QUANDO IL LEGNO DIVENTA ARTE

TALAMONA 29 settembre 2013 inaugurazione di una mostra di scultura lignea alla casa Uboldi

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DELLO SCULTORE DOTTO G ABRAM UN POMERIGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA ARTIGIANALE

In occasione della seconda giornata del patrimonio, quest’oggi a partire dalle 17. 30 alla Casa Uboldi è stata di scena l’arte. L’arte a tutto tondo. L’arte del fare. L’arte artigianale. La scultura. L’affresco. La musica. Una giornata variegata e ricca di contenuti animata da numerosi interventi.

I mille volti del legno: l’introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca

Protagonista della giornata il legno, un materiale molto caro ai talamonesi così come a tutte le popolazioni montane per le quali il legno rappresenta la matrice della cultura materiale.

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Il legno un po’ come l’uomo si può trovare ovunque, sotto diversi aspetti e in diverse situazioni. In primo luogo come struttura portante degli alberi che ci danno l’ossigeno col quale respiriamo. In questo senso il legno è vita anche perché accompagna la vita dell’uomo dalla sua nascita (di legno sono le culle che ci accolgono quando veniamo al Mondo) fino alla morte (di legno sono le bare che accompagnano l’ultimo viaggio) passando per la quotidianità. Con il legno si possono costruire le case, gli arredi, gli utensili usati nei lavori tipici montani praticando i quali si è sempre in contatto con questo materiale.

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Il legame tra l’uomo e il legno può essere dunque sintetizzato dal verbo FARE o anche CREARE. L’uomo con il legno crea forme nuove e sviluppa la manualità. Un legame misterioso come il legno stesso che in qualche modo fa da maestro all’uomo, il quale, prima di lavorare il legno, deve imparare a conoscerlo, capire come crescono gli alberi come tagliarli, distinguere le varie tipologie di legno, ciascuna con le sue caratteristiche peculiari, ragionare e così impostare il proprio lavoro, a modellare il legno restando inizialmente fedele alle forme originarie e poi imparando col tempo a creare forme sempre più elaborate e complesse.

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Il legno è arte, ma anche scienza e tecnica. Con il legno l’uomo crea forme artistiche, ma anche, come abbiamo visto, strumenti di utilità quotidiana. Nascono l’intaglio, l’intreccio e le tecniche base per costruire strumenti anche con altri materiali, strumenti coi quali il lavoro diventa sempre più preciso e aperto a varie possibilità, strumenti coi quali l’uomo può progredire ulteriormente. Di legno sono fatti i telai per la tessitura, una delle prime manifatture della Storia, l’embrione delle successive società industriali.

Il legno è fantasia. Se la fantasia è molta basta veramente poco per darle forma attraverso il legno, per trasformarlo da maestro a compagno di viaggio, un viaggio di crescita personale, un viaggio durante il quale l’uomo ha continuamente arricchito il suo sapere e le sue capacità.

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A questo punto del viaggio alla scoperta del legno è stato interessante osservare alcuni esempi. Osservare ad esempio come l’inventiva dell’uomo trasforma un tronco cavo in una fontana, come il legno una volta fosse presente ovunque non solo, come abbiamo già visto, negli strumenti del lavoro e della vita quotidiana, ma anche nelle serrature, come il legno è utile attraverso i collari (in dialetto gambis) attraverso i quali ciascuno sapeva identificare le proprie bestie e come il legno rappresenti il contatto con la natura, la possibilità per l’uomo di esprimere la propria personalità (attraverso le decorazioni sugli oggetti, in particolar modo gli stampini del burro, decorazioni a motivi floreali o con la forma del cuore che simboleggiano la purezza della vita) e di stabilire un perenne contatto con la natura e con la terra, per molto tempo lavorata solo con l’ausilio di strumenti di legno che entra anche nel linguaggio gergale dei contadini, nella loro sapienza ancestrale (significativo è stato scoprire, da questo punto di vista, l’abitudine di appendere nelle baite rametti di abete o di sambuco contornati da delle tacche, rametti che si spostavano a seconda dell’umidità segnalando così il brutto o il bel tempo, igrometri artigianali), nonché di stabilire, attraverso il legno una sorta di collegamento tra il mondo materiale e quello spirituale come se il legno fosse uno strumento col quale creare una sorta di magia che solleva l’uomo ad un livello più vicino a Dio permettendo all’uomo di replicare su piccola scala il processo di creazione, ma anche accompagnando le liturgie e le feste (di legno ad esempio erano fatte le raganelle suonate nel periodo del carnevale e il giorno del venerdì santo quando non suonavano le campane).

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4cUn viaggio, quello attraverso il legno, che è anche un viaggio attraverso un mondo di conoscenze anche immateriali, che, col progresso della tecnologia e l’avvento dei nuovi materiali, rischia ogni giorno di più di diventare un mondo perduto.

Un viaggio che dal legno ha portato a seguire a tutto tondo molteplici itinerari attraverso le arti.

