L’INFINITA MUSICA DEL VENTO

TALAMONA 18 settembre 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

IL LIBRO SCRITTO DA LORENZO DELLA FONTE INTRODUCE AD UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA SOSPESA TRA STORIA E LEGGENDA

 

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L’infinita musica del vento. Un titolo simile su una locandina fa pensare che l’evento cui ci si riferisce è un evento musicale. Di certo di musica si parlerà molto questa sera. L’infinita musica del vento è però quella di un libro, scritto da Lorenzo Della Fonte che questa sera, coadiuvato da Donatella Quadrio, ci trasporterà sulle ali del vento attraverso un’avventura umana straordinaria. Così Simona Duca, ex assessore alla cultura, ha introdotto l’evento di questa sera alle ore 20.45, seguito da un nutrito pubblico, per poi passare la parola a Della Fonte il quale, dopo i ringraziamenti di rito alla biblioteca di Talamona e al suo staff, alla libreria di Alice, al Maestro Boiani della Filarmonica di Talamona e alla Maestra Rizzi del coro (che hanno spostato le prove per essere presenti questa sera) e appunto alla signora Donatella Quadrio “metà talamonese e metà di Berbenno, con la quale proprio a Berbenno mesi fa feci una presentazione di questo libro, critica eccellente e avida lettrice che non conoscevo prima di imbarcarmi nell’avventura di questo libro” è passato ad introdurre il suo libro che narra la storia in parte romanzata, ma assolutamente vera di Francesco Scala, clarinettista vissuto all’incirca a metà Ottocento che nel 1841 si imbarca su un mercantile in partenza da Napoli diretto verso Washington. Il libro dunque è diviso in tre parti. La prima è ambientata nella Napoli dei Borboni, la seconda durante la traversata in mare e la terza in America. “è stato molto difficile trovare informazioni su questo personaggio” ha dichiarato l’autore “esistono poche fonti storiche certe. Per esempio nessuno conosce il motivo vero per cui Francesco Scala decise ad un certo punto di imbarcarsi per le americhe, ho dovuto cercarmi un pretesto inventato, ma che potesse essere in qualche modo plausibile” qual è questo pretesto lo si è scoperto nel corso dell’efficace presentazione, ma intanto la parola è passata a Donatella Quadrio, che ha presentato l’opera come “un meccanismo a molle e ad ingranaggi i quali devono stare al loro posto esattamente come gli strumenti musicali. Questo libro ha ingranaggi che marciano a partire dal titolo dalla sua musicalità e in generale si rivela essere un racconto molto vivace. Come già anticipato dall’autore un racconto diviso in tre parti ricostruite con grande fedeltà storica, dalla Napoli dei Borboni che allora era un centro di eccellenza della cultura europea prima che arrivassero i piemontesi a farne scempio, passando dalla rocambolesca traversata che comprende l’episodio di un attacco pirata (i pirati soprattutto di nazionalità africana in quel momento furono combattuti per tre anni dalla marina americana) fino ad arrivare agli episodi americani narrati con le atmosfere degli western di una volta. Un libro che si può definire un romanzo storico con un linguaggio elegante quasi old fashion, dalla struttura moderna, ma con un personaggio superclassico. Un romanzo da una parte biografico che ricostruisce la storia di questo straordinario personaggio Francesco, che poi una volta fatta fortuna in America si chiamerà Frances, ma parallelamente un romanzo musicale non solo nei sensi del linguaggio, ma perché inframmezzato da una serie di interludi, ciascuno con una sua