100 ANNI IN MONTAGNA. L’ ALPINISMO E LE GUIDE ALPINE

Quando vogliamo parlare delle montagne, una domanda sorge naturalmente: “Chi furono i primi locali a frequentare le montagne?” Con l’eccezione delle famiglie agiate del fondovalle che dai “freschi delle località di villeggiatura partivano per escursioni fuori porta, gli alpinisti ante litteram furono sicuramente i cacciatori. Non ci sono pervenuti ne diari, ne resoconti pubblicati sui giornali, gelosi come erano delle loro riserve di caccia, ma solo racconti delle loro imprese, tramandate oralmente a figli, nipoti e amici.

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ALFONSO VINCI

Un posto speciale in questa carrellata di alpinisti, lo ebbe sicuramente Alfonso Vinci che negli anni 1938 e 1939 portò a termine una delle più interessanti salite della Val Masino: sulla Punta Milano, sul Pizzo Ligoncio, sulla Punta Sertori e sul Pizzo Cengalo.

Val Masino

Val Masino

Alfonso Vinci nasce a Dazio in Valtellina nel 1915. Ufficiale nella Scuola Militare degli Alpini, negli anni ’30 fu un alpinista di punta (è famoso lo “Spigolo Vinci” al Cengalo, ma più significativa una via estremamente difficile sull’Agner, ancor’oggi poco ripetuta), insignito con la medaglia al valore sportivo dal Regime Fascista. In Italia, all’Università di Milano, si laurea in Lettere e Filosofia e in Scienze naturali con la specializzazione in Geologia. Aderisce alla Resistenza ed è conosciuto come “Bill”, il leggendario capo partigiano della divisione valtellinese delle Brigate Garibaldi. Subito dopo la guerra si imbarca, con in tasca un biglietto di sola andata, per il Sud America.

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Fu alpinista,esploratore,cercatore di diamanti in Brasile Cile e Venezuela.Ebbe anche il tempo di scrivere diversi libri alcuni dei quali ambientati in Amazzonia,e molti articoli sull’alpinismo,dove poté mettere in evidenza il suo modo di concepire l’arrampicata.

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“Quando qualche rara struttura permette un’arrampicata estremamente difficile,ma che sia vera e naturale,allora essa non presenta che le solite conosciute e talvolta esagerate differenze:appigli lontani e scarsi;loro conformazione tendente all’arrotondamento,o piuttosto pianeggiante,dove occorre lavorare di palmo per poter sostenersi.Struttura a grande disegno,quindi arrampicata più atletica,elegante ma faticosa,e sebbene meno delicata,molto più precisa e misurata che quella in dolomia (roccia sedimentaria carbonatica costituita principalmente dal minerale dolomite).La caratteristica particolare del sesto grado sul granito della Val Masino si compendia non in acrobatismi,ma in fatica bruta,in estremo coraggio,in lunghezza di itinerari che nascondono sempre sorprese sgradevoli,nell’applicazione di tutte le più raffinate risorse artificiali della moderna tecnica.Per la mancanza di asperità, per la levigatezza delle placche enormi che si accavallano nel cielo,la cuspide di granito è ben più terribile della dolomitica”.

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L’impresa più importante di Alfonso Vinci,per la quale ricevette la medaglia oro al valore atletico nel 1939,fu la salita alla parete OSO del Monte Agner nelle Pale di S.Martino.Parete di 1300 m,ritenuta l’ultimo problema alpinistico delle Dolomiti,che richiese due giorni di scalata,per di più avversate dal maltempo,e due bivacchi( l’accampamento notturno all’aperto).

In suo onore, il Pizzo Cengalo,cresta Sud Sud Ovest fu denominato “Vinci.”

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Tutto questo fa di Alfonso Vinci un personaggio straordinario,emblematica figura di italiano intraprendente,indipendente e coraggioso,uomo di azione ma anche di grande cultura che dai lontani e “spensierati”anni ’50 ci trasmette spunti interessanti  di riflessione.