L’arte lignea in Valtellina e in Valchiavenna. L’intervento di Lucica Bianchi

La Valtellina ha sempre rivestito un ruolo strategico fondamentale per la conformazione geografica del territorio e per la posizione cruciale che ne faceva la principale via di comunicazione europea. Si tratta dunque di una regione prevalentemente montuosa e in qualche modo separata dai grandi centri culturali sia nel Medioevo che nell’età moderna. Ad ogni modo nel cuore di un Rinascimento in fiore nell’Europa del XV secolo (il periodo cui facciamo riferimento) le manifestazioni artistiche valtellinesi appaiono tutt’altro che sporadiche e periferiche. Per ovvie ragioni la Valtellina e la Valchiavenna sono il territorio ideale per studiare la scultura in legno e questo non solo per la facile reperibilità del legno in questa zona. Teniamo presente, come ha sottolineato anche la professoressa Duca poco fa, che un tempo il legno si trovava un po’ dappertutto ed era parte integrante della vita e della cultura di queste popolazioni. Superate le prestazioni tipicamente costruttive e pratiche dal legno può nascere anche un’enorme capacità di dar vita ad espressioni di alto livello artistico. In termini assoluti, in base ad una ricerca fatta dagli specialisti del settore, la Valtellina possiede il maggior patrimonio di opere lignee di tutta la Lombardia. A marcare la differenza tra questo patrimonio e il resto dell’arte in Italia nel Rinascimento è in primis l’importante ruolo sociale economico e politico nonché religioso raggiunto dalle famiglie nobili valtellinesi che prediligono e commissionano materialmente la realizzazione di tali opere in legno. D’altro canto si ha l’applicazione dei decreti in materia di arte sacra promulgati dal Concilio di Trento del 1545. Questo concilio affermava delle linee guida che sconsigliavano l’utilizzo di un materiale umile e deperibile, come il legno era, sia per la costruzione che per la decorazione delle chiese, un’esigenza peraltro sostenuta dagli ambienti classicisti del Cinquecento che prediligevano i materiali nobili, duraturi e di discendenza classica come il marmo e il bronzo. Mentre Milano perse così gran parte delle sue opere in legno, le diocesi limitrofe sono state meno propense ad applicare i decreti tridentini. Ecco perché più ci si allontana da Milano sia in direzione nord che in direzione sud, più si trovano chiese che conservano ancora opere sacre in legno. Nella maggior parte dei casi non si tratta davvero di opere valtellinesi. Gli artefici delle importanti ancone e statue lignee che tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento sono state realizzate a Morbegno, Ponte, Tirano, Grosio e in tutti i maggiori centri urbani della Valtellina, sono artisti milanesi e pavesi, appartenenti alle botteghe di Del Maino, De Donati, Pietro Bussolo e Andrea da Saronno oppure artisti germanici come Strigel e Echart. Alcune delle loro opere richieste dalle comunità valligiane oltre ad altre più numerose esiliate dai loro luoghi d’origine dopo l’affermazione del credo protestante sono giunte così fino alle popolazioni cattoliche. A cominciare dalla metà del Cinquecento vengono chiamati i migliori esperti e specialisti del momento e a loro vengono affidate la doratura e la policromia delle opere in legno. Valtellina e Valchiavenna sono regioni geografiche periferiche, ma anche snodi commerciali, politici e militari costituendo anche l’avamposto della fede cattolica contro l’avanzare del protestantesimo. Quanto questo abbia influito sulla commissione di opere, come il santuario della Madonna di Tirano, è noto a tutti e probabilmente tante delle opere commissionate in quei tempi e nei tempi a seguire hanno avuto alla base proprio questa esigenza strategica di fede.

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Se si vuole studiare l’arte del legno in Valtellina , un punto di partenza valido è la grande ancona di Giacomo del Maino per la cappella dell’Immacolata della chiesa di san Maurizio a Ponte. Va detto che la monumentale ancona di Ponte è la prima testimonianza di arte lignea pienamente rinascimentale giunta pressoché integra sino a noi. All’epoca della sua esecuzione, nel 1520 circa, Giacomo del Maino era un artista affermato, artefice di importanti commissioni, dal coro di S. Ambrogio a Milano fino alla celebre, ma purtroppo distrutta ancona dell’Immacolata di S. Francesco sempre a Milano che ospitò tra i suoi pali dorati la tavola della Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci. Alla bottega di Giacomo del Maino verranno commissionate le ancone del santuario di Morbegno (1516-19) quello di Tirano (1521-24) e infine quella di Ardenno (1536). Tutte queste sono opere di grande impegno e qualità artistica, veri capolavori d’arte lombarda. La bottega concorrente, quella dei fratelli milanesi de Donati, molto prolifica e organizzata a ritmi quasi industriali predilige località minori, lontane dai grandi santuari, ma i loro risultati sono comunque sorprendenti per espressione e complessità come testimoniano i tre altari che la bottega realizzò per la chiesa di san Bartolomeo a Caspano dove si celebra la resurrezione di san Lazzaro e dove è presente un’ancona dedicata a san Bartolomeo. L’altro protagonista dell’intaglio ligneo rinascimentale è Piero Bussolo che era solito firmarsi MEDIOLANENSIS e che realizzò a Grosio la magnifica ancona della Natività. Per quanto riguarda le rappresentazioni figurative di questi artisti esse sono pienamente rinascimentali. È un Rinascimento dai canoni stabiliti da Leon Battista Alberti e Vitruvio che troviamo nelle proporzioni naturalistiche delle figure, nell’abbondanza di elementi dell’architettura classica romana (candelabri, grottesche, medaglioni, profili all’antica e una ricchissima di grifi, vasi e corni ornati di foglie e frecce). Lo studio della scultura in legno in Valtellina non risponde semplicemente ad una qualche ricerca didattica che pure è necessaria per la conservazione, ma è piuttosto il frutto di una profonda ricerca teologica. La struttura delle grandi ancone ad esempio si presenta come un vero programma coi dogmi della fede, i santi protettori, riferimenti ecclesiali, biblici ed allegorici. Le statue lignee valtellinesi nella loro perfezione formale e nella straordinaria carica emotiva non vogliono semplicemente svelare un sentimento effimero, ma piuttosto un’autentica partecipazione agli eventi narrati. Tornando per un’ultima volta al legno, questo materiale povero, semplicemente scelto per via della sua facile reperibilità, diventa un supporto versatile e prestigioso perché attraverso sofisticate tecniche di lavorazione della foglia d’oro con l’utilizzo di lacche traslucide e smalti permette straordinari effetti luminosi e cromatici divenendo così non solo prezioso, ma anche sacro. Basti un accenno al simulacro più venerato della Valtellina, quello della Madonna di Tirano, la figura celeste che si china in avanti quasi a riproporre l’intimo colloquio avvenuto la mattina del 29 settembre 1504 col beato Mario Omodei.

