IN MEMORIAM

TALAMONA 6 novembre 2015 commemorazione della festa del 4 Novembre

UN RICORDO DEI CADUTI PER LA PATRIA E PER LA LIBERTA’
Come ogni anno, Talamona ricorda una pagina importante della Storia. Una pagina fatta di grandi ideali e di enormi sacrifici. Talamona ogni anno commemora il 4 novembre, una festa nazionale in onore delle forze armate e ad imperituro ricordo dei caduti di ogni guerra e lo fa anche grazie alla collaborazione del Gruppo Alpini che ogni 4 novembre (oppure ogni domenica immediatamente successiva) organizza una giornata conviviale al proprio tempietto, per ritrovarsi tutti uniti nel ricordo del passato ad apprezzare la pace del presente. Quest’anno l’evento che chiamerà a raccolta la comunità sarà di fronte al monumento dei caduti. Cio che non cambia è il fatto che, come avviene da circa tre anni a questa parte, anche la Casa Uboldi, in concomitanza con queste giornate, dedica una delle sue ormai proverbiali serate del venerdì ad approfondimenti su questa ricorrenza, dunque a riflessioni sulle due guerre mondiali, memorie e testimonianze e di conseguenza sui valori della patria, della pace e della libertà. Eccoci dunque ancora qui questa sera a partire dalle ore 20.30 per un nuovo viaggio nel passato “tutti qui così numerosi e soprattutto tanti giovani per onorare, per rendere un omaggio in più alle migliaia di eroi che hanno sacrificato il bene supremo dell’uomo, cioè la vita, affinchè oggi tutti noi si possa vivere in pace” così l’assessore alla cultura Lucica Bianchi ha presentato, dopo i doverosi ringraziamenti di rito, questo nuovo evento che comprende anche la partecipazione degli allievi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo Giovanni Gavazzeni di Talamona attraverso disegni da loro realizzati e presentati, messi in mostra insieme ad una selezione di disegni eseguiti nell’arco degli ultimi trent’anni dagli ormai ex allievi del medesimo istituto.
Saluto del sindaco Fabrizio Trivella
A questo punto la parola è passata momentaneamente al sindaco di Talamona Fabrizio Trivella che ha manifestato la sua gioia di fronte a tanta numerosa partecipazione popolare, soprattutto per la presenza delle giovani generazioni “questa sera ripercorreremo delle pagine molto importanti della nostra Storia che è fondamentale continuare a ricordare” ha esordito il sindaco che tra le altre cose ha ricordato come il 4 novembre non significa per l’Italia solo la cessazione delle ostilità con l’Austria e la vittoria, ma anche, proprio grazie a tale vittoria, il definitivo raggiungimento dei suoi confini storici (in realtà non proprio definitivo perché dopo il secondo conflitto mondiale, proprio in quelle stesse zone sono state apportate ai confini italiani ulteriori modifiche che a tutt’oggi perdurano ndr) e cio significa che per l’Italia il 4 novembre è festa nazionale, data in cui in seguito è stata istituita la giornata delle forze armate proprio in ricordo dei tanti soldati periti nel raggiungimento dell’unità nazionale, per la libertà di questa patria costruita con tanta fatica “il ricordo dei soldati caduti deve essere in primo luogo un inno alla pace” ha proseguito il sindaco che ha voluto poi condividere con gli astanti un aneddoto personale risalente ai suoi vent’anni. Il nonno alpino lo portò con sé ad una riunione di suoi commilitoni che si erano persi improvvisamente di vista all’indomani dei fatti dell’8 settembre 1943. Non tutti purtroppo erano li a ricordare. C’era chi non ce l’aveva fatta a scappare e tornare a casa, chi non si era salvato. Quelli che c’erano però, ricordavano con trasporto quanto avevano vissuto anche a nome di chi non c’era più. “questa esperienza è stata molto importante per me per toccare con mano quello che altrimenti sarebbe rimasto solo un racconto indiretto di eventi che per me, così come per tutti i più giovani, di allora e ancor più di adesso, sarebbero rimasti eventi lontani di cui non sarebbe stato possibile comprenderne la vera entità. Spero che questo evento aiuti a comprendere il valore del sacrificio per la patria e per la pace”
La Grande Guerra. Un video per ricordare
A questo punto l’assessore Lucica Bianchi ha ripreso la parola e ha proposto la visione di un video. Le immagini dei soldati lanciati all’attacco tratte da video originali di repertorio erano intervallate dal racconto degli eventi fondamentali del conflitto sul fronte alpino. Si riporta qui di seguito il testo che scandiva le immagini (non eccessivamente crude per non urtare la sensibilità dei presenti ha poi specificato l’assessore).
L’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria il 24 maggio 1915. Il comando delle forze armate italiane fu affidato al generale Luigi Cadorna. A partire dal 15 maggio 1916 l’esercito austriaco intraprende una vasta operazione militare passata alla storia come strafexpedion. A luglio Cadorna prepara una nuova offensiva sulla sponda destra dell’Isonzo nei pressi di Gorizia. Il 9 agosto si svolge la battaglia di Gorizia. L’attacco provocò la morte di 21.630 soldati italiani e 52.940 feriti. Il 24 ottobre 1917 inizia la battaglia di Caporetto. L’esercito austro-tedesco avanza per 150 km in direzione della pianura. Le truppe italiane, impreparate ad una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti battaglie dell’Isonzo, non ressero l’urto delle forze nemiche e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. Cadorna aveva imputato l’esito infausto della battaglia alla viltà dei suoi soldati, ma all’indomani della disfatta venne sostituito con Armando Diaz. Dopo Caporetto le operazioni belliche si concentrarono sull’altopiano di Asiago, sul monte Grappa e lungo il Piave. Il 29 ottobre 1918 l’Austria chiede l’armistizio, il 3 novembre un reparto di bersaglieri sbarca a Trieste. Il 4 novembre il generale Armando Diaz annuncia la vittoria.
