IL GIUBILEO SECONDO FRANCISCO DE TOLEDO

di Loredana Fabbri

saint peter's basilica holy door

 

                                                                      <<Antiquorum habet fida relatio, quod

                                                       accedentibus ad honorabilem Basilicam Principis Apostolorum

                                                                      de Urbe concessae sunt magnae remissiones,

                                                                                      et indulgentiae peccato rum>>.

                                                                                               (Bonifacio VIII, Bolla, Antiquorum habet fida relatio,

                                                                                                                        22 febbraio 1299)

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La Divina Commedia è tra le opere letterarie che fanno riferimento al primo Giubileo: Dante racconta di avere fatto il suo viaggio ultramondano durante la Settimana Santa del 1300, ossia nel primo anno giubilare proclamato da Bonifacio VIII. Il pellegrinaggio di Dante nell’oltretomba aveva lo scopo di portarlo alla salvezza e alla purificazione, come il pellegrinaggio del Giubileo consentiva la remissione delle colpe ai penitenti. Nella prima cantica, Dante sembra essere stato tra i pellegrini arrivati a Roma per acquistare l’indulgenza plenaria e ci racconta la sua impressione nel vedere la folla che passava sul ponte Sant’Angelo, paragonandoli con i dannati che si trovano nella prima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno: <<…Nel fondo erano ignudi i peccatori;/ dal mezzo in quaci venien verso ‘l volto,/ di là con noi, ma con passi maggiori,/ come i Roman per l’esercito molto,/ l’anno del giubileo, su per lo ponte/ hanno a passar la gente modo colto,/ che da l’un lato tutti hanno la fronte/ verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,/ da l’altra sponda vanno verso ‘l monte…>>.[1] Dante si riferisce al criterio adottato dai magistrati romani, i quali in occasione del primo Giubileo, allo scopo di regolare la marea dei pellegrini che transitavano sul ponte Sant’Angelo, lo divisero a metà con una transenna, in modo tale che su una corsia era convogliato il flusso di persone che andavano in direzione di Castel Sant’Angelo-San Pietro, sull’altra defluiva la folla di coloro che, lasciata la basilica, si dirigevano verso il monte di qua dal fiume (monte Gianicolo o monte Giordano: alcuni apparati critici dell’opera riportano il primo, altri il secondo). Anche nel Purgatorio, Dante affronta il tema del Giubileo connesso al valore delle indulgenze nell’episodio in cui incontra l’amico Casella (Purgatorio, II, 94-99), il poeta chiede all’amico come mai, essendo morto da qualche tempo, solo ora è giunto alla spiaggia dell’isola. Casella risponde che non gli è stato fatto alcun torto, perché l’Angelo nocchiero sceglie con molta cura, che coincide con la volontà stessa di Dio, quelle anime che, non essendo dannate, si raccolgono presso la foce del Tevere per essere traghettate in Purgatorio: molte volte Casella è stato respinto, ma da tre mesi, dopo la proclamazione del Giubileo, l’Angelo le accoglie tutte senza distinzione e tra gli altri accolse benevolmente anche lui. Dante si riferisce all’indulgenza che veniva concessa con il Giubileo per i vivi e per i morti, in seguito alla quale le anime potevano accedere direttamente al Purgatorio.[2]

Il Giubileo o Anno Santo è l’anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati. Il termine Giubileo deriva dal latino iubilaeus che a sua volta deriva da tre parole ebraiche: jobel (ariete); jobil (richiamo); jobal (remissione), nel XXIV capitolo del Levitico troviamo che il popolo ebraico viene sollecitato a far suonare il corno (jobel) ogni quarantanove anni per richiamare (jobil) tutta la gente del paese, dichiarando santo il cinquantesimo anno e annunciare la remissione (jobal) di tutti gli abitanti, perché, secondo l’Antico Testamento, il Giubileo portava la liberazione di tutti da una condizione di miseria, di sofferenza e di emarginazione. In osservanza della legge mosaica, durante quest’anno, non veniva coltivata la terra per ricordare che essa appartiene a Dio e gli uomini la possiedono solo temporaneamente, le case, se alienate, dovevano tornare ai loro proprietari, i debitori restavano sciolti dai loro debiti e gli schiavi di origine ebraica liberati. [3]

Nel Medioevo, la Chiesa cattolica attribuisce al Giubileo un significato spirituale e non più politico-sociale: è un Anno Santo che ricorre ogni cento anni, durante il quale viene concesso il perdono generale a coloro che ricevono la confessione e la comunione, in altri termini il Giubileo cristiano è un’indulgenza plenaria elargita dal papa, con lo scopo di supplicare speciali grazie per la riforma dei costumi e per il bene generale della Chiesa. Per i cristiani la vera liberazione era quella che cancellava i peccati e le pene, questo concetto si fondava sul principio della “comunione dei santi”, ovvero i meriti acquisiti dai santi dinanzi a Dio potevano essere utilizzati dalla Chiesa a vantaggio di tutti i cristiani per liberarli dai loro peccati, ciò avveniva mediante la concessione di indulgenze parziali o plenarie, consistenti nel condono delle pene del Purgatorio che i fedeli o i loro cari avrebbero dovuto subire nell’aldilà a causa dei loro peccati. Questa pratica venne in seguito condannata da Lutero e poi dai protestanti che la consideravano un deplorevole commercio. Il Giubileo può essere ordinario se legato a scadenze prestabilite, straordinario se viene indetto per qualche avvenimento di particolare importanza.[4]

Nel 1300 papa Bonifacio VIII, con la bolla “Antiquorum habei digna fide relatio” emanata il 22 febbraio, dà inizio al primo Giubileo ordinario celebrato con grande solennità, dichiarando di voler ristabilire un’ampia remissione dei peccati da guadagnarsi vistando la città di Roma e la basilica dei Santi Pietro e Paolo; in tale occasione papa Bonifacio decreta che questa indulgenza debba rinnovarsi ogni cento anni. Perché fu indetto questo primo Giubileo? La risposta non è univoca, molto dipende dall’interpretazione che viene data al personaggio di Bonifacio. Secondo Indro Montanelli e Roberto Gervaso: << Questo papa miscredente e blasfemo incarnava la maestà della Chiesa e non ammetteva che il suo primato terreno fosse revocato in dubbio. Essa era, secondo lui, padrona e proprietaria non solo delle anime, ma di tutto. Quindi anche i troni le appartenevano: i Re non erano che momentanei appaltatori. […] Ma naturalmente non tutti erano disposti a subire simili prepotenze, e re Filippo di Francia, per esempio, vi rispose a tono proibendo al Clero d’inviare a Roma le decime raccolte nei suoi stati. Era un colpo grave per le finanze della Chiesa perché la Francia era la loro fonte più grassa. Ma lo era anche per il prestigio del papato. Fu allora che Bonifacio indisse il Giubileo: un po’ per rivalersi dello smacco politico, un po’ per colmare i vuoti in cassaforte. E l’iniziativa non poteva essere più congeniale al carattere teatrale dell’uomo e alla sua vocazione di grande regista>>.[5]

Parole meno aspre nella sua lettura del personaggio sono usate da Attilio Agnoletto: << Ai provvedimenti papali intesi a controllare le tendenze nazionali francesi per cui non si volevano trasportare più le imposte a Roma, Filippo IV risponde impedendo l’uscita dell’oro e dell’argento dalla Francia, e in questa azione egli trovò consenziente tutta la nazione. Qualcosa di simile avverrà più tardi quando l’azione religiosa di Lutero troverà fortissima eco presso i tedeschi che non volevano più vedere stornate le loro grosse somme a Roma, sia pure per la costruzione di quella che sarà la bellissima basilica di San Pietro>>.[6]

Il secondo Giubileo invece fu indetto nell’anno 1350, abbreviando lo spazio temporale a cinquanta anni anziché cento; fu preannunziato dalla bolla “Unigenitus” il 27 gennaio 1343 da Clemente VI, il quale aggiunse alle due basiliche dei Santi Pietro e Paolo anche la visita a quella di San Giovanni in Laterano, questo fu il Giubileo senza papa, poiché Clemente VI non lasciò la sua sede di Avignone per recarsi a Roma. Nel 1389 l’intervallo di tempo tra due Giubilei fu ancora ridotto a trentatré anni da papa Urbano VI, ricordando gli anni della vita terrena di Gesù, ma causa la morte di questo papa, il Giubileo fu celebrato nel 1390 dal suo successore Bonifacio IX; in seguito papa Nicolò V decretò di tornare a quanto stabilito da Clemente VI. Quando salì sul soglio pontificio Sisto IV (1471-1484) l’Anno Santo venne celebrato ogni venticinque anni, ad eccezione del secolo XIX, in cui fu celebrato solo quello del 1825 sotto il pontificato di Leone XII.[7]

Il Giubileo del 1575, indetto l’anno precedente da papa Gregorio XIII, fu caratterizzato dall’assenza di sfarzo e dal rigore voluta dal papa, infervorato da continue prediche di famosi predicatori, processioni e da numerose confraternite differenziate per il ruolo liturgico e devozionale, in una Roma organizzata perfettamente per accogliere la grande folla dei pellegrini, le cronache e le testimonianze dell’epoca ne evidenziano lo straordinario successo. Gregorio XIII si circondò di Gesuiti, Cappuccini, Teatini, fu positivamente influenzato da San Carlo Borromeo e da San Filippo Neri, i quali contribuirono molto all’organizzazione di questo Anno Santo.[8] Tra i predicatori ci fu anche Francisco de Toledo, il quale in una sua predica inedita ci spiega che cosa è il Giubileo, ma soprattutto il significato dell’indulgenza plenaria.

Francisco Toledo Herrera nacque a Cordova nel 1532 da Alfonso de Toledo, attuario di origine ebrea e da Isabel de Herrera. Studiò filosofia a Valencia e teologia a Salamanca, dove fu allievo di Domingo de Soto, teologo spagnolo e cappellano di Carlo V e nel 1558 si trasferì a Simancas, dove entrò nella Compagnia di Gesù ; l’anno seguente, quando era ancora novizio, il Generale dei gesuiti Diego Lainez lo segnalò per la sua eccellente cultura a Roma perché fosse chiamato a leggere filosofia nel Collegio Romano, dove dopo pochi anni ottenne la cattedra di teologia e filosofia. Nel 1564, sempre a Roma, fece la professione di fede. Al Collegio Romano ebbe la carica di maestro dei novizi e professore di filosofia dal 1559 al 1562 e dal 1562 al 1569 fu professore di filosofia scolastica e teologia morale, divenendo in seguito anche rettore di alcuni seminari, tra cui del Collegio Germanico-Ungarico a Roma. Nel 1569 fu nominato anche predicatore apostolico: svolse questo incarico per ventiquattro anni (viene spontaneo associare l’attività predicatoria di Toledo a quella del francescano Francesco Panigarola, Milano 1548-Asti 1587, tra le cui prediche molto famosa è l’orazione funebre in occasione della morte di San Carlo Borromeo), nello stesso tempo fu nominato teologo della Sacra Penitenza e consultore del Santo Uffizio, nel 1570 partecipò al processo contro Carranza de Miranda, arcivescovo di Toledo, assumendone le difese. Per la sua vasta cultura ed altre qualità venne inviato in varie missioni diplomatiche. Nel 1580 papa Gregorio XIII lo inviò a Lovanio, dove accolse le ritrattazioni di Baio (Michel de Bay (1513-1589), le cui tesi teologiche, ispirate all’agostinismo rigido e precorrenti il giansenismo, erano state condannate da Pio V). Fu tra i revisori del testo della Vulgata, fu consigliere nelle trattative per la riconciliazione tra Enrico IV e la Chiesa Cattolica. Il 17 settembre 1593 fu nominato cardinale da Clemente VIII: Toledo fu il primo gesuita elevato alla dignità cardinalizia, ma l’anno successivo si ammalò gravemente e mori a Roma, dove è sepolto nella Basilica Liberiana, il 14 settembre 1596. Fu considerato uno degli uomini più colti del suo tempo e tra i più eclettici e insigni commentatori cinquecenteschi di Aristotele, seguace di Agostino e Tommaso d’Aquino e autore di trattati esegetici. Tra le principali opere troviamo i “Commentaria una cum quaestionibus in universam Aristotelis logicam”; il commento in tre libri al “De anima” e i due “De generazione et corruptione”, che ebbero grande successo, che videro molte edizioni e furono adottati come libri di testo nelle scuole paripatetiche. Altra opera molto divulgata fu la sua “Summa o De instructione Sacerdotum libri septem”. Nell’esegetica biblica scrisse i “Commentarii” al Vangelo di Giovanni, ai primi dodici capitoli di Luca e all’epistola ai Romani (postumi questi ultimi). La più importante opera di teologia dogmatica, con sue opinioni personali, è “Enarratio in Summam Theologiae S, Thomae”, che fu edita solo nel 1869-70. Le prediche, molto numerose, non furono mai stampate.[9]

Le prediche di Toledo risalgono agli anni settanta del Cinquecento, un secolo denso di avvenimenti e cambiamenti storico-politico-religiosi. La rapidissima discesa in Italia di Carlo VIII (1494) mise in evidenza la divisione degli Stati italiani e aprì la strada ad un maggiore coinvolgimento delle potenze europee nella penisola, cancellando la possibilità di qualsiasi processo di unificazione. Quando Carlo d’Asburgo salì sul trono imperiale col nome di Carlo V concepì fin dall’inizio il progetto di restaurazione dell’autorità imperiale sull’Europa, progetto che incontrò non pochi ostacoli interni ed esterni, tra questi la difficile questione della Riforma, che in Germania si era trasformata da corrente di contestazione religiosa in movimento di contestazione sociale e politico. La lotta tra Francia e Spagna per la conquista dell’Italia, e che ebbe come teatro la penisola italiana, caratterizzò il regno di Carlo V, il quale, sconfitto Francesco I, insediò Francesco II Sforza nel Ducato di Milano, la cui posizione geografica era di fondamentale importanza perché metteva in comunicazione Spagna e Germania; il re di Francia reagì dando vita ad un’alleanza antiasburgica cui aderì anche il papa, con la conseguenza che migliaia di mercenari al servizio dell’imperatore, per la maggior parte lanzichenecchi, noti per la loro fede luterana e per l’odio verso la Chiesa Cattolica, scesero in Italia e di loro iniziativa posero l’assedio a Roma e la occuparono per circa otto mesi saccheggiando la città (1527). Altro avvenimento molto importante fu l’espansione degli Ottomani, che, con il sultano Solimano, raggiunsero il centro dell’Europa (assedio di Vienna) ed il tentativo di controffensiva di Carlo V, con la conquista di Tunisi, si rivelò un successo molto effimero. La pressione turca sull’Europa determinò anche il tramonto dell’idea di cristianità testimoniato dall’alleanza del re di Francia con il sultano in funzione antiasburgica. Quando salì sul trono di Spagna il cattolicissimo Filippo II, lo scontro tra cristiani e musulmani nel Mediterraneo si ridusse in quello tra Impero Ottomano e Spagna, mischiando alla guerra la pirateria da entrambe le parti, fenomeno importante nella storia dell’epoca. La tensione tra Spagnoli e Ottomani precipitò in conseguenza della conquista turca di Cipro: a Lepanto la flotta della Lega Santa formata dal papa, dalla Spagna e dalla Repubblica di Venezia, inflisse ai Turchi una grande sconfitta (1571), che riuscì a limitare notevolmente la loro presenza nel Mediterraneo.