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L’immagine della Madonna grazie al artista Del Maino non solo sembra viva, ma sembra splendere di una luce celeste, scolpita in un legno realmente sacro.

Lezioni di arte e creatività. L’intervento di G. Abram

Giuseppe Abramini in arte G. Abram vive a Delebio e fa lo scultore da quarant’anni affiancando a questa attività quella di pittore (nei momenti di depressione) e quella di narratore (nei momenti di totale sconforto) rievocando piccole storie e personaggi della grande Storia in modo casuale, ma con brio e rigore storico in una serie di libri intitolata IL TRIONFO DI KAINO una serie in vendita nella sala conferenze e che Abram ha presentato con entusiastico fervore ad un pubblico numeroso e partecipe. Quest’oggi è intervenuto per mostrare il suo lavoro (oltre ai libri alcune sculture di vari colori e materiali) e parlare di arte, del suo mondo creativo e di tutto cio che ha ritenuto opportuno per arricchire questa già ricca giornata, un intervento istrionico e appassionante, una lezione su cosa significhi essere un artista. Una lezione di vita.

Un artista, un po’ come accade oggi ai nostri politici, rimane tale fino all’ultimo giorno della sua vita senza mai andare in pensione. Michelangelo morì alla veneranda età di 89 anni e negli ultimi giorni della sua vita ancora lo si sentiva dare colpi di scalpello a quella che divenne la Pietà Rondanini oggi esposta al castello sforzesco.

L’artista è colui che è toccato dal dono della creatività, un dono che, a seconda delle credenze, si può considerare dato da Dio oppure direttamente dalla natura. Solo una persona su un centinaio si può considerare un artista creativo e sono rari i casi in cui è possibile trovare più artisti riuniti in un solo luogo. Talamona da questo punto di vista rappresenta un’isola felice. A Talamona si contano 4632 abitanti. Su questi 46 sono artisti creativi di poesia, di letteratura, di musica, di scultura, pittura eccetera.

Un artista è colui che concepisce idee nuove e realizza cose nuove oppure con novità. Per diventare artisti occorrono tre passaggi fondamentali.

In primo luogo bisogna possedere un vasto immaginario nella mente e nel cuore, un immaginario che si coltiva con le letture e in generale le esperienze della vita, quello che si osserva, quello che si ascolta. Più l’immaginario è vasto più è possibile sviluppare una vasta creatività e operatività artistica.

Avere un vasto immaginario non serve se non c’è il desiderio di esprimerlo, di raccontarlo, di esporsi, di mettersi in gioco. Un artista deve essere forte, un po’ narcisista, si deve assumere dei rischi.

Tutto questo è importante, ma bisogna possedere anche la padronanza tecnica della propria arte. C’è chi dice che l’atto creativo in se consiste nel limitarsi a concepire nella propria mente l’opera, ma il signor Abram ritiene invece che l’artista deve essere anche un artigiano, che l’arte si compone anche di saper fare, in particolar modo la scultura, la sua arte, un’arte faticosa, dove ci si sporca.

La vita di Caravaggio prima parte

A questo punto è venuto il momento di Sonia Sassella che ha letto un brano tratto dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO dedicato alla vita di Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi). Nella prima parte di questa lettura abbiamo seguito gli esordi artistici di Caravaggio le sue peregrinazioni dalle quali già emergono i chiaroscuri che caratterizzeranno per intero la personalità e il cammino terreno di quello che fu uno dei più grandi e al tempo stesso dei più tormentati artisti di ogni tempo.

Primo intermezzo musicale

Dopo tutta questa cultura ci vuole un momento di pausa per meditare su quanto sinora ascoltato. Niente di meglio di un po’ di buona musica offerta da Damiano Bertolini. Un’esecuzione del minuetto in sol minore di Bach.

La tecnica dell’affresco. Secondo intervento di Lucica Bianchi

Col termine a fresco o buon fresco si intende la pittura murale nella quale i colori sono stemperati in acqua e stesi sull’intonaco ancora fresco. È una tecnica che non permette ripensamenti perché i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco per via della reazione chimica che si instaura tra l’anidride carbonica dei colori e la calce dell’intonaco, un processo che prende il nome di carbonatazione e che fa si che i colori acquisiscano una forte vivacità e solidità.

L’origine della tecnica dell’affresco può essere fatta risalire a 30 mila anni fa ai dipinti murali presenti nelle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux e Chaveux in Francia. I più antichi esempi di affresco su intonaco umido conosciuti, furono ritrovati sull’isola di Creta intorno al 1500 a. C. In Italia questa tecnica risale al IV secolo a.C. come testimoniano gli affreschi di Paestum nella parte orientale del golfo di Salerno, nella cosiddetta tomba del tuffatore.

The_Tomb_of_the_Diver_-_Paestum_-_Italy

Un affresco si compone di quattro elementi: il supporto, il disegno preparatorio o sinopia, l’intonaco, i colori.

La prima fase della creazione di un affresco prevede la stesura su un muro bagnato di uno strato spesso circa 1 cm di ariccio cioè una mescolanza di sabbia dura di fiume, calce spenta e acqua. Una volta che l’ariccio si è asciugato su di esso viene tracciato il disegno preparatorio, chiamato sinopia, nome che deriva dalla città turca di Sinope da dove proviene un pigmento colorato chiamato appunto terra di Sinope. Su questa base viene steso un o strato di intonaco composto da sabbia fine di fiume, calce e acqua. Sull’intonaco vengono stesi colori macinati e mescolati all’acqua in quantità ben precise.