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi

studentesse,scuola secondaria di primo grado

fonte:Album Club Alpino Italiano,2002,”Cent’anni di montagna in bassa Valtellina”.

SAN GIORGIO- “SAN GIORSC”(in dialetto)

Esiste un talamonese che non conosca San Giorgio o non sappia dove si trova? Penso di no.

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Ritengo invece che, passando le generazioni, cambiando gli usi e i costumi, molti non sanno che San Giorgio per molti anni, si può dire per diversi secoli, è stato una centro vivo, in particolare in estate, attorno al quale gravitava una ricca presenza umana e vedeva il passaggio di persone e animali che salivano ai vari maggenghi e ne discendevano: gli animali, soprattutto mucche, quando venivano condotti  all’inizio dell’estate e riportati a valle a settembre, e le persone più  frequentemente con carichi di legna in discesa o con provviste in salita per le famiglie.

Tutto questo anche dopo essere stato “vicinìa” cioè contrada di Talamona fin dalle origini, abitata stabilmente. A piedi, si raggiunge passando per ul Pra da l’Acquo, da San Rigòri, o anche costeggiando il torrente Roncaiola dal Punt di Fraa; chi vuol fare più  in fretta sale da la Möio e arriva dritto dritto sotto il muro che sostiene il sagrato.

Da qui si può proseguire per una rosa di maggenghi che va da Prümgnano,  al Runc, a Grum, al Fopp, a la Curt dul Belàdru, a la Bgianco.   Se si procede, inoltrandosi nella valle della Roncaiola, in breve si giunge al Crusèti ,da dove parte il ventaglio formato da la  val Valeno e da la Val di Zapèi. I sentieri portano a la Baito del  Sciarèes, al Chignöol, al Baitun Bgianc, a Madréro, al Fuu del’Ustario e ‘n Pigolso. Proseguendo, si sale a Pédròrio. Traversate  le due valli, si prende il sentiero per ul Praa d’Olzo, per Olzo e la Baitelo. Proseguendo ancora, si sale al Custesèli. Come si vede, San Giorgio si trova al centro di un ventaglio di valli, e di baite, maggenghi e alpeggi, molto ampio, che era dotato di numerosi sentieri, anche intervallivi.

Dall’alto, partendo dalla corona delle cime, dal Piz Volt  a la Scimo de Laac, anche lo sguardo, scendendo, confluisce e si ferma proprio sulla cima del campanile di San Giorgio.

La Messa festiva

Un particolare e molto numeroso afflusso degli abitanti dei maggenghi avveniva alla domenica, durante l’estate, quando per più di cinquant’anni nel secolo scorso, veniva celebrata la Messa cantata da  quel sacerdote  molto amato dai Talamonesi che era Don Vincenzo Passamonti.

 

Don Vincenzo, all’inizio dell’estate, si trasferiva nella casetta azzurra, posta circa duecento metri sopra la chiesa e vi abitava tutta  la stagione estiva. San Giorgio diventava allora una succursale della parrocchia con la Messa tutte le mattine, le confessioni e le comunioni, il primo venerdì del mese, la recita del rosario e alla domenica, la messa cantata (méso grando), i vespri, la dottrina…

Ma andiamo in ordine.

Cenni di storia

La chiesa di San Giorgio, ricorda Don Turazza nella sua storia di Talamona (*), risale attorno al 1100-1200  e il bel campanile in stile romanico pare testimoniarlo.