Le speranze in una profonda riforma della Chiesa, che si erano diffuse fin dall’XI secolo, erano state deluse e tra i molti mali che affliggevano il complesso ecclesiastico, c’era anche quello, molto rovente, dell’acquisto delle indulgenze. La necessità di una riforma era avvertita anche nell’ambito del movimento umanistico d’Oltrape: il denominato Umanesimo cristiano preparò il terreno alla Riforma Protestante, fornendole elementi essenziali della nuova teologia. Le 95 tesi di Lutero furono proprio dedicate alla condanna dell’indulgenza come strumento di salvezza, in seguito, il monaco Agostiniano imperniò la sua critica sulla giustificazione per fede e sul sacerdozio universale, quest’ultimo implicava un rapporto diretto del fedele con Dio e la limitazione del papato ad istituzione unicamente umana. La diffusione delle idee luterane trovò due grandi alleate: la stampa e la lingua volgare, che fece perdere ai dotti, ma soprattutto al clero il privilegio di essere i lettori dei testi sacri. L’area della Riforma in Europa fu molto vasta, in Italia ebbe una diffusione più limitata e non diventò mai un movimento popolare, sia per la mancanza della profonda ostilità verso la Chiesa di Roma esistente in altri paesi, sia per la dipendenza dei signori dal papa e dall’imperatore. La Riforma protestante incalzò il pontefice Paolo III a convocare un concilio, richiesto da tempo nel mondo cristiano, ma già prima dell’inizio del Concilio di Trento (1545-1563) le speranze di rappacificamento erano perdute, poiché i protestanti decisero di non parteciparvi. Sul piano dottrinale il Concilio operò una netta chiusura nei confronti del protestantesimo: la Chiesa di Roma si propose come unica interprete delle Sacre Scritture: fu affermato il principio della salvezza per mezzo non solo della fede ma anche delle opere, condannando la tesi luterana della “sola fide”, venne ribadito il libero arbitrio dell’uomo, fu stabilito il numero dei sacramenti (sette) e la loro efficacia non solo simbolica, venne decretato l’obbligo di residenza per i preti e i vescovi, affidando a quest’ultimi la totale responsabilità sulla propria diocesi, con l’obbligo di visitarla, venne riformata la predicazione, fu proibito il cumulo dei benefici, vennero creati i seminari per la formazione del clero: sull’esempio di grandi vescovi come Carlo Borromeo a Milano e Francesco di Sales a Ginevra, fu rinnovato l’impegno pastorale delle guide della Chiesa. Vennero anche prese delle misure contro il nepotismo, la simonia, il concubinaggio: complessivamente la Chiesa di Roma uscì rafforzata dal Concilio ed ebbe nel catechismo uno strumento molto importante per la diffusione dell’ortodossia tridentina. A tutto questo si accompagnò un’azione repressiva, che trovò il suo principale strumento nel potenziamento dell’Inquisizione Romana o Congregazione del Sant’Uffizio, tra le vittime più celebri si ricordano: Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei. L’intento di riforma del Cattolicesimo si espresse anche attraverso i nuovi ordini religiosi e in questo la Chiesa ebbe come principale strumento la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, su una struttura rigorosamente gerarchica, su una rigida obbedienza e sulla notevole preparazione culturale dei suoi membri, i quali riservarono grande attenzione all’istruzione, di cui presto detennero il monopolio. La divisione in seno alle Chiese cattolica, luterana e calvinista fu profonda e tale da sentire la necessità di sottolineare i loro elementi distintivi, nacque così il “confessionalismo”, ossia quella tendenza a subordinare le scelte e le decisioni politiche, morali e civili ad una determinata confessione religiosa, che trovò la sua realizzazione nel disciplinamento sociale, cioè nel controllo delle Chiese su tutte le manifestazioni della vita di relazione, con lo scopo di uniformare i comportamenti e concepire nei singoli un atteggiamento di obbedienza. L’intolleranza divenne comune a tutte le Chiese non solo nei confronti delle altre confessioni, ma contro chiunque fosse considerato un “diverso”; dilagò così il fenomeno della caccia alle streghe: decine di migliaia di persone furono mandate a morte in tutta Europa, accusate di stregoneria, con confessioni ottenute sotto tortura, la psicosi della stregoneria si diffuse al punto che finì per coinvolgere molti “diversi”, emarginati dalla società che trovavano nella stregoneria un modo di evasione da quella società che li aveva respinti. Oggetto di crudeli persecuzioni furono anche gli Ebrei, i quali vennero confinati in ghetti nei quali erano costretti a risiedere e a portare un segno di riconoscimento; in Spagna, già nel secolo precedente, la riconquista cattolica e l’Inquisizione avevano imposto agli ebrei sefarditi conversioni forzate, dando luogo al fenomeno dei marrani, molti dei quali mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando fedeli all’ebraismo in privato. Nel 1565, infine, venne stilata la confessione “Professio fidei tridentina”, in contrapposizione a quella luterana di Augusta. Controllo e repressione delle eresie e rinnovamento della vita ecclesiale furono, dunque, le linee guida della Chiesa Cattolica dopo il Concilio di Trento.[10] Concludiamo questa breve e incompleta panoramica del secolo XVI con le parole di Attilio Agnoletto: << Si può dire che quella che si ama definire la “Riforma cattolica” trovi il suo approdo nel Concilio di Trento, che forse è nella storia della Chiesa Cattolica il più importante tra quelli ecumenici sia per le definizioni dogmatichebsia per i decreti di riforma interna. Occorre infatti arrivare al 1869 perché la Chiesa riconvochi un altro concilio. E anche il Concilio Vaticano II, che si è svolto a circa quattro secoli di distanza, non ha certo intaccato la sostanza di decisioni che appaiono irreformabili […]. Se si vuole comprendere il cattolicesimo del mondo moderno bisogna risalire alle decisioni del Concilio Tridentino, che chiusero la porta alla Riforma protestante, ma realizzarono e diedero l’avvio a una riforma cattolica […]. Esaminando, alla luce attuale, gli effetti delle decisioni tridentine, si deve riconoscere che il Tridentino è la chiave di volta di tutto il cattolicesimo fino ai nostri giorni. La sua importanza non consiste solo nel ripudio dogmatico delle istanze della Riforma, ma anche nell’eliminazione di infiniti abusi e nella costituzione di ordinamenti tuttora vigenti. Si potrebbe dire che il Concilio di Trento ha ridato vigore al cattolicesimo, facendone una rinnovata confessione religiosa che si colloca accanto alle altre rampollate dalla Riforma. Ne è nata una Chiesa poderosa, giuridicamente strutturata, dogmaticamente fissata >>.[11]

E’ in questo clima austero della Riforma Cattolica che Francisco de Toledo si trova a Roma e tra i suoi vari uffici c’era anche quello di predicatore. Toledo inizia la sua predica sul Giubileo portando come esempio san Basilio, il quale sostiene, parlando del Salmo 28, che la più grande benedizione che Dio può dare è la pace : <<Pax mentem liberata ab intemperie peccato rum>>. La pace contiene tutte le virtù e tutti i beni, continua il predicatore, non esiste né bene né virtù che non si contenga nella benedizione della pace, perché tutte le virtù sono comprese in tre cose: nel comportarsi bene verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi. Con il concetto di pace inizia, dunque, la spiegazione di Francesco Toledo sull’Anno Santo.[12]

<< Questo e quel che habbiamo nell’Anno Santo et anno di Giubileo Anno di pace, nel qual Iddio ci dà la benedizione di pace di questo Giubileo vorrei trattare quattro cose con brevità perché non basta una né due prediche per poter dire quel che se poteva dire dell’indulgentia et Giubileo. La seconda perché se domanda Giubileo. 3° perché se domanda Anno Santo. Quarta quanto sia l’efficacia del Giubileo. Queste quattro cose trattaremo nella prima et seconda parte: le prime due nella prima, l’altre due nella seconda con la gratia et aiuto di Dio >>. [13]

Il Gesuita, fatta la premessa, inizia col dire: << Quanto al primo che cosa è Giubileo. Giubileo contiene due parti: l’indulgenza plenaria cum relatione vinculorum fori  conscentia . Queste due cose contiene questo nome Giubileo, la prima che è indulgentia plenaria, la seconda ch’oltre d’esser indulgentia plenaria dà la relaxatione et remissione delli vinculi del foro di conscientia. In questo ce controversia con gli heretici, ma non perché parlamo con cathlolici, le diremo in modo che se un catholico, se ben sa, che sono veritade possa intendere come sono et per dichiarare che cosa sia questo Giubileo diremo quattro veritade della Santa Chiesa, quattro fondamenti veri dalli quali se potrà vedere chiaramte che cosa sia quest’indulgenza et Giubileo >>.[14]

La prima verità, sostiene Toledo, è che Dio quando perdona la colpa, non sempre perdona la pena, non sempre perché alcune volte perdona sia la colpa sia la pena come avviene nel Battesimo: l’uomo quando nasce ha in sé il peccato originale, ma nel momento in cui riceve il Battesimo diventa puro e se dovesse morire in quel momento andrebbe subito alla gloria di Dio. La differenza che c’è tra il Battesimo e la penitenza consiste proprio in questo: che con il primo vengono perdonate la colpa e la pena e con la seconda solo la colpa, infatti a colui che fa penitenza gli è perdonata la colpa, ma gli restano le piaghe, le ferite dei peccati. Questo è sostenuto prima da san Teodoreto, poi da sant’Ilario, i quali alludono al Salmo 31: <<Beati quorum remisse sunt iniquitates, Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno>>,[15] sono molto rare le volte in cui viene perdonato sia la colpa che la pena con la penitenza, almenoché questa non sia veramente molto grande e i peccati molto piccoli. Molte volte Dio perdona la pena per la penitenza, perché il peccato che l’uomo ha fatto merita la pena eterna, ma fecendo grande penitenza, la pena eterna può essere commutata in pena temporale, tutto questo lo troviamo negli scritti dei Padri della Chiesa e nella Sacra Scrittura (2 Libro dei Re: Dixitque Nathan ad David: Dominus quoque transtulit peccatum tuum: non morieris). Stessa cosa dice Sat’Agostino nel “De peccatorum meriti sed remissione”, lib. II, cap. XXIV, il quale cita queste parole e dice che Dio perdonò a David la pena eterna e gli dette quella temporale, così anche San Gregorio. Giustino martire, in “Quaestinibus ad responsiones gentilium”, racconta che Giosia, re di Gerusalemme, fu un re pio e osservante delle Leggi, e i “Gentili” gli chiesero perché Dio permise che un uomo probo come Giosia fosse ammazzato dal re d’Egitto, Giustino rispose loro che egli si era reso reo di disubbidienza verso il profeta Geremia, ma poi comportandosi molto bene, Dio gli commutò la pena eterna in quella temporale, consistente nell’essere ucciso in battaglia dal faraone egiziano.[16] Toledo porta anche l’esempio di Maria (Miriam), sorella di Mosè, la quale rimproverò il fratello per avere contratto matrimonio con una donna madianita e per questo fu colpita dalla lebbra anziché dalla pena eterna.[17] Il predicatore, portando anche altri esempi conclude dicendo di avere dimostrato come Dio quando perdona la colpa non sempre perdona la pena, <<…et di questo fondamento seguitano necessariamente tre veritade principalissime della Chiesa Catholica di qua se seguita che ce purgatorio, perché come si da che ce pena non essendo colpa è necessario che se dia il purgatorio, nel quale se sodisfacia alla pena che è obligato prima d’intrare nel Cielo di quasi seguita anchora la sodisfatione et la giustificazione >>.[18]