La principale difficoltà di questa tecnica consiste nel fatto che, come già abbiamo detto, non permette ripensamenti perché una volta stesi i colori vengono immediatamente assorbiti dall’intonaco. Per ovviare a questo inconveniente gli artisti realizzano piccole porzioni di affresco che una volta venivano chiamate giornate. Una volta che l’affresco è asciutto vi si possono apportare eventuali correzioni utilizzando comunissimi colori a tempera che però sono più facilmente degradabili.

Con il Rinascimento la tecnica dell’affresco conosce il momento di maggiore diffusione. In Italia viene abbandonato l’uso della sinopia e introdotto l’uso del cartone preparatorio. L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone e le linee che componevano le figure venivano puntellate, dopodiché il cartone veniva appoggiato sull’intonaco e spolverato con polvere di carbone di modo che essa, passando attraverso i fori lasciasse la traccia del disegno da seguire poi coi colori.

La pittura a fresco, che costituisce la gloria dell’arte italiana è considerata la più impegnativa tra le tecniche pittoriche benché i materiali utilizzati, come abbiamo visto, sono semplicissimi. L’esecuzione comunque esige una prontezza e un’abilità che devono tradursi in quel modo puro e risoluto di cui parlava Michelangelo che definì l’affresco la pittura degli uomini volendo significare con cio che essa impiega al massimo le capacità e l’esperienza dell’artista.

Parlando dell’affresco non si può che concludere con la presentazione di quello che è il capolavoro assoluto di quest’arte nonché uno dei maggiori capolavori, una delle opere più monumentali dell’arte universale: la cappella Sistina, la volta e il giudizio universale dietro l’altare principale, due opere facenti parte dello stesso sistema, di uno stesso cicli, ma eseguite da Michelangelo in due momenti diversi della sua vita. Egli rappresentò in gioventù le storie della Genesi sulla volta e venne in seguito richiamato per dipingere la parete dietro l’altare col tema del giudizio universale realizzato tra il 1536 e il 1541. Quest’opera subì le durissime critiche del concilio di Trento, per via della folta presenza di nudi che un anno dopo la morte di Michelangelo, nel 1565, si decise di ricoprire. Ad eseguire questo compito venne chiamato Daniele da Volterra passato alla Storia con l’appellativo di braghettone. In seguito queste censure sono state quasi totalmente tolte.

Sulla cappella Sistina è stato proiettato un video poi commentato da G. Abram che ha posto l’accento su alcuni dettagli del monumentale affresco.

La Madonna di via Don Cusini. Intervento di Simona Duca

Questo affresco rappresenta l’emblema della sacralità talamonese, della sintesi tra materia e spiritualità. Il soggetto rappresentato, la Madonna, è comune al 90% delle rappresentazioni sacre talamonesi siano esse dipinti murali, affreschi, edicole, gisoi eccetera.

La figura della Madonna molto spesso viene associata al legno di quercia. Entrambi rappresentano la forza e un saldo senso di protezione dall’alto di cui i talamonesi sembrano avere un particolare e disperato bisogno. Originariamente incastonata in una baita in quel di Ransciga, ha subito in seguito vari spostamenti e ora necessita del nostro aiuto per continuare a mantenersi nel tempo a trasmettere questo connubio tra semplicità dell’esecuzione e maestà del dipinto, del soggetto, reso dalla brillantezza dei colori. L’azzurro del vestito e degli occhi della Madonna, un tipo di blu così brillante e inalterato nel tempo che, come ha osservato G. Abram, potrebbe benissimo essere stato realizzato con lapislazzuli dell’Afghanistan macinati, gli stessi usati da Michelangelo per lo sfondo azzurro del giudizio universale anche se ovviamente qui non siamo a questi livelli ne per quanto riguarda il pittore ne per quanto riguarda la committenza (entrambi sconosciuti).

Un dipinto che spinge ad una riflessione. La grandezza dell’arte può arrivare ai massimi eccessi e far sentire gli artisti vicini agli dei, ma in ogni opera si annida sempre quel tocco delicato in grado di riportare tutti con piedi per terra.

Lezioni di scultura. Intervento di G. Abram

Per fare lo scultore ognuno deve trovare il materiale che gli è più congeniale. Il signor Abram ha scelto il bronzo perché ne apprezza la versatilità che permette di ampliare la creatività artistica spaziando tra molteplici soggetti. Non conta il fatto che il materiale scelto sia nobile o grezzo. Un artista con un grande immaginario e buona tecnica saprà tirar fuori in ogni caso da ogni materiale opere di pregio. A questo proposito il signor Abram ha citato la famiglia quattrocentesca dei Della Robbia in grado di realizzare opere meravigliose con la terracotta.

Una volta che il materiale è stato scelto bisogna imparare a conoscerlo e a lavorarlo in base alle caratteristiche peculiari. Nel caso specifico degli scultori del bronzo, molti si appoggiano ad una fonderia mentre il signor Abram ne ha una propria. Quando ha cominciato ne ha affittata una a Milano e ora invece ne ha una a Delebio dove vive. Attraverso tentativi ed errori ha imparato le tecniche di fusione in modo tale da creare le proprie opere in ogni fase del processo produttivo.

Per lavorare il bronzo bisogna sapere che esso fonde a circa 900° e che una scultura in bronzo nasce dall’arte dell’aggiungere a differenza di quanto accade nel caso del legno e del più classico marmo che si lavorano con l’arte del togliere. In ogni caso sia che l’artista rimuova il materiale in eccesso sia che lo coli fuso dentro uno stampo è ovviamente necessario avere bene in mente l’opera da creare. I veri artisti a tal scopo utilizzano modellini in creta (si possono anche usare altri materiali per i modellini come il gesso o la plastilina). Persino Michelangelo, il più grande scultore di tutti i tempi, per cui la sua arte era tutta giocata sulla perenne ossessione di liberare opere che sentiva essere gia presenti nel marmo, lavorava con modellini preliminari. Così ha affrontato il David prima di scolpirlo da un gigantesco blocco acquistato a poco prezzo perché precedentemente rovinato da un altro scultore. L’opera d’arte insomma va costruita.