Dopo questa cronaca, intervallata dalle immagini e accompagnata da un sottofondo musicale al tempo stesso malinconico e solenne, il video si conclude con l’audio originale del proclama di Armando Diaz.
Intervento dell’assessore Lucica Bianchi
Stasera parleremo di guerra, parleremo di eroi, parleremo di valori, ma soprattutto parleremo della vita perché le migliaia di giovani eroi erano soliti scrivere, nei loro diari, nelle loro lettere, nei loro testamenti che un soldato che muore per la patria non è mai morto. La guerra che scoppiò nel 1914 fu un avvenimento nuovo nella storia dell’umanità perché fu la Prima Guerra Mondiale, una guerra che vide lo scontro di tutti i grandi stati che metteranno le loro capacità produttive nel campo dell’industria moderna e della tecnica per preparare strumenti di offesa e difesa. Fu una guerra di massa, combattuta per terra, per mare e nell’aria con l’impiego di armi mai usate prima: carri armati, aerei, sommergibili, gas e con il ricorso a nuovi mezzi di lotta economica e psicologica. Viene combattuta dai belligeranti sino all’esaurimento delle forze. una guerra le cui vittime e i cui danni andarono ben oltre qualsiasi calcolo previsto e finì col portare radicali sconvolgimenti all’economia internazionale, alla geografia mondiale aprendo così la via a ripercussioni e conseguenze che dureranno a lungo anche nel dopoguerra. L’umanità deve mettere fine alla guerra oppure la guerra metterà fine all’umanità. Ho scelto queste parole, che possono sembrare bibliche, perché biblico sotto molti aspetti fu l’evento della Grande Guerra. Parliamo di cinque anni di ostilità, cinque anni di conflitto mondiale che sembrano essere stati dimenticati troppo in fretta, oscurati dalla successiva Seconda Guerra Mondiale studiata, trattata e documentata, ricordata quasi ad oltranza da tutti i media ed è un grave peccato nonché errore, perché la Prima Guerra Mondiale ha gettato quasi tutte le basi della seconda, creando i presupposti per la nascita di movimenti politici e avvenimenti storici che hanno segnato il futuro, di dittature che hanno avuto un ruolo predominante nell’arco di tempo che va dal 1920 al 1945 e in alcuni paesi anche oltre. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Comincia così per l’Italia una guerra senza precedenti nella sua Storia, una guerra mondiale con ben ventuno Paesi coinvolti. Nel 1915 un soldato dal fronte occidentale il cui nome non ci è mai stato dato sapere scriveva la sua ultima lettera a casa e nel finale di questa lettera si legge: se romperete il patto con noi che moriamo oggi, noi non riposeremo mai, anche se spunteranno papaveri su tutti i campi della Terra. Allora credo che sia doveroso per noi ricordare, riflettere, fermarci un attimo, giusto il tempo per rivolgere un pensiero, un semplice pensiero a questi eroi perché i nomi incisi su tutti i monumenti e anche sul nostro monumento dei caduti non sono solo parte di un elenco, ma sono dei giovani che hanno offerto la loro vita, il loro sangue, affinchè oggi, quei nobili ideali che hanno animato il loro coraggio possano animare le nostre vite. Il 4 novembre 1918 segnò la fine di una lunga guerra che aveva insanguinato tutta l’Europa. L’Italia vi aveva partecipato per liberare le province di Trento e Trieste, per ristabilire quindi i suoi confini la dove la natura li aveva già segnati naturalmente con una corona di meravigliose montagne. Più di seicentomila soldati italiani morirono e alla loro memoria ogni comune dedicò un monumento o una lapide che ne reca incisi i nomi per sempre. Oggi onoriamo quei nomi, quei caduti, visitiamo questi monumenti leggiamoli quei nomi. Sono stati scritti per mantenere viva la memoria di chi è morto per dare una patria più grande e gloriosa tutta unita entro le linee che le Alpi scintillanti di ghiacci e i mari azzurri di acque profonde hanno per essa tracciato. Fermiamoci ogni tanto davanti al monumento, al nostro monumento, leggiamo i nomi su di esso incisi, ascoltiamo ogni tanto la voce dei giovani soldati talamonesi che dalla lapide del monumento a loro dedicato chiedono soltanto una cosa. Non essere dimenticati. Per tutte le vittime della guerra, per tutti gli eroi oggi il nostro ricordo e il nostro amore sono vivi e profondi.
La professoressa Maria Luisa Silipo e i suoi piccoli artisti in erba
È venuto ora il momento degli alunni della scuola media che “attraverso l’espressione artistica e il loro impegno molto sentito” ha introdotto l’assessore “ci tenevano a portare il loro tributo, il loro saluto di onore, di rispetto e di amore”. Ad introdurre i ragazzi la loro insegnante di arte Maria Luisa Silipo che li ha accompagnati in questo percorso di trasfigurazione della guerra nell’arte. “il lavoro che hanno svolto quest’anno gli allievi dell’Istituto Gavazzeni” ha spiegato la professoressa “ha colto i sentimenti che avrebbero potuto provare i reduci nel ritrovarsi oggi quindi da un lato la gioia di ritrovare le persone care ancora in vita, la fine della guerra, il ricongiungimento con la famiglia, ma dall’altra parte i ricordi dolorosi che rimarranno sempre impressi nel loro cuore e nei loro occhi. I ragazzi con molta sensibilità hanno colto questi sentimenti e li hanno espressi attraverso delle tavole grafiche” queste tavole sono state presentate dai ragazzi stessi o dalla professoressa. Eccone la carrellata. I lavori più significativi scelti tra quelli dei ragazzi di terza e di seconda.
Per prima la tavola di Giacomo Mario Menegola, una sorta di manifesto per la pace che lui stesso ha brillantemente spiegato.

