LA VERGINE DELLE ROCCE

 

Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne’ corpi umani molte volte naturalmente; e sopra naturali talvolta strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virtú, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione è tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella è) largita da Dio, e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci.”

Giorgio Vasari, Le Vite

 

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nell’immagine:La Vergine delle Rocce dopo il restauro con la sua cornice, National Gallery, London

 

Interessante è la storia che si accompagna al quadro, un storia che solleva molti interrogativi, come del resto fanno diverse opere di Leonardo e la sua stessa vita, che, scriveva il Vasari nella prima stesura de “Le Vite” (1550), era come “circondato da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti, di non naturali seduzioni”. E se pure per spiegare il quadro (soprattutto lo straordinario fondale di rocce, acque, vegetazione, montagne che si stagliano in un cielo incandescente), si sono richiamati elementi inconsci o addirittura messaggi esoterici, e le interpretazioni si siano succedute nel tempo, il vero mistero è nella sua realizzazione, anzi nella loro realizzazione.La Vergine delle Rocce esiste infatti in due versioni: quella di Londra, e un’altra esposta al Louvre, che è precedente. E questo è il primo piccolo mistero. Perché Leonardo, autore di diversi “non finiti” ha deciso addirittura di dipingere due volte quella Madonna con bambino, un angelo e San Giovannino ? Nel 1483 gli fu dato l’incarico di realizzare quello che doveva essere il pannello centrale di una pala d’altare per la Confraternita dell’Immacolata Concezione di Milano. Aveva 31 anni, era appena arrivato da Firenze e pare che realizzasse l’opera abbastanza rapidamente. E’ questo il dipinto del Louvre che però non è mai rimasto sull’altare milanese perché Leonardo, scontento del prezzo pattuito, cui seguì una lunga diatriba coi “confratelli” si decise a venderlo, pare, allo stesso Ludovico Sforza, ripromettendosi di realizzarne un altro – in tempi più dilatati – per la Confraternita. E lo fece, ma in 25 anni. La pala sostitutiva, consegnata nel 1508, era ancora a Milano nel XVIII secolo, quando fu acquistata dal pittore inglese Gavin Hamilton che nel 1880 lo rivendette alla National Gallery.
“…circondato da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti, di non naturali seduzioni”.

 

 

Lucica Bianchi

 

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IL RITORNO DI ULISSE

 

 

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Pinturicchio, Il Ritorno di Ulisse, affresco staccato (125×152 cm) di , databile al 1508-1509 e conservato nella National Gallery di Londra.

Proviene dal ciclo del Salone del palazzo del Magnifico a Siena, residenza di Pandolfo Petrucci. In occasione probabilmente delle nozze del primogenito Borghese Petrucci con Vittoria Piccolomini del 22 settembre 1509, il “Magnifico” Pandolfo Petrucci fece riccamente decorare il salone del suo nuovo palazzo senese, richiedendo i migliori maestri presenti in città, tra cui Signorelli, Girolamo Genga e il Pinturicchio. Quest’ultimo, in particolare, curò il soffitto, ispirato alla Volta dorata della Domus Aurea, oggi al Metropolitan Museum, e almeno due affreschi delle pareti, staccati verso il 1840 e confluiti, tramite le collezioni di Joly de Bammeville, nel museo londinese. Essi rappresentano la Riconciliazione di Coriolano, che alludeva al tema del passaggio dinastico tra padre e figlio, e il Ritorno di Ulisse.Nella camera di Penelope irrompe in primo piano Telemaco, seguito dai Proci sorpresi e dal padre Ulisse (ancora sulla soglia), che sorprende la madre mentre tesse la leggendaria tela. Oltre la finestra si apre un paesaggio in cui sono accennate alcune peripezie del viaggio di Ulisse: l’isola di Circe, le sirene e il naufragio. La scena nasconde allusioni alla vita politica dell’epoca, con le insidie che simboleggiano i pericoli passati da Siena per mano di Cesare Borgia, in procinto di conquistarla, ed Ulisse sarebbe Pandolfo Petrucci stesso, reduce dall’esilio, anticipato dal figlio, come di fatto avvenne nel 1503.L’inquadratura prospettica è ben proporzionata, col telaio in ripido scorcio e le figure grandi che denotano la monumentalità raggiunta da Pinturicchio nella sua ultima fase artistica. Nonostante i danni alla superficie pittorica, restano ancora oggi molti dettagli estremamente curati, come l’arco e la faretra di Ulisse appesi al telaio, i gioielli e le vesti preziose, oppure di vivo naturalismo, come l’ancella e il gatto che gioca con la palla in primo piano.