La scultura in generale offre più possibilità. La scultura a tutto tondo che è quella classica con la figura ben definita su tutti i lati (il David, il Mosè e le Pietà di Michelangelo, le opere di scultori della Grecia classica come la Venere di Milo la Nike di Samotracia, il Discobolo, il Pensatore sono tutti esempi di sculture a tutto tondo una lista che potrebbe continuare). La scultura a mezzo tondo, quasi definita, ma con una piccola porzione non staccata da una parete (le decorazioni all’ingresso di alcune cattedrali gotiche) l’altorilievo e il basso rilievo, una commistione tra scultura e figura disegnata (i fregi del Partenone oggi al British Museum di Londra sono esempi di rilievi).

Per fare una scultura in bronzo sono necessari diversi passaggi. Il primo passaggio è ovviamente l’idea estrapolata dal proprio immaginario personale, idea che può essere prima disegnata e poi modellata oppure modellata direttamente a seconda della metodologia specifica che ognuno intende adottare. Dal modello non si può prescindere. Il modello in creta su cui si posa uno strato di negativo in gesso. Lo strato in gesso si rimuove si divide in due parti per staccare dalla creta. I negativi in gesso vanno poi riuniti in un unico pezzo dopo averli lavati. La forma va capovolta e si esegue poi una seconda colata di gesso. Sul modellino di gesso si realizza una controforma in gomma da tagliare anch’essa in due metà nelle quali va pennellata la cera liquida che a contatto con la gomma fredda si solidifica e forma uno strato dentro cui colare del refrattario per poi rimuovere la gomma. Sul positivo in cera ottenuto da quest’ultimo passaggio si realizzano le colate e gli attacchi di fusione con un secondo strato di refrattario. È a questo punto che la statua è pronta per la fornace ove la cera brucia e rimangono i due strati di refrattario che bisogna interrare  per far si che quando giunge il momento di colare il bronzo fuso poi non esploda. Nel frattempo bisogna fondere il bronzo. A 150° assume una colorazione azzurrina (che può essere accentuata con piccole parti di fosforo). A questo punto è giunto il momento di colare il bronzo all’interno della forma refrattaria. Il bronzo seguirà le linee guida della forma refrattaria espandendosi dal basso verso l’alto. La scultura a questo punto è pronta, ma è necessario che si raffreddi poiché il bronzo caldo è fragilissimo. Una volta che il bronzo è freddo la scultura può essere ripulita dagli strati interrati e di refrattario e cesellata. Da ricordare che le forme preparatorie devono essere realizzate con un’ apertura in alto a mo’ di sfiatatoio.

Una scultura in bronzo appare naturalmente di colore verde. Il bronzo è composto in media da un 85% di rame, che è il responsabile della colorazione, e da un 15% di stagno, che fluidifica il tutto. Per fare una scultura in bronzo è importante che il materiale di partenza non scarseggi in stagno poiché molto rame e poco stagno rende il bronzo fuso di consistenza troppo pastosa per poter essere utilizzata. L’unica scultura che si conosce realizzata con appena l’1% di stagno sono i famosi cavalli di Venezia realizzati ciascuno in un blocco unico tranne la testa e il collo unita al resto del corpo con dei finimenti. Per lavorare il bronzo con poca percentuale di stagno nella composizione bisogna aggiungerci del piombo e comunque su questi cavalli, inizialmente pensati per una successiva doratura, si possono notare delle imprecisioni.

I Greci furono grandi scultori di bronzo oltreché di marmo. Era molto difficile trovare del bronzo già pronto però. I Greci si procuravano separatamente i due metalli che lo formavano. Trovavano il rame a Cipro (il cui nome significava proprio isola del rame cuprum in greco) e acquistavano lo stagno carissimo dai Fenici i quali lo trovavano in un gruppo di isole nei pressi dell’Inghilterra. I Fenici a quel tempo viaggiavano più degli altri. Si spingevano persino nei Paesi Baltici per trovare l’ambra lungo le coste occidentali dell’Africa per trovare l’oro. Potrebbero essere stati loro a diffondere la leggenda delle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) come limite del Mondo oltre il quale le acque precipitano e questo per impedire che altri potessero venire a conoscenza delle loro rotte commerciali.

Anche i Romani realizzarono sculture in bronzo. L’esempio più famoso è la statua equestre di Marco Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma salvata dalla furia distruttrice dei Cristiani verso i retaggi del paganesimo perché scambiata per una statua di Costantino colui che legalizzò il Cristianesimo.

Michelangelo fece solo una statua in bronzo (e pare un crocifisso in legno di dubbia attribuzione) una statua di san Petronio che si trova a Roma nella chiesa dedicata al santo commissionatagli da papa Giulio II della Rovere, un papa terribile, guerrafondaio, irascibile e sempre in ritardo coi pagamenti, ma che dal canto suo esigeva la pigione da Michelangelo, il quale comunque è morto ricco perché sapeva comunque farsi pagare e bene.

Il più grande bronzista della Storia dell’arte dopo i Greci fu senz’altro Donatello.

La vita di Caravaggio. Seconda parte.

È venuto poi il momento di conoscere gli ultimi atti, più tormentati che mai, della vita di Caravaggio, letti sempre da Sonia Sassella e tratti dal primo volume de IL TRIONFO DI KAINO.

Secondo intermezzo musicale

Questa volta il pianoforte di Damiano Bertolini ci ha regalato un brano orientale.

I ringraziamenti del sindaco

In chiusura della giornata non poteva non intervenire il sindaco Italo Riva con i ringraziamenti al gruppo dei volontari.

Ultimo intermezzo musicale

Per salutare l’apertura della mostra la sonata di Beethoven al chiaro di Luna

Quando il legno diventa arte. La mostra.