Il secondo fondamento, continua Toledo, <<…è che gli giusti comunicano li suoi meriti con gl’altri huomini>>.[19] Questo significa, secondo il Gesuita, che <<…alcuni giusti havendo pochissimi peccati fecero gran penitentia molto maggiore di quel che era necessario per gli suoi peccati et questi meriti che avanzavano alli giusti fanno profitto a gli altri, che non hanno tanti meriti…>>. Ma nel giorno del Giudizio Universale  <<…non ci saranno più meriti dei giusti che ci possano giovare, adesso sì che ci giovano l’opere et meriti che avanzano alli Santi…>>.[20]

Il terzo fondamento <<…è che nella Chiesa furono et sono anchora hoggi di alcuni giusti, che patirono molte tribulationi et afflittioni più di quel che era di bisogno…>>,[21] portando come esempio Giobbe, il cui nome significa “perseguitato”, infatti il Patriarca rappresenta l’immagine del giusto la cui fede è messa alla prova da parte di Dio, Giobbe sopporta tutte queste prove con rassegnazione, perché capisce che non bisogna giudicare l’operato divino con la mentalità umana, divenendo in tal modo l’antinomia del giusto che subisce senza avere colpe e l’iniquo che invece progredisce; Giobbe rappresenta la metafora della giustizia che dovrebbe percuotere il malvagio e assolvere colui che opera il bene. San Paolo dice, prosegue Toledo, che <<…Christo due volte ci ha redento: la prima volta per se stesso quando lui medemo (sic) morì et sparse il suo sangue per noi, et questa fu la vera redenzione. La seconda volta per gli suoi membri Christo per la sua morte liberò l’huomo della colpa con li suoi membri lo libera della pena et perciò dice S. Paulo: “Io che sono membro di Christo adimpleo ea que sunt passionum Christi, patendo molto di più di quel che ho di bisogno per me, ma li patisco per gl’altri, acciché possa avanzare a gl’altri che hanno di bisogno. A talché la Chiesa ha quest’avanzo , questo cumulo delli meriti delli giusti et questo è il tesoro della Chiesa”>>.[22] Il quarto fondamento <<…è che ce potestà di spartir questo thesauro, che bella cosa saria che ci fusse il thesauro et non ce fusse chiave per poter aprirlo. Nostro Signore non le fa le cose in questo modo, ha dato il thesoro alla Chiesa et gli ha dato anchora la potestà>>.[23]

Il papa,vicario di Cristo, ha la potestà di aprire questo tesoro, <<…due cose possono impedire che alchuno non entri nel cielo: la colpa et la pena, qualsivoglia di queste due cose che l’huomo habbia non può entrare nel cielo, ma il Vicario di Christo ha le chiavi del regno del cielo et perciò può liberare di queste due cose, ha il thesoro et ha la chiave per aprirle et ha la potestà di spartirlo del modo che vorrà>>.[24]  Prima di parlare dell’indulgenza, continua il predicatore, vuole mettere in luce quello che ha detto San Tommaso, cioè che nell’indulgenza ci sono comprese la giustizia e la misericordia: <<…ha giustitia perché ce paga et sodisfattione et ha misericordia perché se ben sodisfa non sodisfa con li suoi meriti, ma con li meriti degl’altri…>>.[25] Toledo si spiega meglio portando uno dei tanti esempi di cui si serve in tutte le sue prediche, dicendo che è come un uomo che viene incarcerato e un altro paga mille scudi al giudice perché liberi quell’uomo, questa libertà sarebbe frutto della giustizia e della misericordia: giustizia perché è liberato dalla pena, ma ha pagato per ottenere la libertà; misericordia in quanto sono gli altri, mossi dalla misericordia, che pagano per riscattare la pena. Ora si può capire, sostiene Toledo, che cosa sia l’indulgenza plenaria: aprire la Porta Santa affinché tutti possano godere di quei meriti che sono “avanzati” ai santi. <<Ecco dechiarata la prima parte del Guibileo, che è indulgentia plenaria. La seconda, cioè Cum relaxatione vinculorum fori conscientia […] sia anchora la remissione de vinculi del foro di conscientia dia se licentia alli confessori che possono assolvere di tutti gli peccati et che non sia necessario andare dal Pontefice…>>.[26]

Dopo avere esaminato che cosa sia il “Giubileo”, Toledo passa a spiegare “…perché sia domandato Giubileo…” e rifacendosi al Vecchio Testamento (Lev. XXII) spiega la derivazione e il significato del termine, dice che Dio comandava che ogni cinquanta anni venisse celebrato un anno in cui le terre non dovevano essere seminate, le case tornassero ai loro padroni, gli schiavi liberati e perdonati tutti i delitti. <<…et quest’anno comandava Iddio, che se chiamasse Jovel. Questa parolla Jovel nel hebraico significa castrato […] Joval significa colui che governava gli Castrati. Non pensate che voglia dire qualche cosa di grammaticha, ma dechiararò questo perché ha gran misterio di modo che Jovel significa il Castrato […] questo castrato è quello (Genes. XXII) quando Abramo voleva sacrificare il figliolo Isac apparvoli un Castrato che fu sacrificato in luoco di Isac et questo Castrato è Christo, che fu poi sacrificato per Isac per tutto il mondo […] ma guardi quanta differenza c’era di quest’anno di Giudei al nostro, perché quell’anno era figura di questo et questo si vede chiara che è figura, perché Iddio comandò che fusse chiamato Anno Santo, ma che santità haveva: non haveva santità quell’anno, tutto era cosa temporale, ma se domandava anno santo, perché doveva essere figura di questo nostro anno, il quale è veramente santo>>.[27] Il Gesuita ribadisce il concetto di temporalità delle cose alludendo alla terra, alle proprietà, agli schiavi, ai debiti, perché cose materiali e temporali, mentre nel Giubileo cristiano tutto si riferisce alla spiritualità. L’anno dei Giudei, inoltre, giovava ad alcuni, come ad esempio agli schiavi che venivano liberati, ma non conveniva ai padroni che perdevano gli schiavi; era efficace per la terra che diventava più fertile, ma non ai padroni dei terreni che non ricevevano i  frutti. L’Anno Santo cristiano, continua Toledo, è favorevole per tutti e non nuoce a nessuno. Altri fanno derivare il termine Giubileo dal verbo latino “iubilo”, <<…che questo verbo significa il canto che se soleva fare in segno di vittoria et triumpho…>>, ma sono i cristiani che <<…possono giubilare et allegrarse, perché noi habbiamo havuto il Castrato nostro Signore che sé sacrificato per noi […]perché habbiamo havuto la vittoria et habbiamo havuto il vero Jovel Christo Nostro Signore. Habbiamo visto che cosa è Giubileo et perché sia detto Giubileo fermamoci et diremo quattro parole nella seconda parte>>.[28]

Come già annunciato all’inizio della predica, nella seconda parte Francesco Toledo parlerà del perché il Giubileo si chiama anche Anno Santo, poi spiegherà quanto esso sia efficace.

<<Anno Santo è questo che habbiamo detto, questo anno del Giubileo se domanda anchora Anno Santo. Anno nel quale se concede questo Giubileo s’apreno le porte sante, non che sia necessario per il Guibileo aprire le porte, ma se apprino in segno che quest’anno sta aperto il thesoro della Chiesa se dà il Giubileo et indulgentia plenaria quest’aprire le porte sante in quest’anno è come quello che faceva Ezechiel 46, che comandava  Iddio, che stesse sempre serrata una porta, la quale se dovesse aprire il sabbato in segno di festa s’apriva la porta, che guardava all’Oriente>>,[29] Toledo si riferisce al passo di Ezechiele 46 in cui troviamo: <<La porta del cortile interno che guarda a est resterà chiusa durante i sei giorni di lavoro; ma sarà aperta il giorno di sabato e sarà pure aperta il giorno dei noviluni>>. La porta aveva il compito di essere aperta per sei giorni della settimana e di rimanere chiusa il settimo, cioè il sabato, questo riutuale aveva lo scopo di ricordare che nel primo libro della Bibbia, Dio si riposò il settimo giorno dopo avere compiuto l’opera della creazione e decise di consacrare questo giorno (sabato) con lo scopo di benedire l’intera creazione e le sue creature intelligenti potevano, in questo giorno, adorare Cului che le aveava create.[30] <<…così tutto questo tempo sta serrata una porta, la quale se apre la porta aurea, la Porta Santa in segno che sta aperto il thesoro della Chiesa et vengono a Roma tutti a guadagnar questo Giubileo et indulgentia plenaria, così anchora si vede che comandava Iddio, che tutti gli giudei anchora quelli che stavano fuora della terra di promissione venissero tre volte all’anno a Gierusalemme, così anchora la Chiesa ha ordinato quest’Anno Santo, nel quale vengono tutti li cristiani di tutte le nattioni a Roma a guadagnare quest’indulgentia et questo Giubileo è cosa antiquissima nella Chiesa, sempre mai se ha fatto questo et se ha havuto per tradizione, perché è cosa antiquissima, che quello di Bonifacio sono trecento anni non è che lui ordenasse quest’Anno Santo, ma confermò quel che ab antiquo se soleva fare et così dice accepissimus per traditionem maiorum et per consuetudine se ha sempre osservato questo nella Chiesa se ben non sta scritto, perché non pèossono stare scritte tutte le cose>>.[31]

Bonifacio VIII, per giustificare l’indizione del Giubileo si rimette a documenti antichi degni di fede, in mancanza di una reale documentazione.[32]

<< Basta che ci sia la consuetudine et tradizione, come è questa del Giubileo, che  sempre mai se ha fatto ancoraché nel medesimo tempo o lo faciamo in 60 o in 50 anni questo non importa, perché il Pontefice et Vescovo romano ha potestà di concederlo quando vorrà […], ma dirà alchuno: “ Padre questo Giubileo è differente di quelli li quali suol concedere?”. Il papa alchune volte nell’anno ha niente di più questo Giubileo di quelli! Vi dirò per dire il vero anticamente non se solevano concedere tante volte indulgentie plenarie non so come dire questo non se soleva concedere così (c. 266v) facilmente il Giubileo. Quelli Giubilei che se concedono alchune volte sono come questo, quelli giubileo sono robati a quest’anno, perché di quest’anno è proprio il Giubileo et quando alchune volte li pontefici concedono alchuno Giubileo fuora di quest’ anno lo pigliano a quest’anno, ma lo fanno con raggione et cause urgenti, ma in sé quel Giubileo non differisce da questo, è il medesimo solo differisce nelle cause, quelli giubilei sono concessi per diverse cause, perché quali è concesso questo Giubileo del Anno Santo dirò brevemente tre cause per le quali è concesso questo Giubileo et volse Dio che sapendo noi le cause le volessimo essequire, perché all’hora ci apparecchiassimo bene per guadagnare il Giubileo>>. [33]

La prima causa<<… perché se fa quest’Anno Santo, nel quale hanno ordinato li pontefici che venghino a Roma tutti gli Christiani non per guadagno, come dicono gli heretici, ma per guadagno dell’anime, acciocché vengano a guadagnare questa indulgentia plenaria. La prima causa, dunque, è acciocché tutti gli cristiani, che per essere di diverse nationi stanno separtati, qui s’uniscano insieme et si faccia la vera unione cristiana: Sanctorum Communionem si ha ordinato che sia un anno santo nel quale vengano a Roma l’Alamani, li Spagnuoli, gl’Ittaliani et tutti gl’altri et qui in Roma se conoscano, s’uniscano et se faccia una vera et fraterna unione di tutti i membri della Chiesa, che stanno divisi per diverse provincie: chi sta in Polonia, chi in Francia, chi in Sopagna, chi in Ittalia, venga un anno nel qual tutti se congregano in Roma et s’uniscono>>.[34]

La seconda causa<<… è acciocché tutti gli Catholici riconoscano un capo, che tutti vengano a Roma a conoscere il suo capo che è il Vicario di Christo il Vescovo romano non qual se voglia vescovo è capo universal, ma il capo universale è solo il Vescovo romano et in questo Anno Santo vengono sì a conoscere il suo capo del quale sono membri. Il che è necessario dice san Cipriano lib. IIII epis. IX che tutte l’heresie se causano di questo di non volere riconoscere un capo et perciò è molto necessario che tutti gli Cattolici riconoscano il suo capo et perciò vengano a Roma, dove sta il Vicario di Christo, che è capo universale di tutta la Chiesa. In Roma sta la sua sedia et se ben ad tempus li pontefici stanno fuora di Roma nondimeno in Roma sta la sua sedia, perché sono vescovi romani, vescovi lateranenses et quando li pape stavano in Avignone anchora se veniva a Roma, perché in Roma stava la sedia et però procurono che se tornasse a Roma.[35]

