo […] architettò nella di lui vastissima mente nuovi disegni a far rifiorire nella Lombardia tutte le arti liberali per eguagliare anche in questo la città di Milano all’antica Atene e a Roma moderna. […]  Così si formò il bel teatro in cui i capi della repubblica pittorica ebbero il loro nicchio, come il Tiziano, il Giorgione, Leonardo da Vinci, il Sordo, Andrea del Sarto, Alberto Durero, il Luino, Raffaele d’Urbino e della scuola, il Caietano, l’un e l’altro Bassano, Paris Bordone, Calisto da Lodi., il Mantegna, il Tempesta, il Rubens e Fede Galizia, il Vaanstunmich, il Rathnamer, Giulio Campi, il Perugino, il Civoli, il Caraccio, il Cerano, il Morazzone, il Figino, il Bramantino, Luca d’Olanda, Pietro da Cortona. Mosse pure con stimoli d’oro il pennello mirabile del Brueghel sino a pagarsi le gemme dipinte al prezzo delle vere, onde fe’ que’ sforzi dell’arte cui ora anche di perfettamente copiare diffidano li pittori. Pregiasi perciò la Galeria Ambrosiana di racchiudere in ventisette pezzetti di quadri di questo gran pittore un impareggiabile tesoro mentre il mondo tutto appena ne vanta tant’altri della stessa mano, oltre che per li solo quattro elementi che sono li veri originali, come attestano le lettere…>>.[8] Borromeo si avvalse anche di molte altre opere di numerosi artisti famosi dei suoi tempi, tra i quali Paul Bril e Caravaggio; non trascurando la scultura.[9]

La cosiddetta Controriforma ebbe sulle arti conseguenze analoghe a quelle sugli altri rami della cultura e del pensiero, che svilupparono una tendenza ad opporsi a tutte le conquiste dell’Umanesimo rinascimentale  e soprattutto al razionalismo individuale, per retrocedere ad uno stato di cose feudale e medievale e a quel predominio ecclesiastico proprio del Medioevo, le opere degli artisti furono sotto il controllo della Chiesa. Diversamente dall’epoca rinascimentale, dopo il Concilio di Trento, i manieristi preferirono soggetti che potevano mettere in evidenza gli aspetti teologici o sovrannaturali. La figura della Madonna divenne il simbolo della lotta antiprotestante, il suo culto comportò la fondazione di numerosi santuari dedicati alla Vergine, specialmente alla Vergine del Rosario, la quale ebbe grande incremento dopo la battaglia di Lepanto nel 1571 ed anche l’Assunta ebbe una notevole fortuna iconografica.

Secondo San Carlo Borromeo niente doveva essere in discordia con le Sacre Scritture o con la tradizione della Chiesa.[10]

Federico cerca di imitare in tutto il governo pastorale del cugino Carlo e dopo la canonizzazione di quest’ultimo, nel 1610, l’imitazione è elevata a devozione, a preghiera d’intercessione, ne è testimonianza l’imponente statua del cugino fatta erigere da Federico ad Arona, su modello del Colosso di Rodi e disegnata dal Cerano.[11]

Tra le numerose opere da lui scritte, alcune ci mostrano un universo in cui si svolgono fenomeni soprannaturali, attraverso le presenze angeliche, le unioni mistiche e gli inganni dei demoni: una cosmogonia animata dal soprannaturale in contrasto con la visione aristotelica-razionalista, che portò Federico a prendere posizioni nei casi di stregoneria e di monache visionarie, visione ben diversa da quella del suo vecchio padre spirituale San Filippo Neri, il quale era molto diffidente su tali argomenti.[12]

L’interesse per l’arte fu sempre vivo nel Borromeo, infatti non si fermò alla donazione della sua raccolta, ma, due anni dopo, nel 1620, fondò l’Accademia di pittura, scultura e architettura, nella quale convocò i migliori artisti milanesi presieduti da Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, e dai maestri Giovan Andrea Biffi (scultura), Carlo Buzzi e Fabio Mangone (architettura). Questa istituzione fu concepita da Federico non tanto in funzione della Pinacoteca, quanto come scuola per i giovani artisti. Compose un trattato: “De pictura sacra” e un inventario delle opere donate alla Pinacoteca intitolato “Musaeum Biblithecae Ambrosianae”.

La carestia del 1628-1629 e la peste del 1630 sono avvenimenti troppo noti anche per le polemiche suscitate dal comportamento del Cardinale: esaltato da alcuni, criticato da altri, ma da quanto risulta dalla documentazione sappiamo che donò con grande generosità gran parte delle rendite ecclesiastiche e le somme di denaro destinate in precedenza al mecenatismo. Durante l’epidemia della peste organizzò forme di assistenza spirituale e materiale ai malati, avvalendosi dell’aiuto sia del clero secolare che regolare e della continua presenza personale nelle zone più colpite della città e nel lazzaretto, condividendo prima, con la classe dirigente milanese, le incertezze sulla contagiosità della malattia, poi la credulità nei cosiddetti untori, anche se con riserva come scrive nel trattato “De pestilentia”. La peste fu vista dal Borromeo come un flagello di Dio, come un castigo per i peccati e la corruzione del mondo.[13]

Federico Borromeo morì dopo una breve malattia il 21 settembre 1631, mentre era intento alla ricostruzione della vita ecclesiastica di Milano: il morbo aveva ucciso due terzi del clero secolare della città. Come scriverà il suo biografo Rivola, Federico muore tenendo nella mano destra il Crocefisso e nella sinistra la penna, come simboli della sua instancabile attività di religioso e di uomo di cultura. Venne sepolto in Duomo, presso l’altare della Madonna dell’Albero.[14]

Tra i numerosi scritti di Federico, molto importanti ai fini di questo lavoro sono il “De Pictura sacra” e il “Musaeum” pubblicati rispettivamente nel 1624 e nel 1625, quindi quando il Borromeo scrive questi testi, le opere non gli appartengono più da alcuni anni, infatti la donazione alla Pinacoteca Ambrosiana risale al 1618.

Nell’introduzione dell’opera “De Pictura Sacra”, pubblicata nel 1624, troviamo un preambolo di Federico alle “Leges Observandae in Academia”: <<Nell’istituire la Scuola o Accademia di pittura, scultura e architettura non ci mosse alcun motivo umano, ma fu intenzione dell’animo nostro di preparare gli artisti ai lavori del divin culto e di rendere alquanto migliori in questo campo quelle arti. E’ infatti abbastanza noto che molti pittori, scultori e architetti, poiché non hanno fatto strada o nei precetti o nella pietà che dovrebbero apportare nella produzione di tali opere sacre, spesso mancano gravemente e dipingono i divini misteri e i fatti umani, o progettano i templi sacri e le abitazioni degli uomini senz’alcuna distinzione del sacro e del profano, ed hanno più riguardo alle comuni regole dell’arte che alla pietà e alla santità dei luoghi, dei tempi e delle cose stesse. Per la qual cosa noi vogliamo che sia regola della nostra Accademia che, oltre all’arte della pittura e della scultura, vi sia qualche docente che insegni i doveri delle virtù cristiane e che, all’udire di frequente simili ragionamenti, gli artisti siano formati anche alla pietà e religione. Converrà che essi conoscano bene i misteri della nostra sacrosanta Fede, la cui conoscenza invero contribuisce non poco alla perfezione delle arti. Poiché, come sarebbe assurdo pubblicare libri infarciti di errori e che tendessero a corrompere i costumi, e converrebbe anzi distruggere libri di tal genere; così nella composizione di immagini e di edifici bisogna badare che nulla rimanga di cui gli animi dei mortali siano indotti al male e all’errore>>.

Nel Capitolo V il Cardinale spiega come dovrebbe essere l’immagine della Madonna: <<Bisognerebbe conservare i simboli e i misteri che si usano a raffigurare la Vergine Santissima, e la sua persona dev’essere effigiata con quanto più si possa immaginare di maestà e decoro. Badino i pittori di non fare anche in ciò qualcosa contro il decoro e la verità della storia. Alcune scritture infatti tramandarono a proposito della Vergine Deipara cose che sono tutt’altro da approvare, e sbaglierebbe chi, volendo dipingere la sua nascita, si attenesse al racconto, abbastanza diffuso, che ne fa l’opuscolo sulla Natività della Beata Vergine indirizzato a Cromazio e a Eliodoro. Anche nel dipingere la sua morte bisogna evitare la puerilità di qualche racconto, al quale non pochi vedo che prestan fede, e piuttosto conviene seguire la testimonianza di Dionigi Areopagita, il quale racconta che a quel santo decesso erano presenti, oltre gli altri, San Giacomo, cugino del Signore, San Pietro, Timoteo e lo stesso Dionigi.>>.[15] <<Alcuni furono a buon diritto incerti sul modo in cui rappresentare il mistero della concezione della Vergine. Noi pensiamo che si possa dipingere una bambina ravvolta nei suoi panni, adagiata in mezzo ad una grande luce, e attorno a quella luce Angeli maggiori e minori; la stessa personcina e gli Angeli vorremmo alquanto velati e fra i celestiali splendori apparire le tre divine Persone, esse pure leggermente adombrate. Soltanto a questo modo riteniamo che si possa ritrarre questo sublime mistero, che non cade sotto gli occhi degli uomini né rientra nell’arte dei pittori, ma viene intravisto sotto le allusioni degli scrittori e grazie all’intelligenza degli osservatori>>.

<<Non si deve poi rappresentare la Deipara svenuta ai piedi della croce, perché ciò è contrario alla storia e all’autorità dei Padri […] i quali tutti esaltavano la fortezza della Santissima Vergine, che dicono essere stata ammirabile specialmente durante la passione del Figlio>>.

<<Che l’immagine della Santissima Vergine somigliasse a quella di Divin Volto è pure confermato da Niceforo, e perciò i pittori devono sforzarsi di avvicinarsi il più possibile a quel modello […] E perché i pittori con più esattezza ritraggano al naturale l’immagine della Beata Vergine, proporrò l’esemplare che lo stesso Niceforo ci ha lasciato: “I costumi, le forme e la misura della sua persona, come dice Epifanio, erano i seguenti. In ogni cosa appariva onesta e grave, parlava poco e solo il necessario, attenta ad ascoltare, affabile assai, prestava a tutti l’onore e la venerazione conveniente, era di giusta statura benché vi sia chi dica essere stata alquanto più alta della media. Con tutti gli uomini teneva una dignitosa libertà di parola, senza riso, senza eccitazione e soprattutto senza ira. Per colorito, tendeva a quello del frumento, capigliatura bionda, occhi penetranti con le pupille chiare e quasi del colore dell’oliva. Le sopracciglia incurvate e di un bel nero, il naso un po’ lungo, le labbra tonde e soffuse della soavità delle parole; la faccia non rotonda né angolosa ma alquanto allungata, come piuttosto lunghe erano mani e dita. Era infine schiva di ogni fasto, semplice dal volto aperto, senz’alcuna mollezza ma di umiltà eccelsa, contenta delle vesti di color naturale e dalle sue stesse mani preparate, come si vede ancor oggi nel santo velo del suo capo. Per dirlo in una parola, tutto in lei mostrava una grazia celestiale>>. Nel VI capitolo, intitolato “Del nudo”, Federico sostiene: <<… appare ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante nell’atto di poppare così da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine, mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e modestia>>.

Il “Musaem” non ebbe grande successo né alla sua pubblicazione né nelle riedizioni successive, anche se è di grande interesse per capire i gusti e le capacità critiche di Federico. L’idea di scrivere questo testo gli deriva da un suggerimento di alcune persone appartenenti al suo seguito e appassionate d’arte, le quali, osservando dei quadri e delle statue che il Cardinale aveva fatto sistemare in un’ala della Biblioteca, lo esortano a scrivere un testo in cui descrivere accuratamente tutte le opere raccolte in tale sede: è lo stesso Borromeo che racconta questo aneddoto all’inizio del “Musaeum”.[16]  (p. 3) Lo scopo didattico dell’opera è icastico (indiscutibile): è ideata ad utilità degli allievi dell’Accademia, in un passo del testo, parlando di alcune riproduzioni fatte eseguire da Antonio Mariani, copiandole da originali di Raffaello troviamo: <<Se gli allievi vorranno imitarli con cura, sarà esattamente come se avessero davanti agli occhi le opere dello stesso Raffaello. Se però nello studio e specificatamente in questa imitazione saranno troppo pigri, attribuiscano a sé stessi tale colpa>>.[17]

La prima opera in cui troviamo raffigurata la Madonna si trova nella Sala 1, in cui sono esposti una parte dei dipinti facenti parte della Collezione del Cardinale Federico Borromeo.

Scheda n. 1

Bernardino Luini

Dumenza?, 1480 circa – Milano 1532

SANTA FAMIGLIA CON SANT’ANNA E SAN GIOVANNI

Inv. 92 (Sala 1)

Tempera e olio su tavola; 118 x 92 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

 

Federico descrive così questo dipinto nell’Atto di donazione del 1618: <<Una Madonna con Sant’Anna, Nostro Signore e San Giovanni piccoli con San Giosefo di mano di Bernardino Luino, alta due braccia, e larga un’e mezzo, con cornice dorata, quadro principale>>.[18] Dipinta probabilmente intorno al 1530, era tra le preferite del Cardinale, e lui stesso indicava come modello per questa tavola il cartone di Leonardo attualmente conservato alla National Gallery di Londra, a cui Luini aggiunse San Giuseppe alla sinistra della Madonna.

Bernardino Luini (Bernardino de Scapis), figlio di Giovanni Donato, nacque a Dumenza (Varese), nel 1480-82 circa, ma non sappiamo se fosse figlio della prima o della seconda moglie del padre. Forse è nel 1500 che il pittore andò a Milano, in quanto è menzionato per la prima volta come figlio ed erede di Giovanni in un documento del 1501, sempre nello stesso anno compare in un contesto di pittori lombardi come teste ad un atto e risulta residente a Milano nella parrocchia di San Carpofaro, presso Porta Cumana. Non è chiara la sua formazione artistica, ma si presume che sia avvenuta presso artisti varesini, poiché quando arriva a Milano aveva quasi venti anni, è probabile anche che sia continuata con maestri operanti in questa città. Intorno al secondo decennio del XVI secolo, sposò Margherita de Lomatio, dalla quale ebbe quattro figli, di cui due pittori. Sembra che il Luini abbia compiuto un ipotetico viaggio a Roma per studiare la “maniera moderna”; il Vasari lo descrive come un pittore molto delicato, che <<valse ancora nel fare ad olio così bene come a fresco e fu persona molto cortese e servente de l’arte sua, per il che giustamente se li convengono quelle lodi che merita qualunche artefice che, con l’ornamento della cortesia, fa così risplendere l’opere della sua vita come quelle della arte>>.[19] Forse fu proprio questo giudizio che dette origine alla definizione “Il Raffaello di Lombardia”, come venne chiamato in seguito. Tra il 1504 e il 1507 pare che l’artista abbia trascorso questo periodo a Treviso, dove ebbe legami con scultori lombardi operanti in questa città, assimilando influenze locali. Nel 1509 circa Luini torna a Milano e si mette in contatto con i nuovi maestri “moderni”: Zenale, Bramantino e con la committenza aristocratica milanese, alcune opere di questo periodo appaiono fortemente influenzate dal Bramantino, la cui fama si era consolidata con l’assenza di Leonardo dalla città. A partire da questi anni si susseguirono le commissioni al Luini da parte dei monasteri: è un periodo molto fecondo ed una agiatezza ormai acquisita, che segnerà il culmine della sua maturità artistica. Bernardino, nella sua amplissima produzione, si misurò anche nella pittura di devozione privata, come attesta il cospicuo numero di opere di piccolo formato presenti nelle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo ed anche se i modelli rimangono di derivazione leonardesca, seppe però trasformare l’ineguagliabile stile di Leonardo in immagini di vera umanità. La morte dovette avvenire prima del mese di luglio del 1532, come si può evincere da un documento in cui viene dato il saldo di lire 100 al figlio per gli affreschi eseguiti dal Luini a Lugano.[20]

L’opera, registrata per la prima volta nel Codicillo del 15 settembre 1607 ad aggiunta del testamento stilato da Federico nel 1599, fa ipotizzare che sia entrata in possesso del Cardinale nell’arco di tempo che intercorre tra le due date.[21] Copia su tavola di un cartone leonardesco, che divenne una delle preferite del Cardinale e che fece collocare in posizione dominante nella collezione ambrosiana. Luini varia, ache se di poco, le misure del cartone di Leonardo (da 141,5 x 104 a 118 x 192), perdendo però la stupenda torsione di Maria sulle ginocchia di Sant’Anna e il gioco dei piedi nudi di entrambe su un piano di pietre che richiama la “Vergine delle rocce” di Leonardo. Inserisce la figura di San Giuseppe calvo, con barba e bastone; Sant’Anna, Maria e Gesù procedono uno dall’altro, raffiguranti tre generazioni sovrapposte, che ripropongono uno schema iconografico femminile usato nelle Trinità medievali, in cui lo svolgersi teologico va dal Padre al Figlio per mezzo dello Spirito, che viene richiamato dall’indice di Sant’Anna puntato verso il cielo e da quella mano si diffonde una luce, grazie alle tecniche leonardesche dello sfumato apprese dal Luini, che si riflette sui volti dei personaggi, diventando in tal modo il centro  dove gli sguardi si incrociano. Maria e Anna costituiscono un tutt’uno, da cui Gesù si protende benedicendo Giovanni, che con la sua veste corta, rispetto alle nudità di Gesù, indica un’età maggiore e l’inizio della sua missione; dietro Giovanni, appoggiato al bastone vediamo Giuseppe, testimone silenzioso, il quale protegge e custodisce la Sacra Famiglia.[22] Nel “De pictura sacra” Federico sostiene che lo scopo principale delle opere a soggetto religioso sia quello di suscitare devozione e questo capolavoro è particolarmente conforme agli ideali iconografici ed estetici del Borromeo.