A custodire la chiesa almeno dal 1390, fu  Pietro de Massizi, chiamato “frate di San Giorgio” che abitava in una casa vicina e aveva l’incarico di tenerla  in ordine, con i paramenti e tutti gli arredi. Dopo di lui proseguì suo figlio Giovanni (**). In quei tempi e in quelli immediatamente successivi, probabilmente vi abitava stabilmente anche un sacerdote che celebrava regolarmente la Messa per tutti gli abitanti dei vari maggenghi che allora erano vere e proprie frazioni chiamate vicinìe. Forse è di quegli anni l’origine delle leggende come quella dell’ Animo danado e del Cavalièr de San Giorsc, nate sulla storia tramandata di un castello che pare sia sorto sullo sperone che lo  divide dalla Valle della Roncaiola, e che conserva il  toponimo di Castèl  ancora oggi, accessibile solo dalla parte della chiesa e strapiombante sulla valle indicata come “despüs castèl”,  a significare un posto poco frequentato e nascosto: una grande forra altissima. Da questa parte non si può salire: la costruzione di un castello può quindi essere  più che giustificata, perchè avrebbe dominato tutta la valle e il conoide formato dalla Roncaiola, fino all’Adda.

Nelle cronache della visita pastorale del Vescovo di Como Feliciano Ninguarda del 1589 in Valtellina, che  allora, come adesso, era parte della diocesi lariana, si legge:

 “ A circa tre miglia sul monte di Premiana c’è la chiesa di S. Giorgio con il paese dello stesso nome, che conta quaranta famiglie, ma tutte sparse. La chiesa è consacrata e nella festa del santo è visitata processionalmente da tutti i paesi e frazioni vicini. Da poco in questa chiesa è stata costruita da un pio uomo di Talamona una cappella in onore di S. Lorenzo elegantemente ornata e dotata di molti paramenti, di un calice di argento dorato e di annui proventi costituiti da 32 botti di vino, 25 staia di mistura e sei grandi libbre di burro. A tutto ciò il benefattore decretò di aggiungere altri proventi e la casa così che fosse mantenuto un cappellano con l’obbligo di celebrare quattro messe la settimana; attualmente ne è cappellano il sac. Giacomo Mosizio di Talamona.”

La cronaca del vescovo, sempre precisa, ci fornisce alcune notizie certe come:

– S. Giorgio era un piccolo paese abitato tutto l’anno;

– la chiesa era molto conosciuta, tanto che la festa di S, Giorgio richiamava in processione gli abitanti dei paesi e delle frazioni vicine;

– la chiesa era tanto importante da essere dotata di una cappella laterale dedicata a San Lorenzo, di paramenti, di arredi sacri e di altri proventi da parte di un ricco benefattore;

– il cappellano aveva una casa dove   abitare e  aveva l’obbligo di celebrare 4 messe la settimana;

Il vescovo riporta  il nome del cappellano che reggeva la  chiesa al momento della visita pastorale: un prete di Talamona. Mosizio o anche Mosizi, infatti, è un antico cognome talamonese, di Premiana, ora estinto.

E’ lecito pensare che il vescovo Ninguarda si sia recato personalmente a visitare San Giorgio?

Io propendo per il sì, vista l’accuratezza con cui ha riportato i dati nella sua cronaca pastorale.

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Ormai S. Giorgio, nemmeno d’estate, ha più la vita di allora, quando le case portavano il numero civico della vicinìa. Alcuni numeri si possono ancora vedere sulle antiche abitazioni,  che, in generale  sono state ristrutturate e sono usate come seconde case. Di mucche, animali tipici dei maggenghi, con capre e pecore, che fino alla seconda metà del 1900, accompagnavano le famiglie che qui falciavano il fieno per avere da loro il latte, non se ne vedono più.

L’ Agnesìn

Di fronte alla facciata della chiesa, però, c’è sempre una casa, di là dall’ “ùo”, quella specie di canale selciato con grandi e molto grossi “pciutùn”, più ripido di una strada, che serviva a portare a valle i tronchi, “le borre”, e le priale della legna: è la casa della famiglia Zuccalli. Stando sul portone della chiesa e traguardando dal  quello  di accesso  al recinto del sagrato, la si vede proprio lì davanti.