È giunto finalmente il momento di inaugurare la mostra che proseguirà fino al 13 ottobre da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 17.30 il sabato dalle 15 alle 18 e dalle 20.30 alle 22 e la domenica dalle 15 alle 18, una mostra collettiva di vari intagliatori valtellinesi (Sergio Bertolini, Franco Bianchini, Dante Bonelli, Quirino Ciaponi, Battista Duca, Egidio Ruffoni, Remo Ruffoni, Cirillo Zuccalli). Una mostra caratterizzata da un allestimento intelligente dove ogni autore trova il suo spazio e può esprimere il suo potenziale e dove l’arte del legno si esprime attraverso varie tipologie di linguaggio (dal classico, al rustico, all’avanguardistico) di soggetti e di interpretazioni. Un percorso che va meditato con molta calma ed osservato più e più volte per ascoltare il legno che parla al cuore raccontando le sue storie attraverso l’immaginario di coloro che, modellandolo, prima e meglio di tutti hanno saputo interpretarlo a volte dando un titolo alle loro opere, ma molto più spesso no.

Un percorso che parte da Quirino Ciaponi cui il legno ha suggerito forme prese dalla natura nonché forme umane stilizzate modellate a formare sculture vere e proprie, ma anche tazze.

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Un percorso proseguito poi con Battista Duca che ripercorre la lunga tradizione della cultura materiale (con legno che fa da materia prima nella creazione di oggetti quotidiani) virando però anche verso forme astratte.

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Si continua poi con Cirillo Zuccalli e la sua personale interpretazione dell’arte del legno come arte sacra, ma anche come amarcord e come personale celebrazione del rapporto tra le popolazioni valligiane e la natura attraverso fiori e grappoli d’uva dorati. Un percorso arricchito da vecchie lettere e fotografie nonché da un libricino con tavole illustrative di tutte le stanze di una casa (cucine, soggiorni, camere da letto, bagni) arredate con mobili e stili antichi (di fattura settecentesca pare).

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Di scena poi Fausto Bertinelli e le sue opere su tavola che sembrano ispirate alla pop art e che più che mai evidenziano come l’arte di creare col legno sia soprattutto l’arte del togliere.

In queste sottili tavole di legno l’immagine prende forma proprio dal legno rimosso

 

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A seguire Sergio Bertolini offre allo spettatore una finestra su un tempo passato in cui il legno serviva anche a divertire i bambini che con piacere ricevevano giocattoli intagliati da padri, zii o nonni. Giocattoli che Sergio Bertolini qui propone ricchissimi di dettagli. Due Pinocchio interpretati in maniera originale, modellini di auto motorini, elicotteri aerei, un quod, accanto a strumenti atti alla lavorazione artigianale della lana anch’essi riprodotti fedelmente e probabilmente funzionanti.

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È il turno ora di due scultori Franco Bianchini e Dante Bonelli accomunati da grande fantasia e versatilità nel rendere il legno materia viva con cui plasmare il proprio immaginario creando opere che spaziano da comuni oggetti d’uso quotidiano talvolta decorati (suppellettili e posate) ad opere che ricordano le avanguardie contemporanee. Opere che mescolano il sacro e il profano nel caso di Dante Bonelli che espone tavole di legno incise con rappresentazioni sacre (la Sacra Famiglia), ma anche istantanee di vita quotidiana e opere che, com’è il caso di Franco Bianchini, non dimenticano la natura. È il caso di una scultura elaborata come un’installazione che rappresenta alcuni animali del bosco innestati su un tronco lungo e sinuoso che lo fa somigliare ad un serpente.

Istantanea di vita quotidiana incisa su legno da Dante Bonelli

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A seguire sacra famiglia incisa su legno da Dante Bonelli

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La vita nel bosco secondo Franco Bianchini

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A seguire alcune immagini che illustrano l’esposizione generale delle opere dei due artisti

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La quotidianità, la fatica del lavoro è il tema dominante di Egidio Ruffoni. Il suo proporre gerle, cestini come quelli per la frutta, zangole, carrozzine, trasfigurandoli da oggetti di uso quotidiano a opere d’arte ha un che di dadaista.

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È interessante notare come l’ultimo (ma non per importanza) degli scultori presentati, Remo Ruffoni, partendo praticamente dallo stesso spunto, abbia però elaborato soluzioni diverse (se si eccettua la scelta di creare un bassorilievo sul ripiano di un tavolo, un bassorilievo che rappresenta la lotta in volo tra due galli forcelli). Nelle sue opere (sculture a tutto tondo e bassorilievi) il legno si fa quasi carnale ed è come se le figure rappresentate prendano davvero vita. Figure che rappresentando la dura vita di montagna si trasfigurano in parte in una dimensione di sogno mostrando la vita ad un livello più generale e trasversale. In particolar modo i bassorilievi di questo artista ricordano delle vere e proprie istantanee che paiono animarsi come dei tableau vivant. Due tra questi bassorilievi mi hanno colpito in modo particolare, scolpiti su entrambi i lati come a voler raccontare la stessa storia in due momenti e da punti di vista differenti. Un discorso che mi ha ricordato molto il concetto di simultaneità della scena preso in esame nell’ambito della giornata sull’Orlando Furioso. Il primo dei due bassorilievi intitolato SOPRAVVIVENZA racconta da un lato il tentativo dell’uomo di sopravvivere in una scena di guerra che vede coinvolti gli alpini e dall’altro la spietata e caotica lotta per la sopravvivenza della fauna selvatica, in assoluto l’opera che ho più amato tra quelle esposte. C’è poi l’altro bassorilievo dublefax che rappresenta i due atti dell’importante momento che perpetua l’atto primordiale della creazione attraverso la generazione di una nuova vita prima e dopo la nascita di un nuovo bambino.