Negli ultimi anni, il dipinto è stato oggetto di opinioni divergenti sull’attribuzione della paternità, ma nulla toglie alla bellezza armoniosa e alla classica composizione dei personaggi emergenti dal buio del fondo.

 

Scheda n.2

Tiziano (Tiziano Vecellio)

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

ADORAZIONE DEI MAGI

Inv. 202 (Sala1)

Olio su tela; 120 x 223 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1559-1560

 

Della vita di Tiziano sappiamo quasi tutto: la sola data importante non nota è quella di nascita, che si può comunque fissare tra il 1488 e il 1490 a Pieve di Cadore; si dice che l’artista, inorgoglito del ruolo di “grande vecchio”della pittura veneta traeva in inganno i contemporanei, dichiarando un’età molto superiore a quella reale. A nove anni lascia Pieve di Cadore per Venezia e, durante il primo decennio del Cinquecento, in un momento di cambiamenti fondamentali per l’arte veneta, Tiziano compie le tappe di un apprendistato completo e progressivo: all’inizio presso Sebastiano Zuccato, mosaicista, da cui apprese il senso del colore come materia; poi con Gentile Bellini, dove acquisisce una certa attitudine al ritratto e la capacità di pensare in grande; infine presso Giovanni Bellini, fratello di Gentile, dove completa la sua formazione accogliendo il concetto del “tonalismo”, consistente nell’abbandono progressivo del disegno per stendere direttamente i colori sul quadro, per ottenere effetti di luce naturale sui paesaggi e nelle figure, questa nuova tecnica iniziata con il Bellini, fu sviluppata da Giorgione e dallo stesso Tiziano. Nel 1508 inizia la collaborazione con il Giorgione, immedesimandosi nel suo mondo poetico e impadronendosi della tecnica del ritratto gigionesco, con figure a mezzo busto, dipinte con pazienti e minute pennellate, che rendono dettagliati i lineamenti e l’abbigliamento. Giorgione muore di peste nel 1510, Tiziano ha così l’opportunità di diventare il punto di riferimento dell’arte veneziana e nel 1513 riceve il primo incarico ufficiale per Palazzo Ducale, lavora per privati, patrizi veneziani e mercanti nordici, dichiarando trionfalmente l’uso caldo e vibrante del tonalismo: Tiziano si può considerare ormai l’artista più importante di Venezia e quando, nel 1516, muore Giovanni Bellini, prende il suo posto come pittore ufficiale della Repubblica veneta. Dal 1518 al 1521Vecellio si occupa della decorazione del “camerino” di Alfonso d’Este, duca di Ferrara, il quale è il primo signore non veneziano a commissionargli importanti lavori: la sua poliedricità gli permette di reinventare soggetti pagani rivelando un gusto classico carico di sensualità, l’artista deve barcamenarsi tra le corti di Ferrara e Mantova, poiché Federico II Gonzaga lo vuole alla sua corte seducendolo con allettanti prospettive economiche, inviti e doni. Nel 1528 Tiziano entra in contatto con Michelangelo e con l’Imperatore Carlo V, divenendo in breve il pittore preferiti del sovrano e per oltre quarant’anni Vecellio terrà un ottimo rapporto con la corte spagnola, inviando a Madrid molte opere. Ormai Tiziano è molto famoso, è il pittore della natura, in grado di far vivere ogni suo soggetto: è in questo periodo che arrivano a Venezia alcuni artisti “manieristi”, i quali concepiscono l’opera d’arte in modo molto diverso da quelli veneziani, Tiziano cerca di trovare un’intesa tra  la propria percettibilità per il colore e lo studio grafico dei manieristi, basato sull’imitazione dell’antico e sul rapporto con Michelangelo e Raffaello, questi esperienze manieristiche sono rivolte soprattutto ai grandi dipinti a soggetto religioso, invece nei ritratti non solo conserva la sua peculiarità, ma operai primi tentativi di una particolare stesura del colore che diverrà la sua nuova particolarità. Tra il 1545 e il 1546 Tiziano sarà ospite presso papa Paolo III Farnese ed entrerà in contatto con i capolavori dell’antichità classica e del Rinascimento romano, confrontando il proprio stile con quello di Michelangelo. Durante gli anni Sessanta, il Maestro affida sempre più spesso alla sua bottega l’esecuzione delle riproduzioni di originali celeberrimi, oggetto di grande richiesta dei mercanti d’arte e collezionisti, mentre lui si dedica ai propri interessi commerciali, tornando spesso nel Cadore. I dipinti di questi anni ci mostrano una stesura più densa, pastosa, ricca: i colori non evidenziano più le luminose trasparenze delle opere giovanili, con soggetti che spesso trasmettono un angoscioso pathos. Fino alla fine Tiziano creò capolavori su capolavori, tanto da non poter distinguere l’apice della sua attività, perché essa è tutta una serie di culmini. La peste uccide Tiziano il 27 agosto 1576, il figlio Pomponio dilapiderà l’ingente patrimonio del pittore più ricco della storia in soli cinque anni.[23]

Secondo quanto lasciano intuire le iniziali presenti in ogni angolo (H di Henri intrecciata con la D di Diane) della cornice originale del dipinto, intagliata dal famoso intagliatore Flaminio Boulenger, il quadro fu commissionato dal Cardinale Ippolito d’Este per donarlo a Enrico II re di Francia e a Diana Poitiers, sua amante, ma sia per i ritardi nella consegna da parte di Tiziano sia per l’improvvisa morte del re di Francia (1559), l’opera non andò mai in Francia e fu destinata da Ippolito alla cappella del palazzo di Monte Giordano a Roma. Morto il cardinale Ippolito nel 1572, il dipinto fu acquistato da San Carlo Borromeo e poi lasciato in eredità all’Ospedale Maggiore di Milano. Intorno al 1588 fu comprato da Federico Borromeo, il quale nel suo “Musaeum” definì il dipinto in ragione de <<…la moltitudine delle cose che contiene […] una scuola per i pittori, perché ne possono trarre, come dal corno di Amaltea, molti insegnamenti>>.[24]  Nel Codicillo del 15 settembre 1607 il dipinto è posto come primo dell’elenco dei quadri donati dal Cardinale all’Ambrosiana: “Un quadro di lunghezza di tré braccia et mezzo et due di altezza con cornicioni dorati di mano di Tiziano, dentro vi l’Adorazione dei Magi con dodici figure humane in circa et intorno a quattrro cavalli”.[25] In realtà le figure umane sono quindici, senza contare il corteo sullo sfondo, che segue la via indicata dalla stella e i cavalli sono sei. La composizione dell’opera è divisa in due parti dal sostegno della capanna e caratterizzata dallo sviluppo orizzontale, all’interno l’epifania, con la Madonna che porge il Bambino ai Magi e questi, in adorazione, offrono al Salvatore oro, incenso e mirra; sullo sfondo di un paesaggio collinare. Sotto la luce rosata del cielo i Magi giungono dall’Oriente per adorare il Messia “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo, Mt. 2,2”. Da destra un gruppo di figure si avvicina lentamente verso la scena principale, ambientata sotto un’umile capanna, dove possiamo vedere la Madonna vestita di rosso con un bellissimo manto azzurro cupo sopra una base di legno, la quale mostra ai Magi il Bambino Gesù completamente nudo, di fianco, all’estremo margine sinistro, si trova Giuseppe assorto in meditazione. Ai piedi della capanna vediamo un cagnolino con la zampa posteriore sollevata, emerso dopo un restauro, coperto in passato perché ritenuto scandaloso da un austero cortigiano del Cardinale Ippolito. Il cavallo che sfrega il muso sulla zampa, che secondo l’opinione di Federico “caccia via una mosca che ivi lo punge”, sembra replicare, con il suo inchino, il gesto di umiltà del suo padrone davanti al Salvatore.[26] Questo capolavoro ci mostra la tecnica corsiva tipica dello stile maturo di Tiziano, di cui la critica sembra avere individuato una replica del dipinto dell’Escorial: altre due versioni autografe si trovano nel Museo del Prado di Madrid e nel Museum of Art di Cleveland. L’episodio dei Magi fu fonte d’ispirazione per molti artisti rinascimentali, ma l’opera di Tiziano, con la ricchezza dei particolari e lo splendore dei colori, ci fa condividere ed “entrare” nella scena narrata nell’Evangelo.[27]

Scheda n. 3

Tiziano (Tiziano Vecellio)

Pieve di Cadore, 1489/1490 – Venezia, 1576

LA MADDALENA

Inv. 208 (Sala1)

Olio su tela; 96 x 74 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1540 c.

 

Per una sommaria biografia di Tiziano si veda la scheda n. 2.

La tela non rappresenta la figura della Madonna, come farebbe supporre il titolo del presente lavoro, ma rappresenta Santa Maria Maddalena, personaggio molto caro a Federico Borromeo, il quale lodava Tiziano per aver saputo conservare l’onestà del soggetto nonostante la nudità rappresentata. La santa è raffigura come l’immagine di vero amore verso Cristo e di sincera penitenza, infatti possiamo notare in questo dipinto i tre elementi caratteristici che una rappresentazione classica della Maddalena doveva contenere: estetico, penitenziale ed estatico; il primo rappresentato dalla bellezza femminile, il secondo dall’austerità dello scenario, il terzo è reso dal volto rapito nell’estasi della penitente.

L’arte, per Federico Borromeo, doveva comunicare non solo pensieri, ma anche intense emozioni e la “Maddalena” di Tiziano doveva commuovere, rallegrare e confortare chi la guardava quanto la “Madonna della ghirlanda” di Brueghel e di Rubens, anche se nel “De Pictura sacra”non ammette nessun tipo di nudità: <<Un requisito necessario del Bello, di cui sopra parlammo, è l’evitare ogni nudo che non sia strettamente richiesto dalla verità del mistero o che possa offendere la delicatezza d’animo e scemare la devozione degli osservatori. E da parte mia non ho mai potuto capacitarmi dell’artificio pittorico di rappresentare uomini o anche donne nude, dal momento che né gli uni né le altre vediamo girare in tal costume per le vie e per le piazze, e se anche qualcuno ciò vedesse , gli riuscirebbe certo sgradevole e ributtante. E non è poi cosa nuova il rivestire e velare le nudità, poiché già l’antica pittura dei Romani usava questa pratica, disdegnando il malvezzo dei Greci, che si compiacevano di figure ignude.[…] Quindi appare ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante nell’atto di poppare così da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine, mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e modestia>>.[28] L’opera era già in possesso del Cardinale Federico dal 1607, comprata da una vedova che chiedeva trecento scudi, ma il Cardinale volle pagare settecento scudi, valutando tale cifra giusta per un dipinto di Tiziano. In epoche successive gli esperti classificarono la tela sotto la dicitura “Bottega di Tiziano” e ritenuta replica del dipinto autografo conservato presso la Galleria Palatina di Firenze, fino a quando da un restauro e ripulitura dell’opera (2008) è ricomparsa la scritta in stampatello  “Titianus fecit” accanto al piccolo vaso d’alabastro contenente l’unguento con cui Maddalena, unse Gesù prima della morte, vaso reso invisibile dalla patina del tempo, che con la sua mancanza aveva fatto dubitare gli studiosi sull’autenticità dell’opera. La conferma dell’autenticità del dipinto è data anche dalla scoperta di un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana del 1685 (redatto dal sacerdote Biagio Guenzati, dottore dell’Ambrosiana), in cui viene riferito l’episodio dell’acquisto della Maddalena “di mano di Tiziano”.

Scheda n.4

Pitati Bonifacio de’, detto Bonifacio Veronese

Verona 1487 circa – Venezia 1553

SACRA FAMIGLIA CON SAN GIOVANNINO, TOBIOLO E L’ARCANGELO RAFFAELE

Inv. 205 (Sala 1)

Olio su tela; 152 x 116 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1525 c.

 

Bonifacio de’ Pitati, detto Bonifacio Veronese nacque a Verona nel 1487 circa, il padre era “armiger”, ossia uomo d’armi di rango non elevato. Le scarse notizie rendono difficoltose l’individuazione della data, le circostanze del trasferimento della famiglia a Venezia e il percorso formativo del pittore. Sembra che Bonifacio abbia trascorso un periodo di apprendistato nella bottega di Jacopo Palma il Vecchio, divenendo, in seguito, suo collaboratore. A partire dal 1520 circa comincia la produzione di quadri di devozione privata, con evidenti caratteri autonomi, anche se l’ascendente palmesco è sempre presente. Le opere sono caratterizzate da paesaggi d’ispirazione nordica, contrapponendo alla negatività del mondo la positività del “locus amoenus” popolato da presenze divine. Nel 1528 muore Palma il Vecchio e con lui scompare una delle più importanti botteghe di Venezia, Bonifacio completò alcune opere del maestro rimaste incompiute, questa fu una buona occasione per Pitati, il quale ebbe l’opportunità di avere nuove committenze, infatti venne scelto per il completamento del palazzo dei Camerlenghi eretto sulle rovine dell’incendio del 1514, il palazzo era stato voluto dal doge Gritti per accogliere tutte le magistrature finanziarie della Repubblica. Al tempo era pittore ufficiale della Serenissima Tiziano ed è probabile che la scelta sia caduta su Bonifacio per la sua affidabilità professionale, per la lunga esperienza presso Palma il Vecchio ed anche per i suoi compensi decisamente contenuti. E’ questo il periodo in cui l’artista consolidò la propria posizione nella corporazione (fraglia) dei pittori: il suo nome compare nelle liste dei maestri d’arte nel 1530, l’anno successivo, con nomina della corporazione, compare con Tiziano e Lorenzo Lotto nel gruppo dei “dodici aggiunti”per la gestione di un lascito del pittore Vincenzo Catena. Nel 1531, Lotto stabilisce, per testamento, che le opere incompiute fossero portate a termine dal Pitati, risale a questi anni un chiaro avvicinamento a temi tipicamente lotteschi. Nel giro di pochi anni raggiunse una buona posizione economica che seppe amministrare con molta oculatezza; riuscì ad ottenere alcune importanti commissioni ecclesiastiche, integrati con la produzione di dipinti di destinazione privata. Dopo il 1548 la sua attività ebbe un drastico ridimensionamento; morì a Venezia nel 1553.[29]

La Santa Famiglia con San Giovanni, Tobia e l’arcangelo Raffaele fu dipinta tra il 1525 e il 1527, quando entrò a far parte della collezione, l’opera fu attribuita a Tiziano, poi a Giorgione, attualmente è attribuita a Bonifacio Veronese. La Madonna, con uno sguardo molto tenero, porge a San Giuseppe un frutto per ristorarlo, mentre lui regge in braccio il Bambino, accarezzandogli amorevolmente un piedino. Davanti alla Madonna possiamo vedere San Giovanni, Precursore del Messia, vestito con la pelle di cammello, che lascia scoperta gran parte del piccolo corpo, nella mano sinistra tiene la croce di canne e nella destra il cartiglio con la scritta: “Ecce Agnus Dei”, A destra del quadro troviamo l’Arcangelo Raffaele e Tobia, quest’ultimo, seguito dal suo cane, regge con la mano un pesce, da cui, secondo quanto narrato nel Libro di Tobia, estrasse il fiele per curare suo padre dalla cecità. Sullo sfondo possiamo vedere un paesaggio agreste, nella cui vegetazione spicca un albero di fico, che occasionalmente può apparire in alternativa del melo come albero della conoscenza. Sul lato sinistro, sempre sullo sfondo, si può vedere una città edificata sulla cima di una collina, su quello destro un paesaggio declinante verso il mare. Il dipinto non solo è considerato tra i più grandi capolavori del pittore, ma anche di tutta la pittura veneziana post giorgionesca.