La famiglia Zuccalli, che in paese abita in via Mazzoni, aveva avuto l’incarico di sagrestana della chiesa d San Giorgio,  almeno dal 1630, cioè continuava le funzioni che svolgeva la famiglia Massizi con quel “frate di San Giorgio” che abbiamo ricordato prima e poi suo figlio. Per tanti anni la vera sacrista di San Giorgio, da quando era giovane fino alla morte avvenuta pochi anni fa’, è stata Agnese Zuccalli, da tutta conosciuta  come “l’Agnesìn.

L’amore e l’attaccamento che aveva per San Giorgio erano infiniti. Quando l’ho conosciuta, proprio a San Giorgio, ero un ragazzino. Con la nonna Maria, da  Prümgnano, con i miei cugini, andavamo a messa d’estate, tutte le domeniche.  Lei era sempre presente, e la chiesa sempre pulita, come tutti i paramenti erano in ordine e preparati, pronti per essere usati da Don Vincenzo. Se qualcuno arrivava presto e lei non era in chiesa, bastava chiamare: Agnesìn , che lei si precipitava ad aprire.

E aveva il suo da fare, perchè alla domenica le tantissime famiglie  che,  provenienti dalle varie contrade del paese, erano salite ad abitare tutta l’estate i maggenghi, si radunavano per tempo al mattino, sul verde praticello del sagrato per poi assistere devoti alla S. Messa cantata, e suonata sull’armonium, da Don Vincenzo.

I vestiti

Gli uomini si vestivano “de la festo”, con gli abiti migliori che avevano “purtaa sù” dal paese, con le scarpe lucide e la camicia bianca, l’immancabile gilé e la giacca; non mancava mai il cappello. Le donne, anch’esse agghindate, avevano “la raselo da mez” ben stirata, con le grandi pieghe, magari   “cul scusal sü suro”, e portavano la camicetta bianca  sotto il busto scuro a volte ricamato finemente, freschi di bucato. Sopra  tutto l’immancabile “panèt”, che tutte le donne portavano per rispetto, quando si recavano alle funzioni in chiesa. Le più giovani portavano il velo.

“Ul panèt” era una grande quadrato di stoffa nera o marrone scuro, dotato di lunghe frange su tutti i lati, che veniva ripiegato in due a formare un triangolo. Il lato così piegato veniva appoggiato sul capo in modo che il vertice del triangolo, con le doppie frange, ricadesse sulla schiena, coprendola praticamente tutta, comprese le spalle e quasi tutte le braccia. Il bordo appoggiato su capo, ricadendo sui lati, veniva riunito sul davanti, quasi fosse un grande mantello. In generale il tessuto era lucido e, a volte, portava ricamato sui bordi, qualche discreto fiorellino come ornamento. Non si vedevano donne in chiesa, durante le funzioni, senza ul vél  u ‘l panét.  Quelle di passaggio che si fermavano ad ascoltare la S. Messa, si ponevano sulla testa un fazzoletto pulito. Ovviamente, non esistevano donne con i pantaloni né in chiesa né fuori: solo scusàal u i  petür lunc.

Finita le Messa, i fedeli tornavano alle loro baite, con calma, anche perchè le donne non dovevano

preparare il pranzo. Infatti si usava, particolarmente alla domenica, unire colazione e pranzo, mangiando verso le 10. La Messa era alle 11.

Noi ragazzi, trovandoci in molti, approfittavamo per giocare, rincorrendoci sul sagrato e attorno alla chiesa. Niente giochi con la palla: sarebbe finita giù per le selve. Il sagrato con il suo spazio piano, si prestava al gioco de la “varìo” , o del rincorrerci, anche uscendo, e poi rientrando, da uno dei due portoni del recinto, quello a est o quello a ovest,  e passando nello spazio stretto che divideva la chiesa dal muro di sostegno del terreno a monte, che serviva per facilitare lo scolo delle acque, verso valle, e tenere asciutto il muro della chiesa.

Quelli che abitavano nei maggenghi più vicini tornavano nel pomeriggio per i Vespri.