Da notare l’opera lunga e stretta al centro dell’immagine chiamata Evoluzione.

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Ignoranza e Estasi e  altre due opere senza titolo

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Il sogno del pastore

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Sopravvivenza (lato a)

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Sopravvivenza (lato b)

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                                                                                            Senza titolo (lato a)

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Senza titolo (lato b)

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                                                      Tavolo con il duello tra le maestose aquile

Ad arricchire la mostra una presentazione fotografica dedicata all’arte sacra lignea valtellinese che richiama il discorso di Lucica Bianchi durante la presentazione.

Un percorso, quello di questa ricca mostra che è il degno coronamento di un’iniziativa che segna un altro importante capitolo della vita culturale talamonese

Antonella Alemanni

LA BIBLIOTECA INAUGURA

                                                                                               

Listener

(clicca sull’immagine per ingrandimento)

TALAMONA  5 ottobre 2013 biblioteca in allegria

UN POMERIGGIO DI FESTA PER SCOPRIRE NOVITA’ E SERVIZI DELLA BIBLIOTECA

 

Già a partire dallo scorso anno la Provincia di Sondrio ha aderito ad una campagna di raccolta fondi stanziata dalla fondazione Cariplo, fondi di cui hanno beneficiato, per la ristrutturazione ed il rinnovamento generale, le biblioteche di Morbegno, di Chiuro, di Montagna e naturalmente di Talamona. La Provincia di Sondrio ha seguito con molto interesse il percorso di miglioramento di queste biblioteche al termine del quale ha richiesto l’organizzazione di piccoli eventi per festeggiare questo nuovo inizio.

La biblioteca di Talamona ha raccolto questo invito organizzando, sabato 5 ottobre a partire dalle ore 15, una giornata dedicata ai bambini, a quelli che sono già utenti affezionatissimi e a quelli che si sono avvicinati a questa realtà per la prima volta. Un pomeriggio all’insegna del divertimento e della creatività in ambito del quale gli spazi della biblioteca sono stati, per un giorno, teatro di momenti ludici, ma comunque intelligenti ed istruttivi. Gli spazi esterni, con aree verdi particolarmente piacevoli per i pomeriggi di lettura durante la stagione calda, dove i bambini, sotto la sorveglianza dei volontari e dei genitori, hanno potuto giocare liberamente e consumare un piccolo rinfresco. La sala dedicata alle letture per l’infanzia coi tavoli messi a disposizione per coloro che portano compiti o ricerche da svolgere divenuta un laboratorio dove i bambini hanno realizzato piccoli lavoretti con le loro mani coadiuvati dalle educatrici Alicja Paluch ed Elisa Lecchini e alla presenza di un gruppo di signore che hanno svolto una dimostrazione sulla lavorazione della lana coi metodi di una volta. Infine una sala a pianterreno dove è gia in corso una mostra collettiva dedicata all’arte dell’intaglio e dove è stata allestita un’installazione musicale interattiva intitolata MATITA a cura del signor Fabio Bonelli e del suo team, un esempio d’arte come partecipazione democratica dei grandi come dei piccini, di chiunque avesse voglia di fare quest’esperienza singolare di disegnare la musica su fogli posti sopra tavole di legno collegati a microfoni con un accompagnamento alla pianola.

Un pomeriggio per vivere in allegria gli spazi della biblioteca resi ancora più festosi dalle opere colorate e divertenti di Guido “Bau” Scarabottolo, grafico ed illustratore, nato nel 1947 a Sesto San Giovanni che ha lavorato per tutti gli editori italiani, per la RAI e per le maggiori aziende pubblicitarie nonché per Giappone e Stati Uniti e che ha tenuto mostre in tutto il mondo.

Un pomeriggio che ha contribuito una volta di più a sottolineare come gli spazi della biblioteca siano spazi di tutti e per tutti, da avvicinare con gioia e viva curiosità, ma anche col massimo rispetto.

Antonella Alemanni

UNO SGUARDO AL PASSATO – I TALAMONESI (quarta puntata)

Il nostro viaggio ci porta in mezzo alla gente di Talamona: come si tirava a campare nei secoli passati?

Per centinaia d’anni si è continuato a vivere perpetrando gli stessi ritmi e gli stessi lavori legati alla terra, l’allevamento bovino e la vita d’alpeggio in particolare.

A quei tempi, però, bisognava arrangiarsi e saper fare di tutto; così si diffuse la gelsibachicoltura, una parola per dire “allevamento dei cavaler e diffusione della pianta di murun“(1), attività tradizionale avviata grazie alla precedente usanza di coltivare, filare e tessere la canapa (XVIII).

Ogni angolo libero di territorio si riempì di gelsi perché i nostri avi dicevano che l’ombra del gelso era ombra d’oro: era sicura fonte di guadagno, per contadini e imprenditori.

Le foglie di questa pianta erano l’unico cibo per il baco da seta, animaletto allevato in ogni casa che, quando diventava bosul(2) veniva portato nelle filande dove iniziava la lavorazione del suo prezioso filo.

A partire da metà Ottocento qui da noi, a Morbegno e Sondrio vennero costruite le prime filande moderne, precisamente: nel 1861 la filanda Valenti; a inizio ‘900 le filande in Coseggio e presso le Orsoline. Vi lavoravano soprattutto le bambine e funzionarono fino agli anni ’30 del secolo scorso. Da ultimo, la vendita della seta grezza sul mercato comasco aiutò la raccolta fondi per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale.

Altre piante, nei secoli, fecero la differenza…tra lo stomaco vuoto e qualcosa nel piatto.  Il castagno prima di tutto, basta vedere lo stemma comunale.

Non è mancato l’olivo piantato presso le gere del Tartano, Nibabia, Fossato Grande, Serterio, Malasca, Prato dell’Acqua e Ranciga; l’olio non finiva sulle tavole di chi lo produceva, ma serviva per alimentare la lampada del Santissimo. Col tempo le piantagioni scomparirono gradatamente a causa delle alluvioni.