Scheda n.5

Tiziano (Tiziano Vecellio) copia da

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNI E SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA

Inv. 801 (Sala 4)

Olio su tela; 70 x 105 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: metà secolo XVI

 

Per una sommaria biografia di Tiziano si veda la scheda n. 2.

Questo dipinto venne attribuito dal Cardinale Federico a Tiziano, ma, in seguito, i critici lo hanno giudicato opera del fratello, Francesco Vecellio, seguace e stretto collaboratore del più famoso dei Vecellio, o, in modo più generico, alla scuola del grande Tiziano.

La scena che si presenta è molto equilibrata: la Madonna, avvolta in un manto che le copre anche la testa, tiene in braccio il Bambino nudo nell’atto di dare una croce a Santa Caterina d’Alessandria, che indossa una veste molto sontuosa. La Santa è una martire del IV secolo, ma qualche critico ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi di Sant’Elena, madre di Costantino imperatore, anche se il cardinale Borromeo parla della Santa suddetta. Nell’angolo inferiore sinistro possiamo vedere il piccolo San Giovanni, il quale porta sul braccio destro il cartiglio, sul cui leggiamo, in caratteri gotici, le parole “Ecce Agnus”, ossia l’inizio della frase con la quale San Giovanni rivelò l’identità di Gesù. Gli artisti rinascimentali danno grande importanza al tema dell’infanzia di Cristo, poiché. anche da fanciullo, Gesù è consapevole della propria missione salvifica, che gli artisti non mancano di rappresentare simbolicamente. Sullo sfondo a destra domina la raffigurazione del Colosseo.

Scheda n. 6

Jacopo Bassano (Jacopo da Ponte)

Bassano del Grappa, 1510 circa – Vicenza, 1592

RIPOSO DURANTE LA FUGA IN EGITTO

Inv. 207 (Sala 4)

Olio su tela; 118 x 158 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1547 circa

 

Jacopo dal Ponte, detto Bassano nacque nel 1510 circa da Francesco il Vecchio e da Lucia Pizzardini a Bassano del Grappa. Inizialmente fu addestrato dal padre, modesto pittore provinciale, nella sua bottega, in seguito si trasferì a Venezia, dove passò un periodo come socio nella bottega di Bonifazio de’ Pitati. Tornato in patria riprese il lavoro nella bottega del padre e dei fratelli, dove assunse, progressivamente, un ruolo di primo piano non disdegnando, tuttavia, di eseguire decorazioni per feste, pitture per mobili e armature, ceri pasquali, stendardi processionali ed anche disegni per figure di marzapane, attività che i fratelli continuarono dopo la morte del padre, pur dipingendo anche quadri, alcuni dei quali firmati col nome di Jacopo. La scarsa documentazione non permette di conoscere possibili viaggi del Bassano, il quale ampliò il suo repertorio formale e di soggetti tramite una vasta raccolta di stampe, dalla quale prendeva spunti per figure singole, scenari e numerosi dettagli che componeva e ricomponeva fino ad una completa personalizzazione: i grandi pittori del suo tempo (Tiziano, Durer, Cransich, Girolamo da Carpi, Parmigianino) erano una fonte non usuale per un pittore artigiano di provincia e questa vastità di materiale giocò un ruolo molto importante nella sua autoeducazione e nella ricerca di vie personali di espressione. Nel 1541 Bassano fu esentato da tutte le tasse in considerazione dell’eccellenza della sua arte. Jacopo Bassano fu manierista? E’ indubbio che a Venezia vide queste novità e nel periodo che va dal 1538 al 1545 le sue opere non ne sono indenni, ma il suo approccio fu sempre fortemente individuale, molto personale e sempre condizionato dal naturalismo di ciò che lo circondava. Al tempo, Jacopo era quasi sconosciuto a Venezia e forse il suo isolamento e la sua sensibilità pittorica lo trattennero dal seguire la corrente, che abbandonò gradatamente dopo il 1545. I conflitti tra cattolici e protestanti durante la Riforma, turbarono molto Jacopo, il quale sembra, ma non è provato, accettasse idee protestanti, tanto che fu costretto ad abbandonare Bassano e rifugiarsi ad Enego nei Sette Comuni, certamente fu tormentato da sentimenti contrastanti consistenti alcuni nel sostenere i principi della Controriforma, altri nel considerare il testo biblico come unica fonte autorevole per raffigurare temi religiosi, tutto ciò fu all’origine del suo naturalismo immediato e antiretorico. Bassano raggiunge il culmine della sua fama quando, intorno alla metà del secolo, le commissioni da parte dei laici e degli ecclesiastici aumentarono al punto che nella bottega di famiglia ebbero bisogno di aiuti.[30]

Chiaramente in contatto con le correnti artistiche veneziane (Tintoretto, Schiavone e soprattutto Tiziano), che ispirarono all’artista il tono crepuscolare, l’illuminazione aspra, la pennellata sciolta e virtuosistica di questo periodo.

Jacopo sposò Elisabetta Mezzari: dal matrimonio nacquero diversi figli, tra cui Francesco il Giovane, il quale collaborò molto con il padre e nel 1576 circa padre e figlio fissarono un modello prestabilito di pitture “di genere” a soggetto biblico, dipingendo tele di formato medio ( circa 90×123 cm.) con entrambe le firme, destinate al grande mercato attraverso la produzione di repliche dello studio, tali opere furono riprodotte dai figli e da altri pittori fino al XVII secolo inoltrato e di alcuni soggetti furono fatte più di cinquanta versioni per ciascuno, la prima e più fortunata serie fu quella con le “Stagioni” (Vienna, Kunshistorisches Museum). Questa collaborazione continuò anche quando Francesco si trasferì a Venezia, aprendo in questa città una specie di filiale della bottega, Jacopo aiutava il figlio prediletto con consigli e con bozzetti per importanti commissioni. Già ottantenne ottenne la commissione che aveva sempre aspettato: “L’Adorazione dei pastori” per San Giorgio Maggiore. Nel suo testamento, redatto nel 1592, assegnò parte dei beni a due figli, meno dotati come pittori, e una parte al figlio Leandro, suo collaboratore dopo il trasferimento a Venezia di Francesco e che aveva raggiunto il successo nella stessa città; non menziona Francesco, il quale, oppresso da demenza paranoica, si era ferito mortalmente gettandosi da una finestra del suo studio. Jacopo Bassano morì il 13 febbraio 1592, tre giorni dopo la dettatura del testamento.[31]

La tela fu acquistata a Venezia nel 1612 dall’arciprete del Duomo di Milano Alessandro Mazenta Rusca, che lo acquistò nel novembre 1612 sul mercato antiquario veneziano, insieme ad altre due opere e lo donò al Cardinale Federico. Lontano dal mondo visionario e dalle improvvise sciabolate di luce del Tintoretto, Jacopo rende vivo con un raffinato linguaggio paesano la monumentalità statica di esempi precedenti, che sono alla base della costruzione ancorata a una forte solidità formale (strettamente piramidali nelle figure centrali). La visione trasmette un senso di dolcezza e serenità verso gli uomini e il creato, alla cui base sta il fatto evangelico.

Bassano dà all’opera un moderato movimento a vortice intorno al gruppo centrale di Maria col Bambino, che avvia l’avvolgimento di tutte le figure: sulla sinistra, San Giuseppe e il pastore costituiscono una specie di piramide a base allargata e le altre due figure contribuiscono nell’accerchiamento del gruppo. Gli interstizi del quadro sono riempiti da particolari bucolici: pecore, cani, rendendo l’opera colma, ma quello che più colpisce è l’uso della luce che è come rugiada che rinfresca, dando al dipinto un aspetto serico e rorido. Complessivamente la scena è animata da un grande dinamismo: la cestina con le fasce è di un realismo apodittico, come anche le due figure che sembrano trattenere l’asino e il pastore in ginocchio sulla sinistra. Dinamica è pure la triangolazione che Bassano crea tra gli sguardi della Madonna che guarda Giuseppe, il quale contempla il Bambino che gioca con il velo mosso dal vento della Madre. Quello che distingue il Bassano dalla rappresentazione manieristica è proprio questo movimento compositivo che si realizza in una consistenza plastica e non solo in atteggiamenti: il senso della realtà lo tiene legato all’immagine senza  farla sfumare nella mera finzione, il realismo di Jacopo è basato sull’esperienza concreta del vivere e si esprime attraverso un pacato naturalismo che rifugge da ogni retorica. Il dipinto risulta perfettamente equilibrato, di elevato dinamismo e impatto visivo.

Scheda n.7

Tiziano (Tiziano Vecellio) copia da

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNI BATTISTA E SANTA CECILIA

Inv. 200 (Sala 4)

Olio su tela; 72 x 105 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: metà secolo XVI (1540-1560)

 

Per una breve biografia di Tiziano Vecellio si veda la scheda n. 2.

Questo dipinto è così descritto da Federico Borromeo nel Codicillo del 1607: “Un altro quadro parimente di Titiano, dentro vi quattro figure dal mezzo in su cioè una Nostra donna col bambino nudo in grembo, un San Giovanni Battista et una Santa Cecilia con cornici nere, et toccate con fili d’oro lungo un braccio e tré quarti alto un braccio et un quarto”.[32] Nell’Atto di donazione del 1618 troviamo: <<Una Beata Vergine, con Bambino nudo in grembo, San Giovanni Battista, e Santa Cecilia, parimenti di Tiziano, con cornici nere, e toccate con fogliami, e fili d’oro, lunga un braccio e tre quarti, et alto un braccio e sette oncie>>.[33] Nel “Musaeum” l’opera che può essere identificata con quella suddetta è descritta così: “Ugualmente di Tiziano è una Vergine col Bambino e Santa Caterina alla sua sinistra, in atto di fanciulla, con fattezze tenerissime espresse”.[34] Se questa descrizione si riferisce allo stesso dipinto, il Cardinale fa un errore sul nome della Santa. Quest’opera, risalente alla metà del secolo XVI, è stata eseguita da un allievo di Tiziano, anche se il Borromeo l’attribuisce a Tiziano stesso, da notare San Giovanni Battista è rappresentato anacronisticamente come adulto con la croce in mano, ma dal Vangelo sappiamo che Giovanni era nato solo sei mesi prima di Gesù. Riconoscibile dall’organo che tiene in mano è Santa Cecilia, la quale essendo patrona della musica sacra l’organo è il suo classico segno iconografico.

Scheda n.8

Agostino Carracci, ambito di

Bologna, 1567 – Parma 1602

MADONNA INCORONATA

Inv. 758 (Sala 5)

Olio su tela; 155 x 130 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1601 circa

Agostino Carracci nacque a Bologna nel 1557, il padre Antonio fu un sarto di origine cremonese, fratello maggiore di Annibale e cugino di Ludovico. Iniziò precocemente la carriera di incisore, si formò nell’ambiente tardo-manieristico bolognese, dove frequentò le botteghe di Prospero Fontana, Bartolomeo Passarotti e di Domenico Tibaldi, nel 1582, dopo essere stato per breve tempo a Roma l’anno prima, si trovava a Venezia, dove entrò in stretti rapporti con il Veronese e il Tintoretto, l’anno successivo fu a Milano, nel 1583 circa, tornò a Bologna e nel 1588-89 fu di nuovo a Venezia dove gli nacque un figlio naturale, Antonio, di cui sembra che Tintoretto fosse stato il padrino. Nel decennio tra il 1580 e il 1590, nonostante l’attività principale del Carraccio fosse quella di fare riproduzioni a incisione, eseguì molti dipinti con evidente influenza dell’arte veneziana e vasto fu il campo dei suoi interessi, che spaziarono da quelli letterari e musicali allo sviluppo della caricatura come genere, dalla matematica alla retorica e alla poesia, nell’ambito dell’incisione mise a punto una tecnica che ebbe molta influenza su quest’arte fino al XX secolo. Morì il 23 febbraio 1602 e fu sepolto nel Duomo di Parma.[35]

Il dipinto, raffigurante l’incoronazione della Vergine, è una copia di un particolare dell’affresco del catino absidale della chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma, eseguito dal Correggio e rimosso prima del crollo della chiesa del 1587, ordinato da Federico Borromeo dopo il 1601, anno in cui il Cardinale ritorna a Milano. Nell’Atto di donazione del 1618 troviamo: <<Una Madonna con le mani in croce in atto di esser coronata, dal mezzo in su più grande del naturale copiata dal Caracciolo Bolognese, da quella del Correggio, che già si vedeva in Parma in una Tribuna, alta tre braccia e larga due e mezzo, senza cornici>>.[36] Quello che Federico scrive nel “Musaeum” è ancora più dettagliato: “Fu opera del Correggio una Vergine coronata di stelle tiene gli occhi fissi al cielo e vi ascende. Ho detto “fu”, perché avendola egli dipinta su un muro di Parma, ora è quasi scomparsa e sarà fra breve perduta, se non si dirà conservata da questa nostra copia. Noi almeno teniamo nel conto dello stesso modello, dal quale lo ricavò uno dei fratelli Carracci, pittori tanto valenti”. Il Cardinale commissionò questa copia nel 1601, dopo il suo ritorno a Milano e certamente si rivolse ad Agostino, il quale, in quel periodo, era attivo alla corte dei Farnese e lo stesso Cardinale dette grande valore all’opera, considerandola non minore rispetto all’originale.[37] Sempre nel “Musaeum” Federico scrive: <<Vorrei anzitutto far presente che fin troppo instabili sono le umane cose e che in troppo breve istante si corrompono tutte e si dissolvono. Per questo sarebbe stato auspicabile, a vantaggio di tutti gli uomini, che, come ci sono giunte le trascrizioni degli antichi libri, così ci fossero potute pervenire anche le copie dei quadri celebri e che il diligente lavoro degli antenati consentisse la trasmissione di tali opere alle età successive>>.[38] Questo passo ci fa comprendere quanto fossero importanti le copie di capolavori artistici che il tempo stava distruggendo: l’esecuzione di tali repliche erano strumento fondamentale per la trasmissione ai posteri di opere dei grandi maestri.