1

Il disegno raffigura dei ragazzini che fanno il girotondo intorno ad un falò e indossano delle magliette su cui sono riportate le bandiere degli stati partecipanti alle due guerre mondiali, ognuno la maglietta della sua nazione. Nel falò brucia la bandiera del nazismo, a simboleggiare la fine della dittatura e di ogni ostilità in Europa, in più bruciano due fucili, simbolo ognuno di ciascuno dei due conflitti. Sopra i ragazzi sorge un sole che rappresenta l’unione europea con al centro una colomba che testimonia il lungo periodo di pace che l’Europa sta vivendo dalla fine del secondo conflitto mondiale e ha simboleggiato l’istituzione dell’Unione Europea. A sinistra troviamo il monumento per i caduti di Talamona con lo stemma del comune e la bandiera italiana che reca la scritta NON DIMENTICARE riferita alle guerre e ai caduti.
A seguire il disegno di Simone Riva presentato dalla professoressa

2

Sono raccolte alcune immagini della guerra e dei simboli di pace che sintetizzano il tema trattato in modo stilizzato e personale.
È stato poi il turno della piccola Nives presentare il suo disegno

3

Questo disegno rappresenta due mani che si stringono e insieme formano un tronco d’albero forte e resistente, un albero della pace che da come frutti l’amore, la comprensione e la generosità verso gli altri. Il simbolo deriva dalla copertina di un album dei Nomadi intitolato MA NOI NO. Di questo album particolarmente significativa è la canzone I RAGAZZI DELL’ULIVO che parla dei bambini e dei ragazzi vittime delle guerre dei grandi.
Ecco ora il disegno di Claudia e così come lei lo ha raccontato.

4

In questo disegno è rappresentato l’occhio del reduce di guerra al cui interno è rappresentata una vita nuova di speranza e felicità senza più dolore, ma con un albero spoglio ad indicare l’impossibilità di dimenticare quanto si è vissuto. anche i colori intorno all’occhio disegnato vogliono essere un simbolo di speranza futura di felicità e gioia
Il disegno di Karima raccontato da lei

5

Nel disegno è rappresentato il mondo che si vede dall’universo in cui regna la pace simboleggiata dalla colomba e dall’arcobaleno che scaccia via con la pioggia tutti i ricordi negativi che in qualche modo restano comunque, nonché dalle mani che si uniscono in un gesto di fratellanza formando un cuore.
Il disegno di Matteo raccontato dalla professoressa

