GLI ANIMALI SACRI NELL’ ANTICO EGITTO

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Nelle sale di un museo dedicato alla civiltà dell’antico Egitto, ci vengono incontro da ogni parte ibride figure di divinità, le quali su un corpo umano ergono la testa di un leone o di uno sciacallo, oppure statue di animali con la testa umana.

Sfinge con la testa umana e corpo di leone, Museo Egizio, Torino.

Sfinge con la testa umana e corpo di leone, Museo Egizio, Torino.

Vediamo immagini di sovrani prostrati in adorazione di un toro. Nelle vetrine si allineano mummie di gatti, di falchi, di coccodrilli, imbalsamate e fasciate di bende con la stessa cura usata per i corpi umani.

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Stele raffigurante  Anubi -il dio con la testa di sciacallo, Museo del Louvre, sezione Egitto Antico

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Divinità egiziana con la testa d’Ariete,Museo del Louvre, Sezione Egitto Antico.

Forse è proprio questo culto degli animali, così vistoso e onnipresente, l’aspetto della cultura egiziana che ci sembra più impenetrabile e più estraneo alla nostra mentalità occidentale, quasi il prodotto di una fantasia insieme esuberante e affascinante. Pure, se proviamo a seguire l’evoluzione storica che sta alla base della concezione degli animali divini, la fede degli Egiziani ci apparirà immediatamente più limpida.

L’Egitto era in origine abitato da tribù nomadi. Non si trattava di una divisione territoriale, quanto di gruppi, relativamente numerosi di individui che si stimavano parenti ma non in base a un concetto di consanguineità simile al nostro: la parentela fra i membri di un clan era dovuta al fatto che essi si consideravano tutti portatori di un medesimo totem.

Il totem è un essere inanimato, molto spesso un animale o una pianta, da cui l’intero gruppo credeva di discendere e che serviva come emblema. E’ inutile dire che vigeva il divieto assoluto di uccidere e di mangiare l’animale-totem.

le rovine del cortile del toro Apis, a Saqqara, dove viveva l'animale sacro, simbolo della fecondità. Alla sua morte i sacerdoti egiziani partivano alla ricerca di un torello che presentasse le "tre macchie tradizionali", caratteristiche dell'Apis.

Le rovine del cortile del toro Api, a Saqqara, dove viveva l’animale sacro, simbolo della fecondità. Alla sua morte i sacerdoti egiziani partivano alla ricerca di un torello che presentasse le “tre macchie tradizionali”,( una macchia nera in forma di scarabeo sulla lingua, una bianca, quadrata, sulla fronte e una sul dorso a forma di aquila) caratteristiche del toro sacro Api. 

Col trasformarsi dei clan in unità territoriali dovuto alla crescente importanza dell’agricoltura, la venerazione per l’animale capostipite non venne meno, ma si trasformò tuttavia profondamente, perché l’emblema totemico divenne la divinità locale di ciascun villaggio, il cui simbolo si trova riprodotto come segno di identificazione su vasi, sarcofagi e altri oggetti quotidiani.

Il faraone che porta l'offerta al toro Api

Il faraone che porta l’offerta al toro Api

Tale è il caso del toro Api, l’animale sacro di Menfi, considerato un simbolo della procreazione, identificato anche col Sole come mostra il disco d’oro che, nelle raffigurazioni pittoriche, porta tra le corna. Proprio quest’ultimo particolare ci dice quanto fosse remota l’antichità del suo culto, perché lo ritroviamo in graffiti preistorici del Sahara libico. L’animale godeva di una profonda venerazione e quando veniva a morte si celebravano per lui esequie che richiamavano un grande concorso di fedeli giunti, cariche di offerte, da tutto il paese. Il corpo era imbalsamato con ogni cura e trasportato in processione in un’isola vicina dove veniva sepolto in un grande sarcofago di granito, nei sotterranei di un tempio.

Sarcofago di granito scoperto nel secolo scorso a Menfi

Sarcofago di granito scoperto nel secolo scorso a Menfi

 Se dei tori Api possiamo ancora contemplare i corpi mummificati, circondato di mistero ci appare un altro antico animale sacro, la fenice di Eliopoli intorno a cui fin dall’antichità si intrecciarono strane leggende. Si diceva vivesse cinquecento anni e più tardi si favoleggiò che la fenice fosse immortale. Allorché era vicina alla morte, si costruiva una specie di nido di erbe profumate in cui bruciava, quando per il calore del Sole, quelle prendevano fuoco. Dalle ceneri, la fenice risorgeva giovane e rinnovata.