E qui veniamo ad un tasto dolente: i disastri che modificarono il mio territorio; a turno o contemporaneamente, esondavano i fiumi e i torrenti – gli stessi che avevano fornito la mia formazione. Le alluvioni furono frequenti, spesso accompagnate da pestilenze e carestie, danni alle coltivazioni e all’allevamento. Le notizie più antiche in proposito risalgono al 1450 e proseguono fino ad oggi.(3)

Una chicca: pare che a metà del secolo scorso, il reverendo don Vincenzo abbia benedetto la Tremenda – una delle campane della chiesa di San Giorgio – conferendole il potere di allontanare le tempeste. Quindi quando vedete avvicinarsi i nuvoloni, correte a suonarla: cielo limpido garantito!

Altro momento di crisi: nel 1815 fanno le valige i Grigioni e la Valtellina entra a far parte dell’Impero austriaco con la parola d’ordine “modernizzazione”. E in effetti la Valle viene spinta verso una nuova gestione del territorio, ma a pagare sono i Comuni costretti a vendere i beni demaniali e a ricorrere alla vendita del legname per pagare le tasse e i progetti delle strade Stelvio – Spluga. Per quanto mi riguarda, sono andati persi ettari dei miei boschi, quindi niente combustibile per i talamonesi e rischio altissimo di alluvioni.

Inoltre, dal 1816 è un continuo susseguirsi di cattive annate; risultato: raccolti scarsi e cinghia tirata per la maggior parte della gente alla quale, come al solito, non restava che voltarsi a qualche santo del Paradiso. Ecco perché ancora oggi potete ammirare un numero elevato di dipinti sacri per le vie.

Oppure, in alternativa, bisognava emigrare… e gente di Talamona in giro per il mondo ce n’è stata e ce n’è parecchia, tutti però partivano con il pallino di ritornare e di comprarsi almeno “una crosta al sole”.(4)

Con l’unificazione d’Italia la musica cambia, soprattutto perché c’è gente che si rimbocca le maniche e sa che per migliorare le cose bisogna partecipare. Così, posso vantarmi di avere tra le fila dei miei abitanti altre due figure di spicco. Due giovanotti, che negli anni ’40 dell’Ottocento sono vicini di casa e diventano amici per la pelle: Giovanni e Clemente, il Gavazzeni e il Valenti. Il pittore e l’ingegnere.

Tutti e due – da bravi studentelli scappati da scuola all’insaputa dei genitori – parteciparono alle Guerre d’Indipendenza, Gavazzeni nel 1859 e Valenti nel 1866.

Il pittore Giovanni Gavazzeni

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Tutti e due si diedero da fare; il primo si distinse come ritrattista, pittore sacro e difensore della  buona arte, e non disdegnò di affrescare baite e gisoi anche a persone che per compenso potevano offrirgli solo un piatto di polenta.

Al secondo si deve la mia ripresa economica e sociale: l’istituzione di asilo e scuole serali, biblioteca ambulante, banda, casa di risparmio e latteria…tutto ha preso vita grazie al suo intervento. E per quanto riguarda la latteria Valenti – ai tempi si chiamava Latteria Sociale Talamona – merita di essere ricordato che è stata la prima in Valtellina, è stata la sede della seconda scuola superiore di caseificio a livello nazionale. I suoi prodotti sono finiti sulle tavole di tutta l’Italia, in Francia, in Egitto e ai concorsi caseari a cui ha partecipato si è sempre piazzata ai primi posti.

Correndo, correndo, siamo arrivati alla fine del XIX secolo. Sul mio territorio risultano presenti importanti istituzioni come: cassa rurale, cooperativa agricola e società operaia, Monte di Pietà e forme varie di assistenza sociale. Non manca nemmeno una sezione sportiva: Aquila. Il merito? Ovviamente è dello spirito talamonese. Magari un po’ rustico e pratico ma d’effetto. Un esempio: l’inaugurazione del palazzo scolastico nel 1908, giornata memorabile per la scazzottata con quelli di Morbegno (acerrimi nemici) che avevano la pretesa di decidere i brani che la banda doveva eseguire durante i festeggiamenti pomeridiani.

E poi? Poi ci sarebbe la mia storia recente, quella del XX sec., quella delle guerre e del boom dell’area industriale, quella che per l’ennesima volta mi ha fatto cambiare volto. Ma io mi fermo qui. Raccontatemela voi! Frugate nei cassetti e nella vostra memoria, così ritroveremo le pagine di quegli avvenimenti che non hanno ancora trovato posto sui libri…soltanto perché non sono stati ancora scritti!

A presto, Talamona

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(1) Bacchi da seta e gelsi

(2) Bozzolo

(3) Nel XVII sec. La popolazione si era addirittura dimezzata e i superstiti dovettero supplicare il vescovo di Como affinché aiutasse a far fronte ai debiti. Un’altra alluvione particolarmente disastrosa fu quella del 1911 che spazzò la chiesa di San Bernardo nei pressi del Tartano.

(4) Dalle nostre interviste il motivo principale che spingeva i Talamonesi ad emigrare era la ricerca di un lavoro per mantenere la famiglia. I periodi in cui si emigrava di più sono gli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale e quelli che seguono la Seconda. Le mete raggiunte erano soprattutto le Americhe ( Argentina in testa e Stati Uniti). Seguivano la Svizzera, Francia e Africa. All’inizio partivano solo gli uomini, poi le donne. Alcuni ritornavano dopo 5 o 6 anni senza essere riusciti a guadagnare molto. Le occupazioni principali svolte dai Talamonesi erano: boscaiolo, muratore, falegname, capo mandria, coltivatore, costruttore di pali della luce.

Puntata realizzata e curata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Secondaria, primo grado