6

È qui rappresentata una pagina e attraverso il disegno della penna antica si vogliono simboleggiare tutti i soldati che hanno scritto una pagina della Storia con il loro sangue
E ora quello di Leonardo Perlini sempre raccontato dalla professoressa

7

Si rappresentano qui due lacrime. In una, quella colorata, c’è la gioia e quindi il ritorno alla vita dei reduci mentre nell’altra grigia ci sono i ricordi della guerra appena trascorsa e dunque il dolore per quanto è accaduto.
A seguire il disegno presentato da Laura e Sofia

8

Un cannone che spara fiori come simbolo di pace semplice ma significativo. Un altro simbolo di pace è la colomba che porta un fiore nel becco. Sul cannone è posto come memoria un cappello degli alpini e in una pergamena sopra compare la scritta riportata al tempietto degli alpini.
Il disegno di Sebastiano Simonetta presentato sia dalla professoressa che da lui stesso

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Un lavoro significativo che simboleggia il dipanarsi dei ricordi e degli eventi come se fossero le scene di un film riavvolte in una bobina che rappresenta anche in questo caso una sorta di ruota della pace che capovolge il corso degli eventi. In bianco e nero sono rappresentati i ricordi relativi alla guerra mentre a colori la nuova vita in epoca di pace. Un contrasto, quello tra guerra e pace, tra vita e morte, caratterizzato anche dalla scelta dei colori sullo sfondo.
In ultimo il disegno di Benedetta (purtroppo non tutti i disegni esposti sono stati commentati, ma alcuni erano comunque molto eloquenti).

10

Il disegno illustra la famosa canzone di Fabrizio De Andrè LA GUERRA DI PIERO un testo molto impegnativo, che mette in luce il fatto che, per la maggior parte degli uomini coinvolti nella guerra, non c’è onore o riconoscimento individuale o anche solo una sepoltura degna, migliore di un campo su cui crescono i papaveri. La maggior parte dei soldati non ha un’identità a noi nota e nemmeno una croce che ricorda il luogo dove sono caduti, dove sono sepolti. Il soldato della canzone incarna la follia della guerra. Vede un nemico, vuole colpirlo guardandolo negli occhi, ma viene a sua volta colpito e ucciso dal nemico stesso restando nel campo dov’è caduto su cui crescono i papaveri.
La canzone LA GUERRA DI PIERO è stata recitata da tutti i ragazzi in cerchio. Qui di seguito si riporta il testo.
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbraccia l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Secondo intervento di Lucica Bianchi
All’assessore Lucica Bianchi il compito di ringraziare l’impegno di questi ragazzi e di apprezzare il loro sguardo fresco e ancora in gran parte disincantato su un passato duro e difficile. La presenza dei ragazzi ha indotto l’assessore a riflettere su un episodio specifico della Grande Guerra, quello dei ragazzi del 99 cioè nati nel 1899 e coscritti per la chiamata alle armi durante le fasi ultime e più critiche del conflitto quando molti di loro non avevano neppure 18 anni.
I ragazzi del 99. Un video per ricordare.
Anche per questo ricordo è stato utilizzato un video. Immagini con testi e musiche sono sempre il modo migliore per imprimersi nel cuore un messaggio, una storia, specie se chi ascolta è molto giovane e coltiva molto questi nuovi linguaggi.
Questo video illustra soprattutto luoghi, monumenti, bassorilievi, in particolar modo a Bassano del Grappa, teatro principale della vicenda. Si riporta qui di seguito il testo in sovraimpressione sul video che racconta brevemente e con enfasi (anche retorica) questa storia.
Nel 1917 la chiamata. Dal 10 novembre al 31 dicembre di quell’anno si verificarono le prime battute di arresto per l’esercito che resero necessari questi ulteriori arruolamenti. In seguito ad un proclama del comando supremo dell’esercito italiano i ragazzi del 99 ebbero il loro primo battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico… in un superbo contrattacco hanno trionfato! Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati. 1200 i prigionieri catturati e alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati. In quest’ora suprema di dovere e onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sui monti e sul fiume l’ira nemica che l’esercito sappia che i nostri fratelli della classe 1899 hanno dimostrato di essere degni del retaggio di gloria che su di essi discende. Un sottoufficiale dichiarò di aver osservato le loro mani grandi e robuste avvezze ai lavori pesanti, mani da figli di contadini falegnami e artigiani e i volti pieni dell’ingenua spontaneità della loro giovinezza. Non esistono dati certi riguardo ai giovani soldati caduti sui campi di battaglia, ma il ricordo di questi giovanissimi combattenti resta scolpito nella memoria popolare. Tra questi ragazzi il più longevo è stato Delfino Borroni, scomparso nel 2008.
Un racconto fantastico… se si dimentica che in fin dei conti si tratta di giovani poco più che adolescenti mandati direttamente al macello.
Commiato
All’assessore Lucica Bianchi l’onere anche dei saluti conclusivi. “vorrei che tutti vedessero questa serata non come conclusione di un evento, ma come un anticipo della giornata di domenica quando tutto il paese renderà onore agli eroi talamonesi caduti” ha dichiarato l’assessore prima di leggere alcuni passaggi di un piccolo libro di memorie di guerra scritto da Buongiorno Tasca che racconta le gesta della brigata Pavia, una delle più rinomate, ma anche e soprattutto le gesta di coloro che furono soldati sul campo dell’onore per dare a noi una patria più grande e ricordarli non solo è un sacro dovere per il tributo di gratitudine che dobbiamo loro, ma è una nostra necessità di vita interiore. Come le gole arse dalla calura cercano le limpide fontane per abbeverarsi e ristorarsi così l’anima nostra ha sete di luce brama di forza e di bisogno di esempi che sospingano e sollevino nelle dure prove della vita e lo preparino alla prova che un domani la patria minacciata può chiederci, quella dell’ultimo sacrificio. Dobbiamo quindi prepararci ad essere forti perché soltanto se riusciamo ad essere forti riusciamo ad essere liberi. Dopo questa lettura il ringraziamento ai ragazzi e a tutti coloro i quali sono intervenuti a questa serata partecipata.
Beata l’epoca che non avrà bisogno di eroi. È una frase che si sente spesso dire. Finora un’epoca simile non è ancora arrivata. Ogni epoca ha avuto i suoi eroi mitici o storici che fossero e ognuno ha avuto la sua celebrazione. Questi eroi di epoca in epoca sono andati ad accumularsi e chissà che le memorie che hanno creato con le loro gesta non possa contribuire a costruire piano piano un mondo che ricorderà si ancora gli eroi del passato ma che esso sia un passato lontano e non si abbia più da piangere nuovi eroi nel presente e soprattutto nel futuro. Un’epoca in cui gli eroi potranno riposare in pace il sonno dei giusti con la serena consapevolezza che il mondo non avrà mai più bisogno di invocarli e che le file di coloro che sono caduti non si ingrosseranno più.