La terza causa <<…per mostrare la gratitudine, essendo che gli Catholici hanno la fede et tutto il bene di Roma è bene che vengano alchune volte a vedere dove nasce tanto bene et che vengano a mostrarci grato a San Pietro et Santo Paulo, dalli quali hanno havuto tanto bene, dice sant’Agostino sopra il psalm LIIII dice bene come che lui è che la chiesa è rigata col sangue di san Pietro et san Paulo sparsero. Il suo sangue rigarono questa terra, la fecero crescere, adunque bisogna che gli siamo grati et che veniamo alchuna volta a mostrargli la nostra gratitudine, volendo vedere da chi riceviamo tanto bene. S’un huomo havesse un campo al qual venisse un canal d’acqua d’alchun fonte che rigasse quel campo et gli facesse crescere il grano et il frutto, che cosa saria che non venisse voglia alchuna volta a quest’huomo d’andare a veder di dove gli veniva quell’acqua, così di Roma va il canal d’acqua che riga la Chiesa et fa dar il frutto a tutta la Chiesa è raggione che alchuna volta vengano a mostrare la sua gratitudine et vengano a vedere il fonte dal quale mena quel canal. Vengono a veder Roma, dove fu sparso il sangue di san Pietro et san Paulo et di tant’altri martiri, perché se ben in altre parti del mondo ci furono anchora molti martiri, non dimeno in nissuna furono tanti martiri come in Roma. […] a talché per queste tre cause hanno ordinato che se venga un anno a Roma a guadagnare il Giubileo, le quali tre cause in nessun tempo furono tante necessarie come sono ad esso e adesso molto necessaria la prima causa, cioè l’unione di Catholici, perché sono tanto divisi et segnar da tanto a dire o Polaco, o Alemano, o Spagnuolo, o Ittaliano non se dovrebbe guardare il Paese del quale sono, ma che tutti sono cristiani et che debbono esser vinti con vera unione fraterna e molto necessaria anchora in questo tempo. La seconda causa, cioè che tutti riconoscano per  universal capo il Vescovo romano, perché sono adesso tanto pochi che lo vogliono riconoscere per capo, ma molti lo negano et non vogliono tenerlo per capo et anchora. E’ anchora necessaria la terza causa, cioè la gratitudine a san Piretro et san Paulo massime in questo tempo che se ritrovano tanti che non hanno questa gratitudine.[36]

Le cause per cui era stato indetto un Anno Santo non erano molto diverse da quelle di oggi: nel secolo XVI c’erano stati fatti che avevano sconvolto tutta l’Europa, avvenimenti che avevano portato cambiamenti radicali specialmente nell’ambito religioso e nella Chiesa Cattolica, infatti, quando padre Toledo dice che i cristiani sono divisi tra loro e molti non riconoscono più come capo supremo del Cristianesimo il Pontefice, si riferisce alle conseguenze scaturite dalla Riforma Protestante ed anche a quello che, nel corso di secoli, si era verificato nella Chiesa (eresie, mondanizzazione e comportamento del clero etc.), quando parla di un incontro di tutti i cristiani a Roma indipendentemente dalla loro nazionalità, allude non solo alla fraternità, ma anche e soprattutto ad un dialogo interreligioso che unisca tutti gli uomini in un afflato fraterno: tutto questo rende la predica di Toledo estremamente attuale, il termine “misericordia”, che deriva dal latino “misericors” e da “misereor (ho pietà) e cor-cordis (cuore) e significa sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad alleviarla, che muove a soccorrere a perdonare: “Dio perdona tante cose, per un’ opera di misericordia”, sono le parole che Manzoni dice per bocca di Lucia all’Innominato per ben due volte, nel XXI capitolo dei “Promessi Sposi”, parole che ci trasmettono una grande verità e consapevolezza di essere oggi spettatori di un tempo in cui le guerre si succedono alle guerre, gli attentati terroristici uccidono persone innocenti, la disperazione crescente, il nichilismo, il disprezzo, l’abbandono, l’indifferenza: è questo il “panorama” che ci circonda. La misericordia è lo straripare di questi sentimenti in un atto di soccorso, in un aiuto concreto rivolto al soggetto che suscita pietà, quindi non esiste una misericordia intima che rimane rimane ferma e nascosta.

<<La quarta et ultima cosa che dobbiamo vedere è l’afficacia del Giubileo. Il che faremo molto  brevemente, perché non ce tempo. Primamente che viene a Roma a guadagnare quest’indulgentia fa atto di fede , perché crede che ci è questo thesoro et che la Chiesa ha potestà d’aprir. Lo secondo in questo Giubileo s’essercita la charità, perché s’uniscono gli fratelli insieme et fanno l’unione cristiana. Terzo si mostra la gratitudine che si ha verso la Chiesa et san Pietro et san Paulo et gli altri santi. Quarto si fa atto di religione perché chi viene a guadagnare quest’indulgentia honora li santi dalli quali avanzarano li meriti per li quali gli è concessa quest’indulgentia. Quinto se perdona la coilpa, perché chi viene a guadagnare iul Giubileo se confessa et se dà auttorità alli confessori di poter assolvere. Sexto se perdona la poena per li meriti di san Pietro et san Paulo et degl’altri santi. Settima se ha la pace et questa è una gran cosa perché s’haveremo questa pace sarà il maggiore essercito che potrà esser contra il Turco, perché confessandosi bene ci è perdonata la colpa et la pena eterna se muta in poena temporale, ma se guadagnamo quest’indulgentia plenaria sa disfaremo per quella poena temporale con li martiri delli santi et così non ci sarà che castigare in noi poiché habbiamo sodisfato per la poena temporale, che miritavamo dopo che ci fu perdonata l’eterna. Ottavo con questo se provocano li santi a pregare a Dio per noi, perché quando veniamo a Roma a guadagnare questo Giubileo quel che facciamo a mettere inanzi a Dio il sangue et meriti di san Pietro et san Paulo et degl’altri santi et loro vedendo questo, diranno Signore perdonategli per amore nostro, per quel che noi habbiamo patito et così provochiamo li santi a pregare a Dio per noi. Nono et ultimo con questo se fa gran piacere a Dio, perché non può essere a Dio cosa più grata che Christo e la Maddona con venire a guadagnare quest’indulgentia mettiamo inanzi a Dio il sangue di Christo che bastava per redimere mille miglia di mondi et gli meriti della Maddona che sono tanto grati a Dio a talché faciamo gran piacere a Iddio. Piaccia  a Iddio che faciamo tra le opere che possiamo guadagnare in questo mondo il vero Giubileo et null’altro la vita sempiterna>>.[37]

Per la religione cattolica, ogni volta che un credente offende Dio e disobbedisce ai suoi insegnamenti commette peccato, di cui esistono due diverse categorie: quello originale, commesso da Adamo, che ogni uomo eredita nascendo e che viene cancellato con il sacramento del Battesimo e il peccato attuale, che è quello che viene commesso volontariamente con pensieri, parole, opere ed omissioni, che a sua volta è diviso in peccato mortale e peccato veniale. Il primo è costituito da una grave disubbidienza alla legge divina (bestemmie, stile di vita contrario ai precetti cristiani, la non partecipazione alla liturgia domenicale), con il pentimento e la confessione sacramentale il fedele può riconquistare la grazia di Dio. Anche il peccato veniale consiste nel disubbidire alla legge di Dio, ma senza avvertenza e consenso nell’atto del compimento: il pentimento e le opere buone sono sufficienti per dimostrare il ravvedimento, senza necessità della confessione sacramentale. Peccare significa distaccarsi da Dio con la conseguenza della pena eterna, che si può cancellare con la confessione sacramentale, ma il vero perdono presuppone la purificazione dell’anima mediante una penitenza consistente in una pena temporale, il peccatore, pentito sinceramente, può vedere annullate le conseguenze dei suoi peccati attraverso la dottrina delle indulgenze. Come ha spiegato padre Toledo l’indulgenza consiste in una remissione parziale o totale della pena temporale, che dall’età apostolica al secolo VIII si poteva ottenere mediante le suppliche dei martiri in punto di morte, i quali chiedevano in punto di morte ai vescovi (supplices belli Martyrum) di sgravare i peccatori dalle pene temporali, sollevandoli così dal gravoso percorso della penitenza pubblica per la redenzione dei peccati. Alcuni ottenevano un biglietto di raccomandazione per il vescovo, chiamato “libellum pacis”, che induceva il vescovo stesso, per riguardo verso i martiri, ad abbreviare o condonare la penitenza. Dopo il secolo VIII si attenuò molto la severità delle penitenze, il cui percorso divenne privato, concedendo l’indulgenza a coloro che avevano partecipato alle crociate o intrapreso un pellegrinaggio come nel caso del primo Giubileo. Particolare importanza ebbero le indulgenze delle crociate, concesse a chi andava a combattere contro i mori in Spagna, i Saraceni in Sicilia e i Turchi in Palestina, i papi accordarono la remissione totale della penitenza dovuta per i peccati. Dal XIV al XVI secolo, la Chiesa abusò nella concessione delle indulgenze, s’introdusse la possibilità di ottenerle con offerte di denaro (oblationes), la gente cominciò a pensare che l’indulgenza non liberasse soltanto dalla pena temporale, ma anche dalla colpa e che bastasse comprarla per avere anche la remissione dei peccati.

Nelle tesi sull’efficacia delle indulgenze, Martin Lutero condanna il mercato delle indulgenze, nega la bontà delle stesse, in quanto generano eccessiva fiducia nelle forze dell’uomo e sostiene che il papa può rimettere solo la pena canonica: <<Il papa non vuole né può rimettere alcuna pena fuorché quelle che ha imposte per volontà propria o dei canoni (5). Il papa non può rimettere alcuna colpa se non dichiarando e approvando che è stata rimessa da Dio o rimettendo nei casi a lui riservati, fuori dei quali la colpa rimarrebbe certamente (6). Sbagliano pertanto quei predicatori d’indulgenze, i quali dicono che per le indulgenze papali l’uomo è sciolto e salvato da ogni pena (21). I perdoni apostolici devono essere predicati con prudenza, perché il popolo non intenda erroneamente che essi sono preferibili a tutte le altre buone opere di carità (41). Si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze (43). Poiché la carità cresce con le opere di carità e fa l’uomo migliore, mentre con le indulgenze non diventa migliuore ma solo più libero dalla pena (44). Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio (62). Ma questo tesoro è a ragione odiosissimo perché dei primi fa gli ultimi (63)”. Ma il tesoro delle indulgenze è a ragione gratissimo perché degli ultimi fa i primi (64).[38] Per ciò che riguarda le anime dei defunti Lutero si esprime con queste parole: <<…perché il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un numero infinito di anime in forza del funestassimo denaro dato per la costruzione della basilica, che è una ragione debolissima? (82)>>.[39]

Proprio questo atteggiamento della Chiesa fu una delle cause che dettero luogo a Martin Lutero di iniziare quella che poi sarà chiamata Riforma Protestante (1517). Il Concilio di Trento (1545-1563) fu indetto con lo scopo di tentare una riconciliazione tra la Chiesa Cattolica e quella Protestante e tra le tante leggi emanate ci fu anche quella che proibiva le questue e aboliva la figura dei “quaestores” di indulgenze, quindi vennero corretti gli abusi stabilendo che il tesoro delle indulgenze fosse offerto ai fedeli piamente, santamente e integralmente, <<…ut tandem caeleste hos Ecclesiae thesaurus no ad questum, sed ad pietatem exerceri omnes vere intelligant…>> e solennemente definiva che, col potere delle Chiavi, la Chiesa ha veramente quello di concedere le Sacre Indulgenze.[40]

In accoglimento di voti del Concilio Vaticano II viene emanata, il primo gennaio 1967, da papa Paolo VI la Costituzione Apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus”, che approfondì e regolò definitivamente la concessione delle indulgenze, le quali furono poi aggiornate dall’ “Enchiridion indulgentiarum” del 29 giugno 1968, che riduce moltissimo l’elenco di indulgenze, proponendosi di educare allo spirito di preghiera e all’esercizio delle virtù teologali, più che alla ripetizione di formule e pratiche. La Costituzione Apostolica inizia con la seguente affermazione: <<La dottrina e l’uso delle indulgenze, da molti secoli, in vigore nella Chiesa Cattolica, hanno un solido fondamento nella divina rivelazione, la quale, tramandataci dagli apostoli, “progredisce nella chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo>>, mentre <<la chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della divina verità, fino a quando in essa siano portate a compimento le parole di Dio>>. Questo documento dà anche la seguente definizione dell’indulgenza: <<L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale come Ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi>>.[41]

Il 2016 è un anno molto importante per la Chiesa Cattolica, infatti il 13 marzo 2015 papa Francesco annunciò che si sarebbe svolto un Giubileo straordinario della misericordia, l’11 aprile sempre dello stesso anno, nel corso di una funzione religiosa, è stato indetto ufficialmente per mezzo della bolla pontificia “Misericordiae Vultus”, questo Anno Santo ha avuto inizio l’8 dicembre 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016. E’ lo stesso Papa Francesco che ci spiega perché ha indetto il Giubileo della Misericordia, dicendo che questo che viviamo non è tempo per la distrazione, ma per restare <<… vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale>>. E’ arrivato per la Chiesa il momento <<… di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere segno e strumento della misericordia del Padre>>. Papa Francesco, partendo dalla Risurrezione di Cristo, ha parlato delle tragedie che angosciano attualmente moltissimi fedeli, dicendo che la pace è il bene più grande ed il desiderio di tanti popoli che subiscono violenze e morte perché portano il nome cristiano, sottolineando che <<… San Paolo ci ha ricordato che siamo stati salvati nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Lui è il riconciliatore, che è vivo in mezzo a noi per offrire la via della riconciliazione con Dio e tra i fratelli>> e che nonostante nella vita ci siano difficoltà e sofferenze, non si deve perdere la speranza nella salvezza che Dio ha seminato nei nostri cuori. Papa Francesco continua dicendo che: << La Chiesa, in questo momento di grandi cambiamenti epocali, è chiamata a offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio […] è per questo che l’Anno Santo dovrà mantenere vivo il desiderio di saper accogliere i tanti segni della tenerezza che Dio offre al mondo intero e soprattutto a quanti sono nella sofferenza , sono soli e abbandonati, e anche senza speranza di essere perdonati e di sentirsi amati dal Padre>>. Questo sarà un Giubileo durante il quale si potrà sentire in noi una grande gioia, <<…la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti. Un Giubileo per percepire il calore del suo amore quando ci carica sulle sue spalle per riportarci alla casa del Padre. Un Anno in cui essere toccati dal Signore Gesù e trasformati dalla sua misericordia, per diventare noi pure testimoni di misericordia. […] perché questo è il tempo della misericordia. E’ il tempo favorevole per curare le ferite, per non stancarci di incontrare quanti sono in attesa di vedere e toccare con mano i segni della vicinanza di Dio, per offrire a tutti la via del perdono e della riconciliazione>>.[42]

Un Giubileo, dunque, adeguato ai fedeli della società odierna, che si svolge in un clima molto diverso, ma in cui i concetti basilari sono gli stessi da quello predicato da Francesco Toledo nel 1575, quando La Chiesa di Roma usciva più potente di prima dal Concilio di Trento e l’atmosfera che si respirava era quella dell’austerità conforme alle nuove norme emanate dal Tridentino; oggi l’uomo vive in una società che ha visto, specialmente negli ultimi decenni, la disfatta di quei valori morali che sono le basi di qualsiasi fede religiosa e che il dialogo interreligioso potrebbe ripristinare e renderli di nuovo attuali. La Chiesa Cattolica, con il Giubileo, ci ricorda che il cammino del cristiano è quello di conversione e di penitenza, che conduce alla misericordia di Dio e degli uomini.