particolare tonalità che raccontano in modo rigoroso l’evolversi della musica, degli strumenti, delle tonalità, un libro insomma godibile, per tutte le età, ma dal quale si può anche imparare perché infondo è anche per questo motivo che si legge no? Un libro che mostra la profondità della cultura musicale del Maestro Della Fonte” che ha ripreso a questo punto la parola “ritenevo importante per lo sviluppo stesso del romanzo parlare delle innovazioni degli strumenti musicali che hanno avuto luogo proprio in quegli anni e che hanno permesso un salto di qualità dalla musica più datata, di stampo Settecentesco ad una musica più moderna, un salto di qualità che coinvolgerà anche le bande” “insomma” ha ancora sottolineato Donatella Quadrio “un romanzo delicato con una sua grazia e liricità che lungi dall’essere gratuite vogliono dimostrare qualcosa. Interessante per esempio il modo in cui Rossini (uno dei tanti grandi che si incontrano tra le pagine di questo romanzo) viene qui reso con la sua passione per i tartufi e con l’episodio dove lo si trova a Parigi a suonare per pagarsi un allevamento di maiali. Un romanzo storico popolare che affronta tematiche sociali come la povertà e l’emigrazione passando attraverso la storia della musica. Un romanzo che racconta in modo specifico come le bande, partite come complessi di serie B nell’immaginario pubblico siano riusciti con fatica a conquistarsi una loro dignità. Esemplare a questo proposito l’interludio che racconta di un grande compositore, Henderson, che scrive un overture che non si riesce a vendere. Interpellato a riguardo Henderson risponde che non vuole che il suo pezzo finisca per essere acquisito dalle bande perché le bande suonano male. Gli viene ribattuto che non sono le bande che suonano male, ma che non vengono date alle bande occasioni per esprimersi al meglio e maturare. Un’altra curiosità che si trova nel libro riguarda il pregiudizio che vuole i componenti delle bande e soprattutto i maestri sempre ubriachi” “il grande merito di Francesco Scala è stato proprio questo” ha ripreso Della Fonte “quello di essere arrivato, anche per fortunata coincidenza, al momento giusto in un Paese che in quel momento non aveva cultura, era un Paese ancora in formazione, giovane, in cui città come Washington valevano come i nostri villaggi valtellinesi. I primi centri che si stavano formando erano altri, Boston ad esempio. Li si sono formati i primi fermenti di un Paese che, proprio perché mancava di una cultura propria, ne era affamato. Sul piano musicale a soddisfare questa fame è arrivato, con ottimo tempismo, Francesco Scala che ha fatto conoscere la musica europea in America finendo col diventare direttore della banda dei Marines di Washington. Lincoln addirittura creerà il titolo di maestro di Banda apposta per lui. Lincoln è stato amico personale di Scala così come lo furono altri otto presidenti (tra cui anche Jefferson, creatore della banda dei marines) e delle loro mogli deputate proprio alla gestione degli eventi soprattutto musicali.Anche per questo, per tali notevoli vicissitudini oltreché per meriti personali questa figura merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto possibile” a questo punto il Maestro Della Fonte ha accompagnato il suo racconto con una serie di immagini raccolte durante la lunga ricerca, durata un anno, per questo libro, materiale reperito via internet attraverso contatti con esponenti del corpo dei Marines e con i bibliotecari del Congresso presso cui Scala è sepolto insieme ai grandi nomi della politica americana.