Don Vincenzo

Un certo numero di anziani, tutti erano molto amici di Don Vincenzo, si fermavano a San Giorgio, salivano fino alla casetta azzurra, dove lui abitava, e approfittavano del primo pomeriggio per fare alcune partite a bocce, annaffiate da un buon bicchiere di vino, offerto da Don Vincenzo. Dopo la partita, assistevano ai Vespri, cantavano i salmi col celebrante e poi tornavano alle proprie  baite per mungere e finire i lavori della stalla. Le mucche, si sa, mangiano e devono essere munte  e accudite anche di domenica.

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Foto: Don Vincenzo con il padre Bartolomeo(1859-1942)

Don Vincenzo, di fianco alla casa, aveva ricavato un ottimo gioco delle bocce, lavorando personalmente alla costruzione. Ricordo che, passando un giorno con i miei cugini e la zia, per recarci al torrente per il bucato  (che faceva la zia), sul sentiero che passava appena sopra la casa del prete, mi ero meravigliato nel vederlo senza veste talare. Infatti era in camicia, con i pantaloni neri alla zuava e gli scarponi. Aveva in mano un piccone e stava scavando per preparare il terreno per la costruzione dei muretti per il gioco delle bocce. Chissà se c’è ancora quel campo da gioco costato tanta fatica!

Don Vincenzo  per la gente si identificava con San Giorgio e San Giorgio  con lui: erano una sola cosa  per tutti noi. Credo ancora oggi nel ricordo del santo prete.

Momenti particolari

Durante l’inverno e nelle mezze stagioni, parlo sempre del periodo attorno alla metà del secolo scorso, San Giorgio era disabitato. Passavano quelli che andavano a fare la legna per l’inverno e c’erano  alcune di occasioni in cui ci si recava per la messa.

Una era il lunedì di Pasqua, quando si saliva per la messa, sempre celebrata da Don Vincenzo, e noi giovani approfittavamo per fermarci tutta la giornata, salendo al “castèl” a mangiare un panino e magari andando a vedere, più un basso, sull’altro versante, “ul böcc de l’animo danado”, buttandovi dentro un sasso per sentire il rumore della caduta. Tanto è profonda questa spaccatura nelle roccia, che non si riesce a sentirne la fine.

Un’altra occasione  era la terza e ultima processione delle Rogazioni, che, partendo dalla chiesa parrocchiale, saliva fino a San  Giorgio passando per “Ca di Giuan”, “San Rigori”, “ul punt di fraa”,

“Pra da l’acquo”. In cima ai prati, qui, si trova “la poso di prévecc”, un ripiano ricavato nel muro a monte della strada, a mò di panca. Credo che sia stata  chiamata così proprio perchè i sacerdoti, prima di affrontare l’ultimo tatto di mulattiera che attraversa il bosco, prima di San Giorgio, potessero riposarsi un pò.

Giunta la processione, che era molto frequentata, nella  chiesa, veniva celebrata la S. Messa e poi  i fedeli tornavano liberamente a valle, alle proprie case.

San Giorgio, rimaneva e rimane lassù, circondato dalla corona di montagne, carico di storia, con il suo misterioso “Castèl cul so böcc” e soprattutto con il ricordo della veneranda figura di Don Vincenzo che l’ ha caratterizzato per oltre mezzo secolo. E non dimentichiamo l’Agnesìn, altro simbolo di San Giorgio.

L’ossario

A San Giorgio, fino a qualche decennio fa’ c’era anche l’ossario, come in molte delle vecchie chiese dei paesi e delle frazioni valtellinesi di montagna. Erano delle costruzioni apposite, dove venivano custodite le ossa dei defunti ordinate in modo particolare, ed esposte al ricordo e alle preghiere dei  discendenti che le trattavano con particolare devozione.

Questa devozione era possibile esternarla con la recita di un Requiem o di un De profundis, tutte le volte che si passava per San Giorgio e non si poteva non passare davanti alla chiesa.