                                                                                              Antonella Alemanni

 

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VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER

TALAMONA 2 novembre 2013 presentazione di un libro alla Casa Uboldi

“VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER”

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ATTRAVERSO IL LIBRO SCRITTO DA PIERLUIGI  ZENONI RIVIVE UNA PAGINA DOLOROSA DEL NOSTRO PASSATO RECENTE

Una serata per vivere in leggero anticipo ed in modo profondo il 4 novembre che ricorda la vittoria dell’Italia sul fronte alpino contro l’Austria a Vittorio Veneto nel 1918 e che è divenuta la festa nazionale delle forze armate. Una serata, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca, “per abbattere o quantomeno scalfire un clima di ignoranza storica generale che nasce da una profonda diffidenza verso questa materia fin già sui banchi di scuola”. Nonostante il 4 novembre, come abbiamo detto, riguardi le battute finali della Grande Guerra, questa sera, come di già lo scorso anno, i riflettori sono stati puntati sul secondo conflitto mondiale. “Momenti storici relativamente vicini al nostro presente” ha detto ancora l’assessore “e che dunque si crede di conoscere bene. Momenti che, studiati a scuola, occupano solo qualche pagina illustrata del libro di testo, raccontando però, in questo modo, solo il 10% di tutta la storia realmente accaduta. Il restante 90% riguarda il modo in cui la grande Storia e i suoi avvenimenti si ripercuotono sulla vita quotidiana delle persone che, almeno per quanto riguarda la storia recente, molto spesso possiamo trovare ancora accanto a noi, magari proprio di fronte a casa nostra. Storie di cui molto spesso la gente non vuole parlare perché il dolore vissuto è ancora molto forte. Storie che comunque faticano a trovare orecchie che le ascoltino. Storie che devono essere conservate come un patrimonio”. Storie che il signor Pierluigi Zenoni ha raccolto nel libro VALTELLINESI SCHIAVI DI HITLER edito dalla CGL e in vendita per 10 euro. Storie che in parte questa sera il signor Zenoni ha raccontato ad un pubblico numeroso ed appassionato. Un racconto che ha voluto essere una sorta di esperimento: riuscire a trascorrere un’ora parlando di storia senza annoiare uscendo dai trattati e dai metodi accademici per far parlare direttamente i protagonisti, perché infondo la Grande Storia non è altro che la sommatoria di tante piccole storie di persone, (perlomeno di quelle che si riesce a conoscere ndr). Per capire queste storie è stato però necessario contestualizzarle con una piccola introduzione scolastica.

