LA GIOCONDA

 Leonardo da Vinci,  "Ritratto di Monna Lisa del Giocondo" (La Gioconda) 1503-1506 olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Louvre.

Leonardo da Vinci, “Ritratto di Monna Lisa del Giocondo” (La Gioconda) 1503-1506 olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Louvre.

“Nel ritratto della cosiddetta Gioconda, la nobildonna guarda allo spettatore col busto di tre quarti sfuggente verso il fondo. Lo stilobate, caro ai pittori fiorentini non forma parapetto, ma chiude la loggia in cui ella siede; e una colonna del loggiato si profila ai margini del quadro, che ha per sfondo uno scenario fantastico di Dolomiti e di acqua. Le increspature delle maniche con i serpenti meandri, le semidisciolte catenelle della chioma, i ritorti fili di luce correnti sulle pieghe, le fluide ondulazioni delle carni, stabiliscono una sottile rispondenza armonica tra la figura e lo sfondo fantastico. Quel paesaggio […] sembra creato per la figura che in esso vive.

(Adolfo Venturi 1924)

La Gioconda, uno dei più famosi quadri del mondo, fu dipinto da Leonardo da Vinci tra 1503-1514 circa, e presentato nel 1517 in Francia, al cardinale Luigi di Aragona. Il dipinto raffigura una semplice donna fiorentina. La particolarità che rende questo quadro prezioso e unico è che da qualsiasi punto di vista venga guardato, osservando lo sguardo della donna, essa sembra che “ci segua”.

L’autore, Leonardo da Vinci nacque il 15 aprile 1452, a Vinci e si trasferì a Firenze nel 1465. Inizialmente lavorò per tredici anni presso la bottega di Andrea Verrocchio, dirigente di una scuola d’arte. Qui Leonardo emerse anche come scultore, intraprese studi di anatomia, botanica, ingegneria.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Cloux, presso Amboise. Tutta la sua opera creativa è impressa dalla sua convinzione sull’esistenza di un equilibrio, di un’armonia universale, sicuramente presente anche nell’apparente caos della fine del mondo, caos magistralmente rappresentato nei dieci disegni con il tema del “Diluvio”.

Descrizione del quadro: il ritratto “La Gioconda” mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell’epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa ha un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo’ di sciarpa. 

Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è possibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, leonardo aggiunse un impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo. La straordinaria naturalezza de personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e “araldiche” dei predecessori, fa di questo quadro una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.

Curiosità:

Il ritratto La Gioconda è una delle opere più copiate della storia dell’arte. Nel 1911, il quadro fu rubato, e il poeta Appolinaire sospettato di complicità fu arrestato. Due anni dopo l’opera fu ritrovata a Firenze, in possesso di Vincenzo perugia, ex impiegato del museo del Louvre. Sicuramente il furto contribuì alla nascita e all’alimentazione del mito della Gioconda: dalla cultura più alta, per pochi eletti, la sua immagine entrò decisamente nell’immaginario collettivo.

Marta Francesca Spini (studentessa, scuola secondaria di primo grado)

(con la collaborazione di Lucica Bianchi)

I 3 MISTERI DI LEONARDO

Se qualcuno pensasse di spiegare il carattere, la vita e l’opera di Leonardo, dovrebbe immaginarlo come la figura di uno dei Re Magi, che guidati da una stella, secondo il racconto evangelico, vennero ad offrire i loro doni al Cristo neonato e, presentato il loro omaggio al divino infante, fecero ritorno in Oriente. Questo racconto potrebbe almeno servire di profezia alla carriera del grande artista, divinatore dell’anima moderna e ne sarebbe come lo schema e l’immagine simbolica.

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca reale

Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca Reale

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Leonardo da Vinci, statua nel piazzale degli Uffizi, Firenze

Il pensiero e l’opera di Leonardo da Vinci furono segretamente dominati dall’ansia di tre profondi misteri: Il mistero del Male nella Natura e nell’Umanità, Il mistero della Donna, Il mistero del Cristo e del Verbo divino nell’uomo.

A prima vista, divisa com’è tra il tormento della scienza ed il sogno dell’arte, l’opera di Leonardo appare come un caos di frammenti ineguali ed incompleti. Ma considerata alla luce di queste tre idee che ne sono il motore, essa si rischiara, si coordina e si armonizza in un disegno completo.

Se proviamo a seguire queste tre meteore che tendono ad un medesimo fine e finiscono per fondersi in una sola stella, riusciremo così ad abbracciare in un sol colpo  il fondo tragico sul quale agiscono i personaggi evocati dal grande artista e le radianti verità che dominano la sua opera.