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Io sono quel grande uccello Benu a Eliopoli,

che decide quello che deve e quello che non deve essere.

Chi è questo? Il Benu di Osiride in Eliopoli.

Ciò che è e ciò che sarà è il suo corpo,

è l’eternità e la perpetuità.

Libro dei Morti, capitolo XVII

Nella città di Eliopoli esisteva un particolare tempio dove venivano venerati due aspetti del dio creatore Atum-Ra: il benben, una pietra dalla forma conico-piramidale, e l’uccello benu che i Greci chiameranno fenice. Questo tempio, detto Hat-benben o Hat-benu (Casa della pietra o Casa della fenice), aveva come simbolo la figura di un grande uccello appollaiato al di sopra della pietra conica. Entrambe le parole derivano dal verbo wbn, con il significato di “elevarsi, brillare”, con evidente collegamento all’astro solare, venerato nel santuario.

La fenice e il benben erano strettamente legati nel mito della creazione eliopolitana. Il benben, particolare pietra dalla forma conica, probabilmente un meteorite ritrovato ad Eliopoli in tempi antichissimi, rappresentava la prima terra emersa dall’Oceano Primordiale, il primo atto creativo di Atum, originatasi da una goccia del suo seme caduta nella discesa delle acque. Il benben era il nucleo originario della creazione, perché a partire da esso si sarebbe aggregata tutta la materia dell’universo. Su questa prima terra emersa dalle acque, la Collina Primordiale, il dio Atum si sarebbe manifestato per la prima volta in forma di astro solare per illuminare e vivificare tutto il creato. A questo punto un maestoso uccello, nelle forme di airone grigio (Ardea cinerea), si sarebbe posato su questa prima massa di terra e, aprendo il becco, avrebbe lanciato il suo grido dando inizio ai cicli cosmici temporali. Il grido della fenice, oltre a scandire i ritmi temporali, rappresenta il Logos divino, la Parola Creatrice che dà ordine al creato. Per il suo legame con l’astro solare la pietra benben venne inserita nei principali elementi architettonici per il culto del sole. Con questa parola (usata in alternativa a pyramidion), si indicava quindi il coronamento degli obelischi, dei templi solari e delle piramidi. Si trattava di una pietra rivestita di elettron – lega di oro e argento – che rifletteva i raggi solari e rendeva la punta di questi monumenti luccicante, per ricordare a tutti il loro legame con il sole.

 

Lucica

 

 

 

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LA RELIGIONE EGIZIA

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Illustrazione tratta da un Libro dei morti (1550-1090 a.C.), raccolta di incantesimi atti ad assicurare l’immortalità. Il defunto (a sinistra) segue Anubi verso la bilancia ove il suo cuore sarà pesato contro una piuma- simbolo di Maat, dea della giustizia e della verità- sotto il controllo del dio Thot: se colpevole, il suo cuore verrà divorato da un mostro (sotto la bilancia).

Intorno al 3200 a.C., l’Alto e il Basso Egitto furono unificati sotto il faraone Mene. Questa unione determinerà la struttura di fondo della società egizia per i successivi 3000 anni.

Contemporaneamente, gli Egizi svilupparono tre importanti aspetti della loro religione: in primo luogo, evolsero un culto elaborato e spettacolare dei defunti, culto che li portò a inventare notevoli tecniche d’imbalsamazione. Secondariamente, i loro miti e i loro rituali conferirono ai faraoni la condizione unica di figli o incarnazione degli dèi. In terzo luogo, fra le divinità egizie emerse una divinità solare, fatto comprensibile se si pensa che è il Sole a dominare la vita nella valle e sul delta del Nilo.