 

 

[1] D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XVIII,  vv. 25-33.

[2] Cfr. D. Alighieri, Divina… cit., Purgatorio, canto II, vv. 94-99.

[3] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giubileo_res-866277f7-8baf-dc-8e9d-001635

[4] Ibid.

[5] I. Montanelli-R. Gervaso, Storia d’Italia, Vol. 3, L’Italia dei secoli d’oro. Il Medioevo dal 1250 al 1492., Rizzoli, Milano 1967, https://books.google.it/books?id=aRCJmOOKtsC&hl=it#v=onepage&q&f=false

 

[6] A. Agnoletto, Storia del Cristianesimo, I.P.L., Milano 1981, p. 198. Certamente ciò che scrive Agnoletto deriva da una mentalità e da una visione di storico e non di giornalista (senza nulla togliere) come invece possiamo notare in Montanelli e Gervaso.

[7] Cfr. T.M. Alfani, Istoria degli Anni Santi, Napoli1725; V. Prinzivalli, Gli Anni Santi, Roma 1899; M. Tangheroni, Il Giubileo, origine e storia fino al secolo XIX, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/g_giubileo_fino_sec_xix.htm).

[8] Cfr. M. Tangheroni, Il Giubileo, origine e storia fino al secolo XIX, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/g_giubileo_fino_sec_xix.htm

[9] A. Ciaconius, Vitae et res gestae… S.R.E. Cardinalium, IV, Roma 1677; L. Cardarella, Memorie storiche de’ cardinali della Santa Romana Chiesa, 9 vols, Stamperia Pagliarini 1793, VI, 2-7.

 

[10] In questo brevissimo e non esaustivo escursus della storia del secolo XVI, abbiamo evidenziato solo i fatti più rilevanti e finalizzati al presente articolo

[11]A. Agnoletto, Storia del Cristianesiomo cit…, pp. 269-272.

[12] Cfr. Veneranda Biblioteca Ambrosiana (da ora in poi B.A.), Ms. O 232 sup., c. 258 r. Altra predica di Francisco de Toledo si trova presso la Biblioteca Ambrosiana, MS. G 40 inf., cc. 471 r.- 475 r., ma pur trattando lo stesso argomento e gli stessi concetti è molto più sintetica di quella da noi trascritta.

[13] Ibid., c. 258 v.

[14] Ibid.

 

[15] Cfr. Ibid., c. 259 r. Teodoreto nacque a Ciro in Antiochia di Siria nel 392 circa, fu teologo, monaco e scrittore dell’epoca Patristica, forse discepolo di San Giovanni Crisostomo. Nel 423 divenne vescovo di Ciro e iniziò la sua opera per estirpare le eresie praticate nella sua diocesi: il marcionismo e l’arianesimo; fu deposto dalla sua sede episcopale nel 449, per avere difeso Nestorio dalle accuse di Cirillo di Alessandria. Teodoreto rifiutò il teopaschismo, affermando che la morte di Cristo consistette nella separazione dell’anima immortale dal corpo mortale e che la risurrezione riguarda solo il corpo di Cristo non la sua anima o la sua divinità. Morì a Cirro nel 466. Cfr. it.cathopedia.org/wiki/Teodoreto_di_Ciro#Biografia; Francesco Toledo allude forse a Sant’Ilario, di Poitiers? Visto che tra le sue opere troviamo anche un “Tractatus super psalmorum”, il quale nacque a Poitiers nel 315 circa e mori nello stesso luogo nel 376, ma Toledo insiste dicendo che prima viene detto da Teodoreto, ciò farebbe supporre che si tratti invece di Ilario di Arles nato nel 401 e morto nel 449 nella città provenzale, poiché se il santo di Ciro lo ha affermato per primo non coincidono le date di nascita e di morte.

[16] Giosia, dicisssettesimo re di Gerusalemme, salì sul trono a soli otto anni e regnò per 31 anni (dal 639 al 608). Aveva circa 12 anni quando cercò di purificare il regno dai culti idolatrici, più avanti, nel 621, il ritrovamento nel Tempio di Gerusalemme del “Libro della Legge” lo spinse a una profonda riforma sociale-religiosa nel suo regno, nel cui ambito il popolo rinnovò l’alleanza con Yahweh e venne stabilito che i sacrifici prescritti potessero avere luogo solo a Gerusalemme limitando il rischio di culti sincretistici fra la fede di Yahweh e quella di Baal.Questa riforma produsse grandi effetti e lodi nella Bibbia al suo iniziatore, anche se non riuscì a sradicare tutto il male attecchito nel popolo. Morì nel 609 a.C. per le ferite ricevute in battaglia contro il faraone d’Egitto Nechao II, che attraversava attraversava la Palestina per invadere la Babilonia. Cfr. Secondo Libro dei Re 22-23, 35; Secondo libro delle Cronache 34-35; Secondo Libro dei Re 23,4-16; A. K. Grayrson, Assyrian and babilonian chronicles, 1975, 96, 11.66-69.; B.A. Ms. O 232 sup. c. 260r.

[17] Cfr. Numeri, XII.

[18] B. A., Ms. cit.,c. 261 r.

[19] Ibid.

[20] Ibid.

[21] Ibid., c. 262 r.

[22] Ibid., c. 263 r.

[23] Ibid.

[24] Ibid.

[25] Ibid.

[26] Ibid., cc. 263v- 264 r.

[27] Ibid., c. 264 r.

[28] Ibid., cc. 264r. e v, 265 r.

[29] Ibid., c. 265 v.

[30] Cfr., Genesi 2,2-3.

[31] Ibid., c. 266 r.

[32] Cfr., Bonifacio VIII, Bolla pontificia 22 febbraio 1300. http://didattica.uniroma2.it/assets/uploads/corsi/33398/Antiquorum_habet_immagine.JPG. Bonifacio VIII approfittò di questo evento per escludere vari nemici dall’elenco di coloro che potevano ottenere l’indulgenza come i cristiani che negoziavano con i musulmani; il re Federico di Sicilia, il quale occupava il regno contro il volere della Chiesa; alcuni membri della famiglia Colonna e i loro sostenitori, fino a quando non si fossero sottonessi alla Santa Sede, insomma il Giubileo fu anche una buona occasione per Bonifacio per consolidare il potere del papato.

 

[33] Ibid., c. 266 v.

[34] Ibid., c. 367 r.

[35] Ibid., c. 367 v.

[36] Ibid., c. 368 r.

[37] Ibid., cc. 268 v.-269 r.

[38] A. Agnoletto, Storia del Cristianesimo… cit., pp. 259-267. Abbiamo riportato le tesi di Lutero che ci sono sembrate più significative.

[39] (M. Lutero, Disputa per chiarire l’efficacia delle indulgenze, in W[ormser] A[usgabe], I, pp. 233-238; trad. it. In G. Alberigo, La Riforma protestante, Milano 1959, pp. 50-58).

[40] Affinché tutti possano veramente comprendere che tali tesori celesti della Chiesa vengono dispensati non per trarne guadagno ma per devozione. Conc. Trid. Sess. XXI, De reform., 9.

[41] Paolo Vi, Indulgentiarum doctrina, Roma (San Pietro) 1 gennaio 1967. Digilander.iol.it/magistero/pa6indul.htm

[42] Omelia di papa Francesco, 11 aprile 2015, D. Agasso JR, La Stampa. Vatican Insider Vaticano, http://www.lastampa.it/2015/04/11/vaticanisider/ita/vaticano/il-papa-ecco-perch-ho-indetto-il-giubileo-della-misericordia-zQdlq1boWKTTsO7fzlO/pagina.html

 

 

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“OH,VANA GLORIA…”

Immagine 1

23 maggio, ore 21.00 in Auditorium delle scuole medie “G.Gavazzeni” di Talamona, un spettacolo inedito messo in scena dal gruppo letterario “Fontana vivace”

Fontana vivace” (una delle tante lodi con le quali San Bernardo si rivolge alla Vergine nella supplica di accompagnamento di Dante alla visione beatifica di Dio nel XXXIII canto del Paradiso) è il nome del gruppo letterario nato ad Ardenno tre anni fa. Persegue l’obiettivo di togliere dagli scaffali delle biblioteche i grandi poeti e scrittori per portarli nelle piazze tra la gente, consapevoli che anche ” l’alta” poesia e “l’alta” letteratura possono essere affascinanti e attuali.

Da tre anni il gruppo si cimenta nell’affrontare la Divina Commedia, mediante l’utilizzo di strumenti linguistici diversi: dalle parole all’immagine, alla musica, sempre nell’ottica di una migliore fruibilità. Il progetto ha trovato un buon consenso nel pubblico ed è stato “esportato” a Talamona e a Delebio.”

 

 

 

TALAMONA , serata di approfondimento su Dante e la Divina Commedia

OH, VANA GLORIA…

IL RITORNO DEL GRUPPO FONTANA VIVACE CHE ATTRAVERSO LETTURE E COMMENTI DEGLI IMMORTALI VERSI DANTESCHI PROPONE STIMOLANTI SPUNTI DI RIFLESSIONE VALIDI IN OGNI EPOCA 

Dopo il grande successo dello scorso anno, questa sera all’auditorium delle scuole medie alle ore 21 di nuovo di scena FONTANA VIVACE, un gruppo di persone accomunate dalla passione per Dante e i versi immortali della Divina Commedia nonché dalla voglia di far conoscere e apprezzare a più persone possibile questo grande patrimonio artistico e culturale attraverso un linguaggio scorrevole e interattivo che utilizza la musica e le nuove tecnologie che tolgono a Dante e alla sua opera la polvere dei secoli per restituirceli più che mai vivi e vibranti. Molto spesso si è sentito dire, nel corso di questi anni difficili di crisi che, ora che l’Italia sta attraversando un momento difficile in cui sembra sempre più un Paese alla deriva, è proprio questo il momento di sottolineare e valorizzare al meglio le nostre eccellenze, quelle che ci hanno resi conosciuti e apprezzati in tutto il Mondo. Tra queste eccellenze la punta di diamante è sicuramente Dante, un po’ anche l’ospite d’onore di questa serata come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca nella sua introduzione. “Dante è una presenza nota a chiunque si sia seduto su un banco di scuola” ha proseguito l’assessore dopo aver fatto le presentazioni “e chiunque lo abbia studiato almeno un po’ sa che è molto difficile da capire e da apprezzare. Il gruppo FONTANA VIVACE, attivo ormai da tre anni, si propone proprio di capire la profondità di Dante e di coglierne l’estrema grandezza che fa si che i suoi versi continuino tuttora a risultare di sconcertante attualità” soprattutto la tematica di questa sera, i vizi, sembra giungere dal passato per parlarci di noi ora, in questo preciso momento storico.

Il vizio

Dal latino, vitium, cioè difetto imperfezione, è un’abitudine inveterata e una pratica costante di cio che è male. Seneca disse che “vivere militare est”. La Bibbia sostiene che la vita dell’uomo sulla Terra è una milizia, una continua lotta morale tra il bene e il male. La scelta di approfondire nel corso della serata in particolar modo la superbia, madre di ogni male, e l’invidia, sorella sibillina e malevola, nasce dalla consapevolezza di quanto esse siano vive, vispe e prepotentemente operanti in noi e nel nostro contesto socio-politico-economico. Ci sono momenti, nelle nostre giornate, in cui a farla da padrone, per motivi diversi, sono questi due vizi che suscitano, spesso in forma inconsapevole, moti lontani dalla stima e dalla valorizzazione dell’altro per cio che è. Ancora una volta Dante ha colpito nel segno con la maestria e la magica abilità poetica che lo contraddistingue ci immerge in questo Mondo vizioso tanto vero quanto deprecabile eppure così umano.