Questo è il prologo di un viaggio che intrapprenderemo sui 3 misteri nei prossimi articoli dei “I tesori alla fine dell’arcobaleno”

                                                          Lucica

UN UOMO DEL PASSATO CHE HA VISTO IL FUTURO

Immagine

“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori danno alla tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoperati in tal modo in gioventù che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento”
Leonardo da Vinci, 1452-1519
Certe qualità eccezionali di cui danno prova esseri umani sono spesso doni piovuti loro dal cielo, ma ciò è naturale. Soprannaturale è invece che bellezza, virtù e talento possano confluire profusamente in un unico individuo rendendolo superiore a tutti gli altri uomini qualunque cosa egli faccia. Ogni sua azione sarà infatti così miracolosa da rivelarsi per quel che è: un fenomeno di origine divina, non il semplice risultato dell’ingegno umano.
Leonardo da Vinci fu uno di questi fenomeni. C’erano in lui, oltre a una bellezza fisica mai sottolineata abbastanza, una facilità e una felicità d’azione sconfinate. Aveva cosi tante qualità che ovunque volgesse la sua attenzione riusciva a trasformare un problema insolubile in una cosa facile a farsi, e fatta alla perfezione. Alla sua forza fisica, possente, si associava abilità, ardimento e una nobiltà d’animo regale e prodiga di sé.
La fama di Leonardo fu illimitata: valicò i confini dell’epoca e raggiunse i posteri.
Non fosse stato tanto versatile e irrequieto, Leonardo sarebbe diventato un raffinato uomo di lettere e un erudito. Intraprese studi di ogni tipo, ma dopo un po’ si sentiva sazio e piantava tutto. E’ vero che iniziò molte opere d’arte senza mai finirle, ma era perché la sapeva troppo lunga in materia. Considerava la perfezione artistica che aveva in mente irraggiungibile sul piano pratico. Nemmeno con le sue stesse mani poteva venire a capo delle imprese grandiose e difficili che era solito immaginare.
Il suo maestro fu Andrea del Verrocchio, che all’epoca stava lavorando a una tavola raffigurante un San Giovanni in atto di battezzare Cristo. Leonardo ebbe il compito di dipingere nella tavola un angelo con in mano delle vesti. Allora era giovanissimo, ma lo disegnò cosi bene che l’angelo fece fare brutta figura alle figure dipinte da Andrea. Pare che Andrea, indispettito che un ragazzino ne sapesse più di lui, non volle più saperne di prendere in mano i pennelli.
E allora: è possibile, oggi, conoscere e “vedere” Leonardo da Vinci? Ovvero apprezzarlo nella sua opera e nel contesto delle vicende dell’arte, come si può fare per moltissimi altri artisti? Domanda apparentemente paradossale e incongrua, visto che su di lui è stata pubblicata una biblioteca di migliaia di tomi che si accresce di altre migliaia di contributi ogni anno, mentre istituzioni importanti sono solamente dedite alla conservazione e allo studio dei suoi “Codici”, e la “Gioconda” è notoriamente il quadro più conosciuto al mondo, oggetto di devoti pellegrinaggi anche da parte di genti che nulla conoscono della pittura occidentale. Ogni giorno escono libretti divulgativi in cui Leonardo è indicato come “il più”: “il più” grande genio della storia dell’umanità, “il più” grande scienziato, “il più” profetico nunzio dell’età delle macchine, e cosi via all’infinito, elencandone le benemerenze in campi dello scibile che invece datano da pochi secoli, e che Leonardo neppure conosceva. Domanda però giustificata dall’evidente frattura fra la documentazione archivistica nota e l’immagine dell’artista presso i contemporanei, fra la costruzione del mito dopo la sua morte, e le fasi successive, passate attraverso scoperte, infinite discussioni attributive, tentativi disperati per fermare in qualche modo il degrado progressivo e rapidissimo dell’unica sua opera pittorica del tutto certa: il “Cenacolo” di Milano. Giungere dunque a lui, attraverso simili intrichi, ricollocarlo in qualche modo nel suo tempo, appare impresa quasi disperata. E’ possibile evitare di considerarlo “l’uomo più ostinatamente curioso della storia” secondo la definizione di Sir Kenneth Clark¹, o l’espressione del “genio umano e universale” di Goethe²? Comunque, Leonardo era già considerato la sintesi dell’età del Rinascimento nell’apologia costruita da Giorgio Vasari³, che anche in questo caso, si dimostra un grande romanziere. A fine Ottocento Edmondo Solmi aveva intuito ed esposto: “Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurano l’intero Leonardo nelle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.” Ma Leonardo in realtà, non fu assolutamente capace di costruire una teoria, almeno nelle accezioni scientifiche e filosofiche, e ideologiche, che noi diamo al termine. Non fu né sistematico né sperimentale, ma portò l’arte dell’osservazione, sostenuto dal meraviglioso ed eccezionale talento di disegnatore, ai vertici possibili nel suo tempo. E tale osservazione trasferì in quella pittura che così diventa un’ arte di sottile invenzione, la quale con delicata a attenta speculazione considera tutte le qualità delle forme. Questa tensione fra l’osservazione e le qualità formali costituì un assillante rovello, determinante per l’insoddisfazione nei confronti dell’opera limitata e incompiuta. Ed è proprio questa tensione fra Arte e Natura, Pittura e Osservazione, portata ad un estremo limite di perfezione e gentilezza a costituire il motivo primo del fascino di Leonardo da Vinci. Questa inesausta ricerca era certamente rara, ma del tutto coerente con il suo tempo, negli anni in cui gli artisti cominciano a emanciparsi dalla condizione artigianale, aspirando essi stessi a quell’ideale di “Uomo Universale”.
Chiunque volesse vedere fino a che punto l’arte è in grado di imitare la natura, basta guardare Leonardo da Vinci.

Lucica Bianchi

¹Sir Kenneth Clark (1903-1983) direttore della National Gallery di Londra 1933-1945, storico d’arte e divulgatore televisivo precoce di storia dell’arte.
² Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) drammaturgo, poeta, filosofo e critico d’arte tedesco.
³ Giorgio Vasari (1511-1574) pittore, architetto e storico dell’arte italiana.