Lucica Bianchi

 

CARAVAGGIO- CENA DI EMMAUS

Due versioni a confronto
La prima tela, oggi conservata alla National Gallery di Londra, viene dipinta a Roma per il marchese Ciriaco Mattei nel 1601, quando Caravaggio è ormai considerato “il massimo pittore di Roma”; la seconda, oggi alla pinacoteca di Brera, viene realizzata nel 1606,nei feudi della famiglia Colonna a Paliano, nei pressi di Frosinone, dove Caravaggio aveva cercato protezione in seguito all’accusa di aver ucciso Ranuccio Tomassoni.
La scena, narrata dal Vangelo di Luca, si riferisce al momento in cui sulla via di Emmaus (un villaggio vicino a Gerusalemme) Cristo compare a due suoi discepoli (che non sanno della sua resurrezione) senza farsi riconoscere. Entrati in una locanda e sedutisi a tavola per rifocillarsi, i due apostoli riconoscono Gesù quando egli benedice il pane e lo spezza.
Nella prima esecuzione la luce illumina e definisce i gesti drammatici dei protagonisti e le loro vesti colorate.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1601-1602, olio su tela, National Gallery, Londra

Gesù ha i capelli lunghi e il volto senza barba, nella ripresa di un’antica tradizione iconografica paleocristiana che consente di esplicitare alcuni elementi di carattere teologico.Infatti Gesù, essendo risorto, appare in tutto il suo splendore di uomo realmente vivo ma nelle sembianze è diverso e per questo non subito riconosciuto dai discepoli.Egli è vestito di rosso con un mantello chiaro su una spalla, ha gli occhi socchiusi e le mani sono ferme nel gesto della benedizione del pane. I due commensali, vestiti da pellegrini, sono rappresentati nello sconvolgimento interiore conseguente al riconoscimento.La sorpresa è enorme. Il personaggio di spalle sembra scostare di scatto la sedia per lo spavento. Quello sulla destra allarga le braccia come meravigliato (ma forse anche a mimare la croce) per l’apparizione prodigiosa e con la mano sembra bucare la superficie del quadro; l’oste rimane impietrito.Nel dipinto sono presenti tanti simboli: sulla tavola, il pane e il vino sono simbolo del corpo e del sangue di Cristo e quindi del suo sacrificio. Il canestro colmo di frutti molto maturi è simbolo della fragilità dell’esistenza terrena; il tempo passa e inesorabilmente deteriora le cose, fa appassire le foglie dell’uva, spacca i fichi e la melagrana, intacca la buccia delle mele. La conchiglia che compare sul vestito del personaggio di destra è un simbolo di pellegrinaggio.

 

Nella seconda opera si nota una composizione simile, ma l’atmosfera appare più raccolta; la narrazione è più concisa, sfrondata di particolari e ciò dispone alla meditazione.

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Michelangelo Merisi (detto) Caravaggio, Cena di Emmaus, 1606, olio su tela, Pinacoteca di Brera, Milano

Infatti, il discepolo che è di spalle manifesta di riconoscere Gesù in modo più intimo: non sembra mosso dallo stupore, ma, allargando le braccia, appare accennare una preghiera.L’improvvisa apparizione della presenza viva di Cristo viene sottolineata dalla luce che illumina la mensa, significativamente apparecchiata solo con il pane e il vino.Cristo questa volta è rappresentato con la barba, come definitivamente riconosciuto dai discepoli che finalmente lo vedono presente tra loro, riecheggiando le parole del Vangelo di Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero…”.

 

Lucica Bianchi