Canto I del purgatorio: lettura collettiva e commento della professoressa Valentina Alessandrini

Il Sommo Poeta dopo aver attraversato tutto il regno dell’Inferno giunge ora nel Purgatorio insieme alla sua guida Virgilio il Sommo Poeta della latinità trovandosi ad affrontare un’esperienza nuova, completamente diversa da quella precedente. Il Purgatorio è più che mai un’invenzione dantesca in quanto, dal punto di vista teologico, l’esistenza di un vero e proprio locus purgatorium era stata oggetto di lunghe discussioni. Solo nel 1254 cioè pochi anni prima della Divina Commedia c’era stato un pronunciamento autorevole da parte di Papa Innocenzo IV che in una lettera affermò l’esistenza del Purgatorio, ne aveva sostenuto l’esistenza rifacendosi alla tradizione cristiana. Ma è proprio da questa tradizione cristiana che Dante si stacca perché la tradizione cristiana poneva il Purgatorio in un luogo vicino all’Inferno, in un luogo altrettanto sotterraneo. Dante trasforma completamente questa collocazione sia in senso topografico che in senso morale, infatti per Dante il Purgatorio è una grande montagna che si libra verso il cielo ed è il calco perfetto dell’Inferno in cui vengono replicati i peccati però in una successione inversa qui dai più gravi ai più lievi. Dunque perché, se i peccati sono gli stessi, li si incontra due volte sia nell’Inferno che nel Purgatorio? In realtà c’è una sostanziale differenza e consiste nel fatto che mentre all’Inferno il peccato non ha possibilità di riscatto infatti il peccatore è un dannato, nel Purgatorio si ha invece la presenza delle anime che in punto di morte si sono pentite dei peccati commessi nel corso della vita e hanno dunque ottenuto la possibilità di redimersi attraverso un percorso che le avvicinerà gradualmente alla beatitudine del Paradiso. Il pentimento è infatti il primo passo di un processo interiore e psicologico che, soprattutto in ambito moderno, nell’ambito delle analisi psicologiche e psicoanalitiche, è possibile apprezzare e capire maggiormente riferendosi alla grande modernità dell’intuizione dantesca. Dante inventa il Purgatorio come un lungo e faticoso processo di terapia, di guarigione spirituale e psicologica perché non basta pentirsi esiste anche dentro la psiche una durata confusa all’interno della quale vengono prese le decisioni morali più importanti, più drastiche e spesso queste decisioni in quella confusione hanno bisogno di essere coltivate e rafforzate per entrare poi a far parte a tutti gli effetti del vissuto in modo che ci si possa riconciliare con esse. Il Purgatorio quindi è la dimensione, il luogo in cui, le anime dei peccatori rivivono e ripensano ai loro sbagli, ai loro peccati, al loro passato, soffrono le conseguenze dei loro peccati però per disfarsene una volta per tutte. Da questo punto di vista c’è addirittura qualche commentatore di Dante che sostiene che il Purgatorio sia una sorta di ergastolo senza speranza. In realtà sarebbe più corretto assimilare la visione dantesca del Purgatorio ad una sorta di casa di correzione o a uno studio di psicoterapia dove si lavora per la riabilitazione morale, per il recupero morale e psicologico. Infatti non a caso le anime del Purgatorio non sono stanziali bensì in itinere per raggiungere la meta finale che è la visione beatifica di Dio. Il primo canto si apre proprio con la metafora della navicella che si eleva attraversando le acque. Una nuova avventura una navigazione all’aria aperta dell’anima col solo sostegno delle qualità personali che da una sensazione di libertà, respiro, freschezza in un paesaggio che Dante descrive aperto sull’oceano sovrastato dall’immensità del cielo azzurro e trasparente illuminato dal bagliore di quattro stelle di una costellazione australe. All’interno di questo paesaggio Venere che vela col suo fulgore la costellazione dei Pesci. Nell’insieme, questo paesaggio che apre la cantica del Purgatorio, rappresenta la metafora dell’alba di un nuovo giorno, l’alba di un Mondo nuovo, sicuramente un’esperienza totalmente diversa dall’esperienza di sofferenza dell’Inferno.

La superbia: citazioni famose

Uno spirito presiede le leggi dell’universo, uno spirito di gran lunga superiore a quello dell’uomo e di fronte al quale noi, coi nostri poteri limitati, dobbiamo fare professione di umiltà  (Einstein)

Meglio essere umiliati con i mansueti che spartire la preda con i superbi (Proverbi 16, 19)

Vanità delle vanità tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il Sole   (Quelum figlio di Davide re di Gerusalemme 1,1)

Canto XI del Purgatorio: prima parte del commento    

Siamo nella prima cornice del Purgatorio, i penitenti sono superbi. Nel canto precedente l’immagine conclusiva vedeva i superbi come schiacciati, contratti sotto dei massi enormi simili a delle cariatidi che si devono muovere portando questo enorme peso piangendo, spremendo lacrime di disperazione dagli occhi. In questa posizione tutti sembravano dire “non ce la faccio più”. Se nel canto X i superbi venivano lasciati in sospeso con questa immagine, questa descrizione della loro condizione, nell’XI il racconto prosegue, ma non , come ci si potrebbe aspettare, in modo violento. Quanto poteva esserci e poteva essere raccontato di violento della violenza tutto sommato fisica che questi penitenti subiscono si esaurisce nella descrizione del canto precedente e viene qui alleggerita nell’esordio di questo canto che in realtà trasforma questa folla di penitenti, sicuramente castigati, in una comunità di oranti. Infatti il canto si apre con la recita del Padre Nostro come a voler dire che la pena è sublimata in preghiera e la sofferenza fisica viene quasi riscattata e ricondotta  al suo valore di terapia e riabilitazione cui si accennava prima. Nel Purgatorio si incontrano spesso personaggi che cantano e pregano molto spesso le anime cantano il miserere, il te deum eccetera. Così come nella liturgia nei rituali vengono scandite le varie fasi della giornata, vengono recitati i salmi, le liriche, allo stesso modo le anime del Purgatorio sembrano seguire una sorta di spartito spirituale che formato di musica e di canto nonché di profonda preghiera, per cui nel Purgatorio emerge una colonna sonora completamente diversa dalla cacofonia infernale, dall’oscurità, dalle tenebre. In questo canto è necessario ricordare ancora che è fondamentale la rieducazione, la terapia, l’uscire dalla propria colpa e quindi poter essere redenti per il Paradiso. Dunque il canto viene introdotto da una preghiera, una preghiera corale, la prima preghiera vera e propria che troviamo nel poema ed è l’unica preghiera che Gesù in persona ha insegnato agli uomini come sostenuto nel vangelo secondo Matteo capitolo 6 versetto 9, una preghiera di grande umiltà la preghiera che Dante rivolge egli stesso a Dio in quanto si considera estremamente superbo. Dante fa recitare la preghiera al coro dei superbi in volgare, non in latino e non si limita solo a tradurla, ma ad ogni versetto fa seguire un’interpolazione cioè una spiegazione, una chiarificazione, utilizza e applica proprio la tecnica, già usata da Sant’Agostino e dai padri della Chiesa secondo appunto questa modalità dell’esposizione prima e della spiegazione dopo. Dunque Dante il Padre Nostro lo traduce e lo spiega. Spiega che Dio sta nel cielo e che dunque non risiede in uno spazio delimitato sia esso uno spazio fisico o lo spazio del pensiero, egli sta ovunque e da nessuna parte perché è infinito. Laudato sia il tuo nome intendendo con questo al concetto della Trinità, la lode va tributata alla potenza di Dio. Questo recitano le anime dei superbi schiacciate dai massi, anime che si umiliano che nella recita di questa preghiera infondono una continua richiesta di soccorso, di aiuto divino vegna per noi la pace del tuo regno, dunque la pace non vista come conquista personale, ma come dono di Dio, una pace che queste anime da sole non riescono ad ottenere, a raggiungere, a costruire, dacci oggi la quotidiana manna, il cibo spirituale che è necessario per affrontare  le tentazioni e per andare avanti per questo cammino di redenzione, un cammino di affanno, rimetti a noi i nostri debiti, perché il merito la generosità non sono sufficienti a colmare il debito che si ha verso Dio, perché troppo fragile è l’anima troppa la fatica di fare il bene e di essere migliori e troppo viene messa alla prova anche per via delle continue tentazioni del demonio. Anche questa una profonda richiesta di soccorso che le anime rivolgono non tanto per esse stesse, ma per coloro che ancora vivono e che dunque sono maggiormente esposti alle insidie ai peccati alle tentazioni e che possono ancora salvarsi dall’essere dannati e dal dover affrontare una lunga espiazione. Una bellissima espressione del vincolo di carità che continua ad essere presente nelle anime anche se sono ormai staccate dalla dimensione terrena e che porta avanti cio che nella religione cattolica viene chiamata comunione dei santi, questa reciproca relazione tra i vivi e i morti, reciproca richiesta di preghiera. In questo atteggiamento profondo delle anime, Virgilio e Dante intanto procedono e stanno cercando una via, forse la via più veloce, la più corta per salire e continuare a percorrere la montagna del Purgatorio. Virgilio come al solito si preoccupa di trovare la strada da prendere e si rivolge alle anime per chiedere se qualcuna di esse conosce la salita più corta per arrivare alla cornice che sta sopra. Bisogna ricordare che questi penitenti sono sovrastati dai massi con la faccia a terra oppressi tanto da non potersi permettere nessuna gestualità spontanea da non potersi muovere sotto quegli enormi massi per cui quando qualcuno risponde ne Dante ne Virgilio sono in grado di capire chi ha risposto perché esce da questi sassi solo una voce, una voce da sotto i massi. Quanto è sottile la legge del contrappasso, ci comunica Dante: queste anime di questi penitenti così orgogliosi e superbi in vita, per il loro nome, il loro ruolo, le loro ricchezze ora sono ridotti a voce, sono ridotti ad un semplice anonimato, una voce oltretutto difficile da identificare. Quando Dante e Virgilio sentono una voce che risponde loro si avvicinano e la voce cerca di farsi riconoscere in primo luogo per impietosire Dante e per indurlo a pregare per lui. Ed è così che si incontra il primo dei tre personaggi che si incontrano complessivamente nel canto, un personaggio che si mostra in tutta la sua superbia e si dichiara dicendo di essere italiano, latino, nato d’un gran tosco cioè nato da un nobile toscano Guglielmo Aldobrandesco. Il nome del padre si stende come uno stendardo ed occupa un verso intero quasi a dimostrare ancora una punta di superbia che non demorde nemmeno li nel Purgatorio. Questa anima che dichiara il nome di suo padre, ma non il suo continua dicendo di non sapere se il nome del padre è ancora noto a Dante sebbene a suo tempo fosse un nome noto. Alcuni dantisti vedono in questo insistere sul padre di questo personaggio, un’ipercorrezione, un eccesso di modestia. Questo personaggio si presenterà, dichiarerà il suo nome solo dopo aver raccontato la sua storia, la sua nascita da una stirpe nobile la sua crescente arroganza il suo considerarsi superiore al di sopra di tutto e di tutti, una superbia che è in qualche modo collegabile all’alterigia che per molti secoli ha caratterizzato i nobili, il peccato che quest’anima deve espiare, il fatto di considerarsi parte di una sorta di elitè intoccabile al punto da credere quasi di appartenere ad una razza diversa e da mettersi al di sopra di tutti per disprezzare gli altri, una superbia che portò quest’anima ad una morte violenta mentre difendeva il castello di Campagnatico, una morte di cui tutti sanno. Ed è a questo punto che il penitente dichiara il suo nome Omberto. Prima di proseguire col commento a questo punto è stata fatta una piccola didascalia storica su questo personaggio.

Omberto Aldobrandesco

Fu il secondo figlio di messer Guglielmo dell’antica e nobile casata degli Aldobrandeschi, conti di Soana e Pitigliano, un ampio territorio corrispondente all’odierna provincia di Grosseto. Di famiglia Guelfa, mentre l’altro ramo della famiglia, i conti di Santafiora, era di parte ghibellina, continuò la politica di opposizione del padre alla ghibellina Siena anche con l’aiuto dei fiorentini. Omberto ebbe la signoria di Campagnatico nella valle dell’Ombrone grossetano dal quale sortiva per depredare i viandanti e per rappresaglia ai senesi. Morì nel 1259 combattendo valorosamente contro gli eterni nemici che avevano organizzato una spedizione per ucciderlo. Secondo la testimonianza del cronista trecentesco senese Angelo Dei Omberto fu soffocato nel letto da sicari di Siena travestiti da frati.

 

Commento del canto XI del Purgatorio: seconda parte

A questo punto dunque, dopo aver rievocato le sue vicende terrene, Omberto dichiara la sua identità, usando solo il nome e non il cognome probabilmente per umiltà: in segno di modestia rinuncia ora ad usare il nome di famiglia che è stato il suo orgoglio nel corso di tutta la sua vita, in segno di recupero, in segno che è sulla via di redenzione dal suo peccato. Mentre Dante ascolta il racconto di Omberto assume la posizione dei penitenti per farsi riconoscere, per ristabilire un rapporto personale e comincia a camminare curvo esprimendo, con tale atteggiamento, una profonda sollecitudine per l’amico che sta parlando, ma anche perché Dante è consapevole di essere colpevole dello stesso peccato ed è la seconda volta che mette in risalto il suo gesto di superbia. Mentre si abbassa, uno dei penitenti si torce sotto il peso che lo schiacciava. Ed ecco che dante si volge a guardarlo e si rivolge alla sua anima con una esclamazione. Dante ha riconosciuto in quell’anima Oderesi, la gloria di Gubbio e di quell’arte che a Parigi chiamano (o meglio chiamavano a quel tempo) dell’alluminar e cioè l’arte della miniatura. È venuto il momento ora di conoscere meglio anche questo personaggio tramite un’altra didascalia.

Oderesi di Gubbio

Famoso miniatore del tredicesimo secolo nativo di Gubbio in Umbria e operante, secondo alcuni documenti, a Bologna nel 1268 nel 1269 e nel 1271. Secondo il Vasari fu poi a Roma dove morì intorno al 1299. Dante potrebbe averlo conosciuto a Bologna, ma il rapporto tra i due è attestato unicamente da cio che il poeta stesso ci dice. Le opere di Oderesi ci sono ignote così come quelle del suo concorrente Franco Bolognese poiché nessuna miniatura può essere attribuita con certezza all’uno o all’altro, anche se l’arte di Oderesi era forse legata alla corrente tradizionale e allo stile bizantino, mentre quella di franco era più innovativa e aperta agli influssi francesi e alla pittura di Giotto.