Scheda n.9

Federico Barocci, detto il Fiori replica di

Urbino, 1535 – Urbino 1612

PRESEPE

Inv. 153 (Sala 6)

Olio su tavola; (olio su tela per Lombardia beni culturali)135,4 x 110 cm. (106 x134 per Lombardia beni culturali)

Donazione: Legato Cardinale Federico Borromeo, 1631

Datazione: post 1598

Federico Barocci, detto il Fiori, nacque ad Urbino nel 1535 discendente da famiglia di artisti, suo nonno, milanese, fu scultore e lavorò alla decorazione del Palazzo ducale di questa città, il padre fu valente incisore di gemme e abile orologiaio: da lui Federico apprese i primi rudimenti del disegno, nel 1549 fu mandato a Pesaro dallo zio Bartolomeo Genga, architetto del duca Della Rovere, dove, oltre lo studio, ebbe occasione di osservare accuratamente le opere di Tiziano ed altri artisti veneti, che facevano parte della collezione del duca Guidobaldo II. Dopo il suo ritorno ad Urbino, si trasferì a Roma, dove proseguì i suoi studi facendo copie e disegni, distinguendosi dagli altri allievi per la sua bravura. Nel 1557 tornò ad Urbino, poi fu di nuovo a Roma, dove ebbe importanti commissioni, ma dovette interrompere la sua carriera a causa di una grave malattia intestinale: correva voce che fosse stato avvelenato da colleghi invidiosi della sua bravura; i medici lo giudicarono inguaribile e gli consigliarono di tornare nella sua città, dove il clima era migliore, infatti il Barocci, ad eccezione di brevi assenze, non si allontanò più da Urbino, ciò causò l’isolamento dalla grande arte romana. Continuò il suo lavoro e nonostante la sua salute precaria riuscì ad eseguire il grande numero di commissioni che riceveva. Influenzato forse dalle prediche di Filippo Neri, il quale cerca un collegamento tra il regno spirituale e la vita della gente comune, nel 1566 il pittore entra a far parte dell’Ordine laico dei Cappuccini ed abbraccia i principi della Controriforma in materia di arte religiosa redatti durante il Concilio di Trento. Nel 1572 ebbe l’incarico di ritrarre il principe Francesco Maria II Della Rovere, per celebrarne il ritorno dalla battaglia di Lepanto: fu l’inizio di un legame professionale e personale tra il pittore e il principe che durò per il resto della loro vita. L’ultimo decennio del secolo XVI fu un periodo molto produttivo per l’artista e le sue opere si trovano nei grandi musei europei, compresa una “Natività” (1597 circa) eseguita per il duca Francesco Maria, che si trova al Prado di Madrid. Nel 1606 circa Federico Barocci fu colpito da una febbre che non lo abbandonò più, debilitando ulteriormente le sue condizioni fisiche, tuttavia continuò il suo lavoro anche se molto lentamente, si dice che non avesse mai terminato entro il tempo stabilito una commissione, ma ciò non era dovuto solo alla sua salute, ma anche ad un metodo di lavoro molto complesso che comportava numerosissimi disegni e studi preparatori, oltre ad una complicata tecnica di verniciatura. Morì ad Urbino il 30 settembre 1612. Nonostante fosse un uomo molto infelice e sofferente, le sue opere, con i colori lieti, le immagini serene, ottimistiche, non riflettono mai le sue pene fisiche o le angosce psicologiche. Il suo carattere difficile, scontroso, malinconico e irascibile gli impedì di abitare al palazzo ducale, dove stette solo per un breve periodo cedendo alle insistenze del Duca. Lo stile elegante fa del Barocci un importante esponente del Manierismo italiano e dell’Arte della Controriforma, anticipando i modi del Barocco: le sue opere sono piene di figure rappresentate in energica azione e se le figure dei manieristi hanno spesso atteggiamenti eccessivi e innaturali deformazioni, le sue figure sono sempre rispondenti alla struttura organica e la loro espressione conforme alla situazione psicologica. Contrariamente agli spazi disordinati dei manieristi, Federico preferiva una visuale pittorica limitata, che da un primo piano ristretto sale prontamente in alto, tutto ciò calcolato matematicamente e proporzionato a contenere le figure e i loro movimenti. Con la pittura di maniera Barocci condivideva anche l’arbitraria manipolazione del colore, anche se l’artista usava tutti i colori (primari, secondari e intermedi) in gradazione molto satura senza servirsi delle linee di contorno, per le ombre usava il colore complementare dell’oggetto che le proiettava, con l’esito che le zone d’ombra si presentano come spazi continui di colore ondeggiante, a differenza dei pittori manieristi, i quali usavano, in grande maggioranza, colori intermedi, delimitati da linee di contorno più marcate e per le ombre lo stesso colore dell’oggetto in un tono più tetro e fuligginoso. Molto importante la mole dei suoi disegni, paragonabile dal punto di vista quantitativo solo a quella di Leonardo, da cui si evince la grande abilità dell’artista e l’accuratezza dello studio della forma esterna della composizione, nonché la sua grande sensibilità per il colore, usando la carta del colore che avrebbe avuto la forma nel quadro per studiare le luci e le ombre e spesso si avvaleva di gessi di vari colori su carta neutra per lo studio dei colori degli oggetti.[39]

Quest’opera fu molto amata da Federico Borromeo, tanto che entrò a far parte della collezione della Pinacoteca Ambrosiana solo dopo la scomparsa del Cardinale (1631): è possibile che l’abbia tenuta nel suo studio presso il Palazzo Arcivescovile fino alla morte. Con il Codicillo del 1607 Borromeo lasciava al suo esecutore testamentario una “…tabule Christi Domini Nativitatem a Federico Barotio depictam continentis”, estromettendola in tal modo dalla prima donazione all’Ambrosiana del 1618.[40] Un quadro identico si trova al Museo del Prado di Madrid, fu commissionato da Francesco Maria II Della Rovere, duca d’Urbino nel 1605 per donarlo alla regina di Spagna Margherita d’Austria, che, probabilmente è la versione originale vista dal Borromeo: il dipinto milanese è oggi definito una “replica autografa”.[41] Questo bellissimo dipinto prende vita dalla luce che illumina tutta la stalla, richiamando alla memoria quel passo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,9), in cui si dice: <<Venne al mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo>>. Nel quadro manca qualsiasi fonte di luce naturale o artificiale, poiché la luce irraggia dal volto di Gesù Bambino, deposto in una mangiatoia, sul quale vegliano il bue e l’asino e la cui testa è adagiata su un guanciale bianco, il manto blu di Maria avvolge il Bambino. Il dipinto è investito da una luce diagonale che colpisce Maria, che con un atteggiamento di delicato ed affettuoso sentimento contempla il Figlio, ossia il mistero dell’Incarnazione: Dio che si fa uomo. Giuseppe emerge dalla penombra e indica ai pastori, sulla soglia della stalla, il Bambino Gesù. Il pittore accosta un linguaggio personale con lo stile veneziano definito “naturalismo mistico, la sua tendenza alla finzione è bilanciata equilibrata da una grande sensibilità nel gestire la luce, creando un’atmosfera poetica.

Scheda n.10

Il Sordo

Secondo quarto del XVI secolo

MADONNA ADDOLORATA

Inv. 1193 (Sala 6)

Olio su tavola: 46 x 31

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: ?

La mancanza di documentazione impedisce una biografia di questo pittore, il cui nome ricorre frequentemente nelle fonti milanesi. Nel 1666 viene menzionato in un’ opera della collezione del canonico Manfredo Settala,[42] mentre alcuni dipinti del Sordo sono menzionati dal Biffi e dal Lattuada: il primo ricorda alcune opere in contrada Larga, il secondo cita un quadro grande con la Madonna presso l’oratorio di Sant’Ambrosiano agli Scolari (oggi non più esistente). Bona Castellotti menziona sette dipinti del Sordo nella collezione Visconti; inoltre sia nell’Atto di donazione di Federico Borromeo dell’anno 1618 sia negli inventari dell’Ambrosiana sono citati, oltre quelli di seguito descritti, altre opere dello stesso artista. Attribuito al Sordo e proveniente dalla collezione Monti proviene anche il “Cristo alla colonna”, attualmente presso la quadreria dell’Arcivescovado di Milano, questo dipinto insieme con il “Cristo coronato di spine” e la “Madonna addolorata” della Pinacoteca Ambrosiana sono le sole testimonianze rimaste di questo pittore.[43]

<<Una testa di Cristo, et un’altra della Madonna appassionati di mano del Sordo, d’altezza di nove once l’una e larghe sei, senza cornice>>.[44] E’ così che Fedrico  Borromeo, nell’Atto di donazione, attribuisce questi due dipinti al Sordo, nome di un pittore che ricorre frequentemente nelle fonti milanesi e negli inventari dell’Ambrosiana sono citati altri due dipinti eseguiti dallo stesso pittore: una “Pietà” e una “Madonna col Bambino, San Giovannino e l’angelo”.[45] Queste due opere insieme con il “Cristo alla colonna”, che si trova nella quadreria dell’Arcivescovado di Milano,[46] sono le sole testimonianze dei dipinti del Sordo citato nelle fonti milanesi, in cui possiamo notare un’influenza del Sodoma, ma soprattutto risentono della lezione di Leonardo come gran parte della pittura lombarda del Cinquecento.[47]

La Tavola è parallela a quella del “Cristo coronato di spine” ed entrambe mostrano uno sfondo scuro dal quale affiorano intensi e drammatici i due volti simbolici della fede cristiana, perfettamente in linea con la spiritualità formalizzata nel Concilio di Trento. Il volto di Maria è rigato dalle lacrime e soffuso da una tristezza dolente, mente quello di Cristo è solcato dal sangue che scende dalle ferite procurate dalla corona di spine.

Scheda n.11

Jan Brueghel, Girolamo Marchesini

Bruxelles, 1568 – Anversa, 1625; Milano, prima metà del secolo XVII

ACQUASANTIERA

Inv. 271 (Sala 7)

Argento sbalzato; 47 x 38 cm

Smalti su avorio; 7 x 5 cm

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: prima metà del secolo XVII

Jan Brueghel il Vecchio, discendente da una famiglia di pittori da generazioni, nacque a Bruxelles nel 1568, il padre Pieter fu uno dei più illustri pittori del Cinquecento, morì quando Jan era molto piccolo: le opere del padre furono per lui un modello. Frequentò la scuola di Anversa e studiò la pittura ad acquerello con la nonna materna Mayken Verhulst. Il suo primo viaggio in Italia risale al 1589 e nel 1595 fu al servizio del Cardinale Federico Borromeo, il quale fu il suo più importante mecenate: alla fine del Cinquecento, quando Borromeo iniziò la sua collezione di opere d’arte, i suoi acquisti furono rivolti quasi esclusivamente a paesaggi e poiché questi erano i soggetti preferiti dei pittori fiamminghi, il Cardinale si rivolse ai suoi amici Jan Brueghel e Paul Bril.[48] Dal 1610 è operante alla corte di Bruxelles; per la sua bravura nel dipingere velluti e fiori, l’artista viene soprannominato Brueghel Velluto, per la resa coloristica vellutata dei suoi dipinti floreali e Brueghel Fiore e proprio per questa sua straordinaria abilità viene chiamato per dipingere fiori nelle opere di altri artisti, come le ghirlande intorno alle Madonne di Peter Paul Rubens. Nel 1603 muore Isabella, moglie del pittore, lasciandolo con due figli, due anni dopo Brueghel si sposa di nuovo con Catharine van Marienberghe con la quale avrà altri otto figli. L’artista morì ad Anversa nel 1625 di colera, quando era al culmine della sua fama, il suo stile, che aveva preso dal padre, fu continuato dai suoi figli (Jan Brueghel il Giovane e Ambrosius Brueghel) e dai nipoti fino al XVIII secolo.[49]

Girolamo Marchesini, miniaturista operante a Milano nella prima metà del secolo XVII, della cui opera il Cardinale si avvalse spesso, anche se molti lavori sono andati perduti. Federico Borromeo palrla di lui nel “Musaeum”, lo loda come autore raffinato della miniatura e che “soggiornò a lungo in casa nostra”.[50]

Nell’Atto di donazione del 28 aprile 1618, Federico Borromeo non menziona l’acquasantiera come un unicum, ma cita le sei miniature incorniciate in argento, di cui quattro di Jan Brueghel e due di Girolamo Marchesini, << Una Testa di Maria Vergine miniata dal detto Girolamo Marchesini in un’ovato di larghezza meno di quattro dita legato in argento. Una Testa di un Salvatore piccola, la quale viene da Giulio Clovio, miniata da Girolamo Marchrsini miniatore>>,[51] mentre nel “Musaeum”parla delle miniature come già assemblate in una specie di scrigno, che non sembra essere l’acquasantiera, probabilmente creata più tardi, anche se sempre nel secolo XVII. L’acquasantiera, d’argento sbalzato, accoglie sei miniature disposte a fiore: quattro piccoli ovali dipinti con estrema accuratezza da Jan Brueghel, che rappresentano l’Inverno con processione del Santissimo Sacramento, fatta aggiungere dal Borromeo; Gesù che porta la Croce e in mezzo alla folla incontra le pie donne, la Crocifissione e la Tempesta, che stupiscono per l’ampiezza delle scene e per i numerosi dettagli, così sono descritte dal Cardinale nell’Atto di donazione: <<Un’ovato di larghezza meno di quattro dita dov’è un Inverno con una processione del S. Sacramento, legato in argento di mano di Brueghel. Un altro ovato della medesima grandezza e della medesima mano di una Tempesta di mare, con la Santissima Vergine Maria circondata da splendori, ornato parimenti d’argento. Nostro Signore che porta la croce con molte altre figure, fatto da Giovanni Brueghel, in un ovato d’avorio, lungo quattro dita. Un Crocifisso con molte figure dell’istesso Brueghel in un ovato d’avorio dell’istessa misura>>.[52] Nella processione è raffigurato un villaggio fiammingo in inverno, sul fiume ghiacciato vediamo alcuni pattinatori e sullo sfondo la processione sta avanzando sulla riva del fiume coperta di neve. Nel secondo “ovato” descritto, la Madonna appare durante una violenta tempesta, sotto di Lei possiamo scorgere due navi in pericolo e i marinai che cercano la salvezza in piccole imbarcazioni. Nella terza miniatura Cristo incontra le pie donne e Veronica, la folla seguita dai soldati; nello sfondo è rappresentata la città di Gerusalemme circondata da un ampio paesaggio. I due profili sacri sono opera di Girolamo Marchesini su originali di Giulio Clovio per il volto del Redentore e di Bernardino Luini per il volto della Vergine.[53] L’acquasantiera non è un’opera di collaborazione, poiché le sei miniature furono acquistate separatamente tra il 1607 e il 1618.

Scheda n.12

Jan Brueghel, Bruxelles, 1568 – Anversa, 1625; Hendrick van Balen, Anversa, 1575 – 1632

VERGINE COL BAMBINO IN UNA GHIRLANDA DI FIORI

Inv. 71 (Sala 7)

Olio su tavola e rame; 27 x 22 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1608 circa

Per una sommaria biografia di Jan Brueghel si veda la sceda n. 10

Hendrick van Balen nacque ad Anversa nel 1575, da Willem e Machteld van Alten, sembra sia stato allievo di Adam van Noort, nel 1592 viene citato come maestro, nel 1609-10 decano della gilda dei pittori e nel 1613, dopo un viaggio a Roma e il ritorno ad Anversa, fu decano della “Confrérie des Romanistes”. Nel 1605 sposò Margriet Briers, dalla quale ebbe undici figli, tre dei quali furono pittori. Molte delle sue opere sono collaborazioni con altri artisti, soprattutto con Jan Brueghela cui fece sfondi e ornamenti in molti suoi dipinti. La sua specializzazione erano i soggetti mitologici e allegoriche di piccole dimensioni, dipinti su rame e su legno, che includevano spesso figure nude in una scena mitologica o religiosa, in un ambiente idilliaco. Negli ultimi anni della sua carriera fu molto influenzato da Antoon van Dyck: il ritratto suo e quello della moglie, che adornano la sua tomba sono forse opera di van Dyck. Le sue opere si trovano sparse in molte gallerie europee. Morì nella stessa città in cui era nato nel 1632

Durante il secolo XVII nei Paesi Bassi, il genere floreale nella pittura simboleggiava implicitamente il messaggio morale della “Vanitas” ed anche il concetto di caducità insito nella bellezza di un fiore, infatti spesso venivano raffigurati nella stessa opera fiori di stagioni diverse per dimostrare che tali dipinti non erano oggettivi ma comprendevano un evidente messaggio morale. Madonne col Bambino circondate da ghirlande di fiori sono un tema che nell’Europa del Seicento ebbe grande fortuna grazie alle opere di pittori fiamminghi come Brueghel il Vecchio, Rubens e Antoon van Dyck, questo genere contraddistinse anche la città di Genova del tempo, che, sulla scia dei rapporti commerciali, ebbe contatti con l’arte delle Fiandre. A Milano la tendenza per questo genere nacque per i contatti commerciali con Genova, ma soprattutto grazie al Cardinale Borromeo e al suo interesse per la pittura dell’amico Jan Brueghel, Questo dipinto venne realizzato su diretta commissione di Federico ed è molto importante in quanto si tratta della prima versione  di una composizione ideata da Brueghel. La Madonna col Bambino è attribuita ad Hendrick van Balen, nella ricca ghirlanda di fiori si distinguono camelie, mughetti, ciclamini, roselline e tanti altri tipi di fiori, oltre a frutti come fragole e ribes e qualche insetto, tra cui una farfalla e un grillo, la ghirlanda è il simbolo di tutta la natura, che il mistero dell’Incarnazione , manifesto dal Bambino in braccio della Vergine, ha riportato al suo originario splendore. Il genere pittorico delle Madonne inghirlandate, in cui l’unione di tema naturale e immagine sacra riusciva a esprimere con estrema efficacia la bontà divina, secondo la concezione devozionale dell’arte di Borromeo. Il Cardinale era in possesso di tre quadri di questo tipo: oltre al presente, il secondo ancora di Brueghel e di un collaboratore non individuato, attualmente al Museo del Louvre e databile al 1617 circa; il terzo, del 1621, sempre di Brueghel e di Pieter Paul Rubens, al presente al Museo del Prado. Quest’opera non  solo fu il primo dipinto di questo genere, ma addirittura sembra sia stata la prima della pittura fiamminga in generale, così viene descritta da Borromeo nell’Atto di donazione: <<Una Madonna col fanciullino in braccio in un ovato, con una corona d’intorno di vari fiori di mano del medesimo Brueghel, di larghezza di quattro once; e cinque e mezzo d’altezza, con cornice e con coperta miniata d’oro>>.[54] La lettera di Brueghel al Borromeo del febbraio 1608 ci informa che verso la fine del 1607, l’arcivescovo rimandò il quadro a B., con la richiesta di aggiungere un paesaggio a mo’ di sfondo delle sacre figure: <<Non mancho d industriarme intorno al quadretto del compertemento delli fiori: nel quale secondo l’ordine di V.S.Ill. ma accomodero dentro una Madona con paisetto. Spero et credo che, si alcuna opera mia habbia piaceuto a V.S.Ill. o dato gusto, che questa habbiada suportare tutte…>>.[55] Il dipinto si può definire un quadro in un quadro: i fiori danno l’impressione allo spettatore di essere collocati sulla parete in cui è appeso il dipinto interno alla ghirlanda, assumendo l’effetto di un tromp l’oeil.