Proprio davanti alla chiesa, l’ossario di San Giorgio è posto, in un corpo dell’edificio che continua la parete sud, addossato al campanile, a formare un angolo retto con la facciata. Entrando nel recinto del sagrato dal portone a ovest, verso le case, vi si passa davanti per accedere  alla chiesa.

Ebbene qui è stato costruito un localino stretto, con un altarino sul lato lungo. Sotto l’altare è stata ricavata una cavità dove erano poste le ossa dei defunti, visibili, dal sagrato. Infatti la cappelletta era protetta da un muretto con una grata in ferro sopra. Di lato alla grata è posta una porticina di accesso e davanti un gradino a mo’ di inginocchiatoio.

I passanti, entravano e si inginocchiavano  per una preghiera. Difficilmente si passava senza fermarsi.

Ora le ossa sono state poste nel cimitero di Talamona e quindi lo spazio sotto l’altare è vuoto.

Il ricordo però rimane e deve rimanere a testimoniare la fede dei nostri antenati.

Ora da San Giorgio si passa in auto e la strada si trova sopra la chiesa. Le visite sono diventate più rare, a meno che non ci si fermi apposta per ammirare la contrada e soprattutto la chiesa con i suoi affreschi.

I maggenghi che gravitavano su San Giorgio per la messa domenicale.

Lascio immaginare al lettore, quanto erano frequentati alla domenica i sentieri che convergevano a San Giorgio e quanta gente vi passava all’andata e al ritorno.

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I fedeli provenienti dal Cà ruti, da Prümgnano de sut cun la Fopo, da Prümgnano de suro, dal Runc, da Bunanocc, da Grum, dal Fopp, da la Curt dul Beladru, da la Bgianco e qualche volta da Dundun, entravano nel recinto del sagrato e poi in chiesa, passando dalla porta posta a Est, verso le selve.

Quelli provenienti dal Pra da l’acquo e da Faii suto e suro, salivano dal basso ed entravano dalla porta posta a Ovest, passando davanti all’ossario per entrare in chiesa con tutti quelli che giungevano dal  Cruséti, dal Chignöol, dal Praa d?olzo e da Olzo. Poche volte scendevano anche da Madréro e da Pigolso,  più lontane.

A occhio e croce, si può calcolare, essendo la chiesa sempre piena, che fossero costantemente presenti almeno un centinaio di persone e, nelle grandi feste, come a Ferragosto, anche di più.

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(*) Il titolo esatto è: “TALAMONA – Notizie documentate di storia civile e religiosa” raccolte dal Sac. Don Giacinto Turazza – Arti Grafiche Valtellinesi- Sondrio – 1920.

(**) Della  storia di San Giorgio  parlerò più dettagliatamente prossimamente, con un’apposita scheda.

Nota: 1) In talamun esistono due lettere la a e la n che non sempre si pronunciano come in italiano. La a di mamo viene pronunciata con un suono a metà tra la a e la o, piuttosto nasale.

La n di talamun viene pronunciata con un suono nasale marcato e da dentale diventa palatale.

Volendo indicare graficamente il suono di queste due  lettere nel dialetto scritto, non ho trovato altro modo che scriverle sottolineate a e n per distinguerle da quando vengono pronunciate normalmente, come in Ca di Giuan.

2)  I nomi delle località sono scritti come vengono chiamate nella parte alta del paese, dove la parlata dialettale ha subito un po’ meno l’influsso dell’italiano a differenza della parta bassa, dove, forse per cercare di ingentilirli,  vengono un po’ modificati.

Es:  Prümgnano  a Cà di Giuan  diventa Premiana  in Piazza, Ranciga…  Dent a la Pciazzo  diventa Dent a  la Piazzo.

3) Le vocali o di föc (fuoco) e u  di mür (muro) sono scritte con la dieresi. Le stesse parole preferisco scriverle: föoc   e  müur ,  perchè, nella parlata, le due vocali sono strascicate, quindi un po‘ prolungate.