Commento al canto XI del Purgatorio: terza parte

Siamo dunque ora passati da un aristocratico ad un artista quindi dall’alterigia di un nobile all’orgoglio di un pittore. Anche Oderesi come Omberto poco prima parla per esibire, per raccontare il suo pentimento. Cio significa avere la capacità di rileggere la propria vicenda al contrario e quindi di avere raggiunto un livello di pentimento. Come Omberto umilia il proprio nome di famiglia Oderesi umilierà la propria arte che Dante ha invece esaltato. Oderesi dice a Dante che l’onore non è più suo ma di Franco Bolognese che furoreggia nel Mondo come giovane maestro dopo essere stato suo rivale in vita, un nuovo artista dunque del quale si hanno pochissime notizie. L’affermazione di Oderesi l’onore è tutto suo (cioè del Bolognese) e mio in parte sta a significare ancora una volta il tentativo di smorzare queste lodi, un tentativo che in parte fallisce perché permane sempre una punta di superbia anche inconsapevole, una superbia, un costante desiderio di eccellenza nel corso della vita del quale Oderesi ha fatto in tempo a pentirsi in punto di morte ed è per questo, egli spiega a Dante, che è riuscito ad avere accesso perlomeno al Purgatorio. Ed è attraverso questa confidenza di Oderesi del suo bruciante desiderio di primeggiare, che Dante propone una riflessione sulla vanità della vita e della gloria, una riflessione che Dante riprende dai testi sapienziali della Bibbia nonché dalla morale stoica antica e che lui stesso medita dicendo oh vana gloria di potere dell’uomo riferita soprattutto ai poteri politici una gloria destinata comunque ad essere effimera sia che venga dal desiderio di dominio dei condottieri e dei signori sia che venga dal desiderio di eccellenza. Un verso di portata storica dunque quello che esprime questo concetto anche perché subito dopo Oderisi dimostra la fragilità della gloria attraverso una serie di esempi che alcuni storici considerano molto importanti perché sembra che qui Oderisi, con questi riferimenti, abbia fondato la storia dell’arte intesa come un processo di capolavori con un susseguirsi di artisti ciascuno dei quali ha evidenziato un aspetto significativo ed ha lasciato un’impronta indelebile. Qualche dantista parla addirittura, riferendosi alle parole di Oderesi, di progresso, cioè afferma che Oderesi abbia introdotto l’idea di progresso, quando cioè Oderesi fa riferimento a Cimabue che credeva di essere un gran maestro nella sua arte finchè non è stato superato da Giotto così come il poeta Guido Guinizzelli venne superato da Guido Cavalcanti a sua volta superato da Dante. I versi che esprimono tutto questo hanno fatto ammattire tanti critici i quali appunto sostenevano quanto fosse disdicevole il fatto che Dante rivendicasse questo primato. In realtà Dante riconosce di essere un superbo, ma è anche ben consapevole, nel momento in cui si dichiara di essere migliore, che un giorno anche lui sarà scavalcato, quindi Dante, nel momento in cui si candida ad essere il successore di Guinizzelli e Cavalcanti già aspetta il suo successore. In questo sta la fondazione della storia dell’arte, sta proprio nell’idea di continuo progresso di artisti che si succedono ogni volta migliori dei loro predecessori. Un critico, Sapegno, sostiene in tal senso che se Dante non avesse citato se stesso, ma solo i due poeti a lui precedenti avrebbe potuto far intendere che solo la gloria di questi due poeti fosse effimera e non la sua indebolendo anziché rafforzando il proprio atto di umiltà, perché il non riconoscere la propria gloria come effimera sarebbe stata una manifestazione di superbia. Nelle successive tre terzine Oderesi continua su questa strada dissertando sulla vana gloria paragonandola al vento che soffia senza una precisa direzione e a seconda di dove soffia prende nomi diversi. Secondo la professoressa Parolini, un’altra dantista, lo scopo di Oderesi con questa affermazione consiste nell’affermare quanto tutto cio che fa parte del mondo, gloria compresa, sia evanescente e che tutti gli individui che vivono sulla terra sono solo attori per un breve momento. A questo punto Oderesi pone un quesito a Dante gli chiede quale fama maggiore pensi di ottenere? Che differenza c’è se muori giovane oppure vecchio se tu confronti la lunghezza della vita da giovane o da vecchio rispetto a mille anni? Dunque il punto di riferimento di Oderisi e anche quello di Dante è il tempo storico, questo tempo che a sua volta risulta essere un nulla di fronte all’eternità. Dante confronta la fama con il tempo, ma quale tempo? Con il tempo della vita, con il tempo della storia e con il tempo delle stelle. Ed è per questo, di fronte a questo che la fama risulta un nulla incalcolabile, perché il vero obiettivo dell’uomo non è la fama che se ne va ma è l’eterno; è questo l’unico obiettivo importante da raggiungere, un principio che Dante condivide con san Tommaso il quale lo esprime nella Summa Teologica con queste parole: solo nella gloria dell’eternità presso Dio dipende la nostra fama e la nostra beatitudine. Dante dunque si rifà a questo. Oderisi nel frattempo, quasi come a volerlo ergere ad esempio del discorso che con Dante sta imbastendo, introduce un terzo personaggio, un politico che fu a suo tempo molto prestigioso, un grande esponente del comune di Siena che aveva dato filo da torcere ai conti di Santafiora al tempo della battaglia di Montapetti, un grande capo ghibellino che fece risuonare tutta la toscana di se dopo trent’anni dalla sua morte non era più nella memoria di nessuno. Questo personaggio è Provenzano Salvani del quale a questo punto è stata letta la didascalia.

Provenzano Salvani   

È stato un condottiero italiano, nobile comandante nipote della nobildonna senese Sapia Salvani con la quale non condivideva le idee politiche. Durante la lotta tra guelfi e ghibellini fu a capo della fazione ghibellina della repubblica di Siena che era maggioritaria in città. Nel 1260 ebbe un ruolo di primo piano nella battaglia di Montapetti dove i senesi, con l’appoggio delle truppe guidate da Farinata degli Uberti, fuoriuscito fiorentino, riuscirono a sconfiggere le truppe guelfe di Firenze. In occasione del convegno di Empoli si scontrò poi duramente con Farinata degli Uberti in quanto propugnava la distruzione di Firenze. Fu nominato podestà di Montepulciano nel 1262 e successivamente cavaliere per poi assumere il titolo di dominus di Siena. Dove sorgeva la sua residenza a Siena e dove, secondo la tradizione, si verificò un miracolo della Vergine fu poi costruita una chiesa che divenne la chiesa della madonna di Provenzano. Trovò la morte nella battaglia di Valdersa del 16-17 giugno 1269 ucciso dal suo nemico personale Regolino Tolomei. La sua testa fu staccata dal corpo e issata su una lancia per essere portata come un trofeo in giro per il campo di battaglia.

Commento al canto XI del Purgatorio: ultima parte

Sarà Oderisi da Gubbio dopo aver parlato di sé a raccontare a Dante anche la vicenda di Provenzano Salvani, la racconterà in terza persona mentre Provenzano non si esprime. Questo permette ad Oderisi di spiegare meglio i meriti di quel penitente che, se avesse invece parlato in prima persona forse sarebbe stato tacciato di maggiore superbia. Dante sa che Provenzano Salvani è morto da poco, di recente e sa che chi è morto da poco e soprattutto si è pentito all’ultimo momento deve stare nell’anti purgatorio e invece Dante trova questo personaggio nella cornice dei superbi così si chiede come mai può accadere questo come mai questo personaggio si trova qui. Tocca a Oderisi ricordare la motivazione per cui Provenzano è giunto li dall’anti purgatorio, raccontare sinteticamente la vicenda. Quando Provenzano Salvani viveva ed era grande, era un politico importante, all’apice della sua gloria, un suo amico cadde prigioniero di Carlo d’Angiò ed egli, superbo com’era, non esitò a mettere da parte ogni vergogna per mettersi a mendicare in piazza del campo a Siena per pagare il riscatto che avrebbe liberato questo suo amico. Dunque si umiliò fece accattonaggio in pubblico e questo in parte lo riscatta, lo trasforma in un grande personaggio, altruista nonostante la sua spiccata superbia. A questo punto Oderisi non prosegue più col racconto e si rivolge a Dante dicendogli, in riferimento al suo esilio, che anche lui presto avrebbe conosciuto l’umiliazione dell’accattonaggio e della mano tesa a chiedere l’elemosina, cose che per Dante costituiscono effettivamente una ferita dolorosa. Dante non chiede ad Oderisi spiegazioni in merito a queste sue osservazioni perché ha già capito tutto, questo è per Dante l’annuncio che egli dovrà vivere l’esilio come una penitenza terrena che si rivelerà durissima, ma che sconterà in parte i suoi peccati. In questo punto del Purgatorio l’esilio di Dante comincia ad assumere una luce nuova, una luce che comunica che a volte l’ingiustizia che gli uomini mettono sulle spalle delle persone deve essere letta come una provvidenziale anticipazione di penitenza già su questa terra. Il tema dell’umiliarsi a chiedere è diametralmente opposto alla superbia, all’arroganza. Ecco come alla fine in questo canto hanno sfilato tre diverse forme di superbia: quella di un nobile che si rifà alle regali origini, alla ricchezza, quella dell’artista che si rifà all’eccellenza e all’ingegno e la superbia del politico inerente al ruolo sociale. Il sunto di questo canto vuole comunicare che questo vizio, la superbia, non fa differenza di persone ma può contagiare chiunque.

Invidia: citazioni famose e riflessioni

È per la passione dell’invidia che il diavolo è diavolo (S. Agostino)

Per l’invidia del diavolo la morte entrò nel Mondo (Sapienza 2,24)

Per invidia Lucifero si ribellò a Dio per invidia Caino commise il primo omicidio, per invidia i figli di Giacobbe vendettero Giuseppe, per invidia Saul più volte minacciò di morte Davide e ancora l’invidia tra Romolo e Remo, tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo. L’invidia che Dante definisce la grande meretrice nel sessantaquattresimo verso del tredicesimo canto dell’Inferno.