Scheda n.13

Andrea Schiavone (Andrea Meldolla)

Zara, 1510/1515 circa – Venezia, 1563

ADORAZIONE DEI MAGI

Inv. 198 (Sala 1)

Olio su tela; 185 x 222 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: circa metà del XVI secolo

Andrea Meldolla, detto lo Schiavone, nacque a Zara negli anni 1510/1515, da genitori originari di Meldola, vicino a Forlì, infatti il padre Simone ricoprì in quegli anni la carica di Conestabile della Serenissima nella città dalmata, il soprannome di Schiavone viene dato ad Andrea proprio per la sua provenienza: in dialetto veneto significa “slavo”. Le scarse notizie biografiche non permettono né la ricostruzione della formazione dell’artista né il suo arrivo in Italia, anche se le sue opere giovanili portano ad escludere un apprendistato nella città di nascita, ma a collocare la produzione di Mendolla tra l’arte veneziana e la cultura figurativa manierista dell’Italia del centro. E’ stato ipotizzato che il pittore si sia trasferito a Venezia nella seconda metà del quarto decennio del XVI secolo e che abbia trascorso un periodo nella bottega di Bonifacio de’ Pitati (v. scheda n.4), ma più probabile sembra un periodo di discepolato presso il Parmigianino (Francesco Mazzolla), la cui influenza domina in tutte le opere dello Schiavone, è comunque certo il suo grande impegno nello studio delle opere del presunto maestro, forse da autodidatta. L’opera di pittura più antica documentata dalle fonti (oggi perduta) fu commissionata a Mendolla da Vasari nel 1540 per farne dono a Ottaviano de’ Medici. Fu a lungo impegnato nell’ambito della grafica, tanto da essere considerato tra i più importanti incisori del Cinquecento veneziano. La pittura rapida e abbreviata dell’artista esemplifica emblematicamente quella tecnica “di tocco” che fece scalpore nel contesto lagunare della metà del Cinquecento, per cui gli vennero mosse aspre critiche da parte di prestigiosi commentatori come Pietro Aretino e Paolo Pini, i quali disapprovarono l’eccesso di rapidità e sinteticità d’esecuzione ed anche la mancanza di compiutezza. Schiavone raggiunse la punta più alta della sua fama quando, nel 1557, ricevette il saldo della sua opera più importante: i tre tondi per la decorazione del soffitto della sala della Libreria Marciana di Venezia, la cui realizzazione architettonica era stata da poco ultimata sotto la responsabilità di Iacopo Sansovino. Accanto alle numerose commissioni pubbliche, si moltiplicarono anche quelle private, in cui prevaleva il tema mitologico, concepite per un raffinato collezionismo, ma è soprattutto in varie tele di soggetto sacro, che la produzione tarda di Mendolla raggiungerà i vertici più alti. Andrea Schiavone morì a Venezia il 1° dicembre 1563.[56]

Non abbiamo notizie sulla committenza del dipinto, da una lettera datata 23 novembre 1612, scritta da Alessandro Mazenta Rusco da Venezia, antecedente l’acquisizione da parte del Cardinale, veniamo a conoscenza che lo scrivente informa Borromeo che entro due giorni gli avrebbe inviato anche un quadro di Andrea Schiavone.[57] Nell’Atto di donazione viene così descritto: <<Un’adorazione dei Magi, alta braccia tre, larga quattro, di Andrea Schiavone Discepolo di Titiano>>.[58]L’opera, uno dei capolavori dell’artista, è considerata come un ottimo esempio della pittura di maniera: la composizione pittorica è molto animata, quasi roteante secondo il movimento a spirale della colonna tortile e in ogni forma è applicata la figura serpentinata manierista, nel re che si inginocchia ai piedi del Bambino, nell’altro mago che si inchina e porge un piatto con un vaso decorato, nel san Giuseppe che contrappone il movimento delle braccia allo scatto del volto e infine nel gruppo dei cavalieri che affollano la destra della composizione; anche la Madonna col Bambino in braccio presentano entrambi queste caratteristiche della rappresentazione di un ideale di bellezza attraverso una distorsione delle proporzioni. Il dipinto è volutamente sbilanciato a sinistra, dove la Sacra famiglia è messa in evidenza dalla grande colonna tortile, che sembra non avere fine, arrestato orizzontalmente dall’angelo che reca una corona onoraria. In questo “elegantissimo presepio”, come è stato definito il quadro, sul fulcro compositivo del Bambino convergono tutte le figure in una cascata disordinata, che danno un tocco di dinamismo combinato con uno sfolgorante andamento cromatico, denso di  accensioni, dissonanze e cangiatismi, che richiama il Parmigianino.

Scheda n.14

Vespino (Andrea Bianchi)

Milano, prima metà del secolo XVII

VERGINE DELLE ROCCE

Inv. 1174

Olio su tavola 193 x 119 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: secondo decennio del secolo XVII post 1611

Andrea Bianchi, detto il Vespino o il Copista, fu attivo a Milano verso la fine del Cinquecento e il primo trentennio del secolo successivo. Sconosciute restano la sua vita e la preparazione artistica: dalla testimonianza di Federico Borromeo e da un’opera del Borsieri che riprende tale testimonianza veniamo a conoscenza che il Vespino, su incarico del Cardinale, fece la copia del “Cenacolo” di Leonardo, quella della “Vergine delle rocce”, ora alla Natinal Gallery di Londra, la “Sant’Anna con la Madonna e Gesù Bambino” dal famoso cartone; una “Madonna e Santa Elisabetta”, una “Sacra Famiglia” e il gruppo delle tre Marie della “Crocifissione”, copiate dal Luini; del Parmigianino riprodusse un ritratto di giovane: Borromeo giudicò tali copie “fatte con diligenza”. Dagli scritti di Federico sappiamo quanto per lui fosse importante la copia di un’opera famosa sia come esercitazione dell’artista, ma soprattutto perché restasse di esse documentazione certa, quando si temeva che l’originale potesse essere perduto, tutto ciò è dimostrato nella copia del “Cenacolo”, in cui il Cardinale fece scrivere: “Reliquiae Coenaculi fuggente hac tabula exceptae sunt ut conservaretur Leonardi opus” ( Le immagini originali del Cenacolo, perlomeno quelle che restano, stanno scomparendo; questa copia è stata fatta perché l’opera di Leonardo possa essere in qualche modo conservata). Oltre a queste celeberrime copie, Borromeo commissionò al Vespino una parte delle effigi di uomini celebri, per decorare i ballatoi della Sala federiciana e della Sala Fagnani, le opere furono eseguite su esempi presi nella maggior parte dei casi nel Museo Giovio di Como, all’esecuzione di questo enorme lavoro (90 tele nella prima sala, 83 nella seconda) furono chiamati anche Antonio Mariani e Giuseppe Franchi. [59]

La “Vergine delle rocce”, prima commissione certa ricevuta da Leonardo al suo arrivo a Milano, è un’opera duplicata dallo stesso maestro con alcune varianti e se pure dipinti a Milano, oggi si trovano al Louvre di Parigi e alla National Gallery di Londra. La copia della “Vergine delle rocce”, eseguita dal Vespino,

è molto fedele alla versione che si trovava nella cappella dell’Immacolata Concezione del Convento di San Francesco Grande, vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio, ora nella National Gallery di Londra, tale copia è molto interessante per il fatto che non compaiono né le aureole della Vergine, del Bambino e di San Givannino né il bastone con la croce tra le mani del piccolo Battista, questo prova che nemmeno Leonardo aveva previsto questi elementi nella sua versione di Londra, ma che furono aggiunti per motivi devozionali in un secondo tempo: non prima della metà del XVII secolo. La lettura di questo quadro, come anche degli originali, è molto complessa: la grotta, dove è ambientata la scena, riporta al mistero del grembo materno destinato ad accogliere il Figlio di Dio, i massi intorno alla Madonna rievocano il “Cantico dei Cantici”in cui si parla della donna amata come di una colomba nascosta tra le rocce: la Vergine è chiamata per essere Madre di Dio e che stende la sua mano come a protezione di Colui che darà la vita per la salvezza dell’umanità.[60]

Scheda n.15

Vespino (Andrea Bianchi)

Milano, prima metà del secolo XVII

MADONNA CON SAT’ANNA E GESU’ BAMBINO CHE SCHERZA CON L’AGNELLO

Inv. 819 (Aula Leonardi)

Olio su tela; 142 x 109 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: secondo decennio del secolo XVII

Per una sommaria biografia di Andrea Bianchi, detto il Vespino si veda la scheda n. 14

La copia della “Madonna con Sant’Anna e Cristo Bambino che scherza con l’Agnello” fu presa dal Vespino direttamente da un disegno di Leonrdo, forse il cartone di Esterhazy, che allora si trovava a Milano, oggi presso il Szépmüvészeti Museum di Budapest, infatti Borromeo così la descrive nell’Atto di donazione: <<Una Madonna con S. Anna e Christo Bambino che scherza con l’Agnello, dipinta da Ms. Andrea Bianchi detto il Vespino, non copiandola da altro quadro simile dipinto, ma solo imitandola dal Cartone di Leonardo. E’ senza cornice, et alta braccia due e mezzo, e larga due>>.[61] L’abilità del Vespino si può notare proprio nella perfetta adesione all’originale, anche se l’espressione dei volti e la gradazione cromatica evidenziano il divario temporale tra l’esecuzione dell’originale e la copia. Lo sfondo di questo dipinto ha tonalità cromatiche scure, caratteristiche dello stile del Vespino e della pittura dell’epoca, ma la singolarità della copia consiste nella collocazione dello scenario: un paesaggio con un centro abitato anziché uno sfondo naturalistico, come nell’originale.

 

 

MADONNE NOTE

1 A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXII.

2 Ibid.

3 Cfr. G. Gabrielli, Federico Borromeo a Roma, in “Archivio della Società romana di Storia Patria, LVI-LVII (1933-1934), p. 157 e segg.

4 Cfr. C. Marcora, Un diario sulla morte dell’Arcivescovo Gaspare Visconti e sulla nomina del Cardinale Federico, in “Memorie Storiche della Diocesi di Milano”, II 1955, p. 135 e segg.

5 Gravi contese tra arcivescovo e governo civile c’erano state anche durante l’episcopato di Carlo, ma furono superate negli ultimi anni dell’episcopato di Carlo grazie alla sua forte personalità; Federico non aveva ereditato dal cugino la grande capacità politica, quindi non fu capace di trovare un accordo di fatto e si lasciò trascinare dalle manovre diplomatiche e dal formalismo giuridico. Ci furono innumerevoli riunioni della commissione cardinalizia e lunghissime discussioni, finalmente, nel 1615, venne sottoscritta dal Borromeo e dal nuovo governatore di Milano Pedro de Toledo Osorio la “Concordia iurisdictionalis inter forum ecclesiasticum et forum saeculare Mediolani”, ratificata poi da papa Paolo V e da Filippo III nel 1617 e pubblicata nel 1618 a Milano. Con questo atto la Chiesa milanese acquista ampli poteri giurisdizionali. Queste controversie giurisdizionali ebbero un costo molto elevato: le spese sostenute dalla sola parte ecclesiastica ammontarono a 105.000 scudi, oltre al danno che la diocesi subì per la lunga assenza dell’Arcivescovo, della paralisi della vita ecclesiastica e dal sovvertimento dei valori che essa subì. Cfr. L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello Stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino, Milano 1941, p. 318 e segg.

6 Al momento dell’inaugurazione la Biblioteca contava 12.000 manoscritti e 30.000 opere a stampa. Tra il 1611 e il 1620 la Biblioteca viene ingrandita, su progetto di Fabio Mangone, incorporando altri edifici (Scuole Taverna che si spostano in via Santa Maria fulcorina, di fronte al Luogo Pio dell’Umiltà) e con la costruzione della Galleria delle statue e dei quadri, nasce il primo nucleo della Pinacoteca.Cfr.www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

La documentazione relativa all’attività pastorale di Federico Borromeo è conservata presso l’Archivo della Curia Arcivescovile di Milano.

7 Nel febbraio 1603 gli Oblati di San Sepolcro rivolgono una supplica al Tribunale di Provvisione per ottenere alcune modifiche della piazza, finalizzate alla costruzione della Libreria, ossia la futura Biblioteca Ambrosiana, i cui primi disegni per la costruzione di un modello in legno furono eseguiti da Lelio Buzzi, il quale poi, l’anno successivo, abbandonerà l’incarico a causa di contrasti sorti sul progetto. I lavori iniziarono a giugno nell’area di tre case acquistate dal Cardinale. Cfr. www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

8 B. Guenzati, Vita di Fedrigo Borromeo, a cura di Marina Bonomelli, Ambrosiana – Bulzoni, Milano 2010, p. 216-218.

9 Cfr. Ibid., p. 218.

10 Cfr. C. Borromeo, Instructiones Fabricae et Supellectilis Ecclesiasticae, Milano 1577, 1.I, cap. 17.

11 La statua detta San Carlone fatta costruire ad Arona nel 1624 da Federico, è alta 23 metri.

12 I processi alle streghe furono molto numerosi durante il suo episcopato e dal 1599 al 1631 furono nove i roghi di rei di stregoneria, numerosi furono anche i casi di monache estatiche da lui dirette spiritualmente. Tutti argomenti noti e non pertinenti in questa sede. Per questie opere di Borromeo si vedano i lavori curati da Francesco di Ciaccia: Parallela cosmographica de sede et apparitionibus daemonum. Liber unus/ Fedrico Borromeo. Bulzoni, Roma 2006; De cognitionibus quas habent demone liber unus/Federico Borromeo, Ambrosiana – Bulzoni, Milano 2009; Manifestazioni demoniache/ Federico Borromeo, Terziaria, Milano 2001.

13 Pur riconoscendo l’efficienza delle norme per l’igiene e l’isolamento, indisse preghiere pubbliche e la famosa processione dell’11 giugno, che riunì una gran folla dietro il corpo di San Carlo, con le disastrose conseguenze nei giorni successivi di un’esacerbazione della peste.

14 Cfr. www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

15 Cfr. F. Borromeo, Musaeum, a cura di P. Cigada, Claudio Gallone editore, Milano 1997. Pseudo Dionigi Areopagita, De Divinis Nominibus, c. 3. Federico cade in errore, poiché Dionigi non solo non fu testimone, ma si tratta di un personaggio d’invenzione risalente al secolo VI, al cui nome sono attribuiti scritti di contenuto dottrinale, affine al neoplatonismo.

16 F. Borromeo, Musaeum cit., p. 3.

17 Ibid. p. 51.

18 A.S.M., Fondo Notarile, Cancelleria Arcivescovile, Filza n. 138, atto n. 39, Atto di donazione all’Ambrosiana della collezione del Cardinale Federico Borromeo, f. 3.

19 G. Vasari, Le vite (1550), a cura di L. Bellosi-A. Rossi-G. Previtali, II, Torino 1991, p. 680. Nella seconda edizione delle “Vite” (1568) Vasari parlerà del Luini in modo molto più semplice.

20 Cfr., L. Beltrami, Luini: 1512-1532: materiale di studio, Milano, Tip. U. Allegretti, 1911, p. 473.

21 Cfr. B. A., Codicillo del 15 settembre 1607 al testamento di Federico Borromeo, Ms. S.P.II 262, n. 5; AA.VV., Pinacoteca ambrosiana, Mondadori Electa S.P.A., Milano 2005, Tomo I, p. 162.