L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940. L’annuncio è stato dato da Mussolini dal balcone di Piazza Venezia con un discorso infuocato accolto da un mare di ovazioni. Un’entrata in guerra motivata dalla cieca fede nella strategia bellica dell’alleato tedesco Hitler, dalla convinzione che la guerra si sarebbe risolta in pochi mesi e dalla volontà di, come disse lo stesso Mussolini ai suoi generali  “mettere sul tavolo delle trattative per la spartizione dell’Europa le vite di qualche migliaio di uomini”, vite in cambio di una vittoria trionfale riguardo alla quale, nel 1940, non si nutriva alcun dubbio. Nel 1943 però la situazione era completamente diversa. Nel febbraio di quell’anno i Russi ruppero l’assedio di Stalingrado, mettendo in fuga le truppe tedesche e mettendo così fine al piano di Hitler per invadere la Russia, denominato operazione Barbarossa cui anche l’Italia partecipò pagando il prezzo di 80 mila uomini tra morti, dispersi e prigionieri, uomini che il fascismo aveva inviato malvestiti e ancor peggio equipaggiati e che i Russi ancora oggi ricordano per l’umanità dimostrata loro che li distinse nettamente dagli alleati tedeschi. Nel marzo del 1943 in Italia si verificò un generale risveglio delle coscienze che portò ad un sempre più diffuso e conclamato dissenso verso il fascismo. Nelle fabbriche del nord Italia si tennero degli scioperi in favore della pace. Anche in Vaticano, Mussolini da tempo non veniva più considerato l’uomo della provvidenza così come lo era stato ai suoi esordi. Gli alleati il 10 luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e da li cominciarono la lenta risalita lungo la nostra penisola. Dopo il voto contrario del gran consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943, il re, per salvare il salvabile, ovvero la monarchia, destituì e fece arrestare Mussolini nominando al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio, un uomo dalla reputazione non proprio limpida in quanto considerato il principale responsabile della disfatta italiana durante la campagna in Grecia. Tra questi avvenimenti e l’armistizio intercorsero circa 45 giorni definiti dallo storico Giovanni Procacci “uno di quei periodi storici in cui la farsa si mescola con la tragedia”. L’atteggiamento che il re e Badoglio tennero in quel periodo fu infatti dubbio, duplice. Mentre da un lato riconfermarono la fedeltà all’alleato tedesco dall’altro intavolarono segretamente con gli angloamericani le trattative che avrebbero portato all’armistizio stesso annunciato via radio da Badoglio l’8 settembre 1943. Dopodiché il re e Badoglio ripararono al sud nei territori occupati dagli angloamericani, mentre i tedeschi scesero in Italia conquistandone ¾ al nord con l’intenzione di vendicarsi dei traditori. Uno storico tedesco, Gerard Streinger, fece una stima di tutto ciò che i tedeschi sequestrarono: 1 milione e 300 mila fucili, 39 mila mitragliatrici, 15 mila tra cannoni e mortai 17 mila automezzi e mezzi corazzati, ma soprattutto 700 mila soldati dell’esercito italiano lasciato allo sbando e senza ordini. Soldati che vennero caricati sui carri bestiame e spediti come merci nei campi di sterminio. Tra questi 5 mila erano valtellinesi. La storia, fatta di tante piccole storie, che il signor Zenoni ha raccontato nel libro e sintetizzato questa sera comincia da qui. Un corollario di storie tutte piuttosto simili tra loro. Ventisette storie udite direttamente dalla voce di chi le ha vissute e altre 140 raccolte indirettamente da varie fonti. Storie che, persino per chi ci è passato non sembrano vere. Storie che tutte insieme sembrano creare una sorta di film partorito da uno sceneggiatore folle, un film surreale dove in un lasso di tempo molto breve si passa dalla gioia più sconfinata al dolore più cupo. L’8 settembre l’Italia era in festa. Si pensava che con la proclamazione dell’armistizio fosse finita anche la guerra, si pensava che il peggio fosse passato e che presto si sarebbe potuti tornare a condurre una vita normale in famiglia, tornare dai genitori, dalle mogli, dai figli, al proprio lavoro. Anche e soprattutto i soldati ancora sotto le armi pensavano questo. Un gruppo di valtellinesi di stanza a Vercelli nel reparto carrettieri che non avevano però ancora mai guidato un carro armato, la sera dell’8 settembre stavano in una trattoria a consumare una cena a base di riso e rane innaffiata con vino mentre la radio trasmetteva una canzonetta improvvisamente interrotta per lasciar posto all’annuncio dell’armistizio. Un gruppo di alpini di Merano dopo aver sentito pure alla radio l’annuncio dell’armistizio