Dietro il culto del dio solare stava un precedente culto di un onnipresente dio del cielo che dispensava la vita e il fuoco e generava la pioggia e le tempeste. Questa credenza era venuta in qualche modo a somigliare al culto del dio falco Oro, che successivamente assunse gli attributi di una deità solare e più tardi fu descritto come figlio di Ra, altra versione del dio solare. A sua volta Ra si identificò con Atum, creatore e padre degli dèi. Per sommare, molte diverse ramificazioni mitologiche (e i rituali relativi) si fusero in una religione imperniata sul Sole. Benché chiaramente avviata verso la concezione di un dio universale con diversi attributi, questa religione rimase sempre politeistica, con l’unica eccezione di un tentativo, d’altronde fallito, di Amenofi IV (che prese il nome di Akhenaton) di introdurre un vero monoteismo.

akhenaton

Il faraone Akhenaton

Nel XIV secolo a.C., infatti, Akhenaton tentò di sostituire alla religione ortodossa il culto di un unico dio, Aton, simboleggiato dal disco solare. Ma la nuova religione sovvertiva la tradizione, la quale voleva che l’ordine cosmico dipendesse dal faraone e dalla casta sacerdotale di Ammone-Ra (“re degli dèi) che circondava il faraone. L’opposizione dei sacerdoti fu così potente che il tentativo di Akhenaton di mettere risolutamente da parte la religione del passato non approdò a nulla. Alla sua morte, il nuovo faraone, Tutankhamon, ripristinò ben presto il culto ortodosso di Ra.

maschera mortuaria in oro massiccio di Tutankhamon

maschera mortuaria in oro massiccio di Tutankhamon

Le piramidi, costruite per ospitare i corpi mummificati dei faraoni, costituiscono una testimonianza eloquente delle ricchezze e delle energie che si profondevano per il culto della vita dopo la morte. Il processo stesso di mummificazione era dispendioso, tanto che tale pratica non cominciò a diffondersi al di fuori della famiglia reale prima del II millennio a.C. Poiché il faraone era l’intermediario fra gli dèi e gli uomini in una società dove la sopravvivenza dipendeva dall’organizzazione dell’agricoltura, il culto era la chiave non solo dell’ordine sociale ma anche della fertilità. Così gli Egizi, collegando l’immortalità del faraone col culto della deità della vegetazione, Osiride, vollero simboleggiare la morte e la resurrezione che si verificano durante il ciclo annuale della vita vegetale.

Nel corso del II millennio il culto di Osiride si rafforzò e l’opinione del popolo sulla vita dopo la morte cominciò a cambiare. Mentre la mummificazione implicava l’immortalità del corpo in questo modo, si attribuì a Osiride il governo dei defunti in un altro regno.

Il dio Osiride

Il dio Osiride

L’anima veniva così a distinguersi sempre più dal corpo. A questo riguardo le credenze degli Egizi erano complesse: c’era innanzi tutto il ka o spirito custode, che era anche l’essenza dell’individualità. C’era poi il ba o soffio, che dava vita al corpo. Nel rito noto come “Apertura della bocca”, che simboleggiava l’immortalità, l’anima veniva risoffiata nella mummia a commemorazione del mito di Osiride che, ucciso e smembrato dal dio Seth, fu riportato in vita a quel modo proprio dal figlio Oro. Questa cerimonia di conferimento dell’immortalità trovava rispondenza nel mondo dell’aldilà, dove ba e ka si univano.

Nel antico rito dell'Apertura della bocca, Anubi, il dio dei morti dalla testa di sciacallo tiene la mummia che riceverà il ba,  il soffio dell'immortalità

Nel antico rito dell‘Apertura della bocca, Anubi, il dio dei morti dalla testa di sciacallo tiene la mummia che riceverà il ba, il soffio dell’immortalità

Più tardi, al tempo dei Romani, si sviluppò un potente culto misterico di Iside, sorella e moglie di Osiride allo stesso tempo.

Iside inginocchiata ai piedi del sarcofago protegge il morto con le sue ali distese. Bassorilievo del sarcofago di Ramsete III, XX Dinastia (Parigi, Louvre).

Iside inginocchiata ai piedi del sarcofago protegge il morto con le sue ali distese. Bassorilievo del sarcofago di Ramsete III, XX Dinastia (Parigi, Louvre).

La mitologia egizia rimase sempre straordinariamente complessa, in parte anche perché i sacerdoti dei vari centri, come Tebe, Menfi e Eliopoli, tracciavano schemi diversi di gerarchie divine. Alla fine, tuttavia, le successive occupazioni dell’Egitto, prima da parte dei Persiani con Cambise (VI secolo a.C.), poi con Alessandro Magno (332 a.C.) e infine dei Romani nel I secolo a.C., distrussero l’ordine sociale e politico che sosteneva la religione egizia. Il III secolo d.C. vide l’ampia diffusione del Cristianesimo nel paese.

Lucica