22 Cfr. www.alfredotradigo.it/articoli14/04-14-1.htm; L. Beltrami, Luini, Milano 1911.

23 Cfr. C. Fabbro, Tiziano. La vita e le opere, Pieve di Cadore, 1968; C. Gibellini, a cura di, Tiziano, I Classici dell’Arte, Milano, Rizzoli, 2003; S. Zuffi, Tiziano, Mondadori Arte, Milano 2008; F. Accordini, Vita dell’insigne pittore Tiziano Vecellio già scritta da anonimo autore, riprodotta con lettere di Tiziano sulle nozze Mila-Lagnoli, Venezia 1809; A. Venturi, Tiziano, in “Storia dell’arte italiana, IX, iii, Milano 1928, pp. 183-186.

24 Cfr. www.memofonte.it/contenuti-rivista-n.2/occhipinti-la-dispersione-6.html

25 Cfr. B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., n. 5; AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 280.

26 Cfr. AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 284.

27 Cfr. http://www.restituzioni.com/opere/adorazione-dei-magi-5/

28 F. Borromeo, “De Pictura sacra”, cap. VI, Del nudo.

29 Cfr. www.treccani.it/enciclopedia/pitati-bonifacio-detto-bonifacio-veronese_(Dizionario Biografico; G. Ludwig, Bonifazio di Pitati da Verona, eine archivalische Untersuchung, I-II, in “Jahrbuch der Koniglich Preussischen Kunstsammlungen, XXII (1901), p. 61 e segg.; C. Ridolfi, Le meraviglie dell’arte (1648), a cura di D. von Halden, I, Berlino 1914, pp.284-295.

30 Cfr. E. Arslan, I Bassano, Milano 1960, pp. 153-160; G.B. Verci, Notizie intorno alla vita, e alle opere de’ pittori, scultori, e intagliatori della Città di Bassano, Venezia 1775, pp. 39-153; A. Venturi, Storia dell’Arte italiana, IX, 4, Milano 1929, p. 1113 e seg.

31 Cfr. F. Signori, Il testamento di J. Bassano, in “Arte venera”, XXXIII (1979), pp. 161-164.

32 B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., n. 5

33 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.

34 AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 287.

35 Per la biografia di Agostino Carracci si veda: Stephen E. Ostrow, Agostino Carracci, Thesis (Ph. D.) New York University, New York, 1966; D. Posner, Carracci Agostino, in “Dizionario biografico degli italiani, v. 20, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1977.

36 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 3.

37 Cfr. AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo II, pp. 110-112.

38 F. Borromeo, Musaeum… cit., pp. 19-21.

39 Cfr. G.P. Bellori, Le vite dei pittori, scultori ed architetti moderni 1614-21, Roma 1931 (ed. fac-simile), pp. 165-196; A. Venturi, Storia dell’Arte italiana, IX, 7, Milano1934, pp. 879-953.

40 B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., f. 3r.

41 Cfr. www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0030-00022/

42 P.M. Terzago, Museo, o Galleria adunata dal sapere e dallo studio del Sig. Canonico Manfredo Settalo, Tortona 1666, p. 250.

43 Cfr. G. Biffi, Pitture, scolture et ordini dell’architettura, 1704-1705, a cura di M. Bona Castellotti, Firenze 1990, p. 67; S. Lattuada, Descrizione di Milano, Milano 17317, I, p. 158, II p. 92; . M. Bona Castellotti a cura di, La quadreria dell’Arcivescovado, Milano 1999, p. 88 e seg.

44 A.S.M., Atto di donazione… cit., f.2

45 Cfr. M. Rossi – A. Rovetta a cura di, La Pinacoteca Ambrosiana, Milano 1997, p. 115.

46 Cfr. M. Bona Castellotti a cura di, La quadreria… cit., p. 88 e seg.

47 Ibid.

48 Cfr. F. Borromeo, Musaeum, p.2; P.M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana: arte e Riforma cattolica nel secolo a Milano, p. Vita e Pensiero, Milano 1997, p 65.

49 Cfr. F. Crucy, Les Brueghel, Parigi 1928; www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/brueghel_jan_older.htm

50 Cfr. http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0150-00023/

51 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.52.

52 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 5)53.

53 Cfr. www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0150-00023/

54 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 6.

55 P. M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana: arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Vita e Pensiero, Milano 1997, p. 72.

56 Cfr. P. Rossi, A. Schiavone e l’introduzione del Parmigianino a Venezia, in “Cultura e società del Rinascimento tra riforme e manierismi, Venezia 1984, p. 189 e segg.; http://wwwtreccani.it/enciclopedia/meldolla-andrea-detto-lo-schiavone_(Dizionario –Biografico)/

57 Cfr. B. A., Ms. G 211 inf., n. 121; AA.VV.,  La Pinacoteca… cit., p. 268.

58 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 3.

59 Cfr. G. Borsieri, Il supplim. Della nobiltà di Milano del Morigia, Milano 1619, p. 65; C. Bianconi, Nuova guida di Milano, Milano 1787, p. 93; G. Galbiati, Itinerario dell’Ambrosiana, Milano 1951, ad indicem.

60Cfr.stefanofugazzi.wordpress.com/2014/02/26/la-vergine-delle-rocce-di-leonardo-due-versioni-e-molte-copie/;http://www.chiesa di milano.it/senza-categoria/la-vergine-delle-rocce-di-leonardodue-versioni-e-molte-copie-32281.html

61 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 1.

 

 

 

 

 

.

 

 

LA PORTA DEL PARADISO FIRENZE

202d5
Lorenzo Ghiberti, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, 1425-52
La Porta del Paradiso del Battistero di Firenze torna visibile al pubblico dopo un restauro durato 27 anni, senza eguali per complessità, e dopo 560 da quando Lorenzo Ghiberti terminò quello che può essere considerato uno dei grandi capolavori del Rinascimento. Secondo il Vasari fu Michelangelo a darle il nome di Porta del Paradiso: ”elle son tanto belle che starebbon bene alle porte del Paradiso”. Il restauro, che ha permesso di salvare la mitica doratura, è stato diretto ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore, grazie ai finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al contributo dell’Associazione Friends of Florence. Realizzata in bronzo e oro, la Porta del Paradiso (del peso di 8 tonnellate, alta 5 metri e venti, larga 3 metri e dieci, dello spessore di 11 centimetri) sarà conservata nella grande teca, realizzata dalla Goppion spa, in condizioni costanti di bassa umidità per evitare il formarsi di sali instabili, tra la superficie del bronzo e la pellicola dorata, che salendo, sollevano e perforando l’oro, possono causare la distruzione. La collocazione dentro il cortile coperto del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze è temporanea: al termine dei lavori di realizzazione del nuovo Museo, previsti nel 2015, la Porta del Paradiso sarà esposta in una nuova sala espositiva, di 29 metri x 21 x 16 di altezza, con accanto le altre due Porte del Battistero a cui sarà riservato in futuro lo stesso destino.
DESCRIZIONE

Dopo un breve soggiorno a Venezia, nel 1424, subito dopo la conclusione della porta nord del Battistero, Lorenzo Ghiberti fece ritorno a Firenze, dove gli venne affidato l’incarico di realizzare una nuova porta di bronzo, sempre per il Battistero. Anche questa porta, al pari dell’altra, ha avuto una lunga gestazione e realizzazione, durata ben 27 anni: fu infatti messa in opera solo nel 1452, quando il Ghiberti aveva ben 74 anni.

Il programma stilistico iniziale non doveva essere molto differente dalle altre due porte. È facile immaginare che anche questa porta doveva contenere 28 riquadri, nei quali dovevano collocarsi Scene del Vecchio Testamento, secondo un piano iconografico predisposto dal letterato umanista Leonardo Bruni. Ma il Ghiberti, questa volta, impose una decisa svolta stilistica, progettando una porta con soli dieci grandi scene di formato quadrato.

I dieci grandi riquadri sono collocati nei due battenti, cinque per parte: le due file verticali sono poi circondate da quattro cornici ciascuna, contenenti in tutto 24 piccole nicchie, nelle quali sono inserite dei personaggi biblici, alternate con 24 piccoli medaglioni dai quali sporgono dei busti (uno di questi si ritiene sia l’autoritratto del Ghiberti).

202d7

Lorenzo Ghiberti, Storie dalla Genesi, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Ognuno dei grandi pannelli quadrati raggruppa due o più storie, secondo una concezione di rappresentazione sincrona che, abbiamo visto, era molto utilizzata nel Duecento e Trecento. Ma in questi riquadri domina una visione spaziale unitaria, con molti particolari architettonici costruiti in prospettiva più o meno perfetta. Il Ghiberti mostrò così di saper aggiornare il suo stile sulle novità rinascimentali che andavano maturando in quegli anni, e in ciò non dovette essere secondario il contributo che al maestro diede l’opera di Donatello. Molti elementi delle scene, realizzate a rilievo schiacciato, quasi un puro disegno inciso sul piano della lastra, sembrano proprie dello stile di Donatello. Ma in questi grandi pannelli rimane il gusto ancora tardo gotico per il dettaglio minuto, nonché per la varietà, da atlante naturalistico, di piante e animali. Tardo gotico è anche l’insistere sulle cadenze lineari in motivi curvi e spiraliformi.L’opera ebbe grande fortuna critica, e deve il suo nome di «Porta del Paradiso» a Michelangelo, uno dei primi e maggiori estimatori di questo capolavoro della fusione in bronzo.

202d6

Lorenzo Ghiberti, Storie di Giuseppe, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Lucica Bianchi

 

VENERE E MARTE

“Non si sdegni Apelle di essere eguagliato a Sandro: già il suo nome è noto ovunque”.
(Ugolino di Vieri, Epigrammata III, 23)
11043034_649089215203351_8247599830128726339_n

VENERE E MARTE
Venere e Marte è un dipinto a tempera su tavola (69×173 cm) di Sandro Botticelli, databile al 1482-1483 circa e conservato alla National Gallery di Londra. L’opera viene in genere datata a dopo il ritorno dal soggiorno romano (1482), per gli influssi classicheggianti che l’autore avrebbe potuto studiare sui sarcofaghi antichi della città eterna. Essa viene inoltre messa in relazione con gli altri grandi dipinti della serie mitologica, commissionati forse dai Medici: la Primavera, la Nascita di Venere e la Pallade e il centauro. La presenza delle vespe nell’angolo in alto a sinistra ha anche fatto pensare che si trattasse di un’opera commissionata dai Vespucci, già protettori di Botticelli, magari in occasione di un matrimonio. Il formato orizzontale farebbe così pensare alla decorazione di un cassone o di una spalliera. La scena raffigura Venere mentre osserva, consapevole e tranquilla, Marte dormiente, distesi su un prato e circondati da piccoli fauni che ruzzano allegri con le armi del Dio. I satiri sembrano tormentare Marte disturbando il suo sonno, mentre ignorano del tutto Venere, vigile e cosciente: uno ne ha l’elmo che gli copre completamente la testa mentre, con un altro, ruba furtivo la lancia di Marte; un altro sta per suonare un corno di conchiglia nell’orecchio del dio per svegliarlo; un quarto fa capolino dalla corazza sulla quale il dio è adagiato. Nonostante il contorno scherzoso dei fauni, nel dipinto serpeggiano anche elementi di inquietudine, come il sonno spossato e abbandonato di Marte o lo sguardo lievemente malinconico di Venere. Il significato del dipinto è oscuro, ma quasi sicuramente andava letto secondo le tematiche filosofiche dell’Accademia neoplatonica. In particolare sarebbe la figurazione di uno degli ideali cardine del pensiero neoplatonico, ossia l’armonia dei contrari, costituita dal dualismo Marte-Venere. La fonte d’ispirazione di Botticelli sembra ragionevolmente essere infatti il Symposium di Ficino, in cui si sosteneva la superiorità della dea Venere, simbolo di amore e di concordia, sul dio Marte, simbolo di odio e discordia (era infatti il dio della guerra per gli antichi). Secondo il critico Plunkett il dipinto riprenderebbe puntualmente un passo dello scrittore greco Luciano di Samosata, in cui viene descritto un altro dipinto antico raffigurante le Nozze di Alessandro e Rossane, in cui alcuni amorini giocavano con la lancia e l’armatura del condottiero. La scena sarebbe un’allegoria del matrimonio, in cui l’Amore, impersonato da Venere, ammansirebbe la Violenza, di cui Marte è la personificazione. L’opera potrebbe dunque essere stata realizzata per il matrimonio di un membro della famiglia Vespucci, protettrice dei Filipepi (come dimostrerebbe l’inconsueto motivo delle api in alto a destra) e quindi questa iconografia sarebbe stata scelta come augurio nei confronti della sposa. È anche possibile però che gli insetti simboleggino semplicemente le “punture”, cioè le spine dell’amore. Marte starebbe vivendo la “piccola morte” che segue l’atto sessuale, che neanche uno squillo di tromba nelle orecchie riesce a destare; il fatto che i faunetti lo abbiano depredato della lancia simboleggia anche il suo disarmo davanti all’amore. Un’altra interpretazione possibile è quella dell’incontro tra Venere, raffigurante i piaceri catastematici, e Marte, i piaceri dinamici, presente nel proemio dell’opera De rerum natura del poeta latino Lucrezio. Nell’opera sono leggibili alcune caratteristiche stilistiche tipiche dell’arte di Botticelli. La composizione è estremamente bilanciata e simmetrica, che può anche sottintendere la necessità di equilibrio nell’esperienza amorosa. Il disegno è armonico e la linea di contorno tesa ed elastica definisce con sicurezza le anatomie dei personaggi, secondo quello stile appreso in gioventù dall’esempio di Antonio del Pollaiolo. A differenza del suo maestro però, Botticelli non usò la linea di contorno per rappresentare dinamicità di movimento e sforzo fisico, ma piuttosto come tramite per esprimere valori anche interiori dei personaggi. L’attenzione al disegno inoltre non si risolve mai in effetti puramente decorativi, ma mantiene un riguardo verso la volumetria e la resa veritiera dei vari materiali, soprattutto nelle leggerissime vesti di Venere. I colori sono tersi e contrastanti, che accentuano la plasticità delle figure e l’espressionismo della scena. Grande attenzione è riposta nel calibrare i gesti e le torsioni delle figure, che assumono importanza fondamentale.

Lucica Bianchi

 

MITO E SIMBOLOGIA. GUSTAVE MOREAU

Come pittore, Moreau è interessato più a rendere un’idea per mezzo dell’immagine che a visualizzare un’immagine fine a se stessa; in questo la sua pittura anticipa l’immaginazione degli artisti legati al simbolismo, che vedranno in lui un precursore del loro movimento. I simbolisti rappresentano un ramo della cultura decadente formatasi in quella frangia di intellettuali contrari alla superficialità ed al materialismo imposti dalla cultura e dalla mentalità della classe dominante della seconda metà dell’ ‘800, la borghesia. Il decadente, e in particolare il simbolista, abbandona il culto materiale per dedicarsi allo spirito ed agli aspetti più profondi dell’animo umano, rigettando la volgarità delle masse.I suoi dipinti appaiono come un insieme di eruditi simboli, i quali rendono ardua l’interpretazione del quadro, permettendo d’altro canto al fruitore di parteciparne. Il termine simbolo deriva dal verbo greco symballo, che significa letteralmente “mettere insieme”: nell’antica Grecia, per siglare un accordo o per consolidare un’alleanza, i due contraenti del patto dividevano a metà un pezzo di terracotta, tenendone la propria parte come memoria fisica dell’accordo.L’osservatore dell’opera simbolista contrae dunque un patto con l’artista: una parte dell’opera è definita dai simboli inseriti dall’autore (sta all’erudito coglierli), una parte è lasciata all’interpretazione personale. Requisito minimo per comprendere il messaggio di Moreau è la conoscenza del mito: esso svela l’indicibile e l’inesprimibile, oltrepassando le differenza religiose e fornendo un messaggio universale. Ciò permette a Moreau di scandagliare l’animo umano e la sua spiritualità, che costituiscono i temi principali delle opere dell’artista.