lanciò un coro di grida dicendo in dialetto “è finita”. Solo un vecchio caporale non condivise la gioia dei commilitoni e borbottava sempre in dialetto “staremo a vedere”. Un altro gruppo di alpini stanziato nella zona del Brennero una volta appresa la notizia dell’armistizio liberò i muli e festeggiò incendiando la paglia nelle stalle. A Busto Arsizio un gruppo di soldati stava in una sala di un cinema a guardare un film sull’impero romano quando entrò un giovane ufficiale a gridare la notizia dell’armistizio. Non trascorse nemmeno un giorno da questa euforia collettiva che subito tutti quelli che si erano sentiti liberi e di nuovo felici si ritrovarono catapultati in orrori ancora peggiori di quelli riservati dalla guerra. Il 9 settembre mentre i capi militari, disordinatamente e con ben poca dignità, fuggivano accalcandosi su una nave messa a disposizione dagli angloamericani sul porto di Ortona, i tedeschi scesero in Italia a disarmare l’esercito ignaro di ciò che stava accadendo e del perché la situazione fosse precipitata in quel modo. In 90 mila si dichiararono subito pronti a collaborare coi tedeschi in 200 mila scapparono e molti di questi ripararono in Svizzera. Chi non riuscì a scappare, ma non volle collaborare coi tedeschi venne caricato sui carri bestiame verso i campi di concentramento del Reich. In vagoni molto stretti venivano stipate anche 40- 50 persone per vagone, costrette a viaggiare ognuno seduto sulle gambe del vicino e costretti a fare i propri bisogni li dove si trovavano davanti a tutti. I viaggi duravano all’incirca dai 4 ai 13 giorni in relazione alla località di partenza ed erano frequenti le soste nelle principali città del Reich come ad esempio Vienna ove gli italiani subivano delle sorte di forche caudine. Fatti scendere dai treni venivano costretti a camminare tra due ali di folla inferocita che tirava loro sassi e altri oggetti chiamandoli traditori e urlando loro “Badoglio” come colui che aveva proclamato l’armistizio. L’ultima parte del viaggio sino ai lager molti la fecero a piedi. Si trattava di campi diversi da quelli di sterminio, dove gli Ebrei morivano. I tedeschi selezionavano i loro prigionieri e ad ogni tipologia destinavano un particolare tipo di punizione. Con gli italiani dopo il 1943 e coi russi colpevoli di averli fatti ritirare da Stalingrado si dimostrarono particolarmente duri. Nonostante i loro campi fossero lontani da quelli dove venivano sterminati Ebrei, omosessuali, oppositori eccetera ai nostri soldati capitò di quando in quando di avere a che fare con questi prigionieri e di assistere a orrori inimmaginabili. Videro partigiani torturati, parlarono con prigionieri che dissero di aver ricevuto, per potersi lavare, il sapone fatto coi cadaveri degli altri prigionieri. Tutti in generale subirono il processo di spersonalizzazione che caratterizzò in modo particolare la realtà dei lager. Effetti personali sequestrati, un numero cucito sulla divisa e tatuato sul braccio come unico identificativo, un numero di molte cifre che nessun prigioniero ha mai più scordato per il resto dei suoi giorni, gli italiani sempre apostrofati Badoglio, un nome ormai divenuto epiteto. Tutti in generale soffrirono la fame e la fatica dei lavori forzati fino alla più nera disperazione, tutti cercavano da mangiare e di sopravvivere come potevano dovendo fare attenzione che i tedeschi non scoprissero mai che ad esempio rovistavano tra i rifiuti per cercare il cibo o che qualcuno aveva tenuto nascosti oggetti personali da barattare con pezzi di pane, perché altrimenti sarebbero stati duramente puniti. Bisogna considerare che i soldati catturati che hanno fornito le testimonianze raccolte nel libro all’epoca avevano 19 anni molti hanno compiuto i 20 durante la prigionia. Erano ragazzi tutto sommato sempre più magri e spossati che vedevano aumentare col tempo l’intensità dei loro patimenti e delle violenze,le beffe di vedersi dare dei biglietti con cui comprare beni nei pochi spacci dei lager dove non c’era mai nulla di quanto sarebbe stato necessario. Ad un certo punto dal 1944 arrivarono i permessi di comunicare con le famiglie e farsi mandare da casa i beni di prima necessità, ma questi pacchi non arrivavano mai a destinazione, perché chi era addetto al loro recapito spesso e volentieri se li teneva per se e poi molto spesso anche le famiglie rimaste a casa vivevano in miseria e non avevano nulla da mandare. Disperati, affamati, laceri, infestati di pidocchi, stipati nei capannoni, era rimasta loro, come unica libertà, quella di raccogliersi in preghiera durante la notte. Nonostante tutto questo, la giovane età e