Commento al canto XIII del Purgatorio: prima parte

Dopo aver lasciato i superbi, Dante e Virgilio giungono alla seconda cornice quella degli invidiosi. Dopo la superbia il secondo peccato più grave è l’invidia la cui natura verrà descritta in modo chiaro da Dante giocando su un colore uniforme, il grigio: la pietra grigia, il viso grigio, il tutto volto a sottolineare quell’aspetto, quella caratteristica tipica dell’invidioso espressa molto spesso anche sul volto. Anche in questo caso Dante, prima di incontrare le anime, è investito da un apparato acustico- didattico che serve a lui proprio raggiungere, per rientrare in quel programma di rieducazione e di riabilitazione morale cui si accennava all’inizio e che è presente in ogni balzo della montagna del Purgatorio e questa volta c’è questo aspetto acustico rappresentato dal suono di tre voci che passano velocissime in successione accanto ai due pellegrini e si disperdono girando subito intorno alla montagna. Queste voci propongono valori esattamente contrari al peccato di invidia, sono tre voci, tre esempi d’amore, questo amore che non è generico, ma che con gradualità si va specificando. Le tre voci parlano di un amore al suo inizio inteso come sollecitudine. La prima voce ripete le parole che Maria rivolse a Gesù durante il banchetto delle nozze di Cana per sottolineare la premura, la sollecitudine appunto, un primo esempio d’amore. Successivamente un’altra voce anch’essa velocissima che si dichiara col nome di Oreste è portatrice di un altro tipo di amore, l’amore inteso come abnegazione, in riferimento ad un mito antico che racconta di due amici Oreste e Pilade pronti a morire l’uno per l’altro scambiandosi l’identità. Il mito infatti ci tramanda di come Oreste per salvare Pilade dall’esecuzione capitale si sostituisce a lui. Ed infine una terza voce che esprime l’amore come sublime carità quella che il Cristo ha sintetizzato nella massima amate i vostri nemici, la massima tratta dal vangelo secondo Matteo capitolo 15 versetto 47 e dal vangelo secondo Luca capitolo 6 versetto 27-28. Già la dichiarazione, in queste voci, che l’invidia, si deve e si può riscattare con l’amore, ma ad un certo punto Dante viene invitato da Virgilio ad osservare tutto cio che li circonda con sguardo più attento in modo da vedere come queste anime se ne stanno accucciate tutte alla parete della montagna tutte con un colore livido avvolti nei mantelli e circondati da pietre del medesimo colore. Dante dunque osserva le anime e le ascolta anche e ascoltando si accorge che anch’esse, così come i superbi del canto XI, cantano e cantano le litanie dei santi, uno spettacolo che colpisce Dante al cuore lo commuove al punto che egli afferma che non può esistere al mondo cuore abbastanza duro da restare indifferente. Queste anime si appoggiano le une sulle altre come mendicanti ciechi visto che la Provvidenza divina li condanna proprio ad avere questa caratteristica per aver desiderato in vita tutto cio che apparteneva agli altri senza badare a sé a quello che era la loro vita, per aver dunque usato gli occhi, qui inteso in senso metaforico, in modo in qualche modo malevolo sugli altri, ecco che qui sono condannati, per via della legge del contrappeso, le palpebre forate cucite da un fil di ferro come si faceva con gli sparvieri selvatici per domarli. Anche qui, come nel caso dei superbi, il contrappeso è perfetto: l’invidia che significa guardare gli altri con ostilità augurando loro il male, l’invidia il cui massimo strumento d’espressione è lo sguardo viene appunto soppressa attraverso l’accecamento dei penitenti. Ma che cos’è l’invidia? L’invidia è uno dei sette vizi capitali e trae origine dall’amore per i beni mondani che l’invidioso non vuole mai dividere con gli altri. Quindi l’invidia è il piacere nel vedere cadere qualcuno o addirittura il dispiacere nel vederlo innalzarsi, ma non tanto perché lo si vuole superare, ma semplicemente perché l’invidioso vede il bene di un’altra persona come una privazione del suo. Il dantista Bosco afferma che l’invidia è un sentimento che unico tra tutti non si traduce mai in azione, non esplode, ma implode, cioè si consuma dentro se stesso e si tramuta in una sorta di perpetuo livore che fa si che gli invidiosi non siano mai tranquilli, non vivono mai in pace perché c’è sempre questo desiderio, questo confronto. L’invidioso non si augura le sventure altrui per avere un vantaggio, ma solo per poterne godere. San Tommaso afferma che l’invidioso considera il bene altrui come limitativo della propria eccellenza, della propria gloria, però c’è una differenza tra la superbia e l’invidia. La superbia nasce dalla speranza di eliminare l’avversario per poter emergere e per superarlo in eccellenza in modo che l’avversario nei risulti poi schiacciato e annientato, mentre l’invidia nasce da un compiacimento verso il male altrui per mera soddisfazione. Dante si avvicina dunque a queste anime e prima di interloquire con loro chiede a Virgilio se è possibile. Virgilio intuisce sempre al volo le intenzioni di Dante e gli da un suggerimento, gli dice di essere breve e arguto nel parlare, sintetico e incisivo. Camminando dunque contro la parete con Virgilio accanto rivolto verso lo strapiombo Dante si avvicina alle anime e si rivolge loro incominciando con l’augurio che la grazia divina possa mondare le loro anime dal peccato per poter raggiungere infine Dio poiché è questo l’obiettivo di tanta sofferta penitenza, poi prosegue chiedendo se fra loro c’è qualche anima italiana che possa trarre conforto dalla notizia della sua presenza e voglia raccontarsi. Dal mare d’anime giunge una risposta siamo tutti cittadini di Gerusalemme, ma tu vuoi forse sapere se qui tra noi c’è qualche esule italiano come te? A Dante par d’udire questa risposta, ma non comprende chi sta parlando e deve osservare meglio così riesce a vedere un’ombra in atteggiamento di risposta, di attesa a sua volta della risposta alla domanda da essa posta. In una similitudine rapidissima Dante descrive quest’anima, la descrive col mento rivolto verso l’alto come un cieco che non riuscendo a vedere si mette in questa posizione. Ed ecco che dunque Dante si avvicina a quest’anima e le chiede di raccontarsi, di identificarsi e dunque quest’anima si presenta e comincia col dire la sua provenienza, la città di Siena, e poi il suo nome Sapia, sottolineando come, essendo qui a doversi purificare da un peccato, non ha certo saputo tenere fede al suo nome. Sapia ma non savia cioè saggia nel corso della sua vita prima di ascoltare la quale è stata letta la didascalia del personaggio.

Sapia Salvani

Zia di Provenzano Salvani, incluso, come si è visto, tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio. Fu sposa di Guirivaldo di Saracino signore di Castiglioncello presso Montericcioni. Non si conosce molto della vita di Sapia tranne che forse collaborò col marito per la fondazione dell’ospizio di santa Maria per i pellegrini lungo la via Francigena. Vi lasciò un legato nel testamento del 1274.

Commento al canto XIII del Purgatorio: seconda parte

Sapia esordisce raccontando la sua storia a Dante dicendo, dopo aver sottolineato di esser saggia solo di nome e non di fatto, di esser stata più lieta, nel corso della vita, delle sventure altrui che delle sue vicissitudini liete. Il nome Sapia è imparentato, dal punto di vista etimologico, col termine sapienza, con l’aggettivo tardo latino sapius, savio cioè saggio ed era un’abitudine soprattutto medievale, ma non solo, cercare una corrispondenza tra i nomi e le cose come già si può leggere anche nel vangelo quando Gesù dice a Pietro tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia chiesa (Matteo 16,18). Ma questa anima invidiosa è la prima ad ammettere che stavolta la corrispondenza tra il suo nome e quello che dovrebbe rappresentare non hanno nessuna corrispondenza in quanto il suo peccato, l’aver goduto delle disgrazie altrui, viene definito da Sapia stessa come folle un peccato che la colse nella seconda parte della sua vita. Ed è a questo punto che comincia a raccontare la sua vita. Era il tempo in cui i senesi combattevano contro i fiorentini ed ella pregava affinchè perdessero. La sconfitta venne alla fine, ma solo perché già era nel piano di Dio. I ghibellini senesi vennero messi in fuga dai guelfi fiorentini e Sapia, che faceva parte della minoranza guelfa di Siena, dichiara a quel punto di aver provato grande letizia che non ebbe mai eguali. Quindi la sua grande invidia venne resa palese nell’avere gioito di fronte alla sconfitta dei suoi concittadini. L’invidia dunque non è associata al desiderio di emulazione, ma è pura malevolenza, il rattristarsi per un qualcosa che avrebbe potuto essere positiva per un altro e l’augurarsi che diventasse negativa. Nel caso di Sapia si arriva addirittura all’autolesionismo, essa arriva addirittura a godere di una disgrazia che avrebbe dovuto portare un vantaggio alla sua famiglia e un vantaggio personale se non fosse avvenuta e arriva a non temere più nemmeno Dio tanto sente grande in se questa sua soddisfazione come, secondo una leggenda locale, fa il merlo quando in pieno inverno si verificano dei giorni di sole e si rallegra di cio come se fosse già arrivata la primavera. Sapia continua il suo racconto dicendo che essendosi pentita proprio all’ultimo minuto sarebbe dovuta stare nell’anti purgatorio se non fosse che a suo favore sono intervenute le orazioni di Pier Bettinaio, un terziario francescano di Siena, in odore di santità, che conoscendo la vita di Sapia iniziò appunto a pregare per lei per un forte sentimento di carità. Di nuovo l’amore e la carità che riscattano l’invidia come la solidarietà e l’amore riscattano la superbia. È solo a questo punto che Sapia si rende pienamente conto di trovarsi alla presenza di Dante vivo con gli occhi aperti e solo ora chiede perché Dante si interessa così tanto delle anime, solo ora che ripercorrendo la sua vita ha completato il suo percorso di pentimento allontanando dunque il peccato da sé può rendersi conto di cio che le sta attorno. Dante le racconta dunque che sta compiendo questo viaggio per volere di Dio e che anche se ora si trova tra gli invidiosi non sarà suo destino essere collocato qui, ma piuttosto forse in quella precedente dei superbi ed è qui che Dante confessa pienamente la sua percezione di sé come superbo. Quando Sapia si rende conto che Dante è vivo e che Dio gli ha concesso il privilegio di visitare da vivo il regno dei morti se ne compiace vedendo in cio il segno dell’amore di Dio verso Dante vedendo un segno di carità e chiede dunque un po’ di carità anche per sé affidando a Dante un compito, quello di restituirle la fama una volta che sarà tornato in terra di Toscana, recarsi presso i parenti per rassicurarli sul luogo ove essa si trova e della sua redenzione, alla quale però, in chiusura del canto, si aggiunge una coda velenosa, un ultimo rimasuglio di invidia. Sapia chiede a Dante di osservare i suoi sciocchi concittadini intenti a cercare uno sbocco marinaro nel porto di Talamone cocciuti come quando cercavano un fiume sotterraneo a Siena per tentare di risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico. Sapia nonostante tutto non si astiene dal definire sciocchi i suoi concittadini persi dietro progetti inutili. Nonostante la sua salvezza e il suo pentimento Sapia non ha cancellato del tutto da sé l’ironia e il veleno quasi a dimostrare quanto sia difficile staccare il male da sé e liberarsi delle antiche abitudini. Ed è così che si chiude il canto ancora una volta caratterizzato dalla pietà di Dante che si commuove sempre davanti alle donne che incontra nel corso del suo cammino sebbene per ognuna in modo diverso a seconda della storia di ciascuna. La pietà provata per Sapia, dice il professor Sapegno, è una pietà senza simpatia, quasi una pietà costretta. Infatti il poeta non spende parole di commossa partecipazione per la vicenda di Sapia che viene registrata come una cronaca. I dantisti si sono espressi su due linee di pensiero. Alcuni parlano di Sapia come di un personaggio malriuscito perché nonostante abbia dichiarato il suo pentimento ha poi voluto sfogare ulteriore odio nei confronti dei cittadini senesi, un astio che nonostante tutto non pare del tutto superato e che la mette in una posizione anomala rispetto alle altre anime che una volta raccontata la loro vicenda, una volta pentite si addolciscono e si fanno premurose mentre lei conserva i suoi sarcasmi che la rendono quasi più simile ad un’anima infernale. Altri invece pensano che Dante, attraverso le parole di Sapia, ha voluto dimostrare il disprezzo atavico che egli stesso prova per i senesi e Siena essendo appunto in grande contrapposizione con la sua Firenze. La seconda linea di pensiero considera Sapia un personaggio valente e ben riuscito. Il critico Varanini infatti sostiene che questo personaggio abbia permesso a Dante di cogliere e trasmettere magistralmente la complessità del cuore umano. Cio che succede a Sapia succede un po’ a tutti, questa oscillazione tra il desiderio di ripudiare un vizio un qualcosa di sé che non piace il combattimento con le parti meno nobili di sé e allo stesso tempo le punte di vivace positività che si posseggono. Dunque Sapia è una donna che di certo riconosce il suo peccato, ma il cui pentimento non le impedisce di nascondere il suo carattere schietto, i suoi taglienti giudizi il suo sarcasmo. Ecco perché questa seconda scuola di pensiero ritiene che Sapia sia uno splendido personaggio che coi suoi chiaroscuri è ben rappresentativa della natura umana in generale.

Ecco dunque come Dante ci racconta i due peggiori vizi umani affidandoli al riscatto a alla riabilitazione che viene però raggiunta solo con la pratica della carità e con amore.

Finale a sorpresa

Abbanera, Carmen di George Biset. La fatalità e l’imprevedibilità emesse nel canto di Carmen si intrecciano alla cruda malizia provocatoria nascosta nei gesti e negli sguardi della zingara. Il vizio la fa da padrone, niente e nessuno può controllarlo, niente lo scalfisce, ne minacce ne preghiere, credi di prenderlo esso fugge, pensi di evitarlo esso ti prende.

A questo punto uno dei lettori si è esibito nel canto di questo brano famoso della Carmen. Per ricordare come i vizi percorrono i secoli.

Conclusioni

E dopo questo finale inaspettato è giunto il momento di rifare nuovamente le presentazioni che erano già state fatte all’inizio. Si è conclusa così questa serata altrettanto bella e ricca di quella che è stata presentata l’anno precedente. Serate che scaldano il cuore e riempiono l’anima e che sono sempre più necessarie in epoche come questa caratterizzate da grande avidità, aridità, da vizi, momenti in cui riscoprire la bellezza della poesia della musica, di un buon libro diventa fondamentale come ha detto la professoressa Alessandrini nel suo discorso di commiato. Serate che ogni volta lasciano un gran senso di stupore e meraviglia di fronte alla grandezza dell’opera dantesca che sembra contenere un intero universo di volti di storie che se estrapolati potrebbero essere da spunto per opere ulteriori come romanzi o film, volti e storie che parlandoci di loro ci parlano un po’ anche di noi stessi e ci fanno riflettere in un insieme maestoso che da le vertigini e incute quasi paura quando si tratta di leggerlo perché la lettura non può che risultare superficiale e spicciola tanto è immenso il mondo che quei versi sottendono. La Divina Commedia non si può leggere come si leggerebbe un libro qualsiasi è un libro che deve accompagnare per tutta la vita deve essere meditato, compreso considerando che, come succede sempre con i libri, non a tutti parla nello stesso modo. Probabilmente se venisse un altro gruppo a parlare di Dante e del suo poema non verrebbero dette esattamente le stesse cose che si sono ascoltate questa sera. Questa è la magia di ogni libro il fatto di essere si principalmente il prodotto di chi lo scrive, ma nello stesso anche di chi lo legge, perché la lettura è sempre un’esperienza interattiva. In questo caso l’effetto è ancora più forte perché il poema di Dante contiene in sé gia di per sé un numero quasi infinito di libri e di chiavi di lettura possibili che probabilmente non basterebbe una vita intera per capire e indagare fino in fondo nemmeno per uno studioso come ho sentito dire una volta alla tv proprio ad uno studioso di Dante che ha curato di recente un meridiano delle sue opere. Se Italo Calvino diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire allora in questo senso la Divina Commedia si può considerare un classico tra i classici.

Antonella Alemanni

Credits

Commento ai canti: Valentina Alessandrini

Lettura delle didascalie: Nadia Fascendini

Responsabile del gruppo nonché della biblioteca di Ardenno: Michele Libera

Lettori dei canti: Daniele Patisso, Claudio Barlascini, Andrea Civetta, Martino Della Torre, Giuliana Frosio, Gianluca Salini, Liliana Speziale, Giampaolo Tuana Franguel, Barbara Reganzini e Fabio Scimurri

Tecnico: Claudio Bongini

Cantante nella fase finale: Andrea Civetta