 

10502366_601195946659345_7688643980838078438_n
G.Moreau, Edipo e la Sfinge,1864, Metropolitan Museum of Art

Edipo non immagina il destino di morte che si sta compiendo per suo stesso tramite: armato del suo solo coraggio è giunto finalmente alla sommità del Monte Ficio, presso la città di Tebe, dove vigila mostruosa la Sfinge. Con il suo quesito infido, rimasto irrisolto da numerosi pretendenti, il cui breve passaggio è segnato da poveri resti abbandonati a margine del dipinto, macabro particolare simbolo della precarietà dell’esistenza umana.
L’orrenda chimera, volto di donna, corpo di leone e ali d’aquila, si posa sul petto dell’eroe e pone l’indovinello, sicura e maliarda. Stavolta però è lei a non sapere qualcosa: Edipo conosce la risposta, e non è che un attimo di sospensione nel dramma quello che Gustave Moreau ritrae sulla tela.
La corona che orna la testa della Sfinge andrebbe così interpretata, secondo Edouard Schuré (uno tra i principali divulgatori del Simbolismo decadente): come immagine della tradizionale vittoria della Natura sull’Uomo, il quale però, forte del suo ingegno, sta per prendersi la rivincita tanto inseguita. Edipo scioglierà l’enigma, la Sfinge sconfitta finalmente rotolerà giù dal monte, e con essa la corona.
Vittoria dell’uomo sulle forze della Natura, dunque. Ma non per molto. L’eroe, grazie alla sua astuzia e al suo coraggio, si guadagna il trono di Tebe e sposa Giocasta, ignaro che questa sia in verità sua madre, macchiandosi così d’incesto. La vergogna assale Giocasta, che si toglie la vita, mentre Edipo per il rimorso si acceca con uno spillo preso dalla veste della madre-sposa.
Ma la tragedia che si consumerà immediatamente dopo la discesa di Edipo dal monte non interessa Moreau. A lui, come al più puro dei pittori simbolisti, interessa l’atmosfera sospesa e incantata del mito, la sua cripticità, i suoi significati nascosti.
La Sfinge simboleggia la Natura, ma anche l’universo della Donna, col suo fascino e i suoi tranelli; così l’enigma più non sarebbe un indovinello, ma il mistero stesso che lega il maschile e il femminile, secondo una dialettica eterna fatta di contrasti e congiungimenti. Uno degli aspetti che rende più interessante l’opera di Moreau è il suo precorrere i tempi, il suo essere arrivato con più di vent’anni di anticipo alle conclusioni teorizzate dai simbolisti propriamente detti, quelli cioè che operarono a partire dalla metà circa degli anni Ottanta dell’Ottocento.
Gustave Moreau presentò Edipo e la Sfinge al Salon del 1864, dopo una lunga serie di schizzi preparatori e ripensamenti, con largo anticipo, quindi, sui suoi ideali successori simbolisti, i quali non a caso lo elessero loro maestro e ispiratore, tributandogli un’autentica venerazione.
Le tensioni che percorrono l’opera del pittore, nonché le tematiche da lui affrontate hanno incoraggiato la critica a ritenere la produzione di Moreau prettamente simbolista, nonostante la sfasatura cronologica che la divide dal Simbolismo letterario e figurativo (il Manifesto del Simbolismo porta la data del 1886) e malgrado alcune sue peculiarità stilistiche rivelanti un percorso artistico sicuramente originale, e difficile da inquadrare nella griglie di una precisa definizione.
Il nudo di Edipo, ad esempio, viene trattato in modo del tutto tradizionale, nella posa e nella resa del tono muscolare, sintomo di un legame profondo e ancora non risolto con la pratica accademica, che in pieno Ottocento costituiva ancora una tappa obbligata nella formazione di un artista, e che invece i simbolisti degli anni Ottanta contesteranno fortemente. L’ultima produzione dell’artista, poi, precorre addirittura soluzioni astratte, nei colori impastati e nei grovigli di forme già non più figurativi.
Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, particolare
Al contrario dei suoi contemporanei realisti e naturalisti, Moreau non tratta il soggetto mitico con toni rassicuranti (si pensi ad esempio alla leziosa Nascita di Venere del Cabanel), ma carica i suoi dipinti di colori sempre più cupi, di metafore oscure e incomprensibili in assenza di una profonda cultura letteraria, e permea le atmosfere di toni bui e velati, lasciando spazio all’immaginazione e a un incanto fantastico fatto della stessa materia dei sogni.
Moreau, ossessionato dall’idea della morte in agguato, della decadenza fisica e morale, dalla consapevolezza del mistero impenetrabile che avvolge l’esistenza, trova espressione alle sue tensioni in una personalissima sinergia di temi biblici e mitologici, trattati con preziosità elegante e con cura infinita del particolare e della decorazione sontuosa.

biografia consultata:
Stefano Fugazza, Simbolismo, Mondadori
ArteDossier, Moreau, Giunti

Lucica Bianchi

LA VERGINE DELLE ROCCE

 

Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne’ corpi umani molte volte naturalmente; e sopra naturali talvolta strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virtú, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione è tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella è) largita da Dio, e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci.”

Giorgio Vasari, Le Vite

 

10388061_627859293993010_2941738027309540905_n

nell’immagine:La Vergine delle Rocce dopo il restauro con la sua cornice, National Gallery, London

 

Interessante è la storia che si accompagna al quadro, un storia che solleva molti interrogativi, come del resto fanno diverse opere di Leonardo e la sua stessa vita, che, scriveva il Vasari nella prima stesura de “Le Vite” (1550), era come “circondato da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti, di non naturali seduzioni”. E se pure per spiegare il quadro (soprattutto lo straordinario fondale di rocce, acque, vegetazione, montagne che si stagliano in un cielo incandescente), si sono richiamati elementi inconsci o addirittura messaggi esoterici, e le interpretazioni si siano succedute nel tempo, il vero mistero è nella sua realizzazione, anzi nella loro realizzazione.La Vergine delle Rocce esiste infatti in due versioni: quella di Londra, e un’altra esposta al Louvre, che è precedente. E questo è il primo piccolo mistero. Perché Leonardo, autore di diversi “non finiti” ha deciso addirittura di dipingere due volte quella Madonna con bambino, un angelo e San Giovannino ? Nel 1483 gli fu dato l’incarico di realizzare quello che doveva essere il pannello centrale di una pala d’altare per la Confraternita dell’Immacolata Concezione di Milano. Aveva 31 anni, era appena arrivato da Firenze e pare che realizzasse l’opera abbastanza rapidamente. E’ questo il dipinto del Louvre che però non è mai rimasto sull’altare milanese perché Leonardo, scontento del prezzo pattuito, cui seguì una lunga diatriba coi “confratelli” si decise a venderlo, pare, allo stesso Ludovico Sforza, ripromettendosi di realizzarne un altro – in tempi più dilatati – per la Confraternita. E lo fece, ma in 25 anni. La pala sostitutiva, consegnata nel 1508, era ancora a Milano nel XVIII secolo, quando fu acquistata dal pittore inglese Gavin Hamilton che nel 1880 lo rivendette alla National Gallery.
“…circondato da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti, di non naturali seduzioni”.

 

 

Lucica Bianchi

 

LA SALA DELLO ZODIACO, Mantova

Immagine 1

La sala dello Zodiaco o del Falconetto (il pittore e architetto Giovanni Maria Falconetto, Verona 1468 – Padova 1535), è il vertice artistico del Museo. Non si conosce né il nome dell’artista né del committente, né il tempo dei lavori né l’uso della sala. Il primo ad occuparsi di questi affreschi fu Corrado Ricci, che datò le pitture tra il 1525/30, eseguite da artisti influenzati da Lorenzo Costa il Vecchio e da Giulio Romano. Il primo studio organico sull’intero ciclo zodiacale è di Paola Moretta e risale al 1918 ed apparve sulla “Rivista d’Arte”. La Moretta attribuiva anch’ella l’opera alla scuola di Lorenzo Costa il Vecchio. L’impresa di individuare il committente degli affreschi fu già affrontata anche da Ercolano Marani. Lo studioso mantovano, partendo dalle parole del Vasari, secondo il quale il Falconetto lavorava a Mantova per il signor Luigi Gonzaga concentrando la propria attenzione sul misterioso personaggio in abito nero e copricapo nero, con tre chiavi strette nella mano sinistra, appoggiato al pluteo del segno del Cancro, ipoteticamente propose dapprima il nome di Benedetto Tosabezzi, proprietario della casa. Quindi lo stesso Marani, scartato ragionevolmente il nome di Luigi Gonzaga della linea di Corrado, si dichiarò incline a ravvisare il Luigi Gonzaga citato dal Vasari in Luigi (o Luigi Alessandro) di Rodolfo Gonzaga, la cui dimora sorgeva tuttavia nella contrada del Grifone ed era costituita dal fabbricato che oggi ospita l’Archivio di Stato e dalla torre dei Gambulini. Luigi aveva ricevuto l’edificio in eredità dal padre Rodolfo e nel primo periodo della sua esistenza lo aveva eletto a sua residenza abituale, chiamando ad abbellirlo il pittore e architetto veronese Giovan Maria Falconetto. Oggi è invece universalmente condivisa almeno l’attribuzione dei dipinti al Falconetto proposta nel 1931 dal Fiocco, che datò l’opera attorno al 1520. Circa la datazione dei dipinti riteniamo di aver stabilito il “terminus post quem”, avendo osservato nel 1984 che due personaggi (uno nel Gemelli e l’altro nell’Acquario) sono stati tratti dall’incisione di Luca di Leida, “La conversione di san Paolo” del 1509. La sala misura misura m 9.70 x 15.40 x 6.30 e presenta le quattro pareti adorne dei segni zodiacali, uno su ciascuno dei lati brevi, cinque su entrambi quelli lunghi, così che i segni opposti si affrontano fra loro: ad Ariete si oppone Libra, a Toro Scorpione, a Gemelli Sagittario, a Cancro Capricorno, a Leone Acquario, a Vergine Pesci. Purtroppo la Libra è stata nascosta da un camino addossato alla parete forse nel XVII sec., ma la raffigurazione che decora la fronte della cappa, ripete probabilmente quella originaria perduta. Al soffitto a cassettoni lignei è ancora infisso il robusto anello di ferro che reggeva il perduto lampadario. Intorno, lungo le pareti, sono cassapanche di epoche diverse, e a destra del tavolo posto di fronte al camino assieme ad alcune sedie è un esempio seicentesco di cassaforte dal complicato meccanismo di chiusura. Aggiungiamo che al centro delle arcate la chiave di volta è costituita da una protome (gorgòneion, ossia una testa di Gorgone, con due serpentelli sporgenti sotto il collo, complicato di due ali, nell’Ariete, o affiancata da due uccelli; testa taurina; maschera teatrale virile comica; testa di Giove Ammone; aquila) che si ripete specularmente nel segno opposto. Inoltre alcuni motivi decorativi dei finti pilastri si ritrovano simili, ad esempio, a Verona, nel portale di via Carlo Cattaneo, 6. Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Le diverse immagini zodiacali, che trovano il modello diretto nell’affresco attribuito al Pinturicchio del palazzo di Domenico della Rovere a Roma (di cui rimangono pochi lacerti), sono state formulate secondo un criterio che si ripete in modo simile nei vari segni. Perlopiù in primo piano la rappresentazione delle diverse attività dei mesi e sullo sfondo un mito classico o una pagina di storia antica, e un’architettura di epoca romana o bizantina. A sinistra o a destra del segno, che campeggia sulle nubi del cielo sotto la chiave di volta delle arcate, un personaggio([Giove in Ariete, Toro, Gemelli, Leone, Vergine, Sagittario, Capricorno; Giunone in Cancro e Scorpione; Giove (?) in Pesci) sporge da sopra l’uno o l’altro dei capitelli per collocare l’animale o altra figura in cielo e farne segno astrale: particolare scomparso nella Libra e assente nell’Acquario, sostituito dal volo di Ganimede verso il cielo sull’aquila di Giove. Le raffigurazioni dei mesi dovettero essere desunte da quelle dei citati affreschi romani, la cui fonte letteraria, da noi individuata e ormai accettata, fu il romanzo bizantino del XII sec. di Eustathios (o Eumathios) Makrembolites, “Ismine e Isminia”.

 

 

(nelle immagini: alcuni segni zodiacali)

Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Procedendo dalla parete dell’ Ariete (parete settentrionale) verso destra si riconoscono i seguenti miti:
(click sulle foto per ingrandimento)

01 – Pan ebbro e sonnolento portato dai putti e da un satiro.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della prima finestra.

i_1

 

02 – Giove, mutatosi in toro, rapisce Europa.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra dell’Ariete.

i_2

03 – Il mito di Meleagro (le Parche: Cloto, Lachesi e Atropo, l’una soprintendente alla nascita, l’altra alla vita, la terza alla morte degli uomini) e il piccolo Meleagro con la madre Altea che esibisce il tizzone spento dal quale dipendeva la vita del figlio.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della seconda finestra.

i_3

04 – Èneo liba agli dèi dell’Olimpo (ma dimenticandosi di Diana) assieme al figlio Meleagro e alla moglie Altea.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Toro.

i_4

05 – Meleagro uccide il cinghiale calidonio (a quella caccia parteciparono anche i Dioscuri, che cavalcano sullo sfondo), la cui pelle egli avrebbe donato ad Atalanta; sul lato sinistro è raffigurata Diana.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Cancro.

i_4

06 – Altea brucia il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro, reo di averle ucciso i fratelli Ideo, Plesippo e Linceo, che volevano sottrarre ad Atalanta la pelle del cinghiale.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra dei Gemelli.

i_6

07 – Meleagro morente.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra della Vergine.

i_7

08 – Altea getta nel fuoco il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Leone.

i_8

09 – Latona tra i figli Diana e Apollo.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della prima finestra.

i_9

10 – Apollo saetta sul monte Sipilo i figli di Niobe, madre di dodici (sei femmine e sei maschi) o di quattordici figli (sette maschi e sette femmine), ma il numero varia, che s’era vantata d’essere più prolifica di Latona, madre di soli due figli.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della Libra.

i_10

11 – Atteone, cacciatore mutato in cervo per aver visto Diana e le compagne al bagno, e sbranato dai suoi stessi cani.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della seconda finestra.

i_11

12 – Una figura muliebre (derivata dalla statua della Ninfa “alla spina” conservata agli Uffizi), offre un cinghialetto a Venere assisa sul delfino (fraintendimento, secondo lo Schweikhart, del mito di Polifemo che offre un orsetto a Galatea).
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dello Scorpione.

i_12

13 – Cerere o Demetra in cerca della figlia Prosepina rapita da Plutone mentre coglieva fiori sull’Etna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Sagittario.

i_13

14 – Plutone rapisce Proserpina, figlia di Cerere.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Capricorno.

i_14

15 – Il trionfo di Bacco e Arianna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dell’Acquario.

i_15

16 – Apollo con la lira, Marsia legato all’albero, condannato ad essere spellato perché sconfitto dal nume di Parnaso nella gara musicale, e Olimpo, discepolo di Apollo, ma anche ritenuto ora padre ora, ma più spesso, figlio di Marsia, che pianse e seppellì il padre morto.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dei Pesci.

i_16

 

 

 

 

studio e ricerca a cura di Lucica Bianchi

fonte: sito ufficiale del Museo D’Arco, Mantova

AMORE E PSICHE

“L’amore ci avviluppa sempre: siamo noi, con il nostro atteggiamento verso esso, a trasformarlo in fuoco oppure in luce.” 
Jean Guitton

 

10858448_642714799174126_5955908729503040203_n

 

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793. Marmo bianco, 155 cm. Musee du Louvre, Parigi

Amore e Psiche è un gruppo scultoreo realizzato da Antonio Canova tra il 1788 e il 1793, esposta al Museo del Louvre a Parigi. Ne esiste una seconda versione (1800-1803) conservata all’Ermitage di San Pietroburgo in cui i due personaggi sono raffigurati in piedi e una terza (1796-1800), sempre esposta al Louvre, in cui la coppia è stante. Delle tre versioni, la prima, cronologicamente parlando, è la più famosa e acclamata dalla critica. Da segnalare che presso Villa Carlotta a Tremezzo è visibile una replica della scultura commissionata ad Antonio Canova dal principe russo Yussupoff (oggi conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo) eseguita tra il 1818 e il 1820 da Adamo Tadolini, derivata dal modello originale che lo stesso Canova aveva donato all’allievo prediletto Tadolini con l’autorizzazione di trarne quante copie ne volesse. L’opera rappresenta, con un erotismo sottile e raffinato, il dio Amore mentre contempla con tenerezza il volto della fanciulla amata, ricambiato da Psiche da una dolcezza di pari intensità. L’opera rispetta i canoni dell’estetica winckelmanniana, infatti, le figure sono rappresentate nell’atto subito precedente al bacio, un momento carico di tensione, ma privo dello sconvolgimento emotivo che l’atto stesso del baciarsi provocherebbe nello spettatore. Questo è il momento di equilibrio, dove si coglie quel momento di amoroso incanto tra la tenerezza dello smarrirsi negli occhi dell’altro e la carnalità dell’atto. Le due figure si intersecano tra di loro formando una X morbida e sinuosa che dà luogo ad un’opera che vibra nello spazio. La scultura è realizzata in marmo bianco, levigato e finemente tornito, sperimentando con successo il senso della carne, che Canova mirava a ottenere nelle proprie opere. La monocromia, in contrasto alla drammaticità e al pittoricismo barocco, è un canone del neoclassicismo che Canova riprende per menomare la carica espressiva. L’opera Amore e Psiche del 1788 è un capolavoro nella ricerca d’equilibrio. In questo squisito arabesco, infatti, le due figure sono disposte diagonalmente e divergenti fra loro. Questa disposizione piramidale dei due corpi è bilanciata da una speculare forma triangolare costituita dalle ali aperte di Amore. Le braccia di Psiche invece incorniciano il punto focale, aprendosi a mo’ di cerchio attorno ai volti. All’interno del cerchio si sviluppa una forte tensione emotiva in cui il desiderio senza fine di Eros è ormai vicino allo sprigionamento. L’elegante fluire delle forme sottolinea la freschezza dei due giovani amanti: è qui infatti rappresentata l’idea di Canova del bello, ovvero sintesi di bello naturale e di bello ideale. La scena, tratta dalla leggenda di Apuleio, appartiene alle allegorie mitologiche della produzione del Canova e per queste radici si accomuna al gruppo di Apollo e Dafne del Bernini, benché si differenzi dalle intenzioni di quest’ultimo (che desiderava suscitare stupore e meraviglia), allorché in Amore e Psiche si percepisce la tensione verso la perfezione classica ed una protesta contro la finzione, l’artificio ed il vuoto virtuosismo barocco. Ciononostante, quando l’opera venne esposta venne giudicata troppo barocca e berniniana, come era già accaduto per Ebe, criticata perché si poggiava su una nuvola.