le sofferenze, questi ragazzi rifiutarono per ben tre volte di barattare la libertà in cambio della loro promessa di schierarsi con i tedeschi. La Germania era ormai accerchiata su più fronti dagli Alleati, bombardata, anche i campi venivano bombardati perché vi si fabbricavano tra l’altro armi grazie al lavoro forzato dei prigionieri. Molto spesso i nostri ragazzi vennero mandati a ripulire le macerie e ci andavano volentieri sperando di trovare qualcosa da mangiare, ma fintanto che i bombardamenti avevano luogo tutti rischiavano la loro vita. Man mano che gli Alleati avanzavano liberavano questi campi, ma per gli italiani il fatto di essere liberati dai russi rappresentava un’enorme fonte di preoccupazione, in quanto gli italiani avevano invaso la Russia accanto ai tedeschi e temevano ritorsioni che in qualche caso si sono verificate anche perché la propaganda fascista descriveva i soldati in Germania non come prigionieri, bensì come collaboratori, nonostante i loro ripetuti rifiuti di collaborare. Solo quando i soldati poterono raccontare tutta la verità sulla loro detenzione in Germania le ritorsioni cessarono e i ragazzi furono davvero liberi. La libertà ritrovata li portò ad assaltare le cantine delle famiglie ricche e ad abbuffarsi di ciò che trovavano morendo a volte di indigestione perché i loro stomaci non erano più abituati ad assimilare il cibo, li portò ad ubriacarsi. Mentre i soldati erano prigionieri in Italia nel frattempo si era cominciato a catturare le donne per spedirle in Germania a sostituire gli uomini che andavano a combattere. Alcune di queste, ad esempio le impiegate di una fabbrica di Morbegno, la Bernascone,  scioperarono per ben due volte per non essere mandate in Germania e la spuntarono. Tutte in seguito dovettero temere, oltre alle deportazioni, l’esuberanza delle truppe di liberazione. Era un clima davvero molto confuso. In un primo tempo nel cuore degli italiani liberati, in una Germania ridotta ad un cumulo di macerie, c’era spazio solo per un profondo odio verso i tedeschi, poi trovò spazio anche la pietà, soprattutto verso quei carcerieri che si sono dimostrati a loro volta pietosi. Una volta che fecero ritorno in Italia trovarono ad accoglierli un clima di ostilità, freddezza, diffidenza. Le voci dei fascisti che dichiaravano la loro presenza in Germania come frutto di una libera scelta avevano attecchito come una pianta malefica. Nessuno voleva ascoltare le loro storie, la loro sofferenza, il coraggio di continuare a sopportare tutto pur di non aiutare i tedeschi contribuendo in questo modo alla liberazione dell’Italia e costituendo in qualche modo l’altra faccia della Resistenza. Essi furono come disse il già citato storico tedesco Gerard Streinger “traditi, disprezzati e dimenticati” dovendo subire la beffa di non essere nemmeno riconosciuti come prigionieri politici. I tedeschi infatti li avevano internati come IMI cioè internati militari italiani e questo fece si che per lungo tempo si decretò che essi non avevano diritto, come ad esempio gli Ebrei, ad alcun risarcimento che arrivò solo dopo 65 anni e non tutti poterono ritirarlo. Ed è questo il principale motivo per cui il signor Zenoni ha scritto il suo libro. Ricordare vicende poco conosciute, onorare queste persone, le loro vite, i loro sacrifici, per ricordare a tutti su che base poggia la nostra democrazia presente, la nostra costituzione e di quanto dolore è impastato il nostro Paese. Per ricordarlo a tutti, ma soprattutto ai giovani affinchè si ricordino di questi ragazzi di ieri e del loro coraggio. A tal proposito il signor Zenoni ha ricordato, una volta terminato il suo intervento, che la CGL si impegna a risolvere le pratiche burocratiche relative a questi riconoscimenti per cui chiunque avesse uno o più parenti coinvolti in queste vicende vi si può rivolgere gratuitamente.

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Si è conclusa così una serata interessante ed istruttiva che ha permesso di dare un valore aggiunto, un tocco più umano alla storia studiata a scuola, una serata ulteriormente arricchita dagli interventi del sindaco Italo Riva e dell’assessore alla cultura Simona Duca nonché di Franco Tarabini, presidente dell’associazione combattenti, che, alle storie raccontate questa sera dal signor Zenoni, hanno voluto aggiungere quelle di loro parenti e conoscenti tutte accomunate dalla reticenza che tutte queste persone hanno nel raccontare tutto ciò che è loro accaduto, una reticenza che spesso comporta la perdita di interi capitoli di Storia, capitoli che invece bisogna impegnarsi a fondo a conservare.

Antonella Alemanni