4) A Talamona, da sempre, i nomi femminili terminano con la o.  Tanto per distinguerci.

Guido Combi (GISM)

L’ARTE PER IL GRANDE PUBBLICO

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Lo sviluppo raggiunto  durante l’ultimo secolo dalle tecniche di produzione nell’industria e dai mezzi di comunicazione di massa, vale a dire giornali, cinema e televisione, ha creato un nuovo tipo di artista, difficilmente classificabile sia come artista popolare sia come praticante delle “belle arti”. Fra questi nuovi artisti possiamo citare i cineasti, i disegnatori di tutti i tipi, le orchestre di musica da ballo, i cartellonisti e gli scrittori di teleromanzi. Tutte queste persone hanno una cosa in comune: lavorano per soddisfare le richieste di un vastissimo pubblico formato principalmente dagli abitanti dei centri urbani. In un certo senso, questo tipo di arte è l’arte “popolare”delle città, benché vi sia una grande differenza fra arte di massa e vera arte popolare. In primo luogo, l’arte di massa è più sofisticata: infatti, mentre l’artista popolare si accontenta generalmente di lavorare nell’ambito di una tradizione, l’artista che lavora per il grande pubblico cerca continuamente di dare alla sua opera un aspetto nuovo e aggiornatissimo. Inoltre, ricorre spesso al linguaggio artistico usato nel campo delle “belle arti”; per esempio, tecniche sperimentate tempo fa, come quella dei pittori impressionisti e quella di vari pittori non figurativi dei primi anni del XX secolo, sono entrate nell’uso comune nel campo del disegno tessile, nell’arte pubblicitaria, nell’arredamento delle vetrine e nelle scenografie teatrali e cinematografiche. In secondo luogo, l’arte di massa è altamente meccanizzata essendo collegata alle tecniche della produzione in serie. Il disegnatore industriale, per esempio, non è un artigiano come lo sono quasi tutti gli artisti popolari, ma è un uomo capace, che ha una notevole istruzione tecnica. Alle critiche mosse all’arte di massa, ritenuta semplice e superficiale, si risponde puntando proprio su questa eccellenza tecnica come su una delle sue maggiori virtù: la stessa intelligenza e cura impiegate nella registrazione dell’ultimo strepitoso successo di musica leggera sono applicate anche alla registrazione di qualsiasi opera o sinfonia, e i suonatori di tromba e di trombone d’una grande orchestra di musica da ballo devono avere quella stessa padronanza tecnica dei loro strumenti che possiedono i loro colleghi delle orchestre sinfoniche.Inoltre, l’eccellenza tecnica è indispensabile e addirittura vitale per consentire l’inserimento in un mercato a forte concorrenza.

Questa concorrenza accanita fa sì che le arti di massa cerchino in tutti i modi di far colpo immediatamente sul loro uditorio: i titoli dei giornali, la foto di stampa, il manifesto pubblicitario, la foto di stampa sono disegnati per colpirci nello spazio di un secondo. Lo sforzo che le arti di massa compiono per far colpo immediatamente ha effetti importanti sulla nostra capacità di apprezzare le belle arti. Sappiamo benissimo che la comprensione dell’Arte non è cosa facile, ma va coltivata col tempo e con la pazienza, poiché non esiste un‘arte che sia “istantanea”.

nel 1860 il dipinto di Sir John Everett Millais, Bolle, fu usato come manifesto pubblicitario per un tipo di sapone, e ciò scandalizzò i critici d'arte. Oggi, i manifesti pubblicitari sono spesso opera di artisti specializzati.

nel 1860 il dipinto di Sir John Everett Millais, Bolle, fu usato come manifesto pubblicitario per un tipo di sapone, e ciò scandalizzò i critici d’arte. Oggi, i manifesti pubblicitari sono spesso opera di artisti specializzati.

Lucica