 

Lucica Bianchi

 

INVITO AL MUSEO – Casa Museo Lodovico Pogliaghi

 

La vita e le opere di Lodovico Pogliaghi

 

Pogliaghi

Lodovico Pogliaghi (Milano 1857 – Varese 1950) nacque nel gennaio 1857 a Milano dall’ingegnere ferroviario Giuseppe Pogliaghi e da Luigia Merli, entrambi appartenenti a ricche e distinte famiglie borghesi milanesi. Frequentò il Liceo Parini di Milano per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove fu suo professore Giuseppe Bertini (Milano 1825 – Milano 1898).

 

064-lodovico-pogliaghi-scultore-265

Fantasia, facilità di esecuzione, ordine e profonda dedizione caratterizzano l’opera del pittore, scultore, architetto e scenografo Pogliaghi. Ai dipinti giovanili a carattere religioso e storico – nonché al restauro e alla decorazione di nobili dimore – affiancò presto la produzione scultorea, ambito che più gli riuscì congeniale. Si applicò con grande finezza ed eleganza anche alla grafica, alla glittica, all’oreficeria e all’arte vetraria. Fu insegnante d’ornato a Brera dal 1891 e fece parte dei più importanti consessi artistici.

La sua prima commissione di rilievo fu il dipinto raffigurante la Madonna fra Santi (1878) per la chiesa parrocchiale di Solzago (CO), cui seguì la Natività della Vergine per la chiesa di San Donnino a Como nel 1885. Nel 1886 iniziò un nuovo progetto artistico che vide la pubblicazione delle Illustrazioni per la Storia d’Italiaedite dalla Casa Treves di Milano. Negli stessi anni cominciò un tirocinio sotto la direzione di Giuseppe Bertini, durante il quale collaborò all’arredamento del Museo Poldi Pezzoli e alla decorazione di Palazzo Turati a Milano.

Delle sue opere di decorazione occorre citare le pitture compiute nel salone centrale del Castello del Valentino a Torino, i cartoni per i mosaici delle lunette del Famedio milanese (1887) e della cappella mortuaria di Giuseppe Verdi e i complessi lavori eseguiti nella Cappella Cybo del Duomo di Genova. Scultore particolarmente prolifico, a lui si debbono il sepolcro di Quintino Sella a Oropa (1892), il Crocifisso per l’altar maggiore del Duomo di Milano (1926), il gruppo colossale della Concordia nel monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, il tabernacolo di bronzo nella Basilica di San Vittore a Varese (1929), la tomba di Camillo e Arrigo Boito a Milano (1927), il sepolcro di Ludovico Antonio Muratori a Modena (1930), le porte del tabernacolo, un Crocifisso in argento e sei statue di bronzo per l’altar maggiore del Duomo di Pisa.

 

 

Tabernacolo San Vittore

Tabernacolo San Vittore

 

La sua opera più famosa è di certo la porta centrale del Duomo di Milano, alla quale lavorò alacremente dal 1894 al 1908 dalla sua casa al Sacro Monte di Varese, dove si conserva ancora il gesso originale.

 

 

Immagine 4

Porta Duomo di Milano

Porta Duomo di Milano

 

Lavoratore instancabile, univa una facile ispirazione a una eccezionale preparazione tecnica e culturale, una volontà tenace a una resistenza formidabile, una scrupolosa acutezza di esecuzione a un’estrema rapidità di creazione. Il suo percorso artistico è stato permeato da un’intransigente fedeltà alla tradizione e da una rigida disciplina accademica. Dibattuto tra gli ultimi aneliti del tardo Romanticismo e qualche timida apertura alla sensualità Liberty, Pogliaghi resterà sostanzialmente escluso dai movimenti rivoluzionari e dalle avanguardie che tra fine Ottocento e la metà del Novecento cambiarono completamente il volto dell’arte europea. Egli fu artista nel senso rinascimentale del termine, dedito com’era al costante affinamento virtuosistico delle sue abilità tecniche ed espressive.

Alla sua produzione artistica affiancò un’intensa ed eclettica attività collezionistica. La sua passione per antichità e bizarrerie lo portò a rendere la sua abitazione al Sacro Monte di Varese uno splendido scrigno di tesori, una preziosa Wunderkammer tardo ottocentesca. Qui si spense all’età di 93 anni, ancora nel pieno della sua attività artistica e collezionistica.

 

La Casa Museo

Lavorando al restauro delle cappelle del Sacro Monte di Varese, Pogliaghi rimase stregato – come molti prima di lui – dalla tranquillità e dalla bellezza di questi luoghi. A partire dal 1885 decise di acquistare vari terreni attigui sui quali iniziò a costruire la villa alla quale lavorò quotidianamente e alacremente fino alla morte, sopraggiunta nel 1950. Concepì l’abitazione come un laboratorio-museo dedicato al ritiro, allo studio e all’esposizione del frutto della sua passione collezionistica. L’edificio, progettato dallo stesso Pogliaghi, riflette il gusto ecclettico dell’epoca e l’interesse del proprietario verso tutte le forme d’arte, con sale ispirate ai diversi stili architettonici e un giardino all’italiana costellato di antichità e oggetti curiosi.

 

Casa Museo Pogliaghi-ingresso

Casa Museo Pogliaghi-ingresso

La villa, donata da Pogliaghi alla Santa Sede nel 1937 e oggi di proprietà della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, è stata aperta come museo dal 1974 e sino agli anni ‘90 del Novecento e ha riaperto al pubblico nel maggio del 2014.

 

Ingresso Giardino Museo

Ingresso Giardino Museo

 

L’allestimento, progettato per la nuova apertura, propone di avvicinarsi il più possibile all’allestimento degli anni ’50 del Novecento, conservando l’originale e personalissima disposizione degli arredi e delle opere dello stesso Pogliaghi.

 

01-sala-madonne-2-265x399-265x320 (1)

IL PERCORSO ESPOSITIVO

 

 

 

 

 

Sala della Madonna

La sala d’ingresso della casa museo è detta Sala della Madonna o Sala delle Collezioni per via dell’intenzione di Pogliaghi di esporvi i pezzi più preziosi e rappresentativi della sua collezione. L’allestimento, la scelta dei pezzi, la decorazione pittorica e le stesse vetrine sono state concepite e realizzate da Pogliaghi stesso.

La selezione degli oggetti esposti può essere considerata una sorta di campionario non solo delle passioni collezionistiche dell’eclettico artista, ma anche della storia dell’arte e dell’archeologia in generale. Sono infatti presentate opere dei più diversi materiali (terracotta, oro, argento, avorio, porcellana, carta, tessuto prezioso…) e provenienti dai più diversificati contesti storici, artistici e geografici. Tra i pezzi più significativi si segnalano un Cristo in croce dello scultore fiammingo Giambologna, una Madonna col bambino tedesca in legno policromo datata all’inizio del Cinquecento, vetri delle manifatture medicee e veneziane, statue e oggetti votivi orientali.

Sala del Telamone

Questa piccola stanza che congiunge l’ingresso con la Biblioteca di Lodovico Pogliaghi è anch’essa caratterizzata dall’eclettismo e dalla grande eterogeneità dei materiali esposti: un forziere settecentesco, una Madonna lignea umbra di XIV secolo e un telamone padano di XII secolo.

Biblioteca

Originariamente contente preziosi incunaboli, pergamene, autografi e cinquecentine, oggi la biblioteca di Lodovico Pogliaghi è stata trasferita presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano – ente proprietario della casa museo e della collezione – che ne garantisce la corretta conservazione e accessibilità. La rimozione delle scaffalature, scomparse già dalla prima apertura al pubblico, ha permesso di dare maggiore visibilità alla decorazione progettata e realizzata dallo stesso Pogliaghi. Benché i lavori siano rimasti incompiuti, è chiaro l’intento di rendere l’atmosfera di uno studiolo rinascimentale toscano. La stanza è oggi utilizzata per esporre una parte della produzione di medaglie e placchette commemorative di Pogliaghi. Noto e apprezzato incisore, Pogliaghi ha difatti lavorato a moltissimi soggetti richiesti dalle più diversificate committenze.

La biblioteca ospita inoltre un prezioso tavolo intarsiato d’avorio, uno splendido bozzetto in terracotta dellaSanta Bibiana (1624-1626) di Gian Lorenzo Bernini e alcuni degli oli su tavola della sua collezione, tra cui unaMadonna del latte (XVI secolo) del piemontese Defendente Ferrari.

Sala Rossa

La Sala Rossa o Salone prende il nome dagli splendidi damaschi settecenteschi cremisi che Pogliaghi utilizza come tappezzeria e alla cui sommità colloca un fregio decorativo da lui realizzato con putti alati, dall’effetto fortemente tridimensionale, che reggono ghirlande e tondi figurati. Sempre settecentesche sono le preziose specchiere e i lampadari in vetro di Murano, esemplificativi della grande passione di Pogliaghi per i vetri antichi. Domina la sala un grande vaso cinese tardo Ming incorniciato e sorretto dalla montatura bronzea del Pogliaghi.

Dal Salone si accede al piacevolissimo balcone – dominato da una riproduzione del tripode realizzato dallo scultore per l’interno del mausoleo canoviano a Possagno – dal quale è possibile godere di un meraviglioso colpo d’occhio sulla vallata e i laghi. Ad incorniciare il balcone due vetrine di ceramiche e porcellane occidentali e orientali. Sono rappresentate molte manifatture italiane (Faenza, Lodi, Bassano del Grappa, Laveno) e straniere (Cina, Giappone, Meissen, Compagnia delle Indie). Spiccano infine alcune opere pittoriche, tra cui: una tavoletta con Cristo portacroce del pittore lombardo seicentesco Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, una tela con un Nano deforme da Pogliaghi attribuito (erroneamente) a Caravaggio e una Madonna con bambino attualmente considerata di Giambattista Tiepolo.

Galleria dorata

Dopo aver attraversato un piccolo ambiente di congiunzione decorato da Pogliaghi con tessuti antichi e pietre lavorate, si accede alla Galleria dorata che si configura come una sorta di modellino in scala 1:4 di un’importante commissione che Pogliaghi ricevette da oltre i confini nazionali. Si tratta infatti di un progetto in gesso, stucco dorato e specchi del bagno per la reggia del terz’ultimo Scià di Persia da realizzarsi in oro zecchino in dimensioni quattro volte maggiori. Lo Scià per ringraziare Pogliaghi del progetto gli regalò le caleidoscopiche lastre di alabastro che dominano la finestra della stanza e, probabilmente grazie alla sua intercessione, Pogliaghi riuscì ad acquisire nella sua collezione i sue rari sarcofagi egizi datati tra 900 e 700 a.C. che spiccano nell’ambiente. Da segnalare sono infine la Testa virile da Pogliaghi attribuita allo scultore rinascimentale Tullio Lombardo, ma forse riferibile alla statuaria romana del periodo aureliano, e il modelletto bronzeo del Giambologna per l’Ercole e Nesso della Loggia della Signoria a Firenze.

Atelier

Dalla Galleria dorata si accede direttamente al grande studio dell’artista, utilizzato da Pogliaghi e dai suoi aiuti per lavorare alle imponenti commissioni che hanno caratterizzato la sua attività. Qui sono riuniti modellini e riproduzioni eseguite da Pogliaghi stesso delle sue opere più importanti. In particolare si segnalano gli Angeliporta-cero eseguiti per l’altare maggiore della Chiesa Primiziale di Pisa, un bozzetto per la Pietà della Cappella espiatoria di Monza, i Profeti per la Basilica del Santo a Padova, il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria di Roma e alcune imposte bronzee per la porta centrale della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Domina la sala la maggiore commissione ricevuta da Pogliaghi che lo assorbirà completamente tra 1894 e 1908: la porta centrale del Duomo di Milano. Incorniciato dalla splendida scalinata in marmo di Candoglia, il modello in gesso in scala 1:1 sorprende e affascina il visitatore con la sua prorompente e scenografica teatralità. Le formelle in gesso – dopo aver subito il processo di fusione a cera persa per ottenere l’opera finale in bronzo – sono state assemblate, rilavorate, incerate e in parte colorate dall’artista per ottenere una personale riproduzione dell’opera. Così come il Duomo milanese, la porta è dedicata alla Madonna e propone sul battente di sinistra i misteri dolorosi della storia di Maria e su quello di destra i misteri gaudiosi. I due battenti sono sormontati da elemento fisso nel quale spicca l’incoronazione della Madonna assunta in cielo da Cristo tra angeli e santi significativi per la città di Milano.

All’interno dell’ambiente compaiono anche delle opere della collazione dell’artista, in particolare si segnalano le due tele del pittore genovese Alessandro Magnasco, attivo tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, e due modellini di grandi scultori italiani dell’Ottocento e del Novecento: Giuseppe Grandi e Francesco Messina.

Esedra

All’interno di questo ambiente che si ispira chiaramente al Pantheon romano, Pogliaghi raduna gran parte della sua collezione antica, tra cui troviamo esempi di arte egizia, etrusca, greca, romana e rinascimentale. Molti pezzi sono modificati, ricomposti e assemblati da Pogliaghi in pastiche tipici del gusto eclettico ottocentesco.

All’interno delle vetrine raduna ceramiche e altri materiali archeologici di varia provenienza.

 

Le collezioni

Nell’arco di sessant’anni Pogliaghi raccolse nella sua abitazione al Sacro Monte di Varese una prestigiosa e consistente collezione di opere d’arte. Questa comprendente preziosi reperti archeologici egizi, etruschi e di epoca greco-romana (ceramica, sarcofagi, statuaria, glittica, vetri), pitture e sculture databili tra il Rinascimento e l’epoca barocca (tra cui pregiate statue lignee del XV e XVI secolo, un bozzetto di Bernini, due modellini del Giambologna e tele di Procaccini, Magnasco e Morazzone), una ricca collezione di tessuti antichi europei e asiatici (eccezionale la collezione di tappeti orientali), pregiati arredi storici, curiosità e oggetti bizzarri da tutto il mondo. Accanto alla sua collezione – allestita con gusto personale e ottocentesco tendente all’horror vacui – la villa conserva bozzetti, gessi, disegni e materiali di lavoro di Pogliaghi, tra cui gli splendidi gessi originali della porta maggiore del Duomo di Milano, recuperati dopo la fusione a cera persa e riassemblati e rilavorati dallo stesso Pogliaghi. Parte della collezione, con un allestimento museale, è visibile – su richiesta – negli ambienti, restaurati e nuovamente allestiti nel 2005, del Rustico della Casa Museo Lodovico Pogliaghi.

 

In totale la villa ospita più di 1500 opere tra dipinti, sculture e arti applicate e circa 580 oggetti archeologici.

 

Immagine 1

 

Entra nel Museo

 

 

 

 

Collegamenti esterni:

 

(studio a cura di Lucica Bianchi)