La prima foto ritrae la banda dei Marines nel 1864 quando Scala era in America già da tredici anni. È questa la prima foto ufficiale della banda dei marines dove compare Scala che suona il clarinetto e un ancora giovanissimo, praticamente bambino John Philip Susa, forse il più grande autore di marce “dal libro Scala può apparire come un personaggio fittizio” ha spiegato Della Fonte “ed ecco come vederlo qui ritratto in foto, capire che è realmente vissuto, costituisca una grande emozione, capire come la sua vita ricercando la fortuna sapendo di trovarla (per via di quel discorso che si faceva prima sulla cultura, sulla fame di cultura che ben accoglieva chiunque sapesse soddisfarla) sia stata una vita reale e straordinaria”

La seconda immagine mostra un ritratto di Scala di corporatura non molto imponente così come nessuno se lo immaginerebbe mai leggendo il libro. Nel ritratto ha in mano un clarinetto piccolo strumento del quale divenne un grande virtuoso venendo appunto da una grande tradizione, quella del Teatro San Carlo di Napoli, il maggior centro di eccellenza della musica europea ancor più della Scala di Milano. Se alla Scala di Milano la gente entrava portandosi da mangiare e spesso si intratteneva in chiacchiericci al San Carlo il pubblico entrava con lo specifico intento di ascoltare la musica. È a questo punto che ritorna la questione sul perché Scala abbia deciso di lasciare questa Napoli così sviluppata, paradiso dei musicisti. “nel libro ho immaginato che Scala fosse allievo del grande clarinettista Ferdinando Sebastiani, cosa plausibile” ha ripreso Della Fonte “ho immaginato che ad un certo punto Sebastiani si dimette dall’incarico di direttore d’orchestra del San Carlo e che viene indetto un concorso per sostituirlo, un concorso cui Scala partecipa, ma che è pieno di imbrogli e che Scala non vince ed è per questo che deciderà di imbarcarsi per le americhe.

La terza immagine riporta un censimento della città di Washington dove Scala è registrato con la moglie e sette figli. In realtà avrà in tutto venti figli da due mogli diverse la prima delle quali lo lascia vedovo in circostanze sconosciute mentre la seconda gli sopravvivrà avendola lui sposata quindicenne alla matura età di quarant’anni. Su questo personaggio esistono pochi documenti tra cui una cronaca dei suoi funerali svoltisi nel 1903 (è morto ad ottant’anni) e un’intervista rilasciata negli ultimi anni della sua vita nella quale racconta aneddoti personali e familiari, intervista sulla quale si è tornati in seguito.

La quarta immagine riporta un acquarello che è stata pretesto per raccontare qualche aneddoto cui si è fatto cenno poc’anzi. Scala prima di diventare direttore della banda dei marines è stato piffero maggiore e poi majur nelle parate militari prima che lo promuovesse Lincoln.

Proprio un biglietto autografo di Lincoln è l’immagine proiettata successivamente ed è a questo biglietto che è legato un aneddoto che Scala avrebbe raccontato nella famosa intervista di cui si diceva un aneddoto riguardante il fratello Raffaele (durante l’intervista Scala non disse mai il nome del fratello, Della Fonte lo scoprirà dopo molte affannose ricerche) che dopo pochi anni lo raggiunge in America e si arruola durante una guerra in Messico. Rimasto ferito chiede a Francesco Scala di intercedere per lui presso il Presidente per farsi promuovere ed allontanare dal fronte. Scala inizialmente non vuole, ma il fratello insiste e allora lui ottiene il tanto agognato documento per il fratello. Dopo molti anni scoprirà che il fratello non lo avrà mai utilizzato talmente prezioso lo considerava con la firma autografa di Lincoln il quale tra l’altro incrocerà i destini della famiglia Scala anche il giorno in cui verrà assassinato. Nel teatro dove gli spararono si metteva in scena un’opera di Shakespeare accompagnata da un’orchestra nella quale suonavano i fratelli della seconda moglie di Scala. Questa è solo una delle tante coincidenze che Della Fonte troverà nel suo viaggio di conoscenza tra archivi, siti internet e faldoni. Un viaggio durato tre anni per la stesura e uno per la ricerca nei ritagli di tempo della sua attività di maestro di musica. Un viaggio cominciato durante un soggiorno in Giappone. In quell’occasione a Della Fonte venne in mente di rieditare una sua opera precedente, un saggio tecnico utilizzato come testo di studio nelle scuole di musica ormai fuori catalogo. In quel libro un trafiletto parlava già di Scala. Della Fonte volle saperne di più e cominciò a fare ricerche che lo appassionarono sempre di più al punto che al momento di terminare il libro e congedarsi dal personaggio ne fu commosso. “da sottolineare come il momento della morte di Scala sia accostato ad una fuga essendo quell’ultimo capitolo del romanzo intitolato FUGA SUL TEMA DI PIU’ PRESSI A TE che venne suonata ai funerali di Scala, ma anche, anni dopo, dall’orchestra del Titanic mentre la nave affondava” hanno raccontato insieme Della Fonte e Quadrio “un personaggio che” ha proseguito ancora una volta Della Fonte “può costituire un grande modello per tutti i giovani che verranno a conoscerlo, anche e soprattutto spero, attraverso il mio libro. È grazie anche a lui che gli Stati Uniti d’America sono passati dal non avere una cultura ad essere un modello di eccellenza dove la musica è radicata nella formazione scolastica e personale di ognuno. In America chiunque sa suonare almeno uno strumento e i manuali di musica sono molto diffusi perché diffusa è la concezione che la cultura deve essere patrimonio di tutti da diffondere a più persone possibile” “il problema della Vecchia Europa” ha sottolineato la signora Quadrio “consiste nell’avere eccellenze, ma nell’essere poco comunicativi ed efficaci quando si tratta di farle conoscere. La cultura degli States è molto più disinvolta. Un quartiere non funziona, è degradato o altro? Lo si butta giù senza tanti complimenti e si riedifica. C’è crisi? La quando c’è crisi si stampano dollari, qui si aumentano le tasse. I problemi tra loro li hanno risolti una volta per tutte con la guerra di Secessione noi i nostri continuiamo a portarceli dietro” “una disinvoltura che ha le sue radici proprio negli anni che sono stati teatro dell’avventura umana di Francesco Scala” ha ripreso Della Fonte “e che si è sviluppata su un impalcatura culturale ben riassunta nel termine WASP coniato dagli americani per indicare come doveva essere il perfetto americano: bianco, anglosassone e protestante. Il libro tocca anche questi temi, la Guerra di Secessione è stato un massacro su ampia scala, forse la prima guerra moderna in anticipo sui tempi rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Da tutto questo è nata la cultura americana ed è stato appassionante per me capire e rendere nei vari interludi, questo cammino, il percorso che ha portato la cultura musicale europea in America anche attraverso Scala ma non solo. La musica tutti la amano, ma non tutti la capiscono e non tutti sanno il suo percorso evolutivo, la progressiva raffinazione degli strumenti e delle sonorità. Attraverso la storia di Scala si può conoscere ad esempio l’evoluzione dello strumento da lui suonato, il clarinetto, il più importante all’interno di un organo bandistico col quale ha realizzato l’inno dei marines su adattamento di un’opera di Hoffenback. In quegli anni la banda dei marines era la più importante anche se esistevano bande di altri reggimenti si trattava ancora di realtà minori e poi cominciavano a formarsi le prime bande civili professionistiche, come quelle dell’irlandese Gilmore che fu grande avversario di Scala e come lui seppe sfruttare il particolare momento storico (totalmente scevro dalle complicazioni di oggi) per diventare ricchissimo con la musica, o come quella del già citato Susa, che divenne il maggior esponente ed interprete della musica per banda. Insomma un racconto costituito da un amalgama di musica, storia, epica e humor (esemplare da questo punto di vista l’episodio della traversata oceanica durante il quale Scala si accorse di soffrire di mal di mare e ritirò dunque la sua richiesta di adesione alla marina per arruolarsi nei marines) che ha animato una serata vivace dalla quale Simona Duca ha saputo trarre un efficace insegnamento “se volete conoscere bene la storia leggete romanzi”

Antonella Alemanni

 

 

Lorenzo Della Fonte (Sondrio, 1960) è musicista, compositore e insegnante al Conservatorio di Torino. Gira il mondo come direttore di orchestre di fiati o, come si diceva una volta, di bande. Studioso del repertorio originale per fiati, è autore del fortunato saggio “La Banda: Orchestra del nuovo